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domenica 1 febbraio 2026

Cristo e il metodo per capirlo, copyright © ing. Dostoevskij - Marco Pozzi

 

Gli scritti di Fëdor Dostoevskij sono una miniera per cogliere le convergenze e le (profonde) differenze tra lo spirito russo e quello europeo: realtà profondamente diverse che, peraltro, si specchiano. Marco Pozzi indaga da tempo quell’intreccio. Su queste pagine abbiamo pubblicato, nelle settimane e nei mesi scorsi, frammenti di quel lavoro di ricerca. Ad essi se ne affianca, qui, un altro. (la redazione)

«Ascolta una grande idea: ci fu sulla terra un giorno che nel mezzo della terra stavano tre croci. Uno dei crocifissi credeva al punto che disse a un tratto: “Oggi sarai con me in paradiso”. Finì il giorno, tutt’e due morirono, s’incamminarono e non trovarono né paradiso, né resurrezione. Non si avverò quanto era stato detto. Ascolta: quell’uomo era il più sublime di tutta la terra, formava ciò per cui essa deve vivere. Tutto il pianeta, con tutto ciò che c’è sopra, senza quell’uomo non è che follia. Non ci fu né prima, né dopo nessuno che Lo eguagliasse, né mai ci sarà: che è perfino un miracolo. In questo appunto sta il miracolo, che non ci fu e non ci sarà mai chi Lo eguaglia. Ma se è così, se le leggi della natura non hanno risparmiato neppur Quello, se non hanno risparmiato nemmeno il proprio miracolo, ma hanno obbligato anche Lui a vivere in mezzo alla menzogna e a morire per la menzogna, significa che tutto il pianeta non è che menzogna e poggia sulla menzogna e su una stupida beffa. Significa che le stesse leggi del pianeta sono una menzogna e un vaudeville del diavolo. Perché vivere, allora, rispondi, se sei un uomo?»

È l’ingegnere Aleksej Nilič Kirillov a chiederlo, nei Demoni (Parte terza, cap. sesto, II), romanzo pubblicato nel 1871 dall’ingegner Dostoevskij. Fra colleghi c’è sintonia, lo dimostra la famosa lettera che lo scrittore scrive al fratello non appena riacquista la libertà dopo la lunga prigionia in Siberia: «Vi dirò di me che io sono un figlio del secolo, sono un figlio del dubbio e della miscredenza, fino a oggi e (lo so) finché campo. Questa sete di fede mi è costata e mi costa spaventose sofferenze, ed essa cresce nel mio animo tanto più forte quanto più in me albergano conclusioni opposte. E tuttavia, Dio mi concede a volte degli attimi in cui sono assolutamente in pace; in quei momenti amo e vedo che sono amato dagli altri, e in quei momenti ripongo in me il simbolo della fede nel quale per me è tutto limpido e santo. Questo simbolo è molto semplice, ed è questo: credere che non ci sia niente di più bello, profondo, disponibile, sensato, coraggioso e perfetto di Cristo e non solo non c’è, ma mi dico con amore geloso, che nemmeno può esistere. Inoltre, se qualcuno mi dimostrasse che Cristo è al di fuori della verità, e davvero la verità si trovasse fuori di Cristo, preferirei comunque rimanere con Cristo piuttosto che con la verità» (fine gennaio o febbraio 1854). Cristo è al centro del ragionamento, come da secoli lo era in Russia.

Intorno all’anno Mille, dopo un viaggio a Costantinopoli, di cui resta estasiato, Vladimir I (972-1015), Principe di Novgorod e Gran Principe di Kiev, si converte al cristianesimo e porta la fede nella regione della Rus’, sotto l’influenza dalla tradizione bizantina, quell’impero romano d’Oriente non ancora caduto. Nel 1054, al culmine della tensione nei rapporti fra il Papa e il Patriarca di Costantinopoli, uno scisma dà origine al cristianesimo ortodosso, con sensibilità, dottrina e organizzazione differente.

Nella cultura europea gli imperatori cristiani si appoggiano ai sacerdoti (pontifices), i quali, negli ambiti di competenza, si attengono alle leggi emesse dall’imperatore, che si è insediato per volontà divina e all’autorità del sacerdote è rispettoso: i due poteri sono separati ma intrecciati. Più centralizzata intorno al pontefice è la chiesa di Roma, più conciliare quella d’Oriente; il sacerdote, nel celibato romano, mantiene un’esclusività verso la gerarchia ecclesiastica, mentre il sacerdote orientale è sposato.

Oltre che alle questioni teologiche, come quella del filioque, si contrappongono due modi distinti di sentire l’essere cristiano dentro la società: in Occidente le cronache riportano parecchi nomi di vescovi, mentre in Oriente la vita si svolge soprattutto nei monasteri. Qui le regole sono meno istituzionalizzate rispetto all’Occidente e, rispetto all’Occidente, molto meno impatto hanno i testi antichi di logica e di filosofia greca, mentre centrale è la dedizione intima al messaggio evangelico: più fede che filosofia. Il Nuovo Testamento prevede uno sforzo dell’anima dentro al mondo per raggiungere una dimensione nuova, culminata dalla resurrezione; in questo viaggio Cristo è la guida, l’ispirazione, l’ideale, per trionfare sulle perdizioni: è una maturità spirituale che passa dal rinnegamento e dal superamento di sé, di cui la spiritualità monastica è un’emanazione nel mondo, tanto che i monaci diventano portavoce nella chiesa d’Oriente a ispirazione nella perpetua lotta.

In tale contesto si rafforza la cultura monastica. Nelle chiese dentro i monasteri ‒ con l’iconostasi alta fino al soffitto e in mezzo le “porte regali”, dove, durante la funzione, accede il sacerdote per consacrare il pane e il vino dell’Eucarestia ‒ fiorisce l’arte delle icone: immagini dipinte del santo a cui la chiesa è consacrata, insieme a storie del Vangelo, apostoli e arcangeli. Vengono riconosciuti i primi santi ortodossi, aumentando il patrimonio religioso russo. L’intera chiesa russa diventa più autonoma, e si rafforza tanto più declina l’influenza mongola, causata anche dalla caduta di Costantinopoli nel 1453 che pone fine dalla civiltà bizantina: la città viene ribattezzata Istanbul e la basilica di Santa Sofia trasformata in moschea.

Per la Russia sorge un parallelismo con Israele, il popolo affidatario della vera fede circondato da popoli miscredenti: Mosca è la nuova Gerusalemme. Alla fine del XV la Russia non è più un insieme di principati, ma un’entità statale, tanto che la parola Rossija (dal greco) comincia a sostituire la parola Rus’. A sud il confine corre verso il nascente impero ottomano, con cui si commercia, come si commercia con l’Europa; a nord e a ovest si raggiungono pressoché i confini attuali, in un immenso territorio di foreste dove la popolazione si concentra lungo i fiumi; i contadini si sfamano di funghi, bacche e selvaggina dalle foreste, coltivano grano, allevano mucche e polli, come fittavoli della corona prima, poi come dipendenti del nobile locale.

Come rappresentare tutto ciò? Secoli di storia, di pensieri, di sentimenti? Di spiritualità, di umano, di trascendenza? L’ingegner Dostoevskij brevetta un metodo. Scrive in una lettera del 20 febbraio 1854: «Io vi dirò di me che sono un figlio del secolo, un figlio della miscredenza e del dubbio e che (lo so) lo resterò fino alla tomba. Quante terribili sofferenze mi è costato e mi costa questa sete di fede, la quale è tanto più forte nell’anima mia, quanto più sono gli argomenti contrari». E si legge nei suoi taccuini: «La negazione è necessaria, diversamente l’uomo finisce per essere sulla terra come una cimice. La negazione della terra è necessaria, per essere infiniti. Cristo, il più alto ideale positivo dell’uomo, porta in sé la negazione della terra, per quanto la sua ripetizione si è rivelata impossibile».

La leggenda del grande Inquisitore, composta da Ivan Karamazov, è un esempio magistrale di negazione, di lotta nella contraddizione. Se il pensiero che l’ingegner Dostoevskij voleva esprimere fosse stato una lode alla libertà che ci ha dato Cristo, avrebbe potuto affermarlo direttamente, attraverso una spiegazione degna della miglior saggistica, oppure con le parole di un personaggio, in un monologo, parlato o scritto (come ad esempio il diario di padre Zosima). Invece qui l’affermazione avviene in maniera diversa, cioè costruendo un personaggio, l’Inquisitore, che nega tale principio, e che lo nega proprio perché lo riconosce vero, ma inapplicabile: così vuole “correggere l’opera di Cristo” riconoscendone la troppa perfezione, inadatta a una creatura come l’uomo. La negazione perciò afferma, e proprio in quanto negazione esprime le contraddizioni che l’affermazione porta in sé, e proprio nell’esprimerle, evolvendosi il discorso, le supera. Il concetto così si forgia (“l’osanna”), si tempra passando nell’alternarsi di diverse temperature, la più alta e la più bassa possibile, al loro limite, come un’esplosione solare o lo zero kelvin. Ed è nella libertà che l’essere umano può vivere questa esperienza. Una libertà che si esprime nella sua ampiezza e nella sua contraddizione, di una coscienza che davanti alla scelta del bene e del male può scegliere il bene, senza negare l’esistenza del male, ma temprandosi attraverso di esso, modellando la propria identità, la quale soltanto in questa condizione può essere piena e non scissa, frammentata. Deve esistere la possibilità del Male per poter scegliere il Bene, la possibilità di essere la “creatura bipede e ingrata”, e non “una puntina di organetto”, che gira e gira in un solco dal momento che non potrebbe far altrimenti. È necessario un gancio-traino verso l’assoluto, un asintoto morale sul quale ascendere.

Se la stessa idea di partenza fosse stata espressa in altro modo, diciamo più consueta, più lineare, più prevedibile, a chi la riceve sarebbe arrivata molto più debole; invece, approfondendola sino al fondo nella sua negazione, chi la riceve è come se dentro di sé già avesse percorso ogni possibile obiezione, ogni dubbio in cui si sarebbe attardato. Perciò la conoscenza è superiore: durante la lettura della Leggenda il percorso comprende molte stazioni intermedie, che il lettore esperisce dentro sé stesso: sia quelle già conosciute, sia quelle ancora sconosciute, in una via crucis o giro turistico che include ogni highlight da visitare.

L’ingegner Dostoevskij commenta in una delle sue ultime lettere: «Quegli imbecilli non hanno mai visto nemmeno in sogno una potenza di negazione simile a quella che ho messo nella mia Leggenda del Grande Inquisitore e nel capitolo che precede. La loro stupidità non potrà mai immaginare la potenza di negazione che io ho conosciuto». È un modo di conoscere il mondo, un viaggio nelle possibilità infinite della storia, in tempo zero, coi piedi sul divano, o sdraiato nel letto, ma con un libro in mano.

da qui

domenica 3 gennaio 2021

I fratelli Karamazov - Fëdor Dostoevskij

Ho letto le mille pagine del libro, ci ho messo più del solito, perché rallentavo, e a volte rileggevo.

Non capita spesso, ma quando capita e arrivi alla fine, dici: già finito?.

Impossibile raccontare di cosa parla un libro, questo libro, e chi lo facesse lo farebbe male.

Solo una cosa posso dire, i tre fratelli si chiamano Ivan, Aleksej e Dmitrij, spero di non aver anticipato troppo.

Provate a raccontare una musica di Mozart o Beethoven, o a raccontare un quadro di Picasso, provateci e poi mi dite cosa capisce chi ascolta.

Tutto succede in pochi giorni e succede tutto quello che può capitare all’animo umano.

Quasi tutte le pagine da sole valgono un libro intero e tante pagine così emozionanti, coinvolgenti, sorprendenti costruiscono un libro immenso.

Se vi volete male non pensate neanche di prendere in mano I fratelli Karamazov, ci sono così tante cose peggiori da fare, ma se ci provate e arrivate alla fine vi accorgerete quanto tempo avete speso in attività inutili nella vita.

Il maestro Manzi direbbe che non è mai troppo tardi.

Ascoltatelo.

Buona indimenticabile lettura.

 

Ps: ho trovato in rete una lettera di Dostoevskij al fratello, scritta in prigione, prima di partire per quattro anni di lavori forzati in Siberia, eccola qui

 

 

 

I fratelli Karamazov è il titolo di uno sceneggiato televisivo diretto da Sandro Bolchi e trasmesso dal Programma Nazionale della RAI nel 1969 – si può guardare su Raiplay (qui qualche link)

 

 

 

 

Tutto è già stato scritto, tutto già commentato a proposito di questa opera grandiosa e solenne. Diventa pertanto complicato scrivere una recensione senza risultare banali o annoiare, ma a conclusione di una lettura così imponente, dopo una mese passato in compagnia dei fratelli Karamazov, si sente forse questa esigenza di raccogliere qualche idea in proposito e lasciarla su queste pagine. Più che un romanzo si può forse considerare “un’opera omnia”, perché Dostoevskij affronta una serie di tematiche, di questioni esistenziali nelle quali l’intera umanità si riconosce, riscontrabili nell’operato dei quattro fratelli K., che emblematicamente, assumono una portata simbolica. Citando le parole pronunciate dal procuratore durante la requisitoria, nel dibattimento processuale a carico di Dmitrij accusato di parricidio, si capisce che i Karamazov sono “creature vaste…capaci di mescolare tra loro tutte le possibili contraddizioni e in un colpo solo contemplare entrambi gli abissi, l’abisso che sta sopra di noi, quello degli ideali superiori e l’abisso che sta sotto di noi, quello del degrado più basso e fetido”. I quattro fratelli sono eroi tipicamente Dostoevskiani che si fanno carico di quella dicotomia bene-male così evidente in tante opere dell’autore.
A partire da Alesa (o Aleksej), il fratello buono e puro per antonomasia, evidente portatore di bene, assoluto credente. La fede e la bontà sono ingredienti di cui questo libro è colmo ed i messaggi di amore verso il prossimo riecheggiano frequentemente scorrendo le tante pagine, distribuiti dall’autore nelle mani (e nella bocca) non solo di Alesa ma anche dello Starec Zosima, figura monacale intrisa di santità, quasi una personificazione di Cristo sulla terra: “ Amatevi gli uni con gli altri….Amate il popolo di Dio…Non abbiate paura del vostro peccato, persino quando l’avrete riconosciuto, purchè vi sia il pentimento”…

da qui

 

…I fratelli Karamàzov è l'ultimo romanzo scritto da Fëdor Dostoevskij: nelle intenzioni dell'autore avrebbe dovuto essere il primo capitolo di una trilogia, ma la morte lo colse quattro mesi dopo la pubblicazione del romanzo, avvenuta come spessissimo succedeva nel XIX secolo a puntate su di un periodico politico (la rivista “Russkij Vestnik”, per la precisione) prima che in volume. Oggetto di numerose riduzioni cinematografiche e teatrali, indicato da tanti intellettuali e artisti del '900 come libro preferito e persino citato da Papa Benedetto XVI in una enciclica, I fratelli Karamàzov è al tempo stesso una saga familiare, un affresco storico-politico, un pamphlet sulla religione e un noir. Non mancano i riferimenti autobiografici: nel 1878 la morte per una crisi epilettica di Alyosha, il figlio di 3 anni di Dostoevskij, lo condusse al monastero di Optina e lo indusse a profonde riflessioni di natura religiosa. Il protagonista del romanzo (o almeno quello così definito dal narratore) Alekséj è l'uomo che l'autore avrebbe voluto il suo piccolo sfortunato Alyosha divenisse, e la figura del “santo” Zosìma è ricalcata su quella di Elder Leonid, un monaco venerato a Optina. Secondo l'interpretazione della maggior parte della critica letteraria - su I fratelli Karamàzov sono stati scritti una quantità incredibile di saggi - l'odioso capofamiglia Fëdor Pávlovič Karamàzov rappresenterebbe la Russia zarista corrotta e decaduta, che può riscattarsi (come del resto tutti noi, suggerisce Dostoevskji) solo attraverso la sofferenza e l'amore, affidando il suo futuro all'innocenza dei bambini, delle nuove generazioni che condurranno verosimilmente la nazione alla gloria internazionale. In effetti pochi decenni dopo l'avvento di Lenin prima e di Stalin poi (e la rivoluzione non è forse anche un parricidio?) avrebbero creato il gigante sovietico, per 70 anni circa alla guida di mezzo mondo, ma verosimilmente lo scrittore russo immaginava qualcosa di un po' diverso. Rigettando le istanze socialiste e il nichilismo secondo lui già sin troppo radicato nella cultura arcaica russa, Dostoevskij riscopre l'anelito religioso e indica nella spiritualità la chiave dell'esistenza: non è però una conversione banale e senile, bensì una visione complessa (e anche contraddittoria) e molto moderna. Furioso per le accuse di moralismo ricevute dal romanzo, egli stesso scriveva poche settimane prima di morire: “Non è come un imbecille qualsiasi (fanatico) che io credo in Dio. E quelli là vogliono insegnare a me e ridono della mia arretratezza!”. Di qualsiasi fede si tratti, quella espressa ne I fratelli Karamàzov è fatta più di domande che di risposte, più di dubbi che di certezze, più di ricerca nevrotica che di serenità. Come tutt'altro che serene sono le traiettorie di vita dei personaggi, inzuppati fino in fondo all'anima di rancore e disprezzo, coinvolti in vicende losche e degradate (stupri, ricatti, prostituzione), travolti da una vicenda giudiziaria angosciante che non riesce a fare luce su un parricidio che ha molto di simbolico. È come se Dostoevskij avesse voluto scrivere un romanzo per donare una luce ai suoi lettori e invece avesse finito per rendere ancora più scuro il buio che incombe su tutti noi.

da qui

 

…I Fratelli Karamazov segna uno dei vertici della letteratura moderna e non solo moderna, sia sul piano formale che su quello contenutistico, piani entrambi vincolati a quel legame indissolubile con l’analisi dell’uomo e del mondo intorno. La sua importanza, dunque, come vero e proprio mito, non può non protrarsi nella sua significanza odierna, e la sua letterarietà non resta di certo appannata dalla sua connotazione storico-geografica che, seppur importante, vitale, necessaria, non drena la potenza espressiva e contenutistica di questa mirabile opera d’arte. Tutta russa, certamente, ma anche incredibilmente occidentale per natura, e non solo per conseguenza. Come forse solo nell'”Edipo Re”, nella “Commedia”, nell'”Amleto” e in poco altro, si può facilmente trascendere il contesto e vederlo come la coscienza dell’uomo occidentale. E quest’uomo, seppur non si chiamerà necessariamente così, avrà dentro di lui il nome Karamazov. Le sue colpe, le sue brame, la sua forza…

…In Herman Hesse, estremo estimatore dell’autore, si può leggere come, per leggere Dostoevskij, si debba essere “nel momento in cui, soli e paralizzati in mezzo allo squallore, volgiamo lo sguardo alla vita e non la comprendiamo nella sua splendida, selvaggia crudeltà e non ne vogliamo più sapere, allora, ecco, siamo maturi per la musica di questo terribile e magnifico poeta“. Proprio nella stessa battaglia titanica contro Dio (che sarà quella romantica di capolavori come “Moby Dick”), contro il Padre stesso, l’origine, e contro quindi se stessi che la trinità (non certo a caso dei figli principali di Fëdor Pavlovič: Ivan, Aleksej e Dmitrij) diventa pluralità, che l’assassino, il reo, il colpevole non possa essere uno, che il modo di vedere il tutto come manifestazione del singolo possa essere inequivocabile. Karamazov non è un tipo di uomo, non è solo il romantico, l’illuminista, l’inetto, il russo, il ricco, il povero, il dissoluto. Karamazov è l’ogni-uomo, perfino l’oltre-uomo in potenza (per usare termini cari al vicinissimo Nietzsche). La coscienza stessa della stirpe di Caino, di Cesare e del Cristo. L’umanità Karamazov. La sua coscienza stessa resa manifesta, fatta carne e nominata col nome del Padre.

da qui

 

…leggendo I fratelli Karamazov, oltre a riconoscere, come ci insegna Freud, un percorso al parricidio, scopriamo interrogativi portanti, non nella risposta ma in sé. Dalla presenza di Dio al ruolo della bontà, dall’egoismo al vero significato dell’amore. Cos’è la crudeltà? E il peccato? Ci ritroviamo, mediate le parole di Dostoevskij, in un presente all’apparenza distante. Interrogativi che sbattono contro un muro. Quello della vita, un mistero di domande. Esiste risposta, c’è una soluzione? Beh, per scoprirla dobbiamo leggere, non è così aprioristico ribattere. Ma affrontando I fratelli Karamazov vedremo dilaniata la nostra coscienza e ragione. Ci ritroveremo eretici, nevrotici, passionali, altruisti. Ci ritroveremo nella ricca personalità dell’autore, in cui Freud distingue “lo scrittore, il nevrotico, il moralista e il peccatore” e aggiunge “Come raccapezzarsi in questa sconcertante complessità?”. Appunto, come venire a capo di un capolavoro? Non si può, perché, avrebbe detto Wilde, ci vuole un altro artista, non la critica. Quindi cosa fare? Nient’altro che l’abbandono a chi ci ha superato e preceduto, a chi rappresenta uno dei più grandi maestri della letteratura. Chapeau, prima di sfogliare le pagine de I fratelli Karamazov. Prima di cambiare vita, prima del nostro nuovo altrove letterario.

da qui

 

I fratelli Karamazov di Fëdor Dostoevskij è un libro necessario, come pochi altri nella storia della letteratura. Necessario per chiunque senta il bisogno – atavico, primordiale come sottolinea Leopardi nel Canto notturno di un pastore errante dell’Asia [1], e invece sempre più raro nella nostra epoca vuota, dominata dall’apparenza, dalla stupidità, la Grande Stupidità di manniana memoria [2], dall’ignoranza, dall’incoscienza, dall’inautenticità in sostanza, dalla rettorica, del male come del bene – di non arrestarsi alla superficie, ma di penetrare in profondità, fino a decifrare, o almeno tentare di decifrare, il «mistero» uomo [3]. E nell’ultimo e più grande romanzo dello scrittore russo (in realtà, come ho già scritto altrove, d’accordo con Freud reputo I fratelli Karamazov non solo il più grande romanzo di Dostoevskij, ma il più grande romanzo dell’intera storia della letteratura) arte, filosofia e morale, i tre parametri boiniani ai quali ho sempre fatto riferimento nella valutazione di un testo, interagiscono e si fondono in un’opera monumentale che ha il supremo valore del «libro sacro» [4].

La creazione di un libro totale, definitivo, che contenga e veicoli l’ultima, estrema, severa parola, dopo il quale poter morire più o meno serenamente, in pace con se stessi e in accordo con la propria missione, senza dover temere o rimpiangere di non essere riusciti a dire tutto ciò che doveva essere detto, tutto ciò che era necessario fosse detto, è un’idea fissa per molti scrittori, soprattutto per quegli scrittori che alla vocazione letteraria abbinano una spiccata vocazione filosofica e morale. Alcuni di essi falliscono, altri invece riescono, e tra questi vi è Dostoevskij, che, giunto alla fase conclusiva della sua tormentata e romanzesca esistenza, crea I fratelli Karamazov, il suo libro totale, definitivo, veicolo della sua ultima, estrema, severa parola, ideale sintesi artistico-letteraria del suo pensiero [5]…

da qui

 

 

 

venerdì 30 ottobre 2020

QUANDO THOMAS BERNHARD FU SALVATO DAI “DEMONI” DI DOSTOEVSKIJ - Cosimo Mongelli

 

Per chi, come me, ritiene di ritrovarsi in un mondo ridicolo, nell’era più ridicola della storia, cui felicità è solo un’impalpabile illusione decantata da chi, della felicità, non ne sa cogliere che l’aspetto più vacuo e artificioso, i significati stanno altrove. Il senso della vita, sta altrove. Per chi, come me, fa della letteratura un’entità dirimente, tra chi è vivo e chi sopravvive, leggere e rileggere Fëdor Dostoevskij è aria da respirare, l’unica aria possibile da respirare. E Dostoevskij e il respiro sono le stigmate di un altro autore a me caro, per me fondamentale: Thomas Bernhard. Ora, per cogliere almeno un riflesso della poetica, della profondità, dell’abisso dell’animo di Thomas Bernhard, leggere i suoi libri autobiografici è passo fondamentale (son cinque, tutti necessari: L’origine, La cantina, Il respiro, Il freddo, Un bambino; sempre sia lode ad Adelphi), è passo decisivo oltre che catartico. E l’animo e la vita di Thomas Bernhard son stati legati a infinito filo con la sua malattia, col respiro appunto, con i polmoni che l’hanno perseguitato sin dall’adolescenza e quindi ucciso a soli 58 anni, nel 1989. Se nel volume (il terzo dei cinque) Il respiro abbiamo lo scrittore ancora adolescente che si ritrova ricoverato a Grossgamin con una sospetta tubercolosi, nel successivo Il freddo la tubercolosi è ferale certezza. Ed è in questo passo autobiografico, il suo soggiorno al sanatorio di Grafenhof, che Dostoevskij si palesa per dare un senso, il senso, alla vita dello scrittore.  Il respiro e Dostoevskij. Tutto torna, tutto si spiega.

*

Urge però cominciare da un preludio: durante il ricovero a Grafenhof la madre di Thomas, da tempo malata di cancro, viene a mancare. E Bernhard lo viene a sapere nel modo più crudele e grottesco possibile: “Fu allora che scoprii un giorno nella rubrica ‘annunci mortuari’ del giornale che avevo portato con me sulla panchina il seguente annuncio ‘Herta Pavian, 46 anni’. Era mia madre. Lei si chiamava Herta Fabjan, ma senza dubbio il nome Pavian era frutto di un fraintendimento del giornale che si faceva comunicare quotidianamente per telefono i decessi del giorno per pubblicarla in una rubrica nascosta ma letta avidamente da tutti. Herta Pavian! Corsi nella mia stanza e dissi al dottore, il quale giaceva nel suo letto più morto che vivo, che mia madre era morta e che il suo decesso veniva riportato dal giornale sotto il nome di Herta Pavian anziché sotto il nome giusto di Herta Fabjan. ‘Herta Pavian, 46 anni’, ripetevo in continuazione tra me e me”. Bernhard ottiene il permesso per poter almeno andare al funerale, ma il grottesco di quell’annuncio rende insopportabile persino l’ultimo addio: “Continuavo a sentire da tutte le parti la parola ‘Pavian’ e per finire fui costretto a lasciare il cimitero prima ancora che la cerimonia finisse. Pavian! Pavian! Pavian! sentivo urlare nelle mie orecchie e lasciai precipitosamente il paese senza aspettare i miei, e feci ritorno a Salisburgo”. Il mondo di Bernhard crolla a pezzi, in briciole, in polvere: “Adesso ho perso tutto, pensavo, adesso la mia vita è completamente senza senso. Mi piegai al corso della giornata, non mi preoccupavo più di nulla, subivo passivamente ogni cosa. Lasciavo che tutto si avvicinasse a me purché niente assumesse una forma distinta, sopportavo le cose soltanto quando erano indistinte, confuse. Trascorsi alcune settimane in questo stato”.

*

A salvare Thomas sono i libri. A dare una speranza, uno scopo, un motivo di vivere, e non sopravvivere, è in particolare un libro. Il libro di tutti i libri, per Bernhard (e per chiunque colga il significato del leggere): “Mi immersi in Verlaine e in Trakl, e lessi ‘I demoni’ di Dostoevskij, un libro di una tale insaziabilità e radicalismo, e anche di una tale grossezza non lo avevo mai letto in tutta la mia vita, mi inebriai e per qualche tempo mi perdetti totalmente nei ‘Demoni’. Quando ritornai in me, per un po’ non volli leggere nient’altro perché sapevo con certezza che avrei avuto un’immensa delusione, che sarei caduto in un abisso terrorizzante. Per settimane intere rifiutai qualsiasi altra lettura. La mostruosità dei ‘Demoni’ mi aveva fortificato, mi aveva mostrato una via, mi aveva detto che ero sulla buona strada per ‘venirne fuori’. Ero stato così colpito da un’opera letteraria impetuosa e grande che io stesso ne ero uscito come un eroe. Non mi è accaduto spesso, in seguito, che un’opera letteraria esercitasse su di me un influsso così immenso. (…) Il pudore che mi tratteneva dallo scrivere poesie era più grande di quanto avessi pensato, e quindi mi astenni dallo scrivere anche una sola poesia. Cercai di leggere i libri di mio nonno ma non vi riuscii, ne avevo passate troppe nel frattempo, avevo visto troppe cose, li misi da parte. Nei ‘Demoni’ avevo trovato una consonanza. Cercai nella biblioteca altri prodigi di quel genere, opere altrettanto eccezionali, ma non ce n’erano più. È superfluo elencare i nomi degli autori di cui ho aperto i libri per poi richiuderli immediatamente perché quei libri non potevano far altro che disgustarmi per la loro pochezza e meschinità. La letteratura, fatta eccezione per ‘I demoni’, non era fatta per me, ma io pensavo che di questi ‘Demoni’ ne esistono certamente altri. Ma certo non dovevo cercarli nella biblioteca del sanatorio, che straripava di ottusità e cattivo gusto, di cattolicesimo e nazionalsocialismo Ma come fare a procurarsi altri ‘Demoni’? La sola via possibile per me era lasciare Grafenhof al più presto e cercare in libertà altri ‘Demoni’”. Bernhard, dopo quasi un anno lascia Grafenhof. Segue controvoglia le indicazioni mediche, salta i controlli, avrebbe quindi bisogno di ritornarci. Ma è deciso. Ha deciso. Le sembianze che avrà la sua morte già le conosce, il suo respiro è compromesso per sempre. I demoni li troverà e li scriverà, nelle sue pagine e nei suoi libri. Ma non bastano queste poche righe per raccontarli.  Ci sono le sue opere. Divoratele.

http://www.pangea.news/bernhard-dostoevskij-mongelli/