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lunedì 15 novembre 2021

Reddito di cittadinanza, le dieci proposte del comitato Saraceno: da più soldi alle famiglie numerose al dimezzamento a 5 anni del periodo di residenza richiesto agli stranieri - Chiara Brusini e Alberto Sofia

 

La sociologa ha presentato la relazione insieme al ministro del Lavoro Orlando, che non ha nascosto dubbi sul fatto che sia possibile recepire le indicazioni in manovra. Tra i punti divisivi per la maggioranza c'è la riduzione del periodo di residenza in Italia necessario per aver diritto all'aiuto. Un assist potrebbe arrivare dalla Consulta, che sta per pronunciarsi sulla costituzionalità del requisito dei 10 anni. Il comitato intanto critica alcune modifiche previste dal governo: "Palesemente assurdo e punitivo" imporre di accettare la seconda offerta di lavoro anche se è all'altro capo del Paese

Meno paletti per i cittadini stanieri, aiuti più generosi per le famiglie numerose, abolizione dell’obbligo di spendere l’intero aiuto entro il mese successivo all’erogazione e cumulo parziale tra reddito da lavoro e sussidio, in modo da non penalizzare chi accetta un’offerta. Ma anche un’apertura alla necessità di considerare “congrue” offerte di lavoro di brevissima durata. A patto che si eliminino le “disposizioni palesemente assurde e inutilmente punitive” inserite in legge di Bilancio stando alle quali la seconda proposta va accettata anche se è all’altro capo del Paese. Sono alcune delle dieci proposte del comitato di valutazione del reddito di cittadinanza istituito dal ministro del Lavoro Andrea Orlando e guidato da Chiara Saraceno. L’attesa relazione è stata presentata dalla sociologa insieme all’esponente dem, che si è detto personalmente d’accordo con la riforma “organica e ambiziosa” descritta nel documento ma non ha nascosto di avere molti dubbi sul fatto che il governo riesca a recepire le indicazioni degli esperti. “È una base da cui il Parlamento può partire per riflessioni e ulteriori integrazioni”, ha chiosato, ma ci sono modifiche “che hanno una valenza di buon senso e possono essere recepite rapidamente” mentre “su altre, con valenza politica più impattante, le forze politiche faranno le loro valutazioni”.

Tra i punti evidentemente divisivi per la maggioranza c’è il dimezzamento del periodo di residenza in Italia richiesto agli stranieri per aver diritto all’aiuto. Ma un assist potrebbe arrivare dalla Corte costituzionale, proprio oggi in udienza per valutare la compatibilità del limite attuale di 10 anni con la Carta. “Spero che questo lavoro contribuisca a risanare il dibattito sul reddito”, ha commentato dal canto suo Saraceno, che si è detta dispiaciuta per il fatto che nel decidere le modifiche già inserite in manovra il governo non abbia tenuto conto dei dati e degli orientamenti degli esperti: “A me sembra che non abbia riformato il Reddito ma abbia semplicemente irrigidito un po’ i controlli e in parte anche le condizioni di accesso”. Il rapporto si conclude non a caso con una considerazione amara: “Ovviamente, questo lavoro, e lo stesso Comitato Scientifico, hanno un senso non puramente di studio solo a condizione che i decisori politici ne facciano uso nel prendere le loro decisioni”.

1 – Non discriminare i cittadini stranieri – Il comitato, di cui fanno parte l’ideatore dell’Alleanza contro la povertà in Italia Cristiano Gori, il docente di Politica economica ed esperto di disuguaglianze Maurizio Franzini, il capo della direzione centrale Studi e Ricerche dell’Inps Daniele Checchi e la sociologa dell’ufficio Politiche sociali della Caritas italiana Nunzia De Capite, il professore di Sociologia Economica alla Sapienza Andrea Ciarini e la docente di diritto del lavoro Paola Bozzao, ha rilevato cinque tipi di criticità da affrontare per rendere il sussidio più equo e più efficace. Si tratta dei criteri di accesso, della difformità sostegno a seconda dell’ampiezza e composizione della famiglia, dei requisiti legati a reddito e ricchezza e dell’implementazione dei patti per il lavoro e per l’inclusione sociale. La prima proposta è quella di ridurre il periodo minimo di residenza in Italia richiesto ai cittadini extracomunitari per avere diritto al reddito da 10 anni a 5. Gli esperti avrebbero preferito un abbassamento più drastico, a due anni, ma “in subordine” ritengono sia indispensabile almeno ridurre il requisito al tempo necessario per ottenere lo status di soggiornante di lungo periodo. Un intervento di buon senso, considerato che la soglia attuale esclude per esempio anche i titolari di protezione internazionale. E già all’indomani del varo del reddito il Servizio studi del Senato aveva rilevato il rischio di incostituzionalità e ad ore la Consulta si pronuncerà proprio su questo. “Nessun Paese europeo richiede un periodo di residenza così lungo”, ha sottolineato Saraceno, spiegando che la modifica “costerebbe circa 300 milioni in più all’anno” e consentirebbe di raggiungere 68mila persone in più.

2 – Un reddito a misura di famiglie numerose – La seconda modifica che gli esperti considerano necessaria riguarda la cosiddetta scala di equivalenza: l’obiettivo è superare il metodo attuale che penalizza le famiglie numerose, che sono più facilmente escluse dal beneficio (perché la soglia di accesso è meno generosa per i nuclei con minorenni) e a cui spetta una cifra ingiustamente bassa rispetto a quella garantita ai single perché a ogni minore viene attribuito un coefficiente pari a solo 0,2, contro lo 0,4 per i maggiorenni. “Chiunque abbia un figlio adolescente ha sicuramente qualche dubbio sul fatto che mangi meno di un adulto o richieda una spesa più bassa, per esempio, per le scarpe, visto che gli crescono i piedi…”, ha commentato Saraceno. Ed è tanto più un paradosso in un Paese in cui la diffusione della povertà tra i minorenni è più alta che tra adulti e anziani. La proposta allora è quella di portare il valore massimo a 2,8 (2,9 in caso di componenti con disabilità) dal 2,1 attuale e ridurre la soglia di partenza per i nuclei di una persona da 6000 a 5.400 euro. In caso di decadenza dal diritto al beneficio di un componente della famiglia bisognerebbe poi prevedere che la decadenza valga solo per lui e non per l’intero nucleo. L’implementazione “sarebbe quasi a costo zero”, secondo la Saraceno, perché la riforma “si intreccia con l’entrata a regime dell’assegno unico” per i nuclei con figli. Se le proposte saranno accettate il beneficio massimo mensile ottenibile da una famiglia di sei componenti che vive in affitto potrebbe passare da 1.330 euro al mese a 1.540.

3 – Più equità sui costi dell’abitare – La terza proposta consiste nel differenziare il contributo per l’affitto in base alla dimensione del nucleo familiare, riducendolo per i nuclei formati da una sola persona e incrementandolo al crescere del numero dei componenti. La normativa attuale prevede una quota di integrazione al reddito fino a un massimo di 500 euro a cui si somma la componente affitto, fino a 280 euro. Ma questa seconda parte “è uguale per tutte le famiglie, indipendentemente dalla loro dimensione”. Di conseguenza, spiega il comitato, “si produce un ulteriore svantaggio per i nuclei numerosi. I dati, infatti, mostrano che sono soprattutto le famiglie di maggiore ampiezza quelle che non riescono a coprire per intero il costo della locazione con il contributo”.

4 – Non penalizzare chi lavora – E’ uno dei punti cruciali in vista dell’inserimento di quella fetta di percettori – comunque una minoranza – che è in grado di lavorare. Oggi ai beneficiari “lavorare non conviene”, è la considerazione oggettiva del comitato. Questo perché per ogni 100 euro di reddito da lavoro, 80 vengono decurtati dall’ammontare del sussidio. “Di fatto è come prevedere una tassazione dell’80% sul nuovo reddito”, spiegano gli esperti. E “entro un anno”, quando i nuovi introiti entrano nell’Isee, “questa percentuale salirà al 100%”. Di qui la necessità di consentire un cumulo parziale tra reddito da lavoro e sussidio, in modo da non penalizzare chi accetta un’offerta. La proposta è di considerare il reddito da lavoro solo per il 60%

5 – Considerare il patrimonio in modo flessibile – Utilizzare una soglia fissa di patrimonio (6mila euro in caso di un solo componente) comporta l’esclusione tout court dall’aiuto di chi supera di pochissimo quel tetto, sottolinea il comitato. Inoltre, visto che l’ammontare del sussidio dipende solo dal reddito, si creano forti iniquità tra percettori che possono contare su “cuscinetti” di risparmio di entità molto diversa. La proposta dunque è quella di considerare il patrimonio mobiliare come solo una delle tre fonti – insieme a reddito familiare e RdC – che contribuisce a determinare la capacità di spesa della famiglia, prevedere che fino a 4mila euro non siano liquidabili perché sono una riserva a cui attingere in caso di necessità e calcolare il sussidio come differenza tra soglia di reddito che si vuole garantire e somma di reddito disponibile e quota di patrimonio liquidabile.

6 – No all’obbligo di dichiarazione di disponibilità al lavoro per tutti – La dichiarazione di immediata disponibilità al lavoro dovrebbe essere chiesta solo dopo che i beneficiari occupabili sono stati indirizzati ai Centri per l’impiego. Oggi, tutti i percettori devono firmarla “indipendentemente dal fatto che come singoli o come famiglia siano poi effettivamente indirizzati ai Cpi o invece ai servizi sociali”, spiega il comitato. Un obbligo che, per chi è indirizzato ai servizi sociali, si sovrappone a quello di sottoscrivere il patto di inclusione. Cosa che crea confusione e lascia molte persone in una sorta di limbo tra due istituti, imponendo un “inutile carico di lavoro ai Cpi che, se non avvertiti per tempo dai servizi sociali della situazione di, più o meno temporanea, inoccupabilità dei beneficiari, devono avviare, appunto, una procedura di presa in carico”.

7 – Ridefinire i criteri di lavoro congruo -Perché una proposta di lavoro sia congrua e quindi non rifiutabile dal punto di vista temporale dovrebbe bastare, secondo il comitato, che il contratto sia di almeno un mese. Questo perché occorre “incoraggiare persone spesso molto distanti dal mercato del lavoro ad iniziare ad entrarvi e fare esperienza”. In più va considerato che i settori in cui potrebbero trovare un’occupazione i beneficiari del sussidio (edilizia, turismo, ristorazione, logistica) sono spesso caratterizzati da una forte stagionalità. Di conseguenza va anche modificata la definizione di retribuzione minima accettabile, rimodulandola – ma questo era già previsto dalle bozze della manovra – in base all’orario di lavoro per tenere conto anche di occupazioni part time. Sempre in quest’ottica, spiega la relazione, si dovrebbe ritenere congruo un orario di lavoro non inferiore all’60% (contro l’80% attuale) dell’orario a tempo pieno previsto nei contratti collettivi più rappresentativi. Il Comitato propone in compenso di eliminare le “severe disposizioni che, ai fini della congruità dell’offerta lavorativa, fissano, dopo la prima offerta, il distanziamento del luogo di lavoro su tutto il territorio nazionale, disposizioni palesemente assurde e inutilmente punitive per lavori spesso a tempo parziale e con compensi modesti”.

8 – Promuovere le assunzioni dei percettori – Di conseguenza, l’incentivo alle imprese che assumono i beneficiari del reddito deve valere anche nel caso di assunzioni part time o con contratto a tempo determinato, se con orario pieno e di durata almeno annuale. Bisogna infatti tener conto che il mercato del lavoro “non sempre”, per usare un eufemismo, consente verosimilmente di puntare subito a un assunzione stabile, “anche per chi non è, a differenza dei beneficiari di RdC, in situazione di particolare fragilità. D’altra parte, anche un contratto part-time o a tempo determinato lungo può essere utile per ricominciare a lavorare e avviare un percorso che conduca, nel tempo, verso una più solida configurazione contrattuale”. E va almeno temporaneamente sospeso il requisito della presenza dell’offerta di lavoro sulla piattaforma dell’Anpal (questo è già previsto nelle bozze della manovra).

9 – Rafforzare i patti per l’inclusione e l’attuazione dei progetti di utilità collettiva – Come nel caso dei patti per il lavoro, rileva il Comitato, “la difficoltà riscontrata nell’attivazione dei patti per l’inclusione è largamente dovuta alla carenza di organico, particolarmente grave in alcuni contesti, spesso quelli con un maggior numero di beneficiari”. Difficoltà che hanno anche rallentato anche l’attuazione dei Puc, i progetti di utilità collettiva promossi dai Comuni, cui sarebbero tenuti a partecipare tutti i beneficiari adulti. Occorre quindi rafforzare e formare l’organico dei servizi sociali comunali e definire meglio il sistema di governance, oltre a valutare se “utilizzare criteri di priorità generali e rigidi per coinvolgere i beneficiari nei Puc (i componenti adulti della famiglia più giovani) sia il modo più adeguato per far funzionare i progetti e per rafforzare le capacità delle persone”.

10 – Abolire l’obbligo di spendere l’intero aiuto entro il mese successivo all’erogazione – L’ultima richiesta riguarda l’obbligo di spendere l’intero reddito entro il mese successivo alla percezione, pena decurtazioni, e il limite mensile di 100 euro (moltiplicato per la scala di equivalenza se si tratta di una famiglia) ai prelievi di contante. Il comitato rileva che questi paletti impediscono di risparmiare, anche a scopo precauzionale, in vista di spese future. E questo è in contrasto “con ogni principio di saggia gestione del proprio bilancio”. Quanto ai vincoli all’utilizzo della carta, non solo “limitano la libertà delle persone” ledendo il loro status di cittadini adulti e responsabili, ma suggeriscono “una visione dei beneficiari come potenzialmente incapaci o irresponsabili solo perché poveri“.

da qui

sabato 23 settembre 2017

Linguaggi, migranti e maschilismo

conversazione di Paola Del Zoppo con Chiara Saraceno


Il 20 luglio l’Espresso online ha pubblicato una breve intervista alla sociologa Chiara Saraceno dal titolo accattivante: Il maschilismo è ormai sdoganato. Nell’intervista, alla professoressa Saraceno veniva chiesto di intervenire su una molteplicità di interrogativi contemporanei, con un chiaro filo conduttore in trasparenza: la violenza contro le donne. Erano i giorni delle “ombrelline” dello stupro di gruppo definito una bambinata, e di lì a poco del “Dipartimento Mamme”, e la discussione sulla parità si incentrava sulla formazione delle giovani generazioni, sul riconoscimento delle piccole discriminazioni e sulla – gravissima – situazione di sessismo diffuso dai media, dove ancora il corpo delle donne è strumento di segregazione, sottomissione, supremazia dello sguardo maschile e, di conseguenza, del sistema patriarcale e maschilista. Chiara Saraceno toccava inoltre il problema degli altri paesi, ad esempio la Germania, e la problematica del linguaggio sessista e categorizzante che dai media e dai social si diffonde nelle interazioni microsociali, e viceversa. L’accusa di Chiara Saraceno è chiara e diretta: «Il maschilismo è sdoganato. E la battaglia è sempre più difficile perché si nutre della presunzione che in fondo alle donne vada bene così. Che per il fatto di essere libere di agire, di vestire, di determinarsi, in fondo accettino come del tutto normali comportamenti maschilisti: “Non facciamo drammi, che sarà mai”, è l’atteggiamento che si sta facendo strada. Come dire: sarebbe bello che certe cose non accadessero, ma le vere tragedie sono altre».
L’intervista dell’Espresso però, sembra assottigliare e ridurre alcune problematiche, e ha provocato delle reazioni non sempre positive, soprattutto per l’interpretazione di espressioni a loro volta “categorizzanti”, che non restituivano la giusta profondità di pensiero alla studiosa, e che rischiavano di essere controproducenti rispetto al messaggio che Chiara Saraceno intendeva trasmettere. Alcune perplessità si sono trasferite anche sulle bacheche social. In particolare ha colpito l’idea che esistano delle “culture migranti”: coloro per cui si è scelta ormai la definizione “migranti” sono spesso persone che non hanno la possibilità di vivere una vita dignitosa o che rischiano di non sopravvivere o di essere uccisi nei loro luoghi di provenienza, e non persone che presentano tra i loro core values l’attitudine allo spostamento. O anche l’affermazione che “nell’Africa subsahariana le donne non contano niente”, affermazione che andrebbe “etnorelativizzata”. Ci sono, insomma, molte questioni che nell’articolo andrebbero approfondite. Il problema si è generato probabilmente per l’adesione a uno “stile” ormai comune di intervista, al modo frettoloso di trattare i temi sui giornali, sui giornali online e poi sui social, dove spesso le bacheche fungono da camere d’eco e non da luoghi di discussione. Troviamo, nel dialogo con Chiara Saraceno, questioni fondamentali di questi giorni di fine estate: la critica alle frasi – strumentali – di Debora Serracchiani e la questione culturale e transculturale, che, appunto, riguarda anche la nostra “cultura italiana”, l’ambivalenza di questo nostro sessismo “liberale” è la condizione di effettiva sottomissione e categorizzazione della donna in Italia e in altri paesi cosiddetti occidentali. A proposito di attenzione al linguaggio, un termine a cui bisognava fare particolare attenzione è “disagio” con riferimento al mondo lgbt, perché si può intendere che la transessualità e l’omosessualità siano in sé disagi, mentre il disagio è creato dalla società che non accetta ciò che non è nel sistema. Tra gli interventi quello di Giuliano Lozzi, uno studioso di Gender e Queer Studies, che commenta: “l’uso del termine “disagio” […] è diventato consueto del vocabolario di alcune donne che si occupano da anni di diritti delle donne. Sicuramente esiste un fattore di semplificazione giornalistica, ma se dobbiamo prestare attenzione al linguaggio, come dice l’intervistata stessa, credo che qui esista un serio problema legato alla volontà di relegare alcuni esseri umani allo status di vittime”.
Allora la cosa migliore da fare è sembrata aprire un dialogo con Chiara Saraceno. Una pessima abitudine “social” del giornalismo online e dell’informazione contemporanea è quella di “slacciare le relazioni”, di assottigliarle e far sì che la critica a un discorso intellettuale resti “dove sta”, per costruire sulle critiche, slegate dal contesto discorsi che finiscono per essere validi in sé, in un atteggiamento che fa della finta informazione una macchina di produzione e intensificazione del narcisismo. Sulla libertà di intervenire e di disputare si interviene spesso, negli ultimi mesi, per contrastare un atteggiamento che sta ulteriormente erodendo un sistema di confronto di opinioni e di studi e un mondo giornalistico già ridotto ai minimi termini, e che sta contribuendo ad alimentare la cultura dell’odio e della giustificazione del pregiudiziocognitivo ad ogni livello, come racconta Anna Foggia in un articolo recentemente apparso qui su Comune.
Chiara Saraceno, con cortesia e puntualità, risponde alle domande e stimola una fruttuosa discussione sugli argomenti trattati.
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Buongiorno professoressa Saraceno, entro subito nel merito della questione. La sua intervista pubblicata sull’Espresso del 20 luglio 2017 ha suscitato alcune perplessità, in particolare in merito ad alcune scelte verbali. L’intervista mi è piaciuta molto e mi interessa moltissimo la denuncia del maschilismo “ormai sdoganato”, che di questi tempi va chiarita con energia. A maggior ragione fa piacere poter dialogare con lei sulle perplessità suscitate da alcuni punti dell’intervista. Ha creato alcune difficoltà innanzitutto la frase relativa alla donna nell’Africa sub-sahariana, perché alcuni affermano che non è così e che dunque la generalizzazione anche lì crea dei pregiudizi, può darci qualche approfondimento in merito alla sua affermazione?
Come tutte le interviste, essendo mediata da un intervistatore, qualche cosa viene tralasciato, qualche cosa viene enfatizzato, qualcos’altro viene riformulato. Ma devo dire che questa intervista coglie abbastanza fedelmente quanto ho detto e non mi sembra possa prestarsi a fraintendimenti. Quanto alle donne nei paesi dell’Africa sub-sahariana sono i dati di fonti del tutto attendibili a documentare che le donne ricevono molta meno istruzione degli uomini, vengono fatte sposare giovanissime e perciò spesso muoiono per parto e comunque fanno molti più parti di quanto il loro copro possa sostenere, sono discriminate nell’eredità e così via. Il che non significa che molte di loro, se riescono a sopravvivere, non siano donne fortissime. Essere vittima di discriminazioni gravissime non significa automaticamente anche essere intellettualmente deboli. Ma si hanno molto meno risorse, rispetto a fratelli e mariti, anche in società dove tutti sono poveri E, per quello che ci riguarda qui, i maschi in quelle società imparano fin da piccoli che loro contano molto di più delle loro sorelle e che un uomo può “avere” una donna molto più giovane di lui, con il permesso dei genitori di questa. Succede anche in altri paesi, ma il sub-Sahara è un concentrato di svantaggi per le bambine e ragazze.
Anche la frase di Debora Serracchiani – giustamente – criticata, nel rovesciamento assume contorni problematici, sebbene le intenzioni siano chiare, perché uno stupro è sempre gravissimo. Chi commette violenza contro le donne vuole acquisire o riacquisire un controllo su persone considerate “meno persone di altri” e non lo fa per soddisfare un bisogno fisico – come invece, sempre a favore degli uomini, si tende a far credere, instaurando e validando altre perverse dinamiche tra mascolinità e femminilità (ad esempio, la critica verso le donne che non “soddisfano” o la maggior mascolinità di chi “si prende ciò che è suo”). Questa mentalità non è presente solo nei paesi di provenienza degli stranieri, bensì capillarmente e in maniera intensa anche nel nostro, dove le donne, a parità di mansione guadagnano in media il 20 per cento in meno, in cui soltanto nel 1996 lo stupro è diventato reato contro la persona e non più contro la morale, in cui fino al 1981 esisteva il delitto d’onore, e ancora, in cui una donna su tre dopo la maternità lascia il lavoro. Quasi ridicolo pensare che fino a circa cinquant’anni fa, le donne non potevano entrare in magistratura perché si riteneva che nel periodo non potessero esprimere giudizi (e ancor più ridicolo e annichilente il fatto che le donne stesse usino il ciclo mestruale come finta autoironia: “Eh, mi stanno arrivando le mie cose, quindi attenti che sarò intrattabile per qualche giorno”). L’Italia è il luogo dove ancora si fanno battute a una donna come “Eh, ho visto Giovanni che girava con un supplì in mano, ma che non gli prepari da mangiare?”. Il momento centrale è dunque il riconoscimento che la violenza di genere e le discriminazioni nei confronti delle donne sono un elemento strutturale, capillarmente diffuso in Italia come in altri paesi e in altre culture. Capisco che il senso della sua risposta è proprio nell’idea che allontanare il problema da sé copre situazioni gravissime, a livello micro e macrosociale, ma la stessa separazione tra “stupro autoctono e non” andrebbe condannata con grande energia. 
Non credo affatto che una violenza commessa da un immigrato sia più grave di quella commessa da un autoctono perché il primo “ci deve gratitudine”. Se dovessimo cercare una aggravante alla già estrema gravità dell’atto, la troverei piuttosto nel fatto che molti violentatori hanno un rapporto intimo con le proprie vittime. Quanto alla differente gravità di una violenza commessa da un immigrato rispetto ad un autoctono, se dovessi trovarne una, rovescerei appunto il ragionamento: si presuppone che l’autoctono italiano appartenga ad una cultura in cui esiste la parità uomo-donna, lo stupro non è moralmente e penalmente ammesso e non lo è neppure la violenza nei rapporti interpersonali, tra uomini e donne, ma anche tra donne e tra uomini. Quindi l’autoctono che commette violenza compie consapevolmente un atto contro la morale e le norme condivise nel suo paese. Il che per me è una aggravante, tanto più che ormai anche tutti i razzisti e gli anti-immigrati si fanno belli della “nostra” maggiore civiltà nei rapporti uomo-donna e della uguaglianza e libertà che sarebbe da noi garantita alle donne.

Nell’intervista viene fatto un accenno alle politiche di integrazione di paesi diversi dall’Italia. “Dopo i fatti di Colonia, i paesi del Nord, Germania in primis, hanno proposto corsi di educazione sessuale per gli immigrati. Le sembra realistico anche da noi? – Certo: dovrebbe far parte della cultura civica spiegare agli immigrati le relazioni uomo-donna e il rispetto delle donne: a partire dal diritto delle ragazze di andare a scuola e della loro libertà nel vestire. C’è un abisso tra i nostri programmi di integrazione, con poche ore di italiano alla settimana, e gli investimenti che si stanno compiendo in altri Paesi. Con l’accoglienza di massa tutto ciò non è possibile. E le comunità locali, giustamente, si arrabbiano: ma abbiamo idea di quanto lavoro si riuscirebbe a generare se si investisse in una formazione a tutto tondo?”. Anche qui, si pongono diversi problemi di etnorelativizzazione, ma è la domanda ad apparire già strumentalmente etnocentrica: è semplificatorio e offensivo e infantilizzante definire dei corsi di formazione “interculturale” “corsi di educazione sessuale per gli immigrati”. Il provvedimento, preso dal governo dopo i gravi fatti di Colonia non è così “paternalistico” e viene in una società dove l’integrazione è vivace da più di mezzo secolo, e in cui molti musulmani (per esempio) hanno voce paritaria e condannano imam e politici che propagandano idee repressive contro le donne. La Germania è un paese dove in molti Länder, da qualche anno, a scuola si può scegliere di svolgere l’ora di religione in altre lingue e più specificamente sulle religioni dell’Islam, e dove è consueto il melting pot già dagli anni Ottanta (melting pot di cui facciamo parte anche noi italiani, che veniamo spesso tacciati di bigottismo cattolico, maschilismo, paternalismo e sessismo). Ricordo uno scandalo “interculturale” già molto prima dei fatti di Colonia, perché era stato impedito di predicare, a Berlino, a un ospite–imam che condannava le donne che uscivano e lavoravano. Ci fu un attacco terribile al sindaco di quella municipalità di Berlino, che fu difeso in televisione, tra gli altri, da scrittori turchi-tedesco, molto impegnati nella causa della transcultura, mentre l’associazione turco tedesca chiedeva il divieto di predica. Il sindaco di Neukoelln, attaccato per la sua “intolleranza” si appellava alla costituzione tedesca, il cui primo articolo recita “la dignità della persona è intoccabile” e difendeva dunque la dignità delle donne, mentre il senatore Henkel invitava le comunità islamiche a prendere una posizione chiara contro le esternazioni dell’Imam. L’equilibrio della gestione della questione interculturale, insomma, si gioca su livelli molto più profondi e paritari rispetto all’Italia, nella consapevolezza della pluralità delle voci in campo, mentre noi ancora riduciamo tutto, anche nel linguaggio, alle nostre categorie culturali.
Non mi sembra di aver sostenuto che quello della Germania sia stato un atteggiamento paternalistico nei confronti dei migranti. Al contrario ho sostenuto la positività dell’approccio tedesco: aspettativa che i migranti seguano le regole del paese anche per quanto riguarda il modo di trattare le donne, sostenuta e accompagnata da un forte investimento nella formazione sia professionale che civica. Per quanto riguarda nello specifico i rapporti uomo-donna, non si tratta solo di educazione sessuale, piuttosto di educazione ad una cultura di genere insieme meno rigida e cristallizzata su ciò che è maschile e femminile e più rispettosa nei confronti delle donne. Ho confrontato questo approccio, che ha sicuramente i suoi limiti e non può garantire automaticamente l’efficacia, del resto anche gli autoctoni non sempre interiorizzano questi valori, con quello italiano nei contesti in cui i centri di accoglienza sono per grandi numeri, con persone ammassate, spesso in modo indecoroso, per molti mesi, con poche o nessuna attività di integrazione, lasciate a sé stesse e alla propria inattività. Altra è l’esperienza Sprar, con accoglienza diffusa e per piccoli numeri, che consentono attività di integrazione intensive e coinvolgimento delle comunità locali.
Fortemente problematica è apparsa in particolare l’ultima risposta, In particolare, ad esempio, la parola disagio associata al mondo Lgbt, che, così sistemata, può dare adito all’idea che l’essere gay o transessuali costituisca un disagio in sé, mentre ovviamente è la società che non accettando o strumentalizzando certe condizioni crea il disagio.
Qui forse l’intervista è stata sintetizzata un po’ troppo o forse non mi sono fatta capire a sufficienza dalla intervistatrice. Ciò che sostengo anche in cose che ho scritto – da ultimo in Mamme e papà, il Mulino e L’equivoco della famiglia, Laterza – è che l’offensiva contro la cosiddetta teoria gender e contro l’educazione di genere nelle scuole parte da due malintesi non so quanto intenzionali. Il primo è che esista una e una sola teoria gender, il secondo, più grave, che parlare di genere significhi automaticamente sostenere che si può scegliere che orientamento sessuale avere e a quale sesso appartenere (due cose diverse, a prescindere che siano oggetto di scelta o meno). In questa prospettiva viene visto come potenzialmente rischioso anche qualsiasi messaggio che indichi che i ruoli sociali maschili e femminili non stanno in natura, che le donne e gli uomini, a prescindere dal loro orientamento sessuale e dal fatto che gli piaccia o meno essere nati in un corpo di donna piuttosto che di uomo, non sono, non dovrebbero essere, automaticamente destinati ad avere ruoli sociali predefiniti in base alla conformazione sessuale del loro corpo. L’ostilità alla educazione di genere, quindi, non solo si oppone al riconoscimento e accompagnamento di coloro che sono sessualmente attratti da persone del proprio sesso e di coloro che si trovano a disagio nell’identità sessuale loro attribuita in base alla conformazione sessuata del loro corpo. Impedisce anche di sviluppare un atteggiamento critico nei confronti degli stereotipi di genere maschile e femminile, oltre che di quelli relativi alla omosessualità e transessualità.