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mercoledì 3 dicembre 2025

Non un soldo, né un soldato per la guerra: disarmati di tutto il mondo uniamoci, per salvare l’umanità dall’autodistruzione - Pasquale Pugliese

 

Negli stessi giorni in cui il Parlamento europeo votava prima (26 novembre) per respingere le modifiche al piano di riarmo dei paesi UE, ammettendo in esso anche le cosiddette “armi controverse”, ossia le bombe all’’uranio impoverito, al fosforo bianco, i killer robot ed altri simili ordigni di sterminio e dopo (27 novembre), a larghissima maggioranza, per respingere il “piano di pace” di Trump perché “la pace non può essere raggiunta cedendo all’aggressore, bensì fornendo un sostegno risoluto e costante all’Ucraina e dissuadendo in maniera adeguata la Russia dal ripetere tale aggressione in futuro”, in quegli stessi giorni e sugli stessi temi Edgar Morin – 104 anni lo scorso luglio – scriveva alcune note, pubblicate in Italia su il manifesto e ytali. (28 novembre). Meritano essere citate, per segnare la pericolosa distanza tra chi ha lo sguardo lungo, lucido e libero e gli attuali decisori europei, insieme a gran parte dei media.

“È con stupore” – scrive Morin – “che una parte degli umani considera il corso catastrofico degli eventi, mentre un’altra parte vi contribuisce con incoscienza. (…) La visione unilaterale dei media ignora che l’Ucraina è stata una posta in gioco fra l’impero americano e l’impero russo. Prima di Trump, gli Usa avevano satellizzato economicamente, tecnologicamente e militarmente l’Ucraina, la quale sarebbe stata una pistola puntata alla frontiera russa, se fosse passata sotto il controllo della Nato. I nostri media non soltanto sottolineano l’imperialismo russo, ma immaginano che questo potrebbe invadere l’Europa, laddove è peraltro incapace di annettere l’Ucraina in tre anni di guerra. (…) Invece che spingere i due nemici a negoziare, e a stabilire un compromesso sulle basi che ho appena menzionato [qui fa riferimento alle proposte del libro “Di guerra in guerra” del 2023], gli europei contribuiscono alla escalation. (…) Infine noi dobbiamo cercare di pensare la policrisi dell’umanità nelle sue complessità e nei suoi orrori, e dovremmo agire nelle incertezze, ma con l’intenzione di salvare l’umanità dalla autodistruzione”.

Invece, nei giorni precedenti (21 novembre) il Capo di Stato maggiore francese, generale Fabien Mandon, parlando all’assemblea del Sindaci francesi (merito dei militari è il parlare chiaro) aveva detto che devono preparare le rispettive città a “perdere i figli in guerra” ed anche “a soffrire economicamente perché la priorità deve essere la produzione militare”: solo così ci si prepara al prossimo conflitto armato con la Russia, che il documento strategico nazionale francese prevede tra il 2027 e il 2030. Per questo una settimana dopo (27 novembre) Macron ha annunciato che dalla prossima estate partirà per i giovani francesi il Servizio militare di leva, inizialmente su base volontaria, che sostituisce il Servizio Universale Nazionale che poteva essere anche civile.

Per non essere da meno, anche il ministro italiano della difesa Crosetto ha annunciato il disegno di legge per istituire, con un ossimoro, una “leva militare volontaria” anche nel nostro paese, similmente a quanto sta avvenendo in Francia e in Germania (dove è già previsto che possa diventare obbligatoria), per reclutare almeno altri 10.000 giovani italiani come forza di riserva, in aggiunta ai 170.000 militari già nelle Forze Armate. Naturalmente, come evidenziato dalla recente ricerca del Censis, gli italiani sono fortemente contrari sia alla prospettiva di coinvolgimento bellico del nostro Paese, per questo nessuno evoca il ripristino tout court della leva militare obbligatoria, al momento sospesa, che non sarebbe pagante in termini di consenso elettorale. Però è evidente che, in tutta Europa, la direzione è quella di reclutare nuova massa per la guerra, ossia “carne da cannone” per “l’attacco preventivo” alla Russia che sta preparando la Nato, come esplicitato dal generale Cavo Dragone, presidente del Comitato militare dell’Alleanza atlantica (1 dicembre). Al quale bisogna rispondere con la storica formula: “Non un un soldo, né un soldato per la guerra”.

Perché questo non sia solo uno slogan da cantare nei cortei pacifisti ma diventi azione politica, e non potendo dichiararsi formalmente obiettori di coscienza, è necessario sottoscrivere personalmente la dichiarazione di obiezione alla guerra, promossa dalla Campagna del Movimento Nonviolento che – mentre nella dimensione internazionale sostiene obiettori di coscienza e disertori di tutti i fronti delle guerre in corso (1.500.000 ucraini sono considerati “ricercati” dai centri di reclutamento) – nella dimensione interna promuove il rifiuto preventivo e individuale di partecipare a qualsiasi forma di preparazione della guerra, a cominciare proprio dal rifiuto della chiamata alle armi.

E’ una campagna che risponde al compito che ci indica Morin per “salvare l’umanità dall’autodistruzione”, ma anche alle indicazioni di un altro saggio del ‘900, Norberto Bobbio, difronte alla precedente corsa agli armamenti: “Saremo i più forti se saremo uniti, se saremo solidali almeno su un punto essenziale: non vi è conflitto che non possa essere risolto con le armi della ragione, specie in questo mondo in cui a causa dell’interdipendenza di tutte le questioni internazionali, la violenza chiama violenza in una catena senza fine. Saremo i più forti se riusciremo ad ubbidire alla voce che nasce dal profondo del nostro animo e che ci suggerisce questo nuovo comandamento: Disarmati di tutto il mondo, uniamoci” (Il terzo assente, 1989). Per difenderci dalla guerra, anziché nella guerra.

da qui

domenica 22 ottobre 2023

Elogio del dissenso - Pietro Polito

  

La dura repressione, a Torino, delle manifestazioni studentesche contro Giorgia Meloni pone, ancora una volta, il problema del dissenso nelle società democratiche. Al riguardo restano fondamentali le parole di N. Bobbio: «Il criterio discriminante tra democrazia e dispotismo è la maggiore o minore quantità di spazio riservato al dissenso».

Nel suo aureo libretto Il futuro della democrazia (Einaudi, 1984) Norberto Bobbio, afferma che, se c’è un «criterio discriminante» tra la democrazia e il dispotismo, questo è «la maggiore o minore quantità di spazio riservato al dissenso» (p. 53). Dopo le manifestazioni di protesta che si sono svolte a Torino lo scorso 3 ottobre 2023  durante la visita alla Città della Presidente del Consiglio Giorgia Meloni, che ha partecipato al Festival delle Regioni, giova ricordare questa massima scolpita nella nostra Costituzione. Anche alla luce del modo come la Presidente del Consiglio e il Ministro degli interni, Matteo Piantedosi hanno commentato i fatti di Torino. La prima: «Se le contestazioni sono dei centri sociali, lo considero perfettamente normale. Anzi, mi ricorda che sono dalla parte giusta della storia». Il secondo: «L’uso della forza e della violenza ingiustificata non è tollerabile» (1). A futura memoria, conviene registrare da un lato che è quanto meno pretenzioso ritenere di essere contemporaneamente dalla parte di Dio e della Storia, dall’altro che l’uso “giustificato” della forza e della violenza impegna in primo luogo lo Stato e i suoi apparati. Di più, in uno Stato democratico l’intervento giudiziario non può e non deve trasformarsi in uno strumento per garantire l’ordine pubblico. La questione, infatti, non riguarda solo alcune frange isolate e estremiste ma investe direttamente il rapporto tra i conflitti sociali e la giurisdizione.

In primo piano torna il grande tema della liceità e della legittimità del dissenso, che può essere manifestato sia attraverso la libera espressione delle opinioni personali sia riunendosi in associazioni legalmente riconosciute, sia promuovendo manifestazioni pubbliche più o meno di massa. Sta qui la differenza tra una democrazia costituzionale e una “democrazia giudiziaria”.

Il buon democratico sa che è inaccettabile «quella violenza contro giovani disarmati» che si è vista a Torino, che «non è giusto, non è logico, non è guardabile quell’accerchiamento di un ragazzino, con i manganelli che si muovono, i caschi schermati che nascondono i volti dei poliziotti mentre fanno quello che sono chiamati a fare per mestiere, e cioè tutelare la sicurezza di tutti noi», che «una libera democrazia è tale se fa vivere il dissenso» (E. Loewenthal, Quella violenza contro giovani disarmati, La Stampa, 4 ottobre, p. 8).

Quando il dissenso è lecito e legittimo secondo la teoria democratica? Come argomenta Norberto Bobbio in Il futuro della democrazia, il passaggio dallo stato di natura (che è uno stato polemico) allo stato civile (che è uno stato agonistico) non significa il passaggio da uno stato conflittuale a uno stato non conflittuale: la conflittualità non cessa, ciò che cambia è il modo in cui vengono risolti i conflitti. Il filosofo democratico non arriva a dire che la democrazia è «un sistema fondato non sul consenso ma sul dissenso». Tuttavia, sostiene, che «in un regime fondato sul consenso non imposto dall’alto, una qualche forma di dissenso è inevitabile, e che soltanto là dove il dissenso è libero di manifestarsi il consenso è reale, e che soltanto là dove il consenso è reale il sistema può dirsi a buon diritto democratico» (p. 53). Detto in breve, se nello Stato polemico il dissenso può e deve essere controllato anche con la forza perché può manifestarsi in modo conflittuale e violento, nello Stato agonistico – lo Stato democratico è uno Stato agonistico per definizione – il dissenso deve essere lasciato libero di esprimersi senza alcuna restrizione finché si esprime in modo conflittuale e nonviolento.

Se poi ci si pone dal punto di vista della teoria della nonviolenza, lo Stato nonviolento (e lo Stato democratico è uno Stato tendenzialmente nonviolento) si fonda sul dissenso e non sul consenso. La qualità di una buona democrazia si misura non dal grado del consenso ma da quello del dissenso. Il dissenso non è una manifestazione della vita democratica inevitabile e, come tale, consentita e da tollerare. Il dissenso è la via maestra per impedire il tralignamento della democrazia nell’autocrazia. L’aggiunta nonviolenta alla democrazia sta in una più ricca e variegata articolazione delle forme del dissenso individuale (il vegetarianesimo, il superamento del risentimento e della vendetta, la preghiera, la persuasione, il dialogo, l’esempio, il digiuno, la testimonianza, l’obiezione di coscienza, la non collaborazione) e del dissenso collettivo (la comunità nonviolenta, le marce, lo sciopero, il boicottaggio, il sabotaggio, la pubblicità delle iniziative, la disobbedienza civile). L’educazione al dissenso – l’educazione a dire consapevolmente di no – è «un elemento fondamentale dell’educazione civica, quando questa venga intesa non come una serie di obbedienze a ogni costo e a ogni autorità, ma come quella parte dell’educazione di sé e degli altri che ha lo scopo di preparare a partecipare nel modo meglio informato e più attivo alla complessa vita della comunità e al miglioramento continuo, senza violenza, delle sue strutture sociali e giuridiche (A. Capitini, Le tecniche della nonviolenza [1967], Edizioni dell’asino, 2009, p. 136)»

Nota:

(1) Per il Ministro della pubblica amministrazione, Paolo Zangrillo, i manifestanti di Torino sono «pseudo studenti che si trasformano in professionisti del disordine», mentre per il capogruppo di Fratelli d’Italia alla Camera, Francesco Lollobrigida, sono «epigoni della violenza e fiancheggiatori dell’eversione». Invece, per la vice capogruppo alla Camera dei deputati di Fratelli d’Italia, Augusta Montaruli, «c’è stata un’aggressione inammissibile da parte di facinorosi, travestiti, male, da studenti». Cfr. P. F. Borgia,“Giorgia qui a Torino non sei benvenuta”. E i finti studenti vanno all’assalto. Scontri con la polizia, il Giornale, 4 ottobre, p. 4. Per il Presidente della Regione Piemonte, Alberto Cirio, la colpa è di «una componente anarchica che contesta chiunque arrivi».

da qui