giovedì 19 marzo 2026

Giornali e giornalisti - Loris Campetti

  

A chi mi chiede “che lavoro fai”, talvolta mi viene spontaneo rispondere “pensionato”. In passato rispondevo così quando chiedevo il visto per andare in paesi dove ai giornalisti non viene riservata una calda accoglienza, oppure me la cavavo dicendo che volevo andare, per fare un esempio in Iran per turismo, per visitare Persepoli. Adesso mi capita più spesso di qualificarmi come pensionato, come se provassi vergogna per il mio amato mestiere di giornalista. Per come è ridotto. È un’ipocrisia, certamente, forse pavidità. Il fatto è che non solo a Teheran o a Damasco o a Tel Aviv la stima per i giornalisti lascia notevolmente a desiderare, perché anche nel ‘democratico Occidente’ tra la gente comune scatta una sorta di diffidenza. Una ragione ci sarà. Oppure può capitare che tra tanta disistima da parte di chi disprezza i ‘pennivendoli’ si alzino al contrario lodi sperticate per i giornalisti, neanche fossero eroi. Una categoria, quella di cui faccio parte, schiacciata tra embedded e martiri.

Partiamo dai martiri. Secondo i dati forniti dall’Onu, dall’ottobre del 2023 ad agosto del 2025 nella striscia di Gaza sono stati ammazzati da bombe, missili e droni dell’esercito israeliano o in esecuzioni sommarie 247 giornalisti. Un numero spaventoso, certificato dalle Nazioni unite che ti fa chiedere se l’impero del male sia Hamas oppure il Governo di Israele. Potremmo rispondere entrambi, ma con una forza distruttrice decisamente diversa e quindi un diverso grado di responsabilità tra chi teorizzava la fine di Israele (in realtà Hamas ha tolto dal suo statuto ogni riferimento alla cancellazione dello Stato ebraico) e chi pratica il genocidio dei palestinesi. A Gaza scarseggiano persino i giornalisti embedded, o meglio non ci sono più gli embedded di una volta che erano pur sempre giornalisti, giornalisti prezzolati e al guinzaglio degli eserciti. Oggi ci sono solo gli scherani che indossano la divisa militare con le stellette da ufficiale, le uniche informazioni, foto, filmini che possono circolare nel mondo sono quelli costruiti dall’Idf. Se qualcosa di diverso, di indipendente esce ancora dalle rovine di Gaza è grazie ai pochi giornalisti lì presenti superstiti, quelli sì eroi che rischiano di essere trasformati in ogni momento in martiri perché raccontano la guerra dalla parte delle vittime.

Lasciamo stare il Vietnam, troppo lontano nel tempo e avviciniamoci ai tempi nostri. Chi ricorda le immagini della prima guerra del Golfo, 35 anni fa? C’erano i video cinematografici sulle prodezze demolitrici americane ma anche i reportage di qualche giornalista perbene girati sotto le bombe tra le vittime della guerra e trasmessi dalle televisioni e dai giornali di tutto il mondo. Cito due nomi: Peter Arnett della Cnn e Stefano Chiarini del manifesto. Mi chiedo anche se oggi sarebbe possibile andare in Turchia a seguire i processi a Ocalan e al Pkk come riuscivo a fare insieme a tanti colleghi 25 anni fa, magari prendendomi le manganellate della polizia e i pugni dei genitori dei giovani soldati turchi – i mehmetcik – morti nella guerra contro i curdi. Credo proprio di no. Immagini e reportage di un altro secolo. Oggi è punibile con la morte chi mostra o racconta gli effetti delle risposte del regime iraniano all’aggressore israelo-statunitense, non è dato vedere se non di sfuggita le basi Usa in fiamme o i villaggi israeliani colpiti dall’esercito iraniano o da Hezbollah. E ancora, chi ha visto immagini del massacro di 165 bambine della scuola iraniana cancellata dagli Stati uniti, quanti editoriali indignati sono stati scritti nei nostri quotidiani? Bambine cancellate due volte. Giornalismo cancellato due volte, con la complicità di chi governa l’informazione dalle nostre parti che non vuole conoscere e diffondere notizie, immagini, inchieste dissonanti rispetto al punto di vista dominante che mediamente coincide non con quello delle vittime ma dei carnefici. Per esempio, guai alla complessità, cioè guai a chiedersi cosa c’è stato prima del 7 ottobre in Palestina, bisogna dimenticare la Naqba, l’occupazione israeliana. Se te lo chiedi stai con Hamas. Guai a chiedersi cosa capitava nel Donbass prima dell’aggressione russa dell’Ucraina, o raccontare la fine dei sindacalisti bruciati vivi a Odessa. Se te lo chiedi stai con Putin. Dal 2014 al 2022, quando il carnefice parlava ucraino e la vittima russo, quante testate giornalistiche o televisive hanno mandato reporter a fare inchiesta in quei territori? Eppure gli operatori dei media, in Italia o in Europa non vivono sotto minaccia come nei paesi in cui pretendiamo di esportare democrazia e pluralismo, non rischiano la vita come i loro colleghi a Gaza. Da noi è il main stream a consigliare ai padroni dei media di schierarsi dalla parte dei potenti. A volte non capiscono il senso dell’ordine subliminare, ma si adeguano. Anche da noi ci sono giornalisti coraggiosi, persino giornalisti capaci di fare inchiesta sul campo, ma in troppi si adeguano e finiscono per essere arruolati dal pensiero dominante. C’è la censura ma purtroppo anche l’autocensura. Parigi – la carriera – val bene una messa.

I giornalisti scomodi vengono querelati dal potere politico e da quello economico se raccontano verità indigeste. Per esempio, nel racconto sulle numerosissime guerre di Israele l’inviato Rai Nico Piro continua a raccogliere querele e denunce. L’accusa? È antisemita. E ti pareva. Lo strumento della querela è determinante per imporre il silenzio e limitare il diritto di informazione. Fioccano i dossieraggi e le pressioni sulle testate locali da parte dei politici contro giornalisti che fanno il loro mestiere senza inginocchiarsi e altri politici: in Liguria il presidente di destra della regione contro la sindaca di centrosinistra di Genova cerca di imporre al proprietario e al direttore del Secolo XIX una linea giornalistica a lui favorevole. Sono progressivamente diminuite fino quasi scomparire le inchieste, e non parliamo soltanto degli scenari di guerra. Parliamo di economia, parliamo di lavoro, di sfruttamento, di caporalato. Potremmo parlare di immigrazione, dove spesso sono giornalisti freelance senza tutele e contributi a salvare dall’oblio storie, persone, nomi di chi cerca di raggiungere a nuoto una speranza di vita. Chi salva esseri umani e chi racconta quei salvataggi finisce sotto il controllo spionistico di stato – ricordate il nome Paragon, strumento made in Israele e usato dal nostro governo per intercettare dunque spiare i volontari di Mediterranea prete di bordo compreso e il giornalista Francesco Cancellato di Wikipedia? Così come la guerra è entrata nella normalità delle cose, così come i migranti affogati in mare non si contano neanche più, anche morire sul lavoro è diventato normale. Cosa resta degli operai siderurgici e braccianti e rider e trasportatori e muratori uccisi quotidianamente sul lavoro, tre al giorno? Soltanto numeri da pubblicare ogni tanto sul giornale, mezza pagina quando muoiono in più d’uno sullo stesso posto, al massimo un editoriale in caso di stragi. I giornalisti troppo spesso si adeguano, in troppi si adeguano. Come una bella fetta di opinione pubblica, purtroppo. Il giornalismo subisce il clima generale, al tempo stesso lo crea.

Poi c’è un altro giornalismo ancora, quello dei talk show che riguarda l’élite, absit iniura verbis, della mia categoria. È il giornalismo di chi pretende di ricoprire un ruolo di supplenza rispetto a una politica che sta vivendo la sua peggiore crisi di identità (e di dignità). Sono i maîtres à penser che impazzano nei nostri dopocena tv. Ma è giornalismo, quello? Ecco perché mi capita di presentarmi al mondo come pensionato. Perché lo sono anche nel modo di pensare e vivere un mestiere. Poi, come dicevo all’inizio, per vergogna.

Faccio male, però, sono ingiusto soprattutto nei confronti di chi fa informazione con onestà che non vuol dire neutralità bensì passione nel rispetto della verità che non è mai neutrale. Anche il giornalismo di parte è legittimo – tutti i giornali sono di parte, c’è chi lo rivendica e chi tenta di nasconderlo – purché non si facciano sconti alla propria parte. Non sono eroi ma giornalisti perbene quelli che sfidano la censura, che rifiutano i diktat, che in nome dell’autonomia mettono a rischio la carriera. E ce ne sono, persino nel precariato sempre più esteso nel mondo dell’informazione, e precariato vuol dire lavorare anche in zone a rischio senza protezione, e un domani senza pensione. Per rispetto di questi giornalisti con la schiena dritta d’ora in poi cercherò di rispondere sempre a chi me lo chiede che sono un giornalista. Nonostante tutto.

da qui

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