Un viaggio nella West Bank, dove i coloni minacciano i residenti, palestinesi. Un servizio dell’emittente israeliana Channel 13 in cui l’ex capo del Mossad, Tamir Pardo, accompagnato da altri uomini che sono stati ai vertici della sicurezza di Tel Aviv, vede di persona cosa significhi vivere in Cisgiordania. Le violenze, le ingiustizie, le minacce quotidiane, pesantissime. E la traduzione di Pardo è impietosa: “Quello che vediamo oggi in Samaria e Giudea sarà il prossimo 7 ottobre (giorno in cui Hamas ha compiuto la strage nel sud di Israele da cui è scaturita la guerra a Gaza, ndr). Avrà una forma diversa, molto più dolorosa, perché la regione è molto più complessa. Lo Stato ha deciso di gettare le basi per il prossimo 7 ottobre. Questa è la scelta del governo israeliano. Mia madre – ha detto nel servizio – è sopravvissuta all’Olocausto e ciò che ho visto mi ha ricordato gli eventi avvenuti contro gli ebrei nel secolo scorso, in un Paese molto sviluppato. Queste erano esattamente le cose che succedevano”. Profondamente colpito dallo stato dei luoghi, ha aggiunto: “Quello che ho visto oggi mi ha fatto vergognare di essere ebreo”.
Nel viaggio
in Cisgiordania, che tocca i villaggi di Burin e Hamra,
a parlare sono i palestinesi. Raccontano di come sono stati
picchiati dentro le loro case o per strada. Delle pecore che
gli hanno rubato, dei bastoni che hanno flagellato i loro
corpi. Un residente racconta che l’avevano lasciato completamente nudo e gli
avevano anche stretto il pene con una fascetta di plastica. Continue umiliazioni.
Recinti spaccati, aperti i rubinetti delle cisterne che contengono
la loro acqua. Li perseguitano. Gli hanno lanciato addosso sassi gridando
“siamo noi gli ebrei, siamo noi”, a volere sottintendere che quella terra
appartiene solo a loro. I filmati mostrano le aggressioni che
subiscono: col cellulare vengono ripresi, da lontano. Interpellato
dall’emittente, l’uomo che in più episodi viene visto commettere le violenze,
non rilascia commenti. Eppure, in un video in cui viene intervistato in studio,
spiega chiaramente lo stato dello “sgombero” in atto nella West Bank.
Tutte operazioni apertamente sostenute dai ministri estremisti del
governo Netanyahu, in particolare dal responsabile della Sicurezza
Nazionale Itamar Ben Gvir, che sovrintende alla polizia, e da
quello delle Finanze Bezalel Smotrich.
“Quando
veniamo qui, vi parliamo e vi ascoltiamo, ci vergogniamo profondamente”,
aggiunge Amram Mizna, ex capo del Comando centrale,
mentre si rivolge ai palestinesi che incontrano nei villaggi.
“Queste gang, e non c’è modo di chiamarle diversamente (dice
riferendosi ai coloni violenti, ndr), arriveranno a farle ritorcere contro
di noi perché dal momento che un governo segue la legge che prevede di arrestarli (i
palestinesi, ndr), espellerli, distruggere le loro fattorie, prenderanno in
mano le armi. Qui c’è una grande confusione qui, ed è
intenzionale”. Mizna spiega che sul territorio l’esercito è
stato depauperato dei poteri e che tutto è lasciato nelle mani della polizia.
Che, però, non agisce. “Le regole dell’esercito sono cambiate in modo drastico
e la bugia ormai è diventata la norma. Tutto viene molto chiaramente dall’alto.
Il primo ministro è in cima alla piramide“, commenta Matan Vilnai,
ex vice capo di stato maggiore dell’Idf. Quello che si presenta sotto
gli occhi degli ex capi della sicurezza è una situazione tragica, che li lascia
attoniti. “Ho bisogno di credere nelle autorità e nello Stato di diritto
in Israele – conclude Pardo -. Penso che sappiano cosa stia
succedendo e che scelgano di ignorarlo (…) Quello che ho visto oggi è la
minaccia esistenziale allo Stato di Israele”. Perché, sottintende, se le
autorità dovessero reprimere i coloni violenti, ci sarebbe una
reazione violenta da parte loro. E pensa che questa situazione potrebbe
portare Israele a diventare come il Libano, dove
gli islamisti di Hezbollah usano le armi per imporsi e dove
domina il conflitto, politico e civile. La polizia israeliana, interpellata
da Channel 13, ha fatto sapere “di essere attiva in Cisgiordania “in
conformità con le responsabilità assegnate”, aggiungendo che da gennaio sono
stati arrestati 48 sospetti con l’accusa di coinvolgimento in violenze da parte
dei coloni e sono stati emessi 33 capi d’accusa”, ha scritto il Times
of Israel.
Provvedimenti
che, in ogni caso, non rispondono all’emergenza in atto da
anni, e che peraltro ha subito un’evidente accelerazione. La violenza e
l’occupazione dei coloni in Cisgiordania perpetrata ai danni
dei palestinesi, trova il consenso
esplicito del governo di Tel Aviv. Solo nel 2025 l’esecutivo
di Netanyahu ha deciso di riconoscerne ben 22 insediamenti, illegali per il diritto
internazionale. Era da decenni, esattamente da circa 30 anni, che
il governo non ne legalizzava una quantità così cospicua. E i
passi compiuti per l’annessione della West Bank si
sono moltiplicati nel tempo. A febbraio, ad esempio, riavviando un processo
fermo dal 1967, il governo
israeliano ha approvato la registrazione di vaste zone della Cisgiordania come
“proprietà statali”,
accogliendo una controversa proposta per espandere gli insediamenti nei
territori palestinesi. Il gabinetto di
sicurezza di Israele ha inoltre approvato la rimozione del divieto di vendere
terreni della Cisgiordania a ebrei, in vigore da oltre 60
anni, ossia dal periodo dell’amministrazione giordana, e la pubblicazione dei
registri catastali che finora erano sempre rimasti privati. Terreni dell’area
C dove si trova la maggioranza degli insediamenti dei coloni e dove
vivono 300mila palestinesi, sempre sotto minaccia di violenze ed espropri. A
oggi, quindi, le colonie israeliane in Cisgiordania e Gerusalemme Est stanno
vivendo la più ampia espansione mai vista. Oltre 700mila coloni risiedono in oltre
270 insediamenti e avamposti, intensificando la
frammentazione del territorio, le confische di terre e le violenze, spesso con
il supporto militare. Il diritto internazionale considera tali insediamenti
illegali. E in Cisgiordania, è Israele che detiene
il controllo dell’85% delle risorse idriche.
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