A chi mi
chiede “che lavoro fai”, talvolta mi viene spontaneo rispondere “pensionato”.
In passato rispondevo così quando chiedevo il visto per andare in paesi dove ai
giornalisti non viene riservata una calda accoglienza, oppure me la cavavo
dicendo che volevo andare, per fare un esempio in Iran per turismo, per
visitare Persepoli. Adesso mi capita più spesso di qualificarmi come
pensionato, come se provassi vergogna per il mio amato mestiere di
giornalista. Per come è ridotto. È un’ipocrisia, certamente, forse
pavidità. Il fatto è che non solo a Teheran o a Damasco o a Tel Aviv la stima
per i giornalisti lascia notevolmente a desiderare, perché anche nel
‘democratico Occidente’ tra la gente comune scatta una sorta di diffidenza. Una
ragione ci sarà. Oppure può capitare che tra tanta disistima da parte di chi
disprezza i ‘pennivendoli’ si alzino al contrario lodi sperticate per i
giornalisti, neanche fossero eroi. Una categoria, quella di cui faccio
parte, schiacciata tra embedded e martiri.
Partiamo dai
martiri. Secondo i dati forniti dall’Onu, dall’ottobre del 2023 ad
agosto del 2025 nella striscia di Gaza sono stati ammazzati da bombe, missili e
droni dell’esercito israeliano o in esecuzioni sommarie 247 giornalisti. Un
numero spaventoso, certificato dalle Nazioni unite che ti fa chiedere se
l’impero del male sia Hamas oppure il Governo di Israele. Potremmo rispondere
entrambi, ma con una forza distruttrice decisamente diversa e quindi un diverso
grado di responsabilità tra chi teorizzava la fine di Israele (in realtà Hamas
ha tolto dal suo statuto ogni riferimento alla cancellazione dello Stato
ebraico) e chi pratica il genocidio dei palestinesi. A Gaza
scarseggiano persino i giornalisti embedded, o meglio non ci sono più gli embedded di una
volta che erano pur sempre giornalisti, giornalisti prezzolati e al guinzaglio
degli eserciti. Oggi ci sono solo gli scherani che indossano la
divisa militare con le stellette da ufficiale, le uniche
informazioni, foto, filmini che possono circolare nel mondo sono quelli
costruiti dall’Idf. Se qualcosa di diverso, di indipendente esce ancora
dalle rovine di Gaza è grazie ai pochi giornalisti lì
presenti superstiti, quelli sì eroi che rischiano di essere trasformati in
ogni momento in martiri perché raccontano la guerra dalla parte delle
vittime.
Lasciamo
stare il Vietnam, troppo lontano nel tempo e avviciniamoci ai tempi
nostri. Chi ricorda le immagini della prima guerra del Golfo, 35
anni fa? C’erano i video cinematografici sulle prodezze demolitrici
americane ma anche i reportage
di qualche giornalista perbene girati sotto le
bombe tra le vittime della guerra e trasmessi dalle televisioni e
dai giornali di tutto il mondo. Cito due nomi: Peter Arnett della Cnn
e Stefano Chiarini del manifesto. Mi chiedo anche se oggi
sarebbe possibile andare in Turchia a seguire i processi a Ocalan e al Pkk come
riuscivo a fare insieme a tanti colleghi 25 anni fa, magari prendendomi le
manganellate della polizia e i pugni dei genitori dei giovani soldati turchi –
i mehmetcik –
morti nella guerra contro i curdi. Credo proprio di no. Immagini e reportage di
un altro secolo. Oggi è punibile con la morte chi mostra o racconta gli effetti
delle risposte del regime iraniano all’aggressore israelo-statunitense, non è
dato vedere se non di sfuggita le basi Usa in fiamme o i villaggi israeliani
colpiti dall’esercito iraniano o da Hezbollah. E ancora, chi ha visto immagini
del massacro di 165 bambine della scuola iraniana cancellata dagli Stati
uniti, quanti editoriali indignati sono stati scritti nei nostri
quotidiani? Bambine cancellate due volte. Giornalismo
cancellato due volte, con la complicità di chi governa l’informazione dalle
nostre parti che non vuole conoscere e diffondere notizie, immagini, inchieste
dissonanti rispetto al punto di vista dominante che mediamente coincide non con
quello delle vittime ma dei carnefici. Per esempio, guai alla complessità,
cioè guai a chiedersi cosa c’è stato prima del 7 ottobre in Palestina, bisogna
dimenticare la Naqba, l’occupazione israeliana. Se te lo chiedi stai con Hamas.
Guai a chiedersi cosa capitava nel Donbass prima dell’aggressione russa
dell’Ucraina, o raccontare la fine dei sindacalisti bruciati vivi a Odessa. Se
te lo chiedi stai con Putin. Dal 2014 al 2022, quando il carnefice parlava
ucraino e la vittima russo, quante testate giornalistiche o televisive hanno
mandato reporter a fare inchiesta in quei territori? Eppure gli operatori
dei media, in Italia o in Europa non vivono sotto minaccia come
nei paesi in cui pretendiamo di esportare democrazia e pluralismo, non
rischiano la vita come i loro colleghi a Gaza. Da noi è il main stream a consigliare ai padroni dei media di schierarsi dalla parte dei
potenti. A volte
non capiscono il senso dell’ordine subliminare, ma si adeguano. Anche da noi ci
sono giornalisti coraggiosi, persino giornalisti capaci di fare inchiesta sul
campo, ma in troppi si adeguano e finiscono per essere arruolati dal pensiero
dominante. C’è la censura ma purtroppo anche l’autocensura. Parigi
– la carriera – val bene una messa.
I
giornalisti scomodi vengono querelati dal potere politico e da quello economico
se raccontano verità indigeste. Per esempio, nel racconto sulle numerosissime
guerre di Israele l’inviato Rai Nico Piro continua a raccogliere querele e
denunce. L’accusa? È antisemita. E ti pareva. Lo strumento della
querela è determinante per imporre il silenzio e limitare il diritto di
informazione. Fioccano i dossieraggi e le pressioni sulle testate locali da
parte dei politici contro giornalisti che fanno il loro mestiere senza
inginocchiarsi e altri politici: in Liguria il presidente di destra della
regione contro la sindaca di centrosinistra di Genova cerca di imporre al
proprietario e al direttore del Secolo XIX una linea
giornalistica a lui favorevole. Sono progressivamente diminuite fino quasi
scomparire le inchieste, e non parliamo soltanto degli scenari di guerra.
Parliamo di economia, parliamo di lavoro, di sfruttamento, di caporalato.
Potremmo parlare di immigrazione, dove spesso sono giornalisti freelance senza
tutele e contributi a salvare dall’oblio storie, persone, nomi di chi cerca di
raggiungere a nuoto una speranza di vita. Chi salva esseri umani e chi racconta
quei salvataggi finisce sotto il controllo spionistico di stato – ricordate il
nome Paragon, strumento made in Israele e usato dal nostro governo per
intercettare dunque spiare i volontari di Mediterranea prete di bordo compreso
e il giornalista Francesco Cancellato di Wikipedia? Così come la guerra è
entrata nella normalità delle cose, così come i migranti affogati in mare non
si contano neanche più, anche morire sul lavoro è diventato normale. Cosa resta
degli operai siderurgici e braccianti e rider e trasportatori e muratori uccisi
quotidianamente sul lavoro, tre al giorno? Soltanto numeri da pubblicare ogni
tanto sul giornale, mezza pagina quando muoiono in più d’uno sullo stesso
posto, al massimo un editoriale in caso di stragi. I giornalisti troppo
spesso si adeguano, in troppi si adeguano. Come una bella fetta di opinione
pubblica, purtroppo. Il giornalismo subisce il clima generale, al tempo
stesso lo crea.
Poi c’è un
altro giornalismo ancora, quello dei talk show che riguarda
l’élite, absit iniura verbis, della mia categoria. È il giornalismo di chi pretende
di ricoprire un ruolo di supplenza rispetto a una politica che sta vivendo la
sua peggiore crisi di identità (e di dignità). Sono i maîtres à penser che impazzano nei nostri dopocena tv. Ma è giornalismo, quello? Ecco
perché mi capita di presentarmi al mondo come pensionato. Perché lo sono anche
nel modo di pensare e vivere un mestiere. Poi, come dicevo all’inizio, per
vergogna.
Faccio male,
però, sono ingiusto soprattutto nei confronti di chi fa informazione con onestà
che non vuol dire neutralità bensì passione nel rispetto della verità che non è
mai neutrale. Anche il giornalismo di parte è legittimo – tutti i giornali sono
di parte, c’è chi lo rivendica e chi tenta di nasconderlo – purché non si
facciano sconti alla propria parte. Non sono eroi ma giornalisti
perbene quelli che sfidano la censura, che rifiutano i diktat, che in nome
dell’autonomia mettono a rischio la carriera. E ce ne sono, persino nel precariato
sempre più esteso nel mondo dell’informazione, e precariato vuol dire
lavorare anche in zone a rischio senza protezione, e un domani senza pensione.
Per rispetto di questi giornalisti con la schiena dritta d’ora in poi cercherò
di rispondere sempre a chi me lo chiede che sono un giornalista. Nonostante
tutto.
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