Ogni giorno una supercazzola nuova di zecca. L’ultima: la leva “volontaria”.
La Libertà Non Sta Nello Scegliere Tra Bianco E Nero, Ma Nel Sottrarsi A Questa Scelta Prescritta. (Theodor W.Adorno)
lunedì 1 dicembre 2025
Crosetto e la farsa della leva volontaria - Alfredo Facchini
lunedì 1 settembre 2025
Giovani soldati - Pasquale Pugliese
È straziante la notizia del ventenne statunitense che ha sparato e ucciso due bambini, ferendone diversi altri, in una scuola di Minneapolis il 27 agosto, il quale se non si fosse suicidato sarebbe finito in galera per duplice omicidio. Ma è anche straniante se pensiamo che altri ventenni, israeliani, da quasi due anni sparano e uccidono bambini a Gaza come prassi normale di occupazione, al punto che si contano almeno 18mila minori uccisi e altre decine di migliaia di feriti. Ma in questo caso i “responsabili” sono soldati e (salvo le decine che hanno scelto di suicidarsi perché questo compito è diventato insostenibile) avranno riconoscimenti dal proprio governo per la missione compiuta: “un omicidio è delinquenza, un milione è eroismo. Il numero legalizza”, dice Monsieur Verdoux nell’omonimo film di Charlie Chaplin.
Al carcere militare, invece, sono costretti gli obiettori di coscienza e i disertori che rifiutano di partecipare al crimine. Al di là delle efferatezza e dimensioni del genocidio palestinese, il doppio standard etico sulla violenza, quando essa è privata oppure pubblica, spontanea o obbligata, è all’origine della legittimazione di ogni guerra e dei suoi orrori.
Nessuna guerra, per quanto tecnologica, può fare a meno dei soldati. Cioè di giovani formati al disimpegno morale, alleggerendone la coscienza dagli scrupoli secondo i meccanismi studiati da Albert Bandura, per considerare giusta e legittima l’esecuzione di una violenza comandata che invece, senza divisa e senza comando, sarebbe solo gesto criminale. È questo l’elemento essenziale della formazione militarista: il processo di etificazione della violenza nelle menti di chi deve eseguirla, attraverso la retorica della guerra.
“Si mettano le maiuscole a parole vuote di significato – scriveva Simone Weil alla vigilia della seconda guerra mondiale – e, per poco che le circostanze spingano in questa direzione gli uomini verseranno fiumi di sangue, accumuleranno rovine su rovine, ripetendo queste parole” (Non ricominciamo la guerra di Troia, 1937).
Oggi che la guerra è tornata ad essere non la continuazione della politica con altri mezzi ma la sua sostituzione, è necessario rieducare le giovani generazioni alla “mentalità di guerra”, secondo le direttive del segretario della Nato Mark Rutte. Accade negli Usa, dove l’esercito ha assoldato influencer per convincere la generazione Z ad arruolarsi attraverso canali social che mostrano quanto è figo fare il militare. Accade in Polonia, dove nelle scuole dai 14 anni è obbligatorio introdurre “l’educazione alla sicurezza” che significa esercitazioni di difesa, addestramento al tiro e disciplina militare, senza badare all’impatto psicologico e sociale della preparazione bellica nell’età evolutiva. Ancora più precoce la scelta del governo lituano, per il quale i bambini di terza e quarta elementare impareranno a costruire e pilotare droni semplici, mentre man mano che crescono gli studenti delle scuole secondarie produrranno componenti per droni militari, imparando a pilotarli e ad uccidere a distanza. La Germania, invece, che aveva abbandonato il servizio militare obbligatorio, punta a una sua progressiva reintroduzione con l’obiettivo di attirare circa 100mila giovani reclute entro il 2030, rendendolo obbligatorio con un semplice emendamento alla legge in discussione al Bundestag se non si raggiungesse un numero sufficiente di volontari: l’obiettivo è costituire il più grande e minaccioso esercito dell’Europa occidentale, armato con le risorse del RearmEu.
E in Italia, dove la leva è sospesa?
Secondo il ministro Crosetto e i vertici militari il nostro paese ha sia un problema di anzianità sia di numeri, per cui bisogna riavvicinare i giovani alle Forze armate, ma non si parla di obbligatorietà che in questo momento non pagherebbe elettoralmente (vedi recente ricerca del Censis sugli italiani e la guerra): è necessario dunque aumentare l’appeal della divisa, compito affidato al “Comitato per lo sviluppo e la valorizzazione della cultura della Difesa” (del quale è istruttivo visionare la composizione). Da qui il massiccio ingresso dei militari nelle scuole di ogni ordine e grado, con una grave ingerenza educativa, come evidenzia Roberta Covelli: “Portare nella scuola logiche di addestramento significa confondere la cittadinanza con la disciplina, la comunità con la gerarchia, la responsabilità con l’obbedienza” (Fanpage, 22 agosto).
Che fare, dunque, di fronte all’invasione militare dei luoghi della formazione? Due cose, principalmente: contrastarla, usando gli strumenti che mette a disposizione l’Osservatorio contro la militarizzazione delle scuole e delle università, come il documento proposto ai collegi dei docenti per rifiutare la partecipazione degli studenti ad attività militari; superarla, promuovendo ovunque percorsi di educazione alla pace per studenti e studentesse e di formazione alla nonviolenza, dal micro al macro, per insegnanti.
Di fronte alla militarizzazione del pensiero, è tempo di formare intenzionalmente le nuove generazioni alla diserzione dal bellicismo e ai saperi della nonviolenza. Senza doppi standard etici.
Pubblicato anche su i blog del fattoquotidiano.it
Tra i libri di Pasquale Pugliese Introduzione alla filosofia della nonviolenza di Aldo Capitini e Disarmare il virus della violenza, editi da goWare.
venerdì 10 gennaio 2025
Ucraina, il fallimento dell'accanimento guerrafondaio di Macron - Alessandro Marescotti
Già durante l'addestramento in Francia, 50 soldati avevano disertato.
Rientrati in Ucraina, le cifre sono cresciute in modo esponenziale: altri 1.700
uomini hanno disertato, abbandonando la brigata. Arrivati a Pokrovsk, nel
Donbass, quelli che non hanno disertato sono stati mandati a morire.
La
parola "guerrafondaio" ha un'origine etimologica
interessante e significativa, che ben si adatta al contesto attuale della
guerra in Ucraina e alla decisione di continuare il conflitto nonostante gli
evidenti segnali di fallimento. La parola fu coniata nel 1896 dal
giornalista Luigi Arnaldo Vassalli (1852-1906) in polemica con coloro che dopo
la sconfitta di Adua (1896) reclamavano la "guerra a fondo", ossia la
continuazione della guerra contro l'Abissinia. Astraendola dal contesto di
allora, quella parola indica ancora oggi la volontà di continuare una
guerra a tutti i costi, anche andando contro quelle che sono le evidenze
della scienza militare, che ormai produce resoconti dettagliatissimi, con
statistiche e analisi basate sui dati.
Macron, il presidente della Francia, è
tecnicamente - a tutti gli effetti - un guerrafondaio, e questa
storia che racconteremo non fa che confermare questa definizione.
Parleremo
della brigata "Anna di Kiev".
"Sono
pronti per andare a combattere al fronte i soldati ucraini addestrati negli
ultimi mesi dall'esercito francese. Parigi sta aiutando Kiev non solo con armi
e munizioni, ma anche preparando i militari ai combattimenti contro
Mosca". Questo comunicava Euronews il 15 novembre 2024, con un video dell'addestramento.
Il caso delle diserzioni nella 155ª
Brigata meccanizzata «Anna di Kiev»
La
decisione di addestrare la Brigata Anna di Kiev in Francia è stata fortemente
sostenuta dal presidente francese Emmanuel Macron. Durante una visita del
presidente ucraino Volodymyr Zelensky in Francia nel giugno 2024, Macron si era
impegnato a fornire supporto militare significativo all'Ucraina, incluso l'addestramento di un'intera brigata
a partire da settembre dello stesso anno.
Nel
giugno 2024, in occasione dell'80° anniversario dello sbarco in Normandia, il
presidente francese Emmanuel Macron aveva presentato la brigata "Anna di
Kiev" come il simbolo della cooperazione militare tra Francia e Ucraina.
Con un contingente iniziale di 4.500 uomini, equipaggiato con 30
carri armati tedeschi Leopard 2 e 18 obici Caesar di fabbricazione francese, il
progetto era stato salutato come un passo decisivo nella guerra contro la
Russia. Macron aveva dichiarato che la brigata sarebbe stata un "fattore
importante" nella guerra, supportata da un imponente sforzo logistico che
coinvolgeva 1.500 istruttori e traduttori francesi e numerosi carristi
addestrati in Polonia. Notevole è stata l'aspettativa riversata su questa grande unità militare.
Tuttavia,
già durante l'addestramento in Francia, 50 soldati avevano
scelto di disertare, rendendosi irreperibili dopo la libera
uscita.
La diserzione come risposta al sacrificio
inutile
Una
volta rientrati in Ucraina, le cifre sono cresciute in modo esponenziale: 1.700
uomini hanno disertato, abbandonando le file della brigata.
E così
questa brigata si è ritrovata a dicembre 2024 fortemente disgregata, incapace
di adempiere alla missione per cui era stata creata, ossia andare
a difendere l'importante città di Pokrovsk nel Donbass,
attualmente sotto assedio russo.
Nonostante
le massicce diserzioni, la brigata è stata mandata al fronte in
condizioni precarie, senza uomini sufficienti, senza droni, con sistemi di
difesa aerea inadeguati e un'organizzazione interna disastrosa.
Il
giornalista Yuri Butussov ha denunciato che 2.500 soldati inizialmente
assegnati alla brigata sono stati dirottati verso altre unità, lasciando
"Anna di Kiev" con effettivi ridotti e mal equipaggiati. Il
comandante stesso della brigata è stato rimosso dal suo incarico. Il bilancio
finale parla di pesanti perdite umane e materiali, tra cui diversi carri armati
Leopard 2 e altri veicoli corazzati.
Al di
là delle critiche alla gestione ucraina, appare evidente la cinica scelta di
Macron di fare il primo della classe con le vite degli altri. Si è gonfiato il
petto addestrando soldati in Francia per poi mandarli come carne da
macello in Ucraina. I cinquanta che sono scappati già in Francia avevano capito
quale sarebbe stata la loro sorte.
Macron
è un moderno esempio di presidente guerrafondaio che non ha mai fatto il
servizo militare. (1)
E'
l'esempio di come si può produrre un disastro umano dietro l'enfasi della
retorica militare.
La
vicenda della brigata "Anna di Kiev" non rappresenta solo un
fallimento militare, ma soprattutto un drammatico esempio di come - di fronte
all'accanimento di Macron e Zelensky di continuare a oltranza una guerra che
vede l'esercito russo in netta superiorità di uomini e mezzi - molti soldati
ucraini hanno comprensibilmente scelto la diserzione per sottrarsi alla guerra.
La Voix
du Nord definisce la brigata ormai "quasi sciolta", mentre il
Berliner Zeitung non esita a parlare di un "fiasco" totale. Eppure,
nonostante tutto, Macron e Zelensky hanno annunciato poco prima di Natale la
creazione di una seconda brigata che sarà addestrata in Francia.
Scrive
Michele Montanari sul Corriere del Ticino: "Stando
agli ultimi dati ufficiali forniti da Kiev, ogni mese più di 5 mila soldati
ucraini abbandonano le loro unità. Ciò equivale alla perdita di una intera
unità simile alla brigata «Anna di Kiev» al mese".
Nel video in ucraino che trovate qui sotto c'è un ampio approfondimento di
questo fallimento militare della 155ª Brigata meccanizzata «Anna di Kiev».
Viene
naturale chiedersi: cosa farebbe Macron se si trovasse nei panni di questi
soldati, mandati a morire in questo modo? Diserterebbe anche lui?
Note: (1) Emmanuel Macron è l'unico presidente francese a non aver mai
svolto il servizio militare. Questo fatto è stato sottolineato in diverse
occasioni, specialmente in relazione alla sua proposta di reintrodurre una
forma di servizio civile obbligatorio in Francia. Durante il suo mandato, ha
annunciato l'intenzione di rendere obbligatorio un servizio nazionale, che
potrebbe includere un periodo di addestramento militare per i giovani.
La sua mancanza di esperienza militare è stata oggetto di critiche, soprattutto
considerando il contesto delle sue proposte di rafforzamento delle forze armate
francesi e della sicurezza nazionale.
Fonti: https://www.perplexity.ai/search/chi-ha-voluto-che-la-brigata-a-g7M34Xi4S_uflkEl9kD.wA#1
lunedì 11 settembre 2023
Usando un cane da combattimento, soldatesse israeliane costringono donne palestinesi a spogliarsi - Amira Hass
Durante un raid a Hebron, cinque donne della famiglia
sono state costrette a spogliarsi sotto la minaccia di un cane dell’unità
cinofila e dei fucili dei soldati.
Due soldatesse israeliane mascherate, armate di fucile e di un cane da combattimento,
hanno costretto cinque donne di una famiglia palestinese a spogliarsi, ciascuna
separatamente, nella città cisgiordana di Hebron, a luglio. Secondo la
famiglia, le soldatesse hanno minacciato di liberare il cane se le donne non
avessero obbedito.
Durante l’irruzione nella casa della famiglia, soldati maschi hanno
perquisito i membri maschi della famiglia, ma non hanno chiesto loro di
spogliarsi.
L’esercito aveva informazioni sulla presenza di armi nell’abitazione e
l’Unità Portavoce delle Forze di Difesa Israeliane ha dichiarato ad Haaretz che è stato trovato un fucile M16 con munizioni, il
che ha reso necessaria la perquisizione degli altri residenti della casa.
Un totale di 26 persone, tra cui 15 minori di età compresa tra i 4 mesi e i
17 anni, vivono in tre appartamenti adiacenti, nella casa della famiglia Ajluni, nel
sud di Hebron. La famiglia racconta che il 10 luglio, alle 1:30 del mattino, circa 50
soldati si sono piazzati intorno alla casa accompagnati da almeno due cani.
Secondo la famiglia, circa 25 o 30 soldati hanno preso posizione
all’interno degli appartamenti, dove sono passati da una stanza all’altra dopo
aver svegliato gli occupanti con torce elettriche, forti colpi alle porte e
minacce di sfondare le porte.
La maggior parte dei soldati era mascherata, con solo gli occhi visibili.
Uno, che sembrava essere l’ufficiale comandante e non era mascherato, indossava
pantaloni militari ma una normale camicia a maniche corte. Le donne non
sapevano chi fosse.
Alle 5.30 del mattino, i soldati hanno lasciato la casa, portando con sé il
figlio maggiore della famiglia, Harbi, che hanno arrestato. La famiglia ha
subito scoperto che i gioielli d’oro che il fratello minore, Mohammed, aveva
comprato in vista del suo matrimonio erano scomparsi. Il valore era di 40.000
shekel (10.500 dollari). Gli uomini si sono precipitati alla stazione di
polizia israeliana nel vicino insediamento di Kiryat
Arba per sporgere denuncia.
La polizia ha detto che non era stato rubato nulla, ma il giorno seguente
un ufficiale ha telefonato a Mohammed dicendogli di venire a ritirare l’oro. I
soldati avevano pensato che si trattasse di proiettili, gli è stato detto.
L’Unità Portavoce dell’IDF afferma che i gioielli erano in una borsa nera
avvolta da nastro adesivo che è stata aperta più tardi in una stanza di investigazione
della polizia.
La moglie di Harbi, Diala, ha scoperto che mancavano anche 2.000 shekel che
erano in un cassetto, ma il denaro non è stato restituito. I portavoce
dell’esercito affermano di non essere a conoscenza di questa accusa.
Costrette a spogliarsi davanti ai figli
Le donne costrette a spogliarsi erano Ifaf, 53 anni, sua figlia Zeinab, 17
anni, e le tre nuore di Ifaf: Amal, Diala e Rawan, che hanno 20 anni. Una dopo
l’altra sono state portate nella cameretta rosa e viola dei figli di Amal, dove
un orsacchiotto rosa fa la guardia.
La prima a essere chiamata nella stanza è stata Amal, 25 anni, che è stata
costretta a spogliarsi in presenza di tre dei suoi quattro figli, che si erano
appena svegliati. Piangendo e urlando, terrorizzati dal cane e dai fucili,
hanno visto le soldatesse mascherate che, con gesti delle mani e in un arabo
stentato, hanno intimato ad Amal di togliersi l’abito da preghiera.
Lei se l’è tolto. Poi le hanno chiesto di togliersi il resto dei vestiti.
Lei ha protestato, facendo notare che non poteva nascondere nulla nei
pantaloncini e nella canottiera. Dice che allora hanno liberato l’enorme cane,
che le si è avvicinato ma non l’ha toccata.
I bambini urlavano di paura per tutto il tempo. Amal ha detto alle
soldatesse di ritirare il cane perché i bambini ne avevano paura; poi si è
tolta il resto dei vestiti. I bambini hanno dovuto assistere all’ordine dato
alla madre di girarsi nuda dall’altra parte, mentre lei singhiozzava per
l’umiliazione. Circa 10 minuti dopo lei e i bambini sono stati portati fuori
dalla stanza, pallidi e tremanti.
La seconda donna chiamata nella stanza è stata Ifaf, la matriarca della
famiglia. Non ha voluto parlare molto del suo calvario, anche se ha raccontato
che le soldatesse le hanno fatto cenno o le hanno ordinato, in arabo
stentato, di togliersi i vestiti. Va bene, gìrati,
vèstiti.
Mentre succedeva questo, gli altri membri della famiglia erano tenuti in
altre due stanze dello stesso appartamento. Le donne e i bambini erano in una
stanza e gli uomini nell’altra. Due o tre soldati armati erano appostati alla
porta di ogni stanza e ordinavano agli Ajluni di non parlare.
Di tanto in tanto compariva un altro soldato che riferiva qualcosa ai suoi
colleghi. Mentre i membri della famiglia erano tenuti prigionieri nelle stanze,
hanno sentito Amal e i suoi figli urlare, seguiti dalle altre donne che
facevano lo stesso.
Hanno anche sentito i soldati rovistare negli appartamenti adiacenti. Hanno
sentito sbattere, aprire cassetti e farli cadere sul pavimento. Hanno anche
sentito i soldati ridere.
Il silenzio sul trauma
Non ci sono molti resoconti di donne
palestinesi costrette a denudarsi durante un’incursione dell’esercito
nella loro casa. Nei suoi 15 anni di ricerca sul campo a Hebron per il gruppo
israeliano per i diritti B’Tselem, Manal
al-Ja’bari ha registrato circa 20 casi del genere. Ma ritiene che negli ultimi
mesi questi fenomeni siano aumentati. La maggior parte delle donne rifiuta di
essere intervistata dai giornalisti in merito al trauma subito, dice Ja’bari.
Ma le donne della famiglia Ajluni hanno accettato di essere identificate
per nome a patto che non venissero scattate foto. Dopo l’uccisione di una donna
nel vicino insediamento di Beit Hagai il 21 agosto, alla stessa Ja’bari è stato
detto di togliersi tutti i vestiti durante una massiccia perquisizione notturna
delle case di Hebron. Ja’bari ha notato una telecamera sulla fronte di una
soldatessa e si è rifiutata di spogliarsi.
“La soldatessa ha rimosso la telecamera dopo le mie insistenze. Tuttavia,
ho rifiutato di spogliarmi. Forse perché sono di B’Tselem, hanno ceduto”, ha detto. Ma i soldati hanno
messo a soqquadro la sua casa, hanno rotto diversi oggetti e hanno lasciato un
tale disordine che Ja’bari non sapeva da dove cominciare a pulire. È quello che
fanno spesso i soldati, ed è quello che hanno fatto anche a casa degli Ajluni.
Parlando con Haaretz il 27 agosto, le donne
della famiglia Ajluni hanno ascoltato Ja’bari, anch’essa presente, raccontare
il proprio calvario. Poi hanno ricordato che anche loro avevano visto qualcosa
sulla fronte delle soldatesse, ma non sapevano cosa fosse. Ora, oltre al trauma
della perquisizione, erano tormentate dalla domanda se i soldati le avessero
filmate nude.
Nella sua dichiarazione, l’esercito ha affermato che i soldati non
indossavano telecamere, mentre il cane sì, ma era spenta.
All’inizio le donne hanno detto di non essere sicure che i soldati
mascherati fossero donne, ma poi hanno concluso che dovevano esserlo. “Quando
ognuna di noi è entrata nella stanza, le soldatesse hanno spostato un po’ il
cappello… così abbiamo potuto vedere che avevano i capelli lunghi, il che
significa che erano donne”, hanno ricordato Diala e Zeinab, una completando il
racconto dell’altra.
Tra le cinque donne spogliate, solo Amal non era in casa quando le altre
hanno parlato con Haaretz. Era andata a comprare
materiale per il matrimonio del fratello Mohammed. La vita stava riprendendo,
l’anno scolastico era iniziato e gradualmente i volti delle donne e dei loro
figli erano tornati a sorridere.
Ja’bari, la ricercatrice sul campo di B’Tselem, aveva
registrato i racconti delle donne un giorno dopo il raid, descrivendo il
terrore e lo shock che le Ajluni avrebbero provato ancora settimane dopo. Per
circa quattro settimane, i bambini si svegliavano nel cuore della notte per la
paura e bagnavano il letto. Le donne avevano spesso la sensazione che i soldati
fossero ancora in casa e saltavano ogni volta che sentivano un rumore
all’esterno.
Soldati intorno alla casa
La notte dell’incursione, Diala, 24 anni, si è svegliata sentendo il
marito, Harbi, che discuteva con qualcuno e chiedeva di non entrare in camera
da letto perché c’era sua moglie. “Ho capito che erano soldati e mi sono subito
alzata per coprirmi e mi sono vestita velocemente, con un abito da preghiera”,
ha raccontato.
In quel momento, i soldati e due grossi cani con la museruola hanno fatto
irruzione nella stanza. Le tre ragazze che dormivano nella stanza dei genitori
si sono svegliate alla vista dei fucili, dei cani e degli occhi che scrutavano
da sotto le maschere.
“Mio marito ha urlato ai soldati – in ebraico e in arabo – di allontanarsi
e di allontanare i cani. Le mie figlie urlavano, piangevano e tremavano di
paura. Lujin, che ha 4 anni, se l’è fatta addosso. I soldati hanno ordinato a
mio marito di non parlarmi, gli hanno puntato i fucili alla testa e lo hanno
trascinato in cucina”, ha raccontato Diala.
Lo avrebbe rivisto solo alcuni giorni dopo, presso il tribunale militare di
Ofer, dove la sua detenzione è stata prolungata più volte. È sospettato di
possedere un’arma, ha detto Diala.
La notte del raid, lei e le sue figlie sono state lasciate in camera da
letto per 10 o 15 minuti; poi i soldati le hanno ordinato di attraversare il
cortile per raggiungere il luogo in cui era stato ordinato di radunare l’intera
famiglia. Si trattava dell’appartamento del cognato Abdullah e di sua moglie
Amal. Diala ha chiesto di poter prendere i soldi dal cassetto, ma l’ufficiale
in maniche corte non glielo ha permesso, ha raccontato.
Il cortile è solo parzialmente pavimentato ed è pieno di sassi, spine e
pezzi di vetro. L’ufficiale non le ha permesso di mettere le scarpe alle figlie
“e mi ha fatto segno di portarle in braccio”, ha detto Diala. Ma lei ha portato
solo Ayla, di 17 mesi. Lujin e Lida, di 5 anni, le sono rimaste vicine e sono
uscite.
“Stavo morendo di paura quando sono passata accanto al cane”, ha detto. Le
sue figlie le trotterellavano accanto, a piedi nudi e piangendo. Ha pensato che
ci fossero anche altri cani nel cortile.
A quel punto, Abdullah ha chiesto il permesso di andare nell’appartamento
in cui suo fratello Mohammed si sarebbe trasferito dopo il matrimonio. Abdullah
voleva prendere i gioielli d’oro, ma i soldati si sono rifiutati. Lui ha
protestato, e allora lo hanno ammanettato da dietro, bendato e portato nella
cucina di Diala e Harbi.
Lo stesso hanno fatto con suo cugino Yamen, di 17 anni. Le donne li
avrebbero trovati in cucina dopo che i soldati se ne erano andati con Harbi.
Hanno tagliato le manette di plastica con un coltello.
Dopo che i soldati avevano spogliato Ifaf, è stato il turno di Diala. Un
soldato è entrato nel soggiorno e le ha detto di andare con lui. “Sono entrata
in una stanza e, poiché avevo molta paura del cane enorme, sono rimasta vicino
alla porta e ho cercato di uscire”, ha raccontato. “Le soldatesse mi hanno
urlato contro e mi hanno ordinato di rimanere nella stanza”.
Quando si è rifiutata di togliersi i vestiti sotto l’abito da preghiera, la
soldatessa con il cane ha minacciato di liberare l’animale. Anche a Diala è
stato chiesto di girarsi nuda in presenza delle soldatesse e anche lei ha
pianto.
La diciassettenne Zeinab si è ribellata. Quando i soldati hanno chiesto a
tutti di consegnare i telefoni, lei è riuscita a nascondere il suo sotto un
cuscino. Ha raccontato che, mentre i membri della famiglia erano ancora seduti
in salotto con i bambini, “un soldato mi ha indicato e ha detto [in arabo] ‘Tu,
vieni’ e mi ha condotto nella stanza dei bambini”.
“Le soldatesse mi hanno mostrato i capelli per farmi capire che erano donne
e mi hanno ordinato di mettermi in un angolo della stanza. Poi il soldato
maschio ha aperto con rabbia la porta, ha sbirciato all’interno, ha sventolato
il mio telefono, ha alzato il fucile e lo ha puntato contro di me. Era
arrabbiato perché non l’avevo consegnato quando mi aveva detto di farlo. Ho
urlato. È stato un bene che non mi fossi ancora tolta l’hijab”.
(A questo punto Diala interviene dicendo che le altre donne l’hanno sentita
urlare, non sapevano cosa stesse succedendo ed erano molto preoccupate).
“Pensavo che ci avrebbero esaminato con un’apparecchiatura
elettromagnetica”, ha detto Zeinab. “Sono rimasta sorpresa quando la soldatessa
mi ha detto in arabo stentato di spogliarmi. Ho chiesto: ‘Cosa? Mi ha risposto:
‘I vestiti’. Ho detto: ‘Non voglio’. Mi ha detto: ‘Togliti tutto’.
“Ho deciso di urlare e di mostrare che non avevo oggetti addosso, ma lei ha
insistito perché mi togliessi tutto. Quando mi sono opposta, si sono avvicinate
a me con il cane in modo minaccioso. Ho sentito Diala urlarmi da fuori la
stanza che dovevo fare quello che mi dicevano.
“Allora mi sono spogliata. La soldatessa mi ha detto di girarmi. Mi sono
girata solo a metà e allora lei mi ha avvicinato di nuovo il cane. Tremavo e
piangevo”.
A un certo punto, i bambini sono stati lasciati soli nel soggiorno senza le
loro madri e in presenza dei soldati armati. Dopo essere state perquisite, le
madri sono state messe in un corridoio adiacente. I bambini erano spaventati e
piangevano.
I soldati hanno parzialmente accolto le richieste delle madri e hanno
permesso loro di prendere i due più piccoli. Ifaf e uno dei suoi nipoti
raccontano che i soldati hanno cercato di calmare i bambini che erano rimasti
da soli nel soggiorno. Hanno battuto i loro pugni con i piccoli pugni di alcuni
bambini.
L’unità portavoce dell’IDF ha dichiarato che: “Sulla base
dell’intelligence, è stato trovato un M16 lungo, così come munizioni e un
caricatore. Dopo aver trovato l’arma, è stato necessario controllare le altre
persone presenti nella casa per eliminare la possibilità che ci fossero altre
armi. Seguendo le istruzioni degli investigatori della polizia di Hebron, le
soldatesse [dell’unità cinofila] hanno perquisito le donne della casa in una
stanza chiusa, ognuna individualmente. Le soldatesse non indossavano
telecamere.
“Il cane, che non era presente nella stanza durante l’ispezione, aveva una
telecamera montata sulla schiena per scopi operativi, ma non era accesa in quel
momento. Durante le perquisizioni è stata trovata e portata via, insieme
all’arma rinvenuta, una borsa nera nascosta e avvolta da nastro adesivo. La
borsa è stata aperta nella stanza delle indagini e si è capito che si trattava
di gioielli.
“Il giorno successivo alla perquisizione, il fratello dell’arrestato è
venuto, ha firmato che si trattava di gioielli di famiglia e li ha ripresi. Non
siamo a conoscenza della richiesta di 2.000 shekel. Non siamo a conoscenza di
reclami riguardanti il caso. Se dovessero pervenire, saranno presi in considerazione,
come di consueto”.
Traduzione a cura di AssoPacePalestina