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domenica 23 agosto 2026

L’industria cinese avanza: cosa fare? - Vincenzo Comito

Il resto del mondo sta assistendo insieme con ansia e meraviglia alle crescenti prestazioni dell’industria cinese in patria e all’estero, dalla produzione dei robot umanoidi e delle auto volanti in patria sino ai 1.200 miliardi di dollari di avanzo commerciale con il resto del mondo nel 2025, con una elevata dinamica di crescita che sembra proseguire nel 2026. In effetti nei primi cinque mesi dell’anno in corso le esportazioni cinesi sono cresciute ancora del 15,3% rispetto allo stesso periodo dell’anno precedente e sembrano ancora accelerare; nel mese di maggio la crescita è stata del 19,4%. Intanto alcune previsioni stimano che entro il 2030 il peso dell’industria del paese asiatico sul totale mondiale si avvicinerà al 50%. Nel 2001 la Cina otteneva l’ingresso nell’Organizzazione Mondiale per il Commercio. Ne era seguito quello che sarà poi un vero e proprio shock in Occidente, con le merci del paese asiatico, peraltro di frequente prodotte da imprese del Nord del mondo insediate nel paese, che cominciarono a invadere i mercati occidentali a prezzi molto bassi; negli Stati Uniti in particolare ci si trovò di fronte a un China price imbattibile. Ma nell’ultimo periodo si sta assistendo a un secondo shock, ancora più temibile del primo; questa volta non si tratta di prodotti, o solo di prodotti, a basso valore aggiunto, ma di merci di alto livello tecnologico, di nuovo a prezzi che sfidano ogni concorrenza. Il panico sembra diffondersi nel resto del mondo. Nelle note che seguono cerchiamo di dare alcune informazioni soltanto su alcuni aspetti di tale fenomeno in atto.

Preliminarmente appare utile ricordare che ci sono alcune presunte regole che si davano per scontate sui manuali di economia e che sembravano apparentemente confermate sino ad oggi nella pratica. La prima prevedeva che nei processi di industrializzazione i vari paesi si specializzassero all’inizio nelle produzioni a basso costo della manodopera e a basso valore aggiunto; man mano che poi il processo di sviluppo andava avanti essi si sarebbero diretti verso produzioni a più alto valore aggiunto e a più alto costo del lavoro, abbandonando progressivamente i settori più arretrati. La seconda, messa a punto a suo tempo da David Ricardo, detta anche dei vantaggi (o dei costi) comparati, teoria alla base degli scambi internazionali, affermava che era opportuno che ogni paese si specializzasse sulle produzioni che sapeva fare relativamente meglio, su cui cioè aveva un vantaggio comparato e che provvedesse poi su queste basi a scambiare i suoi beni sui mercati internazionali; così conveniva al Portogallo produrre vino che poi poteva scambiare con i tessili inglesi; i due paesi avrebbero tratto vantaggio reciproco da tale specializzazione. La terza e forse più importante prevedeva infine che il mercato fosse più forte e più capace di orientare le scelte economiche delle imprese rispetto alla mano pubblica e alla pianificazione, che dovevano quindi lasciare al mercato stesso la massima possibilità di libera esplicazione. Per due secoli in Occidente si è affermato che il mercato era l’unico meccanismo in grado di coordinare un’economia complessa e che ogni tentativo di sostituirlo con un piano era condannato al fallimento (Arlacchi, 2026). Come si è affermato da qualche parte il mercato era un cavallo selvaggio impossibile da domare. La più evidente conferma a tale ultima legge è sembrata a suo tempo essere stata la pessima performance dell’economia dell’Unione Sovietica, rigidamente pianificata.

Lo sviluppo cinese, soprattutto negli ultimi anni, tende invece a mostrare che ci si può fare sostanzialmente beffe di tutte e tre tali presunte regole e contemporaneamente prosperare. Se guardiamo ai processi di sviluppo della Cina, essi sono andati avanti in maniera apparentemente classica, avviandosi prima nei settori tradizionali come il tessile-abbigliamento per passare poi a produzioni sempre più sofisticate, mentre il costo del lavoro aumentava piuttosto velocemente. Ma questo con alcune varianti. Intanto, mentre oggi il paese è ormai in testa o sostanzialmente alla pari con gli Stati Uniti nella gran parte dei settori avanzati (nel 2024 la spesa in ricerca e sviluppo del paese asiatico ha raggiunto quella degli Stati Uniti ed ormai la ha sorpassata) non ha però abbandonato quelli più tradizionali. Qualcuno ha fatto l’ipotesi che di questo passo la Cina paradossalmente non avrà più bisogno di importare alcunché e si specializzerà in tutto. Si tratterebbe in qualche modo di una smentita clamorosa della teoria dei costi comparati di Ricardo. Visto da un altro punto di vista, il paese tende all’autosufficienza produttiva in tutti i settori, sia per evitare le minacce sempre presenti degli Stati Uniti sia per un richiamo alla Storia del paese che ha sempre teso a tenersi distaccato dal resto del mondo. Naturalmente si tratta di un paradosso. La Cina avrà presumibilmente bisogno di importare ancora per lo meno delle materie prime e presumibilmente dei semilavorati, ma anche qualcosa nel campo dei prodotti finiti.

Come abbiamo indicato, nonostante la forte crescita dei salari nel tempo nel paese la Cina controlla ancora una storicamente inusuale quota di produzioni tradizionali a livello mondiale, superando come capacità competitive anche paesi con dei livelli di salari di diverse volte più bassi. Più in generale si può dire che le produzioni industriali possono essere in generale suddivise in quattro categorie, a bassa, media, alta tecnologia, più quelle basate sulle risorse naturali, quali le raffinerie di petrolio. Ora, tra il 2010 e il 2024 la quota di mercato cinese sulle esportazioni mondiali è cresciuta in tutte e quattro le categorie (The Economist, 2026, a). Tra le ragioni in particolare che spiegano la persistente forza dei settori tradizionali del paese asiatico stanno in primo piano l’utilizzo spinto dell’automazione, della robotica e altre innovazioni tecnologiche, poi le economie di scala, infine il fatto che nel paese ci sono rilevanti scarti di salari tra le sue varie aree geografiche (The Economist, 2026, a) e che quindi per le produzioni tradizionali si possono localizzare le fabbriche in quelle più povere. Per quanto riguarda la terza legge la Cina sembra aver trovato il giusto equilibrio tra piano e mercato, non rinunciando alla direzione cosciente dell’economia, ma ponendola su nuove e ingegnose basi, riuscendo alla fine a domare il cavallo selvaggio. Le teorie economiche tradizionali affermavano che nessuna autorità centrale sarebbe stata in grado di raccogliere ed elaborare i milioni di dati dispersi tra milioni di individui che il mercato aggrega invece automaticamente, rendendo quindi il socialismo impossibile; ma i mezzi di calcolo odierni sono ormai in grado di svolgere le due funzioni del mercato, quella di rivelare ciò che la gente desidera e decidere dove occorre investire. Tali compiti sono ora potenziati in Cina dal crescente uso dell’intelligenza artificiale. Del resto è quello che avviene in realtà già da tempo nelle grandi società americane (Arlacchi, 2026). Ma al di là della teoria, è sotto gli occhi di tutti il fatto che la Cina è riuscita nel compito di conciliare Stato e mercato, sia pure forse al prezzo di qualche più o meno moderato spreco di risorse, che presumibilmente i progressi nell’uso dell’IA dovrebbero contribuire a ridurre.

La situazione nuova portata dallo sviluppo recente dell’economia cinese può essere guardata con riferimento ai paesi avanzati dell’Asia e a quelli dell’Unione Europea. I tre paesi asiatici in argomento (Giappone, Corea del Sud, Taiwan) stanno registrando un boom economico rilevante grazie in particolare alla spinta derivante dall’IA statunitense, che richiede per andare avanti i prodotti di tali paesi. Ma il resto dell’economia del ricco Nord-Est dell’Asia si va invece deindustrializzando. La ragione di tutto questo sta nella sempre più forte concorrenza cinese (The Economist, 2026, b). Quest’ultimo paese una volta importava dell’Asia del Nord-Est componenti ad alto valore aggiunto e capitali mentre vi esportava poi i relativi prodotti finiti con un’attività di assemblaggio a basso valore aggiunto. Ma ora essa compete su tutta la catena del valore con gli altri paesi e anzi li spinge verso il deficit della loro bilancia commerciale. Auto, macchinari, batterie, prodotti chimici sono alcune delle produzioni nelle quali la Cina aumenta la pressione. I tre paesi non sembrano avere delle idee chiare su cosa fare in presenza anche di una domanda interna molto debole e in relazione anche al fatto che per decenni le loro politiche sono state orientate prioritariamente a produrre per l’export (The Economist, 2026, b).

Nel 2025 i paesi dell’UE hanno registrato un deficit commerciale complessivo con la Cina di 360 miliardi di euro, praticamente un miliardo di euro al giorno, contro i 295,8 del 2024. E i primi cinque mesi del 2026 segnano un’ulteriore, rilevante crescita del fenomeno, con un aumento delle esportazioni cinesi verso i paesi dell’area di più del 16%. Da tempo l’UE ha avviato una specie di guerra a piccoli passi verso i produttori del paese asiatico. Intanto Bruxelles ha imposto una sovratassa sulle vetture elettriche del paese asiatico; vanno poi registrate delle clausole di salvaguardia nei settori dell’acciaio e delle ferroleghe; inoltre una tassa sui piccoli pacchi, 12 milioni al giorno, che arrivano dalla Cina. Con il suo Industrial Accelerator Act, con cui la UE si è posto il ridicolo obiettivo di passare da una percentuale del 14% ad una del 20% nel 2030 per l’incidenza del settore industriale sul pil, essa condiziona tra l’altro l’accesso agli aiuti e ai mercati pubblici al rispetto di una percentuale di fabbricazione locale per certi settori ritenuti strategici. Ora con un progetto di revisione del Cybersecurity Act del 2019 si propone di sostanzialmente bloccare i fornitori provenienti dai paesi ad alto rischio in 18 settori. Intanto il Commissariato francese per il Piano propone di tassare tutte le merci cinesi al 30%, mentre singoli paesi dell’UE, dall’Italia all’Olanda, hanno adottato ulteriori provvedimenti discriminatori contro i produttori cinesi. Da rilevare che comunque l’area euro rimane complessivamente con un surplus commerciale. Bisogna poi ricordare la recente folle proposta della signora Kallas, titolare degli Affari esteri della Ue, che vorrebbe imporre sanzioni a tutti i paesi che continuano ad avere rapporti economici significativi con la Russia e quindi in particolare Cina, India, Turchia. Proposta chiaramente autodistruttiva.

In ogni caso sembrano aumentare le probabilità di una guerra commerciale tra la Cina e l’UE, anche se alcuni paesi, a cominciare dalla Germania, pensano invece che si tratti di una risposta sbagliata ad un problema reale. La UE non dovrebbe e non può permettersi di combattere una guerra commerciale con la Cina, afferma il Global Times, organo del partito comunista cinese (Global Times, 2026). In effetti il paese asiatico reagirebbe con contromisure molto pesanti, scatenando una guerra commerciale che la UE non può permettersi, vista la difficile situazione attuale della sua industria con, tra l’altro, l’ostilità totale verso la Russia e la crisi con gli Stati Uniti; combattere contemporaneamente su tutti i fronti appare difficile. Da un altro punto di vista la UE vorrebbe la transizione energetica a costi contenuti e un basso livello di inflazione, ma cerca di bloccare l’unico produttore che appare in grado di offrire tali risultati. La Cina è l’unica a possedere le tecnologie senza le quali la transizione energetica richiederà molto più tempo e costi più elevati; inoltre essa possiede i prodotti di adeguata qualità e a prezzi moderati in grado di sostenere il tenore di vita delle classi medie e popolari europee, fornendo un contributo essenziale alla lotta contro l’inflazione (Khalid, 2026). Per altro verso, la supposta minaccia cinese all’industria europea è, almeno per alcuni versi, esagerata (Sandbu, 2026). Prendiamo il caso dell’auto. Certo le esportazioni cinesi verso i paesi dell’UE sono aumentate dalle 750 mila unità nel 2023 a poco più di un milione nel 2025, ma tali vendite hanno semplicemente sostituito le importazioni da altri paesi, mentre il numero totale di auto importate nell’UE è rimasto stabile. Poi il mercato tedesco assorbe molte meno auto di prima e la frugalità di tale paese è un colpo maggiore alla sua industria dell’auto delle esportazioni cinesi. Semmai la maggiore concorrenza del paese asiatico è uno stimolo per spingere la produttività in casa. Ma il protezionismo invece permette all’industria domestica di innovare meno.

L’unica risposta ragionevole alla pretesa minaccia cinese sarebbe quella di tentare un grande accordo, come da tempo si sta verificando nello stesso settore dell’auto, dove le intese tra i produttori francesi e tedeschi con le controparti del paese asiatico sono ormai moltissime; si tratterebbe di spingere parallelamente gli investimenti in innovazione, attività nella quale i paesi dell’UE sono rimasti molto carenti nell’ultimo periodo, facendosi sopravanzare di molte lunghezze dagli Stati Uniti e dalla stessa Cina. In ogni caso, il mondo vuole i prodotti tecnologici del paese asiatico (The Economist, 2026, c).

Testi citati nell’articolo:
– Arlacchi P., Cina, Socialismo e IA contro Occidente, Il fatto quotidiano, 27 maggio 2026
– Global Times, China firmly opposes EU’s discriminatory practices, vows necessary measures to protect Chinese firms, www.globaltimes.cn, 22 gennaio 2026
– Khalid I., Why the world needs a China shock 2.0, 
www.asiatimes.com, 7 maggio 2026
– Sandbu M., Europe is running from a phantom China threat, 
www.ft.com, 1 giugno 2026
– The Economist, The pterodactyl’s downdraft, 23 maggio 2026, a
– The Economist, Boom and bust, 30 maggio 2026, b
– The Economist, The world wants Chinese tech, 25 aprile 2026, c

da qui

giovedì 6 novembre 2025

Primi passi verso un nuovo ordine mondiale? - Vincenzo Comito

 

Ormai sembrano quasi tutti d’accordo sul fatto che il vecchio ordine mondiale, varato nel dopoguerra e governato da allora dagli Stati Uniti con un corteo di vassalli – dai paesi dell’Unione Europea, a Canada, Giappone, Australia, Nuova Zelanda, Corea del Sud –, non solo traballa, ma sembra perdere pezzi consistenti ogni mese che passa, grazie anche all’accelerazione impressa al processo dallo stesso Trump. Per altro verso, si percepisce chiaramente il fatto che viviamo in un’epoca di difficile transizione, periodo nel quale il vecchio ordine non riesce più a governare le cose e uno nuovo non riesce ancora, dal canto suo, ad emergere adeguatamente, ciò che porta a disordini e confusione. Si può a questo proposito ricordare ad esempio che la crisi del 1929 fu causata almeno in parte dal fatto che la Gran Bretagna non aveva ormai più la forza necessaria per gestire gli avvenimenti, mentre gli Stati Uniti non l’avevano ancora. Bisognerà attendere la seconda guerra mondiale perché il passaggio delle consegne si verifichi e perché gli Stati Uniti abbiano ormai la capacità necessaria a governare le cose del mondo.

Riconoscendo tutti che viviamo un periodo di transizione, meno d’accordo ci si trova su verso quale indirizzo ci stiamo comunque dirigendo e su quale dovrebbe o potrebbe essere il nuovo assetto del potere mondiale. Da più parti ci si rende comunque conto che il futuro non si dovrebbe configurare almeno completamente come il secolo della Cina, paese pure in forte crescita sui fronti commerciale, economico, tecnologico, militare; e questo anche per la grande riluttanza, anzi lo scarso interesse, del paese asiatico verso l’ipotesi di diventare il nuovo paese dominante, sostituendo gli Stati Uniti. Una delle poche cose su cui quasi tutti sono di nuovo d’accordo è invece che, in ogni caso, di fatto nei prossimi decenni Cina e Stati Uniti saranno ancora e di gran lunga le potenze più importanti del mondo, forse con l’aggiunta dell’India, che dovrebbe, tra 10-15 anni, superare anch’essa il pil degli Stati Uniti, utilizzando almeno nel calcolo dello stesso pil il criterio della parità dei poteri di acquisto. Purtuttavia chi scrive pensa che, anche se i futuri assetti dell’ordine mondiale non sono ancora configurabili con chiarezza, nuove piste si stanno comunque aprendo giorno per giorno, sia pure tra molte difficoltà, attraverso dei passi che, messi insieme, potrebbero indicare, almeno in parte e non senza qualche ambiguità e qualche confusione, l’indirizzo che il mondo sta prendendo. Nel testo che segue proviamo a indicare alcuni dei movimenti che sembrano andare verso una nuova direzione delle cose del mondo.

Il processo di dedollarizzazione. La costruzione di un nuovo ordine del mondo non può prescindere da un forte ridimensionamento del peso del dollaro e dei circuiti finanziari globali controllati dagli Stati Uniti (mercati finanziari, circuiti bancari con lo Swift, monete di regolamento degli scambi internazionali, valute di riserva delle banche centrali ecc.). Ma è evidente che la costruzione di un nuovo sistema finanziario sarà un processo lungo e difficile. La stessa Cina, plausibilmente la maggiore interessata al raggiungimento di tale obiettivo, almeno sino a ieri si è mossa con molta cautela in tale direzione. Ma negli ultimi mesi il processo sembra in qualche modo accelerare. Nel mondo tendono ora a moltiplicarsi le iniziative volte a ricercare attivamente dei nuovi assetti finanziari. Citiamo in questa sede soltanto alcuni casi tra i tanti.

Il PIX brasiliano. Nel novembre del 2020 è stato lanciato in Brasile il programma PIX, un servizio di pagamenti istantaneo e gratuito via smartphone che i brasiliani possono usare per fare acquisti, pagare le bollette e le consumazioni al bar. In precedenza almeno 30 milioni di essi non avevano accesso ai servizi bancari, mentre il nuovo sistema permette anche a loro di operare delle transazioni finanziarie. Il servizio ha avuto un grande successo ed è stato adottato da circa l’80% della popolazione. Esso conta oggi per circa la metà delle transazioni finanziarie e tale quota sembra destinata ad aumentare. Ma l’amministrazione Trump sta investigando il sistema, accusandolo di andare contro gli interessi Usa e di fare una concorrenza sleale verso le banche e la società finanziarie statunitensi come Visa e Apple (Ionova, 2025). Inoltre, dato che il PIX protegge i dati dei consumatori che raccoglie, gli Usa accusano anche il fatto che le imprese Usa non possono più usare tali informazioni per prendere decisioni e creare nuovi prodotti.

L’Asean. L’Asean è l’associazione dei paesi del Sud-Est asiatico che collabora per uno sviluppo comune e che rappresenta oggi una tra le più importanti aree di libero scambio del mondo. Partita inizialmente con l’occhio centrato soprattutto verso l’Occidente, essa ha poi volto i suoi interessi prevalentemente verso Pechino. Oggi il livello di scambi tra la Cina e il raggruppamento appare superiore a quello tra gli Stati Uniti e l’Unione Europea. Le cifre indicano che in effetti gli scambi tra la Cina e i paesi dell’Asean hanno superato nel 2024 i 900 miliardi di dollari, mentre quelli degli Stati Uniti con il raggruppamento asiatico si sono fermati a circa la metà, ai 453 miliardi. E nei primi sette mesi del 2025 sempre quelli con la Cina sono ancora aumentati di quasi il 10%. Ora, nel maggio di quest’anno i paesi dell’area, insieme a Cina, Giappone e Corea del Sud, hanno approvato un nuovo meccanismo (denominato CMIM Rapid Financing Facility) per offrire aiuto finanziario alle economie che si trovano ad affrontare difficoltà nella loro bilancia dei pagamenti. Ma appare importante rilevare che, al contrario di quanto accadeva in passato, il meccanismo non farà riferimento al dollaro, ma allo yuan cinese e ad altre valute regionali (Sartorelli, 2025).

Il BRICS Pay. Sta prendendo forma all’interno del raggruppamento dei Brics, dopo molte esitazioni dell’India e della stessa Cina e prima della creazione di una valuta vera e propria, l’idea dello sviluppo di un sistema di pagamenti alternativo, denominato Brics Pay. Si tratta di un modello digitale che consente ai vari paesi di regolare le transazioni in valuta locale in modo diretto, riducendo la dipendenza dal dollaro e dal sistema Swift. Il vertice dei Brics del luglio scorso ha segnato la consacrazione politica del progetto (Corrado, 2025). L’obiettivo comune non è comunque, almeno per il momento, quello di sostituire il dollaro, ma di costruire un sistema parallelo, più autonomo. Il progetto va avanti sia pure lentamente e con cautela.

Kenya-Cina. Il Governo del Kenia, che dieci anni fa aveva ricevuto dalla cinese Exim Bank un prestito di 5 miliardi di dollari per la costruzione di una ferrovia, ha ora ottenuto di convertire tale prestito in yuan, con l’obiettivo di risparmiare sugli interessi e di puntare a una diversificazione monetaria rispetto all’esposizione al dollaro. Operazioni di diversificazione di questo tipo sono poi allo studio in diversi altri paesi africani (Magnani, 2025).

Rcep. Al momento del suo varo, nell’ottobre del 2020, la Regional Cohomprensive Economic Partnership (RCEP) aveva 15 paesi membri: i dieci paesi associati nell’Asean, raggruppamento dei paesi del Sud-Est asiatico, cui abbiamo già fatto cenno, più Cina, Giappone, Corea del Sud, Australia, Nuova Zelanda; l’India aveva rifiutato a suo tempo di aderirvi (ma essa ha un invito permanente a entrarvi quando vorrà) e lo stesso avevano fatto gli Stati Uniti. Si tratta del più grande accordo di libero commercio del mondo e l’iniziativa ha avuto successo nel tempo. Tale successo appare confermato dal fatto che quattro nuove nazioni hanno ora chiesto di entrarvi (il Bangladesh, lo Sri-Lanka, Hong Kong e il Cile). La pressione tariffaria e di altro genere di Trump c’entra sicuramente. Certamente poi diversi altri paesi chiederanno nel prossimo futuro di aderirvi. Si mettono così progressivamente in piedi delle organizzazioni internazionali molto importanti che tendono a vedere la Cina come attore principale ma non dominante e a non vedere invece al loro interno la presenza degli Stati Uniti e dell’UE.

La rotta dell’Artico. Si è aperta da qualche settimana ed è ora in pieno funzionamento una connessione marittima tra la Cina e l’Europa attraverso l’Artico, denominata China-Europe Artic Express; la rotta attraversa in effetti l’Oceano Glaciale Artico invece dell’Oceano Indiano. Essa riduce nella sostanza di circa la metà i tempi di percorrenza delle navi su tale rotta (18 giorni invece di 25-28) e i costi di consegna delle merci rispetto alla rotta tradizionale attraverso il canale di Suez. Una nave ha già completato con successo nell’ottobre del 2025 il primo viaggio, dalla Cina a un porto inglese, in 20 giorni. La rotta è attualmente navigabile solo per alcuni mesi all’anno, ma si prevede che con i processi di riscaldamento globale in atto e con il miglioramento delle tecniche costruttive delle navi essa lo sarà sempre più (Casari, 2025). Dal punto di vista tecnico essa si appoggia, tra l’altro, sull’esistenza di 43 rompighiaccio di proprietà della Russia, mentre gli Stati Uniti, che ne posseggono pochissimi, si stanno ora preoccupando di commissionarne una decina ai cantieri finlandesi. La nuova iniziativa contribuirà nel lungo termine alla possibile perdita di centralità del canale di Suez e dei porti mediterranei a favore dell’estremo Nord, consolidando tra l’altro l’asse geopolitico tra Mosca e Pechino. Incidentalmente, questo fatto nuovo ricorda alla lontana un’altra perdita di centralità nella storia del Mediterraneo e dell’Italia in particolare quando, dopo la scoperta dell’America, i traffici si diressero verso le nuove rotte atlantiche e si ridusse molto fortemente l’importanza dei paesi che si affacciavano sul mare nostrum, sino ad allora e da molto tempo al centro dell’economia europea. Con la nuova rotta perderanno molto peso gli Stati Uniti, che sino ad oggi controllavano le rotte marittime ed in particolare gli stretti attraverso i quali passa la gran parte del commercio mondiale (Casari, 2025). Ma intanto il primo armatore marittimo al mondo, la Msc, i cui traffici vengono certamente minacciati dalla novità, emette dei comunicati in cui si preoccupa delle conseguenze ecologiche della nuova rotta… (Redazione Shipping Italy, 2025). Ma in realtà, con la nuova rotta il livello di emissioni inquinanti, almeno secondo alcune valutazioni, si ridurrebbe del 30%.

Il mondo alla rovescia. Molti ricordano un libro di Arghiri Emmanuel, Lo scambio ineguale, pubblicato in Italia nel 1972, che analizzava il rapporto squilibrato che si registrava negli scambi tra il Nord ed il Sud del mondo, tutto a favore dei primi. Si registrava così un trasferimento di profitti continuo verso questi ultimi. Negli ultimi tempi si registrano degli episodi che tendono a ribaltare la situazione. Già nel 2022 un gruppo di ricercatori francesi analizzava il paradosso di un’Europa diventata una colonia agricola (Allaire ed altri, 2022). La Commissione di Bruxelles, attraverso la politica agricola comune, secondo gli autori della ricerca, sovvenziona una grande produzione di cereali e di oleaginose destinate per la gran parte all’alimentazione animale. Per produrli si utilizzano degli input provenienti in modo signidicativo da paesi extraeuropei; la gran parte delle aziende agricole è poi meccanizzata e occupa pochi addetti, mentre le produzioni sono a debole valore aggiunto. Una gran parte delle stesse viene esportata verso paesi come la Cina, mentre l’Europa acquista dal paese asiatico invece produzioni industriali ad elevato valore aggiunto. Così per la prima volta l’Europa mantiene in piedi uno scambio ineguale a lei sfavorevole. Il mondo gira… È passato poi sotto silenzio un secondo fatto: per avviare in maniera adeguata la sua nuova fabbrica di auto elettriche negli Stati Uniti, Elon Musk è stato obbligato qualche tempo fa a far venire un certo numero di tecnici specializzati dalla Cina. I locali non erano del tutto in grado di farlo. E veniamo a tempi più recenti. I media ci informano che la cinese Catl, in joint venture con Stellantis, sta avviando la costruzione in Spagna di una grande fabbrica di batterie con un investimento stimato in più di 4 miliardi di euro. Ora, per gestire l’iniziativa, Catl invierà nel paese europeo circa 2000 lavoratori cinesi; la notizia sottolinea i grandi gap nelle capacità tecniche e nel know-how dell’Europa nelle batterie per i veicoli elettrici rispetto alla stessa Cina (Jopson ed altri, 2025). Anche nel caso di un impianto similare, ma di più modeste dimensioni, costruito sempre da Catl, questa volta in Germania, si è verificato lo stesso fatto, come del resto è previsto anche per la costruzione di una più grande fabbrica in Ungheria.

Il patto tra Arabia Saudita e Pakistan. La notizia ha apparentemente colto di sorpresa molti. In settembre il Pakistan e l’Arabia Saudita hanno firmato un patto di mutua difesa, peraltro dai contorni relativamente vaghi, o comunque non divulgati. Da notare che il Pakistan possiede la bomba nucleare e che quindi si è pensato che il patto comprenda il sostegno atomico dello stesso Pakistan alla controparte. Diversi osservatori mettono in relazione la conclusione del patto con le invasive e allarmanti iniziative belliche di Israele e all’imprevedibilità di quelle di Trump e al suo sostegno apparentemente senza condizioni alla stessa Israele. L’iniziativa sembra così segnare per qualche verso un raffreddamento degli stretti rapporti dell’Arabia Saudita con gli Stati Uniti – o almeno un avvertimento agli stessi da parte del paese arabo, sul fatto che il paese ha altri amici nel mondo (Srivastava, Jilani, 2025) – e un silenzioso avvicinamento alla Cina, stretto alleato dello stesso Pakistan. È difficile dire se la firma del patto segna la fine dell’egemonia statunitense nel Medio Oriente, come suggeriscono alcuni commentatori. In difficoltà sembra comunque ora trovarsi l’India, sino a ieri in rapporti cordiali con l’Arabia Saudita e acerrima nemica del Pakistan. Per altro verso l’Arabia Saudita sta negoziando un nuovo patto militare con gli stessi Stati Uniti. Va peraltro segnalato che il Pakistan sta migliorando i suoi rapporti con gli Usa, cui sta, tra l’altro, offrendo la possibilità di costruire una grande base portuale sul mare Arabico; l’area si trova a 100 miglia dal confine con l’Iran e a 70 dal grande porto di Gwadar gestito dai cinesi. Il Pakistan offre poi agli Stati Uniti, oltre al sostegno al suo piano per Gaza, anche l’accesso a minerali critici presenti nel suo suolo. Questo sembra indicare una certa ambiguità presente complessivamente nella partita.

Conclusioni. I casi ricordati sembrano segnare, non senza qualche ambiguità e incertezza, una tendenza alla costruzione nel mondo di rapporti interstatali e di infrastrutture che prescindono dagli Stati Uniti e dall’UE e anzi si configurano come un’alternativa al vecchio potere egemone in atto sino a ieri. Di particolare rilievo appaiono i tentativi di dedollarizzazione, di cui abbiamo indicato alcuni esempi. Tale tipo di iniziative che prescindono dall’Occidente tendono apparentemente a moltiplicarsi nell’ultimo periodo.

 

Testi citati nell’articolo
– Allaire G. e altri, Pourquoi l’Europe est une colonie agricole, Le Monde, 9-10 gennaio 2022
– Casari F., Russia, Cina e la rotta dell’Artico, www.altrenotizie.org, 21 settembre 2025
– Corrado D., BRICS Pay: la nuova infrastruttura finanziaria del mondo multipolare?, ISPI, Roma, 15 luglio 2025
– Jopson B. e altri, China sends 2.000 workers to build battery power in Europe, www.ft.com, 27 settembre 2025
– Ionova A., Brazil has a new digital spending habit. Now it’s a Trump target, 
www.nytimes, 29 settembre 2025
– Magnani A., Africa, così la conversione dollaro-yuan può offrire sollievo al debito estero, Il Sole 24 Ore, 11 ottobre 2025
– Redazione Shipping Italy, Msc in contrasto con la Cina; no ai passaggi per la rotta artica, Newsletter Shipping Italy, 30 settembre 2025
– Sartorelli G., L’Asean si prepara a “un futuro commerciale che non dipenderà dagli Stati Uniti”, www.contropiano.com, 2 ottobre 2025
– Srivastava M., Jilani H., Petrodollars and the “Islamic bomb”: how a Saudi Paskistan pact was forged, www.ft.com., 19 settembre 2025

da qui

sabato 9 marzo 2024

Guerra al lavoro, uberizzazione - Vincenzo Comito

 

L’innovazione, la globalizzazione, l’intelligenza artificiale favoriscono una minoranza di privilegiati e una degradazione della condizione dei lavoratori. Che non possono contare che su sé stessi in caso di infortunio, malattia, gravidanza; niente sanità, niente pensione, ma solo una feroce concorrenza

Negli ultimi decenni abbiamo assistito a delle grandi trasformazioni nel mondo del lavoro. Viste dall’Europa, tali trasformazioni appaiono complessivamente negative, ma se guardiamo dal punto di vista globale il quadro tende a farsi almeno un poco più sfumato.  Dall’avvento della Thatcher in Gran Bretagna e di Reagan negli Stati Uniti (simboli eloquenti della loro azione sono la lotta feroce della prima contro i minatori e del secondo contro i controllori di volo), l’attacco frontale al mondo del lavoro ha assunto nuovo vigore, trascinando in un ruolo attivo contro il lavoro anche importanti forze politiche un tempo di sinistra e lasciandosi progressivamente dietro molte delle conquiste del dopoguerra. In Occidente tale attacco, del resto ancora in atto, è stato reso possibile oltre che dalle pessime decisioni assunte dalla politica, anche dallo sviluppo dei processi di globalizzazione e da quelli di innovazione tecnologica.

 

Gli effetti della globalizzazione e dell’outsourcing

Un grande fattore di trasformazione del mondo del lavoro negli ultimi decenni sono stati indubbiamente i processi di globalizzazione, che hanno portato alla fine a risultati in parte diversi da quelli che sperava di ottenere chi li aveva innescati.

La coppia globalizzazione-outsourcing è stata avviata in diverse ondate dagli Stati Uniti, da governo e imprese mano nella mano, e più in generale dai paesi ricchi, con diversi obiettivi: intanto quello di espandere e di approfondire la presa economica, ma anche politica e ideologica, sul mondo, poi quella di ridurre i costi di produzione, approfittando in particolare del bassissimo livello dei salari nei paesi del Terzo Mondo, a fronte di una forza lavoro che in quei paesi andava tra l’altro scolarizzandosi, insieme, soprattutto in alcuni di essi, a una certa dotazione di infrastrutture funzionali a rendere efficiente il processo di delocalizzazione.

Inoltre essa mirava a ridurre la forza delle organizzazioni sindacali nei paesi ricchi e a tenervi sotto controllo in ogni caso i salari e le condizioni di lavoro.

Questa espansione non sarebbe stata possibile senza un parallelo processo di innovazione tecnologica, dall’evoluzione del trasporto marittimo e aereo, con un forte abbattimento dei costi e un miglioramento dell’efficienza dei relativi servizi, dalla modernizzazione delle tecnologie di comunicazione, con il parallelo, da un certo momento in poi, prodigioso sviluppo di internet.

Attraverso una grande espansione dei commerci e degli investimenti dei paesi ricchi verso quelli meno avanzati, un certo numero di imprese occidentali hanno visto certamente crescere le loro vendite, i loro profitti, la loro forza finanziaria, ma alcuni risultati, che sono sotto gli occhi di tutti, appaiono invece piuttosto inaspettati.

Molti paesi, in particolare in Asia, a partire prima dalle cosiddette “tigri asiatiche”, poi subito dopo dalla Cina, hanno visto, grazie all’arrivo degli investimenti e del know-how occidentale, un prodigioso sviluppo dell’economia e in parallelo dell’occupazione; il processo ha contribuito a far uscire dalla miseria molte centinaia di milioni di persone in Cina e in diversi altri paesi. Certo, non tutto è stato rose e fiori, come ad esempio ha mostrato qualche anno fa la tragedia dei lavoratori tessili del Bangladesh, ma complessivamente l’apertura dei mercati ha portato grandi benefici ai paesi del Sud, sia pure in maniera diseguale, sul fronte del lavoro e dell’economia in generale.

Il trasferimento delle attività industriali al Sud, al di là dei vantaggi di relativamente ristrette oligarchie, ha avuto al Nord effetti alquanto negativi. Interi settori industriali sono emigrati dal Nord al Sud e oggi è l’Asia a essere al centro dello sviluppo industriale.

Oggi i paesi del Terzo Mondo controllano il 60% del PIL mondiale con tendenza alla crescita; fra qualche anno saremo probabilmente al 70%. Di più, i paesi del Sud hanno appreso a governare le tecnologie più innovative; il caso più emblematico è quello dei chip, la produzione dei quali, in particolare di quelli più avanzati, oggi è controllata per la gran parte da Taiwan e Corea del Sud, mentre più del 50% del mercato mondiale si colloca in Cina.

Parallelamente abbiamo assistito a una rilevante desertificazione industriale in diversi paesi del Nord, dagli Usa alla Francia alla Gran Bretagna; in Italia, come al solito, la cosa si è manifestata più tardivamente, ma dal 2008 a oggi il nostro paese ha visto svanire i due quinti del suo sistema industriale (Bricco, 2023). Negli Stati Uniti, milioni di addetti hanno perso il lavoro e una parte della classe media è entrata in crisi, mentre il tentativo degli ultimi tempi per riavviare un processo di reindustrializzazione del paese si scontra con la mancanza di know-how e di una manodopera adeguata, nonché con costi esorbitanti (produrre chip in Usa costa oggi dal 50 al 60% in più che nei paesi asiatici). E’ aumentata la povertà, si sono diffusi alcolismo, droga, suicidi, negli strati più bassi della popolazione.

Anche in seguito a tali processi si è registrata nei paesi del Nord del mondo una rilevante perdita di peso e di forza delle organizzazioni sindacali, in particolare in Europa. Tale processo di degrado si è svolto con la complicità, spesso attiva, della gran parte dei governi, come abbiamo già accennato, da Reagan alla Thatcher, sino al nostro Renzi, con il suo terrificante jobs act, forse il punto più basso di un partito “progressista” in un paese rassegnatosi al declino.

La spinta dei processi di globalizzazione ha contribuito a ribaltare anche l’ordine internazionale uscito dalla fine della seconda guerra mondiale e a mettere al centro dei processi economici e tendenzialmente politici in particolare l’Asia, mentre l’Occidente riesce sempre meno a imporre la sua volontà al mondo.

 

L’impatto dell’innovazione tecnologica sul mondo del lavoro

Un’altra grande forza che influenza il mondo del lavoro è costituita ovviamente dall’innovazione tecnologica, oggi sotto la doppia veste digitale ed energetica. Ricordiamo, preliminarmente, che le trasformazioni tecnologiche non sono neutrali, ma sono sospinte dagli interessi di chi le controlla, in particolare da pochi gruppi oligarchici a livello mondiale, in collegamento con un mondo politico al loro servizio e che tali processi, d’altra parte, interagiscono con quelli ricordati sopra di globalizzazione-outsourcing.

Ripercorrendo in estrema sintesi la storia del dopoguerra, abbiamo assistito, già alla fine degli anni Cinquanta e all’inizio degli anni Sessanta del Novecento, a un primo sviluppo dei processi di automazione, mentre anche in Europa si diffondevano le metodologie di organizzazione del lavoro tayloristiche, portando tra l’altro a quello che uno studioso dell’epoca, Georges Friedmann, chiamò le travail en miettes (in un testo la cui prima edizione risale in Francia al 1956). Più recentemente arrivarono i computer e l’informatica, che porteranno poi alla rivoluzione digitale, tra l’altro con lo sviluppo di internet e derivati, mentre parallelamente avanzerà un nuovo livello di automazione nelle fabbriche.

Oggi registriamo lo sviluppo folgorante dell’IA, ma ci sono anche delle altre importanti novità; intanto per quanto riguarda i processi di automazione, si stanno sviluppando robot più leggeri e più flessibili, più veloci e meno cari. Poi c’è la stampa a 3D, che avanza e di cui si parla ancora poco. In alcuni impianti americani e cinesi si può ormai fabbricare una vasta gamma di oggetti, dalle parti per aerei alle pareti degli edifici, passando da una produzione all’altra in pochi minuti cambiando quasi soltanto il software. Ricordiamo infine come il settore agricolo tenda a essere investito da un’ondata di innovazioni che potrebbero portare a un suo drastico ridimensionamento; si va dalla carne, dal latte e dai formaggi prodotti in laboratorio, alle fabbriche verticali di frutta e verdura, mentre gli scienziati cinesi hanno annunciato qualche tempo fa la sintesi dell’amido in laboratorio, scoperta che potrebbe portare alla produzione anche dei cereali in fabbrica. Tale trasformazione comporterà inevitabilmente anche grandi mutamenti nel lavoro agroindustriale.

 

 La qualità del lavoro: l’uberizzazione

Mentre gli studiosi dibattono sulle conseguenze dell’innovazione tecnologica in merito alla quantità di lavoro disponibile, sulla dimensione qualitativa del problema ci sono pochi dubbi. L’innovazione tecnologica e la globalizzazione, nonché il rifiuto di governarla da parte dei governi, se favoriscono in Occidente una ristretta minoranza di privilegiati, comportano contemporaneamente una degradazione della condizione di gran parte dei lavoratori e questo su molti versanti.

Intanto siamo da tempo di fronte a un vasto processo che qualcuno ha chiamato di “uberizzazione” del lavoro. Le attività di società come Uber e altre operanti nel settore della cosiddetta sharing economy non rappresentano tanto un’innovazione vera e propria sul mercato del lavoro, quanto il punto culminante di un trend di lungo periodo. Già prima della fondazione della società sopra citata, l’economia degli Stati Uniti si stava nella sostanza “uberizzando”, con decine di milioni di americani coinvolti in qualche forma di lavoro precario. In un paese come la Gran Bretagna, poi, circa il 15% della forza lavoro è oggi impiegata nel settore.

Le principali imprese della sharing economy, nella loro politica verso gli addetti alle varie attività, sostengono il principio di base che il loro ruolo è di semplici intermediari tra i clienti e i fornitori dei servizi e che quindi questi ultimi sono a tutti gli effetti lavoratori autonomi. Così le persone non possono che contare su sé stesse in caso di infortunio, malattia, gravidanza, ecc.; quindi niente contributi sociali, niente servizio sanitario, niente pensione, niente vacanze pagate, ma solo una feroce concorrenza tra individui atomizzati, in una gara verso il baratro. Siamo di fronte, insomma, a un precariato generalizzato. La disponibilità di sofisticati programmi informatici permette ai padroni di controllare a ogni istante le prestazioni dei lavoratori e di esercitare pressioni molto forti sul loro comportamento.

In diversi paesi alcuni tribunali sono intervenuti contestando la visione delle imprese e assicurando a una parte dei lavoratori del settore i loro diritti o almeno alcuni di essi. Ma per la gran parte delle persone i problemi restano.

Molti lavori anche impiegatizi sono sempre più suddivisi in decine di mansioni singolari, attribuiti per ogni singola componente a lavoratori volenterosi che operano in qualsiasi parte del mondo e capaci di offrire il prezzo più basso. Il sito più noto a questo proposito è il Mechanical Turk di Amazon, che offre costantemente la possibilità di svolgere una miriade di piccole attività di livello quantitativo estremamente ridotto. Basta possedere un collegamento internet. Il lavoro praticamente è fatto letteralmente a pezzi (Comito, 2023). Ne “approfittano” soprattutto i lavoratori poveri dell’Africa e dell’Asia.

Per quanto riguarda la qualità del lavoro in Francia il CNIL, la commissione nazionale dell’informatica e delle libertà del paese, ha sanzionato la filiale Amazon incaricata dei depositi logistici locali del gigante americano, condannandola a un’ammenda di 32 milioni di euro per il fatto che società ha messo in funzione un sistema di sorveglianza elettronico dell’attività e delle prestazioni dei salariati della società eccessivamente intrusivo e che esercita una pesante pressione continua sui lavoratori. Il CNIL rimprovera anche alla società il fatto che, contrariamente alle norme in vigore nel paese, essa conserva per più di 31 giorni i dati riguardanti ogni salariato (Dèbes, Boone, 2024).

Sempre facendo riferimento al caso transalpino, quasi una persona su cinque nel settore non agricolo del paese è remunerata con il salario minimo (oggi uguale a 11,65 euro), contro soltanto il 12% agli inizi del 2021 (Madeline, 2024).

In Francia come in diversi altri paesi europei sta inoltre crescendo il numero dei lavoratori poveri, che hanno cioè molte difficoltà ad arrivare alla fine del mese. Sempre in Francia diverse organizzazioni, dall’Agenzia per il miglioramento delle condizioni del lavoro (Anact), all’Istituto nazionale di ricerca e di sicurezza (INRS), all’Associazione per l’impiego dei quadri (Apec), studiano il futuro del lavoro all’orizzonte 2050 (Rodier, 2024). In generale tali centri prefigurano un quadro a tinte scure del futuro, individuando un’intensificazione della “ripetibilità” dei compiti, una ulteriore destabilizzazione dell’impiego salariale, una distruzione di posti di lavoro, nonché una fragilizzazione della dignità del lavoro.

Intanto si torna indietro anche su qualche altro aspetto delle condizioni di lavoro. Il primo ministro francese annuncia in queste settimane un altro giro di vite inflitto alle indennità di disoccupazione, dopo che i diritti dei lavoratori sono stati ristretti in passato diverse volte a seguito dell’arrivo al potere nel paese di Macron.

Bisogna comunque ricordare che il degrado della qualità del lavoro con l’avanzamento delle tecnologie non appare per alcuni aspetti un processo del tutto inevitabile. Si ricordano a questo proposito gli esempi di Germania e Svezia, paesi dove in certi casi i poteri pubblici hanno impostato programmi di intervento che permettono di salvaguardare la qualità del lavoro e di conservare molte attività a rilevante qualificazione anche in presenza dello sviluppo delle tecnologie.

Ma il degrado delle condizioni di lavoro non è da collegare soltanto allo sviluppo delle tecnologie. Ricordiamo che già da decenni abbiamo assistito all’introduzione dei metodi in senso lato tayloristici anche nel settore impiegatizio e anche nel campo dei servizi. Si va in direzione dell’eliminazione di tutti i “tempi morti” e dei “costi inutili”, si intensificano i ritmi, si aumentano i controlli; il “dimagrimento” degli effettivi e altri tipi di “compressione” dei posti di lavoro riducono gli effettivi, mentre delle grandi porzioni di attività vengono trasferite in outsourcing e mentre le fusioni e le riorganizzazioni cercano anch’esse i “doppioni” (Magnette, 2024).

 

Si ridurrà la quantità di lavoro?

Le ricerche francesi sopra citate ci introducono anche al tema della quantità dell’offerta di lavoro. Si può ricordare l’esistenza di due scuole di pensiero, una, maggioritaria, che pensa che le conseguenze dello sviluppo tecnologico saranno quelle di una progressiva riduzione del numero dei posti di lavoro e di una forte polarizzazione tra una fascia ridotta di lavori molto qualificati e una maggioritaria di lavori dequalificati; l’altra impostazione minoritaria, che pensa invece che a fronte dei posti di lavoro che scompariranno ne saranno creati altrettanti in nuovi settori.

Anche considerando l’ipotesi ottimistica, ricordiamo che al tempo della prima rivoluzione industriale la contestazione delle macchine da parte dei luddisti per la paura di perdere posti di lavoro sia stata smentita dai fatti. In effetti, l’evento alla fine procurò nuovo lavoro in misura almeno eguale se non maggiore di quello che andò perduto, il processo non fu comunque indolore e il passaggio non fu certo istantaneo; per arrivarci infatti ci vollero molti decenni di sofferenze per i soggetti interessati. E comunque la situazione oggi appare più problematica di allora, essendo gli attuali sviluppi tecnologici molto più pervasivi (Comito,2023).

Incidentalmente va ricordato che, in un testo diventato presto un classico sul mondo del lavoro, E.P. Thompson (Thompson, 1963) sottolinea come i luddisti non erano, come è stato invece tramandato, dei ciechi oppositori all’introduzione delle macchine, ma che essi lottavano invece contro la libertà dei capitalisti di distruggere la condizione lavorativa, in termini di salari come di pratiche tecniche e organizzative in fabbrica.

Naturalmente, il problema della riduzione anche drastica dei posti di lavoro sarà in futuro attenuato in qualche misura dai nuovi tipi di attività che potranno nascere; comunque per riorientare i lavoratori verso i nuovi mestieri ci vorrà un rilevante sforzo di formazione.

La via per cercare di ridimensionare gli sviluppi più dirompenti dei processi descritti passa per la riduzione dell’orario di lavoro, processo che qualcuno sta tentando, mentre bisognerebbe poi considerare che le trasformazioni sopra descritte saranno lente nel tempo e che questo faciliterà l’opera dei poteri pubblici per governare in qualche modo la questione. Nel prossimo futuro la riduzione dei posti di lavoro indotta dalla tecnologia sarà contrastata dalla caduta del tasso di natalità della popolazione, in particolare nei paesi ricchi.

Il caso più rilevante e più immediato a questo proposito riguarda il Giappone, paese dove la situazione appare difficile, poiché la caduta della natalità si è manifestata con maggiore forza che in altri paesi (Inagaki, 2024). Qui non si riesce più ad assicurare i servizi essenziali su cui contare per mantenere lo stile di vita delle persone e le infrastrutture sociali. Secondo l’RWI (Recruit Work Institute) si prevede che nel 2040 mancheranno nel paese 11 milioni di persone rispetto a quanto sarebbe necessario per far girare l’economia. Dopo aver aumentato il ricorso all’impiego delle donne e al prolungamento dell’età di lavoro delle persone, misure che si sono rivelate insufficienti, si sta ora cercando di ricorrere, tra l’altro, alla robotica e all’IA, nonché per la prima volta all’ingresso nel paese in maniera massiccia dei lavoratori di altri paesi asiatici. Si è superato, alla fine del 2023, il numero di due milioni di stranieri nella forza lavoro locale, un record nazionale. Rimanendo in Asia, potrebbe succedere che a un percorso simile sia destinata in un prossimo futuro anche la Cina.

 

Il lavoro al tempo dell’IA

Una particolare attenzione viene rivolta in questo momento più in generale, non a torto, allo sviluppo dell’IA e alle sue conseguenze.

Un recente studio del Fondo Monetario Internazionale mostra che almeno il 40% dei lavori attuali saranno toccati da tali processi, ma con la differenza che nei paesi sviluppati si raggiungerà il 60% degli stessi, mentre in quelli più poveri il 26%. Sempre secondo l’FMI, l’IA abbassa i salari e anche la domanda di lavoro, mentre peggiora le già elevate diseguaglianze. Uno studio parallelo di Goldman Sachs indica che l’IA può sostituire l’equivalente di 300 milioni di posti di lavoro a tempo pieno nel mondo e che comunque saranno avvantaggiati i lavori ad alta remunerazione e quelli dei giovani, mentre saranno penalizzati i lavoratori a basso reddito e quelli più anziani (Rodier, 2024).

Sembra in ogni caso essersi delineata una specie di divisione del lavoro tra la robotica e l’intelligenza artificiale. La prima attacca soprattutto, anche se non solo, i lavori operai, la seconda prevalentemente quelli impiegatizi, dei quadri anche ad alta qualificazione, nonché dei professionisti autonomi. Le innovazioni organizzative, nel frattempo, toccano invece tutti i mestieri.

Mentre scriviamo, leggiamo sulla stampa internazionale (Steiwer, 2024) che la società europea più grande nel settore del software, la tedesca SAP, si sta ristrutturando per concentrarsi sul cloud e sull’IA, ciò che tende a mettere in discussione 8.000 posti di lavoro.

Un aspetto particolare della questione riguarda poi il ruolo delle donne. Esse non rappresentano che il 12% degli impieghi nel settore e la loro pratica assenza è una delle ragioni chiave del sessismo degli algoritmi concepiti e sviluppati dagli uomini e in un universo maschile (Caulier, 2024).

Negli Stati Uniti è dell’80% la percentuale delle donne i cui impieghi sono esposti in maniera significativa all’introduzione dell’IA, contro una percentuale del 60% per gli uomini (Caulier, 2024).

Un altro rischio è quello della soppressione di impieghi che potrebbe toccare più fortemente i mestieri più femminilizzati, come il marketing, il settore giuridico, il servizio clienti.

 

La sfida dell’auto elettrica

Si può in generale avere pareri discordi sulle conseguenze dell’innovazione tecnologica per quanto riguarda il livello dell’offerta del lavoro, ma è difficile contestare quello che emerge dall’esame di una attività particolare molto importante, quella dei veicoli. In Europa esso è ancora oggi il settore industriale più importante; è stato calcolato che in Germania esso occupa, tra diretti e indiretti, 15 milioni di persone, una cifra enorme. Ma anche in Italia esso è ancora quello principale.

L’arrivo della vettura elettrica e prossimamente quello dell’auto a guida autonoma avrà enorme influenza sui livelli di occupazione.

Per quanto riguarda la prima, bisogna considerare che una vettura elettrica richiede molte meno componenti che una a energia classica. Questo comporta inevitabilmente una riduzione importante delle necessità di manodopera in sede di montaggio delle vetture e della logistica che sta dietro, ma soprattutto ha come conseguenza una drastica riduzione delle necessità di lavoratori nel settore della componentistica; inoltre, mentre si va verso una trasformazione molto profonda dei mestieri relativi, si registrerà anche una minore necessità di officine di riparazione e manutenzione delle vetture.  La cosa si presenta come ancora più grave per il fatto che oggi una vettura elettrica vede la batteria pesare per il 40% del suo costo totale e il software per un altro 40%, lasciando alla parte meccanica più complessa pochi spazi.

Proprio in queste settimane, dopo i casi di Bosch e Continental, la ZF, la società di componentistica tedesca che è anche la terza al mondo come dimensioni nel settore dopo le prime due appena citate, annuncia l’esigenza di spingere sulla rivoluzione elettrica e di delocalizzare contemporaneamente una parte della produzione verso paesi con costi più bassi, Cina, India, Europa dell’Est, prevedendo alla fine 12 mila licenziamenti (Ansa, 23 gennaio 2024). Secondo alcune stime, il passaggio all’elettrico metterebbe a rischio a breve nel paese teutonico un quinto della forza lavoro tra case dell’auto e componentistica.

Per quanto riguarda la seconda bisogna considerare che alla lunga, tra l’altro, sparirà progressivamente il mestiere di autista, che oggi costituisce all’incirca il 10% della forza lavoro a livello mondiale. Un altro problema deriverà dal fatto che l’introduzione dell’auto a guida autonoma comporterà una riduzione anche sostanziale nella produzione di vetture, cosa che aggraverà ancora la scena.


Testi citati nell’articolo

– Bricco P., Pmi leader d’Europa, ma la capacità produttiva crolla, Il Sole 24 Ore, 31 dicembre 2023.

– Caulier S., Femmes et hommes sont-ils égaux face à l’avènement de l’IA dans les entreprises ?, Le Monde, 25 gennaio 2024.

– Comito V., Come cambia l’industria, Futura, Roma, 2023.

– Dèbes F., Boone J., Amazon va trop loin dans la surveillance des salariés selon la CNIL, Les Echos, 24 gennaio 2024.

– Inagaki K., Japan turn to avatars, robots and AI to tackle labour crisis, www.ft.com, 22 gennaio 2024.

- Madeline B., En France, la grande « smicardisation », Le Monde, 23 gennaio 2023.

- Magnette P., L’autre moitié du monde, La Découverte, Parigi, 2024.

- Rodier A., Quel travail désirable à l’horizon 2050 ?, Le Monde, 25 gennaio 2024.

- Steiwer N., Une restructuration chez SAP affecte 8.000 postes, Les Echos, 25 gennaio 2024.

- Thompson E. P., The making of the english working class, Vintage books, Londra, 1963.

da qui

martedì 18 ottobre 2022

Un caso di possibile deglobalizzazione: i chip - Vincenzo Comito

 

La produzione di semiconduttori è diventata l’attività più importante al mondo a livello industriale visto che i chip costituiscono i mattoni di tutta la civilizzazione numerica. Ma la loro produzione, super globalizzata, adesso va a singhiozzo. E il motivo è tutto geopolitico.

Note generali

Il settore dei semiconduttori appare certamente importante per comprendere i tentativi di deglobalizzazione posti in essere negli ultimi anni, in particolare su iniziativa degli Stati Uniti, paese che vede ormai come quella con la Cina sia una lotta inevitabile da portare avanti ad ogni costo, in un settore che si presentava invece sino ad oggi come esemplare per la presenza di una globalizzazione per molti versi “virtuosa”.

In un precedente articolo, pubblicato su questo stesso sito in data 30 settembre 2022, cercavamo di dare una visione complessiva dei processi di possibile decoupling tra gli Stati Uniti e in parte il mondo occidentale da un lato e la Cina dall’altro. In questo nuovo testo proviamo ora a presentare un caso tra i più interessanti al riguardo, quello dei chip. 

Quella della produzione di semiconduttori è diventata nella sostanza l’attività più importante che ci sia al mondo a livello industriale; costituiscono infatti i mattoni di base di tutta la civilizzazione numerica (Escande, 2021). 

Il settore esemplifica in maniera molto evidente il crescente peso dell’Asia nell’economia del mondo, dopo che in passato nello stesso settore era abbastanza incontrastato il dominio occidentale. La prevalenza oggi dei produttori asiatici, in particolare della sudcoreana Samsung e della taiwanese TSMC, appare un dato relativamente recente.

I paesi europei controllavano una quota della produzione globale del 44% ancora nel 1990, mentre attualmente tale quota è scesa a meno del 10%. Gli Stati Uniti, che nel 1990 ottenevano il 37% della produzione globale, oggi ne controllano appena il 12%. Appare interessante rilevare come molti decenni fa i produttori occidentali di componenti, allora dominanti, avessero aperto diversi siti produttivi in Asia per sfruttare la presenza in loco di una manodopera abbondante, abile e molto a buon mercato. Da tali basi produttive decentrate, sempre più rilevanti, si svilupperà poi una produzione locale autonoma. 

Nessuna regione del mondo nella sostanza ha sino ad oggi raggiunto un’autonomia strategica completa nel settore; tra l’altro, la complessità tecnologica e i problemi di economia di scala hanno portato all’affermazione di un rilevante numero di attori in vari paesi del mondo, concentrati ognuno in qualche specifico segmento della catena del valore (Stockal, 2021). 

Seguendo uno schema di Le Monde del 9 febbraio 2022, da noi un poco arricchito, possiamo dire che è facile che un nuovo chip venga progettato negli Stati Uniti, su di un’architettura della britannica ARM, che le materie prime vengano dalla Cina, che la produzione relativa sia effettuata a Taiwan o nella Corea del Sud, su macchine della olandese ASML, che la stessa produzione venga poi assemblata in Malaysia, con i gas speciali necessari inviati dal Giappone; questa produzione complessa sarà poi collocata sul mercato soprattutto in Cina o in Asia, continente che controlla il 70% di quello mondiale, con la Cina da sola, almeno secondo alcune fonti, che rappresenta intorno al 60% dell’intero mercato. Un miracolo della globalizzazione.

La preminenza asiatica

Una forte preminenza asiatica si registra nelle attività di pura produzione dei chip logici, quelli che processano le informazioni (nelle cosiddette “fonderie”) e nelle memorie. Nel campo del foundry, cioè dei chip prodotti da un’impresa sulla base di una progettazione da parte dei vari clienti, la quota di mercato di Taiwan è, secondo alcune fonti, del 64% (per un’altra fonte del 56%) e quella della Corea del Sud del 17% e quella degli Stati Uniti, infine, del 7%. I governi di Usa, Cina, Giappone, UE e India chiedono in maniera unanime alla TSMC di costruire stabilimenti nei loro paesi, segno tangibile del suo successo; ma la mossa della delocalizzazione non sembra molto positiva a livello economico e appare dettata soltanto da pressioni politiche (Hille, 2021).

La Corea del Sud ospita il primo e il secondo produttore di chip di memorie del mondo, Samsung e SK Hynix. La Samsung controllava nel 2021 una quota di mercato del 43% nelle memorie DRAM e del 35% in quelle NAND.  

La Cina 

Il piano quinquennale cinese 2021-2025 pone al suo centro il concetto di autosufficienza tecnologica e sicuramente in questi anni il paese ha fatto enormi passi in avanti in tale direzione, anche se ci sono questioni su cui ancora arranca. A questo proposito si possono citare proprio i chip e l’aeronautica civile.  

C’è urgenza di acquisire avanzamenti adeguati nel settore e questi avanzamenti sono ora spinti dal fatto che sia Trump che Biden hanno portato avanti una politica delle sanzioni e dei veti sempre più aggressiva con il paese asiatico. Si veda meglio più avanti.

La produzione nel settore si collocava al 16% del totale mondiale nel 2020 e il grado di autosufficienza del paese era stimabile intorno al 30% nello stesso anno, anche se in crescita, quando l’obiettivo a suo tempo stato fissato era al 40%. Nel 2021 sono stati prodotti nel paese 359,4 milioni di circuiti integrati, con un incremento del 33,3% sullo stesso periodo dell’anno precedente. Il 2022 testimonia poi di molti avanzamenti tecnologici dei produttori cinesi.

Così, nel campo delle fonderie, la SMIC è entrata nel mercato dei 28nm con una produzione di massa nel 2020, ma già nell’agosto del 2022 è stato annunciato, tra la sorpresa generale e il disappunto statunitense, l’avvio concreto della produzione anche dei chip a 7 nanometri, mentre sembra in qualche modo avviata anche quella a 5 nanometri. Il tutto senza poter utilizzare le macchine, i chip e il software avanzati, di cui gli Stati Uniti bloccano le forniture. 

Il paese sta avanzando anche nel settore delle macchine litografiche necessarie alla stampa dei circuiti. 

Intanto almeno due produttori cinesi, la Yangtse YTMC e la Changxin Memory Technologies, hanno avviato due grandi fabbriche per le memorie e stanno riuscendo a penetrare in misura rilevante nel settore, mentre la AMEC sta sviluppando con successo delle apparecchiature avanzate per le produzioni del settore e lo stesso sta facendo la SMEE.

L’obiettivo in atto appare quello di sviluppare una catena di fornitura completa ed autonoma nel paese e il tentativo degli Stati Uniti di bloccare tale processo sembra plausibilmente votato al fallimento, almeno nel medio-lungo termine (Foster, 2022), mentre nel breve le conseguenze del blocco americano potrebbero essere rilevanti.

Gli Stati Uniti

Mentre la Cina sta cercando di tener dietro ai principali paesi produttori, la posizione degli Stati Uniti appare molto diversa. 

Gli Usa hanno perso il primato quasi assoluto che possedevano sino a qualche tempo fa, ma sono ancora molto forti su alcuni segmenti del mercato e su alcune tecnologie di base. Nella sostanza, gli Stati Uniti dipendono oggi largamente da TMSC ed Hynix per la produzione dei chip, da Samsung per quella delle memorie, dall’olandese ASMT per le apparecchiature fotolitografiche.

Il governo Usa sta avviando, soprattutto per contrastare la crescita cinese, un piano da 52 miliardi di dollari, il Chip Act, che dovrebbe aiutare ad accrescere gli sforzi nel settore della produzione e della ricerca di chip. Per ottenere i finanziamenti del piano le imprese dovranno impegnarsi a non espandere per i prossimi dieci anni le loro attività nel settore in Cina e comunque di non qualificarle verso l’alto. Ma il fondatore di TSMC, Morris Chang, afferma che costruire una filiera completa nel paese, come è nelle intenzioni di Biden, sarebbe un compito impossibile.  

Intanto gli Stati Uniti stanno cercando di avviare un’alleanza con Corea del Sud, Taiwan, Giappone – dal nome di Fab 4 Chip Alliance – che mira nella sostanza di nuovo a bloccare i progressi della Cina nel settore, oltre che presumibilmente a catturare in qualche modo le tecnologie avanzate degli altri tre paesi.

Ma gli altri paesi coinvolti nella possibile alleanza sono piuttosto riluttanti, sia perché temono di dover cedere i loro segreti industriali alle altre imprese partecipanti, in particolare a quelle degli Stati Uniti, sia per paura della reazione cinese, di gran lunga il loro primo mercato di sbocco (Shilov, 2022).

Biden non si ferma certo qui. Negli ultimi tempi ha anche avviato una serie di divieti mirati sempre più duri contro il paese asiatico. 

Dopo le restrizioni di Trump, nel giugno del 2021 l’attuale presidente Usa ha pubblicato una lista di imprese cinesi (la cosiddetta “entity list”) ritenute collaboratrici del settore militare, nelle quali gli investitori statunitensi non possono investire, mentre tali imprese non possono raccogliere fondi sul mercato Usa e alle società Usa è proibito fornire loro tecnologie. 

Nell’agosto del 2022 Biden ha poi imposto nuove restrizioni alla vendita di chip sofisticati che vengono utilizzati nei supercomputer e nel campo dell’intelligenza artificiale. Ha tentato di convincere l’olandese ASTM a cessare di vendere alla Cina non solo le macchine più avanzate, cosa che è già in atto da tempo, ma anche apparecchiature meno avanzate.

Nell’ottobre del 2022 vengono infine rese pubbliche una serie di nuove e più pesanti restrizioni che segnano ormai un vero e proprio spartiacque nelle relazioni tra la Cina e gli Stati Uniti (Sevastopulo, Hille, 2022), rendendo più difficile per le imprese di quel paese ottenere o produrre chip avanzati, in particolare nel campo dei computer e dell’intelligenza artificiale. Caduta la scusa del non permettere sviluppi nel campo militare, le nuove norme cercano di bloccare i progressi delle tecnologie cinesi in ogni settore e con ogni mezzo. Tra l’altro, viene allungata di 13 unità la lista delle imprese comprese nella “entity list”. Inoltre si proibisce alla imprese Usa di esportare strumenti e macchinari per la produzione di chip avanzati e, più in generale, si fa divieto alle imprese e ai singoli cittadini Usa di fornire ogni possibile assistenza per la produzione di semiconduttori nel paese asiatico. Infine si blocca anche per le imprese non-Usa la possibilità di fornire alle imprese cinesi comprese nella “entity list” sia hardware che software che contengano tecnologia “made in Usa”. Biden, a quanto sembra, sta poi preparando un ordine esecutivo che permetta al governo di Washington di revisionare gli investimenti esteri delle imprese Usa dal punto di vista dei rischi per la sicurezza statunitense (Sevastopulo, Hille, 2022; Mozur, Swanson, Wong, 2022).  

Il quadro europeo 

Abbiamo già ricordato l’ormai ridotto peso della produzione del Vecchio continente. Le aziende di rilievo si possono contare sulle dita di una mano e nessuna di esse, tranne l’olandese ASML e la britannica ARM, presenta una posizione di grande importanza sul mercato mondiale. Nell’ambito dei suoi tardivi tentativi di recuperare il tempo perduto, la UE ha annunciato di voler arrivare entro il 2030 ad avere una quota di almeno il 20% della produzione totale del settore, mentre oggi l’Europa dipende in gran parte dagli Stati Uniti per la progettazione dei chip e dall’Asia per la loro produzione (Di Donfrancesco, 2021). 

A questo proposito è stato varato quello che è stato chiamato l’European Chip Act. Si afferma che per raggiungere i traguardi indicati verranno mobilitate altrettante risorse finanziarie di quelle stanziate da Biden negli Stati Uniti.

Il capo di Infineon si dichiara scettico dell’iniziativa della UE, perché secondo lui l’Europa non genera una domanda di chip adeguata a sostenere una tale mole di investimenti. Altri mettono in rilievo che per raggiungere il 20% di quota del mercato globale sarebbero necessari investimenti molto più elevati di quelli previsti (Gross, 2021).

Alla fine ci sembra si possa dire che tutta l’operazione appare non sufficientemente in grado di contrastare la dinamica asiatica e statunitense. 

L’andamento del mercato

Da tempo il settore si espande a velocità sostenuta e le imprese stanno portando avanti enormi investimenti per accompagnare tale tendenza di fondo. Nel mondo sono in costruzione in questo momento molte decine di nuovi impianti nel settore, di cui una trentina soltanto in Cina, mentre le grandi imprese asiatiche investono in patria ma anche negli Stati Uniti e in altri paesi, sotto la spinta degli incentivi monetari e fiscali posti in essere da questi ultimi nonché delle pressioni politiche esercitate in particolare dagli Stati Uniti.

Ma in questo momento si vanno manifestando anche dei rallentamenti nella domanda di mercato e una società specializzata, la Gartner, prevede che nel 2023 si ridurrà, sia pure di poco. All’interno di un mercato che mostra segni di difficoltà si manifesta una divaricazione nell’andamento dei suoi diversi segmenti. In particolare, il comparto dei chip logici continua a crescere fortemente e quindi la fortuna di TSMC continua ad essere sostenuta. Per converso, il segmento delle memorie mostra segni di cedimento e in questo caso a soffrirne sono le imprese della Corea del Sud, in particolare la Samsung (The Economist, 2022). Così nel mercato di Borsa la società taiwanese sta guadagnando punti, mentre quella coreana ne sta perdendo.

Conclusioni

Sembra profilarsi, a causa in particolare della strategia Usa tous azimuts di contrasto alla crescita cinese, una regionalizzazione sia pure probabilmente parziale del settore dei semiconduttori e una tendenza all’autosufficienza, con il chip “ormai brandito come un trofeo da conquistare da parte dei grandi del mondo; ciascuno ne fa la condizione della sua indipendenza futura” (Escande, 2021). E questo anche se la demondializzazione non appare un’opzione economicamente razionale né per gli Usa né per la Cina (Escande, 2021). Si tratta di un’industria “naturalmente” integrata a livello mondiale e sarebbe molto costoso per ogni paese mettere a punto una catena del valore nel settore completamente domestica. Alla fine non sarebbe una cosa saggia né veramente fattibile. Biden cerca comunque di portarla avanti. E la Cina per necessità sta rispondendo a sua volta a tale offensiva cercando anch’essa di sviluppare una propria industria autonoma, mentre sta cercando di avanzare anche sul secondo fronte critico nei suoi rapporti con gli Stati Uniti, quello della dedollarizzazione, cosa che apparentemente stanno cercando di fare anche l’UE, l’India e altri, senza peraltro avere le risorse umane e materiali dei primi due paesi. Vedremo. 

Testi citati nell’articolo 

-Di Donfrancesco G., Per l’Europa rincorsa difficile nell’industria dei chip, Il Sole 24 Ore, 15 maggio 2021 

-Escande P., Puces électroniques: la démondialisation impossible, Le Monde, 15 maggio 2021

-Foster S., China on course to elude cip-making equipment bans, www.asiatimes.com, 3 ottobre 2022

Gross A., EU must offer 20 billions of euro if it wants more chip production, says Soitec chief, www.ft.com, 15 settembre 2021

-Hille K., Spreading chip plants around world will add to costs, www.ft.com, 27 luglio 2021

-Mozur P., Swanson A., Wong E., U.S. said to plan new limits on China’s A.I. and supercomputing firms, www.nytimes.com, 3 ottobre 2022

-Sevastopulo D., Hille K., US hits China with sweeping rech export controls, www.ft.com, 7 ottobre 2022    

-Shilov A., US-proposed chip 4 alliance faces opposition from partners, www.tomshardware.com, 14 settembre 2022

-Stockal, Semiconductor industry: key growth drivers and changing trends- An overview, www.financialexpress.com, 9 luglio 2021

–The Economist, Painful memory, 1 ottobre 2022

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