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sabato 21 marzo 2026

Le ragioni economico-politiche dell’attacco Usa-Israele contro l’Iran: una possibile interpretazione – Andrea Fumagalli

L’attacco congiunto Usa-Israele contro l’Iran apre un nuovo scenario che va al di là dello scontro sul futuro dell’Iran e dell’attuale regime. L’ipocrisia del pensiero mainstream plaude all’iniziativa di Trump e Netanyahu come espressione del ripristino di elementi di democrazia e di “libertà delle donne”. Perché parlo di ipocrisia? Per vari motivi, come cercherò di spiegare in queste note.

1. L’attacco Usa-Israele non ha come obiettivo la liberazione dell’Iran dalla teocrazia. Le origini di questo attacco hanno ben altri obiettivi, di natura interna e internazionale. Le aspettative, sacrosante, per una situazione politica più libera e una migliore condizione delle donne, purtroppo, sono destinate a svanire e a non migliorare. È solo uno specchietto per le allodole, dietro il quale si nascondono altri obiettivi, soprattutto se a gestire questo attacco militare sono due paesi che non sono sicuramente esempi di tolleranza e libertà.

2. L’attacco Usa-Israele (ma soprattutto Usa) ha come obiettivo il condizionamento delle traiettorie di export dalle materie prime, in primis il petrolio, nei confronti della Cina. Non è un caso che gli interventi militari targati Trump, in spregio a qualsiasi rispetto del diritto internazionale, hanno colpito Venezuela e Iran, tra i principali esportatori di petrolio verso la Cina.

3. L’Iran non è il Venezuela ma come il Venezuela ha una Costituzione che garantisce il passaggio dei poteri. La morte di Khamenei (così come il sequestro di Maduro) non ha avuto come conseguenza un “regime change” (cambio di regime). Nel caso del Venezuela, ampiamente ricattabile se non ha più il controllo sulle riserve petrolifere, la nuova amministrazione Rodríguez ha dovuto sottomettersi al ricatto del grande capitale Usa (ne ha parlato Angelo Zaccaria su Effimera). Difficilmente ciò potrà avvenire con l’Iran, la cui teocrazia detiene saldamente il controllo statale delle riserve petrolifere. Anzi, il posizionamento geo-strategico dell’Iran potrebbe portare conseguenze negative per le stesse economie occidentali.

4. Ogni giorno attraverso lo stretto di Hormuz transitano circa 20 milioni di barili tra greggio e prodotti petroliferi. Oltre il 20% del consumo mondiale. Circa il 70% delle riserve produttive Opec+ si trova nei Paesi del Golf che sono a loro volta bloccati. Arabia Saudita, Iraq, Kuwait ed Emirati non riescono a esportare normalmente. Le uniche rotte alternative al momento esistenti – l’oleodotto Petroline saudita verso Yambu sul Mar Rosso e il gasdotto Hashban-Fuyjairah dagli Emirati – coprono insieme il 15%dei volumi normali: insufficienti tamponare lo shock. Il GNL – Gas Naturale Liquefatto – è il comparto in assoluto più a rischio. Il Qatar, terzo esportatore mondiale, non dispone di alcuna rotta alternativa. Occorre però dire che l’83% dei volumi è destinato ai mercasti asiatici. Cina, India, Giappone e Corea del Sud ricevono insieme il 69% di tutto il greggio in transito per Hormuz. Si spiega così che al momento le uniche navi che sono in circolazione sullo stretto sono solo quelle iraniane e cinesi. Per l’Europa il contraccolpo è elevato, dal momento che la dipendenza europea dal gas qatariota è aumentata significativamente nel contesto della strategia di diversificazione delle forniture energetiche, volta a ridurre la dipendenza dalla Russia dopo l’invasione dell’Ucraina del 2022. Nel 2024-2025, l’esportazione dal Qatar ha raggiunto una quota sul fabbisogno totale compresa tra il 12-14%.

5. Vi sono poi interessi nazionali in Usa e Israele, sebbene fra loro contrapposti. Netanyahu spera in una guerra di lunga durata. In tal modo ha più probabilità di vincere le elezioni il prossimo ottobre. In caso negativo, rischia la prigione. Non a caso ha attaccato subito il sud del Libano, con la scusa del lancio di alcuni missili da parte di Hezbollah. Trump invece, vorrebbe chiudere il conflitto in breve tempo, per presentarsi alle elezioni di Mid Term (il prossimo novembre) da vincitore e con poche vittime americane. Si tratta di elezioni che al momento non vedono Trump in una buona posizione, dopo i fallimenti economici e il dispiegamento dell’ICE nella deportazione degli immigrati.

6. Nel frattempo, i prezzi di petrolio (che ha raggiunto gli 80$ al barile) e del gas (50 Euro al Kw) aumentano con i rischi inflazionistici che già abbiamo sperimentato, a danno del potere d’acquisto del lavoro. Le borse internazionali perdono terreno, la speculazione al ribasso si infiamma, in un contesto che già si presenta assai fragile e sempre più instabile, soprattutto per quanto riguarda la tenuta del dollaro. Ricordiamo che una parte rilevante del mercato finanziario, quella che fa riferimento ai fondi di private equity e private capital Usa [1], si trova in una situazione di sofferenza per l’eccessiva esposizione sul settore del software, che si trova in crisi di profittabilità a causa della concorrenza dell’IA. I primi effetti si sono già fatti sentire: dall’inizio del 2026, solo 26 dollari ogni 100 investiti nei fondi azionari globali sono finiti negli Stati Uniti. Erano 73 dollari ogni 100 nel 2024 (qui la fonte). Tale riduzione dei movimenti di capitale verso le borse Usa può avere ripercussioni sulla solvibilità del debito estero e anche, indirettamente, se il dollaro accentua la svalutazione già in atto, sulla tenuta del debito interno. Si tratta di fatti poco noti e raramente riportati dai media (l’informazione si trova oggi in un buco nero di cui non si vede il fondo) ma tale situazione può essere uno dei fattori (tra altri), che hanno spinto all’azione militare l’Amministrazione Trump nel tentativo di recuperare quell’immagine di gendarme militare del mondo che negli ultimi anni, dopo l’Afghanistan e la Somalia, aveva cominciato a vacillare. Non stupisce quindi che il dollaro negli ultimi due giorni si sia rivalutato rispetto all’euro di quasi il 3% (dopo una svalutazione nell’ultimo anno di circa il 15%).

7. In questa fase di transizione dal vecchio ordine unipolare ad un nuovo ordine potenzialmente multipolare, un ruolo importante viene sempre più svolto dai paesi Brics+. Tuttavia tali paesi non sono ancora in grado di rappresentare un contro-potere agli Usa perché ancora troppo poco coesi e disomogenei, con interessi diversi e spesso fra loro competitivi. L’Europa conta sempre meno, presenta divisione tra chi è supino alla Nato (Francia e Germania in testa) e chi è supina agli Usa (Italia) e chi coltiva interessi corporativi nazionalistici (Ungheria). Tali discrepanze in Europa e nel Sud Globale sono ben evidenziate dai recenti incontri tra il cancelliere tedesco Merz e il leader cinese XI e tra il premier indiamo Modi e Netanyahu.

8. Il conflitto in corso con l’Iran è un conflitto tra due “crazie”. Da un lato, la “teocrazia” iraniana (che tuttavia non è molto dissimile dalla “teocrazia” israeliana, dove il fondamentalismo degli ebrei ortodossi detta legge, soprattutto in Cisgiordania), dall’altro la “tecnocrazia” americana. In entrambi i casi, si tratta della violazione delle più elementari regole democratiche e dei principi del diritto internazionale.

È tempo per un nuovo internazionalismo progressista, per la solidarietà e la pace dei popoli, contro ogni sovranismo sia esso laico o religioso! Per la riduzione delle diseguaglianze e il rispetto dei vincoli ecologici, contro le politiche di depredazione ambientale e sociale!

NOTE

[1] I fondi di private equity (ovvero, fondi azionari privati) sono uno strumento rilevante per sostenere le imprese, perché investono in aziende che di solito non sono quotate in Borsa acquisendo molto spesso la maggioranza (o anche una minoranza) del capitale. Dopo un po’ di anni, tendenzialmente cinque, rivendono la società a un altro fondo o la quotano in Borsa. Ormai si tratta di un mercato gigantesco, che negli Stati Uniti ha raggiunto un valore di4mila miliardi di dollari. I fondi di private credit (fondi di credito privato), invece, finanziano le imprese sostituendosi alle banche. Il problema è che questo mercato, negli Stati Uniti, negli ultimi anni è cresciuto molto sia perché spinto da un’elevata concorrenza, sia per costante aumento degli indici di borsa che hanno favorito laute plusvalenze per la speculazione. Circa un terzo degli investimenti di private equity e private capital è verso società di software il cui valore è crollato, per la concorrenza delle nuove tecnologie legate all’IA.

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martedì 24 febbraio 2026

Un radioso futuro di civilizzazione

 cioè il colonialismo, il nostro avvenire dietro le spalle, di Francesco Masala


Quando gli europei arrivarono in America, che ancora non si chiamava così, cedevano paccottiglie varie agli indigeni in cambio di oro e altre ricchezze, gli europei si credevano i più furbi del mondo.

Quando gli indigeni di tutto il continente capirono l’avidità degli europei le ricchezze furono rubate attraverso genocidi e schiavitù, quella dei neri africani.

Un meccanismo simile funziona oggi, gli Stati Uniti d’America, si credono i più furbi del mondo, hanno imparato bene dai maestri, comprano tutti i prodotti e i servizi applicando dazi ai venditori, che in cambio comprano i prodotti e servizi Usa senza nessun dazio (e senza che le imprese Usa paghino le tasse e imposte come tutti), come in India, recentemente.

Quando gli abitanti di tutto il mondo capiscono, non da oggi, l’avidità degli Usa, sempre fedeli alla loro storia criminale (1), e che i dazi vengono applicati in maniera asimmetrica, per chi ci sta, e per gli altri, per chi non ci sta, ci sono colpi di stato, rivoluzioni colorate, guerre e genocidi (Venezuela e Palestina lo testimoniano). Alcuni stati riescono a resistere, per nostra fortuna, cosa mai successa prima, agli Usa.

 

Gli statiunitensi, eredi degli europei, come dice Narco Rubio (qui in italiano), propongono all’Europa un luminoso futuro di colonialismo, rapina, stupri e genocidi.

L’Europa applaude.(2)

 

Ci fosse Dante scriverebbe "Ahi serva Europa, di dolore ostello, nave sanza nocchiere in gran tempesta, non donna di provincie, ma bordello!”

Allora non esistevano molti stati europei, gli Usa e Israele, e dei genocidi futuri non si aveva notizia.

E magari, pensando ai versi della Divina Commedia/Inferno/Canto XXV

Ahi Pistoia, Pistoia, ché non stanzi
d'incenerarti sì che più non duri,
poi che 'n mal fare il seme tuo avanzi? (Ahimè, Pistoia, perché non stabilisci di incenerirti così da non durare più oltre, dal momento che superi con le tue malefatte i tuoi progenitori?)

chissà cosa Dante scriverebbe oggi, anche solo leggendo questa notizia e quest'altra, o vedendo questo video, di sicuro lo lincerebbero dandogli dell’anticolonialista, antieuropeo, antiamericano, antisemita.

 

 

 

(1) Cavallo Pazzo, di Larry McMurtry, pubblicato nel 1999, in italiano da Einaudi nel 2025 (tradotto da Gaspare Bona) pagina 69:

Per la fortuna della Nazione e la sfortuna dei Sioux, le Black Hills aspettavano il loro momento. Da tempo correva voce che ci fossero grandi depositi d’oro nelle montagne sacre dei Sioux. Tuttavia, a imbarazzare i governanti, c’erano i vincoli del tanto strombazzato accordo del 1868, che assegnava per sempre quelle montagne agli indiani e stabiliva in maniera insolitamente chiara che ai bianchi doveva essere impedito l’accesso. Il governo degli Stati Uniti aveva infranto molti trattati con gli indiani, alcuni sostengono tutti. Recentemente lo scrittore Alex Shoumanoff ne ha calcolati 378, ma pochi di qui casi provocarono tanta agitazione, tante riflessioni e tante manfrine quanto il trattato del 1868. Il generale Sheridan cominciò a brontolare in maniera poco convincente per le violazioni da parte dei Sioux; in realtà gli indiani a quell’epoca si stavano comportando bene, come lo stesso generale aveva ammesso in un altro contesto. Non c’era nessuna scusa per rompere il trattato del 1868, se non quella che, alla fine, i bianchi usavano sempre: gli Stati Uniti volevano le Black Hills e tutto l’oro che contenevano. Il primo passo importante per impossessarsi delle montagne fu la spedizione che riportò il generale Custer a ovest, testimoniata dalla famosa fotografia di una colonna senza fine di carri che attraversa una valle delle Black Hills. La spedizione raggiunse in fretta il suo scopo principale, seppure sottaciuto, trovò oro in quantità tali da placare la sete dei mercati agonizzanti.

 

(2) Cominciamo con qualche frase dal discorso del Segretario di Stato alla Conferenza di Monaco, un discorso che ha fatto fare sospiri di sollievo alla leadership europea nonostante non contenga nulla di nuovo.

“Per cinque secoli, prima della fine della Seconda Guerra Mondiale, l’Occidente era stato in espansione: i suoi missionari, i suoi pellegrini, i suoi soldati, i suoi esploratori si riversavano dalle sue coste per attraversare gli oceani, colonizzare nuovi continenti, costruire vasti imperi che si estendevano in tutto il globo. Ma nel 1945, per la prima volta dall’epoca di Colombo, era in contrazione. L’Europa era in rovina. Metà di essa viveva dietro una cortina di ferro e il resto sembrava destinato a seguirla presto. I grandi imperi occidentali erano entrati in un declino irreversibile, accelerato dalle rivoluzioni comuniste atee e dalle rivolte anticolonialiste che avrebbero trasformato il mondo e drappeggiato la falce e il martello rossi su vaste aree della mappa negli anni a venire”. Poi nel 1945 l’unione sacra tra le due coste dell’Atlantico ha evitato questo disastro e l’Occidente è tornato a dominare. Oggi dunque l’obiettivo è fermare “il declino controllato dell’Occidente”, per far rivivere “l’era di dominio dell’Occidente” e per “rinnovare la più grande civiltà della storia umana”.

Rubio ha anche nominato Dante, Shakespeare, Mozart e Beethoven e qualche altro gigante della cultura occidentale, dimenticando chissà perché Galileo e Darwin e pure che alcune cose tra quelle che fanno grande l’Occidente sono il frutto di innovazioni fatte fuori da esso: la polvere da sparo viene dalla Cina probabilmente via mercanti arabi, mentre quella cosa che fa funzionare i social network si chiama algoritmo e come tutte le parole che cominciano per al viene dalla dominazione araba – Rubio ha menzionato anche Beatles e Rolling Stones, i primi dischi dei secondi sono blues, quella musica americana che senza l’importazione forzata di persone non cristiane non sarebbe mai nata. Naturalmente all’inverso anche cinesi, arabi e africani si sono giovati di cose inventate da noi…

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mercoledì 28 gennaio 2026

L’ora delle sciabole - Raúl Zibechi

 

L’offensiva dei potenti contro i popoli sta crescendo in ogni angolo del pianeta. Gli Stati Uniti e i loro alleati regionali sono dietro le numerose aggressioni in atto, che minacciano di estendersi finché non ci saranno meccanismi in grado di fermarle. L’impunità è la regola in questo periodo, in cui le grandi potenze stanno disegnando una nuova mappa globale su misura per i loro interessi.

Da quando il genocidio di Gaza è rimasto completamente impunito, si sono aperte le porte della repressione e della violenza contro i popoli. Le classi dirigenti mondiali credono di poter invertire il declino dei loro stati nazionali attraverso la forza militare. La lunga e terribile storia del colonialismo indica loro la strada.

Nelle prime settimane del nuovo anno, si stanno scatenando feroci offensive contro i popoli venezuelano, iraniano e curdo, in un’escalation tanto rapida quanto devastante. Persino all’interno degli Stati Uniti, il presidente Trump sembra pronto a inviare 1.500 soldati per sedare la rivolta di Minneapolis contro le deportazioni dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE) che pochi giorni fa hanno causato la morte di una donna.

La strategia del soffocamento continua a essere applicata in Venezuela. Sebbene miri a rovesciare il regime, colpisce principalmente la popolazione, condannandola alla fame nella speranza che si ribelli al governo. Si tratta di una strategia già utilizzata contro altri paesi, con il popolo cubano nel mirino del Pentagono, che progetta questi metodi per mettere all’angolo intere popolazioni.

La situazione in Iran è una tragedia che coinvolge la sinistra a causa del suo inspiegabile silenzio. La repressione statale sembra aver causato la morte di oltre 10.000 persone attraverso una repressione abominevole che non può essere giustificata semplicemente perché Stati Uniti, Israele e Regno Unito stanno istigando la mobilitazione popolare. Questa mobilitazione, sebbene neghino il suo valore, è radicata nel deterioramento delle condizioni di vita e nella persistente repressione.

Il popolo curdo è brutalmente attaccato dal regime jihadista al governo in Siria, con la collaborazione della Turchia. All’inizio di gennaio, hanno attaccato i quartieri curdi di Aleppo, costringendoli alla ritirata, e ora stanno prendendo di mira l’autonomia del Rojava nella speranza di sradicare il processo di autogoverno che la popolazione sta sviluppando da quattordici anni. A quanto pare, c’è stato un accordo tra Turchia e Israele, con l’approvazione di Washington e dell’Unione Europea: Ankara accetta il controllo di Tel Aviv sulla Siria meridionale in cambio di carta bianca contro il Rojava, suo obiettivo strategico. Le potenze rifiutano qualsiasi accordo, ponendo fine a un “processo di pace” mai avviato e chiudendo il libro su una crisi turca immaginaria con il sostegno dell’Occidente collettivo. Il caso curdo illustra come le potenze e gli stati nazionali considerino i popoli argilla malleabile per la geopolitica capitalista. In realtà, per i popoli oppressi non c’è mai stata democrazia o buon governo, ma piuttosto il rigore della sorveglianza e del controllo che ora si traduce nei colpi brutali con cui la cavalleria ha sempre trattato i popoli che hanno resistito. Credo che questa situazione ci obblighi a una riflessione più ampia.

I grandi pensatori della guerra, pur avendo agito in epoche e geografie diverse e contro nemici diversi, concordano su alcuni aspetti centrali che nulla hanno a che fare con le armi e le tecnologie militari. Per Sun Tzu, il primo fattore fondamentale da considerare è “l’influenza morale”, che egli intendeva come “l’armonia del popolo con i propri leader”. Pur essendo un ufficiale militare prussiano, Carl von Clausewitz sosteneva che non esiste forza al mondo più eccezionale dello spirito del popolo in armi e che, accanto a esso, non esistono mezzi tecnici o militari superiori. Arrivò persino a dire che il popolo è il “dio della guerra”. Mao è più specifico e afferma, nei suoi scritti sull’invasione giapponese della Cina, che “la mobilitazione dell’intero popolo formerà un vasto mare per annegare il nemico, creerà le condizioni che compenseranno la nostra inferiorità e altri elementi, e fornirà i prerequisiti per superare tutte le difficoltà in guerra”. In ogni caso, il popolo è il centro, non un mero strumento o mezzo per raggiungere fini. Questa centralità è stata poi oscurata dalla sinistra, sia elettorale che rivoluzionaria, in una deriva etica che trasforma le persone in spettatori o esecutori di decisioni prese da altri. Una volta stabilito questo principio, possiamo considerare altri aspetti della guerra. I grandi strateghi militari concordano sul fatto che la difesa sia superiore all’offesa, una questione attuale di fronte alle guerre combattute dall’alto. Tuttavia, la difesa non può essere passiva, ma deve essere “resistenza e ribellione”, come insegnano gli zapatisti, poiché queste sono le condizioni per cambiare il mondo quando i venti soffiano contro il popolo.

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mercoledì 14 gennaio 2026

Neuropolitica di un'aggressione: Quando il controllo delle menti prepara quello delle risorse - Maylyn López

Introduzione — 3 gennaio: una soglia oltrepassata

Il 3 gennaio si è verificato un evento senza precedenti nella storia recente delle relazioni internazionali che ha riguardato il Venezuela. Secondo le ricostruzioni diffuse nelle ore successive, il vertice istituzionale del Paese, il presidente della Repubblica bolivariana, è stato sequestrato insieme alla moglie, dopo bombardamenti che hanno prodotto tra gli 80 e i 100 morti (stime attuali). Il tutto all’interno di una più ampia escalation che ha incluso sequestri marittimi, blocchi operativi e misure extraterritoriali.

Ciò che rende questo episodio qualitativamente diverso dal passato non è solo la sua gravità, ma la soglia politica e simbolica che è stata oltrepassata. Quando la coercizione non si limita più alla pressione economica o diplomatica e tocca il cuore della rappresentanza statale, la questione non è più solo negoziale: diventa una questione di sovranità.

Sul piano cognitivo, è anche un test estremo: verificare fino a che punto un evento eccezionale possa essere assorbito, normalizzato e reso accettabile attraverso il linguaggio.

È da qui che l’analisi deve partire.

Il linguaggio che decide prima del pensiero

Nel discorso pubblico dominante, il Venezuela non viene raccontato come una realtà complessa, ma come una formula riduttiva: dittatura, regime, narco-Stato, crisi umanitaria. Queste parole non descrivono: pre-interpretano. La linguistica cognitiva mostra che i frame attivano strutture mentali che precedono il ragionamento consapevole. Come ha spiegato George Lakoff, una volta accettata la cornice, il cervello non valuta più se un’azione sia legittima, ma quanto sia necessaria.

Se c’è una “dittatura”, non si dialoga.

Se c’è un “narco-Stato”, non si negozia.

Se c’è un’“emergenza”, l’eccezione diventa la regola.

In questo modo, l’aggressione cambia nome e diventa “intervento”, la coercizione diventa “pressione”, la punizione collettiva diventa “sanzioni mirate”.

 

Quando la violenza diventa amministrativa

Il passaggio decisivo, sul piano neuropolitico, è la burocratizzazione della violenza.

L’atto di forza non appare più come un’eccezione drammatica, ma come una procedura tecnica, regolatoria, quasi neutra.

È in questo quadro che vanno letti i sequestri delle petroliere avvenuti nel dicembre 2025. Azioni materiali, concrete, che colpiscono il cuore economico del Paese e che vengono presentate come semplice “applicazione della legge”.

 

Dicembre 2025: i sequestri delle petroliere
Nel corso del dicembre 2025, gli Stati Uniti hanno intercettato e sequestrato almeno due petroliere coinvolte nel trasporto di petrolio venezuelano nel Mar dei Caraibi, con il coinvolgimento diretto della Guardia Costiera statunitense e l’estensione unilaterale di misure sanzionatorie a rotte e operatori.

Secondo ricostruzioni giornalistiche concordanti:

·         una petroliera è stata fermata in acque internazionali e privata del carico sulla base di sanzioni statunitensi non approvate da organismi multilaterali;

·         una seconda nave, inizialmente non inserita in elenchi pubblici di sanzioni, è stata ugualmente bloccata e confiscata, ampliando di fatto il controllo sulle rotte energetiche caraibiche.

 

Nel lessico ufficiale, questi atti sono stati definiti “enforcement” o “misure di sicurezza”.

Sul piano delle relazioni tra Stati, si configurano come atti di coercizione economica extraterritoriale.

Sul piano neuropolitico, l’elemento decisivo è un altro: la cornice narrativa preesistente li rende invisibili come violenza.

 

La posta in gioco: perché il Venezuela è centrale

Questi eventi non avvengono nel vuoto. Avvengono in relazione a un dato spesso marginalizzato nel dibattito pubblico: il Venezuela possiede le più grandi riserve di petrolio provate del pianeta.

Con circa 303 miliardi di barili, concentrati in gran parte nella Fascia Petrolifera dell’Orinoco, il Paese detiene la prima posizione mondiale per riserve accertate, pari a quasi un quinto del totale globale conosciuto.

A questo dato si aggiungono:

·         vaste riserve di gas naturale;

·         enormi giacimenti di oro nell’Arco Minerario dell’Orinoco;

·         diamanti e minerali critici (coltan, nichel, titanio, terre rare);

·         abbondanti risorse idriche e capacità idroelettrica;

·         una posizione geografica strategica, a poche ore di navigazione dagli Stati Uniti e al centro delle rotte energetiche dei Caraibi.

In geopolitica, una tale concentrazione di risorse non è mai neutra.

 

Controllare la narrazione per controllare l’accesso

Quando un Paese concentra ricchezze di questa portata, la prima fase non è l’occupazione militare. È la delegittimazione cognitiva.

La guerra cognitiva serve a:

·         rendere accettabile la violazione della sovranità;

·         normalizzare sequestri, blocchi e misure extraterritoriali;

·         trasformare atti di forza in “atti di responsabilità”.

Se la sovranità viene presentata come un ostacolo alla libertà, può essere superata.

Se lo Stato viene criminalizzato, le sue risorse diventano implicitamente disponibili.

Se il sequestro di una petroliera viene raccontato come semplice procedura tecnica, il confine tra diritto e coercizione si dissolve.

Ci sono momenti in cui la storia non avanza con proclami, ma con slittamenti silenziosi del linguaggio. È in questi passaggi che ciò che un tempo sarebbe apparso impensabile diventa prima discutibile, poi accettabile, infine normale.

Il 3 gennaio 2026 segna uno di questi passaggi. Non solo per ciò che è accaduto, ma per come è stato raccontato. Quando un evento di tale portata non produce una rottura evidente nel discorso pubblico, significa che il lavoro più profondo è già stato fatto: la percezione è stata preparata.

La neuropolitica mostra che il potere più efficace non è quello che impone, ma quello che anticipa il pensiero, che costruisce cornici entro cui le scelte appaiono inevitabili e le alternative impensabili. In questo spazio, la sovranità non viene negata apertamente: viene ridefinita, resa negoziabile.

Per questo il punto non è solo il Venezuela.

Il punto è il precedente che si crea quando l’eccezione non provoca più scandalo, quando la coercizione può essere amministrata come procedura, quando il sequestro diventa normalità.

In un mondo così strutturato, la prima responsabilità è restare vigili sul linguaggio perché il rischio più profondo della guerra cognitiva e della manipolazione non è solo giustificare un atto di aggressione, ma insegnare ad accettarlo e perfino a celebrarlo come se fosse un atto di salvezza.

La sovranità comincia dalla mente.

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lunedì 12 gennaio 2026

Siamo dentro una lunga tempesta - Raúl Zibechi


Quanto accaduto in Venezuela conferma che l’America Latina vive una svolta storica, che non sarà breve e che colpirà i popoli più dei governi, dice Raúl Zibechi in un’intervista con Radio Alas, in Argentina.

La situazione è molto complessa, molto dura, e non abbiamo chiaro cosa succederà, anche se abbiamo qualche idea di ciò che sta accadendo. Tu da tempo stai lanciando segnali di allarme su molte delle dinamiche in corsi. Ci interessa molto il tuo modo di collegare tra loro i diversi processi che stanno attraversando il pianeta.

Seguendo l’orientamento zapatista, io penso – e pensiamo – che siamo nel mezzo di una tempesta. E che questa tempesta, nei prossimi mesi e anni, andrà aggravandosi. La fase finale della tempesta è cominciata con il genocidio del popolo palestinese: da tre anni assistiamo alla situazione che vive Gaza e l’insieme del popolo palestinese. Ci sono poi altri fronti, e ora l’attacco al Venezuela conferma che siamo, soprattutto in America Latina, di fronte a un momento di svolta storica. Una svolta che non durerà due giorni. Siamo in un tempo nel quale ciò che sarà colpito non saranno solo i governi, ma i popoli. L’impatto sarà tremendo, distruttivo, negativo, e, a mio avviso, non siamo preparati ad affrontarlo. La forza imperiale è enormemente superiore alle capacità di resistenza dei nostri popoli. È duro dirlo, ma credo sia necessario guardare la realtà in faccia e assumerla per quella che è.

Secondo te esistono margini di azione per ridurre l’impatto? Se non possiamo fermare questa enorme forza imperiale, esistono strategie che i popoli possono darsi per attenuarne gli effetti?

Prima di tutto dobbiamo avere chiara la dimensione dell’impatto. Dopo la distruzione di Gaza, gli attacchi in Libano, in Siria, in Iran, e il fatto che lo Stato di Israele sia uscito praticamente impunito da tutto questo – nonostante le condanne e le manifestazioni – vediamo oggi l’Unione Europea proporsi di rafforzare seriamente le relazioni con Israele, firmando anche accordi energetici, come quello con l’Egitto sul gas.

Ora il governo Trump non solo attacca il Venezuela, ma distrugge una parte significativa delle sue installazioni militari. Il Venezuela disponeva di capacità difensive, e il presidente viene sequestrato in un’operazione condotta senza perdite, in modo sorprendentemente facile. Qualcosa è accaduto e ancora non sappiamo cosa.

Inoltre, Trump minaccia Petro in Colombia e il Messico. Siamo di fronte a un’offensiva di una portata senza precedenti, almeno per quanto ricordi. Hanno dichiarato apertamente di voler controllare il Venezuela fino a quando il presidente o la presidente sarà qualcuno di loro gradimento.

Di fronte a questo scenario, penso che i popoli abbiano bisogno di rifugi, di arche – come mi piace chiamarle – capaci di navigare e galleggiare nella tempesta. Perché oggi ciò che è in gioco è la sopravvivenza dei popoli, non delle singole persone, ma dei popoli nel loro insieme. E quando dico “popoli” intendo soprattutto quelli che stanno più in basso: popoli neri, popoli originari, contadini, periferie urbane… Più si è in basso, più l’impatto è duro e minori sono le capacità di difesa. Non è lo stesso affrontare una tempesta sistemica generalizzata per una classe media o per chi vive ai margini. E a questo si aggiunge la tempesta ambientale, che ci colpisce in modo sempre più violento.

Per questo credo che sia fondamentale disporre di territori, spazi, luoghi che ci diano riferimento come popoli: luoghi in cui poter stare, in cui sentirsi relativamente al sicuro, in cui esistano le condizioni minime per sopravvivere. Questa offensiva è appena iniziata e, a mio avviso, durerà almeno venti o trent’anni, indipendentemente da chi sieda alla Casa Bianca. Anche se si dice “a Trump restano tre anni”, la politica non cambierà, perché non dipende più da una singola persona. Dobbiamo quindi pensare in una prospettiva di lungo periodo, di ripiegamento strategico. Gli zapatisti parlano di orizzonti di centoventi anni: lottare affinché tra centoventi anni una bambina possa scegliere liberamente cosa essere. È di questo che si tratta.

Siamo in una fase di transizione tra egemonie, in cui gli Stati Uniti hanno deciso di rafforzarsi in America Latina per mantenere il loro ruolo imperiale. Il caso del Venezuela va letto in questo contesto più ampio. Basta guardare dove minacciano: Caraibi, Messico, America Centrale, Groenlandia, Canada. Vogliono circondarsi di una zona “sicura”. Questa zona sicura comprende tutta l’America Latina, con le sue risorse naturali e i suoi popoli, per poter affrontare l’ascesa dell’Asia e della Cina, che in molti ambiti li sta superando. Il primo passo è quindi una comprensione lucida e calma di ciò che sta accadendo. Oggi nessuno Stato della regione – nemmeno i due più importanti, Messico e Brasile – è in grado di affrontare questa offensiva. Figuriamoci altri Paesi, come l’Argentina o l’Ecuador, dove addirittura i presidenti festeggiano. Questo ci dice che per le destre concetti come sovranità nazionale e indipendenza non sono più un riferimento: celebrano apertamente un’invasione.

A cosa attribuisci questo aumento della violenza e degli attacchi diretti, senza più le mediazioni del passato?

Alla decadenza degli Stati Uniti. Lo riconoscono loro stessi quando dicono “rendere di nuovo grande l’America”: significa che non lo è più. Hanno compreso che non possono competere con la Cina. Per questo si sono ritirati dall’Ucraina, dall’Asia (fatta eccezione per il Giappone), e concentrano le forze nel nostro continente. Non bombarderanno Russia o Cina: concentreranno qui la loro potenza. Questa scelta è esplicitata nell’ultima strategia nazionale di difesa approvata negli Stati Uniti. Fino a poco tempo fa l’obiettivo era contenere la Cina; ora non ci riescono più. La Cina, solo nel 2025, ha varato sette cacciatorpediniere. Gli Stati Uniti non riescono a vararne nemmeno uno all’anno. La tendenza è chiara: non potendo competere lì, si rafforzano nel “cortile di casa”, devastandolo.

Non accetteranno governi che non gradiscono. Possono dire che Maduro è una dittatura, ma Petro è stato eletto democraticamente. Eppure Trump lo minaccia apertamente. Questo non lo fa con Xi Jinping o con altri leader globali, ma con i presidenti latinoamericani sì. Il pretesto oggi è il narcotraffico, ma sappiamo tutti che non è questo il vero motivo.

Di fronte a tutto questo, molti si chiedono cosa abbiamo imparato come popoli negli ultimi anni. Se guardiamo dal punto di vista dei popoli, i governi progressisti hanno avuto un ruolo centrale nell’indebolire i movimenti sociali e popolari: politiche assistenziali, demobilitazione, elettoralismo di corto respiro, forte personalizzazione del potere. Abbiamo rimosso dall’analisi l’autodistruzione del progressismo in Paesi come Bolivia e Argentina e le conseguenze devastanti che questo ha avuto sulle popolazioni organizzate. Oggi ci troviamo in una situazione di offensiva multipla: governi locali reazionari, governi imperiali e repressioni mirate in specifici territori, come nel caso del popolo mapuche. Le forze per resistere frontalmente non ci sono. Occorre quindi unirsi, ripiegare, senza smettere di agire: continuare a mobilitarsi, denunciare, ma soprattutto avviare un dibattito profondo su come siamo arrivati fin qui, sugli errori commessi e sulle strade da ricostruire.

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sabato 10 gennaio 2026

Confronto tra Grandi Potenze dietro l’aggressione al Venezuela dello stato canaglia nordamericano - Alberto Bradanini

 

1. Il diritto internazionale – consuetudinario, pattizio, le Convenzioni di Vienna, la Carta delle Nazioni Unite e le tante convenzioni in vigore, vale a dire l’impalcatura che ha sinora presieduto (pur con i suoi limiti) la complessità della vita tra stati – è stato ridotto a carta straccia dalla cosiddetta democrazia nordamericana, che si rivela ancora una volta un vero e proprio stato canaglia (rogue state, nella lingua dell’impero). Sorprende non poco che – nonostante le evidenze, luminose come il sole a mezzogiorno – tale plutocrazia bellicista sia tuttora idolatrata in tanti paesi al mondo (invero soprattutto temuta), a partire dai governi e popoli europei, il cui spirito critico è stato soppresso da un processo di colonizzazione mentale che dura da decenni.

Il mondo è immerso in una pericolosa ebollizione. Al posto della Legge – fondamento costitutivo di ogni collettività – la pretesa superpotenza nordamericana ha scelto quali principi guida la violenza e la prepotenza, nell’assunto che i suoi interessi devono prevalere su quelli degli altri, calpestando la libera scelta delle altre nazioni a forgiare il proprio destino, sbagliando come tutti magari, senza però aggredire altri paesi o interferire nelle altrui libertà. È così che una nazione armata fino ai denti, con migliaia di ordigni atomici, minaccia la stabilità e la pace nel mondo.

L’uso della forza nei riguardi di paesi deboli e indifesi riflette un bisogno primitivo di dominio, insieme al convincimento di appartenere a una civiltà superiore, un mito bizzarro che quando sarà dileguato – nei tempi che prima o poi la storia ci dirà – avrà lasciato ovunque dietro di sé rovine materiali e valoriali, depressione e sconforto.

2. Secondo il diritto internazionale, il rapimento di Nicolás Maduro e consorte è illegale sotto ogni punto di vista. Vediamo. Per il diritto consuetudinario (quello delle genti, primordiale, essenziale) un presidente di un altro paese in carica non può essere arrestato, processato o sequestrato da un altro stato. Un principio fondamentale questo, nelle relazioni tra stati, che aiuta a salvaguardare la pace anche quando le tensioni superano una soglia critica.

Tale immunità è totale e permanente, e vale indipendentemente dalla circostanza che un presidente sia formalmente riconosciuto tale da un altro stato. Gli Usa, ad esempio, non riconoscono Maduro come legittimo presidente, ma l’immunità resta. E la ragione è banale. Sarebbe infatti sufficiente, altrimenti, ritirare tale riconoscimento per disporre del pretesto per intervenire legalmente contro un’altra nazione. L’immunità resta tale anche davanti alle (strumentali, beninteso, in questa evenienza) accuse di narcotraffico. Solo quelle riguardanti i crimini di genocidio o contro l’umanità, la farebbero cadere, alla luce delle prerogative della Corte Penale Internazionale (cui gli Stati Uniti non aderiscono e che, anzi hanno più volte sanzionato, per invereconde ragioni!): Nicolàs Maduro, in ogni caso, non è accusato di nessuno di questi crimini.

L’aggressione nordamericana contro il Venezuela, paese indipendente e membro della comunità internazionale, viola inoltre l’art. 2.4 della Carta delle Nazioni Unite che vieta l’uso della forza contro stati sovrani. Washington non può nemmeno invocare l’art. 51 della Carta (legittima difesa), poiché il Venezuela non era in procinto di aggredire gli Stati Uniti. L’attacco militare, inoltre, non ha ottenuto alcuna autorizzazione dal Consiglio di Sicurezza ai sensi dell’art. 42, ciò che avrebbe reso legittimo l’intervento.

Infine, il rapimento del presidente venezuelano e l’azione militare nel suo insieme devono ritenersi illegittimi ai sensi della stessa Costituzione statunitense – che fanno strame del principio di divisione dei poteri quale essenza di ogni democrazia degna di questo nome – poiché trattandosi di un intervento militare, e non di un’azione di polizia, come il presidente Trump e i suoi compagni di merende vogliono presentarla, avrebbe dovuto ottenere l’autorizzazione del Congresso.

La circostanza che tale azione abbia fatto circa 80/100 vittime tra civili e militari viene poi derubricata a danni collaterali – così come le vittime dei barchini bombardati dalla marina militare Usa negli ultimi mesi, come si trattasse di un gioco. Ormai l’empatia umana è una qualità rara nei circoli dei potenti a stelle e strisce, insieme al rispetto della civiltà giuridica di un Occidente che ha perso l’anima. Si tratta di crimini per i quali, è facile profezia, nessuno pagherà mai.

3. In buona sostanza, la Legge è dagli Stati Uniti considerata un intralcio. Una schiera di analisti – valgano per tutti Lindsay O’Rourke (Covert Regime Change, Cornell University, 2018) e il regista/giornalista australiano John Pilger[1] – ha documentato con inoppugnabile evidenza che a partire dal secondo dopoguerra il paese che di gran lunga ha tratto maggior beneficio dai conflitti sono stati gli Stati Uniti, che in 80 anni di misfatti hanno rovesciato (o tentato di) più di cinquanta governi, in gran parte democrazie, interferendo nelle elezioni democratiche di decine di paesi, bombardando popolazioni di oltre trenta nazioni, la maggior parte povere e indifese. Hanno tentato di assassinare dirigenti politici di 50 stati sovrani. Hanno finanziato o sostenuto la repressione contro movimenti di liberazione nazionale in oltre 20 paesi. La magnitudine di tale condotta criminosa viene talora evocata, ma poi subito accantonata, mentre i responsabili salgono ancora più in alto o restano comunque al loro posto, indisturbati.

Il governo di Washington mostra indifferenza nei riguardi della legittimità, che sfuma all’orizzonte come la nebbia mattutina, sotto la guida del cosiddetto Dipartimento della Difesa, che con il ritorno di D. Trump alla Casa Bianca è stato perfino ribattezzato Dipartimento della Guerra, affinché non si abbiano dubbi in proposito.

La grande potenza nordamericana, che vede avvicinarsi il tempo del declino (non domattina, certo, ma i segnali sono evidenti) si scopre in difficoltà a preservare la postura di dominus sulla scena del mondo, e reagisce dunque come una belva ferita dove è più facile farlo, aggredendo i vicini di casa, in linea con la nota dottrina Monroe. Enunciata dal presidente omonimo oltre due secoli orsono (1823), tale riflessione geopolitica aveva il fine di impedire un’alleanza militare tra un paese delle Americhe e le potenze europee dell’epoca, indifferente alla stipula di accordi commerciali o altro genere. È stata la sua successiva interpretazione a estenderne il senso, conferendo a tale dottrina il significato che le si attribuisce ora, vale a dire un’abusiva determinazione degli Stati Uniti a interferire sulle scelte politiche, economiche o ideologiche delle nazioni del continente.

Deve riconoscersi che ormai è venuta meno anche la pudicizia di un tempo, poiché l’amministrazione Trump parla fuori dai denti. Non si tratta più – come in Iraq, in Afghanistan o in Libia – di esportare la democrazia o i diritti umani, ma esplicitamente di sottrarre petrolio gas e altre risorse a beneficio delle opulente corporazioni nordamericane. Una condotta dai tratti imperialisti, la cui magnitudine pensavamo relegata alla spazzatura della storia.

4. La violenza non genera pace, ma solo altra violenza. A festeggiare sono oggi i signori della guerra, le società petrolifere (che invero dovranno attendere anni prima di raccogliere i frutti di tale saccheggio: il petrolio venezuelano richiede lavorazioni costose e un laborioso ripristino delle infrastrutture) e la hybris imperiale, che nelle parole di Pete Hegseth, Segretario alla Guerra, con questa impeccabile azione militare, avrebbe riconsegnato agli Stati Uniti la perduta (si suppone) capacità di deterrenza.

La storia insegna che, oltre alla violazione di leggi e convenzioni, i cambi di regime imposti con la violenza dagli Stati Uniti – Iran, Guatemala, Afghanistan, Iraq, Siria, Libia, Somalia e via dicendo – generano endemica instabilità, aggravando le condizioni di vita delle popolazioni colpite (quelle sopravvissute!). Deve invero rilevarsi che il loro obiettivo è proprio quello di promuovere il Caos, generare tensioni e conflitti, servire gli interessi dei venditori di armi, della finanza privata, dei privilegi del dollaro e altro ancora. Gli obiettivi sono quindi raggiunti.

L’aggressione al Venezuela ha spinto Cina e Russia a sollecitare la convocazione urgente del C.d.S. delle N.U., dal quale tuttavia, è facile profezia, non uscirà alcuna soluzione, operando esso sulla base dei veti incrociati, Stati Uniti ed europei si opporranno a ogni condanna. Alcune nazioni latino-americane, Brasile, Colombia, Cuba, Messico, Uruguay e persino il Cile dell’ammiratore di Pinochet, José Antonio Kast, insieme alla Spagna di Sanchez, hanno condannato con fermezza questo folle intervento, mentre gli europei – tra cui il nostro – si sono nascosti dietro grotteschi farfugliamenti. L’Italia, ad esempio, ha affermato quanto segue: “… Il governo reputa che l’azione militare esterna non sia la strada da percorrere per mettere fine ai regimi totalitari, ma considera al contempo legittimo un intervento di natura difensiva contro attacchi ibridi alla propria sicurezza (sic.!, n.d.r.), come nel caso di entità statuali che alimentano e favoriscono il narcotraffico”. Non c’è bisogno di aggiungere una virgola per suscitare una pena infinita davanti a tali torsioni.

Per conto della cosiddetta Unione, poi, la sedicente Alta Rappresentante per la (inesistente) Politica Estera, la famigerata K. Kallas, ha dichiarato quanto segue: “…, in ogni circostanza, devono essere rispettati i principi del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite. I membri del Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite hanno una responsabilità particolare di sostenere tali principi, come pilastro dell’architettura della sicurezza internazionale. L’UE ha ripetutamente affermato che Nicolás Maduro manca della legittimità di un presidente”.

Ma il comunicato della Ue continua: “l’Ue condivide la priorità di combattere la criminalità organizzata transnazionale e il traffico di droga, che rappresentano una minaccia significativa alla sicurezza a livello mondiale …, mentre sottolinea che queste sfide devono essere affrontate attraverso una cooperazione costante nel pieno rispetto del diritto internazionale e dei principi di integrità territoriale e sovranità. Siamo in stretto contatto con gli Stati Uniti, così come con partner regionali e internazionali per … facilitare il dialogo con tutte le parti coinvolte, portando a una soluzione negoziata, democratica, inclusiva e pacifica alla crisi, guidata da venezuelani. Rispettare la volontà del popolo venezuelano rimane l’unico modo per il Venezuela di ristabilire la democrazia e risolvere la crisi attuale”. Traduzione dal lessico dei maggiordomi di Bruxelles: “sappiamo che i gringos hanno aggredito un paese sovrano che nulla ha fatto contro di loro, ma non abbiamo il coraggio nemmeno di evocare il reato, figuriamoci quello di condannare colui che lo ha commesso. Restiamo dunque piegati a 90 gradi e terremo tale posizione anche in avvenire, con dignitoso orgoglio”.

L’Ue ricorda infine che “in questo momento critico, è essenziale che tutti gli attori rispettino pienamente i diritti umani e il diritto umanitario internazionale”. Non sia mai che all’estensore del comunicato venga in mente di chiamare per nome il paese che per primo non rispetta tali diritti e che en passant ha ucciso un centinaio di persone, portando la guerra nei Caraibi.

Secondo l’Alta Rappresentante etc. etc. …, dunque, per governare il presidente venezuelano deve ottenere il via libera della Commissione Europea. Indicibile, sotto ogni criterio. In realtà, N. Maduro, in linea con la Costituzione del suo paese, tale legittimità l’aveva a suo tempo ottenuta dalla Corte Suprema venezuelana, anche se alcuni (paesi o individui, non fa differenza) possono ritenere che egli non sia stato eletto in elezioni trasparenti, perché ciascun paese fa i conti con la sua realtà, e non deve subire interferenze di sorta, affinché il mondo non si trasformi in un inferno.

Del resto, quando nel gennaio 2021 un gruppo di sostenitori di D. Trump sconfitto alle elezioni assaltarono il Congresso accusando i democratici di aver falsato i risultati, nessun paese al mondo ha mai vagheggiato di intervenire, considerando giustamente tale disputa un affare interno statunitense. Spetta dunque solo al popolo venezuelano e alle sue istituzioni, deboli o democratiche che siano, di costruire autonomamente il suo futuro. Limpido come l’acqua di una sorgente alpina.

5. Una delle ragioni profonde della caduta degli imperi è legata al convincimento di essere esenti dalle conseguenze delle loro azioni sbagliate. L’attacco di Trump al Venezuela non renderà il mondo più sicuro, ma nemmeno gli Stati Uniti. Esso rafforzerà invero il convincimento di molti paesi che per resistere alle aggressioni nordamericane occorrerà armarsi vieppiù, se possibile anche con l’arma nucleare (Saddam, Milosevic, Gheddafi e al-Assad docent, così come Kim Jong-un, a contrario).

Con il sequestro (notizia delle ultime ore) di una petroliera battente bandiera russa – ma forse trasportava anche altro, non sappiamo ancora -, la Marinera, dopo averla inseguita per due settimane in pieno oceano Atlantico tra Scozia e Islanda, minacciosi venti di un confronto diretto tra Mosca e Washington iniziano a soffiare. Nelle parole del Segretario alla Guerra, Pete Hegseth, l’embargo intorno al Venezuela è una misura che “si applica in tutto il mondo”. L’equipaggio, dunque anche cittadini russi, sarà giudicato negli Stati Uniti. L nave era scortata dalla marina, a quanto è dato sapere, ma soprattutto da sommergibili russi. Logica vuole che Mosca abbia scelto di non intervenire per evitare un confronto diretto. La prossima volta, forse, Mosca farà un’altra scelta. L’orologio dell’Apocalisse da 89 seconda alla mezzanotte sta forse accelerando, mentre l’orchestra del Titanic continua a suonare, insieme al coro stonato e borbottante dei maggiordomi europei.

I popoli restano arbitri del proprio destino, un destino che non va abbandonato nelle mani di ineffabili oligarchie che, giunte al potere, tendono invariabilmente ad abusarne. Senza riguardo al lessico cui si ricorre per qualificarle – democrazie, autocrazie, dittature o altro – le oligarchie che siedono in cima alla piramide suonano spesso la medesima musica, comiziando a squarciagola: cari connazionali non vogliamo altro che il vostro bene! E in effetti intendono proprio questo … vogliono il nostro bene, per portarselo via. Non dobbiamo permetterlo!


[1] https://cambiailmondo.org/2022/12/28/il-silenzio-degli-innocenti-come-funziona-la-propaganda/

 

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venerdì 9 gennaio 2026

Attacco in Venezuela, New York Times e Washington Post sapevano, ma non hanno scritto: agli ordini del governo - Stefania Maurizi


Il New York Times e il Washington Post sapevano dell’attacco militare degli Stati Uniti contro il Venezuela diverse ore prima che l’aggressione scattasse, ma hanno scelto di non pubblicare quello che sapevano, dopo che l’amministrazione Trump li aveva avvertiti che la pubblicazione avrebbe potuto mettere a rischio i soldati americani. A rivelare questo retroscena è il media online Semafor, citando due fonti non identificate, ma definite al corrente delle comunicazioni tra il governo americano e le redazioni dei due più potenti quotidiani degli Stati Uniti.

La “deferenza”, come la chiama Semafor, del New York Times e del Washington Post nei confronti dell’amministrazione Trump potrebbe sorprendere, considerando che da anni Donald Trump conduce una vera e propria guerra contro i media tradizionali.

Gli Stati Uniti non hanno un sistema per cercare di impedire ai giornalisti di pubblicare una notizia segreta di un’operazione militare. Il Regno Unito, ad esempio, ce l’ha: si chiama Da Notice ed è uno strumento con cui il governo inglese chiede alle redazioni di non pubblicare una certa informazione, perché la sua divulgazione potrebbe danneggiare la “sicurezza” della nazione. Ma il Da Notice è un strumento puramente consultivo e i giornalisti inglesi con la spina dorsale rivendicano il loro diritto di decidere autonomamente cosa pubblicare, anche se in alcuni rari casi lo scontro governo-redazioni ha raggiunto livelli altissimi, come durante la pubblicazione dei file top secret di Edward Snowden. In quell’occasione, il governo di sua maestà costrinse il Guardian a distruggere la copia dei file in possesso del giornale e a distruggere, sotto la supervisione dei servizi segreti del Gchq, i computer su cui i documenti erano conservati.

Negli Stati Uniti un meccanismo del genere non esiste e la stampa gode di protezione costituzionale, grazie a quel formidabile scudo che è il first amendment. Ma nonostante questa protezione, i grandi media americani si sono spesso mostrati supini alle richieste e alle manipolazioni del loro governo. Come quando, nel 2003, nei mesi precedenti l’invasione dell’Iraq, il New York Times pubblicò notizie infondate sui tentativi di Saddam di procurarsi armi di distruzione di massa, un’assoluta fandonia, frutto delle manipolazioni della Cia, che permise all’amministrazione di George W. Bush di vendere all’opinione pubblica una guerra terribile.

O come quando, nel 2005, il Washington Post venne a sapere che la Cia aveva prigioni segrete anche nell’Europa dell’est, in cui torturava brutalmente, eppure il Washington Post non pubblicò i nomi dei paesi europei su richiesta del governo americano. O quando nel 2004 il New York Times tenne per un anno nel cassetto lo scoop sulla Nsa che spiava le comunicazioni dei cittadini americani senza un mandato. Fu proprio la “tradizione” di collaborazione tra le grandi redazioni e il governo americano che venti anni fa spinse Julian Assange a creare WikiLeaks.

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giovedì 8 gennaio 2026

America, uno Stato canaglia - Chris Hedges

 

Scollata dall’universo fondato sui fatti, e accecata dall’idiozia, dall’avidità e dall’arroganza, la classe dirigente degli Stati Uniti ha sacrificato i meccanismi interni che impediscono la dittatura e i meccanismi esterni progettati per proteggere da un mondo senza legge, caratterizzato dal colonialismo e dalla diplomazia delle cannoniere.

Le nostre istituzioni democratiche sono moribonde. Sono incapaci o non disposte a frenare la nostra classe dirigente gangsteristica. Il Congresso, infestato dalle lobby, è un’appendice inutile. Ha rinunciato da tempo alla propria autorità costituzionale, compreso il diritto di dichiarare guerra e approvare leggi. L’anno scorso ha inviato alla scrivania di Donald Trump solo 38 miseri disegni di legge da firmare. La maggior parte erano risoluzioni di “disapprovazione” che revocavano le normative emanate durante l’amministrazione Biden. Trump governa con decreti imperiali per mezzo di ordini esecutivi. I media, di proprietà di grandi imprese e di oligarchi, da Jeff Bezos a Larry Ellison, sono una cassa di risonanza per i crimini di Stato, tra cui il genocidio in corso dei palestinesi, gli attacchi all’Iran, allo Yemen e al Venezuela e il saccheggio da parte della classe miliardaria. Le nostre elezioni saturate dal denaro sono una farsa. Il corpo diplomatico, incaricato di negoziare trattati e accordi, prevenire guerre e costruire alleanze, è stato smantellato. I tribunali, nonostante alcune sentenze emesse da giudici coraggiosi, tra cui il blocco dello schieramento della Guardia Nazionale a Los Angeles, Portland e Chicago, sono al servizio del potere delle grandi aziende e controllati da un Dipartimento di Giustizia la cui funzione principale è quella di mettere a tacere i nemici politici di Trump.

Il Partito Democratico, asservito alle grandi aziende e nostra presunta opposizione, blocca l’unico meccanismo che può salvarci – i movimenti di massa e gli scioperi – sapendo che la sua leadership corrotta e disprezzata verrebbe spazzata via. I leader del Partito Democratico trattano il sindaco di New York, Zohran Mamdani – un barlume di luce nell’oscurità –, come se avesse la lebbra. Meglio affondare l’intera nave che rinunciare al proprio status e ai propri privilegi.

Le dittature sono unidimensionali. Riducono la politica alla sua forma più semplice: fai quello che ti dico o ti distruggerò.

Le sfumature, la complessità, il compromesso e, naturalmente, l’empatia e la comprensione, vanno oltre la minuscola larghezza di banda emotiva dei gangster, compreso il Gangster in Capo.

Le dittature costituiscono il paradiso dei criminali. I gangster, che siano a Wall Street, nella Silicon Valley o alla Casa Bianca, cannibalizzano il proprio Paese e saccheggiano le risorse naturali di altri Paesi.

Le dittature capovolgono l’ordine sociale. L’onestà, il duro lavoro, la compassione, la solidarietà, il sacrificio di sé vengono considerati qualità negative. Coloro che incarnano queste qualità vengono emarginati e perseguitati. I senza cuore, i corrotti, i mendaci, i crudeli e i mediocri prosperano.

Le dittature danno potere ai teppisti per tenere immobilizzate le loro vittime, in patria e all’estero. Teppisti dell’Immigration and Customs Enforcement (ICE). Teppisti della Delta Force, dei Navy Seals e delle squadre Black Ops della CIA, che, come qualsiasi iracheno o afgano può dirvi, sono le squadre della morte più letali del pianeta. Teppisti del Federal Bureau of Investigation (FBI) e della Drug Enforcement Administration (DEA) – visti scortare il presidente Nicolás Maduro ammanettato a New York – del Dipartimento della Sicurezza Interna (DHS) e dei dipartimenti di polizia.

Qualcuno può seriamente sostenere che gli Stati Uniti siano una democrazia? Esistono istituzioni democratiche funzionanti? Esiste un controllo sul potere dello Stato? Esiste un meccanismo in grado di far rispettare lo Stato di diritto nel Paese, dove i residenti legali vengono rapiti dalle strade da teppisti mascherati, dove una fantomatica “sinistra radicale” è una scusa per criminalizzare il dissenso, dove la più alta corte del Paese conferisce a Trump poteri e immunità da monarca? Qualcuno può fingere che con la demolizione delle agenzie e delle leggi ambientali – che dovrebbero aiutarci ad affrontare l’incombente ecocidio, la più grave minaccia all’esistenza umana – ci sia qualche preoccupazione per il bene comune? Qualcuno può sostenere che gli Stati Uniti siano i difensori dei diritti umani, della democrazia, di un ordine basato sulle regole e delle “virtù” della civiltà occidentale?

I nostri gangster al potere accelereranno il declino. Rubano tutto quello che possono, il più velocemente possibile, mentre stanno cadendo. La famiglia Trump ha intascato più di 1,8 miliardi di dollari in contanti e regali dalla rielezione del 2024. Lo fanno mentre si prendono gioco dello Stato di diritto e stringono la loro morsa. I muri si stringono. La libertà di parola è stata abolita nei campus universitari e nelle trasmissioni radiofoniche. Coloro che denunciano il genocidio perdono il lavoro o vengono espulsi. I giornalisti vengono diffamati e censurati. L’ICE, alimentato da Palantir – con un budget di 170 miliardi di dollari in quattro anni – sta gettando le basi per uno stato di polizia. Ha aumentato il numero dei suoi agenti del 120%. Sta costruendo un complesso nazionale di centri di detenzione. Non solo per i clandestini. Ma anche per noi. Chi si trova fuori dai confini dell’impero non se la passerà meglio con un budget di 1˙000 miliardi di dollari destinati alla macchina da guerra.

E questo mi porta al Venezuela, dove un capo di Stato e sua moglie, Cilia Flores, sono stati rapiti e portati di nascosto a New York, in aperta violazione del diritto internazionale e della Carta delle Nazioni Unite.

Non abbiamo dichiarato guerra al Venezuela, ma d’altra parte non c’è stata alcuna dichiarazione di guerra quando abbiamo bombardato l’Iran e lo Yemen. Il Congresso non ha approvato il rapimento e il bombardamento delle strutture militari a Caracas perché non ne era stato informato.

L’amministrazione Trump ha mascherato il crimine – che è costato la vita a 80 persone – come un’operazione antidroga e, cosa ancora più bizzarra, come una violazione delle leggi statunitensi sulle armi da fuoco: “possesso di mitragliatrici e dispositivi distruttivi; e cospirazione per il possesso di mitragliatrici e dispositivi distruttivi”.

Queste accuse sono assurde quanto tentare di legittimare il genocidio a Gaza come “il diritto di Israele di difendersi”.

Se si trattasse di droga, l’ex presidente honduregno Juan Orlando Hernández non sarebbe stato graziato da Trump il mese scorso, dopo essere stato condannato a 45 anni di carcere per aver cospirato per distribuire oltre 400 tonnellate di cocaina negli Stati Uniti, una condanna giustificata da prove molto più consistenti di quelle a sostegno delle accuse mosse contro Maduro.

Ma la droga è solo un pretesto.

Sull’onda del successo, Trump e i suoi funzionari parlano già di Iran, Cuba, Groenlandia e forse Colombia, Messico e Canada.

Il potere assoluto in patria e il potere assoluto all’estero si espandono. Si nutrono di ogni atto illegale. Si trasformano in totalitarismo e in un disastroso avventurismo militare. Quando la gente si rende conto di ciò che è successo, è troppo tardi.

Chi governerà il Venezuela? Chi governerà Gaza? Ha importanza?

Se le nazioni e i popoli non si inchinano davanti al grande Moloch di Washington, vengono bombardati. Non si tratta di stabilire un governo legittimo. Non si tratta di elezioni corrette. Si tratta di usare la minaccia della morte e della distruzione per ottenere una sottomissione totale.

Trump lo ha chiarito quando ha avvertito la presidente ad interim del Venezuela Delcy Rodríguez che “se non fa ciò che è giusto, pagherà un prezzo molto alto, probabilmente più alto di Maduro”.

Il rapimento di Maduro non è stato effettuato a causa del traffico di droga o del possesso di mitragliatrici. Si tratta di petrolio. È, come ha detto Trump, affinché gli Stati Uniti possano “governare” il Venezuela.

“Faremo entrare le nostre grandi compagnie petrolifere statunitensi, le più grandi al mondo, che spenderanno miliardi di dollari per riparare le infrastrutture gravemente danneggiate, le infrastrutture petrolifere, e inizieranno a fare soldi per il Paese”, ha detto Trump durante una conferenza stampa sabato.

Gli iracheni, un milione dei quali sono stati uccisi durante la guerra e l’occupazione statunitense, sanno bene cosa succederà dopo. Le infrastrutture, moderne ed efficienti sotto Saddam Hussein – ho fatto reportage dall’Iraq sotto Hussein, quindi posso attestare questa verità – sono state distrutte. I fantocci iracheni insediati dagli Stati Uniti non avevano alcun interesse nel governare e, secondo quanto riferito, hanno rubato circa 150 miliardi di dollari di entrate petrolifere.

Alla fine, gli Stati Uniti sono stati cacciati dall’Iraq, anche se controllano i proventi del petrolio iracheno che vengono convogliati alla Federal Reserve Bank di New York. Il governo di Baghdad è alleato con l’Iran. Il suo esercito comprende milizie sostenute dall’Iran nelle Forze di Mobilitazione Popolare irachene. I maggiori partner commerciali dell’Iraq sono la Cina, gli Emirati Arabi Uniti, l’India e la Turchia.

Le debacle in Afghanistan e Iraq, che sono costate al pubblico americano dai 4˙000 ai 6˙000 miliardi di dollari, sono state le più costose nella storia degli Stati Uniti. Nessuno degli artefici di questi fiaschi è stato chiamato a rispondere delle proprie responsabilità.

I paesi scelti per un “cambio di regime” implodono, come ad Haiti, dove Stati Uniti, Canada e Francia hanno rovesciato Jean-Bertrand Aristide nel 1991 e nel 2004. Il rovesciamento ha portato al collasso della società e del governo, alla guerra tra bande e all’aggravarsi della povertà. Lo stesso è accaduto in Honduras quando un colpo di Stato sostenuto dagli Stati Uniti nel 2009 ha destituito Manuel Zelaya. Hernández, recentemente graziato, è diventato presidente nel 2014 e ha trasformato l’Honduras in uno Stato narco, così come ha fatto il fantoccio degli Stati Uniti Hamid Karzai in Afghanistan, che ha supervisionato la produzione del 90% dell’eroina mondiale. E poi c’è la Libia, un altro Paese con vaste riserve di petrolio. Quando Muhammar Gheddafi è stato rovesciato dalla NATO durante l’amministrazione Obama nel 2011, la Libia si è frammentata in regioni controllate da signori della guerra e da milizie rivali.

L’elenco dei disastrosi tentativi degli Stati Uniti di “cambiare regime” è esaustivo e comprende il Kosovo, la Siria, l’Ucraina e lo Yemen. Tutti sono esempi della follia dell’eccessiva ambizione imperiale. Tutti prevedono dove stiamo andando.

Gli Stati Uniti hanno preso di mira il Venezuela sin dall’elezione di Hugo Chávez nel 1998. Sono stati dietro al fallito colpo di Stato del 2002. Hanno imposto sanzioni punitive per oltre due decenni. Hanno cercato di consacrare il politico dell’opposizione Juan Guaidó come “presidente ad interim”, sebbene non fosse mai stato eletto alla presidenza. Quando questo non ha funzionato, Guaidó è stato scaricato con la stessa freddezza con cui Trump ha abbandonato la figura dell’opposizione e premio Nobel per la pace María Corina Machado. Nel 2020 abbiamo messo in scena un tentativo maldestro da parte di mercenari mal addestrati di scatenare una rivolta popolare. Niente di tutto ciò ha funzionato.

Il rapimento di Maduro dà l’avvio a un’altra debacle. Trump e i suoi tirapiedi non sono più competenti, e probabilmente lo sono meno dei funzionari delle amministrazioni precedenti, che hanno cercato di piegare il mondo al loro volere.

Il nostro impero in decadenza arranca come una bestia ferita, incapace di imparare dai propri disastri, paralizzato dall’arroganza e dall’incompetenza, che brucia lo Stato di diritto e fantastica che la violenza su scala industriale indiscriminata gli consentirà di riconquistare l’egemonia perduta. Capace di proiettare una forza militare devastante, il suo successo iniziale ha inevitabilmente portato a costosi e controproducenti pantani.

La tragedia non è che l’impero americano stia morendo, ma che sta trascinando con sé così tanti innocenti.

America the Rogue State. The evisceration of the rule of law at home and abroad solidifies America as a rogue state / The Chris Hedges Report – 05.01.2026

(traduzione in italiano a cura di Giorgio Riolo)

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