Visualizzazione post con etichetta Winfrid Georg Sebald. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Winfrid Georg Sebald. Mostra tutti i post

venerdì 11 ottobre 2019

Sebald. Anatomia della memoria - Roberto Gilodi




Ad una domanda della scrittrice Eleanor Wachtel su come definirebbe i suoi quattro racconti de Gli emigrati Sebald risponde che a lui interessano gli angoli di osservazione e paragona la sua narrazione a un periscopio che osserva relazioni tra le molteplici prospettive che si offrono alla sua paziente esplorazione. 
Individuare relazioni e ricostruire immagini a partire da minuti particolari con un lavoro di accumulo e di ricostruzione è la modalità che domina tutte le scritture sebaldiane, in particolare i suoi romanzi a partire da Vertigini (1990) e poi Gli emigrati (1992), Gli anelli di Saturno (1995) fino ad Austerlitz, il romanzo uscito postumo nel 2001. La sua è stata definita una narrativa della memoria perché la sua ricerca letteraria appare come un tentativo di disinnescare i meccanismi della rimozione – individuale e collettiva – per consentire alla coscienza di riportare alla luce esperienze, ricordi, momenti di un passato spesso doloroso. 

Il fantasma della memoria. Conversazioni con W.G. Sebald a cura di Lynne Sharon Schwartz uscito nel 2007 negli Stati Uniti da Seven Stories Press e ora da Treccani con una prefazione di Filippo Tuena è un libro che propone, accanto ad alcune conversazioni con lo scrittore tedesco, le testimonianze critiche di scrittori e poeti come Tim Parks, Michael Hofmann, Ruth Franklin, Charles Simic.
Il filo conduttore che domina le dichiarazioni rese dallo scrittore tedesco nelle interviste ma che emerge con toni e accenti diversi anche nei testi critici è il trattamento narrativo del tempo: un tempo che è storico, violento, inconoscibile e inesorabilmente distruttivo. Negli Emigrati e in Austerlitz, i due libri che hanno reso celebre Sebald negli Stati Uniti, questo tempo tentacolare e perversamente rizomatico è quello del male assoluto, il tempo della Shoah. Il lavoro di scavo narrativo su questo orrore nascosto nelle pieghe del rimosso dei protagonisti ha fatto diventare Sebald nel giro di pochi anni, sul finire degli anni Novanta, “uno scrittore indispensabile, uno di quelli di cui non si può fare a meno”, (Lynne Sharon Schwartz). E Schwartz aggiunge: “Sebald, più di qualunque altro autore della nostra epoca, ha rinnovato la forma stessa della scrittura”. Questa affermazione, forse un po’ eccessiva, dà tuttavia la misura della ricezione negli Stati Uniti di questo scrittore che non appena laureato lascia nel 1970 il suo paese, l’odiata Germania, per andare a vivere in Inghilterra. Dove insegnerà letteratura tedesca e poi letterature europee all’Università di Norwick.

In Gran Bretagna Sebald approdò ufficialmente per ragioni di studio ma la ragione vera – lo dichiarò lui stesso in diverse occasioni – era dettata dall’urgenza di abbandonare un mondo, quello della regione meridionale dell’Allgäu da cui proveniva, dove il passato nazista e le colpe della popolazione, allora accanitamente in favore del regime, erano stati accuratamente rimossi. Sebald provò l’orrore di scoprire quel rimosso nella sua stessa famiglia: il silenzio e l’oblio collettivo della colpa diventarono ai suoi occhi lo stigma negativo di un’intera nazione che lui non si stancò di denunciare in ogni occasione procurandosi in Germania non pochi nemici.

In cosa consiste l’originalità di Sebald scrittore? Essenzialmente nell’avere fornito un’anatomia della memoria attraverso una disamina dei suoi meccanismi. Ma questo lavoro di scavo che coglie indizi e costruisce ipotesi sulle tracce del passato approda ad una resa mitopoietica in cui il rammemorare entra in conflitto con il fluire della narrazione e la costruzione del racconto quasi si scompone in minute immagini, in brandelli di passato che riaffiorano con la potenza icastica di un’istantanea. Per questo le sue composizioni sono sempre anche scomposizioni in nuclei esperienziali che avvolgono gli eventi minimi di inattese risonanze. È come se il suo procedere nel racconto fosse un passo del gambero: un continuo arretrare verso luoghi, tempi e sequenze di vita remote che tuttavia intrattengono con il presente un dialogo sotto traccia, invisibile ma costante. Ne risulta una trama di relazioni che sconvolgono i criteri tradizionali di anteriorità e posteriorità su cui è costruito un intreccio. La voce narrante diviene una voce interrogante che ha congedato da sempre l’hybris autoriale, la pretesa di mettere in ordine il passato, di costruire un plot coerente secondo la logica della progressione verso una fine.



Una pretesa che a Sebald appare del tutto fuori luogo di fronte all’enormità del male di cui i suoi protagonisti hanno fatto esperienza.
A Eleanor Wachtel dichiarerà che le quattro vite raccontate in Gli emigrati sono basate su esistenze reali di persone a lui note, che hanno commesso suicidio in età avanzata. In tutti è evidente, dichiara Sebald, “la sindrome del sopravvissuto” che diventa insopportabile in tarda età. “Ero al corrente di questa sindrome in astratto, attraverso i casi di Jean Améry, Primo Levi, Paul Celan e Tadeusz Borowski, e diversi altri che non sono riusciti a sfuggire alle ombre innestate nelle loro vite dalla Shoah, e che sono infine rimasti soffocati dal peso della memoria. È una cosa che tende ad accadere piuttosto tardi nella vita di queste persone, quando sono in pensione, come è successo in questi casi, e quindi all’improvviso si apre un vuoto nelle loro vite”.
Il peso della memoria di cui parla Sebald è complementare alla forza disperata dell’oblio che ha consentito ai suoi personaggi di sopravvivere alla distruzione psichica.
Ma quando il cumulo del rimosso ricompare in superficie il peso diventa troppo soffocante per poter essere retto a lungo.

Ora questi attraversamenti del passato mediante la memoria poiché sono improvvisi e inattesi si negano ad una progressione narrativa: le narrazioni di Sebald sono tutte attraversate da questa strana tensione irrisolta tra l’attimo e la durata. Perciò rivestono una funzione fondamentale le fotografie che compaiono qua e là sulla pagina. Sono tracce visive disperse – la dispersione è per Sebald una condizione permanente dello spirito – un accumulo di immagini, fotografie in bianco e nero, interni borghesi, gruppi famigliari, cartoline ingiallite, pagine di agende annotate.
Alla domanda di quale sia la loro funzione Sebald risponde: “Credo che abbiano due scopi possibili nel testo. Il primo e più ovvio è quello della veridicità, poiché tendiamo a credere alle immagini molto più che alle parole. (…). L’altra funzione che intravedo è forse quella di fermare il tempo. La narrazione è una forma d’arte che si muove nel tempo, dunque inclina verso la fine, poiché lavora su un gradiente negativo, ed è molto, molto difficile in quella particolare forma di racconto arrestare lo scorrere del tempo. E come sappiamo, è questo che ci piace così tanto in alcune forme di arte visiva. (…) Ti trovi al di fuori del tempo, ed è in un certo senso una forma di redenzione, sei liberato dallo scorrere del tempo. Anche le fotografie possono sortire lo stesso effetto, riuscire a liberarci dal passaggio del tempo”.

In questo modo di concepire il tempo del racconto, sconvolgendo i parametri tradizionali basati sulla logica e sulla sequenza lineare, Sebald conduce il lettore in un territorio già esplorato da Walter Benjamin che ne ha disegnato con grande precisione la forma labirintica. L’immagine dialettica di cui parla il filosofo tedesco a proposito di Baudelaire ha questa stessa funzione: salva e redime dalla distruzione che inevitabilmente s’accompagna allo scorrere del tempo.
Dalle interviste a Eleanor Wachtel e a Carole Angier emerge il profilo di uno scrittore che vive la sua scrittura come una missione in qualche modo salvifica nei confronti delle vittime della storia e che proprio perciò si sottrae con ostinato rigore morale alle seduzioni della finzione poetica, al narrare per il narrare che per lui è nient’altro che un edulcorare l’orrore di ciò che è accaduto, in primo luogo l’infamia dello sterminio di massa degli Untermenschen, gli uomini indegni di vivere, gli ebrei, i malati di mente, le minoranze indesiderate. 

In questa etica radicale della scrittura Sebald richiama alla memoria l’intransigenza di Karl Kraus e ancora più quella scomoda e scandalosa di Thomas Bernhard, lo scrittore a cui forse si sente più vicino anche se le intonazioni delle rispettive scritture sono per la verità assai diverse.
A una domanda di Michael Silverblatt sul suo debito letterario nei confronti di Bernhard Sebald non ha difficoltà ad ammettere: “Sì, sono sempre stato tentato di dichiarare apertamente, fin da subito, il mio grande debito di gratitudine verso Thomas Bernhard”. Un autore che, afferma Sebald, è un modello perché si sottrae al destino di molta letteratura tedesca del dopoguerra, quello della compromissione morale che per lui fa tutt’uno con la mediocrità estetica.

Dalla conversazione con Silverblatt emerge assai bene come la vera ossessione di Sebald sia la necessità etica di narrare le atrocità dello sterminio e l’impossibilità di farlo. “Ho sempre sentito come necessario scrivere la storia della persecuzione, del vilipendio delle minoranze, del tentativo, a cui ci si è avvicinati molto, di eradicare un intero popolo. Ed ero allo stesso tempo consapevole, nel perseguire queste idee, di come sia praticamente impossibile farlo; perché secondo me scrivere dei campi di concentramento è quasi impossibile. (…) Quindi l’unico modo per affrontare queste cose è farlo, secondo me, in modo obliquo, tangenzialmente, attraverso dei riferimenti, piuttosto che in un confronto diretto”.
L’universo narrativo di Sebald è tutto racchiuso in questa tangenza da cui escono, come fantasmi del passato, in modo imprevedibile e spesso incerto, quasi come in sogno, i frammenti di vite e di mondi che il conformismo edulcorante di una nazione proiettata verso il futuro, come la Germania del dopoguerra, ha lasciato in ombra. L’accusa agli scrittori tedeschi, che Sebald ha espresso senza mezzi termini in varie occasioni attirandosi molti nemici in patria, è stata di assecondare in modo solerte questo colpevole oblio di massa che non rende giustizia ai milioni di morti e alla loro immane sofferenza.

Chi si recasse nei luoghi in cui Sebald ha trascorso gran parte della sua vita fino al fatale 14 dicembre 2001 in cui morì in un incidente automobilistico e si avventurasse nella contea di Norfolk alla ricerca della sua tomba troverebbe con qualche fatica un minuscolo cimitero che circonda la chiesa di St. Andrew a Framingham Earl, qualche chilometro a sud di Norwich. Sulla lapide di marmo scuro sotto il quale riposa troverebbe i sassolini che la pietà ebraica lascia sulle tombe dei propri defunti. In quei gesti anonimi è racchiusa probabilmente non solo la riconoscenza verso l’infaticabile esploratore della memoria dello sterminio ma anche la gratitudine per una scrittura che ha saputo restituire con sorvegliata discrezione il dramma dei sopravvissuti.

venerdì 21 settembre 2012

Storia naturale della distruzione - W.G. Sebald

il racconto dei bombardamenti che ci sono durante le guerre, e che quasi nessuno racconta, per vari motivi.
qui Sebald racconta qualcosa di chi c'era.

una poesia di Bertolt Brecht:

La guerra che verrà
non è la prima. Prima
ci sono state altre guerre.
Alla fine dell’ultima
c’erano vincitori e vinti.
Fra i vinti la povera gente
faceva la fame. Fra i vincitori
faceva la fame la povera gente egualmente.

cosa sappiamo dei bombardamenti in Irak e in Afghanistan? - franz






Merita d'essere letto non perché sia il libro migliore del grande scrittore tedesco morto nel 2001 in un incidente d'auto, ma perché è un libro sulla letteratura in cui, oltre a tutte le tematiche che trovano spazio nella sua straordinaria opera, viene messa in luce la radice dell'oblìo (o una di esse) da cui tutto quello che Sebald scrive nasce: l'incapacità di farsi carico della responsabilità del mondo da parte di almeno due generazioni di tedeschi (e il primo riferimento che mi viene in mente al proposito è la lacuna del tempo di cui parla Hannah Arendt).
Il libro ospita due contributi: il primo ha come tema l'assenza, nella letteratura dell'immediato dopoguerra, della memoria della distruzione delle città tedesche durate il secondo conflitto mondiale; il secondo, tracciando un bilancio della vita e dell'opera di Alfred Andersch, è una riflessione sulla mancanza di elaborazione, da parte degli scrittori tedeschi, di tutto quel che accadde in Germania fino al 1945. E anche quei pochi autori, come appunto Andersch, che hanno come tema delle proprie opere, in parte, quegli anni, in realtà, a detta di Sebald, non ne dicono nulla, limitandosi a riproporre (il che annichilisce la ragion d'essere della Letteratura) e accondiscendere la vulgata della tragedia senza responsabili, né cause, né nomi e come qualcosa che non appartiene mai al presente, a nessun presente…

…Il libro non ha mancato di suscitare certo interesse anche in Italia, in particolare si segnala la densa recensione di Gustavo Corni su “L’Indice” del gennaio scorso, per la chiarezza con cui sono indicate le ragioni che hanno concorso alla nascita prima e al consolidamento poi dei “buchi” nella memoria collettiva tedesca. Corni inoltre coglie, negli ultimi anni, i segni di una positiva “normalizzazione” nei rapporti col passato: in letteratura testimoniata dai libri di Sebald e Grass, in sede storiografica da Jörg Friedrich, La Germania bombardata. La popolazione tedesca sotto gli attacchi alleati 1940-1945 (Mondadori 2004, ed. orig. 2002), in patria clamoroso successo editoriale. Ma il recensore, tra i tanti meriti, ha il torto di addebitare a Sebald certa miopia (non aver colto questo processo di “normalizzazione”, testimoniato dalle pubblicazioni recenti di cui sopra, non averne ricercato le ragioni) quando invece - ma poi lo dice, sebbene obliquamente - semplicemente non fece in tempo, perché la morte prematuramente lo colse, nel 2001.
Sebald, come evidenziato da Corni, non risponde adeguatamente al quesito centrale - il perché della rimozione nella memoria collettiva tedesca; egli si limita a documentare la tragedia  e ciò vale a infrangere - merito non da poco - il tabù del silenzio. La risposta di Sebald è presente  implicitamente al termine del testo delle conferenze di Zurigo, e pare confermare quel senso di colpa - irredimibile? - da cui il popolo tedesco è afflitto e dal quale nemmeno lo scrittore si dimostra del tutto immune. Si leggano le sue parole conclusive: “E nel pensare alle notti di fuoco a Colonia, ad Amburgo e a Dresda, dovremmo anche ricordarci che già nell’agosto del 1942 (quando la Wehrmacht, con le avanguardie della sesta armata, aveva raggiunto il Volga e non pochi fra i soldati fantasticavano del tempo in cui, finita la guerra, si sarebbero stabiliti in una tenuta di campagna con un bel giardino di ciliegi sulle rive del placido Don) la città di Stalingrado, in quei giorni traboccante di profughi come più tardi Dresda, veniva bombardata da milleduecento aviatori e che, durante quell’attacco capace di suscitare sentimenti di giubilo fra le truppe tedesche attestate sull’altra sponda, quarantamila persone persero la vita”.

…l’opera sistematica di rimozione degli orrori della guerra assume la tetra consistenza di un provvidenziale cono d’ombra che oscura non solo i massacri in cui la popolazione tedesca assume il ruolo di vittima sacrificale, ma anche  retroattivamente, quelli in cui, poco tempo prima, le ‘vittime’ avevano sapientemente interpretato la parte di ‘volenterosi carnefici di Hitler’: “ un popolo che aveva assassinato e torturato milioni di persone nei suoi lager non poteva certo chiedere conto alle potenze vincitrici della logica politico-militare che aveva imposto la distruzione delle città tedesche” ...
Questa richiesta di oblio suona come bestemmia davanti a quel Sebald che aveva ‘aperto’ la prima delle quattro Vite del suo primo libro, quella del dottor Henry Selwin, con l’epigrafe-emblema : ”Distruggete anche l’ultima cosa, il ricordo no”.  La cronaca dell’orrore è quindi necessaria, anche se dovrà evitare il rischio di ricavare effetti estetizzanti dalle rovine di un mondo devastato perché altrimenti  “ la letteratura contravviene invece alla propria legittimazione”.  Frames indelebili del libro: la madre con il cadavere carbonizzato del bambino dentro la valigia, il libraio che spaccia sottobanco, come materiale pornografico, le foto dei cadaveri, la massaia che lava i vetri in un casa intatta in mezzo al deserto di macerie, lo scrittore che scopre di essere straniero perché, in treno, è l’unico a non guardare fuori dal finestrino la schiera interminabile delle rovine e delle macerie, la devastazione dello zoo di Amburgo, tanto simile nella descrizione al delirio ebbro del Kusturica di “Underground”, lo scempio di quella replica dell’Eden che,secondo la volontà di potenza dei regnanti europei, dovevano essere i giardini zoologici delle grandi capitali europee.
da qui



lunedì 19 dicembre 2011

Austerlitz - Winfrid Georg Sebald

ho iniziato a leggerlo qualche mese fa, ma non riuscivo ad entrare nella storia, ho lasciato perdere.
ho riprovato da poco, e superata la prima parte, che ti porta in giro, ma non sai dove, è venuto il bello.
bisogna fidarsi.
la storia è una ricerca delle origini, delle radici, quelle vere.
e scopri tutto dalle parole di Jacques Austerlitz, e "vedi" Praga, Terezin, Parigi.
un libro emozionante e coinvolgente.
vogliatevi bene, leggetelo, anche se vi farà soffrire - franz

 

…Sebald è un autore che seleziona i suoi lettori e credo che la scarsa fortuna dei suoi libri (da cui la sua ristretta notorietà) sia dovuta ad un’altrettanto scarsa platea di potenziali lettori. Sebald è decisamente uno scrittore non al passo con i tempi poiché il suo afflato culturale è troppo distante dalla normalità speculativa che ci tocca osservare anche negli ambienti intellettualmente distinti.

Superato però lo scoglio culturale il libro scorre e appassiona rivelandosi un testo post moderno vero e proprio, collettanea di resoconti senza un reale legame, minimalia tecnologiche, enciclopedia naturalistica, artistica, sperimentale.

Un testo apparentemente caotico e senza senso ma invece coeso, denso e significante in una traccia di equidistanza valoriale tra le diverse discipline, la realtà e l’esistenza. Una visione di esistenza distante, estranea, assurda; un personaggio dal nome improprio che in realtà nome non ha e che rappresenta il racconto della sua vita come un apolide metafisico (vi ho trovato infatti assonanze ed affinità con Cioran e con il Canetti di Autodafè). Un apolide della società, non solo con riferimento alla nazionalità ma anche alla cultura, all’atteggiamento culturale. Un approccio settecentesco alla scienza ed ai saperi umanistici, uniti da uno sforzo intellettivamente superiore di coesione alchimistica.

Decisamente la lettura non lascia indifferenti a patto che ci si sottoponga ad un modesto inquadramento come “lettore” che non ha facoltà interpretative poiché il testo è un’opera “chiusa”, nel senso indicato dagli strutturalisti francesi ed ossia completa, non integrabile, studiabile solo in quanto unione di forma e contenuto già tutti dentro il testo. Se si vuole e si può stare al patto se ne resterà appagati. Altrimenti, e lo dico col cuore, che il lettore prenda altre vie a lui più congeniali…

da qui

 

Winfrid Georg Sebald è nato nel 1944, ha lasciato la Germania a venticinque anni non potendo più tollerare quel silenzio con il quale la generazione dei padri continuava a nascondere i crimini e le sofferenze provocate dal nazismo e da una guerra devastante, incapaci di confrontarsi con un passato.

Emigra quindi in Inghilterra, dove insegna letteratura tedesca fino alla morte, avvenuta nel dicembre 2001. Aver lasciato, però, la sua terra natia non ha voluto per lui dire dimenticare, voltar pagina, ma al contrario ripercorrere vicende che hanno lasciato segni e ferite indelebile in chi le ha vissute.

Le tragedie del ‘900, soprattutto quelle tedesche, vengono riviste con gli occhi di chi le ha subite o di chi ne è scampato, come in alcuni racconti degli Emigrati oppure, come nel caso di Jacques Austerlitz, di chi cerca di ricomporre la propria identità ricostruendo la storia della propria origine, ma che continuamente si scontra con la difficoltà della memoria di mantenere in vita ciò che invece va dissolvendosi nella dimenticanza…

continua qui

 

…And I have read few books that provide such an intense sense of place and the relationship of buildings to their history, including, for example, a hypnotic description of how Austerlitz discovers the streets where he was born, as well as of particular places, from Antwerp railway station to Tower Hamlets cemetery.

Sebald describes a universe which is peculiar but recognisable, the way experience of the world can be shaped by a strongly academic and historical intelligence. I can't really comprehend his prose style, so distinctive in the length of his sentences and the slight archaism of manner, the monotony of its cadences probably due to the fact that it was originally written in German and then translated. But I would strongly recommend anyone who has not experienced his writing to do so, because it succeeds in communicating issues of great importance concerning time, memory and human experience.

Not least I would recommend reading Austerlitz's account of trying to find out what happened to his father in the new Bibliothèque Nationale and failing to do so because its design appears calculated to frustrate the aspirations of its readers, such that one realises that the mentality which led to the concentration camp at Terezin is perfectly capable of designing comparable buildings in the present.

Inhumanity does not cease. Is what Sebald writes true? It does not matter. It is the most powerful fiction.

da qui

 

…Scrittura inusuale quella di Sebald, fatta non solo di parole ma anche di fotografie e riproduzioni di documenti anche del tutto secondari, come il biglietto d'ingresso a un museo. Una prosa laboriosa e malinconica che seduce e impressiona, anche quando sembra fare il verso alla letteratura, come a volerne dichiararne l'inutilità o l'impotenza a fermare i drammi della Storia. Un libro difficile, persino ambiguo, ma che affascina e incuriosisce parecchio, anche quando lo stile elegiaco si fa esagerato, saturo di richiami letterari e prende un tono malinconico per via dei periodi lunghi e lenti e provoca nel lettore (o almeno a me) un senso d'angoscia, di straniamento...

da qui