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domenica 7 dicembre 2025

Una conferenza denuncia i crimini coloniali e chiede verità, giustizia e risarcimenti - Marco Santopadre

 

Domenica e lunedì decine di delegazioni hanno partecipato nella capitale algerina ai lavori della “Conferenza internazionale sui crimini del colonialismo in Africa”.

La conferenza si è tenuta sulla base di una risoluzione, adottata a febbraio dall’Unione Africana, che chiede giustizia e meccanismi riparatori che consentano ai paesi coinvolti di poter affrontare le durature conseguenze politiche, economiche e sociali del dominio coloniale europeo. Uno degli obiettivi espliciti dell’iniziativa è stato quello di elaborare una posizione africana unitaria sulla questione dei risarcimenti e di inserire il colonialismo nella lista dei “crimini contro l’umanità” riconosciuti dal diritto internazionale.

Infatti mentre la schiavitù, la tortura e l’apartheid sono esplicitamente menzionati dalle convenzioni internazionali, neanche la Carta delle Nazioni Unite, che pure condannando l’occupazione di territori altrui, fa alcun riferimento specifico al colonialismo.

 

Molti paesi africani sostengono che questa lacuna giuridica abbia contribuito a proteggere le ex potenze coloniali anche secoli di furto di di risorse, lavoro forzato, espropriazione territoriale e sottomissione politica continuano a condizionare fortemente la condizione economico e sociale del continente africano. Secondo alcuni economisti, il costo complessivo dello sfruttamento coloniale dell’Africa ammonterebbe a varie migliaia di miliardi di dollari.

Inoltre le richieste di risarcimento includono anche la restituzione di beni archeologici, culturali e storici confiscati durante l’epoca coloniale e ancora conservati nei musei europei.

Il messaggio centrale diffuso dalla Conferenza di Algeri è che l’Africa non intende chiudere il capitolo della dominazione coloniale senza attivare un percorso internazionale fondato su una memoria condivisa, sul riconoscimento dei crimini commessi dalle potenze coloniali e sulla riparazione.

La Dichiarazione di Algeri
Questi intenti sono stati riassunti nella “
Dichiarazione di Algeri” adottata dalla Conferenza al termine dei lavori e che sarà sottoposta all’esame e all’approvazione dell’Assemblea dei Capi di Stato e di Governo dell’Unione Africana convocata nel febbraio 2026.

La Dichiarazione ha chiesto la proclamazione del 30 novembre come “Giornata africana di omaggio ai martiri e alle vittime della tratta transatlantica degli schiavi, della colonizzazione e dell’apartheid”, sulla base di una proposta avanzata dal presidente algerino Abdelmadjid Tebboune.

Il testo invita esplicitamente le ex potenze coloniali ad «assumersi pienamente le proprie responsabilità storiche attraverso il riconoscimento pubblico ed esplicito delle ingiustizie commesse», raccomandando «la creazione di archivi digitali panafricani, la revisione dei programmi educativi e la creazione di memoriali, musei e giornate commemorative».

I partecipanti hanno raccomandato l’istituzione, da parte degli stati membri dell’Unione Africana, di “Commissioni nazionali per la verità e le riparazioni”, oltre a sostenere «l’istituzione e il rafforzamento di meccanismi legali a livello nazionale, regionale, continentale e internazionale volti a istituzionalizzare la criminalizzazione del colonialismo nel diritto internazionale attraverso la documentazione, l’accesso e la restituzione completa degli archivi, e a garantire sia la responsabilità legale per i crimini coloniali sia le loro conseguenze durature».

La Dichiarazione sostiene inoltre «la creazione di un Comitato panafricano sulla memoria e la verità storica, che avrà il compito di armonizzare gli approcci storici, supervisionare la raccolta degli archivi, coordinare i centri di ricerca africani e produrre analisi e raccomandazioni per il continente».

I firmatari sottolineato da questo punto di vista «l’urgente necessità di riformare i sistemi educativi africani per integrare pienamente la storia precoloniale, coloniale e postcoloniale e per dotare le giovani generazioni di una coscienza storica informata».

Risarcimento ambientale
Gli estensori del documento hanno anche affermato «la necessità di stabilire una valutazione continentale dell’impatto ecologico e climatico del colonialismo e delle esigenze di riabilitazione dei territori colpiti da test nucleari, chimici e industriali», sostenendo «l’istituzione di una Piattaforma africana per la giustizia ambientale, incaricata di identificare le aree colpite, valutare i danni, supportare gli Stati interessati e formulare raccomandazioni continentali per la riabilitazione e il risarcimento».

«Esortiamo gli stati storicamente responsabili dei danni ambientali che hanno causato il cambiamento climatico, in particolare le ex potenze coloniali, ad assumersi la propria responsabilità morale e politica, invitandoli a fornire supporto finanziario, tecnologico e istituzionale agli sforzi di adattamento e mitigazione del continente» recita un passaggio della Dichiarazione.

L’Africa nel mondo multipolare
Per quanto riguarda le ricadute economiche, la Dichiarazione di Algeri sottolinea «l’importanza di intraprendere un audit continentale degli impatti economici del colonialismo al fine di sviluppare una strategia di riparazione basata sulla giustizia che comprenda, tra le altre cose, il risarcimento per la ricchezza saccheggiata, la cancellazione del debito e un equo finanziamento dello sviluppo».

Il documento sottolinea inoltre la necessità di riformare la governance economica globale per smantellare l’eredità coloniale radicata nelle istituzioni finanziarie internazionali e nei regimi commerciali.

A tale scopo, i partecipanti hanno chiesto «la revisione dell’architettura finanziaria internazionale, compreso un effettivo riequilibrio del potere decisionale all’interno del FMI, della Banca Mondiale, delle banche regionali di sviluppo e degli organismi di regolamentazione economica globale, consentendo ai paesi africani di definire liberamente le proprie politiche di sviluppo, accedere ai finanziamenti a costi equi e partecipare pienamente alle decisioni che plasmano l’economia globale».

La Conferenza e la richiesta di congrui risarcimenti da parte delle ex potenze coloniali europee – Portogallo, Spagna, Francia, Gran Bretagna, Belgio, Italia, Germania – si inseriscono in un contesto geopolitico nel quale i paesi africani tentano di sfruttare le nuove sponde economiche e diplomatiche offerte dalle potenze emergenti attive nel continente – Cina, Russia, Turchia ed Emirati Arabi – per poter rafforzare la propria posizione nelle trattative in corso con l’Unione Europea.

All’interno di uno scenario già multipolare segnato da una feroce competizione tra le diverse potenze, la memoria storica e la richiesta di un risarcimento per i saccheggi e le violenze inflitte ai popoli del continente costituiscono un potenziale strumento per riequilibrare rapporti asimmetrici con i paesi europei.

Il protagonismo dell’Algeria
A fare gli onori di casa è stato il Ministro degli Esteri algerino, Ahmed Attaf, che nel corso del suo intervento nella sessione inaugurale ha spiegato che le sofferenze inflitte dalla Francia al suo paese durante l’occupazione coloniale, mai del tutto riconosciute da Parigi, hanno spinto Algeri ad ospitare la conferenza.

Dal 1954 al 1962 l’Algeria affrontò infatti una delle più sanguinose guerre anticoloniali di tutto il continente prima di poter ottenere l’indipendenza; il conflitto causò centinaia di migliaia di vittime e le forze di occupazione francesi, sostenute da milizie formate da coloni, si resero responsabili di eccidi, rapimenti e torture.

Secondo Attaf, il risarcimento dovuto dai paesi colonizzatori dovrebbe essere considerato un obbligo legale e non un gesto di magnanimità. L’Africa «ha il diritto di esigere il riconoscimento ufficiale ed esplicito dei crimini commessi contro i suoi popoli durante il periodo coloniale» che continuano ad imporre «un prezzo pesante in termini di esclusione, emarginazione ed arretratezza».
«Il colonialismo non è una macchina pensante, né un corpo dotato di ragione; è violenza allo stato naturale» ha detto il dirigente algerino citando Frantz Fanon».

Attaf non ha mancato di ricordare che il periodo coloniale ha lasciato dietro di sé enormi strascichi e conflitti, citando il caso del Sahara Occidentale, ex colonia spagnola parzialmente occupata dal Marocco negli anni ’70, come un dossier di decolonizzazione irrisolto.

Sono sempre più numerosi i paesi occidentali ma anche africani che stanno riconoscendo l’annessione del Sahara occidentale al Marocco, riconosciuta della mozione approvata recentemente dal Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite che cita l’autonomia della regione all’interno del territorio di Rabat come base di partenza per ogni soluzione negoziale, di fatto cancellando la priorità da sempre accordata ad un referendum che permetta alla popolazione dei territori occupati di decidere il proprio destino.

Ma il Ministro degli Esteri algerino ha ribadito il sostegno del proprio paese al popolo saharawi, elogiandone la lotta «per affermare il proprio legittimo e legale diritto all’autodeterminazione».

È indubbio che il governo algerino abbia utilizzato la conferenza per segnare qualche punto contro il Marocco, suo eterno rivale, cercando di recuperare agibilità dopo la risoluzione del Consiglio di Sicurezza dell’ONU sul Sahara occidentale promossa dall’amministrazione Trump

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lunedì 21 luglio 2025

Spagna: Sei attiviste condannate a tre anni di carcere, insorgono i sindacati - Marco Santopadre

I sindacalisti – note come “le sei della Suiza” – si sono consegnati spontaneamente alle autorità carcerarie locali dopo che mercoledì gli è stato notificato l’ordine di carcerazione emesso dal tribunale che le ha condannate per “minacce gravi” e “ostruzione alla giustizia” al termine di un processo durato otto anni.

Dopo aver perso tutti i ricorsi, gli imputati avevano presentato nelle settimane scorse un appello al Tribunale Europeo dei Diritti Umani, mentre l’amministrazione regionale delle Asturie – formata dai socialisti e da alcuni partiti di sinistra – si è pronunciata a favore dell’indulto chiesto a gran voce da 22 organizzazioni sindacali, comprese quelle maggiormente rappresentative.

Ma il tribunale competente ha comunque ordinato l’arresto. Già all’inizio di giugno il titolare della prima corte della sezione penale di Gijon, Lino Rubio Mayo, aveva deciso di non sospendere la condanna come da richiesta della difesa e di decine di organizzazioni sindacali, sociali e politiche, perché gli imputati non avrebbero mostrato rimorso.

I fatti al centro della vicenda risalgono all’inizio del 2017, quando una lavoratrice della Pasticceria “La Suiza” di Gijon chiese supporto giuridico al sindacato CNT (Confederación Nacional del Trabajo) dopo aver denunciato le pessime condizioni di lavoro alle quali veniva da tempo sottoposta da parte del proprietario. All’epoca alla lavoratrice, incinta, venivano imposte mansioni che mettevano a rischio la gravidanza, come trasportare sacchi di farina pesanti decine di kg. Al sindacato la giovane raccontò poi anche di numerosi approcci sessuali molesti da parte del proprietario (un’accusa che però il tribunale locale decise però di archiviare). Dopo un litigio con il compagno della lavoratrice – che subito dopo decise di licenziarsi – il proprietario lo denunciò per “danneggiamenti”.

Il sindacato che rappresentava la dipendente, presente all’interno del posto di lavoro, chiese quindi al proprietario di versare degli arretrati, un risarcimento per la lavoratrice e il ritiro della denuncia nei confronti del compagno.

Di fronte al rifiuto da parte della proprietà di versare il dovuto all’ex dipendente e per denunciare le molestie sessuali e il mobbing alla quale era stata sottoposta la lavoratrice, la CNT decise di organizzare delle iniziative di informazione e l’indizione di uno sciopero. Nel corso di quest’ultimo, gli attivisti sindacali organizzarono un picchetto davanti all’ingresso dell’impianto di lavorazione. Il proprietario denunciò i sei attivisti sindacali ottenendo il sostegno del tribunale che nel 2021 emise la condanna a tre anni e mezzo di reclusione oltre che al pagamento di consistenti multe, confermati poi nei successivi gradi di giudizio.

A favore dei sei processati negli ultimi anni si sono tenute manifestazioni di diverso tipo in tutto il paese. Lo scorso 29 giugno più di ottomila persone, arrivate dalle Asturie ma anche dalle regioni limitrofe, hanno protestato contro le condanne a Gijon, al grido di “Fare sindacalismo non è reato”.

I promotori della manifestazione hanno denunciato l’assurdità della condanna. Il giudice Lino Rubio Mayo ha infatti considerato “minacce gravi” la mobilitazione sindacale contro il proprietario dell’attività economica, condannando gli imputati a due anni di carcere, ma ha aggiunto un altro anno e mezzo di reclusione considerando il tentativo di arrivare ad un accordo da parte della CNT – obiettivo naturale e legittimo di ogni conflitto sindacale – una forma di “ostruzione alla giustizia”. Per questo le varie mobilitazioni organizzate finora hanno bollato la decisione del tribunale come “un attacco intollerabile alle libertà sindacali e democratiche” e “un precedente gravissimo che apre la strada alla repressione nei confronti delle legittime proteste della classe lavoratrice”.

Il magistrato in questione è lo stesso che nel 2005 condannò i sindacalisti Cándido e Morala, attivisti della Corrente Sindacale di Sinistra, una vicenda che ispirò lo straordinario film “Los lunes al sol” diretto da Fernando León de Aranoa.

Secondo Rubio Mayo, la campagna della CNT obbligò il proprietario a vendere l’attività. In realtà è noto che la proprietà aveva messo in vendita “La Suiza” già un anno prima dell’inizio del conflitto con l’organizzazione sindacale.

Le condannate sono una veterinaria, un’artista, un’assistente sociale, una lavoratrice dei trasporti e un’impiegata nella ristorazione, mentre l’unico uomo è un docente.

A loro favore si sono tenute ieri sera nuove mobilitazioni in tutta la Spagna e altre sono state indette per oggi, mentre anche alcuni membri del governo spagnolo hanno reso nota l’intenzione di associarsi alla richiesta di indulto.

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martedì 3 maggio 2022

la solitudine dei saharawi

 

Sánchez volta le spalle al popolo saharawi - Marco Santopadre


La svolta di Sánchez sulla vicenda saharawi i cittadini spagnoli l’hanno incredibilmente appresa, venerdì scorso, grazie ai notiziari dei media marocchini; «senza alcun dibattito parlamentare né previa comunicazione ai media del paese» ha scritto il quotidiano progressista El Diario.
Finora tutti i governi spagnoli avevano difeso (almeno formalmente) una soluzione basata su quanto stabilito dalle risoluzioni dell’ONU e sul rispetto del diritto all’autodeterminazione della popolazione saharawi. Ma in una lettera inviata a Mohammed VI, il leader socialista ha comunicato di condividere il piano di Rabat che chiede un riconoscimento internazionale della sovranità marocchina sull’ex Sahara spagnolo in cambio della concessione di un certo grado di autonomia ai territori occupati dal 1975.
Nella missiva, Sánchez giudica «l’iniziativa di autonomia marocchina, presentata nel 2007, come la base più seria, realistica e credibile per risolvere la controversia».
Madrid si allinea così alla 
decisione di Donald Trump, che nel dicembre 2020 diede l’ok all’annessione marocchina dell’ex 53esima provincia spagnola in cambio della normalizzazione delle relazioni tra Rabat e Tel Aviv (che nel frattempo hanno fatto molti progressi, anche sul fronte militare).

 

La reazione del Fronte Polisario
Scontata e rabbiosa la reazione del “Frente Popular de Liberación de Saguía el Hamra y Río de Oro” – l’organizzazione che storicamente rappresenta la popolazione saharawi e porta avanti la resistenza – e del governo della Repubblica Araba Saharawi Democratica, il cui territorio è occupato, per l’80%, dal Marocco. In un comunicato l’esecutivo della RASD condanna la decisione di Madrid definendola in «totale contraddizione con la legalità internazionale e le risoluzioni dell’Onu». Da parte sua il Fronte Polisario ha deplorato la mossa di Sánchez definendola un «ulteriore ostacolo» agli sforzi diretti a una soluzione negoziale del conflitto e riaffermando «la propria volontà di continuare la lotta armata per la liberazione». Del resto, dopo circa 30 anni di congelamento delle ostilità – in attesa che l’Onu organizzasse il previsto referendum per l’autodeterminazione contemplato dalle sue risoluzioni, che però non si è mai visto – nel novembre del 2020 i combattimenti sono ripresi – per quanto a bassa intensità – dopo la violazione da parte del Marocco del cessate il fuoco siglato nel 1991

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Spagna. Contrari destra e sinistra
Tornando alle reazioni in casa, a destra il blitz di Sánchez non è piaciuto. Il leader in pectore del PP, il galiziano Alberto Núñez Feijóo, ha bollato la presa di posizione del premier come «drastica e sconsiderata». Temendo concessioni alle rivendicazioni marocchine sulle enclavi nordafricane di Ceuta e Melilla se non addirittura sulle Canarie, la stampa conservatrice, unanime, parla di «cedimento al Marocco». L’ex premier popolare José Maria Aznar ha invece definito la svolta della Moncloa sul Sahara Occidentale un «errore storico» che il paese «pagherà caro».

Sul fronte opposto, la mossa del PSOE ha prodotto l’ennesimo strappo con gli alleati di governo di Podemos, che hanno informato di non condividerla affatto, così come le formazioni nazionaliste e di sinistra basche, catalane e galiziane. Anche la Ministra del Lavoro e vicepremier Yolanda Díaz e il ministro Alberto Garzòn (di Izquierda Unida) si sono smarcati.
Per la leader dei morados, Ione Belarra, la Spagna deve rispettare il diritto internazionale e il conflitto nel Sahara richiede «una soluzione politica equa, duratura e accettabile per tutte le parti in conformità con le risoluzioni dell’ONU, a partire dall’autodeterminazione del popolo saharawi». Per quanto in disaccordo, però, i viola non sono certo intenzionati a mettere in discussione l’alleanza di governo con i socialisti.
L’avallo di Sánchez alle richieste marocchine mira al varo di relazioni preferenziali – sul piano geopolitico, commerciale e militare – con il paese nordafricano, dopo anni di relazioni burrascose.

 

Madrid in cerca della normalizzazione
Agli inizi degli anni Duemila, Madrid e Rabat si sono affrontati militarmente per il controllo dell’isolotto di Perejil, nello Stretto di Gibilterra. Nel 2021, poi, la crisi è di nuovo esplosa dopo l’accoglienza riservata da Sánchez a Brahim Ghali, il leader del Fronte Polisario a lungo ricoverato sotto falso nome in un ospedale della Rioja a causa di alcune complicanze dovute al Covid 19. La vendetta marocchina è giunta il 18 maggio, quando 8000 migranti riuscirono a raggiungere Ceuta grazie alla “distrazione” delle guardie di frontiera di Rabat. Madrid accusò il Marocco di utilizzare i profughi come strumento di ricatto e Rabat imputò a Sánchez una connivenza con gli avversari della sua integrità territoriale.
Ora però Madrid vuole voltare pagina e cerca una base legale sulla quale basare il soddisfacimento dei suoi interessi nell’area, a partire dallo sfruttamento delle risorse ittiche dei pescosi mari al largo delle coste del Sahara Occidentale o dei giacimenti di fosfati. «Cominciamo una nuova tappa basata sul rispetto degli accordi, l’assenza di azioni unilaterali, la trasparenza e la comunicazione permanente» recita un comunicato diffuso dalla Moncloa, che mette l’accento sulla necessità di fare dei progressi nella comune gestione dei flussi migratori nel Mediterraneo e nell’Atlantico. Secondo indiscrezioni, il ministro degli Esteri José Manuel Albares dovrebbe presto recarsi a Rabat per preparare la visita del premier spagnolo, che intanto il 23 marzo si è recato a Ceuta e Melilla.
Alle prese con una fronda nel suo stesso partito, Sánchez può comunque contare sul sostegno pubblico espresso dall’ex premier Zapatero e dell’ex ministro degli Esteri (anch’egli socialista) Moratinos, che durante il loro mandato provarono a convincere l’esecutivo – ma dovettero desistere – a sostenere il piano marocchino di annessione.

 

L’Algeria disapprova
Ora si attendono però le reazioni dell’inviato speciale dell’Onu per il Sahara, Staffan de Mistura (nominato da poco dopo due anni durante i quali la carica era rimasta vacante), e del governo algerino, da sempre principale sponsor della lotta dei saharawi per l’indipendenza, utilizzata spesso come arma contro i nemici di Rabat. Il governo di Algeri, al quale Madrid ha chiesto un aumento delle forniture di gas, ha richiamato “per consultazioni” il proprio ambasciatore a Madrid, Said Moussi, dicendosi stupito per il cambio di posizione della Spagna. Contemporaneamente, l’ambasciatrice marocchina in Spagna, Karima Benyaich, è tornata a Madrid dopo il suo ritorno in patria nel maggio del 2021.

Nei mesi scorsi il governo algerino ha già interrotto le relazioni con il Marocco bloccando il flusso del gas che prima arrivava in Spagna e Portogallo transitando sul territorio di Rabat attraverso il condotto Maghreb-Europa. Ora il gas algerino fluisce verso Madrid attraverso un altro condotto – il MedGaz – che bypassa il territorio marocchino ma che però ha una portata limitata, a cui Algeri sopperisce inviandolo in Spagna e in Portogallo attraverso delle navi cisterna.
Secondo alcuni media iberici, ora l’Algeria potrebbe provare a far pressione sul governo spagnolo, per convincerlo a tornare indietro sulla decisione di sostenere l’annessione marocchina del Sahara Occidentale, aumentando i prezzi del gas venduto a Madrid fino al 2024. L’Algeria fornisce il 43% del gas importato dalla Spagna, seguita a distanza dagli Stati Uniti (14%) e dalla Nigeria (11%).
Il governo algerino avrebbe recentemente rifiutato le richieste statunitensi di riapertura del gasdotto Maghreb-Europa (GME), ed anzi avrebbe chiesto al governo spagnolo di non rivendere al Marocco una parte del combustibile che Madrid importa dall’Algeria.
Il Marocco nel frattempo, avrebbe raggiunto un accordo con la società petrolifera Sound Energy per collegare i suoi giacimenti di gas di Tendrara al GME.
Dal canto suo l’Algeria starebbe lavorando ad un progetto volto a realizzare un lungo gasdotto che la collegherebbe alla Nigeria attraverso il Niger, e che potrebbe far arrivare fino all’Europa circa 30 miliardi di metri cubi di gas l’anno. Le autorità algerine avrebbero già preso accordi in questo senso con il governo del Niger.


LINK E APPROFONDIMENTI

https://pagineesteri.it/2021/12/29/africa/il-sahara-occidentale-tra-occupazione-e-greenwashing/

https://www.publico.es/actualidad/carta-sanchez-rey-mohamed-vi-propuesta-marroqui-autonomia-base-seria-creible-realista.html

https://www.africarivista.it/algeria-continua-il-braccio-di-ferro-sul-gasdotto-maghreb-europa/199056/

https://www.publico.es/politica/decision-gobierno-espanol-sahara-no-cumple-derecho-internacional.html

https://www.aljazeera.com/news/2022/3/19/algeria-recalls-spain-envoy-over-western-sahara-policy-change

 

da qui

 

 

La pessima salute di ferro del governo Sánchez - Maurizio Matteuzzi

Qualcuno tracciando, nel gennaio scorso, un bilancio di metà mandato della coalizione fra i socialisti del PSOE e la “nuova sinistra” di Unidas Podemos, scrisse della “pessima salute di ferro del governo progressista spagnolo”. Un ossimoro azzeccato.

Ma in pochi mesi lo scenario anche in Spagna è drammaticamente cambiato e l’attacco in febbraio della Russia di Putin all’Ucraina con la relativa risposta NATO-UE – e anche molto altro – ha mandato giudizi e previsioni a carte quarantotto. E se oggi lo stato di salute del governo guidato da Pedro Sánchez resta pessimo, non appare più nemmeno così di ferro. Molti in Spagna considerano questo il passaggio più critico da quando nel gennaio 2020 il governo ottenne l’investitura delle Cortes. C’è anche chi, non solo in una destra colpita anch’essa dalla crisi, vede non più così sicuro l’approdo della legislatura alla sua naturale scadenza elettorale nel 2023.

Fino a fine 2021, nell’imperversare della pandemia, il governo di coalizione fra due soci che non si amano ha in buona sostanza tenuto fede agli impegni presi e implementato la “agenda progressista” faticosamente pattuita. Livelli record di spesa in sede di bilancio, misure sociali, riforme delle pensioni e del lavoro, leggi a forte impatto simbolico e politico quali eutanasia, riders, reddito minimo vitale, affitti, trans e LGBT, violenze di genere e femminicidio, memoria democratica, clima e transizione energetica verde, campagna di vaccinazione che ha toccato l’80% della popolazione, sblocco dell’impasse catalana con tanto di indulto per i leader indipendentisti…

La ripresa economica, dopo il disastro provocato nel 2020 dal covid, non ha però assecondato, finora, le speranze di Sánchez.  Nel ’21 l’occupazione ha superato per la prima volta i livelli del 2007, ma la crescita del 7.2% annunciata dal governo per quell’anno è andata via via riducendosi: prima al 6.5% per poi scendere al 5%. Il maggior tasso di crescita dell’ultimo ventennio ma pur sempre troppo basso. Soprattutto considerando che nel dicembre scorso il tasso d’inflazione era già schizzato oltre il 6% per poi lambire, con gli effetti collaterali della guerra in Ucraina – bollette di luce e gas, prezzo di gasolio e benzina, annunciato aumento delle spese militari dei paesi NATO, etc. etc. – la soglia insostenibile del 10% a fine marzo.

Pedro Sánchez e il suo governo, sotto assedio di una rabbiosa destra storica – il Partido Popular – che non si rassegna a non essere più al potere e di una nuova destra cavernicola – i fascio-franchisti di VOX – che è ormai il terzo partito spagnolo, non possono fare a meno di una economia che corra veloce, pena il rischio di regalare le bandiere della protesta alla piazza e ai gilet gialli di cui si vedono già i sintomi nelle massicce manifestazioni e scioperi di trasportatori, agricoltori, pescatori, autonomi, etc.; nonché il rischio che, come accaduto in altri paesi (la Francia, l’Italia), i ceti popolari delusi dalla sinistra riversino i loro voti sulla destra.

Sánchez lo sa bene. Per questo a fine di marzo ha annunciato un “Plan de Choque de Respuesta a la Guerra”, un “piano d’urto” anticrisi da 16 miliardi di euro che prevede uno “escudo social” con tagli fiscali e aumento del reddito minimo vitale.

Se basterà e funzionerà è da vedere. Decisivo sarà il fattore tempo. Perché il 2023, anno di elezioni regionali e politiche, è vicino mentre il rimescolamento fra e nelle forze politiche è al massimo.

Il PSOE, dopo la svolta centrista nel congresso di ottobre, è forse tentato di rompere con Podemos (almeno questo è il timore di Podemos che non si fida di Sánchez) per giocare la carta della grande coalizione con il PP che ha appena cambiato la leadership.

Il Partido Popular, che si è liberato del fallimentare Pablo Casado e  ha appena eletto col 98% dei voti il suo nuovo leader,  Alberto Núñez Feijóo, presidente della Galizia, “moderato e centrista”, è chiamato a decidere se continuare e formalizzare  l’alleanza con l’ultra-destra di VOX come già accade in molte città e regioni (la linea della presidente della Comunidad di Madrid, la sfegatata trumpista Isabel Díaz Ayuso) o  rilanciare una linea di centro-destra e/o avventurarsi in una qualche forma di appeasement con il PSOE .

Podemos che perde peso elettorale e ingoia rospi (l’ultimo la clamorosa giravolta con cui Sánchez riconosce la sovranità del Marocco sul Sahara Occidentale, ex colonia spagnola, a danno del Fronte Polisario) ma non rompe perché “siamo l’unica garanzia che il governo faccia politiche progressiste”. E aspetta con crescente nervosismo che la comunista Yolanda Díaz, popolarissima ministra del lavoro, avvii il suo progetto di “Frente Amplio” nell’arduo tentativo di riunire gruppi e gruppuscoli della nuova sinistra che si sono andati frantumando.

Poi c’è VOX, che incalza il PP di Núñez Fejóo intimandogli di “decidere con chi vuole negoziare”, se con Pedro Sánchez e il suo governo chavista in salsa iberica o con i patrioti anticomunisti di VOX.

Saranno due anni di fuoco.

da qui



domenica 17 febbraio 2019

La CAF rettifica:“I nostri lavoratori contrari a metro leggera a Gerusalemme, non la compagnia” - Marco Santopadre



Dopo un lungo silenzio mediatico e la prolungata assenza di smentite – che, spiega a Nena News l’ufficio stampa, è una consuetudine consolidata per l’azienda basca – la CAF ci informa di non aver mai comunicato la sua rinuncia alla gara per la realizzazione della metropolitana leggera di Gerusalemme, contrariamente a quanto scritto da numerosi media spagnoli, arabi e israeliani.
La rinuncia è stata chiesta all’azienda, tra le più importanti al mondo del settore ferroviario, dai suoi stessi lavoratori.
 Ai dirigenti della “Construcciones y Auxiliares de Ferrocarriles”, le maestranze chiedono di non partecipare alla costruzione di “una sezione della metropolitana leggera di Gerusalemme perché il percorso includerebbe territori palestinesi che verrebbero confiscati, in violazione delle risoluzioni internazionali”. Nei loro comunicati gli operai e i tecnici hanno evidenziato la necessità che i progetti di realizzazione delle linee di trasporto, specialmente a Gerusalemme, rispettino i regolamenti internazionali e i diritti umani delle popolazioni coinvolte. E a tal proposito sia le Nazioni Unite, sia la Corte Internazionale di Giustizia, hanno più volte denunciato e condannato l’occupazione illegale dei territori palestinesi da parte di Israele.
In maniera unitaria il Consiglio di Fabbrica, sostenuto dai sindacati, in particolare da quelli progressisti e vicini al nazionalismo basco, ha denunciato l’inaccettabilità di un progetto che non solo prevede il passaggio del tracciato di 18 chilometri all’interno di territori sottratti alla popolazione palestinese, ma che serve a collegare le colonie ebraiche illegali costruite a Gerusalemme Est (le zone di Gilo e del Monte Scopus). La realizzazione della “Green Line” della metropolitana leggera, nelle intenzioni delle autorità occupanti, si sommerebbe all’ampliamento della “Red Line”, già parzialmente realizzata negli scorsi anni.
“Riteniamo sbagliato e controproducente per la CAF realizzare un progetto che contrasta con la legalità internazionale, l’etica e la solidarietà e la cui realizzazione produrrebbe una forte riprovazione sociale”, hanno scritto i componenti del Consiglio di Fabbrica nel comunicato inviato alla direzione.
“Le persone che lavorano nella CAF non meritano di essere coinvolte in un progetto che la stragrande maggioranza della comunità internazionale respinge”, ha affermato il sindacato nazionalista Ela. Da parte sua, il sindacato Lab – vicino alla sinistra indipendentista basca e vincitore delle elezioni sindacali interne nel 2018 – ha insistito sul carattere discriminatorio dell’opera, ricordando che l’utilizzo del nuovo collegamento ferroviario sarebbe riservato ai soli coloni ebrei mentre i palestinesi ne sarebbero esclusi.
Allo stato, quindi, CAF continua ad essere in corsa per l’aggiudicazione del bando, all’interno di un consorzio con le imprese israeliane Shapir Engineering e Superbus, in competizione con altre cinque cordate.
Comunque il forte ed esplicito pronunciamento del Consiglio di Fabbrica e dei sindacati della CAF rappresenta un importante tassello nell’allargamento della campagna per il Boicottaggio, il Disinvestimento e le Sanzioni nei confronti di Israele. L’impresa di Beasain (località della provincia della Gipuzkoa, nella Comunità Autonoma Basca) è infatti la principale dello Stato Spagnolo per quanto riguarda la costruzione di locomotrici e vagoni ferroviari, e impiega circa 4mila dipendenti sparsi negli stabilimenti di Spagna (Beasain e Irun nel Paese Basco e Saragozza in Aragona), Francia, Stati Uniti, Messico e Brasile. Alla CAF si deve la realizzazione negli ultimi anni dei convogli della metropolitana in varie capitali e grandi città in decine di diversi paesi in tutto il mondo, compresa Roma.
La presa di posizione è così importante che l’Organizzazione per la Liberazione della Palestina ha ringraziato il Consiglio di Fabbrica della CAF. In una lettera inviata ai lavoratori baschi, il Segretario Generale dell’OLP Saeb Erekat li ringrazia per aver annunciato il rifiuto di partecipare a un progetto destinato a realizzarsi “nella Gerusalemme occupata, parte integrale del territorio occupato dello Stato di Palestina”. “La vostra azione e il vostro impegno – si legge nella missiva – sono un esempio  per molti altri lavoratori europei che speriamo dispongano della stessa dignità, fermezza ed integrità etica che voi avete dimostrato”. L’OLP assicura che “i palestinesi sempre vi saranno riconoscenti”, coscienti di quanto sia “difficile prendere delle decisioni del genere quando ciò mette a rischio la propria fonte di lavoro”. “Avete dimostrato che in cima a tutto ci sono i diritti umani, il rispetto del diritto internazionale umanitario e la solidarietà tra i popoli e i lavoratori” conclude Erekat.