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giovedì 9 luglio 2026

Israele demolisce accordi e case, Usa nel pallone - Dante Barontini

  

Non è complicato capire perché il processo di de-escalation in Medio Oriente sembra essersi bloccato nuovamente dopo la firma del “memorandum of understanding” in Svizzera.

Sul piano strettamente militare c’è stato un “colpo non identificato” che ha raggiunto una nave in transito nello Stretto di Hormuz. Gli Stati Uniti ne hanno attribuito la responsabilità all’Iran, che però non ha rivendicato, contrariamente al solito.

Tanto è bastato a Washington per lanciare una serie di attacchi aerei contro postazioni iraniane intorno a Hormuz. Tehran ha risposto come da manuale con missili e droni contro le basi Usa in Bahrein (c’è la sede della Quinta Flotta) e in Kuwait.

Seguono minacce tonitruanti di Trump e gelide avvertenze iraniane, che hanno però il merito di far capire l’oggetto del contendere.

Dopo aver ricordato che “qualsiasi interferenza da parte di soggetti diversi dall’Iran nella gestione dello stretto comporterà un ritardo nella sua riapertura e un aumento del livello di tensione nella regione“, il ministro degli esteri Araghci – in visita a Baghdad – ha invitato gli Stati Uniti “a frenare l’entità sionista, che continua la sua aggressione contro il Libano”, sottolineando che, secondo il primo punto del memorandum d’intesa tra Iran e Stati Uniti, Washington deve “convincere” Tel Aviv a ritirarsi dal Libano in tempi accettabili.

Gli Usa, però, hanno condotto una trattativa ridicola con alcuni esponenti libanesi dichiaratamente sionisti, oltre che con lo stesso Israele, raggiungendo un presunto “accordo” che lascia le cose come stanno ora e dichiara esplicitamente di voler “disarmare Hezbollah”. Che non è soltanto l’unica forza in grado di opporre una resistenza all’espansionismo di Tel Aviv, ma anche la principale componente sociale e politica che sembra interessata sul serio a garantire la sovranità del Paese. Ma che proprio per questo non è stata neanche consultata.

Il sito statunitense Axios – che affida sempre la narrazione sul conflitto mediorientale all’ex ufficiale della famigerata Unità 8200 dell’Idf, Barak Ravid – ammette che il presunto “accordo libanese” “sembra anche contraddire alcuni degli intendimenti raggiunti tra Stati Uniti e Iran in Svizzera, e potrebbe quindi complicare quella fragile tregua”.

Ma il problema sarebbe stato causato dall’altro accordo – il “MoU” tra Usa e Iran – con cui Tehran “è riuscito a inserire la situazione in Libano nelle sue trattative con gli Stati Uniti nelle ultime settimane”.

Un testo che l’ambasciatore israeliano Yechiel Leiter – incaricato di gestire i rapporti con Washington sulla questione libanese – ha definito subito “un disastro ferroviario”.

La ragione è semplice: quel “memorandum invita le parti a rispettare un cessate il fuoco in Libano e a garantire l’integrità territoriale del paese, che è invece attivamente minata dall’occupazione israeliana in corso nel Libano meridionale”.

In parole povere: Israele non ha alcuna intenzione di ritirarsi dal territorio libanese sotto il suo controllo ed anzi vorrebbe spingersi ancora più in là, come del resto sta facendo in Siria, occupando ora anche le campagne intorno alla città di Daraa.

Una volta precisato il contesto e gli interessi contrastanti non ci vuole molto ad immaginare che il “colpo non identificato” che ha messo in moto il doppio scambio di cortesie militari tra Iran e Usa intorno ad Hormuz abbia un responsabile chiaro: il governo Netanyahu, che peraltro aveva già spedito un po’ di truppe negli Emirati Arabi Uniti e largheggia in operazioni false flag.

Quel che rende la gestione statunitense della “doppia trattativa” un delirio senza capo né coda è esattamente la “condiscendenza” nei confronti di Israele, che diventa insormontabile al tavolo libanese e invece “riducibile” su quello iraniano.

Sembra evidente che a Washington non c’è alcuna chiarezza strategica e quindi si sovrappongono posizioni e iniziative decisamente contraddittorie.

Sembrano pesare anche le differenti ambizioni e posizioni del segretario di Stato “Narco” Rubio – che ha prodotto materialmente il pasticcio libanese – e del vicepresidente J.D. Vance, esponente autentico dell’immaginario “Maga” che considerava la guerra all’Iran quanto meno una stupidaggine ma, soprattutto, considera Israele un alleato come tanti altri (gli europei, per esempio) e quindi da rimettere al suo posto quando gli interessi Usa entrano in contraddizione con quelli di Tel Aviv.

Una confusione che facilita ovviamente ogni manovra diversiva che abbia come obbiettivo il prolungamento della guerra sull’intero scenario mediorientale. La tela tessuta da Pakistan e Qatar con l’Iran viene sciolta di notte nel lavorio mafioso tra la Casa Bianca e Tel Aviv, con il popolo libanese costretto a pagare il prezzo.

Fin quando gli Stati Uniti non sceglieranno con chiarezza tra una qualche pace in Medio Oriente (per garantire che l’economia mondiale non subisca altri colpi, non certo per bontà d’animo) e l’appoggio incondizionato all’espansionismo illimitato di Israele – unico Stato al mondo a non avere e non volere confini certi, riconosciuti internazionalmente -, pateticamente giustificato con “verità bibliche”, la situazione non può cambiare.

La pace implica l’imbavagliamento duraturo del sionismo genocida, il contrario significa guerra senza limiti. Già ad aprile, ricordiamo, la frustrazione israelo-statunitense nel non riuscire a raggiungere gli obbiettivi dichiarati aveva fatto balenare nella testa dei fuori di testa la possibilità di usare anche l’arma nucleare.

Come se fosse possibile farlo senza conseguenze…

da qui

mercoledì 8 luglio 2026

Riflessioni su un genocidio - Marino Badiale

1. Premessa: le condizioni di un genocidio

Questo scritto nasce dalla convinzione che il genocidio della popolazione palestinese della Striscia di Gaza, perpetrato dallo Stato di Israele nel biennio ottobre 2023-ottobre 2025, rappresenti uno snodo decisivo per la coscienza dell’umanità contemporanea, con particolare riguardo ai paesi occidentali. Questo evento cruciale può essere esaminato in riferimento a vari aspetti del mondo contemporaneo. Uno di essi è naturalmente quello della geopolitica, che esamina i rapporti di forza fra le diverse potenze in lotta nell’arena mondiale e le strategie che innervano le azioni dei vari attori, locali e globali, operanti sulla scena mediorientale. Su questi aspetti si è già scritto moltissimo, e non ho nulla da aggiungere rispetto a quanto elaborato dal composito ambiente culturale e politico che potremmo definire “anti-sistemico”. Questo significa che non parlerò delle cause economiche e geopolitiche degli eventi in questione, non perché non siano importanti ma perché do per acquisita un’interpretazione generale del conflitto israelo-palestinese nei termini dell’esigenza, per l’egemone USA, di conservare il controllo della cruciale area mediorientale e la conseguente necessità di appoggio illimitato all’alleato israeliano.

In questo intervento vorrei affrontare un tema diverso, cioè quello della temperie ideologico-culturale che ha reso possibile, almeno nei paesi occidentali, una sostanziale accettazione di ogni azione dello Stato di Israele. Le oligarchie politiche dei paesi occidentali hanno fattivamente appoggiato lo Stato di Israele, da molto tempo prima del genocidio e durante il suo svolgimento, salvo ovviamente qualche distinguo puramente verbale e ineffettuale. I popoli degli stessi paesi hanno mostrato, nei decenni, una sostanziale indifferenza verso gli avvenimenti mediorientali. Solo dopo un anno o più di massacri la mobilitazione filo-palestinese ha iniziato ad avere dimensioni ragguardevoli, e questa mobilitazione probabilmente ha rappresentato uno dei vettori di forza che hanno portato ad una tregua. Come era prevedibile, la tregua ha portato a un oscuramento della situazione palestinese, e quindi alla parziale smobilitazione del movimento filopalestinese, che ha perso il carattere di massa ed è tornato a essere l’impegno di piccole minoranze.

Mi sembra che queste vicende recenti confermino la sostanziale impunità di cui gode Israele ormai da decenni, e che il complesso degli eventi del conflitto in Palestina renda pressante gli interrogativi che questo intervento vuole affrontare: da dove arriva questa sostanziale impunità di Israele? Quali sono le sue “condizioni di possibilità”? E soprattutto, come si può superare questa situazione?

Se è chiara, come dicevo sopra, la generale esigenza strategica statunitense di controllo dell’area mediorientale tramite l’alleato israeliano, i problemi che mi pongo in questo scritto sono due: quello di comprendere le mediazioni attraverso le quali tale esigenza si traduce in costruzioni ideologiche diffuse che rendono accettabile, fra la popolazione dei paesi occidentali, la sostanziale impunità di Israele, e quello di iniziare una critica radicale di tali costruzioni ideologiche.

2. La religione dell’olocausto

La mia tesi è che una tale basilare costruzione ideologica, che permea da decenni lo “spirito del tempo” nei paesi occidentali, sia quella che potremmo chiamare “religione della vittima”, un atteggiamento spirituale che, rispetto al tema di cui stiamo parlando, diventa “religione dell’olocausto”. Uso il termine “religione” perché mi sembra che tali costruzioni ideologiche presentino tutte le caratteristiche di una fede religiosa secolarizzata. I principi cardine della “religione dell’olocausto” sono ben noti: in primo luogo, il genocidio ebraico è il Male Assoluto della storia umana, un evento di violenza assoluta, unica, imparagonabile a qualsiasi altra vicenda storica; in secondo luogo, di riflesso, il popolo ebraico che ha subito tale violenza è la Vittima Assoluta, e in quanto tale ha un “credito morale eterno” nei confronti del resto dell’umanità e in particolare del popolo tedesco, responsabile del nazismo che ha portato al genocidio. Questi principi delimitano i confini di ciò che in Occidente è “rispettabile” nel dibattito politico-culturale. Non rispettare tali confini espone all’accusa di “antisemitismo”, che è l’equivalente di una scomunica. I dogmi della religione dell’olocausto sono diventati, in vari paesi e in vari modi, obblighi di legge, per cui la scomunica di cui si diceva può comportare conseguenze legali. La religione dell’olocausto, oltre ai dogmi sopra enunciati, ha ovviamente una sua liturgia, usualmente denominata “politica della memoria”: film, romanzi, spettacoli televisivi, interventi nelle scuole, viaggi scolastici ad Auschwitz, sono tutte pratiche liturgiche il cui scopo è estendere e rafforzare la presa del dogma religioso sulla popolazione.

Questa nuova religione contemporanea copre i crimini di Israele in vari modi: in primo luogo, traccia una linea divisoria fra l’area sacra del Male Assoluto e l’area profana dei tanti mali della storia umana, ai quali appartengono anche le violenze di Israele, che quindi appaiono meno rilevanti e significative rispetto al Male Assoluto. In secondo luogo, qualsiasi opposizione alle violenze di Israele, in quanto violenze operate dalle Vittime del Male Assoluto, appare come un attacco a tali Vittime, ed è quindi imputabile di contiguità col Male Assoluto stesso. Vale a dire che qualsiasi critica allo Stato di Israele o all’ideologia sionista può essere accusata di contiguità con l’antisemitismo, e quindi può essere classificata come infetta dal Male Assoluto: in questo modo essa viene espulsa dall’area del discorso pubblico accettabile, ed eventualmente può essere legalmente repressa. In terzo luogo, è solo Israele, e la Diaspora che lo supporta, a decidere cosa è antisemitismo e cosa no. La religione dell’olocausto, cioè, ha come conseguenza che chi opera violenze e crimini decide se le critiche a tali violenze e crimini hanno diritto di esistenza nel discorso pubblico accettabile oppure no.

Si può osservare, infine, che è soprattutto la pretesa a un credito morale eterno, ad una assoluzione preventiva eterna, a costituire la premessa spirituale del genocidio. È importante sottolineare che non c’è nulla di specificamente ebraico in questo. Qualsiasi individuo e qualsiasi gruppo umano che godesse di una assoluzione preventiva eterna rispetto ai propri atti, finirebbe per compiere atti orribili.

3. Per una critica della religione dell’olocausto

Per combattere l’orrore del genocidio occorre allora combattere la religione dell’olocausto e la sua politica della memoria. Occorre respingere punto per punto la visione della storia che è sottesa alla religione dell’olocausto. Si tratta ovviamente di un compito immane, visto che la religione dell’olocausto è da decenni una componente essenziale dello “spirito del tempo”, almeno nei paesi occidentali. In questo scritto devo limitarmi ad indicare alcuni punti che mi sembrano essenziali.

1. Il nazismo è il colonialismo applicato all’Europa.

In primo luogo, per criticare la religione dell’olocausto occorre criticare la visione del nazismo in essa implicita, e sostituirla con un’altra, che si porterà dietro una “politica della memoria” completamente diversa. Nella visione ufficiale l’antisemitismo e il genocidio ebraico sono gli aspetti fondamentali del nazismo, che ne fanno qualcosa di unico e non paragonabile ad altri eventi storici. Occorre allora compiere l’azione “blasfema”, nei confronti della religione dell’olocausto, di negare questa visione diffusa. Non si tratta di inventarsi nuove teorie, ma di riprendere il filo (interrotto nella coscienza di massa) delle classiche interpretazioni marxiste del nazismo. Intendo cioè sostenere che per combattere la sacralizzazione di Israele occorre ricominciare a parlare di nazismo nei modi in cui ne hanno sempre parlato i marxisti: ovvero, in primo luogo, come un’impresa imperialistica e colonialistica, in quanto tale necessariamente razzista, omicida, sterminista. Il punto fondamentale, nel nazismo, non è l’antisemitismo, ma è l’unione di imperialismo e colonialismo. La differenza specifica del nazismo rispetto alle forme precedenti di imperialismo e colonialismo è stata chiarita da intellettuali non occidentali come Aimé Césaire: si tratta del fatto che col nazismo, per la prima volta, le pratiche imperialistiche e coloniali sono applicate ai popoli europei. Il nazismo è “colonialismo applicato all’Europa”, ed è questo il punto decisivo per comprenderne le dinamiche, non l’antisemitismo. La Seconda Guerra Mondiale non si combatte per decidere il destino degli ebrei, la Germania non invade la Polonia per uccidere gli ebrei, ma per crearsi un impero coloniale nell’Est europeo (polacco e russo), sterminando, cacciando o schiavizzando le popolazioni native (gli slavi, e certo anche gli ebrei). È all’interno di questo progetto imperialistico e coloniale che si attua il genocidio ebraico, conseguenza dell’antisemitismo nazista. Antisemitismo nazista e genocidio del popolo ebraico sono fatti storici, ma non sono i fatti decisivi per la comprensione del nazismo.

2.Tutte le vittime sono uguali.

Un altro aspetto da rifiutare, nella religione dell’olocausto, è la sua politica selettiva della memoria. Occorre mettere in primo piano il fatto che la violenza imperialistica della Germania nazista (e dei suoi alleati come Giappone e Italia) ha provocato decine di milioni di vittime: più di 20 milioni solo fra i cittadini dell’URSS. Altri milioni nel corso della lunga occupazione giapponese della Cina, morti sui quali in Occidente non ci si è mai soffermati molto. E anche parlando solo dei campi di concentramento, in essi sono morte tante altre persone, oltre agli ebrei: per esempio milioni di prigionieri di guerra sovietici. Fra tutte queste vittime, fra tutti questi milioni di morti, si è scelto per decenni di porre tutta la luce, tutta l’attenzione sui sei milioni di morti ebrei. La cosa poteva avere un senso esclusivamente se il genocidio ebraico fosse stato assunto a simbolo di tutta l’altra violenza, se dire “mai più” avesse significato “nessun popolo deve mai più subire nulla di simile” e non “gli ebrei non devono mai più subire nulla di simile”. È chiaro che le cose non sono andate così: invece di un rifiuto universalistico della violenza imperialistica e colonialistica che ha portato a violenze ed orrori culminati nel genocidio ebraico, si è avuta una gerarchizzazione selettiva della condizione di vittima, che è stata essenzialmente ristretta al popolo ebraico ed è stata assunta come condizione ereditaria, per poter essere usata a perpetua scusante di ogni crimine dello Stato di Israele, creando così le “condizioni di possibilità” del genocidio di Gaza. Rifiutare la “religione dell’olocausto” implica rifiutare tale politica selettiva della memoria e sostenere la costruzione di una politica universalistica della memoria.

4. Il sionismo: un’impresa coloniale

È ben noto che religione dell’olocausto è divenuta uno dei pilastri dell’ideologia sionista (nonostante quest’ultima nasca ben prima), perché la creazione dello Stato ebraico in Palestina appare come una forma di risarcimento per le Vittime Assolute, e quindi come una conseguenza inevitabile della sconfitta dell’antisemitismo nazista. Per criticare questo nesso, occorre utilizzare rigorosamente la caratterizzazione del nazismo come estrema e più radicale impresa imperialista e colonialista. È facile capire che ogni impresa coloniale comporta una qualche forma di razzismo nei confronti della popolazione nativa, perché dire che i nativi sono “non-completamente-umani” è il modo migliore per giustificare il fatto che gli si porta via la terra e li si rende servi, in un modo o nell’altro. Ma questo implica logicamente la possibilità della violenza, perché, una volta creata una categoria di esseri “non-completamente-umani”, nei loro confronti cadono i limiti che in ogni cultura tengono a bada la violenza contro gli umani.

Il nazismo rappresenta il culmine della vicenda coloniale europea, il momento in cui il colonialismo europeo diventa “autofagico”, si rivolge contro la stessa Europa. E la sconfitta del nazismo rappresenta la fine della legittimità degli imperi coloniali. Se questa caratterizzazione è corretta, l’eredità della lottta antinazista sta nelle lotte anticoloniali che si sono susseguite nel secondo dopoguerra, e che hanno portato alla fine degli imperi coloniali europei.

Ma la creazione di uno Stato ebraico in Palestina, fatta contro la volontà della popolazione nativa, e realizzata con il trasferimento di ebrei di vari paesi, è una impresa coloniale voluta dalle grandi potenze vincitrici della Seconda Guerra Mondiale. Si tratta quindi non della rottura col passato imperialista e colonialista dell’Occidente, culminato nel nazismo, ma al contrario di una sua estrema filiazione. Lungi dall’essere espressione dei valori della lotta antinazista, la creazione dello stato di Israele è cioè in piena continuità con quel passato di violenza coloniale che trovò la sua più atroce espressione nel nazismo.

In quanto progetto coloniale il sionismo riproduce tutti gli aspetti disumanizzanti, nei confronti dei nativi, tipici di ogni forma di colonialismo. I crimini del sionismo sono conseguenze inevitabili del progetto sionista, che è quello di fondare uno Stato ebraico in una terra abitata da una popolazione che non è ebrea e non desidera far parte di uno Stato ebraico. In questa situazione, la realizzazione del progetto sionista implica necessariamente una delle seguenti azioni, o una loro combinazione:

1. La dittatura del popolo eletto, cioè l’accoglimento di una parte della popolazione nativa in posizione subordinata.

2. La pulizia etnica.

3. Il genocidio.

La concreta politica dello Stato di Israele è passata nei decenni dall’una all’altra di queste possibili azioni, iniziando con la pulizia etnica al tempo della creazione dello Stato, passando attraverso la dittatura militare imposta alle popolazioni dei territori occupati dopo la Guerra dei Sei Giorni e arrivando al genocidio con la recente guerra contro i civili di Gaza. A questo proposito occorre forse spendere qualche parola sul concetto di “dittatura militare”. È noto che uno dei punti fondamentali della propaganda filoisraeliana è la nozione di Israele come “unica democrazia del Medio Oriente”. Il punto è che si tratta di una “democrazia del popolo dei signori”, cioè di una democrazia non universalistica, che quindi non è una vera democrazia. Democrazia vorrebbe infatti dire “potere del popolo”, e nei tempi moderni questo significa che il popolo soggetto a un potere statale ha diritto di controllo sul potere stesso, innanzitutto tramite il voto. Ora, da poco meno di sessant’anni, i palestinesi dei territori occupati sono sottoposti a un potere che incide pesantemente sulle loro vite (per esempio, creando sempre nuove colonie israeliane) ma rispetto al quale essi non hanno nessun potere di controllo. I cittadini israeliani votano e, in linea di principio, potrebbero votare partiti decisi a fermare la creazione di colonie in Cisgiordania. I palestinesi della Cisgiordania non possono farlo. Perciò il potere israeliano nei loro confronti è un potere sul quale essi non hanno nessun controllo o contrappeso, è cioè un potere tirannico, dittatoriale. E non si tratta di una situazione contingente: l’occupazione israeliana dura da quasi sessant’anni, più della metà della vita dello Stato di Israele. Abbiano cioè a che fare con uno Stato che esiste da circa ottant’anni e che negli ultimi suoi sessant’anni di esistenza ha esercitato un potere dittatoriale su una popolazione che non ha nessun mezzo di difesa da esso, e in particolare nessun diritto di voto su di esso. Di fronte a queste considerazioni, la definizione di Israele come Stato democratico sembra non reggere. D’altra parte, questa situazione non è un fatto casuale, un imprevedibile effetto collaterale: esso è conseguenza logica del progetto sionista, che è quello, ripetiamolo, di fondare uno Stato ebraico in una terra abitata da una popolazione che non desidera far parte di tale Stato. L’occupazione militare di terre abitate dai palestinesi è allora necessaria, all’interno del progetto sionista, e quindi è necessaria la dittatura militare nei confronti delle popolazioni occupate. La caratterizzazione dello Stato di Israele come dittatura militare sui palestinesi è cioè intrinseca alla natura stessa del progetto sionista, almeno finché esisteranno palestinesi in Palestina.

5. Sionismo e antisemitismo

Come tutte le fedi fanatiche, anche la religione dell’olocausto copre le proprie contraddizioni accusando di malvagità coloro che la criticano. L’accusa ovvia è quella di antisemitismo. È allora interessante notare che il sionismo condivide alcuni assunti fondamentali con l’antisemitismo. Sostenendo che gli ebrei sono un popolo che deve costituire un proprio Stato etnico in Palestina, il sionismo implica che i cittadini ebrei di Francia, Germania, Inghilterra, Polonia ecc. non sono cittadini come tutti gli altri. La cosa appare del tutto evidente se si pensa che viene presentato come un fatto ovvio e naturale che, alla fine della Seconda Guerra Mondiale gli ebrei sopravvissuti si trasferiscano in Palestina. Questo è certo umanamente comprensibile: persone perseguitate, vittime di atroci violenze che sfuggono a un panorama di distruzione e cercano di rifarsi una vita. Cos’altro potevano fare? La risposta però è banale. Gli ebrei sfuggiti al genocidio potevano fare quello che alla fine della guerra hanno fatto tutti gli altri profughi e prigionieri (compresi molti ebrei come Primo Levi): tornarsene ai loro paesi, alle loro case. Il sionista può replicare che le case erano distrutte, e i paesi di cui gli ebrei erano cittadini, in molti casi li avevano perseguitati. E a questo si potrebbe rispondere che le case si ricostruiscono, e che milioni di uomini e donne in tutto il mondo avevano sofferto sacrifici fino alla morte per sconfiggere il nazismo e quindi anche il suo antisemitismo. Ma non si tratta qui di discutere su cosa fosse possibile fare in quel momento. Si tratta di capire il significato delle scelte allora compiute. Scegliendo di abbandonare i loro paesi di origine per la Palestina, i fondatori dello Stato di Israele in sostanza hanno espresso il messaggio che i cittadini ebrei italiani, polacchi, francesi eccetera sono diversi dagli altri cittadini italiani polacchi francesi eccetera.. Perché un italiano polacco francese eccetera, alla fine della guerra, ha l’unico pensiero di tornarsene al proprio paese, alla propria casa, e non gli passerebbe mai per la testa di andare a fondare un altro Stato da qualche altra parte. L’idea che una minoranza, in qualsiasi modo determinata, di cittadini, per esempio italiani, se ne vada dall’Italia per fondare un altro Stato sarebbe assurda, (e significherebbe solo che quegli italiani non si sentono più tali). A nessuno verrebbe in mente che sarebbe una buona idea se i marchigiani andassero a fondare uno Stato marchigiano in Patagonia o in Scozia. O che gli italiani omosessuali andassero a fondare uno Stato per omosessuali in Paraguay. E si noti che nel caso degli omosessuali vi sono evidenti analogie con gli ebrei: anche gli omosessuali hanno subito una persecuzione secolare che è culminata con l’internamento nei lager nazisti. Il punto fondamentale del mio argomento è che la tesi sionista sulla fondazione di uno Stato ebraico nel quale radunare gli ebrei del mondo equivale all’affermazione che gli ebrei italiani polacchi francesi eccetera sono cittadini diversi dagli altri (dagli altri italiani polacchi francesi che non si sognerebbero di fondare altri Stati altrove). Ma questa è esattamente la tesi dell’antisemitismo, che infatti non vuole necessariamente lo sterminio degli ebrei, ma vuole in ogni caso separare, in un modo o nell’altro, i cittadini ebrei dagli altri cittadini (italiani polacchi francesi eccetera), appunto per la diversità dei primi. Il sionismo e l’antisemitismo concordano nel ritenere che gli ebrei non siano “veramente” italiani polacchi francesi eccetera. Il sionismo riprende le fondamentali tesi antisemite.

6. Autorità della vittima?

Abbiamo accennato, all’inizio, al fatto che la “religione dell’Olocausto” è un caso particolare di quella che potremmo chiamare “religione della vittima”, una complessa costruzione culturale che oggi costituisce una struttura di fondo dello “spirito del tempo”, almeno nei paesi occidentali. Questo articolo vorrebbe essere, fra l’altro, un invito alla critica di tale complesso culturale per favorirne il superamento. Naturalmente, qui possiamo discuterne solo alcuni elementi. Uno di essi è l’assunzione a guide morali sacre, quindi non criticabili, di persone che hanno subito violenza in un modo o nell’altro. Anche su questo occorre, io credo, assumere una posizione radicalmente “atea”, che rifiuti tale sacralità e sviluppi un discorso che apparirà necessariamente blasfemo alle orecchie della maggioranza della popolazione, che ha assorbito la “religione delle vittime”. Il punto di partenza potrebbe essere la seguente frase, attribuita a Sartre (non ho un riferimento preciso): “non importa ciò che ti hanno fatto, ma ciò che tu fai con quello che ti hanno fatto” . L’essere vittima è un fatto assolutamente casuale, che non ha nessun legame con ciò che è o ciò che fa o ha fatto la vittima. È proprio questa assoluta casualità ciò che colpisce nelle vicende delle vittime del genocidio nazista o di altri eventi simili. Ciò significa che l’essere vittima non dice nulla su ciò che è la persona, sulle sue qualità o sui suoi difetti. Ma l’autorità, morale o intellettuale, di una persona dovrebbe dipendere da ciò che tale persona è sul piano morale o intellettuale, e da come essa manifesta questo suo essere, non dal fatto che le siano capitate delle disgrazie o che abbia subito violenze. E se ha subito violenze, è solo il modo in cui elabora quello che ha subito a determinare il suo valore morale o intellettuale. Di conseguenza, aver subito la violenza nazista di per sé non dà nessuna autorità intellettuale per parlare del nazismo, se non come testimone. Naturalmente, le testimonianze sono importati, e gli storici le usano, ma poi le elaborano all’interno di un percorso intellettuale di comprensione teorica. L’esperienza, da sola, non dice nulla. I soldati sopravvissuti a una guerra hanno esperienza della guerra stessa, ma quanti hanno realmente compreso le dinamiche profonde di quello che hanno vissuto? Solo quei pochi che hanno studiato e approfondito e riflettuto a lungo. Questo per quanto riguarda il piano dell’autorità intellettuale, dell’autorità cioè nella comprensione storica e filosofica degli eventi. Per quanto riguarda il piano dell’autorità morale, il principio è analogo: il giudizio morale su una persona lo si dà in base a ciò che quella persona fa o dice, cioè a quanto dipende da lei, non al fatto di aver subito violenza, che è qualcosa che non dipende dalla persona stessa. Se una vittima del nazismo esprime posizioni che in ultima analisi fungono da supporto al genocidio perpetrato a Gaza, tale persona, ai miei occhi, non ha nessuna autorità morale, esattamente come chi esprime le stesse posizioni senza aver subito violenza. Ognuno è quello fa, non quello che ha subito.

7. Non siamo migliori dei tedeschi

Esaminiamo adesso, per concludere, un altro dei dogmi della religione dell’Olocausto: quello della colpa inestinguibile dei popoli europei, e in particolare dei tedeschi. L’evento del genocidio ebraico, questa incursione del Male Assoluto entro la storia umana, lascia per sempre infetti i popoli che ne sono stati portatori, condannandoli ad un’eternità di espiazione, che si traduce nell’appoggio acritico a qualsiasi politica dello Stato di Israele. In questo modo la religione dell’Olocausto costruisce una netta separazione fra i popoli europei di allora, affetti dal Male Assoluto (i “volonterosi carnefici di Hitler”) e i devoti popoli europei di oggi, genuflessi di fronte alle Sacre Vittime dell’Olocausto (i “volonterosi carnefici del sionismo”, si potrebbe dire).

Ma la critica alla religione dell’olocausto va portata anche su questo punto. La prima considerazione da fare riprende la tesi esposta all’inizio, che vede il nazismo come estrema manifestazione di imperialismo e colonialismo. Di conseguenza, ammesso che abbia senso parlare di una responsabilità collettiva (e di questo bisognerebbe discutere, ma farlo adesso comporterebbe una diversione), essa non è tanto dei tedeschi, ma dell’intero Occidente, per le sue pratiche imperialiste e colonialiste che attraversano l’intera epoca moderna, accentuandosi nel corso dell’Ottocento. Ma anche restringendo il campo visuale al genocidio ebraico attuato dal nazismo, mi sembra necessario dire qui una sgradevole verità: noi occidentali contemporanei, devoti fedeli di ogni forma di religione delle vittime, non siamo migliori dei tedeschi contemporanei del genocidio ebraico. Abbiamo assistito a un genocidio facendo poco o nulla, cosa che è stata sempre rimproverata al popolo tedesco. Ma loro, i tedeschi degli anni dal ‘42 al ‘45, nel momento di concreta attuazione del genocidio, avevano, rispetto a noi, molti più ostacoli nel “fare qualcosa”. I punti essenziali a questo proposito sono due: in primo luogo, essi sapevano poco o nulla sulla realtà dei lager e del genocidio. Certo, sapevano per il regime era antisemita e chi era a contatto con cittadini ebrei sapeva che gli ebrei tedeschi sparivano (ovviamente il tedesco medio non sapeva nulla di quanto accadeva agli ebrei polacchi o sovietici). Ma rispetto a quello che accadeva agli ebrei deportati, il regime non faceva certo pubblicità. In Germania le notizie erano controllate da un regime dittatoriale che rendeva rischiosa la semplice ricerca dei fatti. Paragoniamo questa situazione con quella di noi occidentali rispetto alla quantità strabordante di informazioni che abbiamo ricevuto sulle stragi e le distruzioni a Gaza. È evidente che non c’è paragone possibile. Noi tutti in Occidente sappiamo, o abbiamo possibilità di sapere con estrema facilità, enormemente di più sul genocidio a Gaza di quanto potesse sapere il tedesco medio sul genocidio ebraico negli anni in cui questo si svolgeva.

Il secondo punto essenziale riguarda il fatto che, oltre a sapere, abbiamo possibilità di intervenire, di manifestare, di protestare, molto maggiori rispetto ai tedeschi sotto il nazismo. E infatti, quando, dopo due anni di genocidio, abbiamo cominciato a farlo, qualche effetto c’è stato. Nessun paese occidentale è una dittatura paragonabile a quella nazista, almeno finora. Certo ci sono da decenni spinte a ridurre gli spazi di libera espressione del pensiero, ed esse si sono fatte più forti proprio in risposta alle proteste per Gaza, come si è visto soprattutto in Germania e nel Regno Unito. Ma rimane comunque uno spazio per protestare, che assolutamente non esisteva nella Germania nazista.

Tutto questo ci dice che gli abitanti dei paesi occidentali, paesi i cui dirigenti politici hanno attivamente sostenuto il genocidio, sono enormemente più responsabili, verso questo genocidio, di quanto fossero i tedeschi all’epoca del genocidio ebraico.

Ma tutto questo è normale: l’essere umano medio non è un eroe, e in condizioni di crisi pensa prima di tutto a mettere al sicuro sé stesso e le persone care. Questo hanno fatto i tedeschi sotto il nazismo. Certo non sono stati eroi: nello loro larga maggioranza, non hanno messo a rischio sé stessi per proteggere gli ebrei. Ma questo è esattamente quanto si può dire dei popoli dei paesi occidentali rispetto al genocidio di Gaza: non siamo stati eroi, non siamo migliori dei tedeschi di quegli anni.

Queste considerazioni hanno una importante conseguenza: i tedeschi devono porre termine alla loro penitenza infinita. In primo luogo, i tedeschi di quegli anni hanno fatto quello che abbiamo fatto tutti, per quasi due anni, rispetto al genocidio di Gaza. In secondo luogo, se c’è una colpa, questa è dei contemporanei alla violenza verso le vittime della violenza. Non dei discendenti dei contemporanei verso i discendenti delle vittime. Nessun essere umano nato dopo il 1945 ha nessun debito nei confronti delle vittime ebraiche del genocidio, tanto meno nei confronti dei loro discendenti. I tedeschi hanno un solo obbligo morale, ed è lo stesso che abbiamo tutti noi esseri umani: essere testimoni di verità e giustizia. E la verità è che oggi c’è un popolo martirizzato, ed è il popolo palestinese, e c’è un carnefice, ed è lo Stato di Israele. E giustizia chiede che la vittima sia protetta e il carnefice contrastato. La vittima di oggi, il carnefice di oggi. Non quelli di ottant’anni fa.

da qui

lunedì 22 giugno 2026

Leggendo le parole che pesano di Widad Tamimi

Le parole pesano - Widad Tamimi

 

Le parole pesano. Possono farsi carico delle contraddizioni del mondo, restituendoci tutta la loro articolata complessità, oppure agire al contrario: semplificare la realtà fino a svuotarla.

C’è un momento in cui le parole, staccandosi dalla storia che le ha generate, diventano gusci vuoti, o peggio, armi retoriche destinate non a spiegare il presente, ma a renderlo illeggibile. È partendo da questa consapevolezza che, dalle colonne del quotidiano israeliano Haaretz, il giornalista Bradley Burston ha lanciato una provocazione necessaria: «It’s Time to Stop Talking About Zionism» (È tempo di smettere di parlare di sionismo). La tesi di Burston è tanto semplice quanto radicale: l’uso ipertrofico e polarizzato del termine «sionismo» nel discorso pubblico contemporaneo è diventato non solo inutile, ma attivamente dannoso. Si inserisce in una guerra di termini che, usati in senso ideologico, impedisce di affrontare l’unica vera urgenza: la realtà materiale dell'occupazione, dei diritti umani e della democrazia. Per Burston, il peccato originale del dibattito odierno risiede nel fatto che il sionismo – storicamente un movimento politico ottocentesco, frastagliato e multifila, volto a stabilire una patria per il popolo ebraico – ha esaurito la sua spinta propulsiva nel momento stesso in cui quell'obiettivo è stato raggiunto, nel 1948.

L'analisi che segue nasce proprio dalla volontà di aprire un dibattito sereno e costruttivo, lontano da logiche di polemica o di divisione ideologica. Emerge oggi, infatti, l'urgenza di fare chiarezza sui termini che si utilizzano nel discorso pubblico, analizzando la loro evoluzione e i loro mutamenti nel tempo. La proposta essenziale è quella di ritrovare un terreno di confronto basato sulla tolleranza reciproca e sullo spirito democratico attorno a concetti che rischiano di trasformarsi in armi retoriche piuttosto che in strumenti di dialogo. Le parole dovrebbero invece conservare la capacità di aiutare gli esseri umani a dirsi qualcosa di comprensibile; quando questa funzione originaria viene meno, la riflessione diventa un dovere collettivo.

Questa necessità di fare chiarezza appare ancora più evidente e attuale alla luce degli eventi recenti: dal 13 al 15 giugno si è tenuto a Vienna il primo congresso degli ebrei antisionisti. È un evento dal forte impatto simbolico, che richiama inevitabilmente alla memoria, per contrasto, quel primo congresso sionista che Theodor Herzl convocò alla fine dell'Ottocento proprio in terra austriaca. Oggi più che mai, la stessa diaspora ebraica si trova interpellata a ragionare in modo pacato e profondo sulle sfumature e sulle stratificazioni che questo termine ha assunto, restituendo complessità a un dibattito troppo spesso banalizzato. Sviluppare una simile lucidità, d’altra parte, non è solo un percorso necessario all'interno della diaspora, ma rappresenta un passaggio fondamentale per il resto del mondo, affinché l'opinione pubblica possa orientarsi senza accecamenti ideologici dentro le tragedie del presente.

Cosa intende dire Bradley Burston, quando afferma sia arrivato tempo di smettere di parlare di sionismo?

Innanzitutto che oggi, questa parola, come molte altre, sia diventata ostaggio. Ci sono due opposte e speculari tifoserie che ne alimentano la tossicità. Da un lato, la destra etno-nazionalista e messianica al potere in Israele, spalleggiata dal fondamentalismo evangelico statunitense, ha monopolizzato il termine, sovrapponendolo integralmente all'espansione degli insediamenti in Cisgiordania e alla dottrina della supremazia ebraica. Chiunque critichi il governo o difenda lo Stato di diritto viene marchiato come «anti-sionista», ovvero traditore. Dall'altro lato, nel campo della solidarietà internazionale pro-palestinese e in frange della sinistra radicale, il «sionismo» è stato ridotto a un sinonimo totalizzante di colonialismo, apartheid e razzismo tout court. Il risultato è un dibattito astratto e metafisico sui massimi sistemi, che cancella la complessità e, soprattutto, disinnesca qualsiasi pragmatismo politico. Parlare di sionismo oggi, suggerisce Haaretz, significa perdersi in una discussione accademica mentre sul campo si consuma la tragedia. Bisogna smettere di parlare di "ismi" e iniziare a parlare di azioni, di leggi, di terra e di corpi.

L'articolo ha scatenato una riflessione profonda, intercettando i settori più illuminati della sinistra israeliana e, soprattutto, della diaspora ebraica globale, in particolare quella statunitense, rappresentata da voci come Jewish Currents, il network di Plus61J o intellettuali vicini a Breaking the Silence. Questa galassia critica ha raccolto la sfida di Burston, articolandola in alcune direttrici fondamentali. Intellettuali e attivisti come Peter Beinart hanno spesso evidenziato come le nuove generazioni di ebrei della diaspora non si riconoscano più nella dicotomia binaria Sionismo/Anti-sionismo. Per i ventenni di oggi, cresciuti vedendo le immagini di Hebron o di Gaza, l'insistenza sul «sionismo delle origini» suona come un'ipocrisia nostalgica. Chiedere a un giovane progressista di giurare fedeltà a un «ismo» astratto mentre assiste alla deriva etnocratica reale significa spingerlo all’allontanamento.

Allo stesso tempo, la parte più avanzata del dibattito ha sottolineato come la trappola terminologica serva ai governi israeliani per proteggersi dalle critiche di diritto internazionale. Se ogni obiezione alla colonizzazione della Cisgiordania viene derubricata ad «attacco al sionismo» e quindi all'esistenza stessa di Israele, la discussione si sposta dal piano legale-umanitario a quello esistenziale. Una parte della sinistra israeliana illuminata concorda sul fatto che bisogna de-ideologizzare il conflitto: non si tratta di essere pro o contro il sionismo, ma di essere pro o contro la Quarta Convenzione di Ginevra. Inoltre, storici e sociologi hanno ricordato che lo stesso pensiero ebraico pre-1948, da Hannah Arendt a Martin Buber, includeva visioni culturali e binazionali non stataliste. Liberarsi dal dogma del sionismo d'ordinanza permetterebbe di rimettere al centro l'unica soluzione praticabile, ovvero il principio di «un uomo, un voto» e della parità assoluta di diritti civili e politici tra il Giordano e il Mediterraneo.

Continuare a processare la storia del XX secolo non salverà una sola vita a Gaza, né smantellerà un singolo avamposto illegale sulle colline di Nablus. Abbandonare l'uso di una parola abusata non significa dimenticare la storia, ma decidere di abitarla. Significa costringere la destra israeliana a rispondere delle proprie leggi discriminatorie senza lo scudo dell'epica pionieristica, e costringere la comunità internazionale a misurare Israele per ciò che fa, non per ciò che desiderava essere ed è già diventato: uno Stato. Sia la liberazione dei palestinesi, che la salvaguardia del futuro degli israeliani non passano dalle vecchie formule del secolo scorso. Hanno invece bisogno del coraggio di nominare l'ingiustizia con il suo nome presente: occupazione, disuguaglianza, assenza di democrazia. Tutto il resto è fumo ideologico negli occhi di chi soffre.

 

 

 

 

Quella deriva autoritaria che sta svuotando Israele - Widad Tamimi

 

(da Il Manifesto del 18-6-26)

 

C’era un tempo in cui l’idea stessa che lo Stato ebraico potesse sbarrare le porte o espellere un cittadino di fede ebraica era semplicemente inconcepibile. La Legge del Ritorno, pilastro fondativo del 1950, era nata proprio per garantire un rifugio automatico e universale alla Diaspora ebraica, in netta contrapposizione alla politica del Non Ritorno che invece nega categoricamente lo stesso diritto ai profughi palestinesi, per tutelare la maggioranza demografica ebraica.

Oggi, d’altra parte, anche dogmi come la Legge del Ritorno possono crollare pur di sostenere l’ideologia nazionalista e messianica che guida Israele. Nell’ultimo anno, persino attivisti internazionali ebrei, giunti nei territori palestinesi per progetti di «presenza protettiva» – scudi umani pacifici a difesa dei villaggi palestinesi sotto attacco – sono stati arrestati e deportati con procedure d’urgenza.

Da Leila Stillman-Utterback, diciottenne figlia di un rabbino del Vermont processata nel cuore della notte, fino a membri del Center for jewish nonviolence, il copione si ripete: l’accusa formale è la violazione di «zone militari chiuse», ma la condanna reale è politica. Chi non si allinea all’agenda della destra diventa, di fatto, un «nemico dello Stato».

Non si tratta di incidenti isolati, ma di una precisa strategia della destra ultranazionalista, che da tempo spinge per riforme legislative che escludano i convertiti non ortodossi dall’accesso alla cittadinanza. Una mossa che mira a recidere il legame con l’ebraismo riformato e progressista internazionale, che rappresenta la stragrande maggioranza della Diaspora negli Stati uniti e che si dimostra sempre più critico verso le violenze dei coloni e l’occupazione.

Il messaggio che giunge è chiaro: l’unico ebreo gradito è quello compiacente. Chi manifesta solidarietà con la popolazione palestinese perde il proprio «privilegio» identitario e viene trattato alla stregua di un elemento sovversivo.

Ma la stretta autoritaria non si limita a respingere chi viene da fuori; sta spingendo chi è dentro ad andarsene. Israele sta attraversando una crisi demografica e sociale senza precedenti, un vero e proprio «esodo dei laici». Tra il 2024 e il 2025, oltre 150mila israeliani hanno lasciato stabilmente il Paese (circa 82.700 solo nel 2024, a fronte di pochissimi rientri). Sebbene il carovita insostenibile e la perenne precarietà securitaria siano i motori materiali di questa fuga, la componente ideologica è il fattore scatenante per la classe media e progressista.

Secondo i dati dell’Israel democracy institute, la spinta a emigrare è fortemente polarizzata: oltre il 40% dei cittadini ebrei di sinistra dichiara di voler abbandonare il Paese, contro meno del 20% di chi si identifica con le posizioni della destra. A partire sono soprattutto i giovani tra i 20 e i 30 anni – i medici, gli accademici e i professionisti del settore tecnologico provenienti dall’area liberale di Tel Aviv.

Se da un lato la paura della deportazione minaccia di svuotare i territori occupati della presenza di osservatori internazionali, dall’altro la fuga dei cervelli e del dissenso rischia di lasciare Israele (e i palestinesi) in mano a una coalizione teocratica e militarista. Un vicolo cieco in cui lo Stato ebraico, per difendere l’occupazione, sceglie di rinunciare alla sua stessa complessa e plurale identità.

A fare da contraltare a questo esilio forzato del dissenso interno è l’accoglienza che i governi europei riservano, invece, alla macchina bellica di Tel Aviv. Nessuna discrezione: lo sbarco dei riservisti israeliani negli scali europei ha invaso i nostri Paesi con la forza d’urto di una vera e propria occupazione logistica.

Chi si trovava negli aeroporti di Cagliari-Elmas o in Sicilia ha assistito a scene surreali, con voli charter dedicati che scaricavano centinaia di passeggeri accolti non da navette turistiche, ma da dispositivi di sicurezza mai visti in tempo di pace. Flotte di van dai vetri oscurati, scorte armate e un dispiegamento continuo di reparti mobili hanno squarciato la normalità, rendendo immediatamente palese alla popolazione locale che quelle in arrivo nelle nostre regioni non erano affatto comitive di pacifici vacanzieri, ma truppe d’élite di uno Stato in guerra.

Il corto circuito si fa ancora più intollerabile una volta che la colonna militarizzata varca i cancelli dei grandi resort, svelando i paradisi blindati e l’alto prezzo della sicurezza. Oasi di relax storicamente aperte al pubblico si sono trasformate, dall’oggi al domani, in cittadelle fortificate e inaccessibili. Cordoni sanitari di forze dell’ordine italiane, cecchini appostati, bonifiche continue degli artificieri e la presenza pervasiva di agenti del Mossad e della sicurezza interna israeliana hanno ridisegnato i confini della sovranità nazionale. Si tratta di un’imponente macchina da guerra finanziata e garantita dallo Stato per assicurare l’assoluta inviolabilità del cosiddetto «riposo del guerriero», blindando chilometri di costa.

Questo sfarzo militarizzato, anziché rassicurare, ha agito da detonatore per il rifiuto sociale di una complicità imposta, scatenando la rabbia e la mobilitazione dal basso. Vedere le spiagge occupate per garantire una bolla di lusso e di «decompressione» a chi è appena reduce dalle devastazioni di Gaza ha spinto sindacati, associazioni e comitati studenteschi a rompere il muro del silenzio con picchetti e contestazioni durissime ai cancelli dei complessi alberghieri.

L’ostentazione di una protezione così asimmetrica svela l’ipocrisia profonda delle istituzioni europee: mentre i decreti internazionali e la diplomazia di facciata invocano tregue e condannano i massacri, i nostri governi stendono i tappeti rossi e mobilitano i nostri eserciti per proteggere, coccolare e nascondere chi quelle violazioni le commette materialmente sul campo. Chiudendo il cerchio di una democrazia svuotata di senso tanto a Tel Aviv quanto in Europa.

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Israele, la deriva morale è un macabro spettacolo - Widad Tamimi 

Non c’è limite al ribaltamento della realtà nell’era della narrazione social della destra messianica israeliana. L’ultimo capitolo di questa strategia della provocazione permanente vede il ministro della sicurezza nazionale, figura di punta dell’oltranzismo colono, protagonista di un video in cui schernisce i prigionieri della Flotilla.

Trasformando la detenzione illegale e la privazione dei diritti in uno spot elettorale. «Siamo noi i padroni di casa qui», urla Ben Gvir alla telecamera, mentre passeggia tra i corpi degli attivisti costretti a terra, legati e impossibilitati a muoversi. «Erano venuti pieni di arroganza, guardateli ora. Non sono eroi, ma complici del terrorismo».

Nessuna traccia, in lui, della solennità che ci si aspetterebbe da un uomo dello Stato. Nessuna eleganza politica, nessun rispetto per la gravità del ruolo istituzionale che ricopre. Avanza con una postura sformata, quasi animalesca, le mani piantate sui fianchi o agitate nell’aria come quelle di un imbonitore da fiera. Ben Gvir non porta l’autorità della legge, ma la volgarità del bullo di periferia che ha finalmente ottenuto le chiavi della stanza dei bottoni. Si pianta davanti alle telecamere a gambe divaricate, lo sguardo ridotto a due fessure cariche di un disprezzo viscerale, un ghigno asimmetrico stampato sul volto che trasuda una spietata compiacenza.

«Chi sono i padroni di casa qui?» non è una domanda, piuttosto uno sputo in faccia al mondo che lo guarda. In quella frase c’è l’essenza della sua ascesa: la rozzezza di un linguaggio ridotto a slogan da stadio, l’assoluta incapacità di concepire la legittimità umanitaria o politica minima. Per lui, quegli uomini non sono prigionieri da gestire secondo il diritto, ma carne da calpestare per riaffermare un dominio.
Non è una novità; è lo stesso identico stile appreso nei suoi anni da agitatore di strada, quando cercava la rissa e il flash dei fotografi sui marciapiedi di Gerusalemme. Solo che adesso quel fare provocatorio e quella stessa violenza verbale sono stati elevati a politica ufficiale, istituzionalizzati dietro la targa tirata a lucido di ministro della sicurezza nazionale.

Ogni sua visita ispettiva nei penitenziari in cui vengono detenuti i palestinesi si trasforma in un macabro pezzo di teatro a favore di telecamera. Entra nei bracci di massima sicurezza non per controllare, ma per infierire, pretendendo con petulante ferocia l’irrigidimento di ogni restrizione, il taglio di ogni diritto elementare. Ogni suo gesto, ogni parola sprezzante lanciata oltre le sbarre, non cerca la giustizia, ma il boato del suo elettorato, nutrito quotidianamente con lo spettacolo della degradazione altrui.

L’effetto reale è la messa in scena di una deumanizzazione sistematica, dove i corpi di civili – medici e cooperanti internazionali, invece che i palestinesi contro cui si accanisce di solito – diventano trofei da esibire. Un’esibizione pornografica che certifica il collasso del diritto: nelle carceri di Ben Gvir la violazione delle convenzioni internazionali non è più una colpa da nascondere, ma un vanto. Non si tratta di un caso isolato, ma di un modus operandi volto a cannibalizzare il consenso a destra del Likud, blindando il proprio potere attraverso la spettacolarizzazione della crudeltà.

Le immagini arrivano nel momento più teso dell’operazione di pirateria condotta dalle forze israeliane: il sequestro della Lina al-Nabulsi – l’ultima imbarcazione della Global Sumud Flotilla partita dalla Turchia – e l’assalto alla motonave Girolama, che batte bandiera italiana. L’operazione, condotta in acque internazionali con l’uso di proiettili di gomma contro volontari disarmati, si è conclusa con la deportazione ad Ashdod di oltre 400 attivisti umanitari di 44 diverse nazionalità. Per tutta risposta, almeno 87 dei fermati hanno annunciato uno sciopero della fame a oltranza contro l’isolamento e l’arbitrarietà del loro rapimento.
Tra questi, i ventinove italiani detenuti formano un gruppo eterogeneo che unisce l’impegno civile alla solidarietà. È una vicenda che sposta l’asse dell’emergenza: la richiesta di liberazione immediata dei sequestrati è un dovere politico inderogabile per la Farnesina e i governi europei.

Al di là della retorica securitaria, emerge lo smantellamento progressivo dello Stato di diritto all’interno delle stesse istituzioni israeliane. La pubblicazione di immagini di detenuti in stato di costrizione viola apertamente la Convenzione di Ginevra, ma nella Knesset di oggi, e ancor di più nel gabinetto di Benjamin Netanyahu, le norme internazionali sono vissute come lacci burocratici da recidere.
Una deriva che ha riacceso il durissimo scontro interno alla società israeliana. Se i media mainstream tendono a normalizzare la linea del governo, la stampa progressista ha denunciato il video come l’ennesima macchia indelebile sulla coscienza morale del Paese. Sulle colonne di Haaretz, gli editorialisti più accorti sottolineano come questa violenza esibita distrugga quel poco che resta della legittimità internazionale di Israele.

Il video di Ben Gvir funge tuttalpiù da conferma esplicita delle accuse di violazione sistematica mosse dagli organi Onu. Questo manifesto visivo è l’ennesimo segnale di un Paese che, nel silenzio complice di gran parte dell’Occidente, sta smarrendo i confini della propria umanità, spingendo l’esibizione della forza fino alla definitiva legittimazione dell’inciviltà giuridica.

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giovedì 16 aprile 2026

La nuova mappa coloniale del mondo - Iain Chambers

 

«La punizione dell’Iran o di Gaza non riguarda le libertà delle persone. È la negazione dei diritti altrui e comporta anche la riduzione del nostro diritto di dissentire», denuncia Iain Chambers, antropologo inglese, docente all’Università Federico II di Napoli.

Dopo Gaza l’Iran

«Mentre scrivo, Israele e gli Stati Uniti stanno bombardando intensamente l’Iran, nel tentativo di distruggere le infrastrutture e spezzarne la volontà. Gaza è il modello, ma l’Iran è vastissimo in confronto. Mentre l’Europa si sta perdendo nelle steppe ucraine, più a sud, sulle alte pianure dell’Iran, la narrazione potrebbe anche prendere pieghe inaspettate».

La mappa e le sorprese possibili

«La mappa si dispiega verso est dal Mediterraneo: Palestina, Mesopotamia, Persia, Afghanistan…Tratta da mappe e nomi antichi, questa potrebbe essere un invito a viaggiare con Bruce Chatwin nell’esotismo dell’Oriente, seguendo il suo eroe Robert Byron sulla strada per Oxiana. Potrebbe anche seguire il percorso fervente del cristianesimo vittoriano, desideroso di ristabilire legami vitali con la bussola morale della Terra Santa, o il romanticismo moribondo della cavalleria europea, alla ricerca dello spirito delle Crociate». Apparenza neutrale del mondo accademico, chiamato anche Orientalismo. Vaga eredità culturale che oggi in Occidente passa per comprensione politica, l’ammonimento del Manifesto.

«Se le dichiarazioni dell’amministrazione Trump potrebbero essere semplicemente liquidate come le farneticazioni di un egemone ormai in declino, ciò che esce dalla bocca di Starmer, Macron, Merz e Meloni condivide la stessa banale semantica».

Iain Chambers testualmente

In sostanza, il mondo dell’Asia occidentale e centrale è inferiore. La loro religione è fonte di dogmi fanatici (anche se un viaggio nel sud degli Stati Uniti, o l’ascolto di Pamela White-Cain, la consigliera spirituale di Trump, dovrebbero immediatamente correggere tale presupposto). Se la cultura orientale può essere considerata attraente nel suo esotismo, essa è sostanzialmente superata dalla nostra magia tecnologica. L’Occidente ha vinto, ed è così che ci si aspetta che la narrazione continui.

Oriente, una costruzione immaginaria

Quindi, l’Oriente è una costruzione, una proiezione immaginaria che riproduce la nostra supremazia. Non si tratta solo di una proposta culturale. È fondamentalmente una proposta politica. Oggi, con l’attacco israelo-americano all’Iran e la resistenza che sta incontrando, alcuni commentatori attenti hanno iniziato a parlare della fine dell’era Sykes-Picot. Si riferiscono all’accordo segreto stipulato nel 1916 tra britannici e francesi per dividere i territori dell’Impero Ottomano in Asia occidentale, che portò alla creazione degli stati artificiali di Iraq, Siria, Libano e Giordania. Mentre il territorio della Palestina storica, posto sotto mandato britannico, era destinato, trent’anni dopo, ad essere consegnato a un gruppo di migranti europei – colonizzatori ebrei – come risarcimento per l’Olocausto.

In questa logica coloniale, gli ‘indigeni’ non furono mai consultati. Oggi, proprio come nelle precedenti pratiche coloniali, la Knesset ha appena deciso che la resistenza indigena può essere punita legalmente con l’impiccagione.

Le mappe-prigione e l’Iran persiano

I confini tracciati sulle mappe a Londra e a Parigi sono diventati realtà sul campo, destinati a rispecchiare le premesse politiche e culturali dell’Occidente. I disordini locali, il rifiuto e la rivolta sono stati in seguito considerati semplicemente come atti di insubordinazione nei confronti di un ordine superiore. I diritti degli altri sono stati messi a tacere, e corpi anonimi disumanizzati e spesso eliminati. L’Iran non è mai entrato pienamente in quell’equazione. Non aveva mai fatto parte dell’Impero ottomano, non era arabo e seguiva una forma distinta di islam. È stato comunque inserito in quella logica rozza.

L’Iran democratico

Nel 1953, il suo governo democratico fu rovesciato dall’MI6 e dalla Cia per soddisfare gli interessi petroliferi anglo-americani e fu insediato un regime autoritario filo-occidentale. Oggi vive sotto un altro regime autoritario che insiste sulla propria autonomia dall’Occidente. Ed è proprio questo il punto. Il problema non è l’autoritarismo. I governi occidentali non si tirano indietro di fronte a tali assetti politici. Si pensi al sollievo provato a Washington e a Londra dopo la repressione delle rivolte popolari della ‘Primavera araba’, per non parlare del sostegno di lunga data alle monarchie micidiali dell’Arabia Saudita e degli Stati del Golfo.

Colonialismo e repressione

Mentre il mondo coloniale di ieri e oggi si ripiega su se stesso, con i migranti contemporanei come precursori, un clima politico sempre più teso in patria ricorre alla repressione. Anziché fare i conti con la storia e le responsabilità politiche di ciò che ha portato alle oscenità del presente, si cerca una soluzione rapida in slogan triti e in manifestazioni pubbliche di stupidità nazionalista. Questa pericolosa accelerazione si riduce all’identificazione retorica e all’eliminazione dei nemici: palestinesi, Iran, Russia, Islam e migranti. Ciò è accompagnato da una crescente sorveglianza e punizione del dissenso pubblico in patria.

Netanyahu genocida

Osare criticare la politica genocida di uno stato suprematista nel Mediterraneo orientale, che ha esaurito il proprio credito morale, può portare a un procedimento penale in casa. Non è l’unico caso di bancarotta. Questo fa parte di una riduzione generalizzata della sfera pubblica a una semplice approvazione dello status quo. Questa non è democrazia.

Le diverse democrazie per Gaza, Iran o Ucraina

Cercare di piantare la bandiera della democrazia altrove, ad esempio in Iran (ma allora che dire dello stato di apartheid di Israele?), si ritorce contro, rivelando la sua crescente assenza nel mondo censurato dell’Occidente. Perché pone la questione della democrazia anche, e in modo più eloquente, per noi. La narrativa che sostiene il genocidio a Gaza, l’appoggio senza discussione all’Ucraina e l’attuale bombardamento a tappeto di Teheran è essenzialmente antidemocratica. Restringe la discussione alle distinzioni tra loro e noi. La punizione dell’Iran, o di Gaza e della Cisgiordania, o della Russia, non riguarda i diritti e le libertà delle persone.

Una geografia coloniale

È fondamentalmente l’imposizione di una mappa coloniale – e qui sionismo e imperialismo occidentale si incastrano perfettamente – sul mondo non occidentale. E se questo significa la negazione dei diritti altrui, sta diventando sempre più chiaro che comporta anche l’arretramento e la riduzione dei nostri diritti di parlare, contestare e dissentire da ciò che apparentemente viene fatto in nostro nome. In questo senso più profondo, la richiesta di pace, proprio come quella dei diritti palestinesi o il rifiuto di avallare l’omicidio di massa degli iraniani, è una richiesta di democrazia.

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venerdì 3 aprile 2026

SI, TUTTI GLI EBREI! - Amanda Gelender

 

Tutti gli ebrei devono annientare il Sionismo all’interno del Giudaismo.

Gli ebrei devono distruggere lo Stato israeliano e l’ideologia sionista nella sua interezza, in ogni suo nodo e tentacolo, inclusa la colonia che ospita Israele: l’America. Mi sta più a cuore la Palestina che l’Ebraismo. Se l’Ebraismo deve morire perché la Palestina possa vivere, che muoia.

 

Ho maturato un immenso disprezzo per il mio popolo, per il male che abbiamo commesso e per i demoni che siamo diventati. La nostra vile ipocrisia, il nostro struggimento per l’Olocausto, la nostra egoistica dissociazione, la nostra insaziabile ambiguità, la nostra catatonica inazione, il nostro debole sventolare cartelli, le nostre condanne condiscendenti, il nostro vittimismo auto commiserativo, i nostri tradimenti autoindulgenti, il nostro sfacciato egocentrismo, il nostro carrierismo sfruttatore, il nostro razzismo basato sul sangue e sulla terra, la nostra codardia liberale, le nostre montagne di vuote banalità in mezzo a montagne di cadaveri palestinesi che abbiamo annientato a sangue freddo. Israele ha probabilmente ucciso centinaia di migliaia di persone in due anni e mezzo di bombardamenti incessanti, esecuzioni e carestie provocate a Gaza. La profondità del nostro sadismo sembra non conoscere limiti.
Una delle ultime volte in cui il respiro e il cuore pulsante dell’ebraismo – quello annunciato dal profeta Mosè – sono esistiti e si sono manifestati, è stata ad Auschwitz, quando i sionisti ebrei erano già impegnati a costruire quella che sarebbe diventata la colonia di sterminio ebraica, “Israele”.

Se un’eco dell’ebraismo di Mosè possa ancora esistere o essere recuperabile è ancora da stabilire, ma posso affermare con certezza: non mi interessa, non è per questo che sono qui, non ho la volontà né il desiderio di prendere in considerazione la possibilità di una continuità dell’ebraismo finché l’entità sionista non sarà ridotta in cenere e la Palestina non sarà libera. Questa non è una lotta autoreferenziale per l’«anima dell’ebraismo», la Palestina non è la nostra «resa dei conti morale ebraica». Non c’è traccia di moralità ebraica. La Palestina è una lotta di liberazione anticoloniale e decoloniale in cui noi ebrei siamo i padroni fascisti, i propagandisti e i finanziatori spietati, i soldati-coloni militarizzati che demoliscono e rubano case, scatenano pogrom in Cisgiordania e giustiziano bambini in massa.
I sionisti ebrei diranno che questo evoca “stereotipi antisemiti” – non ci interessa, le vostre parole cadono nel vuoto mentre gli ebrei in “Israele” celebrano Purim esultando per attentati come l’omicidio di 165 studentesse e membri del personale scolastico uccisi dai raid aerei israelo-americani sull’Iran. La verità del terrorismo ebraico è già impressa a fuoco nella terra palestinese, marchiata e incisa sulla pelle dei palestinesi con svastiche di David. Gli ebrei ora vivono e animano l’era del giudaismo totalitario; non voglio più sentire parlare di “antisemitismo” o di “vittimismo ebraico”.
I sionisti insistono sul fatto che odiare “Israele” equivalga a odiare gli ebrei, e subito dopo chiedono che non si confonda Israele con gli ebrei. Quando faccio notare agli ebrei che siamo tutti responsabili della fine del sionismo e del genocidio palestinese in corso, di solito mi sento rispondere: “Non tutti gli ebrei / Di “i sionisti” , non gli ebrei / In realtà ci sono più sionisti cristiani che ebrei”. Beh, in questo momento sto parlando agli ebrei, un popolo che sostiene il sionismo fascista in blocco in ogni istituzione della nostra comunità.
Basta con l’incessante scarica barile. Gli ebrei si considerano un popolo fiero e unito, una stirpe ininterrotta di generazione in generazione (L’dor, vador) – fino a quando lo specchio incrinato dell’ebraismo moderno non riflette altro che terrorismo, massacri, sangue, sadismo, stupri e traffico di organi. Praticamente ogni gruppo ebraico sostiene l’esistenza di Israele in un modo o nell’altro e noi osiamo puntare il dito contro gli altri invece di ripulire la nostra casa sporca?

Le formazioni ebraiche organizzate in tutta la nostra comunità mantengono viva la colonia grazie a un impegno incrollabile e costante, alla propaganda, al denaro e alle risorse, considerando il rafforzamento e la difesa di “Israele” non solo come una mitzvah, ma come parte del loro dovere verso il popolo ebraico e un’estensione della loro identità ebraica. Eppure, gli ebrei gestiscono attualmente una serie di segrete per torture e stupri in Palestina e bombardano il Libano e l’Iran con raid aerei. Recentemente, torturatori
israeliani hanno rapito e bruciato sigarette sulle cosce di un bambino palestinese di un anno. Questo è lo “Stato ebraico”, ecco a che punto siamo arrivati.

Il sionismo non è una corrente marginale all’interno dell’ebraismo: è onnipresente. È dovere degli ebrei di coscienza rendere concreta la distinzione tra sionismo ed ebraismo, distruggendo il sionismo nelle nostre stesse comunità, non negando la nostra diffusa complicità e controllare chi si limita ad osservare la realtà fascista dell’ebraismo moderno.
A caro prezzo per sé stessi e per i propri popoli, palestinesi, arabi e musulmani hanno affermato queste verità con chiarezza per generazioni; la scrittrice Nada Chehade descrive vividamente la realtà del colonialismo di insediamento ebraico nella vita di tutti i giorni. Nulla di ciò che affermo è nuovo, è solo raro che un ebreo lo senta da un altro ebreo. Gli ebrei liquidano con condiscendenza e razzismo i palestinesi come semplici testimoni della loro lotta decoloniale e insistono invece sulla loro perpetua innocenza ebraica: come popolo, siamo tristemente scollegati sia dall’umanità che dalla realtà.
Il fatto che praticamente tutti gli ebrei e gli spazi ebraici siano sionisti e sostengano l’esistenza di Israele è un’accusa nei nostri confronti, in quanto popolo moralmente corrotto. Nessun ebreo potrebbe sostenere la Palestina e ciò non farebbe altro che condannarci ulteriormente, certamente non coloro che sono sotto il giogo del nostro regime fascista, che sviluppano costantemente nuovi modi per resistere e sopravvivere al nostro sadico massacro. I pensieri e i sentimenti degli ebrei sulla Palestina non contano, o meglio, non dovrebbero contare: ai sentimenti degli ebrei viene attualmente dato fin troppo peso, mentre il mondo si ferma per i sentimenti degli ebrei bianchi in particolare. Il personale e gli studenti delle università ebraiche stanno attualmente ricevendo ingenti risarcimenti per le cosiddette accuse di “antisemitismo” dopo la gloriosa operazione dell’alluvione di Al Aqsa (21 milioni di dollari di risarcimento collettivo alla Columbia).
Confrontate questo con il modo in cui il martello si abbatte sugli arabi e sui musulmani che subiscono attacchi, vessazioni e abusi sistemici. La Palestina è una lotta per la libertà che dura da generazioni, non un triste cerchio di dolore ebraico.
La Palestina non ha bisogno dell’appoggio degli ebrei per essere libera; sono gli ebrei che devono fare sul serio, andarsene dalla Palestina e liberare l’ebraismo dal sionismo fascista.

Di nostra spontanea volontà, il popolo ebraico ha incoronato il sionismo come pilastro centrale dell’ebraismo moderno e ha plasmato Israele nel nostro nuovo Dio. Un vitello d’oro iper-militarizzato per un popolo sempre più privo di fede, in cerca di un posto nel Mondo dei Cieli (supremazia bianca,colonizzazione, costruzione della nazione, potere all’interno dell’impero euro-americano). Abbiamo integrato senza soluzione di continuità Israele e il sionismo in ogni aspetto della vita ebraica a livello globale: il sionismo non ha confini. Israele non è diventato fascista con Netanyahu e il partito Likud, bensì Israele è intrinsecamente fascista a causa della sua struttura coloniale di insediamento – lo stesso vale per

Trump e la crociata coloniale americana, il modello di Israele, come spiega esaustivamente il Dr. Mohamed Abdou in “Islam e Anarchismo”. America e Israele sono entrambi incorreggibili ed irrecuperabili, costruiti sul mondo fondato nel 1492, entità erette da coloni genocidi sopra fosse comuni di indigeni.
Quasi metà della popolazione ebraica mondiale (~46%) è composta da coloni israeliani che occupano abusivamente terreni: essi sostengono in modo schiacciante la pulizia etnica di Gaza (82%) e l’attuale guerra tra Stati Uniti e Israele contro l’Iran (93%). La maggior parte di noi vive come coloni bianchi privilegiati in colonie come la cosiddetta America (41% degli ebrei). Coloro che vivono in colonie di insediamento al di fuori di Israele trascurano anche le proprie responsabilità di coloni nei confronti dei movimenti per la restituzione delle terre indigene e per l’autodeterminazione dei neri nei luoghi in cui ci troviamo; a Turtle Islan, i genocidi di neri e indigeni persistono da 533 anni e sono in continuo aumento.
Quando affermo che praticamente tutti gli ebrei e le organizzazioni ebraiche sono sionisti, includo la maggior parte del ristretto numero di ebrei e organizzazioni ebraiche che si autodefiniscono “antisionisti” o “pro-Palestina”. Grattando la superficie, si scopre rapidamente che la maggior parte sono sionisti liberali, come spesso sottolineano Lara Kilani e il team del Good Shepherd Collective. Tutti gli ebrei che si dichiarano “non sionisti” sono sionisti nella loro visione politica, perché denigrano sempre la resistenza e confondono colonizzatore e colonizzato (ad esempio, “Condanniamo sia la violenza di Hamas che quella di Israele” o “Un futuro di coesistenza sulla terra per palestinesi e israeliani/ebrei”).
I veri antisionisti ebrei sostengono incondizionatamente la totale eliminazione di Israele (e del suo nemico più grande: l’America); la completa restituzione della terra, senza alcuna traccia di controllo imperiale/coloniale sionista o euro-americano. Ciò include l’allontanamento degli ebrei dalla Palestina (assicurandosi che non arrechino danni dove vanno o che non sfollino ulteriormente le popolazioni indigene altrove) e un aperto e riverente sostegno alla resistenza armata palestinese. I mujahidin di Gaza sono al centro della lotta, attualmente guidata dalle Brigate Al Qassam di Hamas, responsabili della miracolosa inondazione di Al Aqsa il 7 ottobre 2023; un’operazione che i veri antisionisti ebrei riconoscono inequivocabilmente come una delle operazioni anticolonialiste più prolifiche della storia.
È estremamente raro trovare questi impegni politici tra gli ebrei, e anche quando si trovano, sono deboli, dato che non abbiamo praticamente realizzato nulla di concreto o significativo per impedire al nostro popolo di commettere gli atti più atroci e disgustosi immaginabili nell’ultimo secolo nella Palestina occupata. Gli ebrei stanno attualmente violentando a morte i palestinesi con barre di metallo roventi nelle prigioni dei campi di concentramento, e i cosiddetti “alleati” ebrei, che vivono vite agiate nel cuore dell’impero, hanno ancora l’audacia di lamentarsi dell'”antisemitismo” e di “non incolpare tutti gli ebrei per le azioni di Israele”. Questo incubo sionista è una nostra responsabilità morale, come ebrei, da affrontare e combattere all’interno delle nostre stesse fila:

Sì, tutti gli ebrei.

Sebbene l’autoidentificazione con il termine “sionista” sia caduta in disuso ultimamente, il sostegno all’esistenza di Israele tra gli ebrei rimane incrollabile. Mentre le persone di tutto il mondo si rivoltano sempre più contro Israele, avendo riconosciuto il sionismo per quello che è: il male, noi ebrei non abbiamo vacillato nei nostri impegni fascisti. Vedete forse scontri accesi sul genocidio ebraico scoppiare nelle sinagoghe di tutto il mondo? Vedete forse rivolte e conflitti interni nelle comunità ebraiche e negli spazi religiosi che vendono terre palestinesi rubate e ospitano terroristi dell’IOF per discorsi e raccolte fondi? No, ovviamente no. Gli ebrei sanno che ci si aspetta che sostengano Israele in tutte le sinagoghe. Questo è considerato normale nella vita ebraica: il nostro “diritto di nascita” in un mondo che “ci odia perennemente senza altro motivo che il fatto che siamo ebrei”. Le nostre illusioni di innocenza ebraica, la nostra grandiosa
auto importanza, la nostra presa ferrea e ingiustificata sulla colonia rimangono praticamente incontrastate all’interno della comunità ebraica.
I sionisti ebrei vedono la Palestina e si schierano con gli ebrei perché sono ebrei; gli antisionisti ebrei vedono la Palestina e si schierano con i palestinesi perché appartengono al sacro popolo sottomesso, schiacciato dal popolo soprastante, il sale della terra che lotta per la dignità e la liberazione nella propria terra, alle proprie condizioni. La terra, in effetti, combatte al loro fianco. Non vacilliamo né tentenniamo nelle nostre posizioni perché sono i fratelli ebrei fascisti che investono vivi i bambini con i carri armati: l’impegno antisionista è etico, non identitario.
Gli ebrei possono avere opinioni diverse sulle politiche del governo Netanyahu, su chi dovrebbe guidare l’entità sionista, sugli insediamenti in Cisgiordania e simili, ma nel momento in cui si dichiara sostegno alle Brigate Al Qassam di Hamas e al 7 ottobre, si sostiene l’allontanamento degli ebrei dalla Palestina e si promuove lo scioglimento di Israele nella sua interezza, si viene considerati dagli ebrei dei traditori della comunità ebraica. Agli ebrei con una chiara visione morale mancano il coraggio, la spina dorsale, l’organizzazione, la fede, i principi incarnati e la volontà di estirpare il sionismo dall’ebraismo. Agli ebrei che odiano Israele e ciò che ha causato: siate orgogliosi quando vi chiameranno traditori del loro progetto di morte. Siamo “traditori” senza esitazioni!

Tutto Israele è un insediamento illegittimo e tutti gli israeliani sono coloni e soldati su una terra rubata, non “civili”. I sionisti ebrei, sia liberali che conservatori, si aggrappano all’idea di un futuro per i coloni ebrei in una Palestina libera, auto-proclamandosi arrogantemente parte del futuro decolonizzato della Palestina, convinti che i coloni ebrei debbano poter rimanere sulla terra e conservare almeno una parte del bottino rubato. Gli antisionisti ebrei non dovrebbero tollerare nemmeno un accenno di questo senso di diritto tra il nostro popolo; non ci si può aspettare che i palestinesi vivano accanto ai loro assassini.

A due anni e mezzo dall’inizio, le bombe di fabbricazione americana continuano a piovere dal cielo mentre piloti ebrei, orgogliosi di essere vivi, combattono a Gaza, in Libano e in Iran, mentre fedeli ebrei in tutto il mondo issano e sventolano la bandiera israeliana, si organizzano per far licenziare, sospendere, deportare e criminalizzare gli antisionisti, facilitano l’insediamento e i viaggi verso l’entità, distribuiscono risorse all’esercito sionista e pregano per la protezione di Dio sulla nostra preziosa colonia ebraica che ha generato
la più grande generazione di bambini amputati nella storia moderna. Ciò ha causato lo sfollamento di oltre un milione di persone in Libano, mentre la violenta campagna di pulizia etnica per la “Grande Israele” si espande spietatamente. Le sinagoghe non sono più sacre, non c’è Dio dove dimora il sionismo. Cerchiamo almeno di essere onesti su ciò che noi, come popolo ebraico, siamo diventati.
Gli ebrei in Europa e America mandano i loro figli in sinagoghe, campi estivi e scuole ebraiche – tutte sioniste – insegnando loro, in definitiva, menzogne ​​ spudorate su Israele (“una terra senza popolo per un popolo senza terra”, “abbiamo fatto fiorire il deserto”), celebrando il “compleanno di Israele” (la Nakba) e preparando i nostri figli ebrei a diventare un giorno coloni e soldati sionisti o a difendere lo Stato ebraico ovunque si trovino, come parte della loro identità e del loro dovere ebraico.

È colpa dei loro genitori, insegnanti e adulti ebrei della comunità che hanno inserito i bambini ebrei in questi percorsi istituzionali sionisti ebraici che indottrinano e plasmano i giovani ebrei trasformandoli in fanatici propagandisti, anti-arabi, islamofobi, nazionalisti e arroganti.

Saranno, come voi ora, tristemente scollegati dal polso morale dell’umanità, che comprende sempre più quanto profondamente malvagio sia il sionismo e Israele. Gli ebrei saranno gli ultimi a vedere, gli ultimi a capire, ed è già troppo tardi.

Un motivo in più, per chi ancora ne avesse bisogno, per cui non si dovrebbe chiedere a noi ebrei un’analisi sulla Palestina. In ogni caso, non diciamo nulla di originale, è tutto annacquato, disincarnato e disinnescato attraverso il filtro dei propagandisti ebrei che ci hanno plasmato. Concedetevi prospettive che non siano vincolate e forzate attraverso l’esofago del potere.

È evidente che noi ebrei affermiamo la nostra identità collettiva solo quando ci consideriamo eroi o vittime, o con la comoda distanza della storia; non quando dobbiamo assumerci la responsabilità e fare i conti con il nostro ruolo di fascisti nell’attuale momento catastrofico. Attraverso il sionismo, assistiamo a ciò che accade quando quei concetti romantici e utopici di collettività ebraica vengono distorti in modo abusivo verso un eccezionalismo e un tribalismo suprematista ebraico per fini imperialisti euro-americani.
Respingo anche l’affermazione “Israele rende gli ebrei insicuri/aumenta l’antisemitismo” perché: (1) siamo noi gli oppressori nel contesto di Israele, non le vittime; (2) questa affermazione abdica alla responsabilità ebraica perché “Israele” non è un’entità amorfa, che si auto alimenta e si limita a sovrastarci, è una colonia che noi ebrei costruiamo e sosteniamo attivamente ogni giorno attraverso uno sforzo concertato di
generazione in generazione; (3) questo non è “antisemitismo”, è una reazione al genocidio guidato dagli ebrei che tutte le nostre istituzioni sostengono; (4) state cedendo alla propaganda secondo cui c’è un “aumento dell’antisemitismo” quando attualmente gli ebrei non subiscono un’oppressione sistemica per il fatto di essere ebrei e i dati sugli “episodi antisemiti” sono tracciati in modo tale che ogni cartello di protesta antisionista venga registrato come un “incidente antisemita” separato dall’ADL; (5) Basta con i discorsi sul vittimismo ebraico, sulla “sicurezza ebraica” e sull’“antisemitismo”, sono solo una distrazione dal genocidio perpetrato dagli ebrei contro palestinesi, arabi e musulmani.
Molti diranno che la mia argomentazione mette ingiustamente la taglia sulla testa del popolo ebraico, ma non avete ancora capito il punto. Noi sosteniamo il sionismo genocida in ogni aspetto della nostra fede, ci siamo messi il “bersaglio” addosso e possiamo liberarcene abbandonando il sionismo genocida e abbracciando un antisionismo di principio. Ma, ancor più fondamentalmente, non siamo le vittime del sionismo, bensì i suoi artefici: i veri bersagli sono quelli materialmente inflitti ai palestinesi dagli israeliani con i loro “attacchi double tap” e i bombardamenti “Dov’è papà?” per infliggere il massimo massacro alle famiglie palestinesi per mano dei soldati ebrei.

Se gli ebrei avessero a cuore la giustizia e incarnassero lo spirito dei nostri antenati che hanno combattuto il fascismo, vedremmo ebrei abbattere e bruciare le bandiere israeliane delle loro congregazioni, cacciare rabbini razzisti e genocidi dalla Bima e dalle sinagoghe, chiedere che i templi recidano ogni legame con la colonia della morte, fomentare una rivoluzione all’interno della fede per estirpare il cancro sionista.
Saremmo stati altruisti e avremmo dato la nostra vita ai palestinesi e alla resistenza nell’entità, ci saremmo macchiati di tradimento contro l’ebraismo moderno e avremmo commesso aperta sedizione contro qualsiasi nozione, ormai abbandonata, di “popolo collettivo”, che ha cessato di esistere negli ultimi 100 anni, per non parlare della benedetta operazione “alluvione di Al-Aqsa” del 7 ottobre 2023. Se gli ebrei avessero un briciolo di moralità, assisteremmo a una scissione e a una battaglia furiosa all’interno dell’ebraismo. Nulla di tutto ciò esiste. E il genocidio continua.

Basta con le nostre piattaforme e i post sponsorizzati, le nostre interviste ipocrite in cui ci rendiamo conto di essere stati smascherati o licenziati per aver difeso la Palestina, mentre palestinesi, arabi e musulmani subiscono un destino ben peggiore per aver detto la verità. Basta con la nostra vuota classe di influencer liberali, il nostro carrierismo, il nostro inutile e sprecone elettorismo e i nostri autocelebrativi contratti editoriali che avvengono a spese della carne, della pelle e degli organi di palestinesi, arabi e musulmani, che vengono prelevati e vaporizzati senza lasciare traccia né identificazione sotto le macerie di cemento. Noi ebrei non siamo speciali e, francamente, il “sostegno ebraico” è spesso dannoso nella sua disarmante visione liberale e orientalista della lotta palestinese, a prescindere dalle intenzioni.
Maledetto Israele, una colonia ebraica che massacra centinaia di migliaia di persone sotto l’esplicita bandiera della protezione della “sicurezza ebraica” universale.

Maledetto questo malato stato pedofilo e violento rispetto al quale noi ebrei abbiamo tutti un “diritto di nascita” coloniale in virtù della “legge del ritorno”, uno stato che tutte le nostre istituzioni ebraiche sostengono unanimemente. Ignorare o minimizzare questa cruda realtà tra il nostro stesso popolo, osando diffamare chi la denuncia definendolo “antisemita”, è una disonesta e vile abdicazione alle nostre responsabilità. Ogni parvenza di moralità ebraica è morta da tempo, l’abbiamo uccisa a Gaza.
Come spesso osserva il giornalista Laith Marouf, “la voce ebraica più forte oggi è quella del genocidio”. Egli giustamente auspica che gli ebrei combattano il sionismo all’interno delle proprie comunità e che si sacrifichino, al di là delle polemiche, in modo concreto, come hanno fatto palestinesi, arabi e musulmani fin dalla nascita del sionismo. Hanno perso generazioni e intere stirpi familiari gettando sabbia negli ingranaggi dell’incessante macchina di morte del sionismo. Laith Marouf nota come non vi sia una resistenza significativa da parte degli ebrei antisionisti che combattono il sionismo ebraico, come invece accadde, ad esempio, tra i tedeschi antifascisti che combatterono il nazismo. Ci chiede una riflessione: “Dov’è il John Brown ebreo?” “Dov’è l’Oskar Schindler ebreo?” e ​​sottolinea come, in oltre un secolo di progetto sionista, nessun ebreo sia morto per la causa della liberazione palestinese. Allora perché ci si dovrebbe aspettare che Laith o qualsiasi altro palestinese non confonda ebraismo e sionismo, quando noi ebrei non ci preoccupiamo abbastanza da combattere e sacrificarci per la separazione? Non dovrebbero. I palestinesi non ci devono nulla, siamo noi ad avere un debito infinito e inestinguibile con la Palestina, un debito che continua ad accumularsi in ogni singolo istante di ogni singolo giorno.

Essere eticamente ebrei in questo momento storico significa assumersi la responsabilità di combattere attivamente e in modo militante il sionismo. Sì, tutti gli ebrei. L’orologio segna il genocidio in ogni istante di ogni giorno. Questa entità suprematista ebraica si basa sul consenso e sulla partecipazione degli ebrei per poter funzionare. Se gli ebrei si ritirassero dalla partecipazione, per non parlare di una guerra attiva contro di essa, crollerebbe.

Gestiamo questo avamposto militare imperiale euro-americano, lo rivestiamo di ebraismo per imbiancarlo e proteggerlo da ogni controllo, lo manteniamo in funzione per il nostro egoistico tornaconto da coloni. In una popolazione ebraica più giusta, ci sarebbero ebrei che protestano e si battono per i loro spazi ebraici a ogni funzione religiosa, festività e riunione, ci sarebbero ebrei nella Palestina occupata che userebbero le loro capacità militari per sostenere la resistenza, tribunali contro gli ebrei che hanno partecipato a questo genocidio generazionale, sforzi su larga scala per denazificare e de-sionizzare il nostro popolo affinché non commetta ulteriori danni. Nessuna di queste energie è attualmente presente all’interno dell’ebraismo.
Negli ultimi due anni e mezzo, intrisi di sangue, nemmeno una sinagoga è passata dal sionismo all’antisionismo. Anzi, è successo il contrario: molti ebrei hanno rafforzato ulteriormente il loro ebraismo (sionista) e il sostegno a Israele dopo la sconvolgente operazione anticolonialista di Al Aqsa.

Non conosco ancora un solo rabbino o sinagoga (almeno in Europa e America) che sia veramente antisionista e che sostenga la resistenza armata palestinese e si adoperi per la completa dissoluzione di Stati Uniti e Israele e per la decolonizzazione del territorio. Questa è un’accusa incredibile nei nostri confronti.
Nemmeno il genocidio di neonati bruciati vivi ogni giorno dalle bombe e dai proiettili ebraici, trasmesso in diretta streaming, è riuscito a smuovere le istituzioni e i leader ebraici di un solo centimetro, allontanandoli seriamente o in modo sostanziale dal sionismo.
Mentre l’ebraismo moderno rimane senza dio – basta guardare alla Striscia di Gaza rasa al suolo – l’Islam si rivela come una profonda fonte di spiritualità a cui la Palestina e i suoi alleati nella regione e in tutta la Umma attingono per trovare la forza spirituale necessaria a resistere alla colonizzazione sionista e all’impero euro-americano.
Arriverà il momento della resa dei conti per i responsabili – inclusi molti ebrei – non per la nostra ebraicità, ma per il nostro incrollabile e totale sostegno a Israele e al nazismo sionistico, un sostegno al quale, come comunità, ci rifiutiamo ancora di rinunciare. Che dire? È un olocausto causato da noi stessi. Quando le conseguenze inevitabilmente ricadranno sulle istituzioni e sui singoli ebrei, perché abbiamo alimentato questa violenza e ci rifiutiamo di abbandonare il nostro impegno a sostegno del genocidio, non si tratterà di “antisemitismo”, ma del momento in cui i nodi verranno al pettine. Le persone, giustamente, daranno la caccia per il resto della loro vita a coloro che hanno facilitato questi crimini, così come i nazisti vengono ancora ricercati fino alla vecchiaia, a prescindere da quanto apparentemente insignificante sia stato il loro ruolo nel massacro.

Questo genocidio non è solo generazionale, ma tuttora in corso; è di natura coloniale e pertanto non paragonabile all’olocausto nazista.

La soluzione è che ogni persona, sinagoga e organizzazione ebraica abbandoni immediatamente, completamente e pubblicamente la colonia, chieda conto al nostro popolo e destini le risorse alla liberazione palestinese alle condizioni della Palestina stessa. Sì, tutti gli ebrei.

E se non ci assumiamo le nostre responsabilità e non lo facciamo noi stessi, inevitabilmente altri prenderanno in mano la situazione, perché questo affronto all’umanità non potrà essere tollerato.
Non si può rimuovere il bulldozer dal suo corpo. Non si possono togliere le frustate con il cavo dalla sua schiena. Non si possono riportare in vita i preziosi martiri in Palestina; quella nave è già salpata, i crimini dell’ebraismo risuoneranno per l’eternità. Il massacro continua ogni giorno, nonostante voi distogliate lo sguardo, nonostante cerchiate di giustificarlo dicendo che “non è colpa nostra”. È colpa nostra, e lo spargimento di sangue non si fermerà finché non lo vorremo noi.
Lunga vita alle Brigate Al Qassam di Hamas, uomini d’onore e d’acciaio, che emergono dalle profondità della terra con armi artigianali e una fede incrollabile per seminare terrore e infliggere colpi mortali al cuore del nemico sionista. Dove gli ebrei hanno spento la vita, Al Qassam ha ridato ossigeno al corpo. Questa è la generazione di ebrei più vergognosa che sia mai esistita. Nessuno di noi può dire di non saperlo. Siamo spiritualmente vuoti, moralmente svuotati. Non limitatevi a dire egoisticamente “Israele non rappresenta tutti gli ebrei”, ma lottate affinché questa distinzione diventi una realtà concreta, sradicando il sionismo dall’interno dell’ebraismo. Questa è l’unica scelta possibile.

Quando si tratta dei mali del sionismo, gli ebrei preferiscono mentire a se stessi e autoingannarsi piuttosto che assumersi un minimo di responsabilità, al di là di deboli slogan dettati dall’interesse personale. Per quanto tempo la Palestina e la regione dovranno pagare per la nostra illusoria negazione, la nostra incessante e sfrenata violenza, il nostro rifiuto di assumerci la responsabilità di aver distrutto così tanta vita su questo prezioso e precario pianeta?

Gli ebrei devono distruggere lo Stato israeliano e l’ideologia sionista nella sua interezza, in ogni suo nodo e tentacolo, inclusa la colonia che ospita Israele: l’America. Mi sta più a cuore la Palestina che l’ebraismo. Se l’ebraismo deve morire perché la Palestina possa vivere, che muoia.

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Traduzione a cura di: Nicole Santini

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