La Libertà Non Sta Nello Scegliere Tra Bianco E Nero, Ma Nel Sottrarsi A Questa Scelta Prescritta. (Theodor W.Adorno)
sabato 19 settembre 2026
giovedì 10 settembre 2026
Una legge contro il dissenso, non contro l’antisemitismo - Alessandra Algostino*
La definizione IHRA entra
nella legge e rischia di trasformare la lotta all’antisemitismo in uno
strumento per delegittimare la critica a Israele e colpire le mobilitazioni per
la Palestina. Nessuna discontinuità con le politiche razziste contro migranti e
diritto d’asilo: prosegue il fil noir del governo Meloni, la repressione del
dissenso.
Mentre la legge elettorale ondeggia al ritmo dei
sondaggi, con l’unico fine di tentare di mantenere il potere e realizzare
surrettiziamente il premierato, la camera da oggi vota sul disegno di legge in
tema di contrasto all’antisemitismo già approvato al senato.
È questa legge un’anomalia nel governo che si
distingue per numerosità e intensità dei provvedimenti razzisti e repressivi?
Assolutamente no. Nessuna discontinuità rispetto al
razzismo sottostante la demolizione del diritto di asilo, i provvedimenti
disumani nei confronti di chi salva persona in mare, la necropolitica dei
confini, ma una distorsione dell’antisemitismo per perseguire il fil
noir del governo Meloni, la repressione del dissenso.
Il cardine è l’adozione della Definizione operativa di
antisemitismo proposta nel 2016 dall’International holocaust remembrance
alliance (Ihra), inclusi i suoi indicatori, al cui interno si annida
l’equiparazione fra odio per gli ebrei e critiche ad Israele («negare agli
ebrei il diritto dell’autodeterminazione, per esempio sostenendo che
l’esistenza dello Stato di Israele è una espressione di razzismo»; «Fare
paragoni tra la politica israeliana contemporanea e quella dei Nazisti»).
Sovrapporre l’«odio verso gli ebrei in quanto tali» a «ostilità nei confronti
di Israele in quanto Stato degli ebrei» assicura ad Israele intoccabilità e un
surplus di legittimità politica; oltre a veicolare un’altra sovrapposizione
impropria, quella fra antisemitismo e antisionismo.
La proposta in discussione attribuisce la forza della
legge alla definizione Ihra e, se pur in forme ammorbidite nel passaggio
parlamentare (scompare ad esempio un palesemente incostituzionale diniego di
autorizzazione alla riunione «antisemita»), introduce misure di prevenzione e
contrasto che instaurano un meccanismo di disciplinamento nell’orizzonte di una
democrazia identitaria, che delegittima e punisce la critica politica.
Gli incisi sulla salvaguardia della libertà di critica
e l’autonomia di scuola e università (oggetto di particolari attenzioni), a
fronte della pervasività della definizione Ihra, rischiano di essere mera
retorica, mentre misure dal tono soft come monitoraggi, prevenzione,
promozione, inducono autocensura ed esercitano effetti deterrenti e dissuasivi;
per tacere della figura del Coordinatore nazionale, incardinato nel vertice
dell’esecutivo e da esso nominato.
Sia chiaro: esista già una norma, l’art. 604-bis del
codice penale, che punisce la propaganda e istigazione a delinquere per motivi
di discriminazione razziale, etnica, nazionale o religiosa, che menziona
altresì esplicitamente la Shoa.
La ridondanza del nuovo disegno di legge manifesta la
volontà di neutralizzare le mobilitazioni per la Palestina e, al contempo,
costruire un concetto passe-partout per denigrare e reprimere qualsivoglia
dissenso scomodo.
La forza culturale del ripudio dell’antisemitismo,
pratica e tesi aberrante, diviene una clava per screditare e delegittimare chi
oggi critica violenze perpetrate su base razzista e coloniale.
Non di contrasto all’antisemitismo si tratta ma di
contrasto al dissenso, in coerenza con il diritto penale del nemico (e
dell’amico) e una amministrativizzazione della sicurezza che strangola i
diritti con misure di prevenzione e multe.
Paradossalmente, anche attraverso il contrasto
all’antisemitismo avanza sotto mentite spoglie il fascismo: la
ricontestualizzazione storica dell’antisemitismo funge da revisionismo e si
accompagna alla delegittimazione dell’antifascismo (ultimo esempio, le liste di
proscrizione di Trump, che hanno appena colpito Autistici/Inventati, nel
silenzio complice del governo).
Contro un provvedimento che, sotto mentite spoglie,
nasconde controllo e disciplinamento, approvato a larga maggioranza al senato
(anche grazie al Partito democratico, fra astensioni e voti a favore), è
necessario costruire una mobilitazione sociale, rivendicando il diritto di
essere inequivocabilmente contro ogni forma di antisemitismo e di razzismo
(islamofobia, disumanizzazione dei migranti) e, insieme, il diritto di
criticare e mobilitarsi contro uno Stato, Israele, che pratica politiche
coloniali e genocide.
*da il manifesto
mercoledì 9 settembre 2026
Netanyahu ricevette un avvertimento esplicito prima del 7 ottobre e non informò i vertici della sicurezza israeliana - Lavinia Marchetti
Traduzione dell’inchiesta di Haaretz
8 settembre 2026
Nel
settembre 2023 il presidente degli Emirati Arabi Uniti Mohammed bin Zayed
telefonò a Netanyahu per comunicargli un grave avvertimento. Netanyahu non fece
nulla. Una vasta inchiesta, condotta per un nuovo libro, ricostruisce le
responsabilità del primo ministro negli eventi che precedettero e seguirono il
7 ottobre. Netanyahu afferma che si tratta di «una menzogna assoluta».
Shlomi Eldar
e Ruth Yuval
Haaretz, 8
settembre 2026, ore 6.02, ora israeliana
Erano gli
ultimi giorni di settembre del 2023. Gli attentati infiammavano la
Cisgiordania, masse di abitanti di Gaza protestavano regolarmente presso la
barriera di confine e il paese era scosso dal conflitto interno sulle leggi del
colpo di Stato giudiziario. Chiunque osservasse gli avvenimenti con lucidità
poteva avvertire che un’escalation incombeva dietro ogni angolo.
Il
presidente degli Emirati Arabi Uniti, lo sceicco Mohammed bin Zayed, conosciuto
come MBZ, era particolarmente preoccupato. «Ne parlò spesso con me nei mesi che
precedettero la guerra», racconta il presidente Isaac Herzog, che intrattiene
rapporti amichevoli con bin Zayed. «Continuava a trasmettere il messaggio che
occorreva disinnescare la situazione. Mandò perfino un inviato speciale in
Israele, che incontrò il primo ministro. L’emiro sembrava avvertire che la
regione fosse sul punto di esplodere.»
Bin Zayed
parlava anche direttamente con il primo ministro Benjamin Netanyahu. Queste
conversazioni seguivano una procedura abituale. Un rappresentante
dell’ambasciata emiratina si recava nell’ufficio del primo ministro portando
uno speciale apparecchio telefonico che garantiva la riservatezza della
chiamata.
Quella volta, però, la telefonata avviata da bin Zayed fu insolita. Una settimana e mezza prima del 7 ottobre 2023, il sovrano emiratino chiamò Netanyahu dal Palazzo presidenziale di Abu Dhabi e parlò con lui per quarantacinque minuti.
Durante la
conversazione bin Zayed avvertì Netanyahu che il capo di Hamas a Gaza, Yahya
Sinwar, stava preparando una grande operazione contro Israele. Espresse il
timore che l’evento annunciato provocasse un bagno di sangue, destabilizzasse
l’intera regione e compromettesse gli Accordi di Abramo.
Tre fonti
straniere di alto livello conoscono il contenuto della conversazione, la cui
esistenza viene rivelata per la prima volta. La scoperta deriva da un’ampia
ricerca basata su decine di fonti in Israele e nel resto del mondo, tra cui
funzionari di rango molto elevato, registrazioni, documenti interni e
corrispondenza. La ricerca è stata condotta per il nuovo libro degli autori di
questo articolo, Ostaggi: 843 giorni di abbandono, pubblicato in
ebraico da Kinneret Zmora.
Alla
telefonata partecipò anche uno stretto consigliere di bin Zayed, un palestinese
emigrato anni prima da Gaza ad Abu Dhabi e rimasto molto legato alla Striscia.
Secondo il consigliere, il sovrano emiratino insistette con Netanyahu sulla
necessità di prepararsi alla minaccia.
«L’emiro
spiegò che, secondo la sua valutazione, Sinwar stava preparando un avvenimento
di grande portata», racconta il consigliere. «Disse a Netanyahu che Israele
doveva essere pronto. Contemporaneamente raccomandò di cercare una soluzione
economica per la Striscia e di calmare la Cisgiordania, così da impedire
un’escalation.»
Bin Zayed
esortò Netanyahu a prendere sul serio la situazione. Con sua sorpresa, il primo
ministro reagì con relativa calma. Netanyahu disse che, secondo la propria
valutazione, Hamas intendeva agire in Cisgiordania e rassicurò bin Zayed
sostenendo che Israele fosse preparato a qualsiasi eventualità.
Il sovrano emiratino avrebbe poi riferito la conversazione avuta con Netanyahu e l’avvertimento trasmesso anche al direttore della CIA William J. Burns. Bin Zayed raccontò a Burns la sensazione che aveva cercato di comunicare a Netanyahu, ovvero che «qualcosa sta per esplodere», aggiungendo che il primo ministro israeliano riteneva invece che l’area più instabile fosse la Cisgiordania.
«L’emiro
sperava che, malgrado la risposta trattenuta, Netanyahu prendesse sul serio il
messaggio e intervenisse», afferma il consigliere. Nessuno dei presenti
immaginò che il primo ministro avrebbe ascoltato l’avvertimento senza
informarne i capi dell’apparato di sicurezza. Il direttore dello Shin Bet, il
capo del Mossad e il capo di Stato maggiore delle Forze di difesa israeliane
ignoravano tutti il monito di bin Zayed.
Per comprendere
da dove provenisse quell’insolito avvertimento, e perché fosse giunto proprio
attraverso il presidente degli Emirati, bisogna tornare a ciò che era accaduto
dietro le quinte nei mesi precedenti. Con la conoscenza e l’approvazione di
Netanyahu, Israele aveva condotto colloqui con Hamas su una hudna,
una tregua temporanea destinata a favorire un’intesa di lungo periodo nella
Striscia.
I contatti
erano iniziati segretamente nei primi mesi del 2023, mentre si insediava il
governo di estrema destra di Netanyahu. Sinwar aveva affidato l’incarico a
Ghazi Hamad, membro dell’ufficio politico di Hamas. Hamad parla correntemente
l’ebraico e aveva partecipato ai contatti segreti per la liberazione del
soldato rapito Gilad Shalit. Nello stesso periodo venne coinvolto un alto
esponente di Fatah, anch’egli fluente in ebraico. Per prudenza lo chiameremo
«Occhi di carbone», uno pseudonimo. Era considerato una persona affidabile e
accettabile sia per Hamas sia per lo Shin Bet. Il suo compito consisteva nel
trasmettere messaggi fra le parti, affinché i contatti tra Hamas e Israele non
apparissero diretti.
Nella
pratica, quelle conversazioni erano quasi dirette. Ghazi Hamad e Occhi di
carbone sedevano nella casa di Nasser Sarraj a Gaza. Sarraj aveva ricoperto in
precedenza l’incarico di vicedirettore del ministero degli Affari civili
dell’Autorità palestinese. Dalla parte israeliana della linea rispondeva il
funzionario dello Shin Bet responsabile degli ostaggi e dei dispersi. Poiché i
disordini a Gaza potevano danneggiare anche l’Egitto, gran parte delle
discussioni si basava su accordi raggiunti in precedenza tra Gerusalemme e il
Cairo. «L’intero canale diretto fu però nascosto agli egiziani, per timore che
si offendessero dopo essere stati esclusi», afferma un membro della squadra
dello Shin Bet impegnata nella preparazione dei colloqui, «e divenne quindi un
canale personale coltivato da Netanyahu».
In una prima
fase i colloqui riguardarono la graduale revoca del blocco imposto a Gaza e
l’aumento delle forniture di cibo e materie prime destinate alla Striscia.
Venne avanzata anche una nuova proposta. Si pensava di creare zone commerciali
lungo i confini della Striscia con Israele e con l’Egitto, capaci di offrire
migliaia di posti di lavoro ai disoccupati di Gaza. Gli egiziani erano disposti
a concedere agli abitanti della Striscia un «passaggio sicuro» verso
l’aeroporto di Sharm el-Sheikh, che avrebbe aperto loro una via verso il resto
del mondo. Fu inoltre proposta la fornitura di gas naturale alla Striscia dal
giacimento Gaza Marine, scoperto nel 2000 al largo della costa dell’enclave. Il
progetto venne chiamato «G4G», Gas for Gaza.
Nell’estate
del 2023 sembrava che tutte le questioni economiche fossero state risolte.
Restava sul tavolo soltanto l’argomento più delicato, la liberazione dei
prigionieri israeliani e la restituzione dei corpi dei soldati trattenuti nella
Striscia. In cambio del ritorno di Avera Mengistu e Hisham al-Sayed, e dei
corpi di Hadar Goldin e Oron Shaul, Sinwar chiese inizialmente la liberazione
di cinquecento prigionieri di Hamas. In seguito ridusse il numero a
duecentocinquanta e, dopo un negoziato difficile, acconsentì alla liberazione
di soli cinquanta prigionieri. Lo Shin Bet era orientato ad accettare la
scarcerazione di trenta persone, tra cui venti condannati all’ergastolo scelti
da una lista ritenuta accettabile per Israele, in cambio del ritorno dei quattro
israeliani.
L’atmosfera
era talmente ottimistica che Occhi di carbone riferiva ripetutamente che un
accordo con Israele fosse più vicino che mai e che entrambe le parti
considerassero le proposte «opzioni praticabili». Un funzionario di Hamas che
partecipò ai tentativi di raggiungere l’intesa racconta che il mediatore
tornava ogni volta entusiasta e diceva ai colleghi: «Sta succedendo».
Una fonte
della sicurezza israeliana coinvolta nella preparazione dei colloqui conferma
che «alla fine di agosto del 2023 Netanyahu approvò la liberazione di trenta
prigionieri, tra cui venti ergastolani, che sarebbero stati scelti dallo Shin
Bet». A quel punto, spiega, mancava soltanto l’approvazione del Comitato
ministeriale per gli ostaggi e i dispersi, necessaria per liberare prigionieri
e soprattutto persone condannate all’ergastolo.
Netanyahu,
tuttavia, rinviò più volte la convocazione del comitato. Forse temeva di
raggiungere un accordo con Hamas oppure la reazione dei suoi alleati estremisti
nel nuovo governo. Ai rappresentanti dello Shin Bet che gestivano il canale con
Hamas ripeteva di avere paura che la vicenda trapelasse sui mezzi
d’informazione. «E così rimase bloccata, settimana dopo settimana», racconta la
fonte.
Quando
Sinwar cominciò a mostrare insofferenza per la mancanza di progressi, Ghazi
Hamad e Occhi di carbone cercarono di rassicurarlo. Spiegarono che il ritardo
dipendeva dal coinvolgimento di Netanyahu nella grave crisi che attraversava
Israele, con l’avanzamento della riforma giudiziaria e le vaste proteste
pubbliche che ne erano seguite.
Mentre lo
sconvolgimento interno proseguiva, nell’asse della resistenza formato da Iran,
Hamas e Hezbollah si consolidò l’idea che Israele fosse diventato molto più
debole e che i diversi fronti potessero unirsi in una campagna coordinata per
sconfiggerlo. Documenti interni mostrano che proprio allora alti dirigenti di
Hamas accelerarono le richieste rivolte all’Iran per ottenere finanziamenti
destinati all’attacco.
All’inizio
di settembre 2023 Sinwar interruppe improvvisamente ogni contatto con la
squadra negoziale. «Scomparve semplicemente dai nostri radar, si volatilizzò»,
afferma un alto funzionario dello Shin Bet. Una fonte di Hamas spiega che
Sinwar aveva perso la pazienza davanti ai tempi degli israeliani.
Il canale
diretto stabilito tra un funzionario dello Shin Bet e Ghazi Hamad, gestito con
l’approvazione di Netanyahu, venne così interrotto. Avrebbe ripreso a
funzionare pienamente un anno dopo il massacro del 7 ottobre, nel settembre
2024, quando divenne urgente sbloccare l’accordo sugli ostaggi ormai
impantanato.
Nel
settembre 2023, poco prima che il dado fosse tratto, Sinwar organizzò un
incontro privato con Occhi di carbone. «Di’ agli israeliani che, se non faranno
progressi, sto preparando per loro una sorpresa enorme», dichiarò con enfasi.
Per la prima volta pronunciò una parola che avrebbe dovuto far scattare tutti
gli allarmi: «Di’ loro di aspettarsi uno zilzal, un terremoto».
Occhi di
carbone uscì sconvolto dalla conversazione. Decise di consultare un amico
fidato, lo stesso palestinese emigrato da Gaza ad Abu Dhabi che lavorava come
stretto consigliere di bin Zayed.
«Occhi di
carbone era agitato», racconta il consigliere. «Aveva capito che l’operazione
di cui parlava Sinwar poteva avere conseguenze sull’intero Medio Oriente, però
temeva di riferire direttamente l’informazione allo Shin Bet. Temeva ancora di
più che gli israeliani, se lui avesse taciuto, potessero accusarlo di
collaborare con Sinwar. Aveva davvero paura per la propria vita. Decise quindi di
trasmettere il messaggio a bin Zayed.»
«Che cosa
significa?», chiese bin Zayed al consigliere che gli aveva riferito
l’avvertimento di Sinwar.
«Se
dice zilzal, intende guerra», rispose il consigliere.
«Ne sei
sicuro?», domandò l’emiro.
«No, è la
mia interpretazione», rispose il consigliere, «ed è anche il modo in cui l’ha
compreso Occhi di carbone».
Il sovrano
emiratino rifletté, incerto. Lo preoccupava la possibilità che, nel clima di
tensione regionale, il semplice avvertimento sulle intenzioni di Hamas di
iniziare una guerra potesse appiccare l’incendio, forse provocando un attacco
preventivo israeliano. Alla fine decise: «Se non siamo sicuri, per il momento
non trasmetteremo alcun avvertimento agli israeliani. Indagheremo a fondo
finché avremo raggiunto la certezza».
Per
comprendere la gravità della minaccia di Sinwar, venne chiesto a Occhi di
carbone di incontrarlo nuovamente a Gaza. L’incontro ebbe luogo a metà
settembre 2023.
«Allora?»,
chiese Sinwar. «Hai trasmesso il messaggio agli israeliani?»
«No»,
rispose il mediatore.
Sinwar fece
un respiro profondo e, con una voce quieta da incutere paura, gli disse:
«Trasmetti loro il messaggio che sto preparando la madre di tutte le sorprese.
Un’operazione terrificante. Qualcosa di straordinario». Tornò a scandire la
parola zilzal, terremoto. «Ti prego di riferire agli israeliani,
parola per parola, ciò che sto dicendo», ordinò.
Occhi di
carbone telefonò da Gaza al consigliere di bin Zayed e gli riferì le parole di
Sinwar. «Gli chiesi tutti i particolari», ricorda il consigliere, «il tono
preciso della voce e il contesto nel quale erano state pronunciate, soprattutto
per quanto riguardava l’avvertimento dello zilzal. Gli suggerii di
lasciare rapidamente la Striscia di Gaza e di venire a casa mia per un colloquio
riservato. Alla fine dell’incontro capii che né Occhi di carbone né io avevamo
interpretato male il messaggio. Sinwar intendeva entrare in guerra.»
Il
consigliere informò bin Zayed della propria valutazione. Il sovrano emiratino
comprese la portata della minaccia e decise che il messaggio di Sinwar doveva
essere comunicato al più presto agli israeliani, ai massimi livelli.
Il 15
settembre Occhi di carbone e il consigliere trasmisero effettivamente
l’avvertimento allo Shin Bet. Il direttore dell’agenzia, Ronen Bar, chiese di
parlare immediatamente per telefono con il primo ministro. La chiamata venne
organizzata dal segretario militare di Netanyahu, Avi Gil. Bar informò
Netanyahu delle minacce di «terremoto» pronunciate da Sinwar e venne deciso di
convocare una riunione con tutti gli organismi di sicurezza interessati.
«Perché
Sinwar ci mandò un avvertimento?», si chiede oggi retoricamente un alto
funzionario dell’intelligence. «Forse era stanco del modo in cui Israele
trascinava i piedi, voleva costringerci a concludere un’intesa e aveva scarso
interesse a iniziare una guerra. Oppure, come preferiamo pensare, faceva parte
del suo piano del “Grande inganno” e voleva mettere alla prova il grado di
preparazione dell’esercito.»
In entrambi
i casi, l’apparato di sicurezza evitò di correre rischi inutili. La riunione
ebbe luogo due giorni dopo, il 17 settembre, con la partecipazione del ministro
della Difesa Yoav Gallant e dei rappresentanti dell’intelligence militare. Al
termine venne deciso di tenere, quello stesso giorno, un incontro operativo
presso l’ufficio del primo ministro. Furono invitati anche rappresentanti del
Mossad e del Consiglio per la sicurezza nazionale.
Incrociando
l’avvertimento con nuove informazioni di intelligence, i rappresentanti dello
Shin Bet presenti alla riunione ipotizzarono che Sinwar stesse cercando di
mettere le mani su Elizabeth Tsurkov, la ricercatrice israeliana che in quel
periodo era stata rapita e veniva trattenuta in Iraq, per aumentare il numero
di prigionieri palestinesi da ottenere attraverso uno scambio.
Il direttore
dello Shin Bet precisò che si trattava soltanto di una valutazione iniziale e
che l’avvertimento andava preso sul serio. Indicava, a suo giudizio, una
mancanza di deterrenza da parte di Israele e mostrava che «siamo in rotta di
collisione». Bar propose il metodo operativo chiamato «bomba spegni-incendio»,
nome in codice per un attacco improvviso e potente destinato a neutralizzare
rapidamente una minaccia grave. In alternativa chiedeva almeno «energiche
misure difensive» a Gaza e in Cisgiordania, anche solo in preparazione delle
festività ebraiche ormai vicine. La riunione terminò senza alcuna decisione.
Vedendo che
Israele non reagiva al chiaro avvertimento trasmesso allo Shin Bet, il sovrano
emiratino decise di parlare personalmente con il primo ministro israeliano. Fu
così che, alla fine di settembre, ebbe luogo la conversazione di quarantacinque
minuti durante la quale bin Zayed avvertì esplicitamente Netanyahu delle
intenzioni di Sinwar.
Nei medesimi
giorni l’ufficio del primo ministro ricevette una telefonata analoga dal capo
dell’intelligence egiziana, il generale Abbas Kamel. Kamel avvertì Netanyahu
che Hamas stava per lanciare «qualcosa di insolito, un’operazione
terrificante». La giornalista Smadar Perry, che ha pubblicato i particolari
della conversazione sul quotidiano Yedioth Ahronoth, racconta che
Netanyahu rispose anche a Kamel: «A Gaza conosciamo la situazione, abbiamo il
controllo. Il nostro problema è la Cisgiordania ed è là che stiamo trasferendo
le forze».
Il 1°
ottobre, durante una discussione sulle proteste al confine di Gaza e sulle
intenzioni attribuite a Hamas di compiere un attentato in Cisgiordania, il
direttore dello Shin Bet raccomandò ancora una volta di colpire gli alti
dirigenti di Hamas, Sinwar compreso, che «mostrava segni di arroganza». Come
nelle occasioni precedenti in cui gli era stata sottoposta la proposta,
Netanyahu rispose: «Preparate dei piani e li prenderò in considerazione».
«Non diceva
mai di no», spiega un alto funzionario della difesa. «Era il suo modo abituale
di rimandare il confronto con il problema.» Un altro alto funzionario presente
ricorda che, riassumendo la discussione, il primo ministro disse: «Continuate a
lavorare sulla capacità operativa, però per il momento calmate la situazione».
Durante
l’intera riunione il primo ministro non fece alcun cenno alle telefonate di
avvertimento che aveva ricevuto.
«Se avessimo
saputo di quegli avvertimenti, forse avremmo attribuito maggior peso al primo
messaggio ricevuto da Sinwar», afferma un alto funzionario dello Shin Bet.
«Avrebbero potuto chiarire anche le ragioni del suo improvviso ritiro dai
colloqui all’inizio di settembre. Avremmo forse messo insieme gli elementi e
raggiunto una conclusione completamente diversa, capace di modificare l’intero
quadro delle nostre valutazioni.»
Le radici
del complesso rapporto fra Netanyahu e Sinwar risalgono a molti anni prima,
alla liberazione di Sinwar da una prigione israeliana nell’ambito dell’accordo
Shalit del 2011. Dopo essersi impadronito con spietatezza di tutti i centri di
potere nella Striscia, Sinwar cominciò a elaborare una nuova strategia su due
fronti, pensata per liberare Gaza dalla situazione in cui si trovava.
«Sin dalle
prime fasi, forse già in prigione, Sinwar aveva in mente due alternative»,
afferma un alto funzionario dell’intelligence che all’epoca lo conosceva molto
bene. «Da una parte accelerò lo sviluppo delle capacità militari di Hamas,
trasformandolo in un potente esercito terrorista che affrontava ripetutamente
Israele. Dall’altra si convinse che Gaza era stata duramente sconfitta in tutti
i cicli di combattimenti. Malgrado tutto il suo odio verso Israele, riteneva
quindi che si dovesse concedere una possibilità a una vita normale a Gaza,
prima di mettere in azione l’esercito di Hamas qualora l’intesa non si fosse
realizzata.»
Nel 2017
Sinwar decise di compiere un passo sorprendente. Contattò Mohammed Dahlan, suo
nemico giurato, già dirigente di Fatah e oggi uomo d’affari. I due, coetanei e
originari di Khan Yunis, si conoscevano dai tempi dell’università a Gaza e già
allora li divideva una forte ostilità. La tensione era aumentata quando Dahlan,
a capo della sicurezza preventiva dell’Autorità palestinese durante il suo
governo della Striscia, aveva condotto una guerra senza quartiere contro i
dirigenti di Hamas. Quando Hamas prese il potere a Gaza con la forza, Dahlan
finì al primo posto nella lista delle persone da assassinare.
Sinwar
riteneva ora di poter utilizzare Dahlan e i rapporti che questi aveva stabilito
con il governo egiziano e con i servizi di sicurezza israeliani. Nell’estate
del 2017, dopo quasi quarant’anni di distanza e inimicizia, Sinwar incontrò
Dahlan nella sua casa al Cairo insieme ad altri alti esponenti di Hamas. Fra
loro c’erano Mohammed Deif, capo dell’ala militare, e Moussa Abu Marzouk,
membro dell’ufficio politico di Hamas.
Sinwar
descrisse a Dahlan le gravi sofferenze di Gaza e gli chiese di trasmettere a
Netanyahu alcuni messaggi sul suo desiderio di raggiungere un’intesa
soddisfacente. I punti centrali riguardavano l’allentamento del blocco e il
rilancio dell’economia di Gaza, soprattutto attraverso la creazione di posti di
lavoro.
Dahlan
coinvolse gli egiziani perché contribuissero alla mediazione tra Sinwar e
Netanyahu. L’iniziativa creò una rete di rapporti di lavoro indiretti fra
Israele e Hamas. Una parte di questi contatti sarebbe emersa retrospettivamente
nel 2022, quando Meir Ben-Shabbat, già capo del Consiglio per la sicurezza
nazionale, rivelò in un’intervista a Yedioth Ahronoth i
negoziati condotti con Sinwar. Ben-Shabbat mostrò un biglietto che Sinwar aveva
scritto in ebraico e inviato a Netanyahu nel 2018. Diceva: «Rischio calcolato».
«Fu uno dei
momenti più belli del processo», raccontò Ben-Shabbat. «Compresi che Sinwar
seguiva con estrema attenzione ciò che accadeva dalla parte israeliana,
analizzava ogni dichiarazione dei politici, capiva i dilemmi e introduceva in
essi il proprio contributo.»
Nell’agosto
2018 i contatti sfociarono in una riunione di alti funzionari israeliani, alla
presenza del primo ministro. Venne presentato un piano articolato per formulare
un accordo. I quattro israeliani sarebbero stati restituiti in cambio di un
cessate il fuoco reciproco, dell’adesione di Israele a un’intesa e di un
sostanziale allentamento del blocco su Gaza.
La fase
successiva riguardava lo scambio. In cambio della liberazione dei quattro
israeliani, Israele accettava di scarcerare prigionieri di Hamas, compresi
alcuni arrestati durante la guerra di Gaza del 2014, l’Operazione Margine
protettivo. Sarebbero rimasti esclusi i responsabili di attività terroristiche
rilevanti. Il verbale conclusivo della riunione avvertiva che «rinviare un
accordo per lo scambio dei prigionieri e dei dispersi, separandolo dal processo
destinato a raggiungere un’intesa, potrebbe allontanare di anni la soluzione
per il loro ritorno».
Gli alti
funzionari della difesa conclusero che si trattava delle condizioni più
favorevoli per raggiungere un accordo di scambio a costi ragionevoli per
Israele. Netanyahu riassunse la discussione e si impegnò a prendere una
decisione. Il tempo passò. Il primo ministro cominciò a esitare e rinviò l’approvazione
del processo.
Quando
invece gli organismi di sicurezza individuavano un’attività operativa eccessiva
da parte di Hamas, Netanyahu rifiutava ripetutamente di autorizzare una vasta
offensiva. «Era ormai una consuetudine», racconta un alto ufficiale. «Loro
lanciavano razzi, noi rispondevamo, seguiva un ciclo di combattimenti, gli
abitanti israeliani della zona vicina a Gaza erano esausti e si spendeva molto
denaro. L’esercito volle lanciare più volte un’operazione militare ampia e
approfondita a Gaza. Proprio il governo dell’uomo che prima delle elezioni
aveva promesso di “essere forte contro Hamas” insisteva affinché si evitasse
l’escalation e si conservasse diligentemente la “risorsa” chiamata Hamas.
“Calmatevi”, ci dicevano, “lasciateci concentrare sul nord e sull’Iran”.»
Un ex
maggior generale delle Forze di difesa israeliane testimonia di avere sentito
«più di una volta il capo di Stato maggiore, Herzi Halevi, criticare la
politica di contenimento di Netanyahu». Durante le riunioni Halevi ricorreva a
un’immagine molto concreta. «È come avere un chiodo che sporge dal muro di casa
e, invece di estrarlo, riunire tutti i familiari, bambini compresi, per dire
loro: “Quando passate fate attenzione al chiodo”. Accettando di convivere con
il chiodo, non comprendemmo che alla fine, invece di toglierlo dal muro, ci
saremmo rimasti impalati.»
Poi scoppiò
la pandemia di COVID-19 e i contatti fra Hamas e Israele si interruppero.
Israele si concentrò sui nuovi problemi portati dalla pandemia e venne contemporaneamente
trascinato in cinque elezioni consecutive. All’interno dell’asse della
resistenza cominciò ad affermarsi una nuova idea strategica, secondo la quale
si avvicinava il giorno in cui sarebbe stato possibile infliggere un colpo
decisivo a un Israele indebolito. Sinwar continuò a investire ingenti risorse e
denaro nello sviluppo della rete di tunnel a Gaza, addestrando e armando
l’esercito di Hamas in vista della resa dei conti.
Passarono
quasi altri tre anni prima che quel giorno arrivasse. «Quando leggerete queste
nostre parole, migliaia di combattenti del jihad delle Brigate Izz al-Din
al-Qassam usciranno per attaccare gli obiettivi dell’occupazione sionista
criminale e bombarderanno gli avamposti del nemico, le sue concentrazioni di
popolazione e i suoi nodi stradali nella zona meridionale della Palestina
occupata», scrissero Sinwar e i suoi collaboratori Mohammed Deif e Marwan Issa
in una lettera inviata a Hezbollah la mattina del 7 ottobre, nel tentativo di
convincere il leader dell’organizzazione, Hassan Nasrallah, a partecipare
all’operazione. «Supereranno la barriera di separazione per affrontare e
combattere le forze di occupazione e cattureranno soldati e civili.»
Alle 6.29
del 7 ottobre arrivò lo zilzal. A mezzogiorno i social media
israeliani e internazionali erano già invasi dalle immagini spaventose del
massacro, con uccisioni trasmesse in diretta, incendi e distruzioni. Decine di
video mostravano civili rapiti e condotti nella Striscia di Gaza.
Quando il
gabinetto di sicurezza israeliano si riunì, con un certo ritardo, alle 14.45,
mancava ancora una stima chiara del numero dei rapiti. «Al momento risultano
ostaggi quattordici soldati e ventotto civili, mentre con decine di altre
persone è stato impossibile stabilire un contatto», disse il direttore dello
Shin Bet. Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich pretese che si ignorassero
i prigionieri, sostenendo che «con una simile disposizione mentale è
impossibile agire».
«Ho
impartito istruzioni alle Forze di difesa israeliane. Nessun negoziato»,
dichiarò il ministro della Difesa Yoav Gallant. «Parleranno con noi soltanto
quando saranno a terra, con la testa sott’acqua.»
In serata il
mondo era ormai sommerso da notizie terribili sul rapimento di centinaia di
uomini e donne, bambini e anziani. Alle 19 il primo ministro del Qatar, lo
sceicco Mohammed bin Abdulrahman al-Thani, telefonò al direttore del Mossad
David Barnea, con il quale aveva un rapporto amichevole. Il sovrano qatariota
chiamava affettuosamente il responsabile dell’intelligence israeliana «Dedi
Boy». Si erano incontrati appena una settimana prima, alla fine dello Yom
Kippur. Barnea si era recato a Doha per incarico di Netanyahu, chiedendo ai
qatarioti di aumentare l’assistenza finanziaria alla Striscia.
Al-Thani era
agitato. «Ho appena terminato una conversazione con il capo politico di Hamas
Ismail Haniyeh e con il suo vice Khalil al-Hayya, arrivato da poco a Doha»,
spiegò a Barnea. «Li ho minacciati esplicitamente. Se tutti gli ostaggi civili
non saranno liberati subito, ordinerò personalmente la loro espulsione dal
Qatar. Voglio informarti che Hamas è pronto a rilasciare adesso tutti i civili
e noi siamo disposti a mediare.»
La risposta
del direttore del Mossad lasciò al-Thani sconcertato. «Se vogliono liberare i
civili, li liberino», rispose Barnea. «Noi non siamo disposti a parlare con
Hamas.» Il leader qatariota disse ai propri collaboratori: «Questi non sono gli
israeliani che conosco. Questo non è il Dedi Barnea che conosco».
I
collaboratori di Barnea ammettono che, nella prima conversazione, egli sentì
dal primo ministro del Qatar che Hamas era disposto a liberare i civili.
Sostengono tuttavia che l’organizzazione avesse posto condizioni inaccettabili,
tra cui l’arresto dell’incursione israeliana a Gaza e nuovi diritti per i
fedeli sul Monte del Tempio. Il primo ministro qatariota respinge questa
versione. «Il primo giorno i dirigenti di Hamas non imposero condizioni
draconiane», afferma il suo consigliere, «perché la nostra minaccia era reale e
loro non si trovavano affatto nella posizione di imporre condizioni».
Al-Thani
insistette. Telefonò al segretario di Stato statunitense Antony Blinken.
«Ascolta», gli disse, «a Gaza ci sono centinaia di ostaggi e, secondo la mia
valutazione, decine di loro sono civili. Devono essere liberati subito. Ho
offerto agli israeliani la nostra mediazione per concludere rapidamente un
accordo che ne permetta il rilascio, però la proposta non interessa».
Blinken
comunicò ad al-Thani che intendeva recarsi in Israele entro tre giorni.
«Aspettiamo», cercò di rassicurarlo. «Parlerò personalmente con Netanyahu.»
Al-Thani continuò a insistere. «Sai che il tempo è un fattore importante.
Dobbiamo agire subito.» Blinken lo fermò: «In questo momento la situazione è
complessa. Israele è ancora sotto attacco e non esiste un interlocutore.
Aspetteremo tre giorni».
La mattina
seguente, lontano dai colloqui diplomatici tra Israele e Doha, Rawhi Mushtaha,
braccio destro di Sinwar, telefonò da Gaza a Samir Mashharawi, collaboratore di
Dahlan. A nome di Sinwar gli chiese di aiutarli a trovare rapidamente un
mediatore per favorire un cessate il fuoco. Per dare maggior forza alla
richiesta Mushtaha aggiunse: «Il nostro amico sta ascoltando», riferendosi a
Sinwar, collegato alla conversazione.
Mashharawi
riferì la telefonata a Dahlan. Secondo il suo racconto, Dahlan rispose che
«prima di tutto devono liberare tutti i civili, i bambini, gli anziani e i
neonati. Senza questo non esiste nulla di cui discutere. Quello che hanno fatto
è una follia. Non hanno superato una linea rossa, hanno superato una linea
nera. Se libereranno i civili, l’opinione pubblica israeliana avrà la
sensazione che esista qualcosa di cui parlare. Altrimenti, che mangino ciò che
hanno cucinato».
Mashharawi
trasmise il messaggio di Dahlan a Hamas. «Dammi ventiquattr’ore e ti
risponderò», disse Mushtaha. Sorprendentemente richiamò dopo una sola ora.
Portava un messaggio. Sinwar era pronto a liberare tutti i civili. Va precisato
che, quando Sinwar parlava di civili, intendeva soltanto le persone fino ai
diciotto anni e quelle con più di cinquant’anni.
«Mi disse
che, nella prima fase, per loro non costituiva un problema liberare tutti i
civili senza ottenere nulla in cambio», racconta Mashharawi. «Lo giuro, usò
esattamente queste parole. Tutti i civili, senza nulla in cambio. Avevano una
sola condizione. Volevano che introducessimo al più presto un mediatore
concordato, in modo che potessero cominciare immediatamente le trattative su
tutto il resto. Si sarebbe discusso della liberazione di soldati e ufficiali in
cambio di prigionieri palestinesi e poi del blocco di Gaza.»
Dahlan
attivò i propri contatti con lo Shin Bet e trasmise loro l’informazione.
Secondo Mashharawi, «la risposta ufficiosa ricevuta da Dahlan fu che Netanyahu
non voleva parlare di nulla. Voleva soltanto la guerra e l’eliminazione di
Hamas». La concezione degli israeliani era questa. Prima avrebbero eliminato
Hamas, poi avrebbero recuperato gli ostaggi con la forza.
Un alto
funzionario della difesa ammette che almeno alcune proposte per la liberazione
degli ostaggi civili raggiunsero il Mossad, lo Shin Bet e il primo ministro.
Secondo lui, anche se si fosse trattato di proposte concrete, l’apparato
militare impiegò ventiquattr’ore per assumere il controllo della situazione e
la dirigenza politica era ancora più sconvolta. Nei primi giorni nessuno dei
due livelli era in grado di discutere la questione.
«A essere
sinceri», afferma l’alto funzionario, «in quella fase la questione degli
ostaggi non figurava seriamente all’ordine del giorno e nessuno, né a livello
militare né a livello politico, era disposto a discutere la proposta. La
liberazione degli ostaggi non entrò nemmeno nell’elenco degli obiettivi di
guerra formulato dal governo la notte del 7 ottobre. Sarebbe stato possibile
discutere adeguatamente l’offerta e prendere una decisione? Nel merito, la
risposta è sì. L’atmosfera prevalente era però quella successiva a Pearl
Harbor. Avevamo appena subito un colpo brutale, eravamo nel pieno di una
guerra. Chi aveva lo spazio mentale per parlare di fermare i combattimenti e
cominciare subito un negoziato, anche se si trattava di salvare la vita di
decine di persone il cui numero complessivo era ancora sconosciuto?»
Mashharawi
racconta che il 10 ottobre Mushtaha lo chiamò di nuovo, a nome di Sinwar, per
sapere se fosse arrivata una risposta israeliana alla proposta di Hamas. «Gli
dissi che aspettavo ancora una risposta da Israele», ricorda Mashharawi.
«Attesi altri giorni e mi rivolsi nuovamente agli israeliani, però erano del
tutto indisponibili a parlare. Nel frattempo i bombardamenti su Gaza si
intensificarono e divenne impossibile comunicare con Mushtaha e Sinwar.»
Blinken
arrivò infine in Israele dopo sei giorni. Giovedì 12 ottobre, subito dopo il
suo arrivo, incontrò Netanyahu e proseguì poi verso Doha per una riunione con
il primo ministro del Qatar. «Ho sollevato con Netanyahu la questione della
liberazione degli ostaggi, però non ho ricevuto una risposta chiara», disse il
segretario di Stato statunitense ad al-Thani. «Netanyahu non è ancora pronto.»
Al-Thani
ribadì la propria valutazione. Con il passare dei giorni e l’intensificarsi
degli attacchi israeliani a Gaza, che provocavano molte vittime soprattutto fra
i civili, la disponibilità di Hamas a liberare gli ostaggi poteva venir meno.
Blinken promise di tentare nuovamente un colloquio con Netanyahu. Il 14
ottobre, poco dopo che il suo aereo era partito da Doha diretto a Washington,
Blinken inviò ad al-Thani un messaggio. «Netanyahu è pronto ad accettare la
vostra mediazione. Il direttore del Mossad arriverà presto.» Il giorno
seguente, otto giorni dopo l’offerta di mediazione avanzata da al-Thani al
direttore del Mossad, Barnea arrivò a Doha.
Nel
frattempo, come era prevedibile, Hamas aveva alzato il prezzo. Un alto
funzionario dello Shin Bet che aveva compreso la direzione degli avvenimenti
ricorda di avere sostenuto, già il 18 ottobre e dopo il micidiale fuoco
scatenato da Israele su Gaza nei primi giorni, che bisognava fermarsi. «Avremmo
dovuto respirare, stringere i denti, farci forza e sopportare il colpo di
liberare tutti i prigionieri richiesti da Hamas. Poi avremmo dovuto cogliere la
prima occasione per rientrare in guerra.»
«Le prime
ore e i primi giorni dopo un rapimento sono i più importanti», prosegue. «Con
il trascorrere del tempo e l’intensificarsi della risposta militare, entrambe
le parti tendono a irrigidirsi e il prezzo degli ostaggi sale. Dissi che anche
noi dovevamo ricorrere a uno stratagemma. Quando l’idea raggiunse il primo
ministro, rispose: “Nel momento in cui uno stratagemma viene scoperto, cessa di
essere uno stratagemma”. E la questione finì lì.»
Segnali
della disponibilità di Hamas a condurre trattative flessibili raggiunsero anche
il colonnello della riserva Doron Hadar, che aveva diretto per molti anni
l’unità negoziale dello Stato maggiore delle Forze di difesa israeliane.
«Cominciai a ricevere messaggi e a raccogliere informazioni e altri dati. Il
quadro iniziò a chiarirsi. Anche l’altra parte era sconvolta. Hamas temeva il
danno internazionale causato dalle immagini di centinaia di ostaggi, di
anziani, di donne impaurite e di bambini in lacrime. Avremmo potuto creare un
accordo che, qualora lo avessimo voluto, ci avrebbe permesso in seguito di sostenere
senza difficoltà che Hamas lo aveva violato e di lanciare un attacco.»
«Mi è
chiaro, naturalmente, che la nostra parte era completamente sotto shock e, in
egual misura, furiosa», continua Hadar. «Da una dirigenza ci si aspetta
tuttavia la capacità di separare i processi emotivi da quelli razionali e di
fermarsi un momento per valutare che cosa sia davvero giusto fare. Per esempio,
concludere un accordo con questo diavolo e ucciderlo in seguito.»
A metà
ottobre Hadar partecipò a una riunione nell’ufficio di Ophir Falk, consigliere
di Netanyahu per la politica estera. Si discuteva l’ordine che gli obiettivi
della guerra stavano assumendo. Hadar chiese di presentare la propria
valutazione. «Domandai a Falk: “Dimmi, capisci che cosa sta accadendo? Possiamo
riportare indietro le donne e i bambini, adesso. Si tratta di uno scambio uno a
uno. Possiamo prendere l’iniziativa”.»
Falk
interruppe la discussione e chiese agli altri partecipanti di uscire dalla
stanza. «Continuai», ricorda Hadar, «e gli dissi: “Facciamo avanzare un
accordo. Offriremo loro mille prigionieri, anche duemila se sarà necessario. Il
mondo in questo momento è dalla nostra parte. Esercitiamo pressione
internazionale e portiamo avanti l’accordo”.»
Falk lo
fermò. «Non ci sarà alcun accordo», gli disse. «Questo è l’ISIS. Sono
assassini. Non riceveranno nulla. Devi cambiare mentalità, Doron.»
«Il problema
fondamentale era che Hamas cercava una “fine permanente del conflitto”, come la
chiamava», conclude William J. Burns, l’ex direttore della CIA, con il suo
abituale tono misurato, riassumendo il labirinto nel quale la questione degli
ostaggi sarebbe rimasta intrappolata. «Netanyahu era disposto a prendere in
considerazione soltanto un accordo per una “prima fase”, sostenendo di dover
mantenere costantemente l’opzione di “continuare a distruggere Hamas in
seguito”, secondo la sua definizione. Per noi la difficoltà era sempre la
stessa. Come si poteva risolvere questa contraddizione e riportare indietro
tutti?»
Il risultato
fu che, quando si trattò dei propri cittadini e soldati tenuti prigionieri dal
nemico, lo Stato di Israele cambiò davvero mentalità. Passarono così altri due
anni di guerra prima che venisse firmato un accordo capace di riportare da Gaza
gli ultimi ostaggi, vivi o morti, mentre Hamas era ancora in piedi.
L’ufficio
del primo ministro ha definito l’inchiesta «una menzogna assoluta».
«Il primo
ministro Netanyahu non parlò con il presidente degli Emirati Arabi Uniti nel
periodo in questione e non ricevette da lui alcun avvertimento», afferma la
risposta ufficiale.
L’ex
direttore dello Shin Bet Ronen Bar e l’ex capo di Stato maggiore delle Forze di
difesa israeliane Herzi Halevi hanno dichiarato di non essere stati informati
dell’avvertimento trasmesso dal presidente degli Emirati Arabi Uniti.
Haaretz ha chiesto un commento al
presidente bin Zayed, senza ricevere risposta.
Articolo originale
Shlomi Eldar
e Ruth Yuval, «Revealed: Netanyahu Received an Explicit Warning Days Before
Oct. 7. He Didn’t Brief Israel’s Security Chiefs», Haaretz, 8
settembre 2026.
martedì 8 settembre 2026
Stiamo cercando metodi nuovi e anticonvenzionali
“Stiamo cercando nuovi modi creativi e non convenzionali per fare pressione e punire l’Iran”, si legge nel testo circolato tra gli esperti di questioni militari. Una modalità, quella dell’invio per posta elettronica, insolita secondo alcuni funzionari sentiti dall’emittente americana. (da qui)
Ecco alcune risposte, non sull’Iran, ma di sicuro anticonvenzionali:
Alcune ipotesi per stroncare i due stati canaglia più potenti del mondo:
a – Per gli Usa a breve ci sarà una nuova guerra civile negli Stati Uniti, ispirata da Trump contro il comunismo (un’intervista interessante ad Alessandro Portelli), soprattutto se gli eletti socialisti in Parlamento proporranno qualche punto del piano dei dieci punti delle Pantere Nere:
- Vogliamo la libertà, vogliamo il potere di determinare il destino della nostra comunità nera
- Vogliamo piena occupazione per la nostra gente
- Vogliamo la fine della rapina della nostra comunità nera da parte dei capitalisti
- Vogliamo abitazioni decenti, adatte a esseri umani
- Vogliamo per la nostra gente un’istruzione che smascheri la vera natura di questa società americana decadente. Vogliamo un’istruzione che ci insegni la nostra vera storia e il nostro ruolo nella società attuale
- Vogliamo che tutti gli uomini neri siano esentati dal servizio militare
- Vogliamo la fine immediata della brutalità della polizia e dell’assassinio della gente nera
- Vogliamo la libertà per tutti gli uomini neri detenuti nelle prigioni e nelle carceri federali, statali, di contea e municipali
- Vogliamo che tutta la gente nera rinviata a giudizio sia giudicata in tribunale da una giuria di loro pari o da gente delle comunità nere, come è previsto dalla costituzione degli Stati Uniti
- Vogliamo terra, pane, abitazioni, istruzione, vestiti, giustizia e pace
(da qui)
ma anche una tassazione per i capitali nei paradisi fiscali, come quella dei nemici cinesi (QUI), sarebbe un casus belli per la guerra civile
b – Per Israele un analista propone di spostare metà dei coloni, dei soldati dell’IDF e del governo israeliano a Mar a Lago (il ranch di Trump è enorme) circondati dai mercenari dell’ICE, gli aguzzini con il guanto di velluto,
e l’altra metà dei coloni, dei soldati dell’IDF e del governo israeliano a Little Saint James, l’isola di Jeffrey Epstein, circondati dalle straordinarie portaerei degli Usa
c – Craig Mokhiber, ex funzionario delle Nazioni Unite, propone di smantellare “il regime israeliano è governato da un’ideologia profondamente razzista e fondamentalmente violenta. È armato di tecnologie di sorveglianza e di uccisione avanzate, possiede un potente arsenale convenzionale e ha scorte di armi nucleari, chimiche e biologiche. Ha varato politiche che impongono l’omicidio di massa di civili (la Dottrina Dahiya), l’assassinio dei propri cittadini (la Direttiva Annibale) e la potenziale distruzione nucleare del mondo (l’Opzione Sansone). Le sue spie operano in paesi di tutto il mondo e i suoi rappresentanti sono attivamente coinvolti nella corruzione di governi e istituzioni in tutto l’Occidente. Un regime del genere ha forse il “diritto di esistere”? No. Anzi, smantellare questo regime e sostituirlo con una Palestina libera con pari diritti per tutti non è solo un obbligo legale, ma anche un imperativo esistenziale per tutta l’umanità.” (da qui)
giovedì 3 settembre 2026
222 domande sul 7 ottobre che, dopo quasi tre anni, ancora non hanno risposta - Lavinia Marchetti
Se la richiesta di prove diventa
negazionismo, alla fine chi decide il confine tra verifica e blasfemia
politica?
1. CHI UCCISE LE VITTIME ISRAELIANE, E PERCHÉ IL CONTO
RESTA INCERTO?
§ Per quale ragione la cifra iniziale
di circa 1.400 morti continua a circolare dopo che Israele l’ha ridotta a circa
1.200, riconoscendo che fra i corpi carbonizzati conteggiati all’inizio
figuravano assalitori palestinesi?[1]
§ Quale bilancio puntuale viene
adottato oggi, e perché quasi nessuno indica la data alla quale quel bilancio
si riferisce?
§ Come può un numero diventare una
questione “morale” quando l’autorità che lo ha diffuso ne ha corretto l’entità
e la composizione?
§ Quante persone furono uccise dagli
assalitori e quante dal fuoco israeliano?
§ Dove si trova il prospetto pubblico
che attribuisce a ciascuna vittima una causa di morte verificata?
§ Quale rispetto per i morti consiste
nel rifiutare una domanda su chi li ha effettivamente uccisi?
§ Perché il riconoscimento militare
della probabile uccisione di Efrat Katz da parte di un elicottero israeliano
viene trattato come episodio chiuso?[2]
§ Come cambia il quadro dopo che l’IDF
ha attribuito al proprio fuoco anche la probabile morte di Dikla Arava e di suo
figlio Tomer?
§ Quanti altri accertamenti
individuali potrebbero modificare l’attribuzione complessiva se venissero
condotti con lo stesso livello di dettaglio?
§ Perché la Commissione d’inchiesta
dell’ONU ha potuto individuare almeno quattordici civili israeliani
probabilmente uccisi dalle forze israeliane mentre manca ancora un conteggio
statale disaggregato?[3]
§ Quali autopsie furono eseguite sui
corpi carbonizzati prima delle sepolture?
§ Quanti reperti sono stati conservati
in condizioni che consentano una perizia esterna?
§ Chi decise di lasciare senza
risposta pubblica la domanda più elementare di un’indagine su una strage, vale
a dire chi uccise chi?
2. CHI ORDINÒ DI FERMARE LE PATTUGLIE DALLE 5.20 ALLE
9?
§ Quale posto occupava Shalom
Shettrit, caporale della Brigata Golani presente all’avamposto Pega presso
Be’eri, e perché la sua testimonianza è scomparsa dal dibattito italiano sul 7
ottobre?[4]
§ Chi impartì al vicecomandante di
battaglione l’ordine trasmesso via radio alle 5.20, secondo il quale le
pattuglie avrebbero dovuto restare lontane dalla recinzione fino alle 9?
§ Per quale ragione l’ordine copriva
esattamente l’intervallo nel quale l’attacco iniziò e si estese oltre il
confine?
§ Quale disposizione scritta autorizzò
una sospensione di tre ore e quaranta minuti nella zona che Shettrit definisce
abitualmente pattugliata all’alba?
§ Perché il vicecomandante avrebbe
premesso «non so perché» se l’ordine rispondeva a una procedura consueta?
§ Come si spiega che alle 7.10 il
canale di battaglione contenesse già decine di segnalazioni mentre ai soldati
veniva ancora vietato di muoversi?
§ Chi ha acquisito gli screenshot e le
registrazioni che Shettrit dichiarò di poter consegnare?
§ Quale minaccia anticarro, indicata
in seguito a Shettrit come possibile spiegazione, era stata rilevata e da quale
unità?
§ Come avrebbe protetto i soldati un
ritiro delle pattuglie che lasciava la recinzione meno sorvegliata nell’ora
ritenuta più delicata?
§ Dove sono l’audio della radio di
battaglione e il giornale delle comunicazioni delle 5.20?
§ Chi erano Yotam Sror e Itamar Ben
Yehuda, presenti con Shettrit presso la radio, e quali deposizioni furono
raccolte dai sopravvissuti dell’avamposto?
§ Con quali ordini venticinque soldati
dell’avamposto Pega furono lasciati ad affrontare circa centocinquanta
assalitori?
§ Perché Shettrit ha dovuto raccontare
l’ordine a una lobby parlamentare dei riservisti e a un’emittente, invece di
essere convocato subito da un organo esterno all’esercito?
§ Quale indagine ha stabilito
l’origine dell’ordine dopo che l’IDF aveva promesso di pubblicare i risultati
del proprio esame sull’avamposto Pega?[5]
§ Che valore attribuite alla formula
«sono in corso accertamenti» quando, a quasi tre anni dalla strage, il nome
dell’ufficiale che impartì l’ordine resta ignoto?
§ Quali atti consentono di escludere
che la sospensione fosse uno stand-down operativo,
anziché una decisione locale nata da una minaccia specifica?
§ Perché formulare quest’ultima
ipotesi come oggetto d’indagine dovrebbe essere più scandaloso dell’ordine che
l’ha resa possibile?
3. CHI SAPEVA E COSA SAPEVA PRIMA DELLE 6.29?
§ Chi ricevette gli avvertimenti che
un funzionario dell’intelligence egiziana dichiarò di avere trasmesso
ripetutamente a Israele su qualcosa di imminente e grande?[6]
§ Quale documento permette di
scegliere fra la denuncia egiziana e la smentita di Netanyahu?
§ Perché il presidente della
commissione Esteri della Camera statunitense, Michael McCaul, dichiarò che
l’Egitto aveva avvertito Israele tre giorni prima dell’attacco?
§ Come va definito un rapporto
dell’intelligence militare del 2018 che descriveva circa tremila assalitori
diretti contro basi e comunità, con la cattura di ostaggi?
§ Per quale ragione Netanyahu ha
sostenuto di ignorare quel piano e nel febbraio 2026 ha riconosciuto di avere
ricevuto l’informativa del 2018?[7]
§ Perché il documento reso pubblico
dal primo ministro riporta la bassa probabilità assegnata allo scenario e
omette l’avvertimento conclusivo sull’aumento delle capacità di Hamas?
§ Quanti rapporti sul piano «Mura di
Gerico» circolarono fra il 2018 e il 2023, e quali arrivarono all’ufficio del
primo ministro?
§ Chi liquidò come «fantasiosa»
l’ipotesi che Hamas potesse realizzare il piano osservato durante le proprie
esercitazioni?[8]
§ Perché una sottufficiale dell’Unità
8200, indicata nelle ricostruzioni con l’iniziale V., continuò ad avvertire i
superiori che l’esercitazione corrispondeva a un progetto operativo?
§ Come si spiega che un documento
della Divisione Gaza stimasse fino a 250 ostaggi, una cifra prossima alle 251
persone poi rapite, senza provocare una diversa protezione delle basi?
§ Che cosa seppero Ronen Bar e Herzi
Halevi durante la notte del 6 ottobre sull’attivazione delle schede telefoniche
israeliane associate a militanti di Hamas?
§ Quali cautele furono adottate dopo
quel segnale, e chi giudicò sufficiente una preparazione diretta verso
un’incursione limitata?[9]
§ Perché Netanyahu fu avvertito
soltanto ad attacco iniziato se i vertici della sicurezza stavano già valutando
indizi anomali?
§ Quale autorità può dichiarare che
Israele fu privo di preavviso quando gli atti disponibili descrivono
avvertimenti letti e declassati?
4. CHI STA RISCRIVENDO GLI ORARI E I VERBALI DELLE
PRIME ORE?
§ Perché la polizia israeliana ha
interrogato Tzachi Braverman sul sospetto che l’orario di una telefonata fra
Netanyahu e il suo segretario militare sia stato spostato dalle 6.40 alle 6.29?[10]
§ Quale vantaggio avrebbe ottenuto il
primo ministro dall’anticipazione di undici minuti?
§ Chi ebbe accesso al sistema nel
quale quell’orario era annotato?
§ Quali copie di sicurezza consentono
di ricostruire la sequenza originaria?
§ Perché l’ufficio di Netanyahu ha
risposto parlando di persecuzione politica invece di pubblicare i metadati
delle due chiamate?
§ Quale esito ha avuto l’indagine su
Braverman, e perché il pubblico deve cercarlo fra indiscrezioni separate?
§ Che cosa conteneva davvero la
valutazione del 1° ottobre 2023 nella quale, secondo Yair Lapid, Ronen Bar
propose di prepararsi a un aggravamento a Gaza?[11]
§ Perché Lapid ha accusato Netanyahu
di avere alterato il senso dei verbali consegnati al controllore dello Stato?
§ Chi ha redatto il documento di
cinquantacinque pagine pubblicato dal primo ministro nel febbraio 2026?
§ Quali passaggi furono tagliati dalle
riunioni e quale criterio ne governò la scelta?
§ Perché Yoav Gallant ha parlato di
citazioni sottratte al loro contesto e di affermazioni inesatte sulla posizione
di Netanyahu durante l’attacco?
§ Quale indagine penale è stata aperta
dopo la richiesta di Lapid, e chi ha deciso la risposta?
§ Come può un governo pretendere
fiducia su una strage mentre i propri collaboratori sono indagati per
l’alterazione sospettata degli orari e l’opposizione denuncia la manipolazione
dei verbali?
5. CHI HA DISARMATO IL CONFINE E CONSEGNATO LE
OSSERVATRICI?
§ Come poté una barriera costata più
di un miliardo di dollari perdere in pochi minuti le torrette e i collegamenti
dai quali dipendeva la risposta?
§ Chi progettò una difesa nella quale
droni commerciali potevano accecare i punti decisivi senza incontrare una
seconda linea già pronta?
§ Quali prove di intrusione contro le
torrette furono eseguite prima del 2023?
§ Perché a Nahal Oz, a 850 metri da
Gaza, un solo soldato sorvegliava il perimetro di una base con 162 persone,
mentre soltanto novanta disponevano di un’arma?[12]
§ Chi sapeva che Hamas aveva studiato
per anni la disposizione della base?
§ Come potevano le osservatrici
difendersi se molte erano disarmate e il centro di comando offriva vie di fuga
inadeguate?
§ Perché Roni Eshel disse alla madre,
due settimane prima della strage, che gli attacchi sarebbero continuati e che
lei conosceva fatti ignorati fuori dalla base?[13]
§ Chi ricevette gli avvertimenti di
Roni Eshel e delle sue compagne sulle esercitazioni presso la recinzione?
§ Per quale ragione quelle soldatesse
furono minacciate di conseguenze disciplinari quando insistevano con le
segnalazioni?
§ Che cosa rivela il pregiudizio di
genere quando chi osservava i movimenti veniva trattata come giovane allarmista
da superiori incapaci di interpretarli?
§ Perché Eyal Eshel ha dovuto
raccogliere da solo le informazioni sulla morte della figlia mentre l’esercito
gli negava le registrazioni della postazione?
§ Che cosa ha riferito Maya Dasiatnik,
osservatrice sopravvissuta a Nahal Oz, sugli avvertimenti ignorati prima
dell’attacco?[14]
§ Quali verifiche indipendenti possono
accertare la testimonianza raccolta da Eyal Eshel nel 2026 secondo cui alcuni
assalitori presenti a Nahal Oz avrebbero parlato in farsi, e perché una simile
segnalazione è rimasta affidata all’indagine privata di un padre?[15]
6. DOVE RIMASE L’ESERCITO MENTRE I KIBBUTZ VENIVANO
ASSALTATI?
§ Perché i primi reparti entrarono a
Nir Oz quaranta minuti dopo la partenza degli ultimi assalitori?[16]
§ Come poté un kibbutz subire per
circa sei ore uccisioni e rapimenti senza che i miliziani incontrassero un
reparto israeliano?
§ Chi ricevette le chiamate di
soccorso da Nir Oz e dove si interruppe la loro trasmissione?
§ Perché il comando assegnò priorità
ad altri luoghi mentre a Nir Oz venivano rapite decine di persone?
§ Quanto attesero i residenti di
Be’eri nelle stanze protette prima dell’arrivo di forze adeguate?
§ Perché Alon Pauker, segretario di
Be’eri, arrivò a dire che lo Stato aveva tradito del tutto la comunità?
§ Quale centro coordinava le unità
giunte da direzioni diverse quando la Divisione Gaza aveva perso il controllo?
§ Perché alcuni reparti si ritirarono
dagli ingressi dei kibbutz in attesa di rinforzi mentre i residenti
continuavano a telefonare?
§ Come fu possibile che unità
addestrate all’offensiva mancassero di un piano per difendere le comunità
israeliane più vicine a Gaza?
§ Quale effetto ebbe il trasferimento
di due compagnie di commando verso Huwara, in Cisgiordania, nei giorni
precedenti l’attacco?
§ Chi decise di proteggere i coloni in
Cisgiordania sottraendo uomini disponibili al settore di Gaza?
§ Quale documento sostiene la cifra
secondo cui il settanta per cento delle forze disponibili sarebbe stato
trasferito dal settore di Gaza, e perché l’IDF non pubblica un prospetto
completo degli spostamenti decisi in quella settimana?[17]
§ Quali dati operativi andarono
perduti quando le forze israeliane demolirono la stazione di polizia di Sderot
per concludere l’assedio?[18]
§ Come riuscirono reparti navali di
Hamas a sbarcare presso Zikim mentre il confine terrestre era già sotto
attacco?[19]
§ Perché l’indagine generale dell’IDF
ha ammesso il fallimento nel proteggere i civili e ha lasciato fuori dal
proprio esame i rapporti fra esercito e governo?[20]
§ Come può bastare un’indagine interna
quando il gruppo di esperti nominato dal nuovo capo di stato maggiore ha giudicato
inadeguata la maggior parte degli accertamenti militari di vertice?[21]
§ Per quale ragione l’esame sulle
decisioni della notte fra il 6 e il 7 ottobre è stato classificato fra quelli
da rifare?
§ Chi scelse investigatori privi
dell’esperienza necessaria per esaminare la politica dell’IDF verso Gaza?
7. CHI AUTORIZZÒ IL FUOCO ISRAELIANO CONTRO OSTAGGI E
VEICOLI?
§ Che cosa ordinò la Divisione Gaza
alle 7.18 quando trasmise la formula «Hannibal a Erez» e dispose l’invio di un
drone armato?[22]
§ Chi impartì alle 11.22 l’ordine
secondo cui nessun veicolo avrebbe dovuto rientrare a Gaza?
§ Come avrebbero potuto gli equipaggi
distinguere gli ostaggi dai rapitori dentro automobili in movimento?
§ Quanti veicoli diretti verso Gaza
furono colpiti da elicotteri e droni?
§ Dove sono i dati completi sulle
munizioni impiegate lungo le strade che conducevano alla recinzione?
§ Perché l’IDF sostiene di non poter
quantificare le vittime del proprio fuoco mentre possiede tracciati di volo e
comunicazioni operative?
§ Quale continuità con la direttiva
Hannibal sopravviveva nel 2023 dopo la sua abolizione formale del 2016?
§ Chi autorizzò Barak Hiram a chiudere
il negoziato nella casa di Pesi Cohen a Be’eri «anche al costo di vittime
civili»?[23]
§ Perché il primo racconto pubblico
parlò di due colpi leggeri e l’indagine militare successiva ne ricostruì
quattro?[24]
§ Quale colpo raggiunse l’edificio, e
quale perizia consente di stabilire se Adi Dagan morì per schegge del carro
armato?
§ Come furono determinate le cause di
morte degli altri ostaggi se gran parte dei reperti risultava compromessa?
§ Perché Hadas Dagan e Yasmin Porat,
sopravvissute alla casa assalita, furono ascoltate dentro un’indagine militare
condotta dall’istituzione che aveva sparato?
§ Quale organo esterno ha confrontato
le loro testimonianze con l’audio dei negoziati?
§ Perché Hiram venne assolto dall’IDF
e promosso al comando della Divisione Gaza mentre le famiglie continuavano a
chiedere chiarimenti?
§ Chi risponde della morte di Efrat
Katz, riconosciuta dall’IDF come probabile vittima del proprio elicottero, e
quale conseguenza disciplinare seguì a quell’accertamento?[25]
§ Quante altre persone devono essere
attribuite al fuoco israeliano prima che la domanda cessi di essere bollata
come insulto e venga trattata come dovere verso le vittime?
8. FINO A CHE PUNTO HAMAS FU UN NEMICO UTILE?
§ Quanto della storia viene cancellato
quando si omette che le autorità israeliane favorirono la rete islamista di
Ahmed Yassin come contrappeso all’OLP?[26]
§ Perché il Mujamma al-Islamiya, antecedente organizzativo di
Hamas, ottenne un riconoscimento israeliano nel 1979 mentre l’occupazione
reprimeva le forze nazionaliste palestinesi?
§ Chi scelse di dividere il campo
palestinese tra Gaza e Cisgiordania come obiettivo politico israeliano?
§ Perché Netanyahu difese i
trasferimenti qatarioti come mezzo per mantenere separati Hamas e l’Autorità
palestinese?[27]
§ Quale calcolo permetteva di
presentare Hamas come minaccia assoluta e di conservarne il governo a Gaza?
§ Come vennero usati i fondi
qatarioti, e quali controlli israeliani accertarono la loro destinazione?
§ Perché Nadav Argaman avrebbe avvertito
Netanyahu nel 2019 che parte del denaro finiva all’ala militare di Hamas?
§ Quale seguito ebbe l’avvertimento
dell’intelligence militare del 2020 sul medesimo rischio?
§ Perché lo Shin Bet ha incluso la
politica della calma e il flusso qatariota fra le condizioni che facilitarono
l’accrescimento militare di Hamas?[28]
§ Chi decise di chiedere a Mohammed
al-Emadi un aumento degli aiuti nel settembre 2023, poche settimane prima
dell’attacco?[29]
§ Che cosa sapeva David Barnea quando
si recò a Doha per sostenere la prosecuzione dei trasferimenti?
§ Quali documenti consentono di
distinguere un errore di deterrenza da una consapevole accettazione del
rischio?
9. CHE COSA AGGIUNGE QATARGATE ALLA STORIA DEL 7
OTTOBRE?
§ Perché Jonatan Urich ed Eli
Feldstein furono arrestati con il sospetto di avere ricevuto denaro collegato
al Qatar mentre lavoravano per l’ufficio del primo ministro?[30]
§ Come poté un governo che descriveva
Doha come patrono di Hamas impiegare collaboratori sospettati di promuoverne
gli interessi?
§ Chi verificò l’abilitazione di
sicurezza di Feldstein prima di affidargli comunicazioni militari?
§ Perché Netanyahu tentò di licenziare
Ronen Bar mentre lo Shin Bet partecipava all’indagine sui rapporti fra il suo
ufficio e il Qatar?
§ Quale parte della decisione di
rimuovere Bar dipendeva dal rapporto dello Shin Bet sul 7 ottobre, e quale dal
conflitto aperto su Qatargate?
§ Perché la polizia ha trasmesso il
fascicolo alla procura, e quali accuse restano allo studio contro Urich?
§ Quali prove sostengono la recente
accusa secondo cui Urich e Feldstein avrebbero trasferito a Doha informazioni
riservate sui rapporti con l’Egitto?[31]
§ Quale ruolo viene attribuito a
Yisrael Einhorn nella medesima accusa, e quali elementi lo confermano?
§ Per quale ragione un’eventuale
campagna favorevole al Qatar avrebbe cercato di screditare l’Egitto durante i
negoziati sugli ostaggi?
§ Che cosa rivela l’intreccio fra
denaro qatariota e comunicazione dell’ufficio di Netanyahu sulla politica che
precedette la strage?
§ Perché un sospetto di influenza
straniera nel centro del potere israeliano dovrebbe restare separato
dall’inchiesta sulla gestione di Hamas?
§ Quale commissione dotata di accesso
ai segreti di Stato potrebbe unire i fascicoli oggi divisi?
10. QUALI ATROCITÀ SONO ACCERTATE, QUALI FURONO
INVENTATE, QUALI RESTANO DA VERIFICARE?
§ Perché la storia dei «quaranta
bambini decapitati» raggiunse governi e televisioni prima di qualunque
riscontro?[32]
§ Chi permise a quella cifra di
circolare dopo che l’ufficio stampa israeliano aveva riconosciuto che quaranta
bambini decapitati non erano mai esistiti?
§ Perché Joe Biden dichiarò di avere
visto immagini confermate e la Casa Bianca precisò poche ore dopo che il
presidente non le aveva viste?
§ Quale rettifica ebbe una diffusione
paragonabile all’accusa originaria?
§ Perché Yossi Landau continuò a
raccontare la storia della donna incinta con il feto estratto dopo che altri
membri di ZAKA l’avevano contestata?[33]
§ Come fu trasformato in prova di
stupro il corpo di una ragazza i cui pantaloni erano scesi mentre soldati
israeliani la trascinavano per controllare la presenza di esplosivi?
§ Chi ha risposto delle scene
contaminate da soccorritori privi di preparazione forense?
§ Per quale ragione Israele raccolse
testimonianze destinate alla comunicazione prima di assicurare una
conservazione giudiziaria uniforme dei reperti?
§ Che cosa stabilisce esattamente la
missione guidata da Pramila Patten quando parla di ragionevoli motivi per ritenere
che vi siano state violenze sessuali?[34]
§ Perché uno standard preliminare
viene presentato come prova conclusiva dell’estensione e della direzione
gerarchica dei crimini?
§ Quale prova pubblica dimostra un
ordine di Hamas diretto a commettere stupri?
§ Come va letto il fatto che la
Commissione ONU abbia accertato violenze sessuali e abbia dichiarato di non
avere trovato una direttiva centrale?[35]
§ Perché Israele ha cooperato con
Patten e ha negato accesso alla Commissione incaricata di raccogliere materiale
per responsabilità penali?
§ Che cosa aggiunge il rapporto Silenced No More del 2026, e quante delle oltre
430 testimonianze citate provengono da testimoni diretti di stupro?[36]
§ Perché l’Associated Press ha
precisato di non avere potuto verificare in modo indipendente le conclusioni di
quel rapporto?
§ Come viene dedotta una strategia
deliberata in assenza di un ordine diretto della dirigenza di Hamas?
§ Quale tribunale potrà distinguere
gli episodi provati dalle inferenze se l’archivio decisivo resta affidato a
un’organizzazione privata?
§ Perché la richiesta di separare
fatti accertati e affermazioni smentite viene chiamata negazionismo invece di
metodo d’indagine?
11. QUANTE COINCIDENZE SERVONO PRIMA CHE IL SOSPETTO
DIVENTI UN’IPOTESI D’INCHIESTA?
§ Come si possono esaminare insieme
l’ordine delle 5.20 e la riduzione delle forze senza chiedere se il confine fu
reso più esposto da decisioni convergenti?
§ Quale spiegazione unitaria comprende
le allerte egiziane e i rapporti israeliani ignorati?
§ Perché i segnali delle osservatrici
furono declassati mentre i comandi proteggevano la convinzione che Hamas fosse
contenuto?
§ Quante ore di ritardo possono essere
attribuite al caos prima che sorga la domanda su chi impedì una risposta più
rapida?
§ Quali elementi servirebbero a
escludere l’ipotesi LIHOP, cioè una deliberata mancata interdizione di un
attacco conosciuto nelle sue linee generali?
§ Perché il sospetto di aver «lasciato
accadere» viene respinto come follia prima della pubblicazione dei tabulati
operativi che potrebbero confutarlo?
§ Quale differenza probatoria separa
una negligenza colossale dall’accettazione consapevole di un rischio
politicamente vantaggioso?
§ Chi stabilì che il costo umano di
contenere Hamas fosse inferiore al vantaggio di dividere i palestinesi?
§ Perché le proteste contro la riforma
giudiziaria si interruppero e l’opposizione entrò nel governo di unità dopo
l’attacco?
§ Quale vantaggio ricavò Netanyahu
dallo stato d’emergenza mentre la richiesta delle sue dimissioni arretrava?
§ Come si valuta il cui prodest senza trasformarlo in prova e senza
rinunciare alla sua funzione investigativa?
§ Quale interesse personale aveva
Netanyahu a impedire che un’inchiesta indipendente collegasse la politica verso
Hamas alle scelte delle prime ore?
§ Perché chi ha beneficiato
politicamente dal disastro conserva il potere di scegliere l’organo che
dovrebbe indagarlo?
12. PERCHÉ IL GOVERNO TEME UNA COMMISSIONE DI STATO?
§ Perché Netanyahu continua a
respingere la propria responsabilità?
§ Quali responsabilità hanno
riconosciuto Herzi Halevi e Ronen Bar prima di lasciare l’incarico?
§ Quali deposizioni sotto giuramento
hanno reso Avi Rosenfeld e Yaron Finkelman dopo le loro dimissioni dai comandi
coinvolti nel fallimento?
§ Per quale ragione Yoav Gallant
chiese una commissione capace di indagare anche lui e il primo ministro?[37]
§ Che cosa impedì al governo di
istituire la commissione prevista dalla legge israeliana, i cui membri
sarebbero nominati dal presidente della Corte suprema?
§ Perché la coalizione ha proposto un
organo i cui componenti possono essere scelti dagli stessi partiti sottoposti a
esame?
§ Quale indipendenza possiede una
commissione che potrebbe funzionare con soli tre membri nominati dalla
maggioranza?
§ Perché dal testo della proposta
furono eliminate le parole che chiedevano un’indagine piena e indipendente?
§ Come spiega il governo il rinvio
della legge oltre le elezioni del 27 ottobre 2026 dopo avere invocato problemi
di calendario?[38]
§ Quale documento rischia di
scomparire durante tre anni di attesa?
§ Perché il 63 per cento degli
israeliani chiedeva nel maggio 2026 un’inchiesta immediata e la coalizione
continuava a parlare di consenso mancante?[39]
§ Che cosa rende accettabile una
commissione politica sostenuta dal cinque per cento degli intervistati nel
medesimo sondaggio?
§ Perché Gali Baharav-Miara ha
denunciato per mesi il danno causato dal ritardo e nell’agosto 2026 ha chiesto
di lasciare la decisione al prossimo governo?[40]
§ Quale vincolo derivante dal periodo
elettorale impediva di sostenere ancora la commissione di Stato e quale norma
lo prescrive?
§ Perché le famiglie delle vittime
devono attendere un nuovo governo per ottenere l’indagine che il governo
presente ha evitato?
§ Che cosa teme Netanyahu dalla
facoltà di convocare testimoni e acquisire materiale riservato che una
commissione di Stato possiede?
13. PERCHÉ IL TRIBUNALE SPECIALE PRECEDE L’INCHIESTA
SUL GOVERNO?
§ Come ha potuto la Knesset approvare
con 93 voti favorevoli e nessun contrario un tribunale speciale per gli
imputati palestinesi mentre l’indagine sulle responsabilità israeliane resta assente?[41]
§ Perché quel tribunale potrà
infliggere la pena di morte invocando la legge israeliana del 1950 sulla
prevenzione del genocidio?
§ Quale effetto produrrà la
trasmissione in diretta dei processi prima che la colpevolezza individuale sia
stabilita?
§ Perché gli appelli saranno affidati
a una corte speciale invece di seguire la via ordinaria?
§ Come verranno attribuite condotte
personali in un attacco al quale parteciparono membri di gruppi diversi e
persone entrate attraverso i varchi?
§ Chi verificherà la provenienza dei video
e la continuità della loro custodia?
§ Quale garanzia proteggerà gli
imputati da confessioni ottenute mediante coercizione durante anni di
detenzione e interrogatori sotto tortura?
§ Come può Israele assicurare un
processo equo dopo che l’OHCHR ha documentato accuse di tortura e detenzione
segreta di palestinesi catturati dopo il 7 ottobre?[42]
§ Perché le organizzazioni israeliane
HaMoked e Adalah hanno denunciato l’abbandono delle garanzie processuali?
§ Quale credibilità avrà una condanna
capitale emessa da un tribunale militare creato appositamente dopo i fatti?
§ Perché lo Stato sa costruire in
fretta l’organo che punisce il nemico e rinvia quello chiamato a esaminare i
propri governanti?
§ Che cosa rivela questa rapidità
selettiva sul bisogno di punizione e sulla paura della conoscenza?
14. DOVE FATE INIZIARE LA STORIA?
§ Perché la cronologia proposta al
pubblico comincia alle 6.29 del 7 ottobre 2023, come se Gaza fosse apparsa
quella mattina?
§ Che cosa accade al giudizio quando
scompaiono l’espulsione del 1948 e l’occupazione iniziata nel 1967?
§ Come cambia l’analisi se viene
omesso il blocco imposto alla Striscia dal 2007?
§ Perché spiegare le cause viene
confuso con l’assoluzione di chi uccide civili?
§ Quale teoria storica permette di
isolare l’atto palestinese dal dominio che lo precede?
§ Come vengono descritti i 181
palestinesi uccisi dalle forze israeliane in Cisgiordania o in Israele
dall’inizio del 2023 al 18 settembre di quell’anno?[43]
§ Quale posto assegnamo ai 183 manifestanti
palestinesi uccisi durante la Grande Marcia del Ritorno del 2018?[44]
§ Perché i raid a Jenin e la violenza
dei coloni diventano antefatti trascurabili quando si discute della scelta
compiuta da Hamas?
§ Che rapporto esiste fra le
incursioni ad al-Aqsa e la data scelta per l’attacco?
§ Chi domina la cronologia decide
anche quale violenza appare originaria?
§ Perché la morte di un civile
israeliano riceve subito un autore politico mentre quella di un palestinese
viene spesso assorbita nella fatalità della “guerra”?
§ Quale diritto alla sicurezza può
fondarsi sulla cancellazione della sicurezza palestinese?
§ Che cosa resta del diritto quando la
qualità di vittima dipende dalla cittadinanza di chi muore?
§ Perché la condanna dei crimini
commessi il 7 ottobre dovrebbe imporre l’adesione alla politica di Netanyahu?
§ Quale parte del colonialismo
d’insediamento viene resa invisibile quando la reazione del colonizzato è
scelta come inizio assoluto?[45]
§ Quante delle domande precedenti
coincidono con quelle poste dalla stampa israeliana e dalle famiglie delle
vittime?
§ Chiamerete negazionisti anche Shalom
Shettrit ed Eyal Eshel?
§ Come chiamerete i sopravvissuti che
continuano a domandare chi sapeva e chi ordinò?
[1] Lavinia Marchetti, Schegge da un genocidio. Palestina: biopolitica del colonialismo
d’insediamento israeliano. Dalla Nakba a oggi, Marco Saya Edizioni,
Milano, 2025, pp. 15-36; Reuters, «Israel revises Hamas attack death toll to
‘around 1,200’», 10 novembre 2023,
https://www.reuters.com/world/middle-east/israel-revises-death-toll-oct-7-hamas-attack-around-1200-2023-11-10/
[2] Reuters, «Israeli inquiry finds Oct. 7
hostage likely killed by friendly fire», 5 aprile 2024,
https://www.reuters.com/world/middle-east/israeli-inquiry-finds-oct-7-hostage-likely-killed-by-friendly-fire-2024-04-05/;
Israel Defense Forces, Summary of Findings from the
Inquiry into the Deaths of Tomer Eliaz-Arava and Dikla Arava on October 7th at
Kibbutz Nahal Oz, 10 gennaio 2025,
https://www.idf.il/en/mini-sites/idf-press-releases-israel-at-war/january-25-pr/summary-of-findings-from-the-inquiry-into-the-deaths-of-tomer-eliaz-arava-and-dikla-arava-on-october-7th-at-kibbutz-nahal-oz/
[3] Commissione internazionale indipendente
d’inchiesta delle Nazioni Unite sul Territorio palestinese occupato, inclusa
Gerusalemme Est, e Israele, Report of the Independent
International Commission of Inquiry on the Occupied Palestinian Territory,
including East Jerusalem, and Israel, documento A/HRC/56/26, 27
maggio 2024,
https://www.un.org/unispal/document/coi-report-a-hrc-56-26-27may24/
[4] L. Marchetti, op. cit., pp. 28-30; Shimon Cohen, «The fighter shares
in an interview with Channel 7: the strange order, an hour and ten minutes
before the massacre» [titolo tradotto dall’ebraico], Arutz Sheva/Israel National News, 17 luglio 2024,
https://www.inn.co.il/news/643371
[5] S. Cohen, op. cit.; L. Marchetti, op. cit.,
pp. 28-30.
[6] Associated Press, «Egypt warned Israel
days before Hamas struck, US committee chairman says», 11 ottobre 2023,
https://apnews.com/article/israel-hamas-war-gaza-palestinians-netanyahu-egypt-7bb50b7e2b5b8f5df7f3b8e11cc100a4;
Ruth Michaelson, «Egypt warned Israel of Hamas attack days earlier, senior US
politician says», The Guardian, 12 ottobre 2023,
https://www.theguardian.com/world/2023/oct/12/israel-hamas-war-egypt-warned-foreign-affairs-gaza
[7] Ethan Rubinson, «Report: Netanyahu
received intel on Hamas plan to invade southern Israel as early as 2018», The Times of Israel, 10 febbraio 2026,
https://www.timesofisrael.com/report-netanyahu-received-intel-on-hamas-plan-to-invade-southern-israel-as-early-as-2018/
[8] Michel Wyss, «The October 7 Attack: An
Assessment of the Intelligence Failings», CTC Sentinel, vol.
17, n. 9, ottobre 2024,
https://ctc.westpoint.edu/the-october-7-attack-an-assessment-of-the-intelligence-failings/
[9] Jason Burke, «Netanyahu aide questioned
over alleged tampering with 7 October phone records», The Guardian, 15 novembre 2024,
https://www.theguardian.com/world/2024/nov/15/benjamin-netanyahu-aide-alleged-tampering-7-october-phone-records
[10] J. Burke, op. cit.
[11] Keshet Neev, «Lapid says Netanyahu
falsified security protocols to deflect Oct. 7 blame, urges
investigation», The Jerusalem Post, 9 febbraio
2026, https://www.jpost.com/israel-news/article-886104
[12] Times of Israel Staff,
«Leaked IDF probe: Only one soldier was guarding Nahal Oz outpost on Oct. 7,
Hamas had studied base layout for years», The Times of Israel,
3 marzo 2025,
https://www.timesofisrael.com/liveblog_entry/leaked-idf-probe-only-one-soldier-was-guarding-nahal-oz-outpost-on-oct-7-hamas-had-studied-base-layout-for-years/
[13] Shira Rubin, «After the Oct. 7 attacks,
Israel’s female soldiers say they’re still ignored», The Washington Post, 4 ottobre 2024,
https://www.washingtonpost.com/world/2024/10/04/israel-female-field-observers-october-7-attacks-hamas-gaza/
[14] L. Marchetti, op. cit., pp. 19-21; S. Rubin, op. cit.
[15] Israel National News,
«Father of Hostage: ‘Terrorists at Nahal Oz spoke Farsi’», 12 agosto 2026,
https://www.israelnationalnews.com/news/431605. La fonte attribuisce
l’affermazione a Eyal Eshel e precisa che essa deriva da testimonianze da lui raccolte,
senza conferma dell’IDF.
[16] Yonah Jeremy Bob, «October 7 probe: IDF
only arrived in Nir Oz after Hamas terrorists left because it was ‘far
away’», The Jerusalem Post, 14 marzo 2025,
https://www.jpost.com/israel-news/article-846063
[17] L. Marchetti, op. cit., p. 35.
[18] L. Marchetti, op. cit., pp. 34-35; Bethan McKernan e Quique
Kierszenbaum, «Inside the Israeli border town that was overrun by Hamas
militants», The Guardian, 11 ottobre 2023,
https://www.theguardian.com/world/2023/oct/11/sderot-israel-hamas-attack-border-town
[19] The Guardian, «What
we know about the Hamas attack on Israel», 7 ottobre 2023,
https://www.theguardian.com/world/2023/oct/07/what-we-know-about-the-hamas-attack-on-israel
[20] Reuters, «Israeli military inquiry says
it failed to protect civilians on October 7», 27 febbraio 2025, https://www.reuters.com/world/middle-east/israeli-military-inquiry-says-it-failed-protect-civilians-october-7-2025-02-27/;
Stephen Grey, Maayan Lubell e Ryan McNeill, «How an Israeli kibbutz ‘paradise’
turned into hell in Hamas attack», Reuters Investigates, 3 novembre 2023,
https://www.reuters.com/investigates/special-report/israel-palestinians-kibbutz-attack/
[21] Emanuel Fabian, «External panel
appointed by IDF chief finds most of army’s Oct. 7 probes inadequate», The Times of Israel, 24 novembre 2025,
https://www.timesofisrael.com/external-panel-appointed-by-idf-chief-finds-most-of-armys-oct-7-probes-inadequate/
[22] Bethan McKernan, «IDF used protocol
that may have risked civilian lives in Hamas attack», The Guardian, 7 luglio 2024,
https://www.theguardian.com/world/article/2024/jul/07/israel-idf-hannibal-protocol-hamas-attack-haaretz;
Commissione internazionale indipendente d’inchiesta delle Nazioni Unite, op. cit.
[23] Emanuel Fabian, «IDF officer recounts
ordering tank fire on Be’eri home during hostage standoff on Oct. 7», The Times of Israel, 23 dicembre 2023,
https://www.timesofisrael.com/liveblog_entry/idf-officer-recounts-ordering-tank-fire-on-beeri-home-during-hostage-standoff-on-oct-7/
[24] Yonah Jeremy Bob, «IDF Gen. Hiram
cleared of charge of blowing up hostages along with Hamas on Oct. 7», The Jerusalem Post, 11 luglio 2024,
https://www.jpost.com/israel-hamas-war/article-809967; Times of Israel Staff, «Failure and slaughter: IDF’s
Be’eri probe shows army’s colossal errors, residents’ bravery», The Times of Israel, 12 luglio 2024,
https://www.timesofisrael.com/failure-and-slaughter-idfs-beeri-probe-shows-armys-colossal-errors-residents-bravery/
[25] Reuters, «Israeli inquiry finds Oct. 7
hostage likely killed by friendly fire», op. cit.
[26] L. Marchetti, op. cit., pp. 18-28; Andrew Higgins, «How Israel Helped
to Spawn Hamas», The Wall Street Journal, 24 gennaio
2009, https://www.wsj.com/articles/SB123275572295011847
[27] Lahav Harkov, «Netanyahu: Money to
Hamas part of strategy to keep Palestinians divided», The Jerusalem Post, 12 marzo 2019,
https://www.jpost.com/arab-israeli-conflict/netanyahu-money-to-hamas-part-of-strategy-to-keep-palestinians-divided-583082;
Lavinia Marchetti, «Il nemico utile: la co-evoluzione tra Hamas e Netanyahu
(1987-2023)», Lavinia Marchetti, 27 settembre
2025, https://laviniamarchetti.altervista.org/il-nemico-utile-la-co-evoluzione-tra-hamas-e-netanyahu-1987-2023/
[28] Julian Borger, «Israeli security agency
says Netanyahu’s policies paved the way for 2023 Hamas attack», The Guardian, 5 marzo 2025,
https://www.theguardian.com/world/2025/mar/05/israeli-security-agency-says-netanyahus-policies-paved-the-way-for-2023-hamas-attack
[29] Nadav Eyal, «Israel sought Qatar cash
increase for Hamas weeks before October 7», Ynetnews, 2 gennaio
2026, https://www.ynetnews.com/article/byabrjsnzg
[30] Associated Press, «Netanyahu is rocked
by a new scandal linking his close advisers to Qatar», 3 aprile 2025,
https://apnews.com/article/da79eb436a150d82d03e352085b02bfc; Times of Israel Staff, «Police say they’re done with
Qatargate probe, hand it over to state prosecutor», The Times of Israel, 4 gennaio 2026,
https://www.timesofisrael.com/police-say-theyre-done-with-qatargate-probe-hand-it-over-to-state-prosecutor/
[31] Lazar Berman e Sam Sokol, «Netanyahu’s
aides accused of leaking classified intel to Qatar for anti-Egypt push», The Times of Israel, 9 agosto 2026,
https://www.timesofisrael.com/netanyahus-aides-accused-of-leaking-classified-intel-to-qatar-for-anti-egypt-push/.
L’articolo attribuisce l’accusa a un funzionario israeliano della sicurezza e
riporta una ricostruzione di Israel Hayom; il
procedimento non risulta definito da una sentenza.
[32] Assma Maad, William Audureau e Samuel
Forey, «‘40 beheaded babies’: The itinerary of a rumor at the heart of the
information battle between Israel and Hamas», Le Monde, 3 aprile
2024,
https://www.lemonde.fr/en/les-decodeurs/article/2024/04/03/40-beheaded-babies-the-itinerary-of-a-rumor-at-the-heart-of-the-information-battle-between-israel-and-hamas_6667274_8.html;
Alisha Rahaman Sarkar, «White House walks back Biden comments that he had seen
pictures of beheaded Israeli children», The Independent, 12
ottobre 2023,
https://www.independent.co.uk/news/world/americas/us-politics/biden-children-kfar-aza-hamas-b2428274.html
[33] Associated Press, «How 2 debunked
accounts of sexual violence on Oct. 7 fueled a global dispute over Israel-Hamas
war», 22 maggio 2024,
https://apnews.com/article/ca7905bf9520b1e646f86d72cdf03244
[34] Ufficio della Rappresentante speciale
del Segretario generale delle Nazioni Unite sulla violenza sessuale nei
conflitti, Mission report. Official visit of the Office
of the SRSG-SVC to Israel and the occupied West Bank, 29 January-14 February
2024, 4 marzo 2024,
https://www.un.org/sexualviolenceinconflict/wp-content/uploads/2024/03/report/mission-report-official-visit-of-the-office-of-the-srsg-svc-to-israel-and-the-occupied-west-bank-29-january-14-february-2024/20240304-Israel-oWB-CRSV-report.pdf
[35] Commissione internazionale indipendente
d’inchiesta delle Nazioni Unite, op. cit.; Reuters,
«U.N. commission accuses Israel of obstructing Oct. 7 probe», 16 aprile 2024,
https://www.reuters.com/world/middle-east/un-commission-accuses-israel-obstructing-oct-7-probe-2024-04-16/
[36] Civil Commission on October 7th Crimes
by Hamas against Women and Children, Silenced No More. Sexual Terror
Unveiled: The Untold Atrocities of October 7 and Against Hostages in Captivity,
maggio 2026, https://www.civilc.org/silenced-no-more; Sam Mednick, «Sexual violence
was systematic and integral to Oct. 7 attacks and their aftermath, new report
says», Associated Press, 12 maggio 2026,
https://apnews.com/article/israel-hamas-gaza-war-sexual-violence-8babfb99bb34a6704965ca9e23bbefbe; Le Monde, «October 7: New report documents extent of
sexual violence committed by Hamas», 12 maggio 2026,
https://www.lemonde.fr/en/international/article/2026/05/12/october-7-new-report-documents-extent-of-sexual-violence-committed-by-hamas_6753371_4.html
[37] Reuters, «Netanyahu should be
investigated over Oct. 7 failure, his defence minister says», 11 luglio 2024,
https://www.reuters.com/world/middle-east/netanyahu-should-be-investigated-oct-7-failure-his-defence-minister-says-2024-07-11/
[38] Keshet Neev, «Government delays October
7 inquiry bill, tells High Court legislation will wait until elections», The Jerusalem Post, 22 luglio 2026,
https://www.jpost.com/israel-news/politics-and-diplomacy/article-903339;
Knesset, «Approved in first reading: State-National Commission of Inquiry for
the Events of the October 7 Massacre Bill», 7 luglio 2026,
https://main.knesset.gov.il/EN/News/PressReleases/Pages/press772026q.aspx
[39] Jewish People Policy Institute, Israeli Society Index – May 2026: Support for a Commission of
Inquiry, Disagreement over its Composition, maggio 2026,
https://jppi.org.il/en/%D7%9E%D7%93%D7%93-jppi-%D7%9C%D7%97%D7%91%D7%A8%D7%94-%D7%94%D7%99%D7%A9%D7%A8%D7%90%D7%9C%D7%99%D7%AA-%D7%9E%D7%90%D7%99-2026/
[40] Times of Israel Staff,
«Attorney general: Overdue state inquiry into Oct. 7 should now wait for next
government», The Times of Israel, 19 agosto
2026,
https://www.timesofisrael.com/attorney-general-overdue-state-inquiry-into-oct-7-should-now-wait-for-next-government/;
Sarah Ben-Nun, «Attorney-General: Govt refusal of Oct. 7 inquiry is harming
truth-finding and accountability», The Jerusalem Post,
19 gennaio 2026, https://www.jpost.com/israel-news/article-883852
[41] Peter Beaumont e agenzie, «Israeli MPs
back special tribunal with death penalty powers for alleged 7 October
attackers», The Guardian, 12 maggio 2026,
https://www.theguardian.com/world/2026/may/12/israel-special-tribunal-death-penalty-7-october-attack
[42] Ufficio dell’Alto Commissario delle
Nazioni Unite per i diritti umani, Detention in the context of the
escalation of hostilities in Gaza, 31 luglio 2024,
https://www.un.org/unispal/document/torture-and-mistreatment-ohchr-pr-31jul24/;
P. Beaumont e agenzie, op. cit.
[43] United Nations Office for the
Coordination of Humanitarian Affairs, Protection of Civilians Report
| 5-18 September 2023, 26 settembre 2023,
https://www.ochaopt.org/poc/5-18-september-2023
[44] Consiglio dei diritti umani delle
Nazioni Unite, Report of the independent international
commission of inquiry on the protests in the Occupied Palestinian Territory,
documento A/HRC/40/74, 25 febbraio 2019,
https://www.ohchr.org/en/hr-bodies/hrc/co-iopt/report2018-opt
[45] Lavinia Marchetti, «Il colonialismo non
inizia quando la vittima reagisce. No, non inizia niente il 7 ottobre
2023», Lavinia Marchetti, 11 aprile 2026,
https://laviniamarchetti.altervista.org/il-colonialismo-non-inizia-quando-la-vittima-reagisce-no-non-inizia-niente-il-7-ottobre-2023/
