«La donna che ha scritto questo Credo sa cosa ho nel cuore». SBONGA, Direttrice del Women’s Crisis Bureau di Soweto (Sudafrica), commentando il manifesto del Movimento delle donne sudafricane che riportava A Woman’s Creed (Il Credo di una donna).
La stesura di A Woman’s Creed fu richiesta personalmente dalla compianta
Bella Abzug, ex deputata del Congresso, in occasione del Women’s Global
Strategies Meeting (Incontro sulle strategie globali delle donne) del novembre
1994 — promosso dalla WEDO (Women’s Environmental and Development Organization)
e frequentato da 148 donne provenienti da 50 paesi — affinché fungesse da
dichiarazione di intenti e visione per l’organizzazione. Morgan si confrontò
con numerose donne, tra cui le compiante Perdita Huston (USA) e Sima Wali
(Afghanistan) e l’italiana Paola Melchiori, prima di ritirarsi nella sua camera
d’albergo e scrivere A Woman’s Creed nel corso di una notte.
Il testo fu immediatamente adottato e presto tradotto; debuttò alla Quarta
Conferenza mondiale sulle donne delle Nazioni Unite, tenutasi a Pechino (Cina)
nel 1995, sotto forma di opuscolo contenente il Credo in arabo, cinese, inglese
(lingua originale), francese, persiano/farsi, russo, sanscrito e spagnolo. Il
testo è stato pubblicato in Robin Morgan, “Cassandra non abita più qui”,
Ed. La Tartaruga, Milano 1996.
Il Credo di una donna
Noi, esseri umani e donne, sospese
sull’orlo del nuovo millennio.
Noi siamo la maggioranza della specie, ma abbiamo abitato nell’ombra.
Noi le invisibili, le analfabete, le sfruttate, le profughe, le povere.
E noi votiamo: mai più.
Noi siamo le donne affamate – di riso, casa, libertà, delle altre, di noi
stesse.
Noi siamo le donne assetate – di acqua limpida e risate, di letture, d’amore.
Noi siamo esistite in tutti i tempi, in ogni società.
Siamo sopravvissute al nostro sterminio.
Ci siamo ribellate – e abbiamo lasciato dei segni.
Noi siamo la continuità, intessiamo il futuro col passato, la logica con la
poesia.
Noi siamo le donne che tengono duro e gridano Sì.
Noi siamo le donne dalle ossa, voci, menti, cuori spezzati – eppure siamo le
donne che osano sussurrare No.
Noi siamo le donne la cui anima nessuna gabbia fondamentalista può contenere.
Noi siamo le donne che rifiutano di permettere che si semini morte nei nostri
giardini, nell’aria, nei fiumi, nei mari.
Noi siamo, tutte e ciascuna, preziose, uniche, necessarie.
Noi fatte più forti, benedette, sollevate perché non uguali.
Noi siamo le figlie del desiderio. Noi siamo le madri che daranno alla luce la
politica del XXI secolo.
Noi siamo le donne da cui gli uomini ci hanno messo in guardia.
Noi siamo le donne che sanno che tutte le questioni ci riguardano, che
reclamano il loro sapere, reinventeranno il loro domani, discuteranno e
ridefiniranno ogni cosa, incluso il potere.
Sono decenni ormai che lavoriamo a dar nome ai dettagli del nostro bisogno,
rabbia, speranza, visione. Abbiamo rotto il nostro silenzio, esaurito la nostra
pazienza.
Siamo stanche di enumerare le nostre sofferenze – per intrattenere o essere
semplicemente ignorate.
Ne abbiamo abbastanza di parole vaghe e attese concrete; abbiamo fame d’azione,
dignità, gioia. Intendiamo fare di meglio che resistere e sopravvivere.
Hanno tentato di negarci, definirci, piegarci, denunciarci; ci hanno messe in
prigione, ridotte in schiavitù, esiliate, stuprate, picchiate, bruciate,
asfissiate, seppellite – e ci hanno annoiate.
Ma niente, neppure l’offerta di salvare il loro agonizzante sistema, ci può
trattenere.
Per migliaia di anni le donne hanno avuto responsabilità senza potere, mentre
gli uomini avevano potere senza responsabilità.
Agli uomini che accettano il rischio di esserci fratelli offriamo un
equilibrio, un futuro, una mano. Ma con loro o senza di loro, noi andremo
avanti.
Perché noi siamo le Antiche, l’Essere Nuovo, le Native venute per prime e
rimaste, indigene come nessuno. Siamo la bambina dello Zambia, la nonna della
Birmania, le donne del Salvador e dell’Afghanistan, della Finlandia e di Fiji.
Siamo canto di balena e foresta pluviale; l’onda sommersa del mare che monta,
immensa, a spezzare in mille frammenti il vetro del potere.
Siamo le perdute e le disprezzate che, piangendo, avanzano nella luce.
Questo noi siamo.
Siamo intensità e energia.
Siamo i popoli del mondo che parlano – che non aspetteranno più e non possono
essere fermati.
Siamo sospese sull’orlo del millennio: alle spalle la rovina, davanti nessuna
mappa, il sapore della paura acuto sulle nostre lingue.
Eppure faremo il salto.
L’esercizio dell’immaginazione è un atto di creazione.
L’atto di creazione è un esercizio della volontà.
Tutto questo è politica.
E’ possibile.
Pane. Un cielo pulito. Pace vera.
La voce di una donna che canta chissà dove, melodia che spira come fumo dai
falò campestri.
Congedato l’esercito, abbondante il raccolto.
Rimarginata la ferita, voluto il bambino, liberato il prigioniero, onorata
l’integrità del corpo, ricambiato l’amante.
Magico talento di trasformare i segni in significato.
Uguale, giusto e riconosciuto il lavoro.
Piacere nella sfida che porta, concordi, a risolvere i problemi.
La mano che si alza solo nel saluto.
Interni – dei cuori, delle case, dei paesi – così solidi e sicuri da rendere
finalmente superflua la sicurezza dei confini.
E ovunque risate, sollecitudine, festa, danze, contentezza. Un paradiso umile,
terrestre, ora.
Noi lo renderemo reale, nostro, disponibile.
Noi disegneremo la politica, la storia, la pace.
Il miracolo è pronto.
Credeteci.
Siamo le donne che trasformeranno il mondo.
Pubblichiamo due poesie inedite
la cui traduzione è a cura di Maria Nadotti
Kigali, 1994
Il ritaglio è fragile e ingiallito,
ma
leggibile ancora: come le milizie Hutu massacrarono
i degenti – tutti e 750 – del reparto di psichiatria.
Lanciarono granate oltre il muro, rammenta
un’infermiera. “I pazienti – dice – non capivano
cosa stesse accadendo. Presero a vagare
cantando, a mani alzate”.
Un’altra ricorda la plebaglia
venuta
con strumenti di morte dilagare
nelle chiese dove i Tutsi sudavano nascosti,
in villaggi, sobborghi, città, uccidendo
dentro scuole, case, parrocchie, per i campi. “Parevano
burocrati”, rammenta una donna, “attaccavano
alle sette la mattina, alle cinque staccavano”.
Dopo una dura giornata di omicidi,
tornavano
cantando alle case in collina, portando il bottino
strappato alle vittime. Una ragazzina gettata in una fossa
con tanti altri bambini viveva ancora. Nel villaggio s’udivano
le grida, le mandarono giù dell’acqua. Quindi il sindaco
ordinò di colmare la fossa, gli abitanti del villaggio la colmarono.
La gente che le aveva portato l’acqua colmò la fossa.
Sono notizie vecchie ormai,
ingiallite come la viltà, fragili
come il buonsenso. Il Rwanda è in ricostruzione,
lo sterminio si è spostato altrove. C’è sempre un massacro
in corso in qualche luogo; se perdi la matinée
puoi farcela per lo spettacolo serale, averlo su richiesta.
Ci sono repliche, poi, con tanto
di cronaca, analisti, opinioni.
Da giovane giurai di porvi fine, di
vivere tentandoci. Ora son vecchia
la pelle ingiallita, fragili le ossa; solo per esser viva ancora
in qualche modo sto fra chi poté rincasare
cantando, portando il bottino strappato al dolore altrui:
tema per le mie poesie. Non capivo
cosa stesse accadendo. Così ho preso a vagare
cantando, come qui, a mani alzate.
Lo scavo
I. Annuncio della National
Geographic Society, giugno 2006.
I resti mummificati di una
giovane donna, risalenti a milleseicento anni fa, erano coperti di pigmento
rosso e segnati da tatuaggi. L’imponenza della tomba denotava una posizione
elevata. È stata scoperta a quattrocento miglia a nordovest di Lima, Perù,
presso la sommità della piramide Huaca Cao Viejo, luogo sacro della cultura
Moche, che fiorì molto prima dell’ascesa degli Incas. Tra gli oggetti funebri –
oro, tessuti finissimi, pietre semipreziose, materiali per tessere e aghi
adatti a una donna – c’erano due clave da guerra cerimoniali e ventotto
lancia-asta, arnesi mai rinvenuti in luoghi dove era sepolta una donna, ma
esclusivamente nelle tombe degli uomini Moche. Lì accanto giace lo scheletro di
un’altra donna, più piccola e all’apparenza morta per strangolamento, una corda
di canapa ancora stretta attorno al collo. È stata la corda, tramite analisi al
radiocarbonio, a datare la sepoltura di entrambe intorno al 450 dell’era
cristiana.
II.
Sei qui, lo so. Dove?
Vieni. Te l’ordino.
Se potessi vedere attraverso questa nebbia! Vago
e aspetto, chiamandoti, piccolina
del mio cuore, abbattuta dal branco,
dove sei? Vieni! Lo esigo!
Sei stata mia dal momento che ti ho
vista,
tolta dalla lordura per accordarti il mio favore,
innalzata, portata nella Grande Casa.
Con quanta forza hai lottato – piccola come sei,
ma scalciavi, sputavi, sferravi colpi,
graffiavi, strepitavi – e io ridevo
mentre ti frizionavano e
avvolgevano nelle sete,
ridevo mentre ti rimpinzavi di piccione arrosto e mango,
ridevo mentre ti rannicchiavi lanciandomi sguardi in tralice.
Sei vicina, lo sento. Vieni da me,
te l’ordino. So che mi senti anche attraverso
questa nebbia fitta. Inutile combattermi, lo sai.
Sono sempre stata diversa, più
forte di tutti
i miei fratelli, di mio padre il vero figlio, benché
donna. Mi ci sono applicata con la testa e coi denti,
rifiutando di essere non-uomo, femmina, meno che umana.
Più che umana io ero, e lo sapevo.
Quando gli Altri vennero dal nord
fui io a guidare i Moche alla
battaglia. Io
a falciare i nemici, ridere delle loro grida,
uccidere e ancora uccidere finché non ne rimase alcuno.
Le mie braccia dolevano a forza di ammazzare. I miei nemici, la mia gente,
entrambi i popoli mi consideravano un prodigio,
una donna di potere, un mostro o un demonio.
Non ero né mostro né demonio, bensì
dio. Da quel giorno,
gli uomini mi temettero, le donne mi fuggirono,
tutti però mi veneravano. Vestivo un mantello
di piume di condor. Un prezzo c’era:
di timore e adorazione ero l’oggetto,
non d’amore. Come può il devoto immaginare
l’indicibile solitudine del proprio
dio?
Poi, un giorno, mentre cacciavo, eccola
lì, nascosta, accovacciata nel suo fetido rifugio,
una creatura cenciosa, dagli occhi immensi. Avresti dovuto
imparare a servire dio con gioia, e invece,
finisti per amare me. Me. Tu sola hai amato la me in dio.
Come potevi non farlo? Perché
adesso taci?
Sei qui, devi essere qui, ho lasciato ordini in tal senso.
Sai che non posso restare sola, non con queste armi
che tanti hanno ucciso – gli strumenti usati per provare
che ero umana. Più: che ero dio.
Quello era il prezzo. Tu fosti il dono.
III.
Sei qui, temo che sbucherai
dalla nebbia come il giorno che mi afferrasti
per i capelli nell’angolo della capanna verso il prato.
Sette estati avevo conosciuto. Mi prendesti
che avevo solo sette estati. Ridevi. Mio padre
si prostrò per la gioia che andassi schiava
a colei che era insieme uomo e dio.
Ci sarebbe stato cibo,
adesso, birra, oro, mariti vogliosi delle sorelle, una casa
di adobe, un tumulo privato alla morte dei miei genitori.
“Sarai portata in alto”, disse mia madre.
Io nulla conoscevo. Solo paura e perdita. Dovevo
scordarle entrambe se volevo vivere.
Ma volevo morire – pur se mai
abbastanza. Così ho vissuto,
favorita del dio, accucciandomi dove tu mi mettevi.
Ai tuoi piedi quando condannavi a morte i prigionieri.
Alla tua tavola, per assaggiare ogni piatto in cerca di veleno.
Accanto ai tuoi incubi la notte prima della battaglia.
Sotto le tue lenzuola di lino. Tra le tue cosce.
Odoravi di sangue e spezie. La tua
voce si addolciva
al mio nome. Nuda, sorridevo e danzavo per te,
ti toglievo l’armatura. Il bagno ti facevo.
Una volta che avevi ucciso venti uomini,
– in un giorno, si disse – tenni il bacile
mentre vomitavi. Quasi ti amavo allora.
Ma quando infine cadesti, ne gioii
l’intero giorno.
Poi la notte mi ricordai che la tua morte
voleva dire che sarei morta anch’io, per servirti
nell’aldilà, innalzata nella morte.
Stavolta fuggii, con un tale terrore nella bocca
che ancora lo assaporo come il veleno che così spesso
avevo ideato di passarti,
assaggiato il tuo cibo, prima o poi.
I tuoi sacerdoti, la gente in lutto, mi presero, certo,
e, come avevano fatto con la bambina di sette anni
che lottava e urlava, mi trascinarono sulla tomba dove giacevi
avvolta nella corazza laminata d’oro, circondata
dalle tue armi e dai miei utensili per tessere. Libertà sarebbe dimenticare
la paura, ma da tempo la mia paura
si era convertita in odio. Troverò
nuovi aldilà dove vagare sola, giacché i tuoi ordini
risuonano in uno spazio che sbadiglia, vasto, tra noi.
Mai ti ho amata – pur se avrei potuto. L’ultimo
irretimento sta nel mio desiderio di dirti queste cose,
nella speranza schiava che tu possa capire…
tranne questo: quel giorno nella tua tomba mi costrinsero
a volgere il viso verso il tuo. Ti
vidi fissare la morte
con occhi incastonati di turchese. Sentii la corda cadermi, greve,
sulle spalle, poi serrarsi intorno alla mia gola.
Centellinai l’ultimo respiro, sapendo che il tuo volto
sarebbe stato l’ultima cosa che avrei visto,
bello, severo, incapace di vedermi.
IV. Lettera alla famiglia di una
studentessa impegnata in uno stage presso gli scavi di Huaca Cao Viejo.
Gli indiani del posto sono così
superstiziosi. Scuotono la testa e ci avvertono che, quando disturbiamo una
tomba, i cosiddetti “spiriti” si risvegliano e prendono a vagare. Però non ti
dicono di chi siano. Cosa ne dite? Di una regina? Della moglie o della figlia
di un capo militare? E se fosse lo spirito di una qualche mitica amazzone! Non
lo sapremo mai. E la seconda donna? Potrebbe trattarsi di un suicidio. Penso
che fossero amanti e che fosse disperata per la morte della regina. È così
romantico! Naturalmente il professore ritiene che si tratti di un sacrificio.
Sarebbe in linea con le consuetudini delle antiche popolazioni andine. Quando moriva
una persona di alto lignaggio, durante la cerimonia funebre il suo spirito
riceveva in dono rituale una vergine. Per fortuna che all’epoca non mi trovavo
da queste parti! Il professore dice anche che è assurdo immaginare che le donne
fossero amanti, e estremamente improbabile che si siano mai incontrate, tanto
meno conosciute.
Ma la corda! Quant’è grande la corda? Che colpo di fortuna datare il
reperto!
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