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giovedì 6 giugno 2024

La lotta al Global Combat Air Programme (GCAP) va lanciata adesso prima che sia troppo tardi

 

Il GCAP è un’iniziativa congiunta tra Italia, Giappone e Regno Unito per sviluppare un caccia multiruolo stealth di sesta generazione, chiamato Tempest. L’Italia ha previsto una spesa iniziale di 6 miliardi di euro. Prosciugherà i fondi per la lotta all’inquinamento e ai cambiamenti climatici.

 

Lettera collettiva

Fonte: Il Manifesto

 https://ilmanifesto.it/lettere/no-al-gcap-si-alla-transizione-ecologica

La nostra lotta come movimento pacifista è tanto più efficace quanto più siamo in grado di essere proattivi, ossia capaci di intervenire con tempismo, “prima” che la questione divenga troppo difficile da gestire. Dobbiamo essere pertanto proattivi sul GCAP, il caccia di sesta generazione targato Italia, RegnoUnito e Giappone. La lotta al programma GCAP (Global Combat Air Programme) è l’obiettivo da portare avanti adesso, non domani o dopodomani. Non c’è tempo da perdere. Non abbiamo ancora finito di pagare l’F35 che già ci vogliono far pagare questo nuovo caccia di sesta generazione sfruttando il clima di guerra e la paura che la Russia attacchi l’Europa.

 

Il GCAP è un’iniziativa congiunta tra Italia, Giappone e Regno Unito per sviluppare un caccia multiruolo stealth di sesta generazione, chiamato Tempest. Il progetto prevede la collaborazione tra le industrie nazionali di difesa, tra cui Leonardo per l’Italia, BAE Systems per il Regno Unito e Mitsubishi per il Giappone. L’obiettivo è realizzare il successore dell’Eurofighter Typhoon, che dovrebbe entrare in servizio nel 2035.

Il caccia Tempest sarà dotato di tecnologie avanzate, come missili ipersonici, modalità drone e intelligenza artificiale. Sarà in grado di operare in modo autonomo o in coordinamento con altri velivoli e droni, formando un sistema di sistemi. Sarà anche progettato per ridurre al minimo la sua tracciabilità da parte dei radar e dei sensori infrarossi.

I costi del programma GCAP sono ancora incerti, ma si stima che richiederanno un investimento di decine di miliardi di euro da parte dei tre paesi coinvolti. L’Italia ha previsto una spesa iniziale di 6 miliardi di euro per le fasi di valutazione, analisi, progetto preliminare e sviluppo

Va chiarito che questo nuovo programma si realizzerebbe mentre l’Italia continua a spendere denaro pubblico per l’evoluzione tecnologica degli Eurofighter e per l’acquisto degli F35 (a oggi quelli già in dotazione sono un terzo dei 90 previsti). E va sottolineato che i 6 miliardi d’investimento per i Tempest da parte dell’Italia riguardano le prime fasi e non la produzione/acquisto. 

Da parte sua il Regno Unito ha stanziato 2 miliardi di sterline, ma il costo finale potrebbe arrivare a 25 miliardi di sterline.

Il Giappone non ha ancora comunicato i suoi piani di finanziamento.

Queste nuove spese belliche sono una follia, soprattutto in un momento di crisi economica, sociale e sanitaria, in cui le risorse pubbliche dovrebbero essere destinate a tutelare la salute, l’istruzione, la cultura, il lavoro, la giustizia sociale e la pace. Il GCAP non solo rappresenta una minaccia per la sicurezza globale, alimentando una nuova corsa agli armamenti e una logica di confronto e aggressione, ma anche per l’ambiente, prosciugato i fondi per la lotta all’inquinamento e ai cambiamenti climatici.

Occorre creare un’alleanza fra movimento pacifista e movimento ambientalista indicando nelle risorse del GCAP (da cancellare e riconvertire) la leva del finanziamento nel campo della bonifica dei siti inquinati e della riconversione ecologica. Il GCAP costituisce un’ipoteca sul futuro del bilancio italiano. Dobbiamo saper dire: voi che riuscite a trovare i fondi per il caccia di sesta generazione e per il GCAP adesso non avete più alibi quando li lesinate per la tutela ambientale. Quei fondi vanno riconvertiti per fini di transizione ecologica. Per dare nuova occupazione ai lavoratori delle aziende in crisi come l’Ilva. Una alleanza fra lavoratori, pacifisti ed ecologisti: questo dovrebbe essere il nostro obiettivo strategico.

Non possiamo accettare che il nostro paese sia coinvolto in un progetto bellico e dispendioso, che va contro gli interessi della maggioranza della popolazione. Dobbiamo difendere i principi della Costituzione italiana, che impegna l’Italia a ripudiare la guerra. Occorre inoltre promuovere la cooperazione internazionale. Dobbiamo bloccare la corsa al riarmo che è solo l’anticamera di un pericoloso confronto militare sempre più ravvicinato con la Russia e con la Cina.

A proposito della Cina: il governo Meloni prevede esercitazioni militari della flotta italiana nell’Indo-Pacifico. Davanti alle isole giapponesi contese con la Cina. Davanti alle coste cinesi l’Italia sarà presente con gli F35 italiani e la portaerei Cavour. Se la Cina facesse la stessa cosa davanti alle coste italiane grideremmo alla provocazione. E invece la provocazione la stiamo organizzando noi, su istigazione degli Stati Uniti. Mai avevamo organizzato una esercitazione militare fuori dal perimetro di competenza della Nato. Oggi sta avvenendo l’impensabile, l’inusitato. Chiediamo ai partiti fedeli alla Costituzione di far sentire la propria voce. Chiediamo al Parlamento di riprendere il controllo della spesa pubblica e di far uscire l’Italia dal programma GCAP prima che sia troppo tardi e che gli impegni firmati leghino mani e piedi la nostra nazione a un progetto dispendioso e proiettato verso la guerra.

Invece occorre investire i fondi del GCAP in politiche sociali ed ecologiche, che siano davvero utili per il bene comune e per il futuro della nostra società.

Gianni Alioti
Marinella Correggia
Franco Dinelli
Gabriella Falcicchio
Domenico Gallo
Alessandro Marescotti
Massimo Moretti
Valeria Monno
Elio Pagani
Domenico Palermo
Enrico Peyretti
Alex Zanotelli

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giovedì 24 agosto 2023

Nel silenzio dei paladini dei "diritti umani", continua in Libano la detenzione (senza processo) di Hannibal Gheddafi - Marinella Correggia

  

In Libano, il governo e le autorità  giudiziarie continuano a violare le norme internazionali sui diritti umani e anche la logica, mantenendo in carcere dal 2016 - senza processo e senza accuse - uno dei figli superstiti di Muammar Gheddafi, Hannibal. Il quale ormai rischia la vita perché è da giugno in sciopero della fame e fa la spola fra prigione e ospedale.

Un ulteriore scandalo è il silenzio sia degli Stati forti che potrebbero fare pressione sull'indebitatissimo paese levantino, sia degli organismi dell'Onu (come l'Alto commissariato per i diritti umani sempre solerte nel bacchettare questo e quello), sia delle ONG come Amnesty International e Human Rights Watch. 

Solo lo sciopero della fame ha costretto i media internazionali mainstream a occuparsi del caso. 

Eppure perfino il governo e le autorità giudiziarie di Tripoli, nient'affatto gheddafiane, hanno ripetutamente e invano chiesto al Libano di liberare Hannibal Gheddafi, tanto più visto il deterioramento delle sue condizioni.  

Il procuratore generale libico Al-Sediq al-Sour ha interpellato il suo omologo libanese, Ghassan Oueidat. I funzionari hanno parlato con l'agenzia di stampa The Associated Press a condizione di anonimato perché non autorizzati a parlare con i media. 

Nel documento si chiede perché Gheddafi sia detenuto da tanti anni e si chiede che sia liberato per.poter tornare in Libia o in Siria, dove aveva ottenuto asilo politico (dopo la guerra Nato in Libia nel 2011) e dove viveva con la moglie libanese, Aline Skaf, e i figli fino a quando, otto anni fa, era stato rapito e portato in Libano da combattenti libanesi che chiedevano informazioni sulla sorte di al-Sadr. La polizia libanese aveva poi annunciato di aver prelevato Gheddafi dalla città di Baalbek, nel nord-est del Libano, dove era detenuto. Da allora è stato portato in un carcere di Beirut. 

La nota del procuratore libico al-Sour afferma che la cooperazione del Libano nella questione Hannibal Gheddafi potrebbe contribuire a rivelare la verità sulla sorte di un importante leader sciita libanese, Moussa al-Sadr, scomparso in Libia nel 1978. Hannibal Gheddafi all'epoca aveva tre anni.  

Il caso è stato inviato a Zaher Hamadeh, il giudice istruttore del caso al-Sadr, che sta esaminando la richiesta libica. 

 Al-Sadr è  stato il fondatore della milizia libanese armata sciita Amal. I seguaci di al-Sadr sono tutt'ora convinti che Muammar Gheddafi ne avesse ordinato l'uccisione nel corso di una disputa circa le sovvenzioni libiche alle milizie libanesi. ma la Jamahiriya aveva sempre sostenuto che al-Sadr e i suoi due compagni avevano lasciato Tripoli a bordo di un aereo per k'Italia e aveva suggerito che l'imam fosse rimasto vittima di una lotta di potere fra gruppi sciiti. 

La famiglia di al-Sadr, poi, ritiene che possa essere ancora vivo in una prigione libica, anche se la maggior parte dei libanesi presume che al-Sadr sia morto. Avrebbe 94 anni. Oltretutto, la Libia ha attraversato ogni genere di vicissitudini, dopo la guerra Nato del 2011. 

In ogni caso all'epoca Hannibal aveva tre anni.  

Capo del gruppo Amal ora è Nabih Berri, potentissimo presidente del Parlamento libanese, dal 1992!  

E questo forse spiega il cocciuto rifiuto del Libano, finora. 

La Siria, paese di asilo di Hannibal Gheddafi, ha invano denunciato il suo rapimento da parte di una "gang armata", chiedendone la liberazione.

da qui

 

giovedì 2 febbraio 2023

DAMASCO, L’INVERNO PEGGIORE

 

Inviato da Enrico Vigna

 

Le distruzioni della guerra, la perdita dei giacimenti petroliferi e le sanzioni occidentali influenzano tutti gli aspetti della vita di milioni di siriani. Reportage da una capitale fantasma. 

QUESTA è la situazione della SIRIA, un paese e un popolo aggrediti martoriati e vessati da 11 ANNI, nel silenzio mediatico e nell’indifferenza dell’occidente e dei suoi cantori. Ogni ora ci parlano, narrano, denunciano, minacciano circa la situazione in Ucraina dell’ULTIMO ANNO, quando, per otto anni la guerra contro la popolazione in Donbass era stata silenziata, obliata, nascosta. 13.000 civili uccisi, tra cui 300 bambini e migliaia di donne e anziani, oltre a 33.000 mutilati e feriti. PER OTTO ANNI NON HANNO FATTO NOTIZIA. Tranne poche voci, nessuno si è commosso, nessuna gara di solidarietà, nessuno si è “sensibilizzato” o indignato. Erano bambini, donne, anziani di “SERIE B”, forse “subumani, come pensava il nazismo dei popoli slavi. E anche della Siria e del popolo siriano la “vulgata”è identica.

Sono quei popoli e paesi che non rientrano nei canoni della “civiltà occidentale”, che cercano strade e vie indipendenti, non allineate, difendono caparbiamente la propria storia, custodiscono caramente le proprie radici, le proprie tradizioni, le proprie scelte politiche, le proprie culture e spiritualità.

Ciò, in questo mondo unipolare, egemonizzato e dominato dalle politiche statunitensi e dai poteri finanziari internazionali ad essi legati, con il servilismo delle classi politiche dei paesi “asserviti” e incapaci di politiche autonome e legate agli interessi nazionali. La “insignificante” Italia ne è un esempio dei più lampanti: decine e decine di governi e coalizioni di varie colorazioni e partiti, oltre 75 anni di politiche, SEMPRE asservite all’interesse atlantista e USA, mai un partito di nessuna tendenza o colore, che abbia avuto il coraggio di dire NO, di affermare in primis l’interesse nazionale dell’Italia e della sua popolazione.

Questo spiega il “silenzio”, l’indifferenza, il distacco e la partecipazione alle aggressioni ai popoli renitenti in questi decenni. Dall’Iraq all’Afghanistan, dalla Jugoslavia al Libano, dalla Siria alla Libia, dalla Palestina allo Yemen e oggi in Ucraina.

Noi continuiamo a denunciare, informare, agire al fianco di questi popoli. Come SOS Siria/CIVG abbiamo in questi undici anni costruito e supportato oltre una decina di Progetti di Solidarietà concreta…e continuiamo.

L’invito è a leggere questa drammatica, ma lucida testimonianza, che, senza troppe voli pindarici e analitici, ci dà la fotografia di cosa hanno fatto di questo paese e di questo popolo, gli USA ed i loro scagnozzi, in questo caso gli jihadisti e, in Ucraina, i neonazisti di Kiev, con i vari servitori occidentali, per i loro famelici e banditeschi interessi geopolitici ed egemonici.

Ma nessun informatore, nessun finto pacifista o democratico, nessun cittadino o “sinistro” attivista della cosiddetta ed agonizzante “sinistra” italiana, si senta assolto. Sono tutti complici di questa situazione e di queste tremende sofferenze. Vergogna, vergogna e vergogna è l’unico termine eticamente, politicamente, storicamente e spiritualmente consono alle loro misere esistenze.

Grazie a Fiorenza di Ora Pro Siria per il continuo e prezioso lavoro di informazione e denuncia che da sempre fa.

Aiutateci ad aiutarli…a RESISTERE. Enrico Vigna SOS Siria/CIVG

SOS SIRIA/CIVGla nostra solidarietà concreta continua



25 gennaio 2023

PAUL KHALIFEH,  DI RITORNO DA DAMASCO

«Ali, domani andrai con tuo zio ad Harasta a raccogliere legna da ardere!». Rannicchiata sotto due spesse coperte in un angolo del soggiorno, Soumaya rimprovera il figlio con uno sguardo severo. «Non avresti dovuto aspettare che gli ultimi rami fossero consumati prima di andare», lo rimprovera Al centro della stanza coperta di tappeti, le ultime manciate di ghiande di quercia e gusci di pistacchio bruciano in una stufa a legna color ruggine. Il poco calore che emette non è sufficiente a migliorare davvero la temperatura. Dall’altra parte della stanza, un uomo anziano si strofina energicamente le mani. Al centro della stanza, quasi incollati alla stufa, due bambini condividono una pelle di montone. 

A Damasco, dove la temperatura è vicina allo zero, la lotta contro il freddo è la sfida principale per gli abitanti. «La mia unica preoccupazione è riscaldare la mia famiglia durante questo rigido inverno, dice Soumaya, vedova, che a 50 anni ne dimostra dieci di più. Tutto ciò che può essere bruciato va sul fuoco». «Il freddo è il peggior nemico», afferma il vecchio con voce roca.

Combustibili introvabili

Per la maggior parte dei siriani, il sistema di riscaldamento centrale a gasolio è un vecchio ricordo, un grande lusso che solo pochi fortunati possono ancora permettersi, vista la cronica carenza di carburante. La maggior parte delle famiglie è passata alle stufe a legna, che per essere installate richiedono di perforare le pareti o i soffitti per far passare i tubi..

Ma anche questo metodo di riscaldamento all’antica non è una passeggiata. Una tonnellata di legno viene venduta a oltre 2 milioni di lire siriane, l’equivalente di 320 dollari al tasso del mercato nero. Un prezzo inaccessibile in un paese in cui lo stipendio di un dipendente pubblico arriva al massimo a 100.000 lire siriane, ovvero meno di 17 dollari al mese.

Foreste spazzate via

«Il legno scarseggia, dice Khaled, un ex meccanico che si è dedicato al commercio della legna. Prima della guerra, la Ghouta orientale di Damasco era ricoperta di frutteti e boschi. I combattimenti e i tagli incontrollati incoraggiati dalla mancanza di sorveglianza non hanno lasciato nulla. In alcuni luoghi, come a Maliha, un tempo verdi e boscosi, non è rimasto in piedi nemmeno un albero».

li andrà quindi ad Harasta, una località situata a circa dieci chilometri a nord-est di Damasco, distrutta per il 60% dai combattimenti tra l’esercito siriano e i ribelli. «Lì i raccoglitori di macerie hanno smontato persiane, porte e tetti in legno per venderli. Dicono che sia molto più economico che abbattere alberi», spiega con calma.

Ma i problemi del giovane non sono finiti. La carenza di carburante ha colpito duramente il settore dei trasporti. Il gasolio e la benzina sono fortemente razionati e spesso non disponibili.

La maggior parte dei giacimenti petroliferi siriani si trova a Hassakeh, nel nord-est, e nella provincia orientale di Deir Ezzor, entrambe controllate dalle forze curde, sostenute dagli Stati uniti. L’esercito statunitense ha trasformato i campi petroliferi in basi militari. Il governo siriano non è quindi in grado di sfruttare le risorse energetiche del paese, che ora vengono utilizzate per finanziare l’amministrazione autonoma curda.

Le quantità di carburante disponibili sul mercato provengono dall’Iran e, più raramente, dalla Russia, i due alleati della Siria. La priorità nella distribuzione va alle forze armate. Ciò che rimane, cioè poco, è riservato alla popolazione.

Nelle ultime settimane, la penuria si è aggravata. «Con la mia tessera annonaria (rilasciata due anni fa dal governo a milioni di persone), normalmente ho diritto a 50 litri di gasolio due volte nell’inverno. Ho fatto la mia richiesta a metà settembre sulla piattaforma, ma non ho ancora ricevuto risposta», si lamenta Mustafa, insegnante cinquantenne di una scuola pubblica.

Il combustibile contrabbandato dalle aree controllate dai curdi viene venduto a 250.000 lire siriane per un bidone da da 20 litri, ovvero quasi 40 dollari. La benzina, che arriva di contrabbando dal vicino Libano, viene venduta quasi allo stesso prezzo. Solo una piccola minoranza può permettersi di acquistarla.

Damasco, una città fantasma

Gli effetti della carenza di carburante sono impressionanti. Damasco, solitamente molto trafficata e congestionata, sembra una città fantasma. Di giorno il traffico è scorrevole, di notte le strade sono quasi deserte di notte e i taxi sono rari. Al calar della notte, gli abitanti si rintanano nelle loro case fredde e buie, a causa del draconiano razionamento dell’elettricità. Ventuno ore di interruzione di corrente al giorno a Damasco, ventitré nelle zone rurali. «Da due mesi non vado all’università a causa dell’alto costo dei trasporti, si lamenta Salim, studente di medicina al secondo anno. Ho pensato di andare in bicicletta da Douma (10 km a est della capitale) a Damasco. Ma il viaggio di ritorno di notte attraverso queste strade buie e deserte mi ha dissuaso». Il giovane sostiene che un terzo degli studenti dell’Università di Damasco, la più grande del paese, non frequenta più regolarmente le lezioni.

Nessun settore è risparmiato dalla crisi. Alla fine della scorsa settimana, un gran numero di panifici statali non era più in grado di rifornire il mercato di pane a causa della mancanza di olio combustibile.

Le amministrazioni pubbliche, le scuole e le banche vanno al rallentatore. A differenza del Libano, dove i generatori privati di quartiere forniscono a caro prezzo l’elettricità alle abitazioni e alle imprese commerciali, in Siria non funziona nulla quando manca la corrente. «Per diversi giorni, ho aspettato ore per diversi giorni davanti al bancomat per prelevare il mio stipendio, ma la macchina non ha mai funzionato a causa della mancanza di elettricità, lamenta Ayman, un pensionato del Damascus Water Board. Ho chiesto che il mio reddito non venga più trasferito alla banca. Voglio essere pagato in contanti».

Anche il razionamento è in crisi

La tessera di razionamento, che per un certo periodo ha contribuito a organizzare la fornitura di generi alimentari di base e di carburante alla popolazione, non è più efficace. «In teoria, il riso, lo zucchero e l’olio sovvenzionati dallo Stato sono da tre a quattro volte più economici dei prezzi di mercato, dice Mustafa. Ma la distribuzione è irregolare da tre mesi. Facciamo le richieste ma non riceviamo più il messaggio che fissa la data di consegna».

Coloro che possono permetterselo sono costretti ad acquistare cibo a prezzi di mercato e, nei periodi di carenza, al mercato nero. «Il mio stipendio di 100.000 lire siriane mi permette di comprare 5 kg di zucchero e 3 litri di olio vegetale. Per tutto il resto devo arrangiarmi», dice l’insegnante.

Il peso delle sanzioni statunitensi

La situazione è più gestibile nel settore privato, dove gli stipendi sono da quattro a cinque volte superiori a quelli del settore pubblico. «Con il mio stipendio di 400.000 lire, sono una privilegiata, dice Ghada, segretaria in uno studio legale. Ma in realtà, per vivere decentemente servirebbe dieci volte tanto».

L’assistenza sanitaria è ancora teoricamente gratuita per tutti. Ma i tempi di attesa sono molto lunghi. «Un’operazione a cuore aperto costa 1,3 milioni di lire in un ospedale pubblico, con un tempo di attesa tipico di tre o quattro mesi. In un ospedale privato, l’operazione è immediata ma costa 55 milioni di lire. Quanti siriani possono permettersi di pagare questa cifra?», si chiede Atef, cardiologo dell’ospedale al-Bassel.

Le persone interpellate sono unanimi. Questo è il peggior inverno che la popolazione siriana abbia affrontato dall’inizio della guerra nel 2011. La distruzione di gran parte delle infrastrutture e l’impossibilità dello Stato di sfruttare le risorse energetiche e agricole del paese, situate in regioni fuori dal suo controllo, sono responsabili di questa situazione. Ma le sanzioni occidentali, in particolare il Caesar Act approvato dal Congresso degli Stati uniti nel 2020, hanno esacerbato la crisi. «Le sanzioni hanno reso molto difficili le importazioni, afferma un alto funzionario che ha chiesto l’anonimato. Nessuno osa effettuare transazioni finanziarie con i siriani per paura di essere bersagliato dalle sanzioni. Questa situazione ha spezzato le catene di approvvigionamento e ha sviluppato un enorme mercato nero nel quale i prezzi stanno esplodendo».

Riportati al Medioevo

Di fronte alla crisi, si sono sviluppate iniziative private di solidarietà. «Commercianti molto ricchi e uomini d’affari hanno contribuito a dotare una scuola di un generatore, un ospedale di letti o una strada di un sistema di illuminazione a energia solare. Ma tutto questo è limitato e insufficiente per far funzionare un paese», dice l’alto funzionario. 

«Non sono riusciti a rovesciare il governo, ma ce l’hanno fatta a riportare la Siria al Medioevo», osserva Soumaya, guardando un tavolino con i ritratti di due uomini. Suo marito e il loro figlio maggiore, uccisi durante la guerra.

https://lecourrier.ch/2023/01/19/damas-le-pire-des-hivers/

Traduzione di Marinella Correggia – da Ora Pro Siria

da qui

lunedì 18 luglio 2022

Il tramonto dell’Occidente


articoli e video di Jan Oberg, Piergiorgio Odifreddi, Manlio Dinucci, Enrico Vigna, Enrico Peyretti, Lucio Caracciolo, Fabrizio Verde, Maurizio Crozza, Maksim Karev, Marco d’Eramo, Antonino Drago, John Pilger, Jake Lynch, Marco Aime, Stefano Orsi, Vincenzo Costa, Davide Rossi, Per Un’Altra Città, Fabio Mini, Rafael Poch, Vittorio Rangeloni, Bansky, Alessandro Ghebreigziabiher, Marinella Correggia, Ulf Sparrbåge, Andrea Zhok




L’Europa sull’orlo del disastro… Germania e Francia devono difendere la pace in Ucraina – 12 novembre 2021

 

E’ terribile la noncuranza dell’Europa su una questione fondamentale per la propria sicurezza. La situazione in Ucraina sta diventando sempre più esplosiva, eppure l’Unione Europea non sta facendo nulla per scongiurare il pericolo. Di fatto, possiamo dire che il blocco sta aumentando il pericolo di uno scontro e di una guerra.

Le tensioni geopolitiche nel continente sono intensificate da una crisi al confine tra Bielorussia e Polonia, crisi che l’Unione Europea ha esacerbato [in inglese] per ciniche ragioni politiche. Tali tensioni si aggiungono all’instabilità in Ucraina e nella regione del Mar Nero.

Venerdì i ministri degli Esteri e della Difesa russi incontreranno a Parigi le loro controparti francesi, per dei colloqui formato “2 più 2” sotto l’egida del Consiglio per la Cooperazione Russo-Francese. In cima all’agenda ci saranno le sfide alla sicurezza regionale derivanti dal conflitto ucraino.

In vista dell’incontro, il Ministro degli Esteri Sergey Lavrov ha strigliato [in inglese] Francia e Germania perché “indeboliscono” le prospettive di pace in Ucraina.

Russia, Francia e Germania sono i garanti degli Accordi di Minsk del 2015, che stabiliscono un piano d’azione per la soluzione pacifica della guerra civile in Ucraina. Quella guerra è scoppiata nel 2014, lo stesso anno in cui gli Stati Uniti e l’Unione Europea hanno appoggiato il colpo di Stato a Kiev. L’allora neo-insediato regime iniziò la guerra nella regione del Donbass, nel sud est dell’Ucraina, perché la popolazione di etnia russa non riconosceva il nuovo governo.

In base agli Accordi di Minsk, il regime di Kiev è obbligato ad osservare il cessate il fuoco e ad accettare l’autonomia politica delle province del Donbass, Donetsk e Lugansk. Gli accordi non sono stati attuati, nonostante l’elezione a Presidente di Vladimir Zelensky nel 2019 e la sua promessa di dare priorità alla ricerca di una pacifica soluzione politica. Le promesse elettorali dell’ex comico televisivo si sono rivelate uno scherzo crudele.

Non solo è stato ignorato l’obbligo degli Accordi di Minsk, ma il regime di Zelensky ha anche fatto di tutto per sminuire gli accordi stessi. Sotto il suo comando, le forze armate ucraine hanno continuato a violare i presunti obblighi al cessate il fuoco sulla linea di contatto con la regione del Donbass. Secondo gli osservatori dell’OSCE, l’esercito del regime di Kiev ha violato ogni giorno il presunto cessate il fuoco, con migliaia di episodi nelle ultime settimane. Inoltre, secondo quanto riferito [in inglese], l’esercito di Kiev ha reintrodotto le armi di grosso calibro nelle vicinanze della linea di contatto, in eclatante rifiuto dei termini del cessate il fuoco.

La cruda verità è che Francia e Germania hanno chiuso un occhio su queste molteplici e sistematiche violazioni degli Accordi di Minsk da parte del regime di Kiev. Inoltre, la noncuranza e la rinuncia agli obblighi in quanto garanti dell’accordo di pace sono servite ad incoraggiare il regime di Kiev ad alimentare l’ambizione di trovare una soluzione militare alla guerra civile, in corso da otto anni. In breve, le potenze europee stanno alimentando un conflitto più grande nel loro stesso continente.

Parliamoci chiaro, la prospettiva di una guerra più ampia è spaventosa. Il regime di Kiev viene pesantemente fornito di armi pesanti dagli Stati Uniti. Gli Stati Uniti e i loro alleati NATO stanno mobilitando forze militari nel Mar Nero, con navi da guerra e aerei da combattimento e da ricognizione. Questa settimana, degli aerei da ricognizione americani e inglesi, del tipo utilizzato per coordinare le operazioni d’attacco, hanno sorvolato i confini russi ad un livello mai visto. Mosca avverte che la sua sicurezza nazionale è sempre più minacciata, e che ogni errore di valutazione è soltanto un modo per defilarsi.

Anche l’assurdità del governo americano è parte dell’offensiva. Questa settimana, il Segretario di Stato americano Antony Blinken ha diffuso un avviso [in inglese] in cui dichiarava che le forze militari russe si stanno radunando (attenzione, sul loro stesso territorio!) e stanno pianificando di “invadere l’Ucraina”. Blinken ha dichiarato: “Non ci sono chiare le intenzioni di Mosca, ma noi conosciamo la sua strategia”. La confusa contraddizione è una provocazione ridicola, se non fosse sconsiderata.

In una telefonata di questa settimana, il Presidente Vladimir Putin ha detto [in inglese] alla Cancelliera tedesca Angela Merkel che gli Stati Uniti e la NATO stanno alimentando l’instabilità e le pericolose tensioni in Ucraina e nel vicino Mar Nero. E’ lampante che sta aumentando il rischio di una guerra. Dove sono, però, le voci europee che chiedono buon senso e una urgente de-escalation?

La prevalente dinamica incendiaria che deriva dall’eccessivo accumulo di forze americane e NATO alle porte della Russia sta solo incentivando [in inglese] il regime di Kiev ad ignorare ulteriormente il percorso della pace in Ucraina. Esiste un pericolo davvero reale che il conflitto esploda nel paese, e diventi una guerra totale. In quel caso, gli Stati Uniti e la Russia saranno trascinati in questa palude. E, ancora una volta, l’Europa sarà un campo di battaglia con conseguenze disastrose.

Il secolo scorso ha visto scoppiare due guerre mondiali in Europa. Un fattore fondamentale in quelle conflagrazioni è stata la criminale noncuranza dei leader europei nell’evitare la catastrofe.

Oggi, c’è l’allarmante eco di una simile noncuranza tra le autorità tedesche e francesi, con riferimento ai loro obblighi nel sostenere la pace in Ucraina. Loro, invece, stanno accondiscendendo al regime reazionario di Kiev e alle assurde provocazioni degli Stati Uniti.

I leader europei non sono semplicemente dei sonnambuli che camminano verso l’abisso. Hanno gli occhi ben aperti, ma semplicemente sono troppo vigliacchi per vedere e agire. Si vergognino!

*****

Editoriale pubblicato su Strategic Culture il 12 novembre 2021
Traduzione in italiano a cura di Elvia Politi per 
Saker Italia.

da qui

 

Perché la NATO è antiquata, pericolosa e merita di essere abolita -Jan Oberg

 

Valutiamo la reazione NATO all’azione militare russa in Ucraina, sconsiderata e in violazione del diritto internazionale. Da un punto di vista analitico del conflitto è ragionevole dire che la Russia è responsabile della guerra ma che la NATO con la sua espansione noncurante, contro tutte le promesse fatte alla Russia e una serie di ammonimenti d’esperti è responsabile del conflitto soggiacente.

Si può tranquillamente concludere che la reazione occidentale/NATO è andata aldilà del principio di proporzionalità, della razionalità e di un’immagine realistica del mondo e del proprio ruolo in esso.

I leader NATO esprimono odio illimitato per qualunque cosa di russo; sono state imposte sanzioni economiche storicamente dure e illimitate nel tempo – usando il metodo illegale del castigo collettivo; s’immettono in Ucraina armi per 60-100 miliardi di dollari per sconfiggere lì la Russia. La NATO ci ha aggiunto 350 miliardi di dollari in spese militari dal cambiamento di regime istigato dagli USA a Kiev nel 2014 e da allora ha preparato l’Ucraina per un ruolo nella NATO. L’obiettivo del 2% [del PIL in spese militari richiesto da Trump nel 2018 ai membri NATO – ndt] è ormai una base acquisita, non un punto tendenziale. Le forze di reazione avanzata aumenteranno da 40mila a 300mila; le truppe USA in Europa passeranno a 100mila. Le riserve russe in Occidente  – circa 300 miliardi di dollari – sono congelate e saranno probabilmente appropriate per la ricostruzione dell’Ucraina. La Russia è ad ogni scopo pratico cancellata dall’Europa.

Secondo l’Alto Commissario ONU per i Diritti Umani, i morti in Siria sono 310mila ma meno di 5mila in Ucraina. La Guerra al Terrore USA è costata un milione di vite e ha costretto 35-50 milioni di persone a diventare profughi o internamente sfollati.

 

Pare che abbiamo a che fare con un’istituzione militarista antiquata dimostratasi incapace di creare pace – avendoci provato dal 1949 – e che viola quotidianamente il suo stesso Trattato costitutivo..

I membri TFF e io stiamo lavorando a un resoconto più ampio – ”Il Catalogo per l’Abolizione NATO” – con articoli, video e argomentazioni sul perché sia tempo di abolirla e creare qualcosa del tutto nuovo. Sosteniamo inoltre che la NATO odierna post-Ucraina è la singola istituzione più pericolosa sulla Terra.

I decisori e media mainstream occidentali sembrano considerare proprio ruolo semplicemente vendere la NATO. Di rado, se mai, trattano la NATO come tale, i suoi lati forti e deboli. Sarebbe naturale un esame di un’istituzione 73enne, come ci sono da decenni dibattiti su come riformare l’ONU. Ma è difficile trovare una critica alla NATO in quanto tale. Coerentemente, la NATO viene chiamata alleanza “difensiva”. Ci si deve davvero chiedere come si sia instaurato l’uso sistematico di tale aggettivo presso tutti i media mainstream, visto che non esiste alcuna valida definizione di difensività che possa in alcun modo comprendere la NATO.  Analogamente, si dà per scontato che la NATO abbia contribuito alla pace. Ma che tipo di pace? Quali altri fattori ci hanno contribuito – ed è per giunta sensato usare la parola ’pace’ per l’odierno spazio euro-atlantico?

La NATO semplicemente esiste. È una Salvatrice. Come Dio esiste nella vita dei credenti che possono quindi aspettarsi la salvezza. I suoi valori fondamentalmente militaristi per i contribuenti (che la finanziano) sono convincenti del suo ruolo benevolo e innocente come Creatrice di stabilità, sicurezza e pace – per ripetere il mantra gratuito del proprio Segretario Generale a virtualmente ogni conferenza stampa.

Mentre ci possono essere – e ci sono stati – dibattiti filosofici intelligenti su come sia un mondo senza Dio, non c’è ancora stata un’ampia discussione su come possa essere un mondo senza NATO.  Ossia, per metterla in altro modo, la NATO è diventata una specie di Dio per coloro che ci credono e c’è un sacerdozio accademico, mediatico e politico che la propaga a tal punto che non esiste quasi un’analisi razionale, significativa di quel che ha di buono e di mica tanto tale. Il membro TFF David R. Loy ha un approccio più filosofico – buddhista – al militarismo e scrive in “Perché amiamo la guerra”:

“Se il nostro mondo moderno, secolarizzato è afflitto da un senso di carenza non riconosciuto e perciò frainteso, non sorprende che anche la guerra continui ad essere così attraente, perfino assuefacente. La guerra può darci il senso che bramiamo, perché fornisce un modo rassicurante di capire quel che non va nella nostra vita. La guerra offre un modo semplice di legare assieme le nostre carenze individuali e proiettarle al di fuori, sul nemico. Cattivo perché vuol farci male. Dato che stiamo solo difendendoci, possiamo sentirci a nostro agio a proposito di quel che gli facciamo. Il karma che ne risulta non è difficile da capire: la causa di ciascuna guerra è la di solito la guerra precedente, almeno in parte.   Se la guerra è una risposta collettiva al nostro problema collettivo con le carenze, non ci possiamo aspettare che la guerra cessi finché troviamo modi migliori di trattare quel problema spirituale basilare.”

L’irriflessiva credenza contemporanea dell’Occidente nella violenza come soluzione – o il militarismo come nuova religione secolare che promette la salvezza – e il bisogno psico-politico della nostra cultura di costante immaginazione di un nemico sovente per pura proiezione dei propri lati bui – deve pur provenire da qualche parte: forse la carenza di senso e il bisogno di assieparsi attorno a qualche valore e qualche politica. Pensiamo solo all’ “Ucraina”, diventata il singolo avvenimento che ha radunato, almeno per un po’, l’Occidente, altrimenti piuttosto in declino e frammentato.

Ciò è di particolare rilevanza anche perché la NATO è un’alleanza basata sulle armi nucleari, un’alleanza in grado di spazzar via ripetutamente l’umanità – cioè far danno ben fuori dal proprio circolo di stati membri. E inoltre un’alleanza che si riserva il diritto di usare per prima le armi nucleari addirittura contro un attacco convenzionale.  Ed è un’alleanza guidata dagli Stati Uniti con tanto d’impero globale, con le spese militari maggiori della storia umana – circa il 40% delle spese militari mondiali – che insiste nell’essere la potenza globale incontestata con oltre 600 basi militari in oltre 130 paesi e forze speciali in ancor di più.

In altre parole, pur essendoci una tendenza a considerare la NATO come un’alleanza a predominanza euro-atlantica essendo tutti i suoi membri eccetto uno europei, è di fatto una istituzione militare di proiezione globale di potere a causa della portate globale e delle ambizioni imperiali dei suoi leader. Vediamo bene come l’articolo 5 sia di fatto valso per l’Ucraina, benché non membro NATO. E al vertice NATO di Madrid e altrove in ambito NATO, la Cina sia nominata il Nemico # 1 in futuro.

Per surreale o bizzarra che possa sembrare, l’idea che la NATO potesse essere contendente in un conflitto con la Russia è anche piuttosto estranea a sé stessa e a gran parte dei suoi patrocinanti. La coreografia mediatica è semplice: per principio, la NATO non ha mai fatto alcunché di sbagliato e non fa che continuare a promuovere “sicurezza, stabilità e pace” mentre la Russia e il suo presidente agiscono da costanti rompiscatole. È quasi come un proprietario di abitazione che non è in conflitto con un ladro – un criminale – ma deve proteggere sé e la famiglia dai piani criminosi del ladro. In confronto all’essere in un conflitto, quest’autocomprensione solleva il presunto innocente da qualunque senso di responsabilità.

Da ciò nasce l’idea simbolica che la NATO sia una specie di assicurazione sulla casa. Sebbene un indennizzo assicurativo venga pagato solo dopo l’evento indesiderato e a distruzione avvenuta. Le assicurazioni comunque non evitano l’incidente, sicché anche questo è pura assurdità, eppure anch’essa mai trattata.

Contrariamente ai concetti e immagini positivi mainstream, pervasivi ma infondati sulla NATO, disseminati a milioni virtualmente su base quotidiana, c’è assolutamente nulla di sacrosanto in quella vecchia istituzione. E in contrasto all’atteggiamento dei pii credenti in quel loro Dio, la NATO può e deve essere criticata. E sostituita. Discutiamo del mondo post-NATO.

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