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lunedì 21 agosto 2023

il nazismo non è mai morto, anzi...

...si rinnova e gode di ottima salute, oltre che di una buona stampa e potenti alleati (Azov insegna)



Addestrare i cani a incutere terrore - Alessia Ricci

Fu nel 1942 che Heinrich Himmler impose l’utilizzo dei cani nei lager nazisti. Posto al comando della più orrenda delle macchine del terrore di cui abbiamo avuto notizia, l’uomo che pianificò e organizzò i campi di sterminio lo fece, probabilmente, per risparmiare sul “personale di sorveglianza” ma certo anche per l’efficacia mostrata dagli animali, una volta indotti a dilaniare inermi relitti umani. Non è naturalmente il solo caso di sfruttamento abietto del più “intelligente” e “fedele” degli amici dell’uomo, ma resta particolarmente evocativo negli orrori della storia moderna. Anche per questo, forse, colpisce – e non poco – l’addestramento spietato che i soldati israeliani impartiscono ai loro cani, spesso equipaggiati con giubbotti antiproiettili e telecamere montate sulla testa, fin dal 1974. Quei cani servono soprattutto a incutere terrore nella popolazione palestinese. Alessia Ricci ha incontrato una donna ferocemente addentata da un pitbull durante l’irruzione notturna nel campo profughi di Jenin dei primi giorni di luglio: Fatima stava dormendo in casa, con la sorella, quando una quarantina di soldati ha fatto saltare la porta della sua casa con l’esplosivo. Il braccio dato in pasto al cane-soldato adesso rischia di perderlo. Quel che di certo la sua memoria conserverà per sempre è il ricordo del terrore. Esattamente l’obiettivo che quel tipo di raid si propone di suscitare. La sua è una testimonianza importante. Non solo per la crudeltà che mostra, ma soprattutto perché riesce a dare almeno un’idea di cosa significhi, per la gente di Palestina, vivere in un incubo che i media non riescono ormai a raccontare che con un paio di numeri, quelli dei morti e dei feriti, che lascia da tempo del tutto indifferente chi legge o chi ascolta



Fatima ha 52 anni, è sposata, senza figli. All’una di notte del 3 luglio scorso, era sola in casa con la sorella, di poco più giovane, nubile. Il marito non c’era, era andato a fare visita ai genitori, spiega. L’irruzione dell’esercito israeliano nel campo profughi di Jenin era iniziata intorno alle 11 di quella stessa sera. I bulldozer avanzavano per le strade strette del campo. I cecchini erano posizionati ovunque. I proiettili colpivano all’impazzata. Droni ed elicotteri apache sorvolavano i tetti con un frastuono tremendo. La casa delle donne si trova alla sommità del campo, una posizione strategica, di controllo. Era già stata scelta come base nel 2002, durante gli attacchi della seconda Intifada, ricorda la donna. 

La storia si ripete ora, nel 2023: all’improvviso, più di 50 militari fanno irruzione abbattendo la porta di ingresso con l’esplosivo. Si genera una fitta nube di fumo e detriti. Appena si rischiara, il pitbull al guinzaglio di un militare, viene liberato e si avventa sull’avambraccio di Fatima. La sorella immobile in un angolo, sotto tiro. Alcuni soldati ispezionano i due piani dell’abitazione, altri ridono guardando Fatima, paralizzata dalla paura e dal dolore, il cane non la molla. 

Dopo una ventina di minuti, non trovando niente, i soldati decidono che può bastare, provano ad aprire la mascella dell’animale ma la trovano bloccata nella morsa, come è tipico di queste razze di cani. Solo un terzo soldato riesce ad aprire la bocca e il cane, libero, si rivolge allora sull’altra preda, la sorella di Fatima. A quel punto i militari gli mettono la museruola…

continua qui

 

 

Amiram Levin ,ex generale IDF , accusa l'IDF di essere un "partner nei crimini di guerra" , in Cisgiordania è "assoluto apartheid"

Un ex generale dell'IDF ha convenuto che il controllo israeliano della Cisgiordania è paragonabile alle politiche discriminatorie della Germania nazista, dice Amiram Levin…

… L'intervistatore ha chiesto a Levin se era d'accordo con un discorso del maggio 2016 dell'ex parlamentare di Meretz ,Yair Golan, in cui affermava che i processi in Israele erano simili a quelli europei negli anni precedenti l'Olocausto.

"Troviamo difficile dirlo, ma questa è la verità", ha risposto Levin. " A Hebron ci sono strade che gli arabi non possono usare, solo gli ebrei lo possono fare, è esattamente quello che è successo in quei Paesi."

Spinto a dire se vedeva esplicitamente somiglianze con la Germania nazista, Levin ha affermato: “Certo. Fa male, non è bello, ma questa è la realtà. È meglio affrontarla, anche se è difficile, piuttosto che ignorarla...

 

…L'esercito israeliano si sta rendendo complice dei crimini di guerra in Cisgiordania in processi che assomigliano alla Germania nazista, ha detto domenica un ex alto Generale delle Forze di Difesa Israeliane.

Parlando all'emittente pubblica israeliana Kan, Amiram Levin, ex capo del Comando Nord dell'esercito israeliano, ha affermato che "non c'è stata una democrazia lì in 57 anni, solo l'Apartheid totale". Secondo Levin, "l'IDF, che è costretta a esercitare la sovranità lì, sta marcendo dall'interno. Resta inerte mentre osserva i coloni rivoltosi rendendosi complice dei loro crimini. Questi sono processi profondi".

Quando gli è stato chiesto di approfondire i "processi" specifici, Levin ha invocato analogie con la Germania nazista. "È difficile per noi dirlo, ma è la verità. Basta camminare per Hebron, guardare le strade. Strade dove non possono più entrare gli arabi, solo gli ebrei. Questo è esattamente quello che è successo lì, in quel luogo oscuro"…

da qui

 



giovedì 21 febbraio 2019

"NON CI SONO PIU’ STRANIERI!”: i coloni israeliani si scatenano a Hebron dopo l’espulsione degli osservatori per i diritti umani - Yumna Patel



Lo scorso martedì, dozzine di coloni israeliani hanno sferrato un attacco contro i Palestinesi nella Città Vecchia di Hebron, nel sud della Cisgiordania occupata, gridando per le strade “morte agli Arabi!” e tirando sassi contro le case palestinesi.

Secondo la gente del posto, intorno alle 21, più di 100 coloni accompagnati da oltre 70 soldati israeliani armati hanno cominciato a marciare giù per Shuhada Street nella Città Vecchia, dirigendosi verso il quartiere palestinese di Tel Rumeida.
Il 46enne Badee Dweik, co-fondatore del gruppo Human Rights Defenders di Hebron ha raccontato a Mondoweiss: “Cantavano slogan anti-Arabi, chiedendo l’espulsione di tutti i Palestinesi dalla zona, dicendo che questa è la terra di Israele, e dicendo che noi dobbiamo morire tutti.”
Secondo Dweik, che ha assistito alla scena, i coloni hanno cominciato a molestare e a tirare sassi a tutti i Palestinesi che camminavano per strada. Poco dopo, hanno cominciato a tirare sassi contro le finestre delle case palestinesi.
“Qui nella Città Vecchia siamo abituati a simili attacchi, tanto che i Palestinesi hanno messo inferriate alle loro finestre in modo che i coloni non possano entrare,” ha detto Dweik.
Ha aggiunto che nessuno è stato ferito in modo grave, ma diverse persone hanno riportato contusioni sul viso e sul corpo per le aggressioni fisiche subite dai coloni.
L’attacco è durato fino a poco dopo mezzanotte, ha detto Dweik. “Quando i soldati hanno visto che nella zona cominciavano a radunarsi molti Palestinesi, allora hanno iniziato a respingere i coloni e a controllarli.”
“Sono intervenuti soltanto per proteggere i coloni, non i Palestinesi.”
Dweik pensa che l’attacco sia il risultato diretto della mancata presenza nella zona dei volontari e degli osservatori internazionali.
“I coloni, che già erano estremamente violenti, stanno diventando sempre più aggressivi da quando il governo israeliano ha deciso l’espulsione della missione TIPH di Hebron,” ci ha detto.
“Essersi sbarazzati del TIPH è stato un segnale di via libera per i coloni che sono diventati ancor più violenti, non solo nei confronti dei Palestinesi, ma anche verso qualunque internazionale che incontrano qui.”
Secondo Dweik, due volontari dell’International Solidarity Movement (ISM) sono stati trattenuti per 10 ore dalle forze israeliane, perché Anat Cohen, una colona notoriamente violenta, sosteneva che i volontari dell’ISM avevano tentato di schiaffeggiarla.
“I volontari sono stati rilasciati solo dopo esser stati costretti a firmare un documento in cui si dice che per 15 giorni non possono entrare nella zona H2,” ha detto Dweik, aggiungendo che anche l’Ecumenical Accompaniment Programme in Palestine and Israel (EAPPI) ha ritirato gli osservatori da Hebron perché il suo personale era stato attaccato dai coloni.
“Ora nella Città Vecchia sono rimasti solo due volontari dei Christian Pacemaker Teams (CPT) dopo che Israele li ha espulsi, ”ha detto Dweik. “Ora tutti gli internazionali sono presi di mira più di prima.”
(https://mondoweiss.net/2019/02/foreigners-following-expulsion/?utm_source=Mondoweiss+List&utm_campaign=5ae8c9ea1b-RSS_EMAIL_CAMPAIGN&utm_medium=email&RSS_EMAIL_CAMPAIGN&utm_medium=email&utm_term=0_b86bace129-5ae8c9ea1b-398599317&mc_cid=5ae8c9ea1b&mc_eid=3f397ad41b
Traduzione di Donato Cioli)


domenica 3 febbraio 2019

NETANYAHU NON VUOLE PIU’ LA TIPH. SCHIAFFO ANCHE ALL’ITALIA, CHE TACE - Umberto De Giovannangeli


Uno schiaffo all’Italia, nei giorni in cui il nostro ministro degli Esteri, Enzo Moavero Milanesi, è in missione in Israele. Senza dare uno straccio di spiegazione all’ospite italiano, il primo ministro israeliano Benjamin Netanyahu ha annunciato che Israele non accetterà il prolungamento della missione di controllo Tiph (Temporary international presence in Hebron) della quale fa parte l’Italia. E già di per sé questa decisione avrebbe meritato una risposta da parte del titolare della Farnesina. Ma la cosa è ancora più grave per le motivazioni addotte da Netanyahu, il quale ha spiegato che “non consentiremo la prosecuzione della presenza di una forza internazionale che opera contro di noi“.
Insomma, i carabinieri italiani che sono da sempre parte importante, non solo in quantità ma per la qualità del lavoro svolto, sarebbero, nella visione del primo ministro israeliano, parte di una forza ostile che “opera contro di noi“. Un’accusa gravissima, senza fondamento. Perché ad Hebron il Tiph è un avamposto di legalità, una missione di osservatori internazionali che monitora, senza poter intervenire, sui fatti di violenza che investono la città. La missione è composta da 63 elementi, tra i quali 14 carabinieri italiani (forte, e non solo nel numero, è la presenza femminile).
Chi scrive è testimone diretto di questo impegno. L’ultima volta che ho avuto occasione di visitare Hebron, assieme a Roberto Speranza e Arturo Scotto, sono alcuni di loro ad accompagnarci nella visita del centro di Hebron. I bambini palestinesi li riconoscono, si ricordano di loro, di ciò che hanno fatto (la costruzione di un centro sportivo, grazie anche la contributo della cooperazione italiana) e sorridono. Già questo è una vittoria, un gesto che dà significato ad un generoso impegno quotidiano. Secondo Peace Now, storica organizzazione pacifista israeliana, particolarmente impegnata nel monitoraggio degli insediamenti, “garantendo uno status ufficiale ai coloni di Hebron, il governo israeliano sta formalizzando il sistema di apartheid già vigente in città“. Il rispetto non alberga da queste parti. Il nemico non va solo combattuto, va spregiato. Non basta sbarrare le strade, militarizzare il territorio. L’odio cala anche dall’alto: dai rifiuti che i coloni scaricano dalle finestre delle loro abitazioni sulle strade del vecchio suq percorse dai palestinesi.
Gli osservatori del Tiph hanno provato a “mitigare” questa situazione, a difendere i più indifesi: i bambini, gli adolescenti palestinesi. Per questo il primo ministro d’Israele li considera una “forza ostile”. Perché testimoni scomodi di una illegalità che non conosce limiti. L’Italia non ha nulla da eccepire?


mercoledì 2 gennaio 2019

Un report confidenziale, basato su venti anni di monitoraggio, afferma che nella città di Hebron Israele sta sistematicamente violando il diritto internazionale - Uri Blau


Una missione di osservatori internazionali, che fu istituita venti anni fa nella città occupata di Hebron, ha prodotto uno dei rapporti interni più esaurienti ed accusatori nei confronti della politica israeliana nella città: questo è quanto riferiscono persone che hanno avuto modo di accedere al dossier e di parlare poi con Haaretz a condizione di restare anonimi. Questa è la prima volta che un rapporto del TIPH (Temporary International Presence in Hebron) viene rivelato sulla stampa.
Il dossier confidenziale del TIPH, a lungo considerato un ente senza efficacia da parte dei Palestinesi, riporta numerose violazioni del diritto internazionale da parte di Israele e sembra confermare il fatto che la città è lacerata da un’occupazione sia militare che civile. A venti anni dall’istituzione di una missione che avrebbe dovuto conferire un senso di sicurezza ed assicurare il benessere dei Palestinesi, il rapporto avverte che la città è più divisa che mai a causa delle politiche del governo israeliano e delle azioni dei coloni.
Secondo il documento, Israele è colpevole di “violare sistematicamente e in maniera grave” il diritto di non discriminazione e l’obbligo di proteggere la popolazione che vive sotto occupazione dal rischio di deportazione. L’insediamento israeliano nella città di Hebron è una violazione del diritto internazionale e i “coloni estremisti” rendono la vita dei Palestinesi molto difficile nella parte della città controllata da Israele (nota come zona H2).
La missione TIPH fu istituita nel 1997 come parte del Protocollo di Hebron previsto dagli Accordi di Oslo, che autorizzava il parziale ridispiegamento militare delle forze israeliane nella parte della città di cui avevano il controllo. La missione fu successivamente ampliata grazie al Memorandum di Wye River firmato nel 1998 da Benjamin Netanyahu, all’epoca primo ministro per la prima volta, e dal leader palestinese Yasser Arafat. Alcune delle persone con cui Haaretz ha parlato per questo articolo hanno espresso il timore che la pubblicazione del rapporto possa spingere Israele a rifiutarsi di rinnovare il mandato del TIPH nella città, come deve avvenire ogni sei mesi.
Durante una visita a Parigi in novembre, Netanyahu ha affermato che a dicembre avrebbe deciso “in merito al rinnovo del mandato del TIPH”. A tal proposito il premier ha subito molte pressioni da parte della destra affinché sia revocato il mandato degli osservatori.
Negli ultimi mesi, la missione del TIPH è stata al centro di polemiche per due incidenti che hanno coinvolto gli osservatori del gruppo: nel primo, uno dei dipendenti del TIPH fu filmato, secondo la polizia, mentre perforava le gomme di un’auto appartenente ad un colono, mentre l’altro ha visto protagonista un osservatore svizzero che è stato deportato da Israele per aver schiaffeggiato, a quanto pare, un giovane colono. In seguito a questi episodi, in luglio Netanyahu ha convocato il capo della missione per una riunione.
Il rapporto di quasi cento pagine era stato commissionato in occasione del ventesimo anniversario della missione. Una precedente missione internazionale era stata formata dopo che nel febbraio 1994 Baruch Goldsteind aveva assassinato 29 fedeli musulmani nella Tomba dei Patriarchi della città. Attualmente la missione consta di 64 operatori internazionali provenienti da cinque nazioni che finanziano la loro presenza: Italia, Norvegia, Svezia, Svizzera e Turchia, dopo il ritiro della Danimarca. La missione sottopone i suoi rapporti solamente ai rispettivi paesi d’origine e alle autorità palestinesi ed israeliane, senza renderli pubblici.
Il TIPH ha una reputazione controversa. Ad Hebron lo chiamano ironicamente “ Tutti gli impotenti che Pattugliano Hebron” giocando con le iniziali della missione. Tuttavia, nonostante abbia un potere limitato, il TIPH ha sicuramente una reputazione migliore di tante altre organizzazioni internazionali che operano nell’area. Le organizzazioni no-profit e per la difesa dei diritti umani che operano nella zona sono spesso accusate dalle autorità israeliane di essere anti-israeliane o di sinistra. Il TIPH è diverso: i membri della missione si incontrano periodicamente con le forze di difesa israeliane e con i funzionari dell’amministrazione civile israeliana; possono muoversi liberamente in una città nota per le sue restrizioni alla mobilità; ma, soprattutto, il gruppo ha operato ad Hebron per più di vent’anni con l’autorizzazione israeliana.
Un altro degli obiettivi della missione è quello di aiutare la promozione e la realizzazione di progetti finanziati dai paesi donatori e di incoraggiare la crescita e lo sviluppo economico della città.
“Dure e sistematiche”
Alla fine del 2017, il TIPH ha realizzato uno dei lavori più significativi dalla sua istituzione: un rapporto che include i suoi venti anni di monitoraggio e che punta i riflettori sui problemi e sulle tendenze identificate dal gruppo.
Il dossier si basa, fra l’altro, su più di 40.000 “rapporti di incidenti” compilati dagli osservatori TIPH nel corso degli anni e giunge alla conclusione che la città si sta muovendo nella direzione opposta da quella auspicata da Israele e dall’OLP nel Protocollo di Hebron.
Quest’ultimo fu firmato nel 1997 e divide Hebron in due parti: H1, l’area controllata dall’Autorità Palestinese che comprende circa l’80% della città e 175.000 Palestinesi; H2, l’area controllata da Israele in cui 500/800 coloni vivono a fianco di 40.000 Palestinesi.

Secondo il dossier, Israele sta violando il diritto di non discriminazione sancito dalla Dichiarazione Internazionale sui Diritti Civili e Politici, ratificato da Israele nel 1991. I Palestinesi che vivono nell’area sotto controllo israeliano (H2) non godono della libertà di movimento né di quella di culto, due evidenti violazioni dei loro diritti. Inoltre il TIPH afferma che Israele viola sistematicamente l’Articolo 49 della Convenzione di Ginevra (IV), che proibisce la deportazione delle persone protette (cioè quelle che vivono sotto occupazione e non sono cittadini del paese occupante) fuori dal territorio occupato.
Un diplomatico che ha avuto accesso al dossier ha riferito ad Haaretz che vi si legge: “questo diritto umano basilare è violato sistematicamente e in maniera sempre più grave ai danni dei Palestinesi di Hebron, soprattutto quelli che risiedono in H2, per quanto riguarda la mancata libertà di movimento e di culto.”
Il rapporto afferma che una “vita normale”, soprattutto nel centro storico di Hebron, all’interno dell’area H2 controllata da Israele, non si trova da nessuna parte, facendo riferimento al mandato del TIPH secondo il quale la missione “assiste nel monitoraggio e nell’impegno a mantenere una vita normale nella città di Hebron”. Inoltre, il vecchio mercato ortofrutticolo palestinese è diventato un’area militare israeliana, spesso occupata dai coloni ed utilizzata come parco giochi per i loro figli, come riportato nella relazione.
Il rapporto contesta anche certe rivendicazioni di proprietà dei terreni nel centro storico di Hebron da parte di coloni che dicono di rappresentare precedenti proprietari ebrei fuggiti od uccisi durante il massacro di Hebron del 1929. Secondo il rapporto, gli attuali coloni non hanno legami familiari con i precedenti proprietari, e la questione della proprietà di terre abitate od utilizzate da ebrei prima del 1929 non è ancora stata risolta chiaramente. A prescindere da tali rivendicazioni di proprietà, il TIPH afferma che la presenza di qualunque insediamento israeliano in Hebron è da considerarsi una violazione della legge internazionale.
Il rapporto riferisce anche che c’è un esodo dall’area H2 di quei Palestinesi che si possono permettere di trasferirsi nell’area H1, controllata dall’Autorità Palestinese, dove devono subire meno restrizioni. Secondo il rapporto, coloro che non possono o non vogliono lasciare l’area H2 sono costretti ad affrontare i “coloni israeliani radicali”, sostenuti dal governo israeliano e dalle fondazioni ebraiche all’estero.
Il rapporto avverte che la suddivisione delle responsabilità per la sicurezza nelle aree H1 ed H2 contrasta con il protocollo di Hebron ed ostacola lo spostamento di persone, beni e veicoli all’interno della città. Gli ostacoli e le barriere tra le due aree si sono trasformati in una fortificazione militare che consiste in numerosi sbarramenti e posti di blocco gestiti da forze di sicurezza israeliane, che controllano principalmente gli abitanti palestinesi.
Il rapporto evidenzia la situazione di Shuhada Street, probabilmente la più famosa strada di Hebron. Un tempo teatro di un florido mercato palestinese, oggi è priva di Palestinesi e tutte le saracinesche dei negozi sono abbassate. Secondo il rapporto, i Palestinesi non hanno ancora il permesso di percorrere la strada in auto né di attraversarne a piedi certe parti. Inoltre, negli ultimi 20 anni, il TIPH ha assistito all’estensione di tali restrizioni degli spostamenti dei Palestinesi lungo Shuhada Street ad altre zone dell’area H2.
Al contrario, gli automobilisti israeliani possono accedere a tutte le strade dell’area H2. Poco a poco, secondo quanto riportato, i coloni hanno avuto il permesso di costruire e di estendere le proprie attività di insediamento, anche su territori palestinesi. Il rapporto riferisce anche che la costruzione di infrastrutture e la manutenzione di strade, acquedotti e vie di accesso è stata concessa in via prioritaria ai coloni israeliani.
Il TIPH riferisce anche che un territorio nell’insediamento di Tel Rumeida, affittato da Palestinesi per più di una generazione, è stato chiuso secondo ordini militari israeliani ed utilizzato per scavi archeologici, finalizzati a dimostrare la presenza ebraica in quella zona fin dal primo secolo a.C..
Allo stesso tempo, dice il rapporto del TIPH, la libertà di movimento dei Palestinesi che vivono a Tel Rumeida è stata drammaticamente ridotta. Negli anni, la zona è stata chiusa e circondata da numerosi posti di blocco, con conseguenze disastrose per i suoi abitanti palestinesi. Ad esempio, non possono ricevere visitatori che non siano registrati su una lista in possesso delle guardie dei posti di blocco. Il TIPH osserva che i Palestinesi sono spesso molestati in questi posti di blocco, e che possono trasportare cibo o altri rifornimenti nelle loro abitazioni solo a piedi. Lo studio, il lavoro ed i rapporti familiari sono molto difficili per questi cittadini.
Il TIPH testimonia anche come, nel corso degli anni, siano stati tracciati sentieri e strade all’interno di aree rurali palestinesi, per creare percorsi ad uso esclusivo di devoti ebrei diretti dall’insediamento di Kiryat Arba al centro di Hebron. Inoltre, per ampliare queste strade, sono stati demoliti antichi edifici palestinesi risalenti all’era ottomana che erano situati lungo il percorso.
Gli osservatori del TIPH sottolineano anche che i Palestinesi devono affrontare numerosi ostacoli per accedere alla Moschea di Abramo, un sito religioso importante sia per i Musulmani che per gli Ebrei (vi si trova anche la Tomba dei Patriarchi). Oggi ci sono solo due accessi al luogo sacro musulmano ed i devoti sono costretti ad oltrepassare prima diversi posti di blocco controllati da Israeliani. I devoti sono perquisiti e talvolta costretti a sollevare le proprie vesti. Il muezzin, dice il TIPH, non ha il permesso di chiamare i fedeli per la preghiera del venerdì sera e del sabato a causa dello Shabbat ebraico. Gli osservatori aggiungono che, se –in un dato venerdì del 2003– circa 1600 fedeli palestinesi frequentavano la moschea, nel 2017 quel numero si è dimezzato.
Sebbene il rapporto sia molto critico nei confronti di Israele, non contiene alcuna richiesta o proposta di provvedimenti né da parte degli Israeliani né dei Palestinesi. È stato consegnato ai ministri degli esteri dei cinque stati membri contribuenti ed è stato recentemente presentato ai diplomatici in visita ad Hebron.
Haaretz ha invitato il TIPH a commentare il rapporto e ha chiesto se fossero state prese eventuali iniziative sulla base delle sue conclusioni. Un portavoce ha risposto che il loro mandato “afferma che il TIPH assiste nel monitoraggio e nell’impegno a mantenere la vita normale nella città di Hebron, in accordo con il protocollo di Hebron e con l’accordo tra le parti. I rapporti sono regolarmente sottoposti alle autorità palestinesi ed israeliane ed ai cinque stati contribuenti. Come richiesto dalle parti, tutte le informazioni prodotte dal TIPH sono strettamente confidenziali. Il TIPH ha un dialogo regolare con entrambe le parti.”
Haaretz ha chiesto all’Ufficio del Primo Ministro un commento sul rapporto e sulle sue conclusioni, ma la richiesta è stata reindirizzata al Ministero degli Esteri, che ha risposto: “Le relazioni del TIPH non sono finalizzate alla pubblicazione. Esse sono condivise con entrambe le parti secondo l’accordo che non prevede che esse siano trasmesse ad altre parti, e di certo non ai mass media. Di conseguenza, non intendiamo commentare informazioni parziali o qualunque altra pubblicazione su questo tema.”
Traduzione di Sonia Valentini e Rosaria Brescia

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