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martedì 24 febbraio 2015

mica sono tutti Pessoa


dice Karim Metref (qui) che tutti quelli che erano Charlie, si sono dimenticati di essere anche Raif Badawi, e, aggiungo io, si dimenticano di essere anche Alaa Abdel Fattah (qui), uno alla volta per carità, mica sono tutti Pessoa, e poi, quei due, se li hanno condannati qualcosa avranno fatto.

lunedì 23 febbraio 2015

Alaa Abd el Fattah in carcere per cinque anni




Il silenzio dei deboli – Paola Caridi


Solo qualche parola a caldo, dopo la condanna di @alaa. PEN international chiede la liberazione di Alaa Abdel Fattah, condannato a cinque anni di reclusione per aver protestato contro una legge liberticida sulle manifestazioni di piazza. Lo chiede PEN international, non lo chiedono le cancellerie. Non lo chiedono i governi europei. Non lo chiede l’Europa, che a Alaa Abdel Fattah negò il premio Sakharov, rendendolo in questo modo più debole. Il silenzio dell’Occidente è impressionante, e la dice lunga non solo sull’ignavia, ma sulla pochezza della strategia mediterranea europea. Non è solo il destino di un uomo, in gioco, che pure sarebbe motivo sufficiente per esprimere al governo egiziano il disagio dell’Italia e dell’Europa. In gioco sono le stesse libertà e gli stessi valori per cui milioni di persone sono scese in piazza, esprimendo la ferma condanna del razzismo e della violenza, contro la strage di Charlie Hebdo. Per @alaa, icona di piazza Tahrir e dei giovani della rivoluzione, egiziano, arabo, musulmano, laico, democratico, lucidissimo lettore della controrivoluzione di Al Sisi, non si spendono parole e atti politici, da parte di un Occidente vecchio, rinchiuso, miope, vigliacco. In galera, assieme ad Alaa Abdel Fattah, sono molti tra i protagonisti della rivoluzione del 2011. Sono molti ragazzi, tantissimi ragazzi, laici e islamisti, sono migliaia: in prigione perché la controrivoluzione ha bisogno di renderli ancor più silenziosi. Si chiamano prigionieri politici, nella catalogazione delle associazioni per la difesa dei diritti umani e civili. Mi aspetterei, da parte di opinionisti italiani più o meno brillanti, diverse “lettere a” amici arabi e musulmani. Magari, in questo caso, per chiedere scusa.


Cinque anni di carcere all’attivista Alaa Abdel Fattah – Sonia Grieco

Un’altra sentenza si è abbattuta sugli egiziani che nel 2011 occuparono per giorni piazza Tahrir, al Cairo, riuscendo a mettere fine al regime dell’ex presidente Hosni Mubarak. Un tribunale oggi ha condannato a cinque anni di carcere Alaa Abdel Fattah, blogger e attivista diventato uno dei leader di quella sollevazione popolare che seguì l’inizio, in Tunisia, della cosiddetta primavera araba.
Nel 2011 Abdel Fattah si era fatto conoscere per aver dato vita a una campagna contro i processi militari ai civili. Una prassi ancora in auge in Egitto, dove sono centinaia i cittadini giudicati da tribunali militari, organi non indipendenti (rispondono al ministero della Difesa) che hanno comminato pese pesantissime contro gli attivisti laici e gli esponenti dei Fratelli Musulmani.
La Fratellanza è stata messa fuorilegge dall’attuale capo di Stato Abdul Fattah al-Sisi, salito al potere nel 2013 con un golpe che ha messo fine alla presidenza di Mohamed Morsi, primo presidente eletto dopo il 2011 ed esponente della Fratellanza. Ne è seguita una dura repressione che ha portato in cella centinaia di persone e decine di loro sono state condannate a morte.
Da quando è alla guida del Paese, al-Sisi ha emanato, in assenza di un Parlamento, una serie di leggi liberticide volte a limitare l’espressione di ogni forma di dissenso. Norme che hanno colpito i movimenti laici che quattro anni fa avevano fatto di piazza Tahrir il luogo simbolo della rivolta egiziana, e i Fratelli Musulmani. In Egitto lo spazio per il confronto e la contestazione è stato ridotto ai minimi termini. Le manifestazioni sono represse nel sangue, come accaduto nei giorni del quarto anniversario delle proteste di piazza Tahrir, a fine gennaio, quando la polizia ha aperto il fuoco sui manifestanti uccidendo circa trenta persone.
Abdel Fattah è stato condannato proprio per avere violato una di queste controverse leggi, quella che impone l’autorizzazione governativa alle manifestazioni. Nel 2013 era sceso in piazza assieme ad altri attivisti, nonostante i divieti, e questo gli è costato l’accusa di organizzazione di una protesta illegale e di aggressione a un poliziotto. È finito alla sbarra assieme ai suoi compagni, ai quali sono state inflitte pena dai tre ai cinque anni. In questa riedizione del processo la pena è stata alleggerita, in precedenza, infatti, era stato condannato a 15 anni. Adesso ricorrerà in appello, ha fatto sapere il suo avvocato.
In tribunale gli attivisti presenti hanno scandito slogan contro il “regime militare”. È una sentenza politica, hanno detto i gruppi per i diritti umani, che rientra nel sistema di repressione messo in piedi da al Sisi.

venerdì 3 ottobre 2014

Ma quanto conta un premio! Di @alaa e del Sakharov – Paola Caridi

Notizia: Alaa Abdel Fattah è in pole position per il Premio Sakharov. Semplice intuizione, nessun bisbiglio dietro le quinte, nessuna voce di corridoio. Ma deve essere così. @alaa deve essere in pole position, tra i candidati al più importante premio europeo sui diritti umani. Perché? Perché l’attacco contro Alaa Abdel Fattah sferrato dal Giornale è durissimo.
L’accusa contro il più carismatico e importante oppositore egiziano è di essere contro gli israeliani e gli ebrei, citando dei tweet che avrebbe scritto. Che Alaa Abdel Fattah sia contro la politica condotta da Israele nei confronti dei palestinesi è cosa nota. È andato anche a Gaza, con la carovana del Palestine Literature Festival, in una delle edizioni precedenti del festival letterario organizzato da uno delle più importanti intellettuali e scrittrici egiziane, sua zia Ahdaf Soueif. Così come è cosa nota che @alaa abbia partecipato a manifestazioni al Cairo di sostegno ai palestinesi.
Legittimo, dunque, porre domande sulla candidatura, perché chi vincerà il Sakharov deve essere una persona-modello. Un uomo o una donna a cui il premio viene conferito per le sue azioni e il suo pensiero, concentrato sulla difesa dei diritti umani e civili. Fa una strana impressione, però, che il Giornale si occupi di Alaa Abdel Fattah solo in questi giorni, da quando – cioè – è stata resa nota la sua candidatura, e non invece nei mesi e negli anni precedenti, quando @alaa ha manifestato in sostegno ai palestinesi, è andato a Gaza, e avrebbe scritto i tweet. Che non si occupi di @alaa il laico, l’attivista per i diritti civili. Oppure il problema è proprio il Premio Sakharov?
Allora, perché Alaa Abdel Fattah è stato candidato al Sakharov? Per Amnesty International è un prigioniero di coscienza, perché quattro differenti regimi in Egitto lo hanno incarcerato o portato di fronte a un tribunale. Per le sue opinioni. Per la sua capacità di essere l’attivista più carismatico di piazza Tahrir. Per il suo acume politico. Per il suo essere iconico. Liberato da pochi giorni, su cauzione, dall’ennesimo periodo in carcere, @alaa era in sciopero della fame. Da un mese, assieme a decine di altri attivisti.
Deve essere considerato un uomo molto pericoloso. Ma dipende da chi. Per altri, invece, è il simbolo delle rivoluzioni inclusive, quelle che mettevano insieme i diritti di tutti e di ciascuno. Le rivoluzioni simboleggiate dalla Repubblica di Piazza Tahrir.

giovedì 12 giugno 2014

Alaa Abd el Fattah e Mohamed Nouby, 15 anni di galera

dopo la primavera araba è il turno dell'inferno arabo - franz




…Avevamo seguito con passione e solidarietà l’arresto ( primo di una lunga serie) di Alaa Abd el Fattah -militante comunista, blogger- nel periodo precedente al potere della fratellanza, prima che anche questa fosse di nuovo spazzata via da piombo ed ergastoli: processo, scarcerazione, arresti e altre scarcerazioni…
ma ecco che ora arriva una pesante condanna, quella che avremmo voluto non sapere mai, e che ovviamente coinvolge altre 24 persone tra attivisti e militanti, tutti condannati in contumacia dalla Corte Penale del Cairo a ben 15 anni di carcere.Solamente due degli imputati, Abd el Fattah e Mohamed Nouby, sono stati arrestati al momento della lettura del verdetto questa mattina, per gli altri non credo ci vorrà molto: il tutto è avvenuto molto rapidamente, il verdetto è giunto immediato e quasi inaspettato.
Erano scesi in piazza contro una legge costruita a pennello per bloccare ogni tipo di protesta: fu il presidente ad interim Mansour (dopo il tentativo andato male di Morsi) a far passare una legge che rendeva impossibili anche le riunioni di partito. Parliamo di un divieto ad assembramenti di più di dieci persone se non previo autorizzazioni di ben 7 diverse autorità competente e con un lasciapassare definitivo che compete direttamente alla polizia.
Contro questa legge le proteste furono enormi lo scorso novembre, e tutti i coloro che oggi son stati condannati a 15 anni erano stati arrestati durante le mobilitazioni: solo Alaa fu arrestato nella sua casa il 28 novembre, dopo che aveva comunque annunciato di costituirsi.
Poi tutti erano stati scarcerati in attesa del verdetto finale, che oggi è calato come una mannaia sulle loro teste…
da qui