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domenica 30 luglio 2023

Valerio Calzolaio invita alla (ri)lettura di Paco Taibo II e Daniel Pennac

 Con Taibo II riscopriamo i lettori nelle Americhe dal Rio Bravo al Polo sud/1 - Valerio Calzolaio

Francisco Ignacio Taibo Mahojo è un messicano nato in Spagna, a Gijón (Asturie) l’11 gennaio 1949, ha dunque compiuto settantaquattro anni ed è divenuto abbastanza famoso nel mondo come giornalista, scrittore, saggista e storico. Il padre Francisco Ignacio Taibo Lavilla era un giornalista cartaceo e televisivo, deceduto il 14 novembre 2008, lui noto editorialmente come Paco Ignacio Taibo pur se, negli ultimi decenni di vita, dovette aggiungere un "primo" (Taibo I) al proprio non de plume, quando il figlio cominciò anche lui a pubblicare libri conosciuti. Da almeno quaranta anni Paco Ignacio Taibo II ha notevole successo letterario e culturale, sia nella nuova patria messicana che in tanti altri paesi, non solo di lingua spagnola, molto anche in Italia.

Taibo II nacque in una famiglia spagnola dagli ideali politici legati alla sinistra. Il regime fascista franchista li costrinse a emigrare in Messico nel 1958, verso un paese con più o meno la stessa lingua, che tradizionalmente aveva sempre accolto profughi e perdenti di molte rivoluzioni e di altre dittature. Benito Taibo, nonno paterno, apparteneva al gruppo dirigente del PSOE (Partito Socialista Operaio Spagnolo) e partecipò all'insurrezione del 1934 e, poi, alla guerra civile, combattendo per il fronte repubblicano; il prozio (fratello della nonna paterna) era il direttore del giornale socialista El Avance. Patirono entrambi le carceri franchiste. Anche il nonno materno procurava armi di contrabbando agli anarco-sindacalisti durante la guerra civile e tentò di prendervi parte armando un peschereccio, finché non morì con tutto il suo equipaggio, affondando con la propria imbarcazione sotto i colpi nemici.

Dopo i primi infantili nove anni spagnoli, Taibo II crebbe dunque da adolescente in una famiglia messicana, stabilitasi e sempre rimasta nella immensa capitale Città del Messico. Ignacio Paco presto si rese autonomo e nel 1971 si sposò con Paloma Sáiz y Chela con la quale hanno avuto Marina, affermandosi giovanissimo come scrittore di allegra fiction sociale. Nell’ultimo quarto di secolo del millennio scorso il suo nome è associato al brulichio di grandi autori che, sull’onda dei capolavori di García Márquez e Vargas Llosa, affermarono nuovi stili e narrazioni in gran parte dei paesi a sud degli Stati Uniti d’America, un’altra America (non inglese-americana), uscita più di recente dal colonialismo, ribelle e indipendente. Divennero molto noti e letti un po’ in tutta Europa, non solo in Spagna, certamente in Italia; varianti intense e personalissime di uno stesso percorso letterario; i più conosciuti forse Daniel Chavarría (Uruguay 1933, e Cuba), Rolo Diez (Argentina 1940), proprio Paco Ignacio Taibo II e Leonardo Padura Fuentes (Cuba 1955), poi Luis Sepúlveda (Cile 1949).

Ha più volte spiegato il grande scrittore e traduttore (dallo spagnolo) Bruno Arpaia che la letteratura latinoamericana non esiste, chi vi fa riferimento finisce per “incasellare” in un luogo comune varietà e ricchezza di un intero continente e di 21 paesi. Non vi è nemmeno un’identica comune lingua spagnola, considerando innanzitutto i brasiliani, poi coloro che scrivono in inglese e infine le varianti. Le biografie sono comunque meticce (alcuni che sono nati proprio in Spagna o altrove o sono migrati) ed esistono molte articolazioni, sfumature e “parlate” nazionali. Resta purtuttavia costantemente valido un interrogativo. “Precisato tutto ciò, possiamo porci la domanda: c’è vita oggi nella letteratura tra il Río Bravo e Ushuaia?”. Proprio Arpaia, in uno dei suoi contributi su questo giornale, ha raccontato un panorama degli interessanti scrittori e scrittrici del primo quarto di secolo del nuovo millennio. Rileggere Paco Ignacio Taibo II appare pertanto un buon modo per approfondire un filo di pensieri letterari ed editoriali sull’America a sud degli Usa, insieme al relativo differente contesto geopolitico, tanto più che molti degli storici scrittori citati hanno portato una ventata di novità globale nella letteratura, in particolare di genere giallo e noir.

Paco Ignacio Taibo II è un fine popolare intellettuale manifatturiero che si lascia coinvolgere in tutte le filiere della produzione di idee e azioni collettive per conto di frasi e gesti individuali, che promuove congiuntamente cultura, lettura e arte, prima ancora di fare culture, scritture e arti, motorino sempre carico di passioni sociali e civili. La sua attività ha avuto stabilmente base in Messico, nella capitale. Per fare un esempio, nel 2010 promosse con la moglie (che fino all’anno prima lavorava al Ministero della cultura del Distrito Federal, licenziata per spoil system) una Brigada para leer en libertad, (“Brigata per leggere in libertà”). Con amici, colleghi e sodali raggiungevano i quartieri più poveri e le baraccopoli dove non c’era nemmeno un libro e trovavano spesso un pubblico appassionato (presunti “non” lettori), che smentiva l’idea che in periferia si legge poco o non si legge affatto: “se rompi le barriere, i blocchi che impediscono alla gente di arrivare ai libri, allora la gente legge, e molto… un’esperienza affascinante”.

La Brigada ha creato un modello di istituzione culturale: trovata una sede scalcagnata, hanno battuto le circoscrizioni della metropoli offrendosi di organizzare fiere del libro, locali, nazionali o internazionali a seconda del budget. Poi hanno convinto le case editrici a non mandare al macero i volumi invenduti, ma a consegnarli per organizzare immensi mercati del libro in saldo, dove si sono riversate centinaia di migliaia di persone. Quindi, grazie alle donazioni dei privati, i brigadistas (tutt’altro significato rispetto alla traduzione italiana) hanno messo su decine di biblioteche di quartiere o scolastiche. Infine, con il sostegno della Fondazione Rosa Luxemburg e con quello degli autori che regalavano alla Brigada i loro diritti, hanno cominciato a pubblicare libri e a regalarli durante le centinaia di dibattiti e di tavole rotonde organizzate nei quartieri più sperduti e sempre in spazi aperti.

La Brigada si autofinanzia e riesce a dare un piccolo stipendio ai propri componenti, con la collaborazione di centinaia di romanzieri, giornalisti, sociologi, artisti, poeti, storici, da Elena Poniatowska a Jorge Moch, da Pino Cacucci a Sanjuana Martínez, che offrono il loro tempo e il loro talento per entrare in contatto con migliaia di persone e spingerle alla lettura. Le storie, le foto e i video visibili sul sito raccontano di folle clamorose ai concerti e ai dibattiti o negli stand dei librai, di una partecipazione appassionata e combattiva. La prossima e 16° Gran Remate de libros y peliculas si svolgerà dal 2 al 6 agosto 2023. Leggere aiuta a socializzare, a condividere esperienze e informazioni, a diffidare dell’evidente, a esigere diritti e a compiere i doveri. E diventa un fattore chiave dell’identità e della democratizzazione. Mentre la lettura per obbligo non ti trasforma in lettore, ciò che ti porta a leggere è il piacere.

La Brigada ha subito avviato anche programmi di lettura con gruppi di lavoratori, per esempio poliziotti e pompieri, categorie che non sempre godono certo di buona stampa. Pare che gli agenti diventati lettori diventino più gentili e corretti e la gente li guardi con occhi diversi. Pure Paco, ovviamente, continua dall’inizio come volontario della Brigada. Da qualche anno, inoltre, ha un incarico ministeriale ufficiale, direttore del Fondo de Cultura Económica, una casa editrice transnazionale con 1600 lavoratori, che in Messico promuove cultura multiforme, pubblica mille libri all’anno, gestisce una rete di 120 librerie e ha filiali in undici paesi, grazie all’incarico conferitogli dal “nuovo” Presidente messicano Andrés Manuel López Obrador, conosciuto con l'acronimo di AMLO, eletto nel dicembre 2018 (e sempre alle prese con un’endemica criminalità, come raccontato su Il Bo Live da Andrea Gaiardoni poco più di un anno fa.

https://ilbolive.unipd.it/it/news/taibo-ii-riscopriamo-lettori-americhe-dal-rio

 

Con Taibo II riscopriamo i lettori nelle Americhe dal Rio Bravo al Polo sud/2 - Valerio Calzolaio

Da quasi cinquanta anni, Taibo II risulta uno degli scrittori messicani più noti al mondo.

Iniziò nel 1976 con la serie gialla di Héctor Belascoarán Shayne. Inizia con la Genesi e finisce con il pianto desolato e un’esclamazione colorita sulla solitudine del protagonista la prima (Días de combate, Giorni di battaglia) delle finora dieci avventure del protagonista fino al 2012 (tutte tradotte in italiano con vari editori, con continuità grazie a una felice intuizione di Marco Tropea negli anni Ottanta), fra l’altro morto nella terza e risorto nella quinta. Nato nel 1944 (cinque anni prima dell’autore), figlio maggiore (una sorella Elisa, reduce da un divorzio, un fratello Carlos, impegnato a sinistra) di José, capitano di marina basco, socialista rivoluzionario in esilio in Messico e vicedirettore di una casa editrice, morto da qualche anno, e di Shirley, competente cantante folk irlandese, a fine vita, Héctor fino a trent’anni aveva fatto l’ingegnere supervisore alla General Electric di Città del Messico e il marito. Poi, d’improvviso, lascia il lavoro, si allontana dalla moglie Claudia, affitta un ufficio da detective (coabitandovi prima con un idraulico, poi anche con un tappezziere e un ingegnere che si occupa di fogne), studia serialkillerologia vincendo sessantaquattro mila pesos al quiz di Televisa, prende un diploma per corrispondenza e si getta per le strade (con una 38 sotto l’ascella) alla ricerca del Cervelo che ha strangolato dodici donne in due mesi.

Il doppio cognome Belascoarán Shayne deriva dai genitori spagnolo-irlandesi. Héctor vi tiene moltissimo, lui è bruttino (i casi lo renderanno inoltre orbo da un occhio e claudicante per un chiodo nella gamba zoppa) e pieno di cicatrici in corpo e spirito; politicamente marxista esistenziale e anarcoide, fuma Delicados con filtro, beve cola, indossa un impermeabile di gabardine; riesce a fare poco sesso (rimanda comunque a una fidanzata “fantasma” con la coda di cavallo), ingurgita tacos e donas, va spesso al cinema per pensare, dorme sempre pochissimo ma appagato (insonne per amore). Il fresco disincantato colto Taibo II iniziò così a giocare con il genere giallo (o negro che dir si voglia) e a scherzare con gli appassionati, narrando i simpatici tic noir in prima e terza persona, ammaliando meravigliosamente i lettori. In pochi anni vinse tre premi Hammett, vendendo poi un milione di copie del tenero testo su Che Guevara (Senza perdere la tenerezza, Il Saggiatore 2017, oltre trecento mila copie vendute solo in Italia).

La vena narrativa è ben presto apparsa fertile e inesauribile con quasi una quindicina di altri romanzi dal 1982 (alcuni splendidi, perlopiù tradotti), circa una decina di saggi e biografie dalla fine degli anni Ottanta, ricchi di humour e ritmo (dal Che a Pancho Villa, da Tony Guiteras a Sandokan e alla battaglia di Alamo), oltre a tante scritture no fiction e collaborazioni di ogni tipo dal 1971 (molte opere non tradotte di tutti i generi), a migliaia di articoli, a direzioni di raccolte e riviste, ad apparizioni in forbite teleconferenze e a divertenti presentazioni pubbliche (spesso anche in Italia). Per capire meglio la poliedrica cosmopolita personalità di Taibo II bisogna sapere che per oltre trent’anni dal 1988 al 2019 ha diretto il più grande festival di genere giallo noir in Europa. Una volta gli domandai quanti aerei avesse preso nell’anno procedente, rispose con precisione: “Ottantasei da luglio 2009 a luglio 2010, sto fuori casa (e scrittura) metà di ogni anno. Troppo.”

Ormai siamo alle nozze d’oro: da 49 anni a luglio si svolge a Gijon nelle Asturie una manifestazione denominata Semana Negra, SN. Quando vi partecipai nel 2010, partimmo con la tribù del Tren Negro il venerdì mattina da Madrid, arrivammo nel pomeriggio e tornammo indietro dopo il fine settimana successivo, vivendo in patria (loro) l’apoteosi spagnola dei mondiali di calcio. Indimenticabile! Ogni anno partecipano quasi duecento scrittori da almeno dieci differenti paesi, quelli dell’idioma (spagnoli, messicani, uruguaiani, argentini, peruviani, cubani, colombiani) ma anche “ospiti” (americani, francesi, inglesi, greci, pure italiani, spesso e tanti), perlopiù già tradotti all’estero (successo o caso). Agli appassionati, leggerli incontrarli ascoltarli fa proprio piacere. A loro, incrociarsi fa un gran bene: affinano personaggi, scoprono affinità, valutano percorsi, avviano collaborazioni. Proprio alla SN vi fu decenni fa per esempio il primo incontro fra Carlo Lucarelli e Manuel Vàzquez Montalbàn (Barcellona, 14 luglio 1939 - Bangkok, 18 ottobre 2003), altro amico “anziano” di Taibo II, nome tutelare della manifestazione asturiana come della colta alta letteratura gialla (o negra) di fine Novecento (a me capitò di intervistarlo nel 1987 a Cattolica), all’origine ovviamente pure dell’amatissimo commissario di Camilleri.

Alla Semana Negra non c’è catalogo, non si trovano libri gratis. Né si percepiscono rivalità, nemmeno fra i finalisti dei premi per opere originali in castellano. Molti dichiarano che gli scrittori “sanno” chi vale, chi quell’anno ha fatto meglio e chi non è stato all’altezza di altre prove. E così i riconoscimenti vengono assegnati da ristrette giurie di autori sulla base di una selezione ampissima di testi segnalati innanzitutto da altri autori. A Gijon non si vince altro che la gloria: niente soldi, niente targhe, niente statuette. Fra i vari prestigiosi riconoscimenti segnalo il premio Hammett (il più antico e ambito), il premio Celsius (fantascienza e dintorni), il premio Espartaco (romanzo storico), il premio Rodolfo Walsh (no fiction criminale), il memorial Silverio Cañada (esordio di “novela negra”), il premio del Direttore e quello del direttore del giornale speciale della manifestazione Quemarropa, che nel 2010 era Angel de la Calle.

Proprio Angel (Salamanca, 1958), disegnatore e fumettista (con studi noti anche in Italia su Tina Modotti e Hugo Pratt), nessun romanzo di fiction, da sempre subcomandante della SN, ora da quattro anni ha assunto il ruolo di direttore (ovvero da quando Taibo II ha assunto il suo nuovo incarico ministeriale in Messico). La manifestazione ha avuto sempre da regista fuori inquadratura Paloma, la moglie di Paco e ha cambiato varie volte sedi e struttura, in realtà si tratta di un happening, di una fiera, di una festa.

Nel 2010 SN si svolse nel grande parco urbano, direzione e organizzatori affittarono spazi nel “recinto” per tende, esposizioni, promozioni, divertimenti, classici “non luoghi” quasi universali. Trovavate la ruota gigante e la casa degli specchi, il galeone che oscilla e altre diavolerie meccaniche, la pesca e i fucili ad aria compressa. Trovavate i baracchini dei negozi locali di occhiali cappelli e oggetti da regalo, come le bancarelle di extracomunitari eguali in tutt’Europa. Trovavate bar e ristoranti, di tutti i tipi e gusti, qualità non sempre eccelsa, prezzo molto contenuto. Trovavate spazi di editori e librai (gli unici a non pagare l’affitto!), libri a buon mercato di ogni genere, collane gialle e nere, le rassegne bibliografiche degli autori presenti (pronti a firmare la copia), 34 mila volumi furono venduti nel 2010! E poi gli sponsor con attività specifiche e i veri “luoghi” della manifestazione: il grande tendone dei dibattiti (Carpa del Encuentro, con bar), lì fuori riproduzioni di eroi (come Batman) in mezzo a sedie e ombrelloni per chiacchierare, strutture che ospitavano mostre fotografiche o appositamente realizzate (nel 2010: fotogiornalismo, soldatini di piombo, pezzi archeologici messicani, fumetto cult), una sala adattabile alla visione di film (retrospettive, sapendo che il cinema non è una priorità), gli uffici.

Alla SN c’è sempre gente a tutte le ore, per ogni pizzo, con ogni tipo d’interesse (spesso la spiaggia è vicina). Il “negro” non c’entra. Famiglie con bimbi che non hanno mai letto nulla, comitive di ragazzi richiamati dall’allegra confusione, persone che cercano i soliti venditori ambulanti, gruppi che escono a mangiare, professionisti e mestieranti bisognosi di clienti o pubblico. Una marea di gente, quasi novecento mila visitatori stimati per esempio nel 2010. Ogni mattina esce il periodico di quattro “lenzuoli” con il programma del giorno. Un paio di volte vengono distribuiti libri editi per l’occasione. Le attività della manifestazione sono concentrate dalle cinque del pomeriggio a mezzanotte, perlopiù presentazioni di autori, a raffica, a ripetizione, uno ogni mezz’ora nel tendone e almeno in un’altra sala, uno per volta (il grande, l’autore con la novità) o in tavole rotonde a tema. Musica dal vivo dopo le 22. Taibo II partecipa anche ora, non è più direttore ma c’è sempre, presenta in contemporanea diversi libri autori inaugurazioni, talvolta apre chiude interrompe modera domanda risponde scompare, di rado delega ai due sosia del passato (che nessuno ha mai incontrato).

Il vero Paco Ignacio Taibo II ha la sigaretta accesa (non la stessa) e la maglietta spot (forse sempre la stessa), un paio di libri in tasca, fa tutto: sposta sedie, carica casse di volumi, rilascia interviste, interloquisce con chi parla inglese, ricorda orari, urla annunci, cerca i collaboratori per condividere impegni. La figlia Marina, fotografa e artista, è stata sempre la sodale “spalla” del direttore per tutta la preparazione (quasi due mesi) e la durata della manifestazione. Basta uno sguardo e lei capisce, accorre, sostituisce. Era già la piccola colta interprete quando quelli dell’AIEP (gli autori di gialli nel mondo) inventarono la Semana: portare la “cultura” sulla “strada”, radicandola nella città natale di Paco. Tirano avanti con pochi soldi (nel 2010 costava meno di un milione di dollari) e gran parte di volontariato. Un trenino apposito e un ottimo servizio tram collegano con il centro (dove non mancano iniziative collaterali).

Taibo II è ancora solida garanzia di fama e clamore, la manifestazione è un diversivo e un divertimento, l’identità politico culturale un punto fermo: la Disneyland dei rossi, fra Gramsci e il Che, passione e tenerezza per entrambi (anche se il primo sapeva le lingue, meglio russo e tedesco, e il secondo non vollero imprigionarlo per venti anni). C’è così un filo unitario nel mezzo secolo di scrittura militante di Paco Taibo II: entrare in sintonia con i cittadini attraverso parole condivise, allargando le platee attive dei lettori (e degli scrittori), mai settarie e autoreferenziali.

https://ilbolive.unipd.it/it/news/taibo-ii-riscopriamo-lettori-americhe-dal-rio-0

 

 

Benjamin Malaussène: guida alla lettura dei sette romanzi di Daniel Pennac - Valerio Calzolaio


Benjamin Malausséne non smette di stupirci, si accommiata da tutti a proprio modo. Lo abbiamo conosciuto meno di quarant’anni fa quando lavorava già da un po’ come capro espiatorio e, nel tempo libero, faceva soprattutto da figura genitoriale ai tanti fratelli e sorelle abbandonati dalla madre (anche sua). Abbastanza presto aveva cambiato mestiere retribuito e mantenuto l’unica passione per Julie (la rossa giornalista originaria del Vercors; Pennac e signora vi vivono spesso ancora), ormai da decenni si esercita da dipendente tuttofare delle Edizioni del Taglione della Regina Zabo, esegue ordini editoriali, legge e valuta, tratta con scrittori grandi e piccoli, condivide occasioni e drammi della letteratura contemporanea, esercita comunque anche la funzione essenziale di capro espiatorio nell’azienda, domandandosi di continuo se non è il cado di smettere, sempre però travolto da fantasmagoriche avventure di parenti stretti e dei sapiens della tribù allargata.

Averlo inventato costituisce la meritata fortuna dell’esimio scrittore francese Daniel Pennac (Casablanca, Marocco, 1 dicembre 1944). Abbiamo già parlato della bio-bibliografia dell’autore, concentrandoci sull’insieme della produzione letteraria di mezzo secolo (1973 - 2023) e, in particolare, su saggi e romanzi senza Ben, il suo principale personaggio . Ora non si può più rinviare, il capro espiatorio va preso di petto e sviscerato un poco. Cominciamo dalla fine, andando a ritroso nel tempo. Partiamo dall’epilogo dichiarato della saga, dal settimo e ultimo romanzo, uscito con grande successo (è ancora in classifica) oltre due mesi fa: Daniel Pennac, Capolinea Malaussène. Il caso Malaussène 2, traduzione di Yasmina Melaouah, Noir, Feltrinelli 2023 (orig. Terminus Malaussène. Le cas Malaussène 2, 2023), pag. 397). 

Siamo lontani dalle Alpi, dalle parti di Parigi, dentro e ai lati del cuore, ovvero nel XX° arrondissement. Verso il settembre 2021 (a otto mesi dalle elezioni presidenziali del 2022) abbiamo un pratico riassunto delle storie raccontate nel precedente volume: in scena il rapimento interrotto e ripreso del ricco sgargiante Georges Lapietà (che conosce a memoria l’elenco dei potenti corrotti) e la rischiosa rifinitura (ora lontano dal Vercors) del secondo romanzo-verità (terribile) del brasiliano Alceste Fontana, insieme a ogni anfratto e risvolto di tutte le vecchie note avventure dell’intera famiglia allargata. L’uomo d’affari era stato rapito dallo stesso figlio Iuc con gli amici Mara, Nange e Sigma, per fare una spettacolare opera d’arte. Solo che alcuni veri malviventi avevano compiuto la stessa scelta e ne era venuto fuori un gran casino.

Il capo dei cattivi è Nonnino, età vetusta e voce dolce, amante di gratin dauphinois, violento e implacabile, ha un esercito colto e fedele di delinquenti ai suoi ordini, li ha educati alla verità cash e formati professionalmente, li guida con risolutezza nera, possiede svariati nomi e identità, ha agganci internazionali e coperture insospettabili. Ispettori e magistrati, bravi e somari, cercano di essere all’altezza. Ben soprassiede ancora come sempre a Julius il Cane (pronipote dell’originale), al dormitorio familiare e all’orfanatrofio annesso; nella banda dei ragazzi c’erano il figlio e i cugini, Mara (incinta) sta con Iuc; dovrà occuparsi del rapimento.

Come sempre Malaussène “capofamiglia” si fa carico di tutto, ogni suo parente ha spesso sfiorato la morte, si vede scorrere davanti agli occhi il catalogo di esplosioni, massacri, violenze. Da dipendente tuttofare delle Edizioni del Taglione della Regina Zabo ha avuto ora soprattutto l’incarico di procrastinare l’uscita del libro (“La loro grandissima colpa”), in cui Fontana racconta senza metafore non solo i pessimi comportamenti della propria stessa parentela, otto fratelli (tre femmine e altri quattro maschi) e due genitori che li hanno adottati, ma anche i traffici sui piccoli calciatori rapiti in Brasile. La bella attempata irrequieta mamma dei sette figli si è rifatta viva: mentre accudisce il marito Paul (innamorato, un poco rimbambito agli Aliossi, residenza per anziani), fa le solite cazzate. Fuochi pirotecnici, arriva di tutto. Pure le bombe.

Daniel Pennac (Casablanca, 1944) chiude il cerchio (da cui il titolo) e narra meravigliosamente un’ultima gustosa avventura contemporanea della serie che iniziò col noir e si è sempre arricchita di realismo magico. All’inizio del romanzo odierno mette il riassunto del volume precedente (2016) e la figura genealogica, in fondo la semplificante ripetizione del repertorio delle denominazioni e definizioni dei mitici personaggi seriali “inventati” (ben oltre il centinaio), citati o evocati, di qualche luogo e archetipo. Con la travolgente lettura manteniamo così memoria di amorevoli storie noir (l’autore termina ringraziando chi lo accolse 40 anni fa nella cantina della Série Noire), di fiabe ironiche e horror, di avventure mirabolanti intorno al mondo, di empatiche figure inevolvibili, di significati multisenso e impatti multisensoriali, di dialoghi scoppiettanti e colpi di teatro, di scene orride o poetiche in luoghi metropolitani e naturali, oltre che degli innumerevoli sfaccettati battiti dei silenzi (saturi, logorroici, cinematografici, invasori, lunghi, pensosi, divertiti).

La narrazione s’avvia in terza persona su Nonnino; segue poi Ben in prima (come sempre); si occupa degli altri amici e sodali in terza; continuando ad alternarsi punti focali, scene e sequenze in quaranta capitoli e otto parti, l’ultima inevitabilmente intitolata alla “mamma” (che ha finora trascorso con figli e nipoti meno di mille giorni, non più di trenta mesi con la sua progenie), ogni parte con una frase del relativo testo in esergo. Ognuno dei precedenti romanzi della serie (1985, 1987, 1989, 1995, 2017; all’inizio anni diversi in Italia, ma sempre con la stessa straordinaria traduttrice, madre astigiana e padre tunisino, il cui nome sembra ma non è tratto dalla saga) trova riferimenti e agganci, pur se Ben non è più il giovanotto versatile che può cambiare lavoro come cambia umore; da qualche decennio si smazza autori celebri; è un essere sociale, un definitivo capofamiglia, un uomo con dei doveri, ligio alle sue responsabilità.

Ancora una volta è cruciale Verdun, la giudice Talvern, incaricata del caso Lapietà, minuscola saggia sorella di Ben (la più giovane, nata urlante nel secondo romanzo della serie), moglie di un enorme professore panettiere (all’altra sorella Thérèse, pure di padre ignoto, era stato dedicato la quinta novella della serie). Verdun aveva detto che “vivere significa passare il tempo a riempire i due piatti della bilancia”, arrivata a fine carriera è costretta a cambiare ancora vita, in meglio e con altre bilance. Segnalo il Père-Lachaise che plana più volte di notte sulle vie di Belleville, suscitando forse un qualche ulteriore stupore. Il calvados viaggia sugli 80 gradi. Il colonnello Nonnino gestisce anche i cori, Vivaldi e Vedrò con mio diletto sono utili a farsi reclutare. Sarebbe interessante descrivere se e come finisce lo scoppiettante romanzo, evitiamo! Torniamo indietro, piuttosto.

Nel 2017 era uscito Il caso Malaussène. Mi hanno mentito (stesso autore, stessa traduttrice e stesso editore, ovviamente), pag. 279, euro 18,50, ambientato a Parigi e nel Sud Vercors, Prealpi del Delfinato (sotto il Grand Veymont, 2346 m slm). Lì siamo verso il settembre 2016 (dal che si capisce che le datazioni storiche hanno tutte molto di arbitrario). In rue des Archers una banda rapisce appunto Georges Lapietà, uomo d’affari, ex ministro e consulente del gruppo LAVA. La lista di chi si era inimicato è lunghissima, a cominciare dagli ottomilatrecendodue dipendenti mandati a spasso quando ha chiuso le filiali che aveva rilevato per la cifra simbolica di un euro con la solenne promessa di non toccare i posti di lavoro. Come riscatto vengono chiesti ottocentosettemiladuecentoquattro euro, cifra corrispondente all’assegno che stava per intascare come paracadute d’oro per quei licenziamenti. Benjamin Malaussène lo scopre lontano tramite gli organi d’informazione, personalmente lui non c’entrava niente.

In quei giorni ha avuto l’incarico dalla sua capa editoriale di mettere al sicuro in un luogo segreto, un’inaccessibile area montana che solo lui ben conosce, lo scrittore Alceste Fontana, che ha appena pubblicato “Mi hanno mentito” e sta completando proprio l’atteso seguito (“La loro grandissima colpa”), racconto senza metafore dei pessimi comportamenti della propria stessa famiglia. Ben parla via skype con i nipoti Mara e Nange e con il figlio Sigma, volontari di belle Ong in tre varie lontane parti del mondo. Agogna solo di poterli presto riabbracciare, alla rentrée. Fatto sta che, pochi giorni dopo, due bravi poliziotti sottraggono alla legge i sequestratori per scarrozzarli con l’ostaggio (in un veicolo rubato da un collega) e nasconderli in un orfanatrofio per ordine di un giudice istruttore che non ha intenzione di deferire l’evento. Non è che l’ideale colpa sarà di Malaussène? Ca va sans dire!

Pennac già riuscì allora nel (quasi) impossibile. Venti anni dopo fece tornare protagonisti di una storia contemporanea i personaggi che lo avevano reso amatissimo e famoso in discreta parte del mondo (compresa l’Italia). A suo tempo, sette anni fa iniziammo la lettura con perplessità e diffidenza. Una prima questione viene risolta dal Repertorio iniziale, una decina di pagine con il centinaio degli “antichi”. Poi si comincia in terza persona, il rapimento dello squallido ridicolo in bermuda e canna da pesca; segue Ben in prima (come sempre), accanto al tipo da proteggere, certo antipatico ma ogni lavoro va accettato; poi un’altra prima persona, proprio Alceste, lo scrittore braccato che vuol raccontare solo l’effimero reale, convive con la calamita Ben e ne è (quasi) l’esatto opposto.

Sensate innovazioni narrative, coerenti con quel che via via si scopre, l’oscurità delle proprie storie, al centro tanto non può che esservi il moderno capro. Ritroviamo amici sdoppiati, cresciuti bambini e replicanti, già cruciale Verdun, le nuove questioni sociali da far risaltare con perizia. Segnalo il manifesto dei rapitori, a pag. 152-153. E tante parole bretoni. Il commissario in pensione Rabdomant sta scrivendo un libro sul Caso (l’errore giudiziario), se ne parla spesso; dunque quello era solo l’inizio, da cui il romanzo conclusivo odierno, come allora si evinceva dal titolo francese (Le Cas Malaussène. I. Ils m’ont menti), dalla vignetta finale e dall’incerta spietata condizione di Lapietà. Il precedente romanzo, quinto della serie, risaliva al 1999, La passione secondo Thérèse, più breve, originariamente realizzato per Le Nouvel Observateur a puntate quotidiane, poi rielaborato e arricchito per la pubblicazione in libro con illustrazioni di Jean-Philippe Chabot.

Era un periodo di stanca per il lavoro di capro espiatorio dal cranio di ferro, Ben era divenuto padre, una svolta. Anche l’avventura precedente non era nata come opera letteraria, bensì teatrale, essenziale tuttavia per seguire il personaggio. Fra il quinto e il quarto non dimenticate la paternità di Ben! Siamo a metà anni Novanta, Ben sta leggendo su una panchina il libro intitolato al suo Signor figlio. Racconta di quando il fratello Jérémy gli chiede spiegazioni su come nascono i bambini, di come la futura nonna ha fatto sette figli con compagni diversi, di chi ha fatto tifo e di chi ha messo i bastoni fra le ruote. Cerca di darci l’idea di cosa si prova quando si sta per diventar padre: l’annunciazione, la presentazione (soprattutto alla madre Julie), la desolazione (quasi un aborto spontaneo?), la risurrezione (nella pancia di una suora), l’apparizione.

Il monologo teatrale Monsieur Malaussène au théatre (dialogo dell’unico attore con le ecografie del suo nascituro) risultò una straordinaria pièce che Pennac si è divertito molto a scrivere, noi a leggere e vedere: il compendio dei pensieri sulla gravidanza del protagonista, con sensibilità e lirismo a contrappunto delle crude dinamiche fisiche dell’esistenza. debuttò nell’ottobre 1996 a Parigi, poi a luglio 1997 al festival di Spoleto e in vari teatri italiani, grazie all’adattamento dell’Archivolto di Genova (pubblicato in Italia insieme a un racconto a quattro mani, come “Ultime notizie dalla famiglia”). In Francia l’autore era in sala tutte le sere (in fondo, nascosto), in Italia il magnifico interprete fu Claudio Bisio, eravamo all’anteprima di umbra. Si parla molto della paternità responsabile, anche se si capisce che la vera fatica ed esperienza irripetibile è la maternità. Da un uomo a ogni sapiens, ironie e paure di fine secolo. Tra nuvole di cartapesta. Non fermiamoci ai ricordi, continuiamo ad andare indietro nel tempo.

I primi romanzi della serie Malaussène rappresentano un unicum compatto e conseguente, pensato e iniziato a scrivere quarant’anni fa (nel 1983) e completato in un decennio, definito dallo stesso Pennac come un quartetto, “le quatuor de Belleville”: il corposo Monsieur Malaussène (1995), La Petite Marchande de prose (1989), La Fée Carabine (1987), con cui vince il prestigioso “Premio Polar di Le Mans”, Au bonheur des ogres (1985), il “giallo” originato dall’iniziale scommessa con gli amici del giallo e del noir. Uno più bello dell’altro, un susseguirsi di fiabe e sogni e sfumature e tonalità e interrogativi comunitari e dubbi morali e dialoghi scoppiettanti, scartando per tanti percorsi culturali dentro una sola multiforme trama, come la vita, un compatto effluvio di fantasia narrativa e di acume sociale, che ha consacrato l’autore fra i grandi del Novecento e deliziato milioni di lettori e lettrici.

Pennac viveva e scriveva già da qualche anno in collina nell’allora poco noto quartiere parigino di Belleville, nel ventesimo arroindissement di Parigi, non lontano dal promontorio da cui si vede tutta la città da nord a ovest. Vi abiterà per decenni ed è proprio in questo cosmopolita e multiculturale quartiere-speranza che colloca il protagonista della saga: colline un tempo coperte di vigneti, poi focolaio di tutte le rivoluzioni, antiche radici operaie e patria di chansonniers, meta di immigrati spesso forzati alla migrazione (nel corso del tempo armeni, ebrei, algerini, neri, cinesi, vietnamiti e via di seguito), microcosmo per decenni degradato e tollerante, descritto anche nelle trasformazioni edilizie e speculative e nella sua permanente biodiversità sensoriale, sempre privilegiando metafore per le crude dinamiche sociali.

https://ilbolive.unipd.it/it/news/benjamin-malaussene-guida-lettura-sette-romanzi

lunedì 9 maggio 2022

Tra zone di sacrificio, migrazioni e resistenze: mantenere la relazione con i fondamenti della vita - Biodiversidad

 

Editoriale

Nella foto [di copertina NdR] vediamo persone che camminano lungo la linea di frontiera in cerca di un passaggio, di un mezzo di trasporto, di un rifugio, di un nascondiglio. Un breve spazio di tempo, come cantano alla radio, che scivola qua e là e segna il battito degli eventi al di fuori della loro relazione immediata. In qualche modo fuggono, fuggono in avanti. Il loro esilio, il loro viaggio, la loro emigrazione sono un confronto con il futuro, ma ora, adesso, perché il loro passato (per quanto recente possa essere) è insopportabile.

Il mondo come lo conoscevamo sta svanendo. La promozione di un'era digitale che, si dice, ci renderà più vasti e immediati, sta guadagnando volume e attenzione. Il che risolverà, come dice giustamente Larry Lohman, tutti i problemi di “fiducia” che la “mancanza di sicurezza” porta alla gente. Ma a quale gente, ci chiediamo, se l'accaparramento delle terre avviene già in modo digitale per mezzo di registri personalizzati, se si cercano ormai cataloghi di sementi, registri della popolazione, nascondigli per capitali, tutto in modo digitale, con la fiducia assoluta di chi possiede questi libri mastri digitali?

La distruzione del linguaggio non conta per loro, la distruzione delle relazioni che per millenni hanno significato la vita conta ancora meno per loro. Promuovono gli organismi geneticamente modificati, l'editing genetico, pesticidi e fertilizzanti agrotossici, cannoni antigrandine, allevamenti in batteria di polli e maiali, promuovono città-serra, il sequestro dell'acqua per molteplici usi (automotive, imbottigliamento, fracking, estrazione, serre, allevamenti industriali, processi petrolchimici e siderurgici che avvelenano l'acqua nell'aria o nel terreno). Promuovono anche la privatizzazione dei semi, della proprietà intellettuale, rompendo così le relazioni che hanno reso possibile la vita per millenni, come abbiamo già detto.

È di questo che stiamo parlando. Permettere la vita sulla terra. Mantenere la relazione con la terra, con ciò che chiamiamo natura e di renderla possibile, rivendicando quelle relazioni che mantengono il focus e l'attenzione sui fondamentali.

Ma i processi sovrapposti di accaparramento e devastazione stanno peggiorando le possibilità di sussistenza delle persone nelle loro comunità, nei loro ambienti vitali, nelle loro sfere di riproduzione. È l'avvelenamento dell'acqua, dell'aria, del suolo, dei corpi delle persone, dai bambini agli anziani, e degli animali con cui conviviamo.

E' anche però la distruzione dei cicli fondamentali che scatenano catastrofi. Distruggere la foresta significa favorire l'erosione del suolo, bandire gli impollinatori, schiacciare i processi di biodiversità e provocare l'interferenza di persone che impongono con violenza ciò che pensano sia redditizio. Quando questo diventa estremo e tanti processi distruttivi si uniscono, entriamo in quelle che chiamiamo zone di sacrificio.

Alla fine del 2020, in Messico, c'è stata una carovana per constatare l'esistenza di queste intense zone di devastazione, zone create, prodotte passo dopo passo da imprese di ogni tipo che, sfruttando gli accordi di libero scambio, stanno tessendo ogni tipo di progetto di morte che viene imposto quando c'è una forte resistenza, viene imposto con gruppi armati, con l'esercito e la polizia che impongono, senza tanti complimenti, la devastazione e il silenzio di coloro che subiscono tali aggressioni.

In questo numero documentiamo, grazie a diverse organizzazioni latinoamericane, undici zone di sacrificio in Ecuador, Venezuela, Bolivia, Cile, Argentina e Messico, sapendo che il metabolismo della distruzione ha passaggi, effetti che saltano oltre gli ambienti di morte e raggiungono altri spazi.

I media hanno diffuso la triste e terribile notizia di come i membri di una carovana di migranti provenienti dall'America Centrale, da Haiti e da varie regioni dell'Africa siano stati selvaggiamente repressi con calci, picchiati con bastoni e scudi, tirati e trascinati via per aver dovuto fuggire da condizioni estreme di invivibilità e violenza, per essere stati espulsi dal loro rapporto con la loro terra e natura.

Le scene di un uomo con in braccio il suo bambino tra gli scudi della Guardia Nazionale messicana che li butta a terra e poi di nuovo, ogni volta che l'uomo si rialzava con il bambino in braccio, ci devono trasmettere qualcosa di più di una scena di terrore. Qualcosa deve cambiare. Qualcosa viene usato spietatamente per distruggere tutto ciò che ci viene tolto da chi è al potere, per poi distruggere le persone che fuggono da tali devastazioni.

All'enorme esodo latinoamericano verso gli Stati Uniti e il Nord in generale (soprattutto centroamericano e messicano) si è aggiunta ora una nuova ondata proveniente dall'Africa attraverso varie rotte oceaniche, forse emulando alcune delle antiche vie di navigazione delle navi negriere, o scommettendo su viaggi aerei meno pubblicizzati. Si dice che una delle porte di entrata più forti sia la Colombia, da dove i migranti africani viaggiano verso nord.

Proprio l'anno scorso, di fronte alla nuova politica migratoria del Messico che cerca di imitare la sua controparte statunitense nell'umiliazione, nella reclusione e nella chiusura mentale di cui è capace l'autorità migratoria, è stata addirittura organizzata un'assemblea di migranti provenienti dall'Africa che hanno fatto richieste specifiche al governo messicano.

Intanto il Messico, intrappolato nei legami concordati con il T-MEC (Accordo Stati Uniti-Messico-Canada, ndt), sebbene continui a frenare il flutto migratorio dal Sud con una repressione selvaggia e vili confinamenti, serve anche da filtro affinché alla frontiera con gli Stati Uniti arrivi una certa parte di questa popolazione viaggiante che, prima o poi (se non riesce ad eludere le enormi recinzioni e gli agguati che hanno preparato per loro), sarà imprigionata nella ragnatela industriale del complesso di sorveglianza e confinamento delle frontiere che, con la tecnologia digitale “per fornire fiducia e sicurezza”, la rintraccerà, accerchierà, imprigionerà, poi la terrà in un confinamento lucrativo per un intero consorzio di prigioni private sul suolo americano.

Tra le zone di sacrificio, riflesso diretto dell'abuso costante e complesso del capitalismo industriale che sta divorando il mondo, e il confinamento lucrativo dei migranti considerati “un pericolo per la sicurezza nazionale degli Stati Uniti”, esiste tuttavia una pletora di resistenze che insiste sul nostro rapporto con la terra, sulla ricerca della sovranità alimentare, sulla difesa delle nostre foreste, dei nostri semi, delle nostre acque e delle nostre sfere comunitarie che hanno sempre e per sempre simboleggiato il meglio dell'umanità.

Biodiversidad vuole porre luce su questi tentativi, questa emozione di mantenerci in relazione con i fondamenti della vita.


11 zone di sacrificio in America Latina


I. II Parco Nazionale Yasuní, in Ecuador, è la casa di comunità in isolamento volontario o di contatto recente (popoli Tagaeri Taromenane) e popoli di nazionalità Waorani, contattati da poco e ai quali i governi al potere di turno chiedono di sacrificarsi in favore dell'estrazione di greggio dal sottosuolo. Sono molti gli danni, ordinari e accidentali, provocati dall'attività petrolifera in questa enclave, una attività descritta come molto devastante sia in termini ambientali che di diritti umani. C'è un riconoscimento internazionale che ha dichiarato Yasuní un luogo tra i più biodiversi del pianeta, in termini di biodiversità ed endemismo, eppure è assediato dall'estrattivismo di caucciù, petrolio e legname.

Estrattivismo che continua nonostante l'esistenza di misure cautelari della Corte Interamericana a favore della regione, e nonostante che la stessa Costituzione ecuadoriana proibisce l'attività estrattiva di risorse non rinnovabili nelle aree protette e nelle zone dichiarate intangibili, compreso lo sfruttamento forestale, con poche eccezioni che devono essere giustificate dalla presidenza della Repubblica e che possono richiedere un referendum. “In tutte le sue fasi l'attività petrolifera causa l'inquinamento dell'acqua e dell'aria-acqua. L'espansione della frontiera estrattiva nello Yasuní provoca la deforestazione e quindi la perdita di biodiversità a causa della costruzione di strade, piattaforme, pozzi e infrastrutture petrolifere. I dati del Ministero dell'Ambiente affermano che ogni settimana in Ecuador c'è una fuoriuscita di petrolio di non meno di 5 barili. Le fuoriuscite, così come le infrastrutture petrolifere e altre fonti di inquinamento come torce petrolifere, acque connate e il rumore, causano gravi danni agli ecosistemi”. Questo non basta, il Parco Nazionale Yasuní continua ad essere sfruttato. Pedro Bermeo Guarderas e Esperanza Martínez (Colectivo Yasunidos, Acción Ecológica)

II. Nella provincia di Entre Ríos in Argentina, 135.000 ettari di boschi sono andati persi a causa della deforestazione tra il 2007 e il 2017. La maggior parte di questa deforestazione avviene in aree che per il loro valore conservativo, per la biodiversità e servizi ambientali non dovrebbero essere deforestate o disboscate, secondo le leggi e la pianificazione territoriale delle foreste native.

La perdita delle foreste e dei boschi nativi, insieme alla loro biodiversità, altera lo stile di vita delle comunità e delle famiglie legate da secoli a quei luoghi, che in molti casi sono costrette a migrare verso le periferie delle grandi città in condizioni di esclusione e povertà.

Tra il 2019 e il 2020, a Entre Ríos, 2 milioni 135.400 ettari sono stati piantati con otto monocolture. Le coltivazioni di grano, soia e mais hanno occupato il 94% della superficie coltivata e il 91% della produzione totale. L'espansione agricola e il sovrasfruttamento dei suoli hanno innescato l'uso di fertilizzanti sintetici. Da 300.000 tonnellate/anno nel 1990, il loro utilizzo è aumentato a 4,3 milioni di tonnellate/anno nel 2019, il che non ha a che vedere con l'aumento della superficie coltivata (da 26,7 milioni di ettari nel 1990 a 38,2 milioni di ettari nel 2019).

Tale aumento è legato anche all'espansione dell'uso delle sementi transgeniche, e implica un sovraccarico di sostanze: glifosato con cipermetrina, clorpirifos e endosulfan (per la soia), lambda-cyhalothrin (per il mais), dicamba e acido 2,4D. Gli sconosciuti “effetti sinergici” di queste combinazioni aggravano la loro tossicità e incidono sulla salute umana con ipersensibilità acuta, problemi cronici o danni a livello genetico. Nonostante il fatto che i pesticidi causino “gravi danni” all'acqua superficiale, sotterranea e atmosferica, al suolo, all'atmosfera, alla flora, alla fauna e al cibo, le fumigazioni sono incessanti e, di fronte alle denunce di non considerare l'impatto sulle scuole rurali, l'industria sostiene che “è molto più facile cambiare la scuola che vendere il campo o cambiare produzione”.

Nel 2018 il governatore della provincia “ha firmato un decreto che ha permesso l'irrorazione di pesticidi fino a 100 metri dalle scuole rurali. L'azione ha innescato una battaglia legale che, dopo tre sentenze a favore del divieto di irrorazione nelle vicinanze delle scuole rurali, si è conclusa nel settembre 2019 con una decisione della Corte Superiore di Giustizia della Provincia, che ha avallato il decreto del governatore di dare libero sfogo all'irrorazione a 100 metri dalle scuole. Damián Verzeñassi (Istituto di Salute Socio-ambientale della Facoltà di Scienze Mediche dell'Università di Rosario, Argentina).
 

III. La regressione del rio Coca in Ecuador è solo apparentemente un processo naturale. Due oleodotti che tirano via il greggio per l'esportazione convergono nella zona, attraversando un'area sismica con la presenza di un vulcano attivo. Nonostante i rischi accumulati, è stata costruita la più grande infrastruttura di produzione di elettricità del paese, il progetto Coca Codo Sinclaire. Il fiume è stato deviato in una zona molto fragile, causando uno squilibrio idrogeologico. Il 7 aprile 2020 le due condutture si sono rotte a causa dell'erosione del letto del fiume Coca. Anche se si parla di un incidente, le tante decisioni sbagliate prese dai governi di turno hanno forgiato questa zona di sacrificio.

È stato l'accumulo di progetti e opere infrastrutturali concentrate lungo il percorso del fiume Coca che ha alterato le caratteristiche di questo “continuum temporale”, e ha superato tutte i limiti del fiume fino all'irreversibilità.

Lo stato ha intrapreso queste opere infrastrutturali nonostante l'alto rischio e l'instabilità della zona a causa della sismicità, la presenza di attività vulcanica, le caratteristiche stesse del bacino del fiume Coca, e nonostante gli avvertimenti e le preoccupazioni espresse all'epoca. Un'aggravante è stata quella di scatenare l'alterazione del fiume modificandone la struttura, i suoli, i sedimenti, la flora e la fauna e, quindi, alterare la relazione tra la comunità e il fiume, senza studi preventivi, senza monitorare gli impatti provocati. Il tutto avviene nonostante che l'Ecuador riconosca alla natura lo status di soggetto di diritti e, quindi, la speciale protezione dei fiumi. Esperanza Martínez (Acción Ecológica)


IV. La concentrazione di opere potenzialmente distruttive o inquinanti si traduce sempre in zone di sacrificio. A Huasco-Cile convergono l'attività mineraria, un impianto di pellettizzazione del minerale di ferro della Compañía de Aceros del Pacífico (CAP) 8, un porto e una centrale termoelettrica. Questo si traduce in un indice di inquinamento dell'80% nella zona, motivo per cui è stata dichiarata “zona satura”. “L'impianto di pellettizzazione non ha depositi di sterili che vengono evacuati in mare”. Guacolda è la centrale termoelettrica che ha dichiarato di “utilizzare carbone bituminoso e sub-bituminoso, e chiede di bruciare petcoke, un residuo che può essere utilizzato solo sotto severe misure di mitigazione, perché emette quantità di anidride solforosa (SO2), gas generici di diossido di azoto (NOx), vanadio e nichel, considerati cancerogeni “alla sua minima esposizione”.

Tutta l'area olivicola è colpita dall'inquinamento; lo scarico in mare di sterili e rifiuti industriali “colpisce il substrato roccioso dei fondali necessario nei primi stadi di vita di molluschi, crostacei, echinodermi e alghe in generale, che costituiscono i primi livelli della catena ecologica marina, generando così in mare una macchia di solidi che impedisce il processo di fotosintesi, indispensabile per la flora e fauna marina”.

Anche se gli abitanti della città e della zona circostante hanno intrapreso diverse azioni amministrative e legali per far sospendere almeno in parte le attività inquinanti che li riguardano, le imprese continuano a svolgere le loro attività alla faccia a dispetto della legge. È lo Stato responsabile della creazione di questa zona di sacrificio, è lo Stato a permettere una tale concentrazione di attività e a non far rispettare le norme ambientali. Osservatorio dei conflitti minerari in America Latina (OCMAL)

V. Nella penisola dello Yucatan, in Messico, la pubblicità ufficiale propone un treno turistico, il Tren Maya, “che farebbe il giro della penisola, sfruttando strade esistenti e nuove, promuovendo soste in 18 città (ognuna con 50.000 abitanti), in una regione abitata principalmente da popolazioni indigene”. Di fatto, si tratta di una rete di progetti di ogni tipo che compongono una sorta di mega “zona economica speciale”, invadendo di investimenti gli stati di Tabasco, Chiapas, Campeche, Yucatán, Quintana Roo: siti di programmi sinergici, progetti, stanziamenti, appalti, politiche pubbliche e investimenti privati. Ossia accaparramento delle terre, deforestazione e devastazione, avvelenamento e degrado ambientale, e una possibile espulsione delle popolazioni. I 181.000 chilometri quadrati della penisola si riconfigurano come spazio per l'articolazione di progetti estrattivi, l'accaparramento multimodale di terra e acqua, e maquila. E' tutto legato a un corridoio di infrastrutture e trasporti che attraversa la fascia messicana dall'Oceano Pacifico al Golfo del Messico nell'Istmo di Tehuantepec (19.997 chilometri quadrati, e altre due entità: Oaxaca e Veracruz). Si apre così uno spazio di confluenza con gli Stati Uniti, con un evidente valore geopolitico. In questo spazio comune nel 2018 sono stati scoperti nuovi giacimenti di petrolio, rendendo il Messico la quarta potenza petrolifera del mondo. Zona di sacrificio di integrazione economica e riorganizzazione territoriale, parchi eolici e fotovoltaici, “intensificazione sostenibile” delle colture in serre industriali, monocoltura in grandi estensioni di piantagioni di palma e soia dipendenti da prodotti agrochimici, mais ibrido industriale, servizi ambientali, “economia verde”, crediti di carbonio, corridoi di maquila, sviluppi immobiliari, una cintura di “gironi neri”, intrattenimento, mega-turismo, “traffico di esseri umani, sesso e droga, tutto ciò danneggia e alla fine espelle pescatori, membri della comunità, contadini, abitanti e difensori della selva”. La lotta contro gli allevamenti di maiali è in corso, perché minacciano di contaminare una delle più importanti falde acquifere carsiche poco profonde del continente. Oggi, 14 allevamenti di maiali su 100 si trovano nella penisola e la loro installazione cresce del 4,5% all'anno. GRAIN in collaborazione con Samuel Rosado.


VI. Nel nord di Esmeraldas, in Ecuador, la popolazione vive in mezzo al razzismo e alla sofferenza ambientale, soprattutto le popolazioni nere e indigene, anche se la Costituzione della Repubblica dell'Ecuador riconosce i diritti collettivi agli afro-ecuadoriani e agli indigeni.

Qui la crisi è causata dall'estrattivismo: espropriazione territoriale, deforestazione, occupazione delle terre per produrre olio di palma, distruzione dei fiumi e delle terre comunali per l'estrazione dell'oro. Le popolazioni perdono i loro territori, che si inquinano, e la giustizia viene applicata solo contro le comunità e il/le loro leader.

Il 95% della popolazione rurale afroecuadoriana e indigena dell'Esmeraldas settentrionale vive in estrema povertà rispetto al resto del paese. Questo era un territorio coperto dalla megadiversa foresta del Chocó, da cui le popolazioni dipendono per la loro sopravvivenza culturale ed economica. Nonostante l'importanza ecologica di quest'area, l'estrattivismo di legname e minerali e le piantagioni di palma continuano a generare deforestazione, inquinamento e a privatizzare le risorse economiche, culturali e spirituali che la foresta fornisce. La cosa più preoccupante è l'inazione e la tolleranza dello Stato.

Le compagnie di palma, legname e minerali lavorano sotto la protezione di guardie private e sicari assoldati per intimidire la popolazione e obbligarla ad abbandonare la terra, ad accettare condizioni di lavoro illegali, a non denunciare l'inquinamento e gli abusi subiti - come la prostituzione forzata di ragazze e donne. Qui c'è un cumulo di vulnerabilità. Nathalia Bonilla (Rete latino-americana contro le monocolture di alberi -RECOMA).
 

VII. Nel bacino superiore del rio Suchez in Bolivia, al confine con il Perù, “l'economia era basata sulla produzione agricola”, coltivando tuberi e allevando camelidi, anche se la ricerca dell'oro “è un'attività tradizionale praticata fin dai tempi pre-ispanici”. “Dal 2005 sono iniziate le attività semi-meccanizzate di estrazione dell'oro nei depositi alluvionali delle pianure di Puna, coperte da bofedales [zone umide d'alta quota] lungo le rive del primo tratto del rio Suchez, estendendosi a est fino alle colline pedemontane. Questo ha portato alla distruzione totale della terra delle bofedales, delle pianure e delle colline alluvionali adiacenti al fiume Suchez. La povertà della regione facilita l'espansione delle miniere d'oro semi-meccanizzate a cielo aperto, come avviene nella vicina città di Cojata in Perù. Una politica permissiva sull'estrazione dell'oro sta alla base della distruzione sostenuta degli ecosistemi esistenti nella zona. Secondo uno studio, nel 2012 c'erano 39 concessioni minerarie registrate e nel 2014 ne sono state assegnate altre 81, che coprono un'area di 28.000 ettari. Le cooperative beneficiarie non hanno la capacità di rispettare gli attuali regolamenti ambientali, lavorativi, fiscali e di royalty”. “L'uso del mercurio (Hg) come agglutinante e per il recupero dell'oro nel processo di amalgamazione, potrebbe avere un grave impatto sulla salute umana e sull'ecosistema in generale (paesaggio e biodiversità). Il mercurio è uno dei metalli pesanti con proprietà estremamente tossiche per la salute umana a causa degli effetti teratogeni (mutazione cromosomica), neurotossici e cancerogeni che si verificano nella popolazione esposta al contatto continuo con questo metallo”.

A partire dal 2008 sono stati segnalati danni significativi e alterazioni del corso del rio Suchez e, di conseguenza, cambiamenti nella demarcazione del confine tra Perù e Bolivia. Nel 2009, il comune peruviano di Pelechuco ha presentato una denuncia al Ministero degli Affari Esteri e della Cultura boliviano. Nel 2010 è stata denunciata la modifica della demarcazione del confine.

Date le prove verificate dalle equipe di entrambi i Ministeri degli Affari Esteri, Perù e Bolivia hanno dichiarato il bacino del fiume Suchez “Zona critica soggetta a danno ambientale a priorità binazionale” e hanno istituito una Commissione tecnica con rappresentanza dei due paesi. È stato fatto un tentativo di stabilire un sistema di monitoraggio senza raggiungerne l'obiettivo. Centro di Documentazione e Ricerca Bolivia (CEDIB)
 

VIII. Il lago Poopó a Oruro, in Bolivia, è il secondo per superficie (2530 km2 ) e profondo 2,5 metri. Il lago è uno dei principali regolatori climatici ed è ricco di fauna e flora. È uno storico luogo di insediamento di culture andine che conservano costumi e pratiche ancestrali. Le condizioni ambientali e gli effetti della contaminazione generano contesti avversi che minacciano la vita delle persone colpite dalle attività minerarie.

“Nessuno dei casi presentati e citati in giudizio dalle comunità ha avuto un processo equo, perché gli operatori minerari sono sempre stati sostenuti da tutti i livelli dello Stato”.

Anche se sono stati fatti sforzi per ripulire o riabilitare questa zona di sacrificio, come dichiarala area di “emergenza ambientale”da parte dello Stato, o con programmi di protezione del bacino con il sostegno della cooperazione europea, e persino con la realizzazione di una “diga di scarico” per gli sterili da parte della Minera Huanuni che sta iniziando a funzionare, i risultati non sono stati significativi.

Nella zona di sacrificio si trova la città di Oruro e le città intermedie di Huanuni, Caracollo, Poopó e Challapata, e “una varietà di comunità contadine di origine Aymara e Quechua, soprattutto comunità Uru e Murato, le cui attività agricole, di allevamento, di pesca e commerciali si svolgono vicino al lago.

Il Coordinamento di Difesa dei Laghi Poopó, Uru Uru, e del fiume Desaguadero-Coridup ha realizzato, insieme a diverse comunità, numerose mobilitazioni per mostrare i danni che subiscono e chiedere allo Stato e agli altri di assumersi le proprie responsabilità. “Prima dell'esistenza di questo coordinamento ci sono stati diversi procedimenti di denunce e richieste da parte delle comunità, soprattutto quelle situate nelle zone di influenza delle distinte operazioni, contro le attività minerarie, per chiedere ispezioni e presentare petizioni alle autorità ambientali, ma le loro azioni non hanno mai portato a soluzioni efficaci”.

“A seguito di varie mobilitazioni, il 21 ottobre 2009 è stato promulgato il Decreto Supremo 0335, che dichiara le zone di emergenza ambientale per i comuni coinvolti nel sub-bacino di Huanuni. Questa misura non ha precedenti in Bolivia e mostra la gravità di una situazione dovuta agli altissimi livelli di contaminazione in molti dei fiumi affluenti del sistema del lago Poopó; a causa dei problemi sociali, di salute umana e di sicurezza alimentare provocati dalla presenza prolungata di contaminazione del fiume, con conseguente perdita di capacità produttiva e di salinizzazione del suolo”. Secondo quanto denunciano le comunità, dopo la promulgazione del decreto sono stati fatti pochi progressi nella sua applicazione.

Nel carente sistema di gestione dei rifiuti soliti della città di Oruro (una parte considerevole non viene assorbita ma trasportata tramite scarichi artificiali al lago Uru Uru, cosa che genera un problema di accumulo, soprattutto di plastica), finiscono anche le acque reflue domestiche dopo aver subito un trattamento fisico-chimico. A questo sistema si sommano le acque acide delle miniere, provenienti da piccole operazioni che risalgono all'epoca coloniale e gestite da piccole cooperative minerarie. Centro di Documentazione e Informazione Bolivia (CEDIB)


IX. Il complesso della raffineria di Paraguaná, in Venezuela, si trova in una zona costiera situata nei comuni di Carirubana e Los Tiques, nello Stato di Falcón. La sua area di influenza si estende dalla baia di Amuay fino all'estremo sud di Punta Cardón, nella penisola di Paraguaná. È tradizionalmente abitata da comunità di pescatori presenti già prima dell'arrivo delle raffinerie, ma oggi queste comunità sono state spostate dai luoghi dove vivevano. Decine di migliaia di persone vivono in prossimità degli impianti, e i villaggi poveri sono stati assorbiti dalle attività dell'industria.

Cardón e Amuay sono in funzione rispettivamente dal 1949 e 1950 e formano il complesso della raffineria di Paraguaná (CRP), uno dei più grandi del mondo. Dal 1997 si è fuso con Bajo Grande (in Zulia) ed è gestito da Petróleos de Venezuela. Insieme hanno una capacità di raffinazione di 940.000 barili al giorno, anche se oggi la loro attività è diminuita ed è praticamente ferma.

Stiamo parlando di circa 40.000-50.000 persone colpite (i bambini e gli adolescenti sono i più vulnerabili). Il mare, la terra, l'acqua e l'aria sono pesantemente inquinate da rifiuti tossici e petrolio. La pesca e le coltivazioni locali sono danneggiate; in aumento le malattie neurologiche, respiratorie e il cancro. Senza considerare il pericolo di incidenti mortali, come l'esplosione del 2012 alla raffineria Amuay, che ha lasciato decine di morti.

Le comunità hanno individuato due fonti di inquinamento e degrado ambientale: i gas emessi dai cosiddetti “mechurrios”, o torce petrolifere, che esistono dagli anni '60 e forse, più seriamente, i problemi legati alla manipolazione e allo stoccaggio del coke petrolifero, ricaduti sulle comunità almeno dagli anni '80. Gli abitanti temono una nuova esplosione a causa delle perdite di gas negli impianti petroliferi. L'aumento e la persistenza delle fuoriuscite (che si verificano in tutto il paese) è il risultato di un notevole aumento degli “incidenti” e dei crimini ambientali commessi da Petróleos de Venezuela".

“Le rivendicazioni socio-ambientali della comunità sono state praticamente disattese per anni, lasciando queste popolazioni nell'abbandono ambientale, senza affrontare i problemi di salute segnalati, né le bonifiche ambientali, n'è l'approccio tecnico affinché l'industria smetta di generare tali danni”. E' chiaro che le zone petrolifere di Paraguaná si configurano come zone di sacrificio, forse tra le più problematiche del Venezuela. Questi danni potrebbero aggravarsi, sia per il deterioramento delle installazioni sia per le politiche di flessibilità ambientale dovute “alla crisi economica che attualmente vive il paese”. Observatorio de Ecología Política de Venezuela-Oilwatch
 

X. Il bacino inferiore del fiume Guayas è la regione più fertile dell'Ecuador. Ha la più lunga storia di occupazione agro-esportatrice nel paese. Le piantagioni coloniali nell'area hanno reso l'Ecuador, fino al 1920, il principale esportatore mondiale di cacao. Durante la Seconda Guerra Mondiale è iniziato il boom delle banane, che ha reso l'Ecuador il principale esportatore di questo frutto, fino ad oggi.

Nella provincia di Los Ríos sono state sviluppate grandi estensioni di banano, cacao, olio di palma; piantagioni forestali come teak e balsa, monocolture a ciclo breve di mais industriale e riso, dove è stata rilevata soia transgenica nonostante il fatto che l'Ecuador sia costituzionalmente un paese libero da OGM.

Tutta la produzione di banane si basa su un clone (Cavendish) altamente suscettibile a parassiti e malattie, come il fungo sigatoka nero che richiede l'uso di prodotti chimici per l'agricoltura attraverso la fumigazione aerea.

Circa 379 affluenti attraversano il territorio, contando fiumi, torrenti ed estuari, i più importanti dei quali sono il Vinces, il Puebloviejo, il Catarama e il San Pablo. Sono tutti affluenti del Babahoyo e, a loro volta, fanno parte del bacino del grande fiume Guayas. In questa regione sono state realizzate una serie di infrastrutture e pianificate altre che controllano i fiumi, progettate per il servizio dell'agrobusiness. I travasi e le dighe (quasi tutte mega-costruzioni idriche) possono alterare l'acqua di 250 alvei, coprire 170.000 ettari e interessare 11 cantoni.

Fin dall'epoca coloniale, i governi hanno fomentato nella zona lo sviluppo dell'agrobusiness, attraverso politiche come sussidi, esenzioni fiscali, liberalizzazione dei dazi su semi, agrotossici, fertilizzanti e altri input agricoli. Oppure, per omissione, non hanno controllato l'applicazione delle norme nazionali e internazionali sui diritti umani e della natura.

La deforestazione serve per espandere le piantagioni e costruire infrastrutture per il controllo dell'acqua , il tutto porta ad un uso smisurato di agrotossici e al cambiamento nei corsi dei fiumi. Questo genera deforestazione. Dal punto di vista ecologico, le foreste umide tropicali dell'occidente ecuadoriano sono considerate come uno degli ecosistemi più minacciati al mondo, minacciati di estinzione biologica dovuta alla deforestazione per permettere l'espansione delle monocolture industriali.

La prima cosa che annuncia l'entrata nei centri popolati sono i magazzini di prodotti agrotossici. In America Latina l'Ecuador è il terzo paese per quantità di applicazione di pesticidi per ogni ettaro di terra coltivata. Tale quantità di pesticidi sui campi ecuadoriani si ripercuote sulla salute dei lavoratori agricoli, la natura e la vita delle popolazioni che vivono in zone di influenza.

Le banane contengono 29 ingredienti attivi altamente pericolosi, di cui 8 vietati nell'Unione Europea. Il mancozeb è l'agrotossico più utilizzato. Nel dicembre 2020 la Commissione europea ha deciso di non rinnovarne l'uso, per cui è vietato dal 2021. Per gli esportatori di banane questo è un problema, perché l'UE è il principale importatore di frutta, quindi spingono l'UE a ripensare questa e altre decisioni che limitano l'uso dei pesticidi.

Circa 500 mila persone sono state colpite dalle fumigazioni aeree: lavoratori e popolazione circostante. Data la morte di diversi piloti addetti alle fumigazioni aeree e il deterioramento della salute di altri, nel 2007 la Defensoria del Pueblo dell'Ecuador ha chiesto una perizia che ha riscontrato un altro grado di danni alla salute tra la popolazione esaminata.

Uno studio, realizzato in una comunità vicina a piantagioni di banane esposte a irrorazioni aerea, riporta tassi più elevati di aborti spontanei che possono essere correlati all'esposizione a determinati pesticidi.

C'è anche un impatto sulle colture di sussistenza, sugli animali domestici e sul diritto alla sovranità alimentare delle comunità. L'organizzazione Unità Agroecologica e Politica “Machete e Garabato” ricorda che, con la monocoltura del mais duro, sono andate perse le tecniche contadine locali come l'orto misto diversificato, le policolture a ciclo breve e, tra gli altri, il sistema di riposo dei terreni.

Gli agrotossici contaminano le fonti d'acqua e le aree circostanti, violano i diritti della natura distruggendo popolazioni di insetti benefici che agiscono sul controllo biologico dei parassiti; quando entrano nell'acqua o per deriva a causa di fumigazioni aeree, gli agrotossici distruggono microrganismi e mesofauna importanti nel ciclo dei nutrienti del suolo e degli ecosistemi circostanti.
Ciò accade dal 1950, in un'area che nel 2020 era di circa 280 ettari di colture perenni (banane, piantagioni forestali, cacao, palma da olio) e di circa 194 mila ettari di colture temporanee (mais, riso, soia). Elizabeth Bravo, Red por una América Libre de Transgénicos-RALLT, Oficina de los Derechos de la Naturaleza, Acción Ecológica.
 

XI. Il bacino del fiume La Paz fa parte di uno più grande, quello del fiume Beni. Nasce nelle montagne di Chacaltaya dove è conosciuto come rio Jhunu Tincu Jahuira, poi diventa Kaluyo e poi ancora Choqueyapu, attraversando la capitale boliviana. Riceve contributi dai fiumi Orkojahuira, Irpavi, Achumani, Huaña jauira, Cotahuma e Achocalla. Attraversando La Paz, il Choqueyapu riceve il nome di Rio La Paz. Con questo nome arriva nella zona di “Río Abajo”, fino alle valli del comune di Mecapaca dove l'attività agricola è preponderante.

L'acqua del bacino del fiume La Paz rifornisce una parte considerevole della città. Secondo una analisi fatta dal Piano Metropolitano con i dati della Empresa Pública Social de Agua y Saneamiento- EPSAS (Azienda Pubblica Sociale per l'Acqua e i Servizi igienico-sanitari), la quantità di zolfo, alluminio e arsenico nell'acqua trattata nel 2011 dall'impianto di Achachicala ha superato i limiti massimi stabiliti dallo standard boliviano per l'acqua potabile NB512.

Secondo i dati 2013 della Corte dei Conti boliviana, “l'attività estrattiva individuata nella zona genera un significativo impatto ambientale negativo per il corpo d'acqua, in quanto la deposizione di scarichi ad alta concentrazione di elementi potenzialmente tossici insolubili fa sì che essi siano trascinati e depositati lungo il letto del fiume e lungo il suo corso, arrivando alle zone di attività agricola dove si depositano nei terreni e nei prodotti in cui è stata identificata la presenza di questi elementi”. Il grado di contaminazione da arsenico e zinco nei terreni e nei prodotti agricoli supera i limiti stabiliti dalla norma.

La miniera Milluni iniziò ad operare nel 1920 con la società Fabulosa Mines Consolidated, una delle più importanti miniere di stagno della Bolivia, con circa 500 minatori e un centro abitato di oltre 2.000 abitanti. Nel 1965, la resistenza dei minatori ai governi dittatoriali fu accolta con il massacro di Milluni. Dal 1976 alla fine delle sue operazioni, nel 1986, la miniera è stata gestita da COMSUR, che ha chiuso le attività. La sua macchina arrivò a processare fino a 9.000 tonnellate al mese, generando danni ambientali che superano un milione di m3 di sterili e residui.

L'inquinamento e il deterioramento ambientale derivano dagli oltre 462.000 m3 di rifiuti (poco più di 1 milione di tonnellate che occupano più di 100.000 m2 ) e 2 milioni di m3 di sterili (3 milioni di tonnellate che occupano 757.000 m2 ) generati dalla miniera Milluni e in misura minore da operazioni minerarie minori, è ancora in corso. Gli sterili generano un drenaggio acido che si accumula nel bacino di Milluni Chico (la sua diga di scarico) e trabocca nel bacino di Milluni Grande da cui si ottiene quasi la metà dell'acqua per il centro e il nord di La Paz. Sedimenti di cassiterite, siderite, pirite, blenda, quarzo, arsenopirite, marcasite, pirrotite, galena, tungsteno, apatite, calcopirite, sfalerite, cadmio, zinco, arsenico, rame, nichel, piombo e stagno sono stati identificati in questo drenaggio acido.

Gli audit ambientali nel bacino del fiume La Paz rivelano un ecosistema di corpi idrici notevolmente inquinati - per responsabilità minerarie, del carente trattamento delle acque, della mancanza di sistemi fognari - con conseguenze reali e significativi rischi potenziali per la salute pubblica dovuti alla pratica dell'irrigazione con queste acque. Come nota un audit del 2002 del Procuratore Generale della Repubblica: “La valutazione microbiologica dell'acqua d'irrigazione del fiume La Paz ha determinato che esiste una contaminazione significativa da batteri e parassiti (nematodi intestinali) nei prodotti agricoli destinati al consumo umano, associata a rischi potenziali che compromettono la salute della popolazione esposta, cioè gli agricoltori che sono in contatto diretto con quest'acqua e i consumatori dei prodotti irrigati con essa. Una valutazione tossicologica effettuata sui sedimenti dei principali alvei del bacino di studio, insieme al suolo e ai prodotti agricoli della zona, ha identificato importanti rischi per la salute della popolazione a causa della presenza di elementi potenzialmente tossici in concentrazioni che superano gli standard consentiti (con elementi riconosciuto come cancerogeni nell'uomo)”. Centro di Documentazione e Informazione Bolivia (CEDI)
 

* Traduzione di Marina Zenobio per Ecor.Network

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venerdì 27 agosto 2021

L’industria della morte dalla Colombia all’Afghanistan - Geraldina Colotti

 

Samuel Moncada, ambasciatore del Venezuela all’Onu, ha denunciato presso il Consiglio di sicurezza delle Nazioni unite la persistenza di “una rete transnazionale del crimine organizzato, composta da mercenari colombiani e statunitensi che hanno perpetrato atti di terrorismo, omicidio o tentato omicidio di presidenti, come nel caso di Haiti e del Venezuela”. Moncada è tornato così a mettere l’accento su un’industria della morte su vasta scala, una macchina internazionale di assassini su commissione, di mercenari, che hanno nella Colombia una delle fonti più abbondanti di manodopera, esportata in tutto il mondo.

Oggi esiste un mercato globale legato all’appalto della sicurezza che raggiunge circa 400 miliardi di dollari e interessa principalmente Stati Uniti, Israele, Gran Bretagna e paesi del Commonwealth, Francia e paesi francofoni. Più recente l’ingresso della Cina (dove, però, le imprese private per la sicurezza dipendono dallo Stato), e della Russia.

Le società militari e quelle della sicurezza privata (Private Military and Security Companies -PMS’Cs -) prevedono tre tipologie di contractors: Combattente legittimo, Civile al seguito delle Forze Armate, oppure Civile, definite dal tipo di impresa che li ha ingaggiati. Dagli Stati Uniti all’Europa, il crescente peso del complesso militare-industriale nell’economia globale capitalista crea però il cosiddetto effetto “revolving doors”: l’intreccio tra interventi militari e “antiterrorismo”, guerre commerciali e politiche, con relativi passaggi di ruoli direttivi dalle forze armate alle grandi società e agli incarichi pubblici, e viceversa. Un ibrido che si rispecchia anche nell’opacità di indirizzo delle PMS’Cs.

Le principali PMS’Cs, soprattutto dedite alla protezione della proprietà privata e a compiti di addestramento degli eserciti nei paesi occupati, come Iraq o Afghanistan, sono di origine europea o statunitense. La manovalanza mercenaria, però, viene reclutata soprattutto in America Latina o nei paesi che hanno vissuto lunghi conflitti armati, specialmente nel continente africano: perché sono più a buon mercato, a differenza del personale Usa e europeo proveniente di solito dai corpi speciali e dagli eserciti più competitivi a livello tecnologico e di intelligence.

Il primo posto nel campo della difesa e della sicurezza, in America Latina, è occupato dal Brasile, dove il settore rappresenta circa il 4% del Pil, più o meno pari a 50.000 milioni di euro, e dà lavoro a oltre 60.000 persone. La spesa militare del Brasile, in crescita dopo l’arrivo di Bolsonaro, è d’altronde la più alta della regione (circa 30.000 milioni di euro), quasi tre volte di più del secondo paese latinoamericano, la Colombia, che spende circa 11.000 milioni di euro.

In America Latina, secondo un rapporto del Centro para el Control Democrático de las Fuerzas Armadas de Ginebra (DCAF), già nel 2017 le imprese di difesa e di sicurezza privata erano oltre 16.000 e conoscevano un aumento esponenziale, dando lavoro a più di 2,4 milioni di persone. Un mercato che in Colombia, in 10 anni è cresciuto del 126%, mentre in Cile è aumentato del 50% in 5 anni. Moncada ricorda che, in Colombia, nel 2014 esistevano oltre 740 compagnie private per la sicurezza. Nel 2018, il mercato valeva 11 miliardi di dollari. Per il 2024, si prevede che arriverà a 47 miliardi di dollari.

Oggi, in Colombia, Brasile e Messico, per un membro delle forze dell’ordine vi sono 4 guardie per la sicurezza privata, e in paesi come il Guatemala o l’Honduras, il rapporto può essere di 1 a 7. C’è inoltre da calcolare che molti poliziotti fanno il doppio lavoro, sia per lo Stato che per le imprese private.

I mercenari colombiani provengono dall’eccedenza di manodopera allenata per l’interminabile guerra civile, che data dal 1948, quando venne ucciso il leader liberale Eliecer Gaitán. Ogni anno tra 10-15.000 soldati si congedano, e un elevato numero di loro va ad alimentare il mercato mercenario internazionale, giacché la loro pensione è di 400 dollari al mese, mentre un contractor può guadagnare fino a 200.000 dollari annuali esentasse.

I mercenari sono sempre esistiti, ma le imprese private per la sicurezza hanno cominciato a diffondersi dopo la Seconda guerra mondiale e sono cresciute nel corso dei processi di decolonizzazione che si sono prodotti negli anni Sessanta e Settanta come strumento usato dalle antiche potenze coloniali per salvaguardare i propri interessi.

Dopo la caduta dell’Unione Sovietica, le PMS’Cs sono diventate sempre più un elemento consustanziale all’economia di guerra e alla strategia del “caos controllato”, utile ai processi di “balcanizzazione” del mondo messi in atto dall’imperialismo nordamericano e dai suoi alleati.

La globalizzazione capitalista ha costituito l’occasione per molti governi neoliberisti di privatizzare sempre più sia l’industria del controllo e dell’ordine pubblico all’interno, sia gli interventi militari all’estero nelle guerre per procura che evitano ai governi imperialisti di pagare un prezzo elevato in termini di soldati morti negli attacchi di terra, e le reazioni di rigetto nell’opinione pubblica come ai tempi della guerra del Vietnam.

Le PMS’Cs non hanno bisogno di autorizzazione parlamentare, possono rapidamente operare in ogni parte del mondo senza alcun intoppo burocratico, e il peso della loro morte di contractor in patria non è certo paragonabile a quella dei soldati.

Le lobby che sostengono le PMS’Cs all’interno del complesso militare-industriale, le presentano come un risparmio per i governi e per i contribuenti, perché hanno un costo intermittente e forniscono servizi a prezzi inferiori. Erik Price, ed ex capo della compagnia Blackwater, che ha erogato servizi bellici alla Cia e al dipartimento di Stato Usa sia in Afghanistan che in Iraq, ha proposto a Trump di privatizzare la guerra in Afghanistan, appunto, per ridurne i costi e 5 miliardi di dollari annuali rispetto ai 50 che Washington spendeva in media. Il minor investimento militare di Obama in politica estera, ha fatto d’altronde registrare un incremento stellare dei contractors nelle missioni all’estero. Una tendenza destinata a crescere anche nell’attuale situazione in Afghanistan e in Iraq.

Oggi, queste imprese offrono i propri servizi a oltre 100 paesi. Servizi diversificati, che vanno dalla presenza nei teatri di guerra alla protezione delle grandi multinazionali come Shell o Coca Cola, alla gestione delle carceri private, alla sicurezza delle ambasciate o a quella delle Ong, e anche a quella del personale Onu. Attività tradizionalmente svolte dalla polizia e dall’esercito, ma sempre più subappaltate perché confinate in una zona grigia sul piano giuridico, che vieta molti imbarazzi ai governi neoliberisti avvezzi alla retorica sui “diritti umani” (ma sempre in casa d’altri). Gli esempi non mancano, basta ricordare il caso della Spearhead Ltd di Yair Klein, ex militare israeliano che compare nelle inchieste come addestratore dei sicari del cartello di Medellin di Pablo Escobar e dei paramilitari che formeranno gli assassini delle AUC colombiane.

Il senatore progressista colombiano, Gustavo Petro, ha denunciato che gli assassini del presidente haitiano Juvenel Moise erano stati contrattati da una delle imprese che ha fornito il software per le elezioni in Colombia: comprese le consultazioni per il referendum sugli accordi di pace, che hanno dato la vittoria al No a ottobre del 2016. Secondo il senatore, si tratta di firme legate ai circoli uribisti di Miami. Dalle indagini seguite all’assassinio del presidente haitiano, è stato accertato il coinvolgimento della CTU Security, registrata come Counter Terrorist Unit Federal Academy LLC, con sede en Doral Beach, Miami, e diretta dall’oppositore venezuelano Antonio Enmanuel Intriago Valera.

Secondo gli inquirenti haitiani e colombiani, la Ctu security ha contrattato gli ex militari colombiani Duberney Capador e Germán Rivera, i quali si sono incaricati poi di reclutare il resto dei mercenari. Da Miami, gli avvocati di Intriago hanno detto che il loro assistito è rimasto “vittima di uno schema per la presa del potere ad Haiti”. La compagnia sarebbe stata assunta per prestare servizi di sicurezza a un progetto di infrastruttura “umanitario” ad Haiti. In corso d’opera, sarebbe stata informata che la missione aveva “cambiato direzione” e che i mercenari contrattati avrebbero dovuto accompagnare un giudice e personale di polizia a consegnare al presidente Moise un mandato di arresto. Appartenevano a imprese per la sicurezza privata statunitense anche i mercenari contrattati a Miami dall’autoproclamato presidente a interim Juan Guaido, per invadere il Venezuela con l’operazione Gedeon.

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