L’attacco congiunto Usa-Israele contro l’Iran apre un nuovo scenario che va al di là dello scontro sul futuro dell’Iran e dell’attuale regime. L’ipocrisia del pensiero mainstream plaude all’iniziativa di Trump e Netanyahu come espressione del ripristino di elementi di democrazia e di “libertà delle donne”. Perché parlo di ipocrisia? Per vari motivi, come cercherò di spiegare in queste note.
1. L’attacco
Usa-Israele non ha come obiettivo la liberazione dell’Iran dalla teocrazia. Le
origini di questo attacco hanno ben altri obiettivi, di natura interna e
internazionale. Le aspettative, sacrosante, per una situazione politica più
libera e una migliore condizione delle donne, purtroppo, sono destinate a
svanire e a non migliorare. È solo uno specchietto per le allodole, dietro il
quale si nascondono altri obiettivi, soprattutto se a gestire questo attacco
militare sono due paesi che non sono sicuramente esempi di tolleranza e
libertà.
2. L’attacco
Usa-Israele (ma soprattutto Usa) ha come obiettivo il condizionamento delle
traiettorie di export dalle materie prime, in primis il petrolio, nei confronti
della Cina. Non è un caso che gli interventi militari targati Trump, in spregio
a qualsiasi rispetto del diritto internazionale, hanno colpito Venezuela e
Iran, tra i principali esportatori di petrolio verso la Cina.
3. L’Iran
non è il Venezuela ma come il Venezuela ha una Costituzione che garantisce il
passaggio dei poteri. La morte di Khamenei (così come il sequestro di Maduro)
non ha avuto come conseguenza un “regime change” (cambio di regime). Nel caso
del Venezuela, ampiamente ricattabile se non ha più il controllo sulle riserve
petrolifere, la nuova amministrazione Rodríguez ha dovuto sottomettersi al
ricatto del grande capitale Usa (ne ha parlato Angelo Zaccaria su Effimera). Difficilmente
ciò potrà avvenire con l’Iran, la cui teocrazia detiene saldamente il controllo
statale delle riserve petrolifere. Anzi, il posizionamento geo-strategico
dell’Iran potrebbe portare conseguenze negative per le stesse economie
occidentali.
4. Ogni
giorno attraverso lo stretto di Hormuz transitano circa 20 milioni di barili
tra greggio e prodotti petroliferi. Oltre il 20% del consumo mondiale. Circa il
70% delle riserve produttive Opec+ si trova nei Paesi del Golf che sono a loro
volta bloccati. Arabia Saudita, Iraq, Kuwait ed Emirati non riescono a
esportare normalmente. Le uniche rotte alternative al momento esistenti –
l’oleodotto Petroline saudita verso Yambu sul Mar Rosso e il gasdotto Hashban-Fuyjairah
dagli Emirati – coprono insieme il 15%dei volumi normali: insufficienti
tamponare lo shock. Il GNL – Gas Naturale Liquefatto – è il comparto in
assoluto più a rischio. Il Qatar, terzo esportatore mondiale, non dispone di
alcuna rotta alternativa. Occorre però dire che l’83% dei volumi è destinato ai
mercasti asiatici. Cina, India, Giappone e Corea del Sud ricevono insieme il
69% di tutto il greggio in transito per Hormuz. Si spiega così che al momento
le uniche navi che sono in circolazione sullo stretto sono solo quelle iraniane
e cinesi. Per l’Europa il contraccolpo è elevato, dal momento che la dipendenza
europea dal gas qatariota è aumentata significativamente nel contesto della
strategia di diversificazione delle forniture energetiche, volta a ridurre la
dipendenza dalla Russia dopo l’invasione dell’Ucraina del 2022. Nel 2024-2025,
l’esportazione dal Qatar ha raggiunto una quota sul fabbisogno totale compresa
tra il 12-14%.
5. Vi sono
poi interessi nazionali in Usa e Israele, sebbene fra loro contrapposti.
Netanyahu spera in una guerra di lunga durata. In tal modo ha più probabilità
di vincere le elezioni il prossimo ottobre. In caso negativo, rischia la
prigione. Non a caso ha attaccato subito il sud del Libano, con la scusa del
lancio di alcuni missili da parte di Hezbollah. Trump invece, vorrebbe chiudere
il conflitto in breve tempo, per presentarsi alle elezioni di Mid Term (il
prossimo novembre) da vincitore e con poche vittime americane. Si tratta di
elezioni che al momento non vedono Trump in una buona posizione, dopo i
fallimenti economici e il dispiegamento dell’ICE nella deportazione degli
immigrati.
6. Nel
frattempo, i prezzi di petrolio (che ha raggiunto gli 80$ al barile) e del gas
(50 Euro al Kw) aumentano con i rischi inflazionistici che già abbiamo
sperimentato, a danno del potere d’acquisto del lavoro. Le borse internazionali
perdono terreno, la speculazione al ribasso si infiamma, in un contesto che già
si presenta assai fragile e sempre più instabile, soprattutto per quanto riguarda
la tenuta del dollaro. Ricordiamo che una parte rilevante del mercato
finanziario, quella che fa riferimento ai fondi di private equity e private
capital Usa [1], si trova in una situazione di sofferenza per l’eccessiva esposizione sul
settore del software, che si trova in crisi di profittabilità a causa della concorrenza
dell’IA. I primi effetti si sono già fatti sentire: dall’inizio del 2026, solo
26 dollari ogni 100 investiti nei fondi azionari globali sono finiti negli
Stati Uniti. Erano 73 dollari ogni 100 nel 2024 (qui la fonte). Tale riduzione dei
movimenti di capitale verso le borse Usa può avere ripercussioni sulla
solvibilità del debito estero e anche, indirettamente, se il dollaro accentua
la svalutazione già in atto, sulla tenuta del debito interno. Si tratta di
fatti poco noti e raramente riportati dai media (l’informazione si trova oggi
in un buco nero di cui non si vede il fondo) ma tale situazione può essere uno
dei fattori (tra altri), che hanno spinto all’azione militare l’Amministrazione
Trump nel tentativo di recuperare quell’immagine di gendarme militare del mondo
che negli ultimi anni, dopo l’Afghanistan e la Somalia, aveva cominciato a
vacillare. Non stupisce quindi che il dollaro negli ultimi due giorni si sia
rivalutato rispetto all’euro di quasi il 3% (dopo una svalutazione nell’ultimo
anno di circa il 15%).
7. In questa
fase di transizione dal vecchio ordine unipolare ad un nuovo ordine
potenzialmente multipolare, un ruolo importante viene sempre più svolto dai
paesi Brics+. Tuttavia tali paesi non sono ancora in grado di rappresentare un
contro-potere agli Usa perché ancora troppo poco coesi e disomogenei, con
interessi diversi e spesso fra loro competitivi. L’Europa conta sempre meno,
presenta divisione tra chi è supino alla Nato (Francia e Germania in testa) e
chi è supina agli Usa (Italia) e chi coltiva interessi corporativi
nazionalistici (Ungheria). Tali discrepanze in Europa e nel Sud Globale sono
ben evidenziate dai recenti incontri tra il cancelliere tedesco Merz e il
leader cinese XI e tra il premier indiamo Modi e Netanyahu.
8. Il
conflitto in corso con l’Iran è un conflitto tra due “crazie”. Da un lato, la
“teocrazia” iraniana (che tuttavia non è molto dissimile dalla “teocrazia”
israeliana, dove il fondamentalismo degli ebrei ortodossi detta legge,
soprattutto in Cisgiordania), dall’altro la “tecnocrazia” americana. In
entrambi i casi, si tratta della violazione delle più elementari regole
democratiche e dei principi del diritto internazionale.
È tempo per
un nuovo internazionalismo progressista, per la solidarietà e la pace dei
popoli, contro ogni sovranismo sia esso laico o religioso! Per la riduzione
delle diseguaglianze e il rispetto dei vincoli ecologici, contro le politiche
di depredazione ambientale e sociale!
NOTE
[1] I fondi di private equity (ovvero, fondi azionari
privati) sono uno strumento rilevante per sostenere le imprese, perché
investono in aziende che di solito non sono quotate in Borsa acquisendo molto
spesso la maggioranza (o anche una minoranza) del capitale. Dopo un po’ di
anni, tendenzialmente cinque, rivendono la società a un altro fondo o la
quotano in Borsa. Ormai si tratta di un mercato gigantesco, che negli Stati
Uniti ha raggiunto un valore di4mila miliardi di dollari. I fondi di private
credit (fondi di credito privato), invece, finanziano le imprese sostituendosi
alle banche. Il problema è che questo mercato, negli Stati Uniti, negli ultimi
anni è cresciuto molto sia perché spinto da un’elevata concorrenza, sia per
costante aumento degli indici di borsa che hanno favorito laute plusvalenze per
la speculazione. Circa un terzo degli investimenti di private equity e private
capital è verso società di software il cui valore è crollato, per la
concorrenza delle nuove tecnologie legate all’IA.
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