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lunedì 26 ottobre 2026

Quali balle colossali sull'immigrazione? - Telmo Pievani

 


La realtà economica dell’immigrazione – Matilde Moro

Dai pensionamenti alla mancanza di lavoratori, gli stranieri colmano vuoti sempre più ampi: nel 2023 il saldo fiscale dell’immigrazione è stato positivo per 1,2 miliardi. E il loro peso sulla spesa pubblica si ferma al 3,5%. Eppure la narrazione spesso distorce i dati e racconta un'attualità manipolata.

Quando si parla di migrazioni, specie nell’Europa di oggi, la cosa più difficile, curiosamente, sembra strutturare un discorso che resti attinente alla realtà, senza cedere nel migliore dei casi a falsi miti e percezioni personali e nei peggiori, più frequenti, a visioni ideologiche e strumentalizzazioni politiche. Il dibattito pubblico sull’argomento è sempre aperto e generalmente caldo, ma sembra ignorare completamente alcuni princìpi fondamentali e semplici dati di fatto che, a guardarli bene, renderebbero da soli il quadro reale delle migrazioni verso l’Europa. D’altra parte dati, studi e numeri generano certamente meno visualizzazioni dell’ultima sterile polemica da prima pagina, magari condita di poco verosimile retorica da sostituzione etnica e generico allarmismo razzista. 

Ne sembra ben consapevole Federico Rampini, che il primo agosto si è lanciato sulle pagine del Corriere della Sera nell’ennesimo spericolato attacco anti-immigrazione, questa volta prendendo di mira in particolare le politiche di apertura del governo Sanchez – quello che definisce il “modello Spagna”. Secondo Rampini (che fa sue le tesi sempre più trasversalmente comuni a tutte le destre europee), l’impatto positivo dei lavoratori immigrati sul sistema pensionistico europeo sarebbe una “balla colossale”, sostenuta per “puro dogmatismo ideologico”, e l’aumento del PIL dovuto all’arrivo di giovani in età da lavoro (altrimenti in costante e drammatico calo) sarebbe semplicemente “drogato”.

Rampini – che, è bene tenerlo a mente, fa riferimento esclusivamente alla migrazione irregolare – suggerisce che una politica di maggiore apertura delle frontiere è destinata ad alimentare le tensioni sociali e produrre una crescita solo apparente. Non volendo dare troppo spazio a tesi che sono certamente ben note, e desiderando invece andare in controtendenza rispetto a un dibattito che sembra fatto di posizioni già prese, è utile prendere invece in esame alcuni dati, raccontati da chi per primo li raccoglie ed elabora. 

Partiamo quindi dall’impatto dell’immigrazione sul calo demografico europeo. Gianpiero Dalla Zuanna è professore ordinario di Demografia presso il dipartimento di Scienze statistiche dell’Università degli Studi di Padova. “Dal punto vista brutale dei numeri”, spiega, “due ventenni, di cui uno immigrato e l’altro no, sono esattamente la stessa cosa. Questo vale naturalmente sia in entrata che in uscita: se diecimila giovani tra i venti e i trent’anni se ne vanno, questo equivale a diecimila nascite in meno”. Bisogna ricordare, continua Dalla Zuanna, che “una popolazione mantiene un suo equilibrio quando il numero di persone che esce è uguale al numero di persone che entra”.

Nella maggior parte dei Paesi europei – soprattutto dell’Europa del sud, come Italia, Spagna e Grecia – questo non avviene. Stiamo invece assistendo a un fortissimo calo demografico, che genera, tra le altre cose, “un’uscita di persone in età lavorativa molto più alta dell’entrata”. La popolazione invecchia ma si fanno sempre meno figli. Così aumenta il numero di pensionati ma non quello di giovani e dunque viene meno il meccanismo per cui chi lavora, pagando le tasse, sostiene il welfare per chi non può farlo. È un problema che ci riguarda da vicino: in Italia, spiega Dalla Zuanna, “abbiamo un deficit di replacement sul lavoro di circa 250.000 unità annue”.

La decisione di non fare figli sembra derivare da un più complesso “senso di insicurezza macro-sistemica”, generato da fattori come la paura delle guerre o delle conseguenze del cambiamento climatico. Il motivo per cui facciamo meno figli avrebbe quindi a che fare con l’impossibilità di proiettarci in un futuro vivibile.

Qui è importante fare una precisazione: se sempre meno persone scelgono di non avere figli – prolungando nel tempo questo squilibrio – in Italia e in Europa non è per mancanza di servizi o di politiche orientate alla famiglia, o almeno non solo. La rivista americana  PNAS ha recentemente pubblicato a questo proposito uno studio dal titolo Parenthood decisions in uncertain times: experimental evidence from four countries. La ricerca ha preso in esame 8000 persone tra i 20 e i 44 anni in Italia, Germania, Stati Uniti e Argentina. I risultati sono chiari: se stabilità economica e abitativa hanno ancora un peso, le politiche familiari in senso stretto sono meno determinanti. Gli autori – tra cui figura la professoressa associata al dipartimento di Demografia e Statistica dell’Università di Padova Maria Letizia Tanturri – sottolineano invece che la decisione di non fare figli sembra derivare da un più complesso “senso di insicurezza macro-sistemica”, generato da fattori come la paura delle guerre o delle conseguenze del cambiamento climatico.

Il motivo per cui facciamo meno figli avrebbe quindi a che fare con l’impossibilità di proiettarci in un futuro vivibile. È un meccanismo che conosce bene anche Roberto Impicciatore, professore ordinario di Demografia presso il dipartimento di Scienze statistiche “P. Fortunati” dell’Università di Bologna, Secondo cui a incidere sulla scelta di non avere figli è soprattutto “la trasformazione culturale avvenuta negli ultimi anni in termini di aspettative”. I giovani, per Impicciatore, “immaginano di avere certe condizioni” prima di fare figli. Condizioni (come un lavoro sicuro, una casa, una coppia stabile, un mondo in pace) che spesso in questo momento storico cozzano con la realtà. L’inverno demografico sembra quindi almeno per il momento destinato a prolungarsi. E nei prossimi anni inizieremo ad avvertirne le conseguenze più gravose, a partire proprio al mondo del lavoro. “Nel prossimo decennio, cioè negli anni Trenta del Duemila, vivremo il momento peggiore, perché andrà in pensione la parte più numerosa della generazione del baby boom, a fronte di quella che entra sul mercato del lavoro, tra i 20 e i 24 anni, che invece è particolarmente piccola, e quindi ogni anno ci saranno perdite sempre più forti”. 

A pesare è non solo la quantità ma la qualità di chi inizia a lavorare. Da questo punto di vista, non si tratta solo di riuscire a garantire welfare e pensioni, ma proprio di mancanza fisica di lavoratori, soprattutto per quei lavori per cui è richiesta una minore specializzazione. I dati lo raccontano chiaramente. Ancora Dalla Zuanna: “Dei circa 800.000 sessantacinquenni in pensione, metà hanno al massimo licenza media o inferiore, e metà sono diplomati o laureati”. Nella fascia dei giovani la tendenza si è invertita: “su 600.000 persone che entrano sul mercato del lavoro, circa 500.000 hanno un diploma superiore, una laurea, o almeno un diploma professionale, mentre solo 100.000 hanno al massimo la scuola media”.

Questo lascia “scoperta” un’enorme fascia di persone con un’istruzione di grado più basso, che entra in pensione da posti di lavoro a bassa specializzazione: “Abbiamo più o meno un numero di diplomati e laureati che può sostituire i diplomati e laureati che vanno in pensione, mentre esiste un deficit drammatico sulla popolazione con titolo di studio basso”. In questa fascia, circa 400.000 persone smettono ogni anno di lavorare e appena 100.000 iniziano. Il problema a questo punto è che il 20% dei lavori in tutte le società del cosiddetto nord globale sono quelli che l’Istat definisce unskilled jobs, lavori che si possono fare senza una particolare preparazione, e che sono sempre meno ambiti dai giovani europei. Lavori che però, secondo Dalla Zuanna, “sono assolutamente indispensabili. Senza questi tipi di lavori si ferma tutto”. Si parla per esempio di settori come l’agricoltura, l’edilizia, la ristorazione e l’ospitalità, ma anche moltissimi lavori di cura. 

È qui che entrano in gioco i lavoratori stranieri. Come confermano i dati Inps, riportati tra gli altri dalla Fondazione Moressa, “l’occupazione straniera si distingue nettamente da quella autoctona per la maggiore concentrazione in mansioni a bassa qualificazione, con una rilevante presenza in professioni meno specializzate e spesso caratterizzate da un elevato livello di precarietà. Se, infatti, il 39,6% degli occupati italiani è impiegato in professioni qualificate o tecniche, in questa categoria solo il 9,1% degli occupati sono stranieri. Al contrario, i lavoratori stranieri sono principalmente impiegati tra operai e artigiani (31,7%) e nelle professioni meno qualificate (29,4%)”. Su 100 addetti a professioni poco qualificate 30 sono stranieri, mentre accade l’esatto posto per le professioni più qualificate, dove i lavoratori stranieri sono circa 2,6 su 100. 

c’è stato un boom migratorio nel primo decennio del secolo fatto principalmente di donne che arrivavano dall’est Europa. Queste donne hanno sopperito alla mancanza di esternalizzazione di cura per gli anziani. Così facendo hanno liberato le donne italiane da queste incombenze, contribuendo significativamente all’aumento dell’occupazione femminile italiana.

I settori in cui la presenza straniera è più alta sono proprio quelli che Dalla Zuanna definisce “indispensabili”: L’agricoltura registra la quota più elevata, con circa il 18% del valore aggiunto del settore attribuibile alla forza lavoro straniera. Seguono l’edilizia, con un’incidenza pari al 16,4%, e il comparto degli alberghi e della ristorazione, dove i lavoratori immigrati contribuiscono per circa il 12,5% del valore aggiunto totale. 

Sui lavori di cura vale la pena soffermarsi in maniera particolare: come racconta Impicciatore, “c’è stato un boom migratorio nel primo decennio del secolo fatto principalmente di donne che arrivavano dall’est Europa. Queste donne, in un sistema familiaristico come il nostro, hanno sopperito alla mancanza di esternalizzazione di cura per gli anziani. Così facendo hanno liberato le donne italiane da queste incombenze, contribuendo significativamente all’aumento dell’occupazione femminile italiana”. Cosa che ha a sua volta un impatto positivo che si estende alle dinamiche sociali e alla famiglia: “L’occupazione femminile ha ripercussioni positive su una maggior autonomia, sulla capacità decisionale, sulle dinamiche di potere all’interno della coppia, e anche sulla fecondità, perché quando le donne lavorano scelgono più facilmente di avere figli”. 

Basta leggere questi dati per comprendere che, come confermano sia Dalla Zuanna che Impicciatore, l’arrivo di immigrati in età da lavoro ha indiscutibilmente un effetto positivo, anche perché “nella maggior parte dei casi vanno a fare quei lavori che gli italiani non hanno tempo di fare o che non vogliono più fare”. Certo, contare sull’immigrazione non è l’unica via percorribile: “Si può per esempio cercare di automatizzare sempre di più, di contare su macchine o robot umanoidi, o sull’intelligenza artificiale, ma anche in questo caso è probabile che l’intelligenza artificiale andrà a sostituire gradualmente altri tipi di lavori, e più difficilmente quelli manuali”. 

Una nota sul Giappone in particolare, che Rampini cita come esempio virtuoso di chiusura dei confini, e dove si investe in effetti più che altrove in soluzioni di tipo diverso per far fronte al calo delle nascite e alla conseguente mancanza di lavoratori, come per esempio lo sviluppo tecnologico o i robot umanoidi: se in effetti sono necessarie meno persone per svolgere alcuni lavori, è altrettanto vero che Tokyo registra in maniera costante alti tassi di solitudine e infelicità. Secondo i dati del 2024 dell’Ufficio del Gabinetto giapponese per esempio il 40% della popolazione intervistata dichiara di soffrire di qualche forma di solitudine, un fenomeno che è particolarmente in aumento tra i giovani.

Secondo un’indagine del 2025, un giapponese su dieci non incontra mai di persona amici o persone non conviventi. Stando al World Happiness Report 2026, il Giappone si attesta appena al sessantunesimo posto su 140 tra le nazioni più felici al mondo, oltre ad occupare storicamente l’ultima posizione per punteggio di felicità tra i Paesi del G7. Naturalmente questo non significa che ci sia una correlazione diretta tra confini più aperti e una maggiore felicità percepita, ma solo che se il “modello Spagna” rappresenta delle limitazioni, quello Giapponese non è necessariamente da imitare. 

Da dopo gli anni ’90, la componente irregolare è sempre, per quanto riguarda l’Italia, al di sotto del 10% della presenza straniera. Se poi si considera l’insieme di persone di origini straniere, contando ad esempio anche chi ha acquisito la cittadinanza o i figli, si scende sotto al 5%

Un altro mito da sfatare è quello sull’impatto negativo sul welfare: “L’idea che gli immigrati finanzino le nostre pensioni”, scrive Rampini, “presuppone che svolgano lavori regolari, quindi paghino tasse e contributi previdenziali. Questa non è la realtà dell’immigrazione clandestina che finisce soprattutto nel sommerso”. Come prima cosa, è utile fare un iniziale e banale distinguo, ancora una volta affidandosi ai numeri. “Quando si parla di migrazioni”, spiega Impicciatore, “si punta sempre l’attenzione sull’immigrazione irregolare, che sicuramente è una questione complessa, ma che dal punto di vista dei numeri non è così rilevante e soprattutto non è assolutamente indicativa del fenomeno migratorio nel suo insieme. Da dopo gli anni ’90, la componente irregolare è sempre, per quanto riguarda l’Italia, al di sotto del 10% della presenza straniera. Se poi si considera l’insieme di persone di origini straniere, contando ad esempio anche chi ha acquisito la cittadinanza o i figli, si scende sotto al 5%”.

Studi europei mostrano dati molto simili anche negli altri paesi. Gli stranieri sono a loro volta circa il 9% della popolazione totale. Se la realtà mostrata dai numeri è questa, la percezione se ne distacca drasticamente: “Sia il numero di stranieri sia la percentuale di irregolari sono sistematicamente sovrastimati. Le persone ad esempio pensano che in media gli stranieri siano il 25% della popolazione italiana e che la componente irregolare sia tra il 40 e il 50%”. 

C’è poi da fare una precisazione su che cosa significhi esattamente “irregolare”: “Naturalmente nessuno nasce irregolare e nessun migrante sceglie di essere irregolare, lo si diventa perché nel posto in cui si arriva c’è un certo tipo di regolamentazione, e questo dipende dalla capacità e dalla volontà politica di un Paese di creare canali di accesso legali”. È anzi proprio questa condizione di irregolarità imposta a costringere le persone a sottostare a condizioni di lavoro altrimenti inaccettabili e rendere possibili, almeno in parte, fenomeni come il lavoro nero e il caporalato – oltre a generare una maggiore marginalità e vulnerabilità, limitando per esempio l’accesso alle cure o ai canali di lavoro legali: “Con il mio gruppo di ricerca,” conferma Impicciatore, “abbiamo osservato che anche a distanza di anni, anche dopo essersi eventualmente regolarizzate, le persone che hanno vissuto un periodo di irregolarità continuano a essere penalizzate, per esempio dal punto di vista lavorativo sia in termini di occupabilità che di prestigio delle posizioni a cui possono ambire, ma anche per quanto riguarda la formazione familiare: le donne che hanno vissuto un periodo di irregolarità posticipano la decisione di avere un figlio, o decidono proprio di non averne”. 

Chi invece si trova legalmente sul territorio – ricordiamolo, più del 90% degli stranieri – e ha la possibilità di lavorare legalmente, spiega Dalla Zuanna, “paga più tasse di quello che riceve indietro”. La Fondazione Moressa pubblica ogni anno il Rapporto sull’economia dell’immigrazione, in cui studia l’impatto demografico ed economico degli stranieri in Italia. Il più recente, del 2025, dal titolo “Da stranieri a nuovi italiani: come cambia l’immigrazione”, dà un esaustivo quadro della situazione attuale. Dal punto di vista fiscale, anche a causa della struttura demografica della popolazione straniera (un’età media di 36,1 anni contro i 47,1 degli Italiani), gli stranieri incidono pochissimo sulla spesa pubblica, con una media del 3,5%, scendendo sotto l’1% alla voce delle pensioni e sotto il 5% alla voce sanità, che sono complessivamente le due spese più consistenti. Non solo: confrontando le voci di entrata e uscita per l’anno d’imposta 2023, il saldo tra costi e benefici dell’immigrazione è stato positivo per un valore di +1,2 miliardi di euro. Davanti a questi dati diventa difficile sostenere che l’immigrazione sia un peso per gli europei. 

La Fondazione Moressa si spinge anzi oltre, parlando del potenziale inespresso delle migrazioni: “Va fatta una riflessione sul contributo potenziale ancora inespresso,” si legge nel rapporto. “L’Irpef versata dagli immigrati è appena il 2,3% del totale, a causa della ben nota segmentazione del mercato del lavoro. La concentrazione nelle fasce di reddito più basse incide poi anche sulla propensione al consumo e quindi sulle imposte a esso legate. Il gettito IVA ‘generato’ dagli immigrati è infatti appena il 3% del totale, e risultano limitate anche le imposte legate alla casa e alle automobili. Il potenziale dell’immigrazione in Italia è ancora largamente inespresso, limitato da una scarsa mobilità sociale e da una generalizzata difficoltà di valorizzare talenti e competenze. Una maggiore valorizzazione, invece, porterebbe un maggiore contributo al PIL, maggiori consumi e maggiori entrate per le casse dello Stato”. Le cose si stanno però lentamente modificando, ed è in crescita anche il numero di stranieri che diventano imprenditori in Italia: nel 2024 erano 787 mila le aziende a guida straniera (10,6% del totale), che negli ultimi dieci anni hanno arginato la diminuzione di imprenditori autoctoni (-5,7% gli imprenditori nati in Italia, +24,4% i nati all’estero).

I lavoratori stranieri non solo contribuiscono all’economia, ma sono necessari a tenere in piedi interi settori. Cieca davanti a questo semplice fatto, la retorica anti-immigrazione alimenta un ciclo di marginalizzazione ed esclusione delle persone dalla società e dai suoi diritti.

Se quindi l’impatto del fenomeno nel suo insieme è positivo, concordano Dalla Zuanna e Impicciatore, la sfida principale resta senza dubbio quella dell’integrazione. I lavoratori stranieri non solo contribuiscono all’economia, ma sono necessari a tenere in piedi interi settori. Cieca davanti a questo semplice fatto, la retorica anti-immigrazione alimenta un ciclo di marginalizzazione ed esclusione delle persone dalla società e dai suoi diritti. Con il solo pregio – evidente dai risultati elettorali – di identificare l’“altro” come unico responsabile di quella che è in realtà una profonda incapacità gestionale, che si accompagna a un testardo rifiuto di accettare che “nei prossimi anni le migrazioni aumenteranno, ci si muoverà sempre di più, e questo è un dato di fatto”.

In questo contesto, parlare di numeri è istruttivo, perfino illuminante sul vero stato delle cose, ma non certamente sufficiente. Perché, come spiega Dalla Zuanna citando ironicamente un adagio con cui Max Frisch descriveva negli anni Settanta l’arrivo di lavoratori italiani in Svizzera, “cercavamo braccia, e sono arrivati uomini”. È allora necessario, attivamente, fare azioni positive di integrazione: “Dove sono state fatte, hanno portato alla costruzione di società integrate”. A partire per esempio dalla scuola, “non solo la scuola dei ragazzi, ma anche quelle per adulti”, specifica Dalla Zuanna. “Ogni anno centinaia di migliaia di adulti, in particolare stranieri, frequentano i corsi per prendere la licenza media oppure le scuole serali, sono numeri imponenti, ma che dovrebbero essere ancora più imponenti”. Urgentissime sono anche politiche serie per diminuire il gap linguistico, perché “anche i bambini nati qui hanno spesso un livello di italiano elementare, che non permette loro di scegliere licei prestigiosi o di iscriversi al corso di laurea che desidererebbero frequentare”. Bloccando di fatto la mobilità sociale.

È proprio sui desideri che vale la pena soffermarsi. Se i numeri mostrano chiaramente che gli studenti stranieri tendono a scegliere in maggioranza i corsi professionali e ad avere qualifiche più basse, raccontano anche un’altra realtà: che si tratta di un limite e non di una scelta. “Se si osservano i dati sulle seconde generazioni, si vede che in realtà i sogni, le idee, i desideri dei ragazzi, figli di seconda generazione, somigliano moltissimo a quelli degli italiani”. Peccato che poi si scontrino con un contesto che ancora li discrimina e penalizza in maniera sistematica: “Cosa succede se vuoi fare il medico e ti accorgi che non ce la fai perché la tua preparazione scolastica o il tuo livello linguistico non sono sufficienti? Ti rifugi, ti costruisci un’identità diversa, alternativa. È in questa contradizione che nascono fenomeni come quello delle baby gang. È un fatto studiato da decenni, soprattutto a partire dagli Stati Uniti, che si chiama downward assimilation, assimilazione verso il basso, che avviene quando ai giovani non viene data la possibilità di realizzare almeno in parte le proprie aspirazioni e i propri sogni”. 

Quello dei numeri e di chi li studia e conosce da vicino è un punto di vista privilegiato, soprattutto quando si parla di migrazioni: è una lente oggettiva che permette di osservare, mettendosi il più possibile al riparo da ogni pregiudizio, un fenomeno troppo spesso strumentalizzato. La distanza tra il reale e il percepito è forse la lezione più preziosa, il dato più rivelatore e preoccupante, ma può anche diventare la chiave per spingerci a osservare l’immigrazione nel nostro paese per quello che è: una realtà complessa e stratificata, fatta di persone che chiedono e desiderano dignità, e si ritrovano invece schiacciate dalle nostre semplificazioni consolatorie.

da qui

lunedì 4 novembre 2019

scrive Maurizio Ambrosini, sui migranti


Ecco i veri nodi dell’immigrazione in Italia - Maurizio Ambrosini

Il Rapporto annuale sugli stranieri nel mercato del lavoro in Italia disegna un quadro in chiaroscuro, tra progressi e difficoltà. Indica le tematiche che un eventuale nuovo governo dovrebbe affrontare, senza continuare a inseguire aspetti marginali.

Il Rapporto sugli stranieri nel mercato del lavoro
Viviamo giorni d’incertezza di fronte all’evoluzione politica del paese, ma non manca la speranza di una svolta che segni una netta discontinuità nelle politiche migratorie. Per oltre un anno, la discussione sul tema è stata polarizzata sugli sbarchi dal mare e sull’asilo, salvo occasionalmente allargarsi alla cronaca nera. Basta andare a rileggere il contratto su cui nacque il governo Conte-Salvini-Di Maio. Migranti e rifugiati sono sistematicamente confusi e si parla di “flussi migratori” per intendere gli arrivi dal mare. Oggi scarsissimi, ma sempre minoritari anche negli anni scorsi rispetto alle altre modalità d’ingresso: famiglia, studio, lavoro e diverse altre. Senza contare, beninteso, i migranti interni all’Ue (1,5 milioni in Italia), che non hanno bisogno di permessi per insediarsi nel nostro paese.
È dunque importante, nel momento in cui potrebbe nascere un governo diverso, confrontarsi con analisi statistiche, meglio se di fonte istituzionale, che ci restituiscono un quadro più obiettivo e completo dell’immigrazione del nostro paese. Tra queste va annoverato il Rapporto annuale sugli stranieri nel mercato del lavoro in Italia, pubblicato dal ministero competente, la cui nona edizione è uscita nei giorni scorsi.
Va ammesso che nemmeno la partecipazione occupazionale degli immigrati sfugge al fuoco delle polemiche. Quando non lavorano, sono bollati come parassiti mantenuti dalle tasse dei contribuenti. Quando lavorano, sono accusati di rubare il pane agli italiani, oppure di essere braccia a disposizione di biechi sfruttatori. Quando intraprendono, si pensa che godano di indebiti vantaggi, di aiuti pubblici, di esenzioni fiscali o altri favoritismi.
Il Rapporto ministeriale aiuta a fare un po’ di chiarezza al riguardo. Il primo dato è che l’occupazione regolare degli immigrati continua a crescere, anche se moderatamente: 2,45 milioni, pari al 10,6 per cento dell’occupazione complessiva. In altri termini, un lavoratore su dieci in Italia è straniero, senza contare quelli che nel frattempo hanno acquisito la cittadinanza italiana a dispetto della regolamentazione più restrittiva dell’Europa occidentale. In generale, il tasso di occupazione degli immigrati è più alto di quello degli italiani, uno dei pochi casi a livello Ocse, e alcune componenti nazionali brillano per operosità: tra i filippini più di otto su dieci sono occupati; cinesi, peruviani, srilankesi e ucraini superano o sfiorano un rapporto di sette su dieci.
In alcuni settori il contributo degli stranieri è particolarmente rilevante: 17,2 per cento del totale in edilizia, 17,9 per cento in agricoltura e nell’industria alberghiera; ma soprattutto 36,6 per cento nei “servizi collettivi e personali”. Qui si colloca, infatti, tra le varie occupazioni del settore, l’ingentissimo fenomeno del lavoro domestico e assistenziale a beneficio delle famiglie italiane: un ambito in cui più di sette lavoratori su dieci sono stranieri, o meglio straniere.

Il problema della sovra-qualificazione
Questa grande risorsa per puntellare i difficili equilibrismi a cui tante famiglie sono costrette ha però anche costi sociali e personali non indifferenti: per le lavoratrici straniere, quale che sia il loro livello d’istruzione e la loro esperienza professionale pregressa, il confinamento nel lavoro domestico-assistenziale è un destino a cui non è agevole sottrarsi.
Ma il problema della sovra-qualificazione vale anche per gli uomini: secondo il rapporto, 63 laureati stranieri su 100 sono occupati in posizioni per cui basterebbe un’istruzione inferiore, contro meno di 18 italiani laureati su 100. Più grave è però un altro problema: il lavoro in parecchi casi non affranca gli immigrati dalla povertà. In un quarto dei casi di immigrati in condizioni di povertà assoluta (1,5 milioni), almeno una persona in famiglia ha un’occupazione regolare.
Un’altra seria incognita riguarda le nuove generazioni di origine immigrata: il loro tasso di occupazione nell’Ue è del 69 per cento, in Italia soltanto del 28 per cento. Si profila perciò un allarme per l’integrazione sociale futura dei figli degli immigrati, che nessuno potrà cacciare da quello che ormai è il loro paese.
Il rapporto disegna dunque un quadro in chiaroscuro, di luci e ombre, progressi e difficoltà. Sarebbe di vitale importanza per un nuovo governo mettere a tema i nodi veri della questione immigrazione – quindi, per esempio, quello di nuovi ingressi per lavoro in determinati settori – invece di inseguire aspetti di fatto marginali, ma di elevata redditività propagandistica.
da qui


Quell’umanità perduta nella “guerra” ai migranti - Maurizio Ambrosini

Il salvataggio di vite umane in pericolo da parte di organizzazioni indipendenti è diventato un’attività sospetta. Avremmo invece bisogno di tornare a un mondo in cui accogliere persone e sostenere chi chiede aiuto è solo un’espressione di umanità.

Le conseguenze del caso Sea Watch
Il Parlamento sta per pronunciarsi sul caso Matteo Salvini-Sea Watch e si sa già come andrà a finire. Ma è l’occasione per una riflessione sul rapporto tra azione umanitaria e radicalizzazione politica sul fronte controverso dell’asilo.
In questi giorni, Salvini ha rivendicato i meriti della sua gestione, in termini di quasi azzeramento degli sbarchi e delle morti in mare. In realtà, il crollo degli arrivi deriva principalmente dagli accordi con governo e milizie libiche dell’esecutivo Gentiloni-Minniti. Il ministro dell’Interno del governo Conte ha solo completato l’opera, facendo dell’Italia un paese che di fatto si sottrae sia al diritto di asilo sancito dalla Costituzione, sia a consentire lo sbarco delle persone tratte in salvo, minorenni compresi, come prevede il diritto del mare. La confusione tra rifugiati, migranti economici, clandestini, tutti etichettati come spensierati turisti in viaggio di piacere nel Mediterraneo (“la pacchia è finita”, secondo i tweet di Salvini), è un tratto consolidato della comunicazione governativa sull’argomento. Si può obiettare che qualche micro-sbarco di tunisini continua ad avvenire, che l’inverno già di per sé riduce al minimo gli attraversamenti del mare con mezzi inadatti, ma il quadro non cambia: ha vinto la disumanità. Resta da vedere se questa politica ha migliorato la vita dei cittadini italiani, se ha promosso l’immagine del nostro paese sul piano internazionale. Se ha fatto dell’Italia un paese migliore.
Nel frattempo, la Sea Watch è stata scagionata dalle varie accuse che le erano state rivolte, con sollievo di molti simpatizzanti, malgrado l’aggiunta che siano invece riscontrabili irregolarità amministrative: in sostanza, dubbi sull’idoneità dell’imbarcazione a effettuare operazioni di salvataggio in mare. Il punto richiama però un inquietante scenario complessivo: ormai ogni operazione di salvataggio in mare è oggetto non solo di aspre polemiche politiche, ma anche di approfondite indagini da parte delle autorità inquirenti, con tanto di interrogatori degli equipaggi e dei migranti tratti in salvo, minorenni compresi.
Il salvataggio di vite umane in pericolo da parte di organizzazioni indipendenti è diventato un’attività sospetta, di cui si analizza con acribia degna di miglior causa la scelta di intervenire al posto delle autorità libiche, di dirigersi verso i porti italiani anziché tunisini o maltesi, di trarre in salvo le persone anche se non si è perfettamente attrezzati per farlo. Senza tralasciare la pioggia di accuse preventive da parte di diversi esponenti governativi, non solo il solito Salvini, spacciate subito come certezza che la Sea Watch avesse commesso gravi irregolarità.
È uno spettacolo mai visto prima in un paese a ordinamento liberale. Salvare migranti e richiedenti asilo è diventato un attacco alla sicurezza e alla sovranità nazionale, mentre chi chiude i porti e tiene persone inermi bloccate a bordo per giorni, minorenni compresi, si presenta come difensore della patria: come se fosse in gioco la sicurezza della nazione rispetto a un’invasione nemica. Il fatto che le accuse cadano poi una dopo l’altra, senza neppure arrivare (almeno finora) al dibattimento in aula, ne conferma la loro natura pregiudiziale e politicizzata.
Assistiamo a una pericolosa politicizzazione della solidarietà. Che ha come logica conseguenza gli striscioni appesi in più occasioni da estremisti di destra di fronte a sedi della Caritas per attaccarne polemicamente l’impegno nell’accoglienza. A quanto pare, servire pasti caldi, organizzare corsi di italiano, mettere a disposizione docce e posti letto appaiono gesti eversivi o quanto meno forme di disobbedienza politica all’autorità statale.
Avremmo invece bisogno di fissare un punto, solennemente affermato dalla Corte costituzionale francese in una storica sentenza del luglio scorso: il principio di fraternità vieta di criminalizzare la solidarietà con i migranti, quale che sia il loro status giuridico. Fornire aiuto su basi umanitarie è una scelta che lo stato non può perseguire.

Le risposte informali
Anche sul fronte opposto avviene un’evoluzione significativa. Quello che chiamavano “l’umanitario” non è mai piaciuto alla gran parte degli intellettuali critici e agli attivisti pro-rifugiati più radicali. Così come non piaceva il volontariato: deboli interventi riparativi che non mettevano in discussione le ingiustizie del sistema. Oggi li vediamo invece schierati in difesa delle Ong, con lo stesso piglio assertivo delle condanne di ieri, così come vediamo gruppi di attivisti impegnarsi in azioni concrete di aiuto, dai corsi di italiano alla fornitura di pasti, che altri definirebbero con il vecchio termine “volontariato”.
Tra l’altro, il decreto sicurezza, producendo un aumento delle persone prive di protezione legale, accrescerà l’esigenza di interventi di aiuto. Le persone comunque rimangono. Hanno un corpo e cercano delle risposte ai loro bisogni. Se mancano le risposte istituzionali, sorgono quelle informali. Si pensi per esempio alla tendopoli romana del centro Baobab, che il governo ha sgomberato nei mesi scorsi. Chi crede che gli immigrati privati del diritto di asilo finiscano per cedere e tornare mestamente in patria, da sconfitti, dimostra di non conoscerli. Rimarranno, più disperati, arrabbiati, depressi. Quindi, più problematici per la società. Ben vengano dunque le iniziative che cercano di far fronte all’emergenza annunciata: in un momento come questo, tutte le energie che promuovono un supplemento di apertura e di accoglienza sono da salutare con favore.
Forse, però, avremmo bisogno di tornare a un mondo normale, in cui salvare vite, accogliere persone, sostenere chi chiede aiuto, non sia un gesto né di destra né di sinistra, ma soltanto un’espressione di umanità.
da qui



Se la sinistra attacca la sinistra - Maurizio Ambrosini

È interessante che per attaccare una sinistra già in difficoltà i grandi commentatori se la prendano con l’apertura e la solidarietà verso gli immigrati. Colgono un argomento che più di altri può trovare consenso e spaccare ancora di più una sinistra incerta e divisa

C’è un genere letterario che va di moda di questi tempi: sparare sulla sinistra e sui suoi errori. Il gioco funziona ancora meglio se a farlo è qualche intellettuale o comunicatore che può vantare un curriculum una qualche militanza a sinistra, sottraendosi all’accusa di parzialità ideologica.
Naturalmente uno degli argomenti preferiti dai neo-fustigatori della sinistra in declino è l’immigrazione, con la contrapposizione tra ultimi e penultimi, tra poveri italiani e poverissimi immigrati. Sono di questo tenore gli argomenti sviluppati dal noto giornalista Federico Rampini nel suo recente libro La notte della sinistra, e ripresi con grandi elogi da Aldo Cazzullo sul Corriere della Sera. Le due illustri penne del giornalismo italiano convergono su alcuni dei più inossidabili luoghi comuni della xenofobia di sinistra, o sedicente tale.
Il primo è l’idea che i lavoratori nazionali fragili subiscano la concorrenza degli immigrati arrivati clandestinamente, e che il problema sia un’immigrazione senza controllo. In realtà, a essere senza controllo non sono i modesti ingressi dall’Africa (circa 350.000 persone tra rifugiati e richiedenti asilo su circa sei milioni di immigrati, irregolari compresi), ma eventualmente le migrazioni interne all’Ue. Dalla Romania o dalla Bulgaria chiunque può entrare in Italia senza bisogno di permessi e mettersi a cercare lavoro, regolare o in nero. Nel Regno Unito l’hanno intuito e hanno cercato di porvi rimedio con la Brexit, ma non è neppure detto che ci riescano.
Riprendendo il vecchio cliché dell’esercito industriale di riserva, i due giornalisti accusano la sinistra di aver assecondato la fame di braccia da sfruttare del capitalismo più spietato. In realtà sono le chiusure formalmente rigide delle frontiere a creare le condizioni dell’immigrazione irregolare, che poi si trova a lavorare in nero. Senza contare il fatto che in buona parte, forse in prevalenza stando alle sanatorie, gli immigrati non autorizzati trovano lavoro non nei campi o nei cantieri edili, ma nelle famiglie italiane.
In terzo luogo, Rampini e Cazzullo rivalutano il noto slogan salviniano «aiutiamoli a casa loro», citando il drenaggio dei medici africani a vantaggio della sanità britannica. Ne concludono che l’emigrazione è dannosa per i Paesi di origine. Qui bisogna distinguere: il brain drain esiste, e ci ricorda che le migrazioni sono di tanti tipi diversi. Le persone che in patria hanno lavori e salari inadeguati partono nella speranza di migliorare le condizioni di vita della propria famiglia. Di fatto i migranti aiutano casa loro in modo pervasivo grazie al denaro che mandano alle famiglie in patria: 642 miliardi di dollari nel 2018 secondo le stime della Banca mondiale. Un fenomeno che supera di gran lunga il valore degli aiuti pubblici allo sviluppo. Inoltre l’immigrazione in Italia come in Europa è prevalentemente europea (e femminile), non proviene dai Paesi più poveri del mondo, non riguarda i più poveri dei Paesi di provenienza.
È interessante che per attaccare una sinistra già in difficoltà i grandi commentatori se la prendano con l’apertura e la solidarietà verso gli immigrati. Colgono un argomento che più di altri può trovare consenso e spaccare ancora di più una sinistra incerta e divisa. Un serio esame di sociologia delle migrazioni però non lo passerebbero.



giovedì 2 maggio 2013

mai fidarsi degli economisti che lo dice il computer, oh yeah

È apparso come star nel popolare talkshow di satira politica The Colbert Report. Se l’è meritata davvero questa fama Thomas Herndon, che prepara la sua tesi di Ph.D. alla University of Massachussetts di Amherst.
Il premio Nobel dell’economia Paul Krugman gli dà atto di avere «confutato lo studio accademico più autorevole degli ultimi anni». Scoprendovi degli errori banali, imbarazzanti per gli autori. Le vittime di Herndon sono due tra gli economisti più stimati del mondo: Carmen Reinhart e Kenneth Rogoff. Loro due insegnano in una super-università, Harvard, ben più prestigiosa di quella dove studia il 28enne dottorando che li ha messi al tappeto. Rogoff, che è stato economista anche al Fondo monetario internazionale e alla Federal Reserve, insieme con la sua collega Reinhart pubblicò “Growth in a Time of Debt”, una ricerca conclusa proprio quando stava scoppiando la crisi della Grecia. In quel testo vi era la “prova scientifica”, secondo gli autori, che se il debito pubblico di una nazione raggiunge la soglia del 90% del Pil, diventa un ostacolo insuperabile alla crescita.
Quella cifra “magica” venne adottata come un dogma, istantaneamente ripresa da organizzazioni internazionali e governi: da Angela Merkel alla Commissione europea, fino al partito repubblicano negli Stati Uniti. Lo stesso Krugman ricorda che «ebbe un ruolo cruciale nella svolta delle politiche economiche, con l’abbandono delle manovre anti- recessive sostituite prontamente con politiche di austerity ». La tesi di Krugman è che c’erano già poderose correnti ideologiche in azione per interrompere le manovre anti-recessive, e tuttavia quello studio divenne un regalo insperato, una pietra miliare, il fondamento teorico per l’austerity…