Visualizzazione post con etichetta Israele. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Israele. Mostra tutti i post

martedì 3 novembre 2026

Hamas. Resistenza o terrorismo? - Lavinia Marchetti

  

Provo qualche simpatia per Hamas? Ci sono pochi movimenti di resistenza sparsi per il mondo che siano più lontani dalla mia weltanschauung. Ma Hamas è un problema di Lavinia Marchetti, o dei commentatori, studiosi, detrattori, simpatizzanti, o è un problema dei palestinesi? Hamas è un movimento che nasce in un territorio sottoposto a decenni di colonialismo d’insediamento, in una striscia di terra piccolissima con la densità abitativa più alta al mondo. Non può avere, per la sua natura spazio-temporale e ideologica, le stesse caratteristiche dell’EZLN e non può nemmeno tentare la via pacifica, quando in Palestina qualcuno si è arreso è stato spesso mitragliato, potrei citare tantissimi episodi, restiamo agli episodi più recenti, precedenti al 7 ottobre: Jenin e Nablus nel 2002 (Scudo Difensivo) e Gaza nel 2009 (Piombo Fuso, “incidente delle bandiere bianche”) e così via, sono troppi ed esulano da questo articolo. Vale il principio: se ti arrendi o finisci in prigione e non sai se torni, o muori o finisci mutilato. In questa dimensione di terrore continuo, di Apartheid, controllo perpetuo, limitazione di spostamenti, carcerazioni senza accuse, arrendersi, semplicemente, non è possibile e chi ha tentato la via pacifica non ha fatto una bella fine, e metto nell’elenco anche Marwan Barghuthi, il quale sarebbe molto vicino alle idee di resistenza che piacciono a noi occidentali, ma che, come è tristemente noto, è in carcere da 24 anni. Ora davanti a tutto questo il fatto che Hamas ci piaccia o meno diventa un falso problema. La domanda semmai è: Hamas può produrre risultati politici?

Provo a rispondere a molte obiezioni che mi sono state fatte. Quando si parla di Hamas si crea una specie di dissonanza: perché ne parli? Ti metti nei casini. Parla di Palestina e genocidio, ma non di Hamas ecc ecc. Ma parlare di Palestina e genocidio senza parlare di Hamas sarebbe come parlare di resistenza italiana senza dire che imbracciarono un fucile per uccidere gli oppressori.

Perché ti rifiuti di condannare Hamas?

Il problema non è rifiutarsi di condannare Hamas. Anche questo è un falso problema. Il punto è che la condanna di Hamas è diventata un prerequisito assoluto per poter discettare di Palestina. E non è solo un problema di salotti televisivi, ma anche all’interno stesso dei movimenti c’è pudore anche solo nel nominare Hamas. Se qualcuno/a mi chiedesse di condannare l’assassinio deliberato di civili, lo farei immediatamente, senza alcuna difficoltà. Ma laddove mi si chieda di condannare un’organizzazione nella sua interezza, e me lo si chieda indipendentemente dalla storia che l’ha prodotta e dalle funzioni politiche che ha assunto nella società palestinese, beh sì, qualche problema nel condannare ce l’ho. Vorrei sapere, ad esempio, quali aspetti del movimento dovrei condannare. L’ideologia islamista alla sua base? Le pratiche repressive, certificate, nei confronti degli oppositori? La scelta di combattere militarmente l’occupazione israeliana? Sono tutte questioni diverse sulle quali ho giudizi opposti.

Ciò che fa problema non è tanto condannare Hamas in quanto tale, ma il meccanismo psicologico attraverso cui quella condanna è la condizione assoluta di accesso alla discussione. Solo dopo questa professione di ortodossia morale si ottiene il diritto di parlare delle responsabilità israeliane. È una forma di disciplinamento dell’interlocutore. Attraverso questo filtro si decide preventivamente chi possa partecipare al confronto. Queste sono le condizioni, se non ti vanno bene sei una terrorista. Peraltro la cosa diventa ancora più dissonante quando a chiederlo sono quelli che, bontà loro, riconoscono l’illegalità dell’occupazione. Se la riconoscono, dovrebbero sapere le condizioni in cui nascono movimenti o partiti in un territorio occupato e che per condannarli dovremmo almeno conoscerli e separare i giudizi.

Hamas è un’organizzazione terroristica oppure una forma di resistenza?

Queste due qualifiche possono tranquillamente stare all’interno della medesima organizzazione. Dipende da cosa si guarda e da chi lo guarda. Hamas nasce nel 1987, durante la Prima Intifada, da un ambiente islamista palestinese che possedeva già una storia di associazioni radicate da tempo nella Striscia. Nel mio articolo Hamas: iniziamo a farci qualche domanda seria ho ricostruito questa genealogia, dal rapporto con i Fratelli Musulmani e la successiva trasformazione del movimento in un soggetto politico dotato anche di un’ala militare e non solo amministrativa e territoriale. Hamas ha un percorso politico ben preciso nella Striscia, ridurlo a movimento terroristico significa forzare una classificazione che serve solo a produrre conseguenze giuridiche. La comprensione storica del movimento richiede uno studio più ampio. Il diritto internazionale contempla espressamente le guerre di liberazione contro il dominio coloniale e l’occupazione straniera. Voglio ricordare solo l’articolo 1, paragrafo 4, del Primo Protocollo aggiuntivo alle Convenzioni di Ginevra del 1977. Le norme sulla conduzione delle ostilità rimangono pienamente operanti, comprese quelle che vietano gli attacchi intenzionali ai civili. Che il 7 ottobre non sia un attacco legittimo mi sembra ovvio, come mi sembra ovvio che a sua volta Israele abbia infranto la medesima legge centinaia di volte.

Il problema con il terrorismo è vecchissimo, e sappiamo, specie dall’11 settembre 2001, come sia facile essere accusati di terrorismo per sottrarre alla storia dei movimenti il fatto che siano nati in realtà come movimenti di resistenza a un altro terrorismo, quello di Stati coloniali. In Palestina l’occupazione israeliana risale al 1967, vent’anni prima della fondazione di Hamas. La Nakba appartiene addirittura al 1948 e potremmo arrivare fino all’800. Sarebbe difficile per chiunque, tranne per i salotti televisivi o bot compiacenti, sostenere che la causa palestinese abbia avuto origine dall’organizzazione islamista o che la sua eventuale scomparsa risolverebbe automaticamente il problema dell’occupazione.        Perché paragoni Hamas ai partigiani italiani, a Mandela e alle altre resistenze?

Perché la comparazione storica serve a capire come vengono giudicate forme di lotta che hanno per obiettivo la liberazione da un potere dominante. Per i motivi che ho spiegato all’inizio, nessuna delle esperienze che ho richiamato possiede caratteristiche identiche a quelle palestinesi. Non possono esserci per mille motivi. Il problema che io ho posto è diverso e riguarda il rapporto che gli osservatori intrattengono con la violenza politica, soprattutto se ad esercitarla è un movimento che si oppone con la lotta armata contro uno Stato riconosciuto dalla comunità internazionale e con cui la medesima comunità fa affari di ogni genere.

Nel 1961 Mandela contribuì alla fondazione dell’Umkhonto we Sizwe, l’organizzazione armata dell’African National Congress. La scelta venne dopo anni di repressione (violenta) del movimento antiapartheid, ovvero quando la possibilità di ottenere risultati solo con la lotta politica appariva ormai remota. Durante la lunga esperienza dell’organizzazione furono commessi anche attentati nei quali morirono civili. Lo ricordo perché alcuni interlocutori hanno affermato che Mandela e i movimenti di liberazione da me citati avessero combattuto esclusivamente contro obiettivi militari. Non è così, perché non può mai essere così, perché gli obiettivi militari sono quelli più difficili da abbattere. La storia del Fronte di liberazione nazionale algerino va ben oltre, con documentatissime barbarie. Gli attentati contro i civili durante la guerra d’Algeria creano ancora oggi dibattito tra gli studiosi dell’anticolonialismo.

Quindi? Quindi credo che la violenza impiegata dai movimenti di liberazione richieda almeno un doppio giudizio storico e quindi occorra distinguere la causa politica dalle condotte dei combattenti. Oggi è molto facile riconoscere l’importanza della liberazione sudafricana dall’apartheid e studiare criticamente gli attentati dell’ANC. Ma sembra impossibile dare la medesima possibilità di giudizio se discutiamo di un movimento apertamente islamico. Forse dovremmo farci qualche domanda. Se avessero detto di essere comunisti e laici adesso staremmo facendo gli stessi discorsi? Io ho l’impressione di no.

Hamas perseguita i propri oppositori e governa Gaza senza elezioni. Perché dovresti difenderlo?

La repressione esercitata dalle autorità di Hamas contro gli oppositori palestinesi è ampiamente documentata, e considero grave il ricorso alle esecuzioni extragiudiziali. La persecuzione degli avversari politici è un problema costante per ogni società che aspiri a liberarsi da una dominazione straniera, quasi sempre i movimenti di liberazione usano il potere conquistato in nome dell’emancipazione per diventare essi stessi una forma di oppressione. Non devo parlare del comunismo russo o di altre derive dei movimenti rivoluzionari. Lo sappiamo: è un rischio insito in ogni liberazione o rivoluzione. Per come la vedo io è un rischio che chi aspira a liberarsi deve correre.

Quanto alla legittimità elettorale, voglio ricordare che Hamas vinse le elezioni legislative palestinesi del gennaio 2006, ottenendo la maggioranza dei seggi anche attraverso un sistema elettorale che ne amplificò il risultato. Poi ci fu la divisione con Fatah, che sfociò nello scontro armato del 2007. Questa separazione, di fatto, contribuì, a tutto vantaggio di Israele (che finanziava Hamas a tale scopo) alla paralisi delle istituzioni rappresentative palestinesi. Hamas ha gravissime responsabilità in questa vicenda, ed è ovvio che la sua permanenza al potere senza nuove consultazioni sia un problema politico in particolare per i cittadini di Gaza. La guerra conviene sempre a chi governa. Conviene a Israele e conviene ad Hamas.

Tuttavia, da questi fatti qualcuno ricava una conclusione che trovo errata. Non penso che la natura autoritaria del governo di Hamas comprometta la legittimità della resistenza all’occupazione. Il diritto all’autodeterminazione appartiene al popolo palestinese, e questo è del tutto indipendente dall’identità dei suoi governanti. Trovo ridicolo subordinare la liberazione di una popolazione al fatto che ci piaccia o meno l’autorità che esercita il potere al suo interno, specialmente dopo aver contribuito per decenni a limitarne la possibilità di scegliere liberamente. Quali opzioni hanno avuto i palestinesi? Le pratiche repressive di Hamas sono esecrabili, come quelle di tutti gli Stati, ce ne sono a decine che le usano e non vedo lo stesso sdegno. O si criticano tutte oppure la questione è secondaria. Resta da spiegare attraverso quale principio giuridico ciò dovrebbe modificare gli obblighi della potenza occupante.

Se Netanyahu ha contribuito a finanziare Hamas, come puoi considerarlo un autentico movimento di resistenza?

Il rapporto fra Israele e l’islamismo palestinese precede la formazione di Hamas, e nel corso degli anni ha conosciuto trasformazioni significative. Le autorità israeliane considerarono inizialmente il rafforzamento delle organizzazioni islamiste anche come un possibile contrappeso all’influenza del nazionalismo palestinese laico. Successivamente, la divisione politica fra Gaza e Cisgiordania è diventata un elemento favorevole alla strategia dei governi Netanyahu, interessati a impedire la formazione di un interlocutore nazionale palestinese unitario.

I trasferimenti finanziari del Qatar verso Gaza costituiscono un capitolo importante di questa storia. L’ultima inchiesta, ma ce ne sono moltissime, è stata pubblicata il 18 ottobre 2026: il TIME ha pubblicato un’inchiesta fondata su documenti e comunicazioni diplomatiche che mostrano il ruolo attivo delle autorità israeliane nell’incoraggiare il programma dei finanziamenti (cercatela: è una lettura edificante). Il governo Netanyahu, come ormai noto, ha contribuito a mantenere un assetto politico nel quale Hamas continuava a esercitare il potere nella Striscia, così poteva presentarlo come il vero ostacolo fondamentale, il nemico giurato, Amalèk, per la soluzione della questione palestinese che non voleva affatto risolvere.

La contraddizione a mio avviso dovrebbe interessare di più a chi attribuisce a Hamas la responsabilità esclusiva della mancata nascita di uno Stato palestinese. Io non lo penso affatto. La separazione fra le autorità palestinesi è servita per anni come un vantaggio strategico per Netanyahu. Forse la domanda più interessante riguarda le ragioni politiche che hanno portato Israele a conservare e finanziare quella divisione. Il fatto che Hamas ne abbia tratto vantaggio come nemico, significa che questo rapporto fra i due deve essere studiato con un altro filtro: ovvero le scelte di chi ha esercitato il controllo militare sulla Striscia per decenni. Hamas ne ha tratto vantaggio? Senza dubbio.

Come puoi considerare resistenza il 7 ottobre, dopo l’uccisione di civili e le violenze sessuali documentate dalle Nazioni Unite?

Che il 7 ottobre Hamas e altri gruppi abbiano attaccato sia obiettivi militari israeliani sia numerose località civili, uccidendo persone inermi e sequestrando ostaggi non è in questione e ovviamente è un episodio, uno tra i tanti di questa carneficina tra israeliani e palestinesi. Per quanto riguarda le violenze sessuali, le indagini internazionali hanno raccolto elementi che sembrano sostenere l’accertamento di gravi abusi, compresi episodi di stupro. C’è una commissione indipendente che possa valutare autonomamente cosa sia successo? No. Perché? Perché Israele non lo permette. Perché non lo permette? Perché deve nascondere il fatto che via direttiva Annibale ha ucciso molti dei suoi stessi civili assieme ad Hamas. Cosa sappiamo? Molte delle accuse diffuse inizialmente sono risultate prive di riscontri; gli organismi investigativi hanno opportunamente distinto i diversi gradi di certezza. La documentazione va letta tutta però, senza metterci a utilizzare le inchieste che fanno comodo omettendo le altre.

Sono abituata a considerare le azioni contro i civili per ciò che sono: crimini di guerra. E dovremmo individuarne anche le responsabilità individuali. Questo non ci esime dal comprenderne le ragioni e interrogarci sulle condizioni nelle quali è maturata questa rivolta armata, comprese le forme di violenza esercitate quotidianamente dalla potenza occupante. Se cominciamo a leggere la storia palestinese dal 7 ottobre non c’è modo di comprendere nulla. Su questo aspetto continuo a considerare essenziale il pensiero di Frantz Fanon quando analizza gli effetti della coercizione coloniale sulla soggettività di chi la subisce e sulle possibilità di opposizione. L’occupazione militare incide sulla vita attraverso la privazione concreta della libertà di movimento e il controllo delle condizioni materiali di esistenza. La rivolta e gli abusi che quasi sempre si porta dietro nascono all’interno di questo rapporto malato, e per comprenderlo storicamente dobbiamo esaminare anche la violenza esercitata dall’autorità occupante; altrimenti non ha senso neanche parlarne. Il mio giudizio sui crimini commessi durante l’insurrezione lascia intatta la questione della legittimità della liberazione dal dominio coloniale e si inscrive in una lotta di resistenza e all’interno di un percorso di eccidi che dura da decenni. Il 7 ottobre è uno tra i tanti episodi di violenza che andrebbero citati quando si parla del conflitto israelo-palestinese.

Israele si è ritirato da Gaza nel 2005. Perché Hamas ha scelto la guerra invece dello sviluppo pacifico?

L’idea che il ritiro israeliano del 2005 abbia consegnato ai palestinesi la possibilità di costruire liberamente il proprio futuro non lo direbbe neanche Netanyahu. La stessa Corte internazionale di giustizia ha rilevato che Israele aveva conservato importanti poteri sul territorio anche dopo il ritiro delle proprie forze terrestri permanenti e degli insediamenti. La quasi totalità dell’economia palestinese dipendeva in larga parte dalle decisioni israeliane che, allora come oggi, decidevano della circolazione delle merci e dell’accesso ai confini. Dal 2007 il blocco imposto da Israele ha ulteriormente compromesso le possibilità di ogni tipo di sviluppo della Striscia.

Vorrei poi ricordare una vicenda che sembra essere stata completamente dimenticata e scomparsa da molte discussioni sulla necessità della resistenza pacifica. Nel marzo 2018 cominciò la Grande Marcia del Ritorno, durante la quale migliaia di palestinesi manifestarono lungo la barriera per rivendicare il diritto al ritorno e la fine del blocco. Cosa hanno ottenuto i palestinesi dal pacifismo? La Commissione indipendente delle Nazioni Unite ha documentato 189 palestinesi uccisi durante le manifestazioni esaminate fino al dicembre di quell’anno, attribuendo alle forze israeliane 183 morti provocate da munizioni vere. Fra le vittime figuravano trentacinque bambini.

Mi domando quale conclusione avrebbero dovuto trarne i palestinesi che avevano partecipato alle manifestazioni. Da anni viene loro chiesto di abbandonare la lotta armata e perseguire strumenti pacifici. Appena hanno organizzato mobilitazioni pacifiche, le forze israeliane hanno sparato ai manifestanti. La via diplomatica? Israele non ha mai rispettato nessun accordo e nessuna risoluzione ONU. Basta vedere la sorte del processo di Oslo. Chi propone la rinuncia alle armi dovrebbe dunque spiegarmi quali strumenti metteremmo a disposizione di una popolazione che continua a essere privata della sovranità e in mezzo a un genocidio

Hamas ha provocato la distruzione di Gaza. Puoi davvero negare che ne porti la responsabilità?

Questa è l’obiezione che più mi inquieta: implicherebbe un controsenso. Un ribaltamento delle responsabilità che considero storicamente e giuridicamente inaccettabile. Hamas ha deciso di condurre l’operazione del 7 ottobre e dovrà rispondere delle scelte compiute, comprese quelle che hanno esposto la popolazione palestinese a conseguenze abbastanza prevedibili, anche se non su questa scala. La devastazione di Gaza è stata comunque prodotta dalle operazioni militari israeliane, deliberate e condotte dalle autorità dello Stato di Israele con orgoglio e una metodologia che ricorda il nazismo. Sono queste autorità a dover rispondere della legalità degli attacchi e delle misure imposte alla popolazione civile, non Hamas. La privazione di cibo, acqua ed elettricità, il raso al suolo dell’intera Striscia e l’uccisione deliberata di 22.000 bambini, considerandoli terroristi: no, non sono responsabilità di Hamas.

Voglio ricordare che se una forza armata decide di bombardare un’area popolata, la legalità di quell’attacco deve essere valutata alla luce delle norme che proteggono i civili in guerra, a prescindere dai crimini commessi dal nemico.

Breve considerazione finale

L’occupazione israeliana dei territori palestinesi precede Hamas di vent’anni. E il problema della privazione della terra palestinese nasce alla fine dell’Ottocento. Nel mezzo ci sono la Nakba e la successione di occupazioni e soprusi con decine di migliaia di morti. In Cisgiordania, dove governa l’Autorità nazionale palestinese, l’espansione degli insediamenti israeliani è continuata attraverso governi e periodi politici differenti. Quale dovrebbe essere secondo i “condannatori” da mantra il comportamento palestinese capace di sottrarre a Israele l’argomento con cui giustifica il mantenimento del proprio controllo territoriale? Lasciarsi ammazzare e sorridere?

Qualcuno sostiene che i palestinesi meriterebbero di meglio di Hamas. Io dico che i palestinesi dovrebbero poter scegliere, ma non possono. Cosa meritano saranno loro a deciderlo una volta liberi. Tra l’altro, vorrei capire perché, dopo decenni di occupazione e morte, si continui a chiedere agli occupati di risultare “umani” ai nostri occhi; anzi, si chiede loro di essere come noi vorremmo che fossero: le vittime perfette. Una richiesta che dice molto non solo di noi occidentali, ma anche del nostro modo di concepire la libertà degli altri: secondo i nostri criteri illuminati, ovvero quelli che li stanno sterminando.

da qui

sabato 31 ottobre 2026

Sinwar ha smascherato il sionismo. Ma a quale prezzo? - Mike Whitney*


Israele sta vincendo la sua guerra contro Hamas? Non nel senso classico del termine, secondo la terminologia di von Clausewitz, perché lo scopo della guerra è raggiungere un fine politico. Qual è il fine politico che Israele spera di raggiungere?

Israele vuole cacciare i palestinesi da Gaza. Lo sappiamo, lo sanno tutti.

Ma questo non è successo e, dopo tre anni di brutale violenza, Israele non è più vicino al successo di quanto lo fosse l’8 ottobre. Sono ancora fermi al punto di partenza. Quindi, dov’è il fine politico? Dov’è la vittoria?

Ma che dire di Hamas? Hamas sta vincendo la sua guerra contro Israele? Sì, Hamas sta vincendo la sua guerra contro Israele per la semplice ragione che sta raggiungendo i suoi obiettivi strategici, che porteranno a uno Stato finale politico.

È importante sottolineare che non stiamo parlando del prezzo terribile che il popolo palestinese sta pagando. Sappiamo che gran parte di Gaza è stata ridotta a una terra desolata e che non c’è speranza all’orizzonte. Ma non è questo il punto che stiamo affrontando. Ci siamo concentrati sulla questione se Hamas stia raggiungendo i suoi obiettivi. Questo è ciò che vogliamo sapere. Ma, per farlo, dobbiamo identificare quali siano questi obiettivi.

Fortunatamente, abbiamo il testo di un discorso del leader di Hamas Yahya Sinwar (pronunciato il 14 dicembre 2022) in cui presenta la strategia di Hamas nei termini più semplici. Ecco cosa ha detto:

“Entro un periodo limitato di mesi, che stimo non supererà un anno, costringeremo l’Occupazione a trovarsi di fronte a due opzioni: o la costringeremo ad applicare il Diritto Internazionale, a rispettare le risoluzioni internazionali, a ritirarsi dalla Cisgiordania e da Gerusalemme, a smantellare gli insediamenti, a liberare i prigionieri e a garantire il Ritorno dei rifugiati, realizzando così la creazione di uno Stato Palestinese sui Territori Occupati nel 1967, inclusa Gerusalemme; oppure la porremo in contraddizione e in conflitto con l’intero ordine internazionale, isolandola in modo estremo e deciso, e ponendo fine alla sua integrazione nella Regione e nel mondo intero, affrontando il collasso che si è verificato su tutti i fronti della Resistenza negli ultimi anni”.

Cosa significa dunque la dichiarazione di Sinwar?

Innanzitutto, ci dice che è un realista che non si aspettava di sconfiggere Israele militarmente. Non è mai stata una sua seria ipotesi. Le Forze di Difesa Israeliane sono troppo potenti.

In secondo luogo, la sua intenzione non era quella di terrorizzare o uccidere civili israeliani o di “spingere gli ebrei in mare”. Queste affermazioni sono sostanzialmente Propaganda volta a demonizzare Hamas.

La strategia, in parole semplici, era quella di provocare una reazione eccessiva da parte di Israele per mostrare al mondo il vero volto del Sionismo. Questo era l’obiettivo, e un’attenta lettura del testo sopra riportato lo dimostra.

Quindi, Israele è caduto nella trappola e ha reagito in modo eccessivo?

Certo che sì, infatti i sondaggi mostrano che la maggioranza ovunque rifiuta l’idea che il 7 ottobre fornisca una giustificazione legittima per la distruzione di Gaza. Nessuno crede alla debole scusa di Israele secondo cui il 7 ottobre avrebbe dato loro il via libera per radere al suolo l’intera striscia di terra lunga 40 chilometri.

Quindi, Sinwar aveva previsto la reazione di Israele? Non solo lo aveva previsto, ma era parte integrante della sua strategia complessiva. Come abbiamo detto, sapeva di non poter sconfiggere Israele militarmente, quindi doveva creare una situazione in cui Israele si auto-sconfiggesse. E ci è riuscito. Ha svelato il lato oscuro dell’occupante e ha progressivamente ottenuto maggiore sostegno per la Causa Palestinese. Questo, a mio avviso, si chiama “vincere”.

Quindi, chiedetevi: le previsioni di Sinwar si sono avverate? Israele è più “isolato in modo estremo e potente”?

Sì.

La minaccia dell'”integrazione regionale” è stata “sospesa”?

Sì.

E Israele si trova ad affrontare uno “stato di collasso su tutti i fronti”?

Non ancora, ma siamo ancora nelle fasi iniziali di questo conflitto. Tuttavia, a prescindere da qualsiasi parametro, la traiettoria dell’opinione pubblica globale suggerisce che il potere convincitivo di Israele si sta erodendo giorno dopo giorno. Il Paese è più isolato politicamente che mai nella sua storia, e sempre più persone esprimono il loro orrore per il comportamento criminale delle truppe israeliane che operano a Gaza.

Ecco un commento dell’attrice britannica Juliet Stevenson, che si fa portavoce di molti di noi:

“Abbiamo assistito a qualcosa di infernale. È come qualcosa di infernale. Atrocità. Crimini Contro l’Umanità. Crimini di Guerra. E tutto è stato filmato. Tutti abbiamo potuto vederlo. E so che molte persone hanno scelto di distogliere lo sguardo, perché è insopportabile, ma io non ci sono riuscita. Non pensavo ci fosse la possibilità di distogliere lo sguardo. Pensavo che, se sta accadendo, bisogna esserne testimoni. E, se questo è insopportabile, beh, bisogna trovare un modo per affrontarlo, perché il popolo palestinese lo sta affrontando. Come può il mondo assistere a tutto questo?”

Questa è la dura battaglia che Israele deve affrontare: il fatto che le persone siano state esposte per oltre tre anni alle immagini agghiaccianti del Genocidio. Sono immagini che non si cancellano e che rimodellano la percezione dei responsabili.

Non si può dimenticare un bambino preso di mira e deliberatamente ucciso da un cecchino, o masse di persone affamate falciate dalle mitragliatrici mentre cercano di raccogliere cibo per le loro famiglie, o giovani soldati che festeggiano la demolizione di scuole, ospedali, moschee e università.

Israele ha persino dissotterrato più di una dozzina di cimiteri palestinesi nel tentativo di Cancellare ogni traccia della popolazione autoctona. È raccapricciante! Nessuno ha mai visto prima una violenza sadica di questo tipo, e lascia il segno. Riporta alla mente i ricordi di Abu Ghraib e gli orribili abusi subiti dai combattenti iracheni, torturati e tormentati da militari americani senza scrupoli. Le foto sono state ampiamente diffuse dai media di tutto il mondo, causando un enorme danno d’immagine agli Stati Uniti.

Ma, veniamo al dunque, Ogni giorno è Abu Ghraib a Gaza. Ogni giorno una nuova atrocità, un nuovo abuso, un nuovo orrore. E la gente si chiede: com’è possibile che un popolo sia così privo di empatia? Com’è possibile che sia così privo di umanità? Questo è puro nichilismo che affoga in oceani di sangue. E non si ferma mai.

Nella loro arroganza, i pianificatori israeliani pensano di poter modificare i loro programmi di informazione e cancellare la macchia del Genocidio. Pensano che con messaggi aggressivi sui social media, podcaster filo-israeliani e campagne pubblicitarie appariscenti riusciranno a cambiare i cuori e le menti e a ottenere il sostegno pubblico per lo Stato Ebraico.

Ma tutti i sondaggi mostrano esattamente il contrario. L’approvazione pubblica di Israele è in caduta libera e non c’è segno di un’inversione di tendenza. La gente si è fatta un’opinione. È profondamente sconvolta dalla crudeltà quotidiana che i soldati infliggono con gioia. Ne abbiamo visto abbastanza. Ne abbiamo abbastanza.

E tutto questo è opera di Sinwar. Ha strappato la maschera al Sionismo, rivelando la creatura assetata di sangue che si cela dietro.

Ci è stato ripetuto più volte che “il Sionismo è un movimento politico e nazionalista che sostiene il diritto del popolo ebraico all’autodeterminazione e alla sovranità nella sua terra ancestrale”. Ma gli unici ad accettare questa definizione sono gli stessi Sionisti. Tutti gli altri basano le proprie conclusioni su ciò che vedono, e ciò che vedono sono montagne di carneficina in mezzo a ettari di macerie. Questo è ciò che vede il mondo, ed è ciò che viene definito Sionismo.

Riusciranno gli allegri “influencer” israeliani sui social media a cambiare questa percezione? Non credo. Non credo che possano.

Ciò che dobbiamo comprendere è che la strategia di Sinwar aveva un duplice obiettivo. Da un lato, voleva smascherare il volto del Sionismo che i palestinesi hanno subito negli ultimi 80 anni. E ci è riuscito. Ma, ancor più urgentemente, voleva far deragliare il tentativo di “normalizzare” le relazioni tra Arabia Saudita e Israele.

Gli Accordi di Abramo, promossi con vigore da Jared Kushner, rappresentano un modo per stabilire normali relazioni economiche e diplomatiche tra Israele e i suoi vicini arabi, emarginando al contempo i palestinesi. È importante ricordare che tutti questi Regimi arabi hanno firmato l’Iniziativa di Pace Araba nel 2002.

L’accordo, approvato all’unanimità da tutti i 22 Stati membri della Lega Araba, prevedeva che nessuno Stato arabo avrebbe normalizzato le relazioni con Israele a meno che non si fosse ritirato dai Territori Occupati, non avesse risolto la questione dei rifugiati e non avesse accettato la creazione di uno Stato Palestinese nella Striscia di Gaza e in Cisgiordania.

Gli Accordi di Abramo (che includevano già 3 Paesi del Golfo) minacciavano di aggirare questo accordo, il che avrebbe rapidamente condannato le aspirazioni palestinesi all’estinzione. Questa è la parte della storia che non viene mai raccontata dai media occidentali. Fino ad ora. Per qualche ragione (che non conosco?) diverse testate giornalistiche hanno iniziato a far trapelare informazioni sulla “normalizzazione”, che è stata la causa principale degli attentati del 7 ottobre. Date un’occhiata a questo titolo del Wall Street Journal:

“Documenti rivelano che Hamas voleva sabotare l’accordo tra Israele e Arabia Saudita con gli attacchi del 7 ottobre”.

Il leader militante Yahya Sinwar temeva che i progressi verso la pace avrebbero condannato la Causa Palestinese.

In sintesi: documenti interni di Hamas recuperati dall’esercito israeliano in un tunnel di Gaza mostrano che una delle principali motivazioni dell’attacco del 7 ottobre 2023 era quella di sabotare i negoziati di normalizzazione tra Israele e Arabia Saudita, mediati dagli Stati Uniti.

I leader di Hamas, in particolare Yahya Sinwar, temevano che un accordo positivo avrebbe emarginato la Causa Palestinese e aperto la strada a un più ampio riconoscimento di Israele da parte del mondo arabo e islamico. La prova chiave è costituita dai verbali di una riunione del 2 ottobre 2023 dell’Ufficio Politico di Hamas a Gaza. Secondo i documenti esaminati dal Wall Street Journal:

Il leader militare di Hamas, Yahya Sinwar, ha osservato che “l’accordo di normalizzazione tra Arabia Saudita e Sionismo sta facendo progressi significativi”. Ciò ha lasciato “una porta aperta alla maggior parte dei Paesi arabi e islamici, che avrebbero potuto seguire la stessa strada”. Ha aggiunto che era necessario un “atto straordinario” per far deragliare i negoziati e “per provocare una svolta decisiva o un cambiamento strategico negli equilibri e nelle dinamiche della Regione riguardo alla Causa Palestinese”.

Bene, qualcuno mi spieghi perché ci sono voluti tre anni ai redattori del Wall Street Journal per riportare il vero motivo del 7 ottobre? Ci si aspetterebbe che fossero ansiosi di trattare un argomento così cruciale per la nostra comprensione di un evento storico. Ma evidentemente non è così.

Il punto è che la versione ufficiale era sbagliata. Deliberatamente sbagliata. Hamas non voleva terrorizzare gli ebrei, rovesciare il governo o spingere Israele in mare.

Il vero obiettivo del 7 ottobre era sabotare la normalizzazione dei rapporti con l’Arabia Saudita, concepita per aggirare gli impegni presi in precedenza dai leader arabi, che chiedevano concessioni sulla creazione di uno Stato Palestinese prima di migliorare le relazioni economiche o diplomatiche con Israele.

Non è esagerato affermare che Hamas stava combattendo per la propria sopravvivenza e per il futuro del suo popolo. Gli Accordi di Abramo rappresentavano una minaccia esistenziale per ogni palestinese. Se i sauditi avessero firmato l’accordo, la Causa Palestinese sarebbe “scomparsa” per sempre, ed è per questo che Sinwar ha optato per un piano disperato per riportare la Palestina all’ordine del giorno regionale.

Non sorprende che i leader israeliani sapessero quali fossero i veri obiettivi di Hamas, ma non abbiano mai rivelato queste informazioni ai media. Si sono invece limitati alla solita, noiosa retorica del tipo “Hamas odia gli ebrei”.

Basta ascoltare questo estratto dell’ex capo dello Shin Bet, Ami Ayalon, per capire cosa intendo:

“Il Nuovo Medio Oriente presentato da Biden, poche settimane prima, dall’Oceano Indiano al Mediterraneo, senza i palestinesi. I palestinesi non sono stati menzionati. Ora, se chiedete a me, per come la vedo io, i palestinesi si considerano un popolo e una nazione. E, in secondo luogo, si sentono soli, abbandonati. Si sentono abbandonati da tutti gli Stati arabi che hanno firmato un trattato di pace con noi (Israele) senza fare nulla al riguardo. E ora l’America, insieme allo Stato che ha fondato l’iniziativa di pace araba (l’Arabia Saudita), sta per rinunciare a tutti i luoghi santi di Gerusalemme e a uno Stato Palestinese. Questo è ciò che hanno provato. E il mio amico Khalil mi ha detto: Ami, non capisci, hanno scelto l’Opzione Sansone perché sentivano di non avere nulla da perdere, e questo era l’unico modo per dimostrare al mondo che non sarete in grado di creare stabilità in questa Regione se ignorate i palestinesi. Basta. E la tragedia è che ci sono riusciti”.

Così, Hamas ha scelto l'”Opzione Sansone”: un’ultima disperata campagna militare di terra bruciata che avrebbe fatto notizia in tutto il mondo e riportato la Palestina all’ordine del giorno regionale. Che altra opzione avevano? La causa dell’autodeterminazione nella loro terra veniva annientata sotto i loro occhi. Avevano bisogno di qualcosa di veramente eclatante per fermare Israele. Avevano bisogno del 7 ottobre.

E prima che i soliti noti inizino a lamentarsi di “terrorismo” e organizzazioni terroristiche (nota: Hamas è designata come organizzazione terroristica solo da una manciata di Paesi, tutti sotto il controllo di potenti Sionisti), vi prego di considerare ancora una volta le parole di Ami Ayalon, che ammette candidamente che “farebbe di tutto per ottenere la sua libertà”. Ecco un estratto:

“Domanda: Qual è la realtà della vita per i palestinesi qui?

Ami Ayalon: Un popolo che sogna una vita di libertà, ma non la vede.

Che ci piaccia o no, controlliamo la vita di milioni di persone.

Domanda: Se fossi un palestinese che vive in Cisgiordania o a Gaza, qual è la tua opinione su Israele?

Ami Ayalon: Combatterei contro Israele per ottenere la mia libertà.

Domanda: Come combatteresti? Quanto slealmente?

Ami Ayalon: Farei di tutto per ottenere la mia libertà, e basta. Non si può scoraggiare una persona o un gruppo di persone se credono di non avere nulla da perdere. Noi israeliani avremo sicurezza solo quando loro avranno speranza”.

Significa forse che l’ex capo dello Shin Bet si sarebbe macchiato di atti terroristici contro i suoi oppressori? Avrebbe lanciato attacchi violenti contro il governo e l’esercito? Avrebbe ucciso chiunque gli impedisse di ottenere la libertà?

Ayalon: “Farei di tutto per ottenere la mia libertà, e basta”.

Quindi, in cosa Ayalon si differenzia da Hamas?

Non c’è alcuna differenza.

In definitiva: Sinwar aveva molteplici ragioni per lanciare gli attacchi del 7 ottobre, ma nessuna di queste aveva a che fare con “l’odio per gli ebrei” o con il desiderio di “terrorizzare civili innocenti”. Il vero obiettivo, secondo documenti interni di Hamas, era “provocare una svolta decisiva o un cambiamento strategico negli equilibri e nelle dinamiche della Regione riguardo alla Causa Palestinese”. Il secondo obiettivo era smascherare il Mostro Sionista con cui hanno a che fare da decenni.

Lascio a voi giudicare se ci sia riuscito.


* Mike Whitney è un analista geopolitico e giornalista indipendente residente nello Stato di Washington, Stati Uniti. Scrive come opinionista e autore indipendente dal 2002, concentrandosi su temi di politica, economia, giustizia sociale e questioni internazionali. I suoi articoli sono apparsi su diverse testate e piattaforme online alternative e indipendenti, tra cui CounterPunch, Truthdig, MintPress News, Eurasia Review, The Intercept e Pearls and Irritations. Ha contribuito al libro collettivo “Hopeless: Barack Obama and the Politics of Illusion” (Senza Speranza: Barack Obama e la Politica dell’Illusione – pubblicato da AK Press) ed è stato coinvolto nella raccolta fondi digitale per la campagna presidenziale di Bernie Sanders del 2016 – Traduzione: La Zona Grigia – Fonte: https://www.unz.com/…/sinwar-tore-the-mask-off-zionism…/

da qui

domenica 18 ottobre 2026

discorso di Susan Abulhawa alla Oxford Union il 28 Novembre 2024

 

"Non risponderò a domande finché non avrò finito di parlare, quindi vi prego di non interrompermi.

Affrontando il problema di cosa fare con gli abitanti indigeni della terra, Chaim Weizmann, un ebreo russo, disse al Congresso Sionista Mondiale nel 1921 che i palestinesi erano simili alle "rocce della Giudea, ostacoli da rimuovere su un sentiero difficile".

David Gruen, un ebreo polacco che cambiò il proprio nome in David Ben Gurion per suonare più in linea con la regione, disse: “Dobbiamo espellere gli arabi e prenderne il posto”.

Esistono migliaia di conversazioni simili tra i primi sionisti che pianificarono e attuarono la violenta colonizzazione della Palestina e l'annientamento del suo popolo nativo.

Ma ebbero solo un successo parziale, assassinando o epurando etnicamente l'80% dei palestinesi, il che significava che il 20% di noi è rimasto — un ostacolo duraturo alle loro fantasie coloniali, divenuto oggetto della loro ossessione nei decenni successivi, specialmente dopo la conquista di ciò che restava della Palestina nel 1967.

I sionisti si lamentavano della nostra presenza e discutevano pubblicamente in ogni ambito — politico, accademico, sociale, culturale — su cosa fare di noi; su cosa fare con il tasso di natalità palestinese, con i nostri bambini, definiti una “minaccia demografica”.

Benny Morris, che inizialmente doveva essere qui, una volta espresse rammarico perché Ben Gurion “non portò a termine il lavoro” di sbarazzarsi di tutti noi, il che avrebbe eliminato quella che chiamano la “questione araba”.

Benjamin Netanyahu, ebreo polacco il cui vero nome è Benjamin Mileikowsky, un giorno si rammaricò per un’occasione mancata durante la rivolta di Piazza Tienanmen nel 1989, per espellere grandi masse della popolazione palestinese “mentre l’attenzione mondiale era concentrata sulla Cina”.

Alcune delle soluzioni da loro proposte al “fastidio” della nostra esistenza includevano una politica del “rompere loro le ossa” negli anni ’80 e ’90, ordinata da Yitzhak Rubitzov, ebreo ucraino che cambiò nome in Yitzhak Rabin (per le stesse ragioni).

Quella politica orrenda, che ha segnato intere generazioni di palestinesi, non è riuscita a farci andare via. E frustrati dalla resilienza palestinese, è sorto un nuovo discorso, specialmente dopo la scoperta di un enorme giacimento di gas naturale al largo della costa di Gaza del Nord, dal valore di trilioni di dollari.

Questo nuovo discorso è riecheggiato nelle parole del colonnello Efraim Eitan, che disse nel 2004: “dobbiamo ucciderli tutti”.

Aaron Sofer, presunto intellettuale e consigliere politico israeliano, insistette nel 2018 che “dobbiamo uccidere e uccidere e uccidere. Tutto il giorno, ogni giorno”.

Quando ero a Gaza, vidi un bambino di non più di 9 anni a cui erano state strappate via le mani e parte del volto da una scatola di cibo trappolata lasciata dai soldati per i bambini affamati. In seguito seppi che avevano anche lasciato cibo avvelenato per le persone a Shujaiyya, e che negli anni ’80 e ’90 i soldati israeliani avevano lasciato giocattoli esplosivi nel sud del Libano che esplodevano quando i bambini eccitati li raccoglievano.

Il male che fanno è diabolico, eppure si aspettano che voi crediate che siano loro le vittime. Invocando l’Olocausto europeo e urlando all’antisemitismo, si aspettano che sospendiate ogni ragione umana fondamentale per credere che i cecchini quotidiani sui bambini, con colpi detti “kill shots”, e i bombardamenti di interi quartieri che seppelliscono famiglie vive, siano autodifesa.

Vogliono che crediate che un uomo che non aveva mangiato da oltre 72 ore, che continuava a combattere anche con un solo braccio funzionante, fosse mosso da una barbarie innata e da un odio irrazionale verso gli ebrei — invece che da un indomito desiderio di vedere il proprio popolo libero nella propria terra.

Mi è chiaro che non siamo qui a discutere se Israele sia uno stato di apartheid o genocida. Questo dibattito riguarda, in ultima analisi, il valore della vita palestinese; il valore delle nostre scuole, dei centri di ricerca, dei libri, dell’arte, dei sogni; delle case che abbiamo costruito in una vita intera e che custodiscono le memorie di generazioni; il valore della nostra umanità, della nostra libertà, dei nostri corpi e delle nostre aspirazioni.

Perché se i ruoli fossero invertiti —

se i palestinesi avessero passato gli ultimi ottant’anni a rubare case ebraiche, espellendo, opprimendo, imprigionando, avvelenando, torturando, stuprando e uccidendo ebrei;

se i palestinesi avessero ucciso 300.000 ebrei in un solo anno, preso di mira giornalisti, intellettuali, medici, atleti, artisti;

se avessero bombardato tutti gli ospedali, università, sinagoghe e musei israeliani, creando piattaforme da cui osservare lo sterminio come un’attrazione turistica;

se avessero rinchiuso centinaia di migliaia di ebrei in tende di fortuna, bombardandoli anche nelle “zone sicure”, bruciandoli vivi, privandoli di cibo, acqua e medicine;

se avessero costretto bambini ebrei a vagare scalzi con pentole vuote, raccogliere i resti dei genitori in sacchetti di plastica, dormire sulle loro tombe, pregare per la morte;

se li avessero terrorizzati tanto da far perdere loro i capelli, la memoria, la mente; se avessero fatto morire d’infarto bambini di 4 o 5 anni;

se avessero lasciato morire da soli neonati nelle incubatrici, decomporsi nei letti d’ospedale;

se avessero attirato ebrei affamati con camion di aiuti per poi aprire il fuoco;

se un cecchino palestinese si fosse vantato di aver fatto esplodere 42 ginocchia ebree in un giorno, o avesse detto alla CNN di aver travolto centinaia di ebrei con un carro armato;

se avessero sistematicamente stuprato medici ebrei con bastoni roventi, ferri elettrificati o estintori, fino a ucciderli come è accaduto a dr. Adnan al-Bursh;

se avessero obbligato donne ebree a partorire nel fango o a subire amputazioni senza anestesia;

se avessero decorato i carri armati con i giocattoli dei loro figli assassinati...

...Se tutto questo stesse accadendo oggi agli ebrei, non ci sarebbe dibattito su cosa sia terrorismo o genocidio.

Eppure, due palestinesi — io e Mohammad El-Kurd — siamo venuti qui a fare esattamente questo: a subire l’umiliazione di dover dibattere con chi pensa che le nostre uniche opzioni di vita siano lasciare la nostra terra, sottometterci, o morire in silenzio.

Ma vi sbagliereste a pensare che io sia qui per convincere qualcuno.

La risoluzione di questa assemblea, seppur benintenzionata e apprezzata, ha scarso peso nel mezzo di quello che per noi è l’Olocausto del nostro tempo.

Sono qui nello spirito di Malcolm X e James Baldwin, che affrontarono mostri ben vestiti e ben parlati, proprio come questi, portatori delle stesse ideologie suprematiste del sionismo — idee di privilegio, favore divino, popolo eletto.

Sono qui per la storia.

Per parlare alle generazioni future.

Per i cronisti di quest’epoca straordinaria, dove il bombardamento a tappeto di popolazioni indigene indifese è giustificato.

Sono qui per le mie nonne, entrambe morte come rifugiate senza un soldo, mentre ebrei stranieri vivevano nelle loro case rubate.

E sono qui anche per parlare direttamente ai sionisti, ovunque essi siano.

Vi abbiamo accolto nelle nostre case quando i vostri paesi cercavano di sterminarvi e il mondo vi chiudeva le porte.

Vi abbiamo dato da mangiare, da vestire, vi abbiamo offerto rifugio.

E quando fu il momento, ci avete cacciato, derubato, bruciato, assassinato.

Avete strappato i nostri cuori, perché evidentemente non sapete vivere senza dominare gli altri.

Avete superato ogni limite e coltivato gli impulsi più vili dell’umanità.

Ma ora il mondo sta finalmente intravedendo l’orrore che abbiamo sopportato per decenni.

Vi osservano con stupore, vedono il sadismo, l’euforia, la gioia con cui perseguitate ogni giorno i nostri corpi, le nostre menti, il nostro futuro, il nostro passato.

Ma qualunque cosa accada, non apparterrete mai veramente a quella terra.

Non comprenderete mai la sacralità degli ulivi che da decenni tagliate e bruciate per dispetto. Nessun nativo farebbe una cosa simile. Nessuno che appartenga davvero a quella regione distruggerebbe Baalbek, Bittir o antichi cimiteri, come fate voi.

I nostri antenati sono letteralmente nella nostra DNA, nei fiumi, nelle rocce, negli uccelli, nei nostri abiti tradizionali ricamati a mano, nella lingua dei nostri thobes, nei motivi tramandati da secoli.

Le case che i vostri agenti immobiliari vendono come “antiche case arabe” custodiranno sempre i nostri ricordi.

Le antiche foto e dipinti non vi conterranno mai.

Non conoscerete mai il significato di essere amati da chi non ha nulla da guadagnare da voi.

Non riuscirete a cancellarci, per quanto ci uccidiate, tutto il giorno, ogni giorno.

Non siamo le rocce che Chaim Weizmann pensava di poter rimuovere. Siamo il suolo stesso. Siamo i suoi fiumi, i suoi alberi, le sue storie.

Un giorno, la vostra impunità e arroganza finiranno.

La Palestina sarà libera.

Verrà restaurata alla sua gloria pluralista, multietnica e multireligiosa.

Ricostruiremo i treni da Il Cairo a Gaza, da Gerusalemme a Haifa, da Tripoli a Beirut, da Damasco a Amman, fino a Sanaa.

Metteremo fine alla macchina da guerra americana-sionista, basata su dominio, estrazione, inquinamento e saccheggio.

E voi, o ve ne andrete, o imparerete a convivere da uguali con gli altri."

da qui

sabato 17 ottobre 2026

Nessuno Stato ha il “diritto” di esistere, men che meno uno Stato di Apartheid e Genocida come Israele - Jonathan Cook

 

Dopo che i Verdi hanno approvato una mozione che dichiara “il Sionismo è Razzismo”, improvvisamente tutti i giornalisti dell’apparato mediatico fanno finta di niente sulle questioni più elementari del Diritto Internazionale.


Fonte


Israele non ha il diritto di esistere. Questa è la posizione del Diritto Internazionale. Non ha nulla a che vedere con l’odio per Israele o l’antisemitismo.

In realtà, nessuno Stato, nessuno, ha il “diritto” di esistere, compresi gli Stati che si affannano a esaltare le proprie credenziali democratiche.

Se il Regno Unito avesse il “diritto” di esistere, ad esempio, significherebbe che alla Scozia non potrebbe essere permesso di votare per l’indipendenza. Perché? Perché un voto del genere disgregherebbe il Regno Unito. Sarebbe una violazione del presunto “diritto” del Regno Unito di esistere come Regno Unito.

Ed è proprio per questo che il Regno Unito non ha il “diritto” di esistere.

I popoli hanno il diritto di esistere. Quando questo diritto viene abusato, si configurano invariabilmente gravissime violazioni del Diritto Internazionale, spesso attraverso crimini come l’Apartheid, la Pulizia Etnica o il Genocidio.

Gli Stati, al contrario, non hanno un “diritto” ad esistere. Semplicemente esistono di fatto, finché improvvisamente non cessano di esistere. Come il Sudafrica dell’Apartheid. Come la Rhodesia. Come la Cecoslovacchia. Come la Jugoslavia. Come la Germania Nazista.

È talmente ovvio che non dovrebbe nemmeno essere necessario specificarlo.

Se gli Stati avessero un “diritto” ad esistere, fattori del tutto arbitrari come i loro confini, la composizione demografica e le istituzioni politiche sarebbero sacrosanti. Inviolabili. Sarebbe impossibile per le minoranze secedere, per i territori essere trasferiti, per le strutture dell’Apartheid essere rovesciate. Qualsiasi cambiamento di questo tipo costituirebbe una violazione del “diritto all’esistenza” dello Stato così com’è.

Eppure, ogni singolo giornalista impiegato da un organo di stampa tradizionale fa improvvisamente finta di niente su questa questione elementare. Sono stati tutti improvvisamente sottoposti a una lobotomia collettiva. Insistono sul fatto che Israele debba essere l’eccezione alla regola secondo cui nessuno Stato ha il “diritto” di esistere.

Guardate, ad esempio, Nick Robinson della BBC che rimprovera il leader del Partito dei Verdi, Zack Polanski, per essersi rifiutato di affermare il “diritto di esistere” di Israele. Polanski sostiene, giustamente, che israeliani e palestinesi hanno il diritto di vivere in condizioni di uguaglianza.

Stupidità incendiaria

Perché tutta questa stupidità incendiaria da parte dei nostri giornalisti, che si suppone siano i più brillanti e capaci?

La loro ottusità non è casuale.

Una mozione del Partito dei Verdi della scorsa settimana ha stabilito che il Sionismo, l’ideologia che ha creato e sostiene Israele, è Razzismo. Ciò ha portato un’attenzione molto indesiderata sulla questione di che tipo di Stato sia Israele.

Non è vergognoso che il Partito dei Verdi abbia adottato una mozione che equipara il Sionismo al Razzismo durante la sua conferenza annuale del partito, lo scorso fine settimana.

Ma ciò su cui Robinson e il resto dei media insistono è un’eccezione unica per Israele. Sostengono che Israele abbia un diritto eccezionale, un diritto di cui nessun altro Stato gode, ad esistere così com’è e in perpetuo.

L’implicazione, quella che vogliono far intuire senza che debbano esplicitarla, è che qualsiasi tentativo di porre fine a Israele come Stato Razzista e di riformarlo in una democrazia in cui israeliani e palestinesi abbiano pari diritti, costituisce una violazione del suo presunto “diritto all’esistenza”.

Vogliono anche far credere che chiunque neghi il “diritto di esistere” di Israele stia invocando lo Sterminio di Massa, il Genocidio, degli ebrei israeliani, e forse di tutti gli ebrei.

Secondo loro, tra coloro che invocano lo Sterminio degli ebrei figurano Zack Polanski, il leader ebreo dei Verdi, e Stephen Kapos, un anziano sopravvissuto all’Olocausto e uno dei promotori della mozione.

Ciò che questi giornalisti stanno facendo non ha nulla a che vedere con la protezione della popolazione ebraica che vive in Israele. Si tratta di consolidare uno Stato fortemente militarizzato che soggioga i palestinesi, sia nei Territori Occupati che all’interno di Israele stesso, che si rifiuta di definire i propri confini, che è stato giudicato Colpevole di Apartheid dalla più alta corte del mondo e che sta perpetrando un Genocidio a Gaza, secondo il consenso unanime di autorità legali e per i diritti umani, nonché di studiosi del Genocidio.

Se il Sudafrica dell’Apartheid non aveva il “diritto” di esistere, neanche Israele ha il “diritto” di esistere. I suoi crimini sono di gran lunga più gravi di quelli del Sudafrica dell’Apartheid, come osservò in modo emblematico il compianto arcivescovo Desmond Tutu, Premio Nobel per la Pace, dopo aver viaggiato nei Territori Occupati, e lo fece molto prima che Israele iniziasse a perpetrare il Genocidio a Gaza.

Come quell’altro famoso Stato di Apartheid, Israele deve essere ricostituito come una democrazia affinché non rappresenti più un pericolo per il popolo palestinese che ha espropriato, oppresso e ora genocidato per decenni.

‘Stato di Gaza’

Ogni volta che espongo questa tesi sui social media, gli apologeti di Israele esclamano eccitati che sono caduto nella mia stessa trappola. Se Israele non ha diritto di esistere, blaterano, allora nemmeno uno Stato Palestinese deve avere diritto di esistere.

Sì, avete capito bene. Ripeto: nessuno Stato ha il “diritto” di esistere.

E questo potrebbe rivelarsi un’ottima cosa per il popolo palestinese.

Immaginate che il Consiglio per la Pace di Donald Trump decida di ricostruire la piccola enclave di Gaza secondo il suo piano dichiarato: come un complesso residenziale di lusso tipo Mar-a-Lago sul Mediterraneo, dove i palestinesi vivono di fatto come lavoratori ospiti, al servizio dei ricchi arabi del Golfo con ristoranti, centri dati per l’Intelligenza Artificiale, casinò e bordelli. Trump potrebbe decidere di chiamare questo manicomio Stato di Gaza.

E immaginiamo che, sotto l’intensa pressione internazionale, Israele permetta finalmente ai restanti lembi di territorio della Cisgiordania non colonizzati con insediamenti illegali di tenere elezioni strettamente regolamentate da ufficiali militari israeliani. Il governo frammentato della Cisgiordania non ha alcun controllo sui propri confini o sul proprio spazio aereo, non ha contiguità territoriale, non ha un esercito, è separato da Gaza e Gerusalemme Est e non ha accesso al mondo esterno senza il permesso di Israele. Israele decide di chiamare questo inferno Stato di Palestina.

Questo “Stato di Gaza” ha il “diritto” di esistere? Anche lo “Stato di Palestina” ha il “diritto” di esistere?

Qualsiasi lotta dei palestinesi che vivono lì per esercitare un controllo reale su uno di questi Stati e riformarli violerebbe il “diritto all’esistenza” di tali Stati?

Per il bene del popolo palestinese, speriamo di no.

Ma questo è proprio l’argomento che viene avanzato dagli apologeti di Israele. Se l’attuale Stato di Israele ha un sacrosanto “diritto di esistere” così com’è, allora qualsiasi ipotetico Stato che Trump imponga al popolo palestinese, a qualunque condizione, godrebbe di un analogo “diritto di esistere”.

Dignità e sicurezza

L’errore che si commette qui è quello di associare lo Stato, così come esiste, al popolo che dovrebbe rappresentare.

Gli israeliani hanno il diritto di esistere, hanno il diritto di non essere oppressi, sottoposti a Pulizia Etnica o Genocidio, e lo Stato che li rappresenta è legittimo finché il suo ruolo è quello di proteggerli da questo tipo di minacce. Finché garantisce loro un certo grado di dignità e sicurezza.

Ma gli israeliani perdono il diritto di mantenere il loro Stato così com’è se questo Stato viene utilizzato per opprimere, praticare la Pulizia Etnica o Genocidiare un altro popolo, come i palestinesi. In tal caso, diventa uno Stato illegittimo, proprio come il Sudafrica dell’Apartheid o la Germania Nazista. Deve essere ricostituito in modo da riconquistare la sua legittimità.

Questo non significa “prendere di mira” Israele.

I palestinesi non hanno mai avuto uno Stato moderno. Hanno vissuto sotto diversi occupanti, tra cui gli Ottomani, gli Inglesi e Israele. Sono stati completamente esclusi dal processo di decolonizzazione successivo alla fine della Seconda Guerra Mondiale.

Non si può giudicare se abbiano uno Stato legittimo o illegittimo perché non ne hanno uno. Hanno bisogno di uno Stato proprio per proteggersi dall’oppressione, dalla Pulizia Etnica e dal Genocidio perpetrati dallo Stato che rappresenta gli israeliani.

I gruppi armati a Gaza non sono uno Stato, e non lo sono nemmeno i cosiddetti “moderati” in Cisgiordania. Non sono nemmeno dei veri e propri governi. Sono traditori o movimenti di Resistenza che lottano per la liberazione del loro popolo, un diritto riconosciuto al popolo palestinese dal Diritto Internazionale. I palestinesi lottano per avere uno Stato che li rappresenti, per rimuovere un occupante che li maltratta e li uccide.

Questa rappresentanza potrebbe concretizzarsi attraverso uno Stato Palestinese, oppure attraverso uno Stato confederale o unitario in cui israeliani e palestinesi godano di pari diritti.

Nemmeno quello Stato avrà il diritto di esistere. Dovrà guadagnarsi un posto nei cuori di israeliani e palestinesi proteggendo la loro dignità e sicurezza collettiva meglio di qualsiasi altro assetto.

Questa è una lezione che faremmo tutti bene a ricordare mentre riflettiamo se gli Stati che affermano di rappresentarci lo facciano davvero.


(Traduzione a cura di: Beniamino Rocchetto)

da qui