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lunedì 26 agosto 2024

Sulle accuse agli Usa di "regime change" in Pakistan e Bangladesh indaghi l'ONU - Jeffrey Sachs

  

Due ex leader di importanti Paesi dell'Asia meridionale hanno accusato gli Stati Uniti di operazioni segrete di cambio di regime per rovesciare i loro governi. Uno dei leader, l'ex primo ministro pakistano Imran Khan, langue in prigione, con una condanna ambigua che rafforza quanto affermato da Khan. L'altro leader, l'ex primo ministro del Bangladesh Sheik Hasina, è fuggito in India in seguito a un violento colpo di Stato nel suo Paese. Le loro gravi accuse contro gli Stati Uniti, come riportato dai media di tutto il mondo, dovrebbero essere indagate dalle Nazioni Unite, poiché se fossero vere, le azioni statunitensi costituirebbero una minaccia fondamentale per la pace mondiale e per la stabilità regionale in Asia meridionale.

I due casi sembrano essere molto simili. Le prove molto forti del ruolo degli Stati Uniti nel rovesciare il governo di Imran Khan fanno pensare che qualcosa di simile possa essere accaduto in Bangladesh.

Nel caso del Pakistan, Donald Lu, Assistente del Segretario di Stato per l'Asia meridionale e l'Asia centrale, ha incontrato Asad Majeed Khan, ambasciatore del Pakistan negli Stati Uniti, il 7 marzo 2022. L'ambasciatore Khan ha immediatamente scritto alla sua capitale, trasmettendo l'avvertimento di Lu che il premier Khan minacciava le relazioni tra Stati Uniti e Pakistan a causa della “posizione aggressivamente neutrale” di Khan nei confronti di Russia e Ucraina.

La nota dell'ambasciatore del 7 marzo (tecnicamente un cifrario diplomatico) citava il vicesegretario Lu dichiarare: “Penso che se il voto di sfiducia contro il Primo Ministro avrà successo, tutto sarà perdonato a Washington perché la visita in Russia è vista come una decisione del Primo Ministro. Altrimenti, penso che sarà dura andare avanti”. Il giorno successivo, i membri del Parlamento hanno intrapreso le procedure per estromettere il premier Khan.

Il 27 marzo, il premier Khan accettava la sfida e dichiarava ai suoi seguaci e a tutto il popolo del Pakistan che gli Stati Uniti volevano la sua testa. Il 10 aprile, il premier Khan è stato cacciato dal suo incarico perché il parlamento accettava la minaccia degli Stati Uniti.

Lo sappiamo in dettaglio grazie al cifrario dell'ambasciatore Asad Majeed Khan, svelato dal premier Khan e brillantemente documentato da Ryan Grim di The Intercept, compreso il testo completo. Assurdamente e tragicamente, il premier Khan langue in prigione in parte per le accuse di spionaggio, legate alla sua rivelazione del cifrario.

Gli Stati Uniti sembrano aver svolto un ruolo simile nel recente e violento colpo di Stato in Bangladesh. Il premier Hasina è stata apparentemente rovesciata da disordini studenteschi ed è fuggita in India quando i militari del paese si sono rifiutati di impedire ai manifestanti di prendere d'assalto gli uffici del governo.

Tuttavia, la storia potrebbe essere molto più complessa di quanto non sembri.

Secondo quanto riportato dalla stampa indiana, il premier Hasina sostiene che siano stati gli Stati Uniti a farla cadere. In particolare, afferma che gli Usa l'hanno rimossa dal potere perché si è rifiutata di concedere agli Stati Uniti strutture militari in una regione considerata strategica per gli Stati Uniti nella loro “strategia indo-pacifica” per contenere la Cina. Sebbene si tratti di resoconti di seconda mano dei media indiani, essi ricalcano fedelmente diversi discorsi e dichiarazioni rilasciate da Hasina negli ultimi due anni.

Il 17 maggio 2024, lo stesso Vicesegretario Liu che ha avuto un ruolo di primo piano nel rovesciare il premier Khan, ha visitato Dhaka per discutere, tra l'altro, della strategia indo-pacifica degli Stati Uniti. Giorni dopo, Sheikh Hasina avrebbe convocato i leader dei 14 partiti della sua alleanza per fare la sorprendente affermazione che un “Paese di persone dalla pelle bianca” stava cercando di farla cadere, apparentemente dicendo ai leader che si rifiutava di compromettere la sovranità della sua nazione. Come Imran Khan, il premier Hasina ha perseguito una politica estera di neutralità, che comprende relazioni costruttive non solo con gli Stati Uniti, ma anche con la Cina e la Russia. Il tutto con grande costernazione del governo americano.

Per dare credito alle accuse di Hasina, il Bangladesh aveva ritardato la firma di due accordi militari che gli Stati Uniti avevano spinto con forza fin dal 2022, per la precisione da parte dell'ex sottosegretario di Stato Victoria Nuland, l'integralista neocon con la sua nota storia di operazioni di cambio di regime. Uno dei progetti di accordo, il General Security of Military Information Agreement (GSOMIA), vincolerebbe il Bangladesh a una più stretta cooperazione militare con Washington. Il governo del premier Hasina non era chiaramente entusiasta nel firmarlo.

Gli Stati Uniti sono di gran lunga i principali protagonisti delle operazioni di cambio di regime, eppure negano categoricamente il loro ruolo nelle operazioni segrete, anche quando vengono colti in flagrante, come nel caso della famigerata telefonata intercettata di Nuland a fine gennaio 2014 che pianificava l'operazione di cambio di regime guidata dagli Stati Uniti in Ucraina. È inutile appellarsi al Congresso degli USA, e ancor meno al ramo esecutivo, affinché indaghi sulle affermazioni del premier Khan e del premier Hasina. Qualunque sia la verità della questione, essi negheranno e mentiranno come necessario.

È qui che dovrebbe intervenire l'ONU. Le operazioni segrete di cambio di regime sono palesemente illegali secondo il diritto internazionale (in particolare la Dottrina di non intervento, espressa ad esempio nella Risoluzione 2625 dell'Assemblea Generale delle Nazioni Unite del 1970) e costituiscono forse la più grande minaccia alla pace mondiale, in quanto destabilizzano profondamente le nazioni e spesso portano a guerre e altri disordini civili. Le Nazioni Unite dovrebbero indagare e smascherare le operazioni segrete di cambio di regime, sia per invertirle che per prevenirle in futuro.

Il Consiglio di Sicurezza dell'ONU è ovviamente incaricato, ai sensi dell'articolo 24 della Carta delle Nazioni Unite, della “responsabilità primaria per il mantenimento della pace e della sicurezza internazionale”. Quando emergono prove che un governo è stato rovesciato grazie all'intervento o alla complicità di un governo straniero, il Consiglio di Sicurezza dell'ONU dovrebbe indagare sulle affermazioni.

Nei casi del Pakistan e del Bangladesh, il Consiglio di Sicurezza dell'ONU dovrebbe richiedere la testimonianza diretta del Primo Ministro Khan e del Primo Ministro Hasina per valutare le prove che gli Stati Uniti hanno avuto un ruolo nel rovesciamento dei governi di questi due leader. Ognuno di loro, ovviamente, dovrebbe essere protetto dalle Nazioni Unite per la propria testimonianza, in modo da tutelarli da qualsiasi punizione che potrebbe seguire la loro onesta presentazione dei fatti. La loro testimonianza può essere ripresa in videoconferenza, se necessario, visto il tragico periodo di incarcerazione del premier Khan.

Gli Stati Uniti potrebbero esercitare il loro veto in seno al Consiglio di Sicurezza delle Nazioni Unite per impedire tale indagine. In tal caso, l'Assemblea generale delle Nazioni Unite può occuparsi della questione, in base alla risoluzione A/RES/76, che consente all'Assemblea generale delle Nazioni Unite di prendere in considerazione una questione bloccata dal veto del Consiglio di sicurezza delle Nazioni Unite. Le questioni in gioco potrebbero quindi essere valutate da tutti i membri dell'ONU. La veridicità del coinvolgimento degli Stati Uniti nei recenti cambiamenti di regime in Pakistan e Bangladesh potrebbe essere analizzata in modo oggettivo e giudicata sulla base delle prove, piuttosto che su mere affermazioni e smentite.

Gli Stati Uniti si sono impegnati in almeno 64 operazioni segrete di cambio di regime nel periodo 1947-1989, secondo una ricerca documentata di Lindsey O'Rourke, professore di scienze politiche al Boston Collage, e in molte altre operazioni palesi (ad esempio con una guerra guidata dagli Stati Uniti). Ancora oggi, continua a impegnarsi in operazioni di cambio di regime con una frequenza sconvolgente, rovesciando governi in ogni parte del mondo. È auspicabile che gli Stati Uniti rispettino il diritto internazionale da soli, ma non è auspicabile che la comunità mondiale, che da tempo soffre per le operazioni di cambio di regime degli Stati Uniti, ne chieda la fine alle Nazioni Unite.

FONTE: 
https://www.commondreams.org/opinion/regime-change-pakistan-bangladesh

 

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giovedì 8 agosto 2024

Perché hanno preso di mira il Bangladesh? – Laura Ruggeri

  

Le proteste studentesche in Bangladesh sono iniziate come dimostrazioni legittime e pacifiche, ma si sono rapidamente trasformate in rivolte e non solo a causa della brutalità della polizia.

Si scopre che i manifestanti sono stati presi di mira da una campagna di disinformazione condotta da loschi account di social media e bot, per lo più controllati da agenzie del caos britanniche e statunitensi.

Hanno diffuso narrazioni infiammatorie e ora stanno cercando di istigare alla violenza settaria.

USAID, NED e altre organizzazioni statunitensi hanno investito molto nella "promozione della democrazia", hanno finanziato ONG, hanno formato leader della comunità, formato attivisti e leader studenteschi.

Il Bangladesh è l'ottavo paese più popolato al mondo, ci vivono quasi 170 milioni di persone. La maggior parte della popolazione bengalese si identifica come musulmana (89,1%), mentre il 10% si identifica come indù.

- Perché hanno preso di mira il Bangladesh? La Cina è il principale fornitore di armi, investitore e partner commerciale del Bangladesh. La Cina ha investito oltre 10 miliardi di dollari in Bangladesh nell'ambito della Belt and Road Initiative. Il Bangladesh mantiene anche ottimi rapporti con India e Russia e l'anno scorso ha fatto domanda per entrare a far parte dei BRICS.

- Dopo che lunedì l'impopolare Primo Ministro Sheikh Hasina si è dimesso e l'esercito ha preso il controllo, verrà istituito un governo ad interim per gestire il paese.

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sabato 27 aprile 2024

Dopo il “caso” Soumahoro, ecco il “caso” Bachcu

di Algamica*

Sui giornali online dell’11 aprile e su tutti i quotidiani del giorno successivo abbiamo dovuto leggere che un nuovo pericoloso criminale immigrato è stato arrestato dopo un lunga indagine della polizia e della sezione dell’antimafia durata, stando alla cronaca dei fatti imputati, ben due anni.

L’immigrato in questione, ora agli arresti presso il carcere di Regina Coeli e in attesa del pronunciamento da parte del GIP, non è un immigrato qualsiasi, ma è Nure Alam Siddique detto “Bachcu” famoso per essere un leader storico della comunità Bengalese in Italia la cui associazione, Dhuumcatu, nel corso di trent’anni (dagli anni ‘90 ai giorni nostri) è stata punto di riferimento per l’organizzazione delle lotte non solo degli immigrati connazionali, ma anche per indiani, pakistani, filippini, nord africani, rom, albanesi e latino americani. In sostanza dopo il “l’affare Abou Soumahoro”, un altro pesce ancora più grosso della lotta trentennale degli immigrati in Italia cade sotto la sferza del potere poliziesco e della magistratura, in nome della difesa della legge vigente nel nostro paese. I quotidiani del perbenismo democratico Occidentale si sfregano le mani proponendo tutti lo stesso titolo: “arrestato portavoce e paladino storico e della comunità bengalese di Roma”.

 

Quali i fatti imputati per cui è agli arresti fin dalla notte tra il 10 e 11 aprile?

Chiariamo sin da subito, che per uscire dalla cosiddetta clandestinità l’immigrato che già lavora in nero è costretto a pagare troppo spesso la documentazione necessaria al datore di lavoro, al proprietario di casa, ecc.

Tantissime associazioni di immigrati, inclusa la Dhuumcatu, hanno denunciato e combattuto pubblicamente questa giungla razzista. Ma quando le forze e la disponibilità a lottare non ci sono, può accadere che queste associazioni, essendo di fatto “casse di mutuo soccorso” simili a quelle del vecchio movimento operaio europeo e occidentale, si trovino costrette ad assistere il singolo immigrato e a rimediare la necessaria documentazione nella giungla del mercato razzista dei documenti. In sostanza gli immigrati se non lottano si rivolgono alle proprie “casse di mutuo soccorso” come loro rappresentanze di consumatori di un mercato dominato dall’uomo bianco e dalle forze impersonali dell’economia che ha necessità di forza lavoro immigrata a basso costo e ricattata.

Posta in questi termini la questione, la genesi del nuovo “caso” Bachcu viene fatta risalire anni addietro e proprio all’interno del contesto sociale in cui le e gli immigrati sottoposti dal ricatto del permesso di soggiorno si trovano costretti a ricorrere al mercato dei documenti necessari per la regolarizzazione.

Diciamo sin da subito che le leggi del mercato le fanno i rapporti capitalistici di produzione elaborati nel corso di secoli, dove ai popoli colonizzati e poi immigrati è concesso partecipare come consumatori o forza lavoro necessari alla accumulazione e alle condizioni imposte dalle forze impersonali dell’economia, che poi stabiliscono a chi non ha mezzi come accedervi da parte di chi invece ne ha la proprietà. E se i mezzi non li ha, quelle stesse forze economiche offrono a fianco del mercato “leale”, ovvero regolare, anche le trame del mercato “non leale” (o irregolare). Sicché l’immigrato è messo nella condizione di usare l’illegalità e se colto in fragranza di “reato” è colpevole e se un altro immigrato lo aiuta, usando gli stessi artifizi consigliati dal mercato illegale viene colpevolizzato come corrotto.

In questo modo vengono rimosse le responsabilità vere di chi favorisce la corruzione, cioè il corruttore, per mettere alla gogna il disgraziato corrotto. In sostanza il perbenismo liberista democratico rimuove in toto le responsabilità del corruttore, cioè le leggi di un modo di produzione e dei rapporti sociali, scaricando su chi è costretto a sottostare alle forche caudine delle stesse, una responsabilità di corruzione perché non farebbe uso del libero arbitrio e vivere da “onesto” cittadino. Una realtà tanto più vera e feroce quanto e quando il dominato è un immigrato.

Come a dire che la causa del mercato e del traffico degli stupefacenti sia da addebitare ai poveri tossicodipendenti e non ai rapporti sociali che determinano la tossicodipendenza. In sostanza il liberismo democratico accoglie a rigide condizioni gli immigrati nel recinto del consentito del razzismo e condanna quello “corrotto” proprio per escludere il sistema sociale della corruzione in mano alle forze dell’economia e dello Stato.

I giornali descrivono che il caso Bachcu è “intricato”, perché non è per la compravendita dei documenti per la regolarizzazione di immigrati “clandestini” che viene arrestato, anche perché tutto sommato l’economia e i padroni del vapore – banche, industrie e agrobusiness – hanno pur sempre bisogno di dimostrare che loro ingaggiano regolarmente gli immigrati al lavoro, poco importa se la residenza o il domicilio e il permesso di soggiorno erano stati ottenuti con una documentazione onesta e veritiera, mentre quando così non è, loro – il corruttore – si tirano fuori da ogni responsabilità addebitando le colpe a chi per necessità è costretto a districarsi nella palude di rapporti sociali diseguali.

Leggiamo sui giornali una ricostruzione dei fatti lunga due anni, dove nel quartiere di Roma Torpignattara – denominata “banglatown” – si sia formata una vera e propria mafia, che in virtù degli aiuti e intermediazioni pregresse per far ottenere a tizio o a caio i documenti necessari per la regolarizzazione, se poi nel corso della vita lavorativa tizio e caio faticosamente si sono stabilizzati e hanno aperto piccole botteghe di frutta e verdura, verso di questi verrebbe chiesto periodicamente di pagare il “pizzo” più gli interessi. Se poi non si paga, si viene minacciati fino al punto di attuare un rapimento. L’intrico descritto dai giornali non finisce qui, perché come gli italiani – genitori di tutte le mafie nel mondo – dal pizzo si passa al traffico degli stupefacenti e ora un certo gruppo di immigrati bengalesi dal permesso comprato, al pizzo e rapimento, ora gestirebbe anche lo spaccio della droga a Torpignattara. In sostanza una “mafia” a tutto tondo e a reggere le fila il “padrino” Bachcu.

Sia chiaro: non staremo mai dalla stessa parte di chi oggi spara ad alzo zero contro Bachcu e contro il Dhuumcatu; come non staremo mai dalla stessa parte di chi difende il diritto borghese basato sul liberismo del capitale contro gli oppressi, gli sfruttati e gli immigrati.

C’è però da notare che nell’intricata storia descritta, il caso che ha gettato luce sulla “mafia della banglatown”, ossia il caso di rapimento di un bengalese e della conseguente richiesta di riscatto in cambio della vita denunciato alla polizia, le forze di polizia riuscirono in meno di 24 a liberare la vittima in mano ai rapitori che vennero arrestati in fragranza di reato. La vittima avrebbe poi immediatamente dichiarato agli agenti (31 ottobre 2022), che a mandante del suo rapimento ci fosse proprio Bachcu, testimoniando che durante la sua cattura fosse presente durante una videochiamata tra i rapitori e il boss (ossia Bachcu). Non c’è che dire, più che una banda mafiosa, qui abbiamo a che fare con la “armata Brancaleone” allo sbaraglio. Ma si sa, sono immigrati, dunque poveri, inferiori, quindi poco intelligenti. Altro che le mafie nostrane che stanno lì indisturbate nei salotti buoni dell’establishment occidentale.

Giuriamo sulla inconsistenza dei “reati” di Bachcu e di altri affiliati alla associazione Dhuumcatu? È una trappola meschina nella quale cadono gli ingenui. Per noi sul banco degli imputati siede un sistema economico politico e sociale razzista che mette nelle condizioni l’individuo immigrato di delinquere per poi condannarlo in quanto delinquente. Sicché il vero responsabile, cioè il corruttore esce illibato e il povero immigrato condannato.

 

Lo scopo politico dietro il “caso” Bachcu

Fanno pertanto ridere quanti a sinistra, anche “estrema” storcono la bocca pronunciando monosillabi «aspettiamo, si però, capiamo bene, ecc.». Mentre va denunciata da subito l’azione della magistratura e delle forze repressive dello Stato e della stampa tendenti a criminalizzare una realtà immigrata organizzata a Roma, il cui scopo è politico: svuotare la banglatown di Torpignattara, troppo ingombrante, troppo rumorosa, troppo musulmana e troppo negra, che non si confà agli interessi di quelle forze economiche che vogliono riqualificare la semiperiferia di Roma, trasformandola a uso, consumo e sfruttamento di lavoro precario a servizio dell’industria del turismo di massa, unica voce di entrata per l’economia della grande metropoli ma che deve competere sul mercato dell’offerta con altrettante città italiane ed europee, e ridurre quegli strati sociali di immigrati che hanno raggiunto una parziale integrazione a “negri da cortile” al servizio dell’industria del turismo legittimando la nuova schiavitù contro la massa di immigrati. Una presenza ingombrante quella degli immigrati di Torpignattara, tant’è che il 10 maggio 2022 la sede del Dhuumcatu di Via Capua 4 venne chiusa da una operazione di polizia condotta da 100 agenti per eseguire lo sfratto dell’immobile pignorato dalla Banca, nonostante da mesi l’associazione Dhuumcatu si stesse rivolgendo alla Banca stessa che pignorava l’immobile al proprietario, chiedendo di riscattarne la proprietà e richiedendo l’accensione di un mutuo.

Da lì in poi l’associazione Dhuumacatu è stata sottoposta a una serie di attacchi da parte delle forze politiche che governano la città, il V Municipio e che sostengono a spron battuto il programma di riconversione delle semiperiferie della Capitale, ossia una nuova ondata di speculazione edilizia, lievitazione del mercato degli affitti, eccetera.

E aggiungiamo che Bachcu andrebbe difeso da una mobilitazione proletaria e di immigrati, anche se i capi di imputazione dovessero risultare veritieri secondo il diritto liberale proprio per le ragioni espresse, perché chiameremmo in quel caso sul banco degli imputati il corruttore, ossia un modo di produzione che determina rapporti di sfruttamento e razzismo verso gli immigrati e i popoli colonizzato, e non il corrotto.

All’associazione Dhuumacutu è stato concesso negli ultimi anni di potersi barcamenare nella giungla del mercato razzista, tra una denuncia per occupazione di suolo pubblico e un’altra, mentre la stessa organizzazione bengalese e Bachcu da Roma alle campagne agricole di Latina non hanno mai smesso, quando ne avevano le forze, di sostenere mobilitazioni contro il sistema generale di ricatti agli immigrati, la ultima truffaldina sanatoria e da ultimo una piccola manifestazione di braccianti indiani della provincia di Latina lo scorso 25 marzo, quelli sì sottoposti dalla vera mafia legale dell’agrobusiness che mantiene i lavoratori immigrati nelle campagne nel moderno regime di schiavitù.

Il tempo per le concessioni sono finite, l’Italia seppure in disperato bisogno degli immigrati per tenere a galla l’economia e tentare di galleggiare nella crisi, non può più tollerare eccezioni quando l’intero Occidente è chiamato a serrare i ranghi nella sfida generale che si è aperta in Palestina sostenendo a tutti i costi Israele, evitare il collasso dello Stato sionista attraverso il genocidio del popolo palestinese: momento che condensa in questo tempo storico la battaglia di chi per 500 anni ha sofferto il colonialismo e il razzismo da parte dell’occidente.

Invitiamo pertanto gli immigrati e quanti sensibilizzati alla loro causa a schierarsi risolutamente:

Contro la campagna razzista in atto attraverso l’arresto di Bachcu.

Contro il genocidio perpetrato dallo Stato sionista di Israele contro il popolo palestinese.


* Alessio Galluppi, Michele Castaldo

da qui

domenica 25 settembre 2016

Hei, c'è un cane che ha morso un uomo - Emanuele Giordana



Ci sono notizie di serie A e notizie ritenute di serie B che non leggeremo mai anche se riguardano milioni di lavoratori indiani nello sciopero quantitativamente più grande del mondo. Milioni di bambini in fuga. Milioni di afgani sfollati. Milioni di risarcimenti che non arrivano. Oscurati dall’arrivo sul mercato del nuovo iPhone o dalla somiglianza con una star 

Dice un vecchio adagio che se un cane morde un uomo non è una notizia ma solo un fatto logico e abitudinario. Se invece un uomo morde un cane allora c’è quell'elemento di “notiziabilità” che le fa meritare un titolo. Anche in prima pagina. Ma non è vero. Se, come dicono i manuali di giornalismo, una notizia è tale se è una novità, se è importante per il grande pubblico, curiosa, stimolante e numericamente consistente, allora c’è qualcosa che non va nell’informazione mainstream. Forse è sempre stato così, perché dietro alla pubblicazione di una “notizia”, c’è sempre una scelta umana, ma oggi può bastare la nascita dell'ultimo telefonino per oscurare 150 milioni di indiani in sciopero o la somiglianza con Angiolina Jolie per far apparire la giovane curda Asia Ramazan Antar la clone di una star e non una combattente che ha sacrificato la vita per difendere la sua gente. Moralismo? No, solo senso della realtà e… della notizia. Facciamo qualche esempio. Esempi che hanno – non sempre – scatenato di recente sane e furiose reazioni in Rete, nel mondo virtuale dove girano valanghe di bufale ma anche un’attenzione critica che prima non aveva canali per esprimersi

Iphone e cortei

Il 2 settembre scorso in India, qualcosa come 150 milioni di lavoratori sono scesi in sciopero. 150 milioni (180 secondo altre fonti) non sono pochi nemmeno per un Paese che conta oltre un miliardo e 250 milioni di anime, considerato che nell’Unione, tra l’altro, i lavoratori sindacalizzati sono solo il 4% della forza lavoro. Il17mo sciopero generale indiano, da che nel 1991 l’economia è stata liberalizzata, sarebbe stato il più numericamente importante nella storia del Paese. Ma, notava il sito Alertnet, la vicenda non ha “bucato il video” come si dice in gergo: «La sensibilità dei singoli giornalisti – scrive il professor Vijay Prashad - solo raramente sfonda il muro di cinismo costituito dai proprietari dei media e dalla cultura che vorrebbero creare... Per loro le lotte dei lavoratori sono un inconveniente… lo sciopero è un disturbo, un fastidio trattato come arcaico, un residuo d’altri tempi e non il mezzo necessario per esprimere frustrazioni e speranze. Bandiere rosse, slogan e discorsi son vissuti con imbarazzo. Ed è come se, girando lo sguardo altrove, in qualche modo si riuscisse a farli sparire». Lo sciopero per altro è andato benissimo: dai lavoratori del Gujarat, dove il premier Narendra Modi ha iniziato la sua scalata politica, ai tessili del Tamil Nadu o ai metalmeccanici del Karnataka; bancari, autisti, operai delle aziende elettriche, impiegati. Ma senza copertura o con giusto qualche richiamo con foto. L’obiettivo non era secondario: a parte le rivendicazioni locali, l’insieme degli scioperanti rivendicavamo maggior democrazia e tutele ambientali sul posto di lavoro e una miglior distribuzione della ricchezza. Con un manifesto in 12 punti di cui, alla viglia dello sciopero, il governo aveva accettato qualche minima richiesta. Non sufficiente a fermare la chiusura delle fabbriche.


C’è chi fa le pulci

Fair, un’associazione americana che dal 1968 si occupa di censura, accuratezza e parzialità dei media, ha fatto le pulci anche ai giornali non indiani: non una menzione dai network americani Abc, Cbs, Nbc, Cnn, Fox, Msnbc. Npr. Anche giornali importanti come New York Times, Washington Post o USA Today si sono limitati a riprendere note d’agenzia, per altro scarse. Nessuno aveva sentito il bisogno di far muovere inviati o corrispondenti. In Italia? Lasciamo perdere.

Se si esclude qualche sito specializzato (anche italiano), 150 milioni di persone in sciopero semplicemente non c’erano. Oscurate. Da cosa? Fair fa un parallelo con la notizia dell’imminente uscita dell’ultimo iPhone di Apple. «Questo – scrive il direttore di Fair.org, Jim Naureckas - fa notizia»: per Cbs nel suo programma Money Watch e così per Npr nelle rubriche Morning Edition e All Things Considered. Iphone guadagna un titolo di prima in USA Today e nel Wall Street Journal o nella business section del New York Times.

Bambini in fuga

Anche i minori, nonostante sia un tema che suscita almeno compassione, sono abbastanza oscurati. Poca luce per l’ultimo rapporto su bambini e adolescenti “sradicati” appena pubblicato dal Fondo dell’Onu per l’infanzia che spiega come quasi 50 milioni di ragazzi e bambini attraversino frontiere o scappino dai conflitti. E’ un calcolo “prudente” dice un rapporto che segnala come 28 milioni di ragazze e ragazzi di età compresa tra 0 e 18 anni abbiano dovuto scappare da violenza e insicurezza, mentre altri 20 milioni – accompagnati o soli – hanno comunque dovuto abbandonare le loro case: «Rifugiati, sfollati interni o migranti – scrive Unicef – però, prima di tutto, bambini: senza eccezione e senza che sia importante chi siano e da dove vengano». Nel 2015 la maggior parte fra loro proveniva da dieci Paesi ma il 45% di tutti quelli sotto mandato dell’Acnur hanno origine da due sole nazioni: Siria e Afghanistan. Della Siria siamo abbastanza consci ma dell’Afghanistan assai meno perché quella guerra è ormai uscita dai riflettori. Oscurata dall’indifferenza per un conflitto considerato chiuso. Eppure ogni giorno alle frontiere afgane si affacciano migliaia di persone, bambini compresi, che la nuova politica pachistana sta cacciando dal Paese dove, dall’invasione sovietica, si sono installati 2,5 milioni di afgani, un milione dei quali senza documenti.

Sfollati afgani


Secondo il sottosegretario generale per gli Affari umanitari (Ocha) Stephen O’Brien è necessario un intervento urgente per far fronte a quello che si pensa potrebbe presto essere il numero degli sfollati che attraversano la frontiera col Pakistan : un milione di persone entro dicembre. L’inverno, ha detto O’Brian, rischia di vedere centinaia di famiglie esposte con un flusso dalla frontiera pachistana di 5mila persone al giorno (già 245mila dall’inizio del 2016) che si aggiungeranno al milione di sfollati interni, in una situazione in cui 2,7 milioni di persone sono malnutrite: fra queste, un milione di bambini sotto i 5 anni. 120mila tra loro rischiano di morire di fame. Uscita se non altro su alcuni giornali locali, la notizia ha fatto rimandare a marzo la scadenza che i pachistani avevano fissato per i rimpatri. Il milione di sfollati è per ora rimandato a primavera.

Talebani sempre cattivi

Se restiamo in Afghanistan c’è anche un’altra notizia che è stata completamente oscurata. Anche dalla stampa locale: la smentita dei talebani sull’azione di commando che lunedi 5 settembre ha semidistrutto un ufficio dell’Ong “Care” a Kabul, dove alcuni militanti, con l’aiuto di un autobomba, avevano preso d’assalto Sharenaw, zona di ambasciate e Ong, sventrando diverse strutture. Care aveva messo le mani avanti sostenendo che a loro avviso l’obiettivo era altro e i talebani hanno chiarito che il target era «un centro di intelligence militare gestito dall’ex capo dell’intelligence dell'amministrazione di Kabul nella quale c’è anche una branca dello spionaggio straniero… la Ong ha sede in una strada della zona militarizzata e non aveva nulla a che vedere col piano. L’obiettivo – scrivono - non era Care International». Vero o falso che sia, la guerra afgana è anche una guerra di bugie visto che per il ministero dell'Interno l’obiettivo era senza dubbio Care pur se la Ong aveva smentito. I talebani hanno polemizzato anche con Amnesty, accusata per aver definito la loro azione un “crimine di guerra”. Amnesty però ha chiesto un’indagine indipendente per chiarire le responsabilità anche se purtroppo questo genere di proposte non vengono mai messe in opera. Restano, con tutte le altre, oscurate.

Incidenti ignoti


Anche l’esplosione alla Tampaco Folis in Bangladesh del 10 settembre è passata quasi inosservata. Come sempre in questi casi, il numero dei morti è andato aumentando sino ad arrivare a 26, un bilancio che potrebbe crescere. Il fuoco è divampato a Tongi, una quindicina di chilometri dalla capitale Dacca e c’erano almeno tre elementi di “notiziabilità”: il numero appunto delle vittime che, nel caso di esplosioni, tende sempre ad aumentare in seguito alle ustioni. Il fatto che la fabbrica lavorava per colossi internazionali come Nestlé o British American Tobacco. Il fatto che si tratta del più grave incidente da quello che nel 2014 uccise oltre mille persone nel collasso del Rana Plaza, un edifico che conteneva diverse fabbrichette tessili e che crollò perché la proprietà aveva deciso di innalzare l’altezza del palazzo. A ben vedere in realtà, nemmeno la vicenda Rana Plaza ebbe, soprattutto in Italia, una grande copertura mediatica. Figurarsi un incendio con “solo” 26 vittime. Fortunatamente del caso di sono occupate diverse associazioni e organizzazioni sindacali locali e internazionali che ormai tengono il Bangladesh sotto stretta sorveglianza. Worker Rights Consortium, International Labor Rights Forum, Clean Clothes Campaign, Maquila Solidarity Network hanno preso subito posizione chiedendo conto a Nestlé e Bat del perché facciano lavorare per loro azienda che non hanno standard adeguati di sicurezza. E’ per altro un caso  comune - come nella Tampaco Foils - l’esplosione di boiler e l’incendio che ne consegue che divora rapidamente strutture spesso fragili e inadeguate. Il problema è che che l’accordo sulla prevenzione degli incendi non prevede la prevenzione di queste esplosioni (Accord on Fire and Building Safety in Bangladesh). Il caso Tampaco potrebbe essere la spinta a rivederlo.

A che serve una campagna

Stampa, televisione, radio possono fare molto. Ma ciò che fa davvero sono le mobilitazioni di associazioni e sindacati. Che a loro volta hanno però bisogno che i media si accorgano delle loro battaglie. I risultati si vedono. Grazie a una campagna durata quattro anni e dopo mesi di negoziato – raccontano alla Campagna “Abiti puliti” -  è stato raggiunto finalmente un accordo per il pagamento di altri 5 milioni di dollari di risarcimenti ai sopravvissuti e alle famiglie delle vittime del più grande disastro industriale del Pakistan, avvenuto l’11 settembre 2012. Vi persero la vita più di 255 lavoratori e oltre 50 rimasero feriti nell’incendio divampato nella fabbrica tessile Ali Enterprises a Karachi. Alcuni lavoratori arsero vivi dietro finestre sprangate e porte bloccate mentre altre rimasero inferme dopo essersi lanciate dai piani più alti. Adesso, il distributore tedesco KiK, unico acquirente conosciuto della Ali Enterprises, ha accettato di versare una quota aggiuntiva di 5,15 milioni di dollari nel fondo per la perdita di reddito, cure mediche e costi di riabilitazione per i feriti e i familiari delle vittime. Precedentemente KiK aveva pagato un milione. La nuova decisione si deve alla campagna promossa da National Trade Union Federation, Piler, IndustriALL Global Union, Clean Clothes Campaign e altre alleanze tra cui UNI Global Union. All’accordo hanno contribuito anche IndustriALL, l’International Labour Organization (ILO) e una richiesta del Ministro dello sviluppo e della cooperazione economica tedesco. Poche settimane prima dell’incendio, l’azienda aveva ricevuto la certificazione SA8000 dalla società di revisione Sai (Social Accountability International) che aveva affidato l’incarico all’ente di certificazione italiano Rina: Teoricamente la fabbrica aveva presumibilmente soddisfatto gli standard internazionali in nove aree, compresa salute e sicurezza. Teoricamente.

domenica 3 luglio 2016

su Dacca

scrive Ugo Rosa:

“Speriamo a questo punto di non sentir dire ancora una volta che "la religione non c'entra" e che "i terroristi non sono veri musulmani", perché, anche se è vero che solo una ridotta minoranza di musulmani aderisce al terrorismo islamista, è la religione a fornire ideologia unificante e linguaggi, oltre che a configurare una micidiale rete entro la quale prendono corpo alleanze e sinergie sul piano operativo. E poi, come si fa a dire che la religione non c'entra quando i macellai di Dacca hanno selezionato le vittime da uccidere con i machete chiedendo agli ostaggi di recitare il Corano?” (Roberto Toscano, La Repubblica 03.07.2016). Queste righe sintetizzano il pensare medio (illuminista quanto basta a un candelabro) che impazza sui giornali per bene. Vediamo. Se non dobbiamo dire che la religione non c'entra e che i terroristi non sono veri musulmani, allora ci toccherebbe dire il contrario. Ma chi scrive quelle righe non vuole dirlo, anche se è chiaro che lo pensa (paso doble classico dell'illuminista da abat jour). Difatti cala subito la briscola:“anche se è vero che solo una ridotta minoranza di musulmani aderisce al terrorismo è la religione a fornire ideologia unificante e linguaggi”. La prima parte della frase è in contraddizione con la seconda; ma passi. Facciamo che per il nostro logico da terza pagina valga la seconda e non la prima. Allora bisogna chiedersi con lui: come si fa a sostenere, dal momento che l'Inghilterra fornisce agli hooligans un linguaggio comune e una “Ideologia unificante” (qualunque cosa significhi) che il principe Carlo non sia responsabile dei rutti allo stadio? E come si fa a dire che Elisabetta e l'Inghilterra non c'entrano, dal momento che il drappello di hooligans, sgozzando il tifoso straniero, cantava “God save the Queen” e ha costretto anche la vittima a cantarlo? Questa la logica nebbiosa che agita il cervello degli illuministi da abat-jour, il cui enlightenment non graffia la notte fonda della loro intelligenza. Il 24 aprile di tre anni fa (non ai tempi della regina Vittoria) a Dacca sono morti 1129 lavoratori tessili, per la maggioranza donne e bambine, nel crollo del Rana Plaza: una fogna per schiavi di nove piani creata per produrre profitti alle industrie tessili europee, tra cui la Benetton. Chiedersi ora cosa ci facessero a Dacca degli imprenditori tessili italiani è, più che impopolare, un tabù tribale. Io però me lo chiedo lo stesso e umilmente sospetto che anche Voltaire e Diderot l'avrebbero fatto. Magari solo per concludere che sono miseria, disperazione e sfruttamento a costituire il bacino da cui il terrore attinge e che la religione è solo quello che è sempre stata: una bandiera colorata per portare i disperati in prima linea. Perfino un cretino onesto potrebbe capirlo. Ma l'intelligenza non conviene. Né a chi fonda i suoi sporchi affari sullo sfruttamento altrui né a chi gioca a fare l'illuminista laico sui giornali, nelle librerie e sui social forum.