Visualizzazione post con etichetta Rania Hammad. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Rania Hammad. Mostra tutti i post

mercoledì 12 agosto 2026

Gaza non è stata distrutta per essere restituita - Tawfiq Al-Ghussein e Rania Hammad

 Un territorio può essere ricostruito senza essere restituito. I piani per Gaza, presentati come ricostruzione, sicurezza e transizione, sono una pagliacciata.

I piani prevedono il disarmo dei palestinesi mentre lasciano intatta non solo la violenza dell'esercito israeliano, ma il controllo dei confini e il veto sul futuro del territorio. Una ricostruzione senza sovranità non pone fine alla guerra di genocidio: ne consolida l'esito.

Le proposte oggi in discussione per Gaza vengono presentate come piani di ricostruzione, sicurezza e transizione politica. È un linguaggio deliberatamente rassicurante. Un ulteriore inganno, sale sulla ferita. Suggerisce che la distruzione sia stata temporanea, eccessiva ma giustificata, e che lo sfollamento verrà invertito, che i palestinesi torneranno a ricostruire le proprie case sotto una qualche forma migliorata di amministrazione. E che la distruzione fosse causata da un evento come risposta legittima, non come parte di un disegno, per la pulizia etnica e l'annessione.

Ciò di cui si discute somiglia sempre meno alla ricostruzione della Gaza palestinese e sempre più alla riorganizzazione politica e materiale di Gaza dopo la sua distruzione, dalle forze che occupano la Palestina da decenni e che da sempre dichiarano di voler svuotare la terra, per occuparla, insediarsi e colonizzarla.

Una distruzione intenzionale, da lungo pianificata, per uno scopo preciso, quello della conquista voluto dallo Stato e preteso dal violento movimento dei coloni e dall'estrema destra israeliana.

Il disarmo è preteso dai palestinesi, mentre il controllo della sicurezza è riservato ad altri, agli stessi occupanti, agli aggressori.

La ricostruzione dovrà essere finanziata dall'estero, progettata da potenze esterne e monitorata attraverso meccanismi sui quali i palestinesi non eserciteranno alcuna autorità reale. Le vittime resteranno solo pedine in un progetto più ampio.

Il territorio potrà essere ricostruito, ma questo non significa che verrà restituito, non verrà restituito ai suoi abitanti, al popolo nativo palestinese.

La distinzione è fondamentale. Nel diritto internazionale l'occupazione è per definizione temporanea: non conferisce sovranità e non attribuisce alcun titolo sul territorio occupato. Una ricostruzione priva di sovranità non è quindi un recupero. Una ricostruzione priva del ritorno garantito degli sfollati non è un ripristino. Una ricostruzione condotta sotto controllo militare di una forza occupante ed estera, con tutela dei donatori e veto israeliano, non è la fine o la conclusione della guerra o meglio della guerra di sterminio: è il consolidamento del suo esito.

L'assunto prevalente è che Gaza tornerà in qualche modo ai palestinesi una volta disarmato il movimento di Hamas, insediata un'autorità transitoria e raccolti i fondi internazionali sufficienti per permettere un nuovo inizio. Eppure quasi ogni elemento dell'assetto proposto indica la direzione opposta.

A Israele non viene richiesto un ritiro pieno e irreversibile del suo esercito, dei coloni o dalle aree occupate. Non viene obbligato a rinunciare al controllo sui confini di Gaza, sul suo spazio aereo, sulla costa, sul registro della popolazione, sulla circolazione delle merci e delle persone. La sua superiorità militare resta il fondamento dell'ordine proposto e si rafforza non solo in Palestina, ma anche fuori. Le armi palestinesi, al contrario, vengono trattate come l'ostacolo principale alla pace. Questo raccontano, ma la narrazione cancella il contesto di occupazione militare illegale.

Non è una smilitarizzazione neutra. È disarmo unilaterale in condizioni di occupazione.

Si obietterà che il disarmo di una fazione armata è una legittima esigenza di sicurezza di uno Stato. Ma non se questo paese occupa e opprime un altro popolo. La smilitarizzazione ha senso soltanto all'interno di un ordine che riconosca sovranità, statualità e garanzie per la popolazione occupata. Ciò che viene proposto è l'opposto: si pretende la resa. Un popolo bombardato, assediato, sfollato e privato di protezione politica si sente dire che deve deporre le armi prima ancora che i suoi diritti possano essere discussi. E riconosciuti. O protetti. Lo Stato che ha distrutto Gaza conserva una superiorità militare schiacciante, mentre chi è sopravvissuto al genocidio dovrebbe consegnarsi in modo permanente a chi lo ha massacrato per quasi tre anni, e dopo decenni di occupazione.

Non è un accordo di pace questo, ma la legalizzazione del sopruso, dei crimini di guerra e del furto della terra.

La distruzione di Gaza è stata spesso descritta come eccessiva, sproporzionata o indiscriminata. Evitando di usare il termine genocidio. Lasciando intendere che la devastazione sia stata il prodotto di un eccesso militare, conseguenza della violenza dei palestinesi. Ma il punto chiave è l'intenzione, che si può misurare con certezza, e che dimostra che era in atto ed è in atto un genocidio, è questa la funzione.

Un territorio è stato reso materialmente inabitabile. Le sue istituzioni sono state frantumate. Università, ospedali, abitazioni, archivi, strade, reti municipali e fondamenta economiche sono stati distrutti. Gran parte della popolazione è stata sfollata più volte. Il risultato non è soltanto una catastrofe umanitaria: è un territorio reso tabula rasa per essere ridisegnato. A piacimento delle forze di occupazione che mirano alla colonizzazione. Questo si deve ricordare.

È per questo che il linguaggio della riqualificazione è un linguaggio menzognero e ingannevole.

Adesso che la distruzione è stata compiuta, arrivano i pianificatori. Compaiono gli investitori. Si propongono architetture di sicurezza. Le capitali straniere discutono di corridoi, zone, organismi amministrativi e autorità per la ricostruzione. Gaza viene trattata come un sito vuoto, non come una patria i cui abitanti possiedono diritti inalienabili. Eppure il trasferimento forzato dei civili e la modifica dell'assetto demografico o territoriale a opera della potenza occupante sono vietati dal diritto internazionale umanitario, e il diritto del popolo palestinese all'autodeterminazione vale erga omnes. Nessun piano di ricostruzione può cancellare questi vincoli.

La domanda, dunque, non è se Gaza verrà ricostruita, ma chi possiederà la Gaza ricostruita, chi la controllerà, chi sarà autorizzato ad abitarla e sotto quale autorità la vita riprenderà.

La risposta non si ricava da disegni architettonici, impegni d'investimento o dichiarazioni diplomatiche. Si misura attraverso la politica, il rispetto del diritto.

Chi stabilirà dove i palestinesi potranno tornare?

Chi deciderà quali aree resteranno zone militari?

Chi approverà i piani abitativi?

Chi governerà i valichi di frontiera?

Chi deciderà se le famiglie sfollate potranno recuperare i propri beni?

Se la risposta a queste domande è Israele, i donatori stranieri o un'amministrazione scelta dall'esterno, allora Gaza non sarà stata restituita al suo popolo. Sarà stata ricostruita sopra di esso.

L'impunità che ha circondato la distruzione permetterà questo esito. Israele ha appreso che un genocidio, una devastazione di questa portata non ha prodotto conseguenze, e quindi tutto è possibile. La condanna non ha certo interrotto il sostegno militare. Misure cautelari, procedimenti giudiziari e ammonimenti diplomatici non si sono per nulla tradotti in azioni. Perfino il parere consultivo del 2024, con cui la Corte internazionale di giustizia ha dichiarato illegittima la presenza israeliana nei territori occupati e ne ha affermato l'obbligo di porvi fine, è rimasto senza seguito. I governi che definiscono intollerabile la situazione continuano a offrire a Israele protezione politica, cooperazione militare e relazioni economiche.

L'impunità non è semplice assenza di sanzione. È stato un incentivo, ha dato l'ok a piani di esproprio.

Insegna a chi esercita un potere schiacciante che i fatti creati con la forza possono in seguito essere accettati come realtà politiche. Accetta la distruzione togliendo ogni responsabilità a chi commette crimini contro l'umanità.

Il piano del dopoguerra va quindi compreso in questo contesto. L'appello al disarmo palestinese è centrale in questo processo, viene presentato come la condizione indispensabile per ricostruire Gaza, ma nella pratica è una resa imposta ai palestinesi, che resteranno senza sovranità, senza statualità e senza garanzie né protezione.

Il disarmo prima della liberazione non pone fine al conflitto. Ne fissa lo squilibrio che lo ha generato.

Nessun ordine politico serio può fondarsi sulla supremazia armata permanente dell'occupante e sull'impotenza obbligatoria dell'occupato. Eppure è esattamente la formula che si sta normalizzando. Israele conserva esercito, aviazione, servizi d'intelligence, capacità di blocco e libertà d'intervento militare. Ai palestinesi si chiede di consegnare le armi in cambio di promesse amministrate da Stati che hanno ripetutamente mancato di proteggerli.

Il ruolo regionale merita uguale scrutinio.

La Turchia ha prodotto una retorica potente, ma poco capace di alterare l'equilibrio strategico. Il Qatar ha finanziato l'assistenza, ospitato negoziati e mantenuto canali diplomatici, senza però tradurre questi ruoli in diritti palestinesi esigibili. L'Egitto ha mediato ripetutamente, ha controllato il principale varco arabo verso Gaza ed è rimasto indispensabile ai negoziati, ma ha anche preso parte a un sistema regionale che gestisce il confinamento di Gaza senza porvi fine.

Insieme possono produrre un accordo. Non hanno ancora prodotto libertà, protezione o sovranità.

Questa differenza conta.

L'attività diplomatica non equivale al risultato politico. La mediazione può sospendere temporaneamente la violenza lasciando intatta la struttura che ne garantisce il ritorno. I fondi per la ricostruzione possono evitare la carestia istituzionalizzando la dipendenza. Le amministrazioni transitorie possono rinviare indefinitamente l'autodeterminazione. Un cessate il fuoco può diventare il ponte amministrativo tra la distruzione e il controllo permanente.

Il fallimento non è soltanto palestinese, ma regionale. Ed è la regione che dovrà contrastare questi piani, per il bene della regione.

da qui

mercoledì 3 giugno 2026

Quando anche l'anguria diventa una minaccia: la criminalizzazione dell'identità palestinese in Germania - Tawfiq Al-Ghussein e Rania Hammad

 

“Che fine hanno fatto gli studiosi tedeschi di diritto che un tempo contribuirono allo sviluppo del diritto internazionale? Dove sono i think tank e le fondazioni che un tempo guidavano i dibattiti sulla giustizia? Cari tedeschi: per favore svegliatevi e aiutate ad affrontare la crisi che il vostro Paese sta contribuendo a plasmare nel cuore dell’Europa. Ancora una volta.”

Con queste parole, Francesca Albanese, Relatrice Speciale delle Nazioni Unite per i territori palestinesi occupati, ha espresso con rara chiarezza la crescente crisi morale e giuridica che si sta sviluppando all’interno della Germania.

Il suo intervento è importante perché ciò che sta emergendo oggi non è semplicemente una disputa sulla politica verso la Palestina. È una trasformazione più profonda del rapporto tra diritto, memoria e potere statale all’interno dell’Europa stessa.

La classificazione da parte del servizio di intelligence interno tedesco dell’anguria e di Handala come simboli di “estremismo palestinese secolare” rappresenta un cambiamento di paradigma nel rapporto tra sicurezza, memoria e identità politica. Nella formulazione del BfV (Bundesamt für Verfassungsschutz, il servizio di intelligence interno tedesco), l’anguria diventa problematica specificamente quando viene utilizzata per rappresentare la mappa della Palestina storica al posto di Israele, trasformando un simbolo culturale in ciò che lo Stato interpreta come una negazione della legittimità di Israele. Non si tratta di simboli di attività armata, ma di simboli di continuità culturale, memoria territoriale ed espressione storica.

Anche artistica.

L’anguria diventò associata all’identità palestinese soprattutto dopo il 1967, nei periodi in cui l’esposizione della bandiera palestinese veniva vietata dalle autorità israeliane nei territori occupati. I suoi colori — rosso, verde, bianco e nero — permisero ad artisti e attivisti palestinesi di preservare simbolicamente la presenza della bandiera attraverso metafora visiva, sostituendo la bandiera con l’anguria, che avevano gli stessi colori.

Diversi artisti palestinesi contribuirono alla diffusione di questo simbolo come forma di resistenza culturale contro la cancellazione identitaria. Handala, creato dal fumettista palestinese Naji al-Ali è diventato una delle rappresentazioni visive più durature dell’esilio e dell’espropriazione palestinese: il bambino rifugiato scalzo eternamente rivolto altrove fino al ritorno della giustizia. E fino al ritorno in Palestina.

Classificare questi due simboli come esempi di estremismo significa trasformare i diritti fondamentali sanciti dalla diritto, in oggetti di sorveglianza politica, repressione e censura. Da elementi dell’identità palestinese a minaccia e questione di sicurezza.

Nel diritto internazionale, l’espressione culturale e politica gode di una protezione esplicita attraverso quadri giuridici sovrapposti che regolano la libertà di espressione, la partecipazione culturale e i diritti delle minoranze. L’esposizione di simboli nazionali o storici rientra pienamente nelle forme protette di espressione politica secondo trattati come la Convenzione Europea dei Diritti dell’Uomo e il Patto Internazionale sui Diritti Civili e Politici.

La postura emergente della Germania capovolge questi obblighi.

Invece di proteggere le espressioni e le libertà, le istituzioni statali sono disposte a trattare qualsiasi espressione palestinese come questione sospetta. La conseguenza non è solamente la censura, ma l’impossibilità stessa di apparire pubblicamente come soggetto politico legittimo. La graduale riclassificazione dei simboli, del linguaggio e dei riferimenti storici di un popolo da espressione pubblica legittima a elemento di potenziale minaccia.

Questa trasformazione è importante perché determina quali identità appaiono nello spazio pubblico e quali invece appaiono come elementi di sospetto che richiedono monitoraggio, o contenimento. Una volta che i simboli palestinesi vengono securitizzati, la stessa presenza palestinese diventa tollerata e controllata.

È questa la crisi morale e giuridica che Albanese ha chiesto alla Germania di riconoscere.

da qui

mercoledì 27 maggio 2026

L’archivio che hanno tentato di uccidere - Tawfiq Al-Ghussein e Rania Hammad

 

Esistono momenti nella storia in cui la carta diventa più pericolosa delle armi. Non perché i documenti possano distruggere eserciti, ma perché possono sopravvivergli. La straordinaria operazione condotta dall’Agenzia ONU per i rifugiati palestinesi (UNRWA) per salvare milioni di documenti palestinesi da Gaza e Gerusalemme Est, non è stata un semplice esercizio amministrativo in condizioni di guerra. È stata una lotta per l’esistenza storica stessa.

Recenti inchieste del Guardian, insieme alle conferme del New Arab e a lavori accademici pubblicati sulla piattaforma Oxford Academic, attestano che il personale UNRWA ha condotto una missione clandestina durata dieci mesi per preservare materiale d’archivio che documenta lo sfollamento palestinese dal 1948 fino ai giorni nostri.

I documenti comprendevano schede originali di registrazione dei rifugiati, certificati di nascita e matrimonio, fascicoli familiari, riferimenti catastali e atti amministrativi che tracciano la distruzione sociale e geografica prodotta dalla Nakba.

I documenti sono stati spostati sotto i bombardamenti attraverso Gaza, trasferiti in buste camuffate attraverso i checkpoint, assemblati nei depositi di Rafah, trasferiti segretamente in Egitto e infine trasportati in Giordania a bordo di voli militari e umanitari prima della chiusura del corridoio di Rafah nel maggio 2024.

Contemporaneamente, gli archivi di Gerusalemme Est venivano discretamente rimossi nel mezzo degli attacchi crescenti contro le strutture UNRWA e delle pressioni israeliane per smantellare l’agenzia nel suo insieme.

Per la maggior parte degli Stati nazionali, gli archivi sono custoditi da ministeri, musei e istituzioni sovrane. I palestinesi non dispongono di alcun archivio statale consolidato capace di garantire la continuità documentale dell’esistenza nazionale. L’archivio svolge quindi una funzione del tutto diversa. Diventa una struttura dispersa di sopravvivenza. Una scheda di registrazione di un rifugiato non è un semplice modulo burocratico.

È la prova che un villaggio è esistito, che una famiglia vi esisteva al suo interno, e che lo sfollamento non è mito o astrazione ma un atto storicamente tracciabile. Come ha osservato la storica Anne Irfan, i palestinesi sono “un popolo apolide” il cui patrimonio archivistico riveste un’eccezionale rilevanza politica e storica.

Questo spiega perché l’archivio stesso sia diventato un obiettivo.

La guerra moderna distrugge la continuità insieme alle infrastrutture. Biblioteche, università, musei, cimiteri e registri amministrativi vengono eliminati perché collegano i popoli alla loro legittimità storica. La cancellazione oggi non è solo fisica. È indiziaria. Un popolo reciso dalla propria memoria documentale diventa più facile da rendere temporaneo, contestato, irreale. Ciò che non può essere provato non è accaduto, nella logica del potere.

Il caso palestinese è particolarmente acuto perché la lotta per la storia è sempre stata inseparabile dalla lotta per il territorio. Dal 1948, Israele ha considerato l’UNRWA non semplicemente come un’agenzia umanitaria, ma come un ostacolo istituzionale alla scomparsa della questione dei rifugiati. I registri dell’agenzia preservano la continuità giuridica e demografica dello sfollamento palestinese attraverso le generazioni, mantenendo vivi nomi, villaggi, confini catastali e genealogie familiari che i progetti di cancellazione richiedono vengano dimenticati.

Il precedente storico non è lontano. Durante l’invasione del Libano nel 1982, le forze israeliane si impadronirono degli archivi dell’OLP a Beirut, sottraendo documentazione che organizzazioni e individui avevano accumulato nel corso di decenni. I funzionari UNRWA coinvolti nella recente operazione di salvataggio temevano un esito identico. La loro preoccupazione non era che i materiali potessero essere distrutti, ma che potessero essere sequestrati, catalogati e controllati. Impossessarsi dell’archivio del nemico non è preservazione. È una forma di cancellazione più sottile.

Non si tratta di un timore isolato. L’Europa conosce bene questa logica: gli archivi delle popolazioni colonizzate sistematicamente sottratti, i registri delle comunità perseguitate dispersi o confiscati, la memoria amministrativa di interi popoli trasformata in strumento di dominio da chi li aveva già privati della terra.

La distruzione documentale non è un’invenzione del presente. È una tecnica antica di governo dell’oblio.

L’operazione rivela inoltre qualcosa di profondamente incriminante nell’ordine internazionale attuale. In un momento in cui i governi invocavano principi umanitari mentre permettevano la distruzione di Gaza su scala senza precedenti, il compito di preservare la memoria materiale di un intero popolo è ricaduto su archivisti di medio livello, amministratori, autisti e operatori umanitari. Il salvataggio è riuscito non grazie al funzionamento del diritto internazionale, ma perché individui all’interno di istituzioni in via di collasso hanno conservato il coraggio di agire prima che il patrimonio documentale scomparisse per sempre.

 Le istituzioni hanno tradito. Le persone no.

Oggi, quasi trenta milioni di documenti vengono digitalizzati ad Amman con il sostegno finanziario internazionale, in particolare del Lussemburgo. Più di cinquanta dipendenti UNRWA proseguono il paziente lavoro di scansione e catalogazione manuale: ricostruendo alberi genealogici, tracciando i percorsi dello sfollamento dal 1948, preservando prove documentali che potranno un giorno sostenere azioni legali, storiche e di restituzione.

Ciò che è emerso da Gaza non era semplicemente carta salvata dalle macerie. Era la preservazione della continuità contro l’oblio programmato.

L’archivio è sopravvissuto perché i palestinesi comprendono qualcosa che il mondo moderno spesso dimentica: la memoria non è sentimentale.

È politica, e sopravvivenza.

da qui