sabato 11 aprile 2026

Sognare i sogni altrui - Antonio Tabucchi

 

SOGNO DI GIACOMO LEOPARDI, POETA E LUNATICO

Una notte dei primi di dicembre del 1827, nella bella città di Pisa, in via della Faggiola, dormendo fra due materassi per proteggersi dal terribile freddo che stringeva la città, Giacomo Leopardi, poeta e lunatico, fece un sogno. Sognò che si trovava in un deserto, e che era un pastore. Ma, invece di avere un gregge che lo seguiva, stava comodamente seduto su un calesse trainato da quattro pecore candide, e quelle quattro pecore erano il suo gregge.

Il deserto, e le colline che lo orlavano, erano di una finissima sabbia d’argento che riluceva come la luce delle lucciole. Era di notte ma non faceva freddo, anzi, pareva una bella nottata di tarda primavera, così che Leopardi si tolse il pastrano con cui era coperto e lo appoggiò sul bracciale del calesse. 

     Dove mi portate, mie care pecorelle?, chiese. 

     Ti portiamo a spasso, risposero le quattro pecore, noi siamo delle pecorelle vagabonde. 

     Ma cos’è questo luogo?, chiese Leopardi, dove ci troviamo? 

     Poi lo scoprirai, risposero le pecorelle, quando avrai incontrato la persona che ti aspetta. 

     Chi è questa persona?, chiese Leopardi, lo vorrei proprio sapere. 

     Eh eh, risero le pecorelle guardandosi fra di loro, noi non possiamo dirtelo, deve essere una sorpresa. Leopardi aveva fame, e avrebbe avuto voglia di mangiare un dolce; una bella torta con i pinoli era proprio quello di cui aveva voglia. 

     Vorrei un dolce, disse, non c’è un luogo in cui si possa comprare un dolce in questo deserto? 

     Subito dietro quella collina, risposero le pecorelle, abbi un po’ di pazienza. 

     Arrivarono in fondo al deserto e aggirarono la collina, ai piedi della quale c’era una bottega. Era una bella pasticceria tutta di cristallo e sfavillava di una luce di argento. Leopardi si mise a guardare la vetrina, indeciso su cosa scegliere. In prima fila c’erano le torte, di tutti i colori e di tutte le dimensioni: torte verdi di pistacchio, torte vermiglie di lamponi, torte gialle di limone, torte rosa di fragola. Poi c’erano i marzapane, in forme buffe o appetitose: fatti a mela e ad arancia, fatti a ciliegia, o in forma di animali. E infine venivano gli zabaioni, cremosi e densi, con una mandorla sopra. Leopardi chiamò il pasticcere e comprò tre dolci: un tortino di fragole, un marzapane e uno zabaione. Il pasticcere era un omino tutto d’argento, con i capelli candidi e gli occhi azzurri, che gli dette i dolci e per omaggio una scatola di cioccolatini. Leopardi risalì sul calesse e mentre le pecorelle si rimettevano in cammino si mise a degustare le squisitezze che aveva comprato. La strada aveva preso a salire, e ora si inerpicava sulla collina. E, che strano, anche quel terreno riluceva, era traslucido e mandava un bagliore d’argento. Le pecorelle si fermarono davanti a una casetta che sfavillava nella notte. Leopardi scese perché capì di essere arrivato, prese la scatola di cioccolatini e entrò nella casa. Dentro c’era una ragazza seduta su una sedia che ricamava su un tamburello. 

     Vieni avanti, ti aspettavo, disse la ragazza. Si girò e gli sorrise, e Leopardi la riconobbe. Era Silvia. Solo che ora era tutta d’argento, aveva le stesse sembianze di un tempo, ma era d’argento. 

     Silvia, cara Silvia, disse Leopardi prendendole le mani, come è dolce rivederti, ma perché sei tutta d’argento? 

     Perché sono una selenita, rispose. Silvia, quando si muore si viene sulla luna e si diventa così. 

     Ma perché anch’io sono qui, chiese Leopardi, sono forse morto? 

     Questo non sei tu, disse Silvia, è solo la tua idea, tu sei ancora sulla terra. 

     E da qui si può vedere la terra?, chiese Leopardi. Silvia lo condusse a una finestra dove c’era un cannocchiale. Leopardi avvicinò l’occhio alla lente e subito vide un palazzo. Lo riconobbe: era il suo palazzo. Una finestra era ancora accesa, Leopardi ci guardò dentro e vide suo padre, con la camicia da notte e il pitale in mano, che stava andando a letto. Sentì una fitta al cuore e spostò il cannocchiale. Vide una torre pendente su un grande prato e, vicino, una strada tortuosa con un palazzo dove c’era un debole lume. Si sforzò di guardare dentro la finestra e vide una stanza modesta, con un cassettone e un tavolo sul quale c’era un quaderno accanto a cui si stava consumando un mozzicone di candela. Dentro al letto vide se stesso, che dormiva fra due materassi. 

     Sono morto?, chiese a Silvia. 

     No, disse Silvia, stai solo dormendo e sogni la luna..

 

GIACOMO LEOPARDI Recanati, 1798 Napoli, 1837. Nacque da nobile famiglia, studiò voracemente nella biblioteca paterna le scienze, la filosofia e le lingue classiche, crebbe infelice nel corpo e nello spirito. Ebbe in uggia la prigione provinciale nella quale era cresciuto, odiò la grettezza e la meschinità, amò l’arte, la scienza, il pensiero illuminato, la passione civile. Fu insigne filologo, amaro filosofo e altissimo poeta. Cantò l’amore, il tempo che fugge, l’infelicità degli uomini, l’infinito e la luna. 

 

SOGNO DI ANTON ČECHOV, SCRITTORE E MEDICO

Una notte del 1890, mentre si trovava nell’isola di Sachalin dove era andato a visitare i detenuti, Anton Čechov, scrittore e medico, fece un sogno. Sognò che stava in una corsia d’ospedale e che gli avevano messo una camicia di forza. Accanto a sé aveva due vecchi decrepiti che recitavano la loro follia. Lui era sveglio, lucido, sicuro, e avrebbe voluto scrivere la storia di un cavallo. Arrivò un dottore vestito di bianco e Anton Čechov gli chiese carta e penna.

     Lei non può scrivere perché ha troppa teoretica, disse il dottore, lei è solo un povero moralista, e i pazzi non possono permetterselo. 

     Come si chiama lei?, gli chiese Anton Čechov. 

     Non posso dirle il mio nome, rispose il dottore, ma sappia che io odio quelli che scrivono, specie se hanno troppa teoretica. La teoretica rovina il mondo. 

     Anton Čechov provò il desiderio di schiaffeggiarlo, ma intanto il dottore aveva tirato fuori il rossetto e si stava rifacendo il trucco delle labbra. Poi si mise una parrucca e disse: sono la sua infermiera, ma lei non può scrivere, perché ha troppa teoretica, lei è solo un moralista, e a Sachalin c’è andato in vestaglia. E così dicendo gli liberò le braccia.

     Lei è un povero diavolo, disse Anton Čechov, ma non sa neppure cosa sono i cavalli. 

     Perché dovrei conoscere i cavalli?, chiese il dottore, io conosco solo il direttore del mio ospedale. 

     Il suo direttore è un asino, disse Anton Čechov, non è un cavallo, è una bestia da soma, ne ha sopportate tante nella sua vita. E poi aggiunse: mi faccia scrivere. 

     Lei non può scrivere, disse il dottore, perché lei è pazzo. 

     I vecchi che stavano accanto a lui si rigirarono nel letto e uno di loro si alzò per orinare nel pitale. 

     Non importa, disse Anton Čechov, le regalerò un pugnale, affinché se lo possa mettere fra i denti; e con quel pugnale in bocca bacerà il direttore della sua clinica e vi scambierete un bacio d’acciaio. 

     E poi si girò su un fianco e cominciò a pensare a un cavallo. E ad un vetturino. E il vetturino era infelice, perché voleva raccontare a qualcuno la morte del proprio figlio maschio. Ma nessuno lo ascoltava, perché la gente non aveva tempo e lo considerava un rompiscatole. E allora il vetturino lo raccontava al suo cavallo, che era una bestia paziente. Era un vecchio cavallo che aveva occhi umani. 

     E in quel momento arrivarono al galoppo due cavalli alati montati da due donne che Anton Čechov conosceva. Erano due attrici, e tenevano in mano un ramo di ciliegio in fiore. Il vetturino attaccò i due cavalli al suo landò, Anton Čechov si sistemò sul sedile e la carrozza decollò nella corsia d’ospedale, infilò uno dei finestroni e si librò nel cielo. E mentre volavano fra le nuvole vedevano il dottore con la parrucca che faceva gesti di stizza e inveiva contro di loro. Le due attrici lasciarono cadere due petali di fiore di ciliegio e il vetturino sorrise dicendo: avrei una storia da raccontare, è una storia triste, ma credo che voi possiate capirmi, caro Anton Čechov. 

     Anton Čechov si appoggiò allo schienale, si avvolse una sciarpa intorno al collo e disse: ho tutto il tempo, io sono molto paziente e amo le storie della gente.

ANTON PAVLOVIČ ČECHOV 1860-1904. Scrittore e drammaturgo russo. Fu medico, ma esercitò la professione solo durante carestie ed epidemie. Era malato di tisi. Nel 1890 attraversò la Siberia per raggiungere la remota isola di Sachalin, sede di una colonia penale, e scrisse un libro sulle terribili condizioni dei forzati. Amò un’attrice di teatro. Scrisse novelle, drammi e commedie. Parlò della quotidianità, della gente comune, dei poveri, dei bambini, delle piccole grandi cose della vita. 

 

SOGNO DI SIGMUND FREUD, INTERPRETE DEI SOGNI ALTRUI

La notte del ventidue di settembre del 1939, il giorno prima di morire, il dottor Sigmund Freud, interprete dei sogni altrui, fece un sogno.

     Sognò che era diventato Dora e che stava attraversando Vienna bombardata. La città era distrutta, e dalle rovine dei palazzi si alzavano polvere e fumo. 

     Come è possibile che questa città sia stata distrutta?, si chiedeva il dottor Freud, e cercava di tenere fermo il seno che era posticcio. Ma in quel momento lo incrociò, sulla Rathausstrasse, Frau Marta, che veniva avanti con la « Neue Frei Presse » stesa davanti a sé. 

     Oh, cara Dora, disse Frau Marta, ho letto proprio ora che il dottor Freud è tornato a Vienna da Parigi e abita proprio qui, al numero sette della Rathausstrasse, forse le farebbe bene farsi visitare da lui. E così dicendo scostò col piede il cadavere di un soldato. Il dottor Freud sentì una grande vergogna, e si abbassò la veletta. Non capisco perché, disse timidamente. 

     Perché lei ha tanti problemi, cara Dora, disse Frau Marta, lei ha tanti problemi come tutti noi, ha bisogno di confidarsi, e, mi creda, niente di meglio del dottor Freud per le confidenze, lui capisce tutto delle donne, a volte sembra addirittura una donna, da quanto si immedesima nel loro ruolo. 

     Il dottor Freud si accomiatò con gentilezza ma con rapidità e riprese la sua strada. Poco più avanti incrociò il garzone del macellaio, che lo guardò con insistenza e gli fece un apprezzamento pesante. Il dottor Freud si fermò, perché avrebbe voluto fare a pugni con lui, ma il garzone del macellaio gli guardò le gambe e gli disse: Dora, tu avresti bisogno di un uomo autentico, invece di essere innamorata delle tue fantasie. 

     Il dottor Freud si fermò irritato. E tu come lo sai?, gli chiese. 

     Lo sa tutta Vienna, disse il garzone del macellaio, tu hai troppe fantasie sessuali, lo ha scoperto il dottor Freud. 

     Il dottor Freud alzò i pugni. Questo era davvero troppo. Lui, il dottor Freud, che aveva fantasie sessuali. Erano gli altri che avevano quelle fantasie, coloro che andavano a fargli le loro confidenze. Lui era un uomo integerrimo, e quel tipo di fantasie era un problema di bambini o di disturbati. 

     Non fare la stupida, rise il garzone del macellaio, e gli dette un buffetto. 

     Il dottor Freud si ringalluzzì. Dopo tutto era bello essere trattato con familiarità da un virile garzone di macellaio, e dopo tutto lui era Dora, che aveva problemi turpi. 

     Andò avanti per la Rathausstrasse e arrivò davanti a casa sua. La sua casa, la sua bella casa, non esisteva più, era stata distrutta da un obice. Ma nel giardinetto, che sopravviveva intatto, c’era il suo divano. E sul divano c’era steso uno zotico con gli zoccoli e la camicia di fuori, che russava. 

     Il dottor Freud gli si avvicinò e lo svegliò. Cosa ci fai qui?, gli chiese. 

     Lo zotico lo fissò con occhi sgranati. Cerco il dottor Freud, disse. 

     Il dottor Freud sono io, disse il dottor Freud. Non mi faccia ridere, signora, rispose lo zotico. Ebbene, disse il dottor Freud, le confesserò una cosa, oggi ho deciso di assumere le sembianze di una mia paziente, è per questo che sono vestito così, sono Dora. 

     Dora, disse lo zotico, ma io ti amo. E così dicendo lo abbracciò. Il dottor Freud sentì un grande smarrimento e si lasciò cadere sul divano. E in quel momento si svegliò. Era la sua ultima notte, ma lui non lo sapeva.  

SIGMUND FREUD Freiberg, 1856 – Londra, 1939. Era un neurologo. Studiò dapprima l’isteria e l’ipnotismo di Charcot, poi interpretò i sogni degli uomini (L’interpretazione dei sogni, 1900), intendendo risalire da quelli all’infelicità che ci perseguita. Sostenne che l’uomo, dentro di sé, ha un grumo oscuro che egli chiamò Inconscio. I suoi Casi clinici possono essere letti come ingegnosi romanzi. Es, Io e Super-Io sono la sua Trinità. E, forse, ancora la nostra. 

 

Tratto da:

Antonio Tabucchi , Sogni di sogni · Collezione : La memoria, 267 ; Palermo: Sellerio, 2005 · pp. 43-46 ; 55-57 ; 74-76.

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