Visualizzazione post con etichetta Facebook. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Facebook. Mostra tutti i post

lunedì 20 gennaio 2025

Il vero obiettivo di Facebook - Silvia Ribeiro

 

Musk, Zuckerberg e Bezos sono tre dei dieci uomini più ricchi del mondo. Si oppongono sempre più ferocemente a qualsiasi regolamentazione delle loro attività. Per questo cercano di far apparire come censura qualsiasi forma di controllo indipendente, quando il problema reale e urgente è il ruolo straordinariamente dannoso che i titani della tecnologia hanno nella definizione, a livello globale, di discorsi pubblici parziali basati sulla discriminazione

 

Qualche giorno fa Mark Zuckerberg, proprietario di Facebook e Instagram (entrambi della società Meta), ha annunciato che avrebbe smesso di verificare i dati pubblicati su queste reti, seguendo il modello di X, la rete acquistata da Elon Musk. È una pubblicità con molti spigoli e tutti negativi.

In precedenza, anche Jeff Bezos, proprietario di Amazon e del Washington Post, aveva detto che stava modificando quella che chiamano “moderazione dei contenuti” nei media da lui controllati. Affermano in modo fuorviante che ciò avviene in nome della “libertà di espressione”.

Al contrario, si tratta di una nuova ondata di censura selettiva. Sia X che Facebook e Instagram hanno cancellato arbitrariamente contenuti che i loro proprietari non vogliono diffondere; un caso drammatico è quello delle informazioni sul genocidio di Israele contro la Palestina. Sebbene Zuckerberg lo neghi, un articolo di ricerca della BBC del dicembre 2024 mostra come Facebook e Instagram abbiano limitato le notizie che i giornalisti palestinesi pubblicano da Gaza e dalla Cisgiordania.

Già dall’ottobre 2023, dopo l’attacco di Hamas contro i cittadini israeliani, Facebook ha limitato le notizie provenienti dai giornalisti palestinesi, oltre a cambiare l’algoritmo in modo che i commenti sui palestinesi fossero più aggressivi, ad esempio aggiungendo la parola “terrorista” “nelle traduzioni. Un ingegnere di Meta ha espresso preoccupazione per “l’introduzione di un nuovo pregiudizio contro gli utenti palestinesi”. Meta ha confermato di aver effettivamente modificato l’algoritmo, ma per rispondere a quello che ha definito un “aumento del contenuto di odio” proveniente dai territori palestinesi (Cómo Facebook e Instagram restringen las noticias que los periodistas palestinos publican desde Gaza).

Inoltre, la rete X di Musk ha abbondanti casi di censura e discriminazione selettiva, incluso il blocco degli account degli utenti su questo e altri argomenti, a seconda delle preferenze politiche o commerciali di Musk (Musk, X y el control del mundo).

Un articolo di Sheera Frenkel e Kate Conger sul New York Times ha mostrato come i discorsi di odio, razzisti, omofobici, misogini e neonazisti siano aumentati in modo esponenziale dopo che Musk ha acquistato Twitter e ribattezzato la rete X nel 2022. “Elon Musk ha inviato il bat-segnale a tutti tipi di persone razziste, misogine e omofobe che Twitter era aperto agli affari e hanno risposto”, ha detto Imran Ahmed, direttore del Centro per contrastare l’odio digitale.

Mentre l’industria della digitalizzazione mette in crisi molti mezzi di informazione, miliardi di persone si rivolgono ai social network come principale fonte di informazione. Sebbene la verifica dei dati di Facebook e Instagram – che si riferiva al lavoro di associazioni indipendenti di verifica dei dati – non fosse una garanzia che tutte le informazioni su queste reti fossero affidabili e verificate, quello che ora c’è è un appello aperto a discorsi razzisti, sessisti e odiosi. Nel suo annuncio, Zuckerberg fornisce come esempio che i contenuti relativi alla migrazione e al genere non saranno più moderati, sostenendo che questi criteri sono “fuori contatto con il discorso dominante” e sono stati usati per “far tacere opinioni e persone con idee diverse”.

Zuckerberg ha annunciato che sostituirà il fact-checking con le “community note”, che in realtà sono commenti di altri utenti, solitamente modi per moltiplicare esponenzialmente gli stessi pregiudizi, senza fonti e senza alcuna reale trasparenza sull’origine dei commenti. Ciò replica il contesto che hanno imposto i programmi di ricerca più utilizzati su Internet, che forniscono come prima opzione informazioni generate automaticamente da algoritmi di intelligenza artificiale, senza fornire fonti, senza contrasti e sostanzialmente riproducendo all’infinito le parzialità di discriminazione e altri errori che sono la maggioranza nella media delle comunicazioni nelle reti elettroniche.

Musk, Zuckerberg e Bezos sono tre dei dieci uomini più ricchi del mondo. Ognuno di loro ha più denaro personale di diverse dozzine di paesi messi insieme. È chiaro che il loro obiettivo principale è lavorare su modi per aumentare ulteriormente le proprie fortune, controllando utenti, mercati e istituzioni. Tutti stanno seguendo da vicino l'”esperimento Musk” di andare oltre il lobbying e altre forme di influenza (dovute o indebite) per ottenere un seggio diretto nel governo, decidendo su milioni di persone che non hanno nemmeno votato per lui.

Con l’enorme potere della loro ricchezza e della manipolazione delle informazioni e degli utenti dei social media, si oppongono ferocemente a qualsiasi regolamentazione delle loro attività. Per questo motivo, cercano di far apparire come censura qualsiasi forma di controllo indipendente o di controllo pubblico, quando il problema reale e urgente è il ruolo straordinariamente dannoso che i titani della tecnologia hanno nella definizione di discorsi pubblici parziali basati sulla discriminazione e sull’odio, a livello globale. Allo stesso tempo controllano sempre più settori industriali e anche aspetti tecnologici chiave che garantiscono loro una dipendenza sempre maggiore dai governi stessi.

da qui

giovedì 21 marzo 2024

Bavaglio social, perché nessuno muove un dito? (e cosa si potrebbe fare, invece) - Laurent Ferrante

  

È passato oltre un mese dal comunicato di Meta che annuncia la messa al bando dei contenuti politici dalle sue piattaforme ma nessuno sembra intenzionato a fare nulla. Eppure, l’impatto sulla distribuzione e la circolazione delle informazioni sarà gigantesco.

Se per gli utenti è certamente complicato organizzare un’azione di difesa coordinata per tutelare la propria libertà di parola dagli abusi delle big tech, lo stesso non può dirsi dei grandi attori dell’informazione e della politica, che dispongono di strutture e risorse economiche più che sufficienti ad avviare una qualche iniziativa. Se non per un astratto senso di giustizia universale, quantomeno per tutelare i propri interessi. E invece nulla. Una manciata di articoli di cronaca e poco più. Non una diffida, non un comunicato di categoria, non un’interrogazione parlamentare.

Viene il dubbio che questi attori non abbiano ben compreso la sorte che Meta ha riservato loro. Ma soprattutto, fatto sconcertante, viene il dubbio che giornali e politici – pur avendone scritto, i primi, e pur avendone votato il testo, i secondi – non abbiano studiato il Digital Services Act (DSA), approvato ormai due anni fa dall’Unione Europea.

Morte alla politica

Facciamo un passo indietro. Per chi non avesse seguito la vicenda, lo scorso 9 febbraio Meta ha annunciato che sulle sue piattaforme Instagram, Threads e Facebook verranno sistematicamente oscurati tutti «i contenuti politici, potenzialmente legati a temi quali le leggi, le elezioni o argomenti di natura sociale».

Interrogati da utenti e giornalisti sulla vaghezza preoccupante di una tale definizione, i portavoce di Meta hanno balbettato risposte ancora più fumose, spiegando che la lista nera degli argomenti riguarderà le «hard news (politica, esteri, salute economia, ndr)» e la «critica sociale» inquadrata come «contenuti che identificano un problema che influenza le persone ed è causato dall’azione o inazione degli altri, il che può includere questioni come le relazioni internazionali o il crimine». Tutto, sostanzialmente.

Prima di proseguire, dobbiamo comprendere in cosa consisterà questo oscuramento perché in questo contesto, il come conta quanto e forse più del cosa.

Su Instagram i contenuti politici e di critica sociale verranno banditi da tutte le sezioni principali:

• Esplora (ossia la pagina dedicata ai contenuti suggeriti dall’algoritmo)

• Ricerca (la ricerca diretta dell’utente)

• Reels (i video brevi)

• Utenti suggeriti (tendina di scoperta di nuove pagine)

• Suggerimenti in-feed (contenuti di pagine che non segui suggeriti nella home)

In pratica, i contenuti non verranno più distribuiti ai Non-follower, mentre continueranno ad essere mostrati ai propri follower – anche se non a tutti [1]. Chi si occupa di social per lavoro come me, sa bene che questo significa una cosa sola: pagina in coma farmacologico.

Queste sono alcune statistiche di pagine grandi e piccole legate al mondo della critica sociale e dell’informazione che gestisco per lavoro.

Con le nuove regole, queste pagine perderanno il 93% dei lettori.

E non basterà pubblicare qualche post politico-sociale in meno per scampare all’embargo. Meta ha specificato che non si limiterà a mettere nel mirino i singoli post, ma bersaglierà attivamente interi account, colpevoli di pubblicare «principalmente» contenuti politici o di critica sociale. Anche se per il momento non è stata così gentile da comunicare la soglia di contenuti “indesiderati” autorizzata – 40%, 50%, 60%? – né quale periodo di tempo verrà preso in esame per affibbiare il marchio di “Account politico-sociale” – negli ultimi 7 giorni, 30 giorni, 90 giorni?

Un’arma per difenderci

Alla luce di quanto detto sin qui, risulta ancora più stupefacente l’inerzia dei giornali, dei politici ma anche di tutto il mondo dell’associazionismo (Amnesty, Greenpeace, …) nei confronti della condanna a morte dei propri canali social.

Il Digital Service Act fornisce tutti gli strumenti necessari per difendersi dall’attacco di Zuckerberg & co. Riconosce che le grandi piattaforme online «influenzano fortemente la sicurezza online, la definizione del dibattito e dell’opinione pubblica» [2] e perciò impone loro di prevenire «effetti negativi, attuali o prevedibili per l’esercizio dei diritti fondamentali, in particolare […] libertà di espressione e di informazione, inclusi la libertà e il pluralismo dei media, sanciti nell’articolo 11 della Carta» [3], nonché i «metodi per ostacolare la concorrenza o mettere a tacere l’espressione» [4] e «gli effetti negativi reali o prevedibili sui processi democratici, sul dibattito civico e sui processi elettorali, nonché sulla sicurezza pubblica» [5].

In particolare, il regolamento identifica «la progettazione dei sistemi di raccomandazione e di qualsiasi altro sistema algoritmico pertinente» e «i sistemi di moderazione dei contenuti» [6] quali fattori che influenzano i rischi sistemici summenzionati.

Visto oggi, più che un regolamento sembra una profezia: l’iniziativa di Meta infrange in un sol colpo più o meno tutti gli obblighi prescritti dal DSA, sia nel merito che nel metodo.

La scappatoia sbilenca di Meta

Zuckerberg ha studiato un piano per cavarsi d’impaccio. Ma il suo progetto ha un buco, e anche bello grosso.

In ottemperanza agli articoli 27 e 38 del DSA, Meta permetterà agli utenti «di selezionare e modificare in qualsiasi momento l’opzione preferita» riguardo i sistemi di raccomandazione.

Si potrà perciò accedere alle impostazioni di Instagram e fare opt-out, ossia tirarsi fuori dall’opzione di default che limita i contenuti politici.

Meta si nasconde dietro la facciata della “libertà di scelta” ma il problema su cui sorvola è che agli utenti non viene offerta una nuova opzione di libertà (opt-in) da sfruttare a piacimento, ma viene imposto un editto di censura globale che modifica silenziosamente e gradualmente l’esperienza dell’utente. Solo se l’utente si accorgerà della differenza e solo se capirà l’effettivo impatto del cambiamento – che Meta minimizza scientemente – potrà procedere con la personalizzazione delle preferenze di raccomandazione sui contenuti politico-sociali.

Si tratta di una tecnica di manipolazione bella e buona – anche se i manipolatori di professione preferiscono usare termini più rassicuranti come “architettura delle scelte” o “design persuasivo”.

La tecnica in questione si basa su un bias cognitivo piuttosto noto: lo status-quo bias, o distorsione cognitiva verso lo status-quo. In pratica, si tratta della naturale tendenza umana a preferire l’inazione all’azione, poiché la prima non richiede alcuno sforzo, mentre la seconda ovviamente sì.

Così, il nostro architetto delle scelte imposta ciò che conviene all’azienda come opzione predefinita (opt-in). L’utente è libero di spegnere l’opzione (opt-out) ma per farlo dovrà fare uno sforzo consapevole. Secondo Thaler e Sunstein, autori di un libro capitale sull’argomento «spesso è possibile incrementare i tassi di partecipazione del 25 per cento, e a volte anche molto di più, semplicemente passando da una richiesta di consenso attivo dell’utente (opt-in) ad una revoca del consenso (opt-out)» [7].

Per sfortuna di Zuckerberg e compagni, però, questo comportamento rientra nella casistica dei «percorsi oscuri» – o dark patterns in inglese – che vengono descritti nel DSA come «pratiche che distorcono o compromettono in misura rilevante, intenzionalmente o di fatto, la capacità dei destinatari del servizio di compiere scelte o decisioni autonome e informate» [8]. Il DSA indica a titolo di esempio «le scelte di progettazione volte a indirizzare il destinatario verso azioni che apportano benefici al fornitore di piattaforme online, ma che possono non essere nell’interesse dei destinatari, presentando le scelte in maniera non neutrale, ad esempio attribuendo maggiore rilevanza a talune scelte attraverso componenti visive, auditive o di altro tipo nel chiedere al destinatario del servizio di prendere una decisione».

Pertanto, stabilisce il DSA «I fornitori di piattaforme online non progettano, organizzano o gestiscono le loro interfacce online in modo tale da ingannare o manipolare i destinatari dei loro servizi» [9].

Cosa possiamo fare

Davanti a tante e tali violazioni del Digital Services Act, l’iniziativa più immediata è presentare un reclamo presso il «coordinatore dei servizi digitali» [10] che in Italia è l’AGCOM.

Questo reclamo dovrebbe essere presentato prima che le nuove disposizioni di Meta entrino pienamente in vigore poiché i poteri dell’AGCOM potrebbero avere un effetto deterrente notevole. Il coordinatore dei servizi digitali, infatti, può imporre non solo la cessazione delle violazioni, ma anche il risarcimento degli utenti danneggiati e multe alla piattaforma che possono arrivare fino al 6% del fatturato annuo globale [11]. Una mazzata.

Una volta costretta Meta a più miti consigli, la soluzione tecnica più semplice per le parti potrebbe essere quella di mantenere l’opzione di scelta per il blocco delle raccomandazioni di contenuti politico-sociali, lasciando però che ad attivarlo sia l’utente.

Si tratterebbe di un compromesso comunque insoddisfacente. Una vera soluzione non può non tenere conto dell’elefante nella stanza, ossia la prerogativa che Meta arroga a sé nel decidere cosa è politico e cosa non lo è, chi può parlare di un determinato argomento e quante volte.

Insomma, l’unica soluzione realmente accettabile dovrebbe essere l’annullamento totale e senza appello di questa vergognosa censura del dibattito pubblico imposta da una multinazionale privata che si crede al di sopra del diritto.

Note

[1] In realtà le pagine perderanno anche molti lettori tra i propri follower e questo per diversi motivi. A/ gli utenti seguono troppe pagine e non possono vedere tutti i post di tutte le pagine. “La maggior parte dei tuoi follower non vedrà ciò che condividi” spiega Instagram nelle sue linee guida.  B/ Instagram già oggi sposta i contenuti politici in fondo al feed ed evita di mostrarne troppi di seguito se ritiene possano urtare la sensibilità di alcuni utenti. C/ Nella determinazione dell’ordine in cui appaiono i post nel feed il fattore principale usato dall’algoritmo sono le interazioni (per i contenuti politici solo i Mi piace). Raggiungendo molte meno persone i post otterranno molte meno interazioni e verranno considerati di scarso valore dagli algoritmi, che di conseguenza li sposteranno in fondo al feed di quei pochi follower a cui verranno mostrati. D/ L’algoritmo di Instagram cerca attivamente di distogliere gli utenti dal proprio feed, suggerendo contenuti ad alto potenziale di distrazione cuciti sui gusti personali. La maggior parte di queste “esche” sono Reel che portano dritti alla sezione interdetta alla politica.

[2] Digital Services Act, considerando 79

[3] Digital Services Act, art. 34

[4] Digital Services Act, considerando 81

[5] Digital Services Act, considerando 82

[6] Digital Services Act, considerando 70 e art. 34

[7] Richard H. Thaler e Cass R. Sunstein, Nudge. La spinta gentile, p. 22 (Feltrinelli, 2021)

[8] Digital Services Act, considerando 67

[9] Digital Services Act, art. 25

[10] Digital Services Act, art. 49

[11] Digital Services Act, artt. 51-52

da qui



La censura di Facebook e la guerra - Alberto Negri

Da una settimana questo social media ha bloccato i miei post come quelli di molti altri utenti. "Il tuo post è in fase di elaborazione", diceva, nesssun accenno ai contenuti o alla violazione delle regole (mai violate ovviamente). Una formula di censura mascherata da disfunzione tecnica. Questo per spiegare che post e articoli verranno messi su X se qui non ci sarà la possibilità di farlo. Servono alternative. Questo messaggio vi arriva perché ho usato un link esterno.

da qui


giovedì 1 luglio 2021

Chi stabilisce la verità e cosa sia dicibile? - Sara Gandini

Testo discusso con il comitato editoriale della pagina facebook “la Goccia” https://www.facebook.com/SaraGandini68

 

Il film distopico in cui siamo inseriti sta assumendo tinte surreali che non avrei mai immaginato. Mi consola solo il fatto che le censure e gli attacchi personali che sono capitati, quando ho espresso dubbi riguardo la gestione della pandemia, sono successe anche a Carl Heneghan, direttore del Center for Evidence-Based Medicine dell'università di Oxford. E’ successo quando Henegan ha pubblicato, sul suo profilo Facebook, un link all'articolo che ha scritto con il collega Dr Tom Jefferson, famoso Epidemiologo che lavora da tempo sulle pandemie, riguardo uno studio scientifico sulle mascherine. Tom Slater, vicedirettore di Spiked, su The Spectator, ha commentato la vicenda affermando che tra i più preoccupanti fenomeni attuali, c'è il modo in cui i proprietari di grandi aziende tecnologiche siano arrivati ​​a stabilire i termini del dibattito scientifico sulla pandemia e persino a stabilire ciò che deve essere accettato come vero. Alcuni rappresentanti di Facebook e Twitter sono stati portati davanti al parlamento inglese a discutere la censura da parte delle loro aziende intorno alle discussioni sulla pandemia. Sono stati sollevati due casi particolarmente pertinenti, sebbene ce ne siano molti di più (pensiamo al caso di Trump). La prima è stata una dichiarazione di Martin Kulldorff, professore presso la Harvard Medical School e uno degli autori chiave della Great Barrington declaration anti-lockdown. Il suo tweet il mese scorso, in cui suggeriva che non tutti probabilmente dovranno essere vaccinati, in particolare quelli che erano stati precedentemente infettati, è stato etichettato come "fuorviante" da Twitter. I twittatori non sono stati più in grado di interagire con lui e hanno ricevuto un messaggio che affermava che "i funzionari sanitari raccomandano un vaccino per la maggior parte delle persone".

Allo stesso modo, a novembre, Facebook ha etichettato un articolo di The Spectator sull'efficacia delle mascherine, scritto da Carl Heneghan e Tom Jefferson del Center for Evidence-Based Medicine dell'Università di Oxford, come "informazioni false".

La questione è che abbiamo due giganti dei social media che intervengono nel dibattito scientifico e politico. Kulldorff, Heneghan e Jefferson non sono teorici della cospirazione o persone improvvisate in ambito scientifico. Sono scienziati e medici che ricoprono incarichi in istituti stimati. Su quale base Facebook o Twitter possono dichiarare false o pericolose le loro argomentazioni? Le risposte fornite ai parlamentari sono state agghiaccianti, scrive Slater.

Katy Minshall, responsabile delle politiche pubbliche di Twitter nel Regno Unito, ha sostanzialmente affermato che tutto ciò che contraddice le indicazioni ufficiali delle autorità sanitarie pubbliche è ritenuto fuorviante dalla piattaforma. Katy Minshall ha spiegato: "Quello che abbiamo fatto è questo: quando le persone vedevano il tweet [di Kulldorff] le indirizzavamo rapidamente a fonti di informazioni autorevoli come il CDC, il NHS o il Dipartimento della Salute in modo che potessero vedere qual è la versione dei fatti ufficiale e prendere una decisione. Il commento di Minshall è stato: Twitter non sta invitando le persone a "prendere una decisione", sta etichettando le dichiarazioni come errate e vietando agli utenti di interagire con lui. Il rappresentante di Facebook ha detto ai Lord che un esercito di "verificatori di fatti", la maggior parte dei quali non ha avuto alcuna formazione medica o scientifica, ha essenzialmente l'ultima parola su ciò che è o non è considerato "falso" sul più grande social del mondo.

La censura sui social media non è una novità. Da anni Twitter, Facebook e YouTube stanno gradualmente rafforzando le loro politiche sull'incitamento all'odio e sulla disinformazione. Ma la pandemia di Covid li ha spinti ben oltre. All'inizio della pandemia c'è stato un presupposto discriminante: i responsabili delle piattaforme hanno dato per scontato che gli utenti non fossero all’altezza del dibattito e quindi non avrebbero dovuto essere lasciati a navigare da soli nel dibattito sulla pandemia e questo ha portato a filtrare e censurare.

Recentemente, nel 2018, Mark Zuckerberg ha insistito sul fatto che Facebook non avrebbe censurato le teorie del complotto, nemmeno la negazione dell'Olocausto, perché non era compito di Facebook gestire l’attendibilita delle informazione diffuse sul social. Ora Facebook, Twitter e gli altri stanno censurando non solo coloro che negano il Covid, ma anche eminenti scienziati che portano una posizione scientifica differente.

Si tratta di un evento epocale e molto grave per la libertà di parola. Questi giganti aziendali possiedono di fatto la moderna piazza, che è un contenitore mainstream tecnicamente privato, ma effettivamente pubblico. Inoltre, in un momento in cui ai cittadini viene chiesto di sopportare restrizioni senza precedenti su tutte le loro altre libertà, la libertà di parola non può e non deve essere compromessa. Quand’anche ci fosse un forte consenso su una linea d'azione specifica, come il lockdown, il dissenso è vitale. Se non altro mette le istituzioni nelle condizioni di presentare le proprie evidenze e affinare le proprie argomentazioni. In tempi di crisi la libertà di parola conta di più, non di meno. Eppure chi gestisce i social ha fatto esattamente l’opposto: restringere gli spazi della discussione anziché ampliarli per consentire ai cittadini di discutere apertamente della pandemia. Il sospetto è che la pandemia possa essere usata come pretesto per aumentare misure di controllo.

A mio parere la discussione deve poter continuare senza dogmi, tabù, censure, posizioni intransigenti, verità assolute (sulle mascherine all'aperto, sull'efficacia del lockdown, sulla didattica integrata, ecc) senza che le varie posizioni e le paure vengano strumentalizzate, banalizzate e rese ideologiche, in ambiente scientifico e accademico ma soprattutto con la popolazione generale. Perché è importante che si crei consapevolezza e senso critico e la scienza non diventi una religione; è importante che tutte le discipline del sapere, scientifiche e non, possano entrare in dialogo in un momento storico così cruciale. C'è bisogno di senso critico e libertà di pensiero, c'è bisogno di coraggio e indipendenza.

Chiarisco che io sono contraria all'obbligo universale del vaccino contro Sars-CoV-2 ma a favore dello stesso per la popolazione anziana e per i pazienti fragili. Ho forti dubbi sulla mascherina all'aperto ma a favore della mascherina nei luoghi chiusi a rischio maggiore di trasmissione del contagio. Sono contro uno stato autoritario che tratta i cittadini come bambini scemi ma a favore della diffusione di informazioni che chiariscano le misure di prevenzione da adottare contro Sars-CoV-2 e che permettano l 'assunzione di responsabilità da parte di tutti.

Concludo dicendo che c'è assoluto bisogno di promuovere senso critico e libertà di pensiero, c'è bisogno di coraggio e indipendenza. Bisogna ricreare luoghi di pensiero libero, permettendo un dialogo aperto tra scienziati, artisti, psicologi, giuristi... e da qui nasce la pagina “Goccia a goccia”




Ulteriori Informazioni sulle vicende:

Vicenda di Martin Kulldorff. Twitt del 16 marzo 2021: Pensare che tutti debbano essere vaccinati è scientificamente sbagliato come pensare che nessuno dovrebbe. I vaccini COVID sono importanti per le persone anziane ad alto rischio e per coloro che si prendono cura di loro. Quelli con una precedente infezione naturale non ne hanno bisogno. Né bambini. https://t.co/qXtpM3QRY3



Vicenda di Jefferson ed Henegan. I due importanti accademici dell'Università di Oxford, hanno accusato Facebook di "censura" perché hanno affermato che un articolo che avevano scritto sulle maschere per il viso equivaleva a "false informazioni". Il professor Carl Heneghan, direttore del Center for Evidence-Based Medicine dell'università di Oxford, ha pubblicato un link sul suo profilo Facebook all'articolo che ha scritto con il collega Dr Tom Jefferson, dal titolo: "Un importante studio danese mostra che le maschere per il viso non hanno effetti significativi".

Il pezzo presentava lo studio "Danmask-19" recentemente pubblicato, che ha esaminato l'efficacia delle maschere nel prevenire l'infezione da Covid-19 a chi le indossa nella popolazione generale fuori casa.



Dopo aver seguito circa 6.000 volontari per un mese, a metà dei quali è stato chiesto di indossare maschere per il viso fuori casa e metà dei quali è stato chiesto di non indossarle, i ricercatori hanno concluso che la differenza nei tassi di infezione (1,8 contro 2,1 per cento) era così piccola non era "statisticamente significativo", nel senso che potrebbe essere accaduto per caso. I ricercatori danesi hanno descritto i loro risultati come "inconcludenti".

Facebook ha messo un avvertimento sul link, che appare sul sito web di The Spectator, sostenendo che era stato "controllato da verificatori indipendenti" che hanno trovato che si trattava di "informazioni false".



Prof Heneghan, furioso, ha attirato l'attenzione sul suo scontro con Facebook su Twitter, dicendo ai suoi 70.000 follower: 'Sono consapevole che ciò che sta accadendo anche ad altri. Cosa è successo alla libertà e alla libertà accademica di parola? Non c'è nulla di falso in questo articolo."

Facebook ha citato una recensione di Health Feedback da "verificatori di fatti indipendenti di terze parti", intitolata: "Lo studio danese sulle maschere per il viso non ha rilevato che le maschere fossero inefficaci nel ridurre la diffusione del Covid-19; lo studio era sottodimensionato e i risultati erano inconcludenti." Il dottor Jefferson ha dichiarato a The Mail on Sunday: "È censura ed è uno dei motivi per cui affrontiamo un crollo globale di libertà di pensiero e scienza".



Lo studio Danmask-19 era molto atteso in quanto si trattava di uno "studio controllato randomizzato" (RCT), considerato il gold standard nelle prove mediche. Gli studi "osservazionali" hanno collegato l'uso della maschera a un rischio leggermente inferiore di infezioni respiratorie, ma questi possono essere soggetti a bias e altri problemi metodologici. Un aspetto importante che Danmask non ha affrontato, tuttavia, era se le maschere facciali aiutassero a fermare la trasmissione delle infezioni. Molti scienziati ritengono che questo sia il loro principale vantaggio, poiché gli studi di laboratorio mostrano che le maschere riducono notevolmente la quantità di goccioline potenzialmente infette che si allontanano da chi le indossa.

https://www.spectator.co.uk/article/covid-has-emboldened-our-modern-censors

https://www.dailymail.co.uk/news/article-8973631/Two-Oxford-academics-accuse-Facebook-censorship-article-warning.html

 

da qui

 

domenica 6 giugno 2021

Lo sdoppiamento virtuale dello spazio pubblico - Renato Curcio(*)

 

Con l’inizio del terzo millennio l’espansione del continente digitale planetario ha investito l’Italia e coinvolto nell’erosione progressiva dello spazio pubblico gran parte dei suoi cittadini. Con “spazio pubblico” non intendo soltanto quell’insieme di luoghi aperti e reali, ovvero non virtuali, entro cui lo Stato dovrebbe garantire a tutti la libertà di esercitare apertamente i diritti di cittadinanza, d’informazione, di attività culturale e politica in tutte le varianti. Ancora prima, infatti, lo si dovrebbe considerare come uno spazio strategico per la maturazione e il consolidamento delle nostre abilità relazionali; delle capacità di progettazione comune, di collaborazione empatica e di operatività condivisa. Come una grande rete di luoghi immaginati, voluti e liberamente istituiti da aggregazioni sociali autonome e autogestite. Luoghi aperti, dunque, in virtù dei quali possano svilupparsi e assumere una forma storica i momenti di confronto e le forme sorgive della creatività e del mutamento sociale. Nella seconda metà del Novecento gli spazi pubblici post-bellici avevano vissuto in questo Paese un importante scossone. Le deboli attrezzature associative istituite per via burocratica dallo Stato dovettero cedere il passo a nuove esigenze culturali portate avanti da un fermento generazionale e laico nato in alternativa anche ad altre istituzioni robustamente sostenute da enti religiosi o privati. Negli anni ‘60 e ‘70 si è data infatti una fioritura rigogliosa di energie istituenti e ha preso vita un vasto arcipelago di inedite associazioni culturali, formazioni politiche, fermenti sindacali, centri sociali e movimenti extra-parlamentari accomunati, pur nella loro varietà spesso conflittuale, a forti attese di progresso sociale. Negli ultimi vent’anni, gran parte di questo processo si è tuttavia inaridito confluendo nella grande ragnatela di internet e nei suoi incanti; ragnatela che ha saputo presentarsi al mondo come un’offerta di libertà per tutti pur che si fossero dotati di dispositivi mobili e avessero aperto profili e account nelle sue maglie. Abbiamo visto così un grande esodo verso le nuove community disseminate nello spazio virtuale messo a disposizione “gratuitamente” dalle piattaforme e sapientemente mitizzato dalle loro agenzie di marketing prodighe di allettanti inviti ad esplorare le sue meraviglie. Lentamente rispetto ad altre aree del mondo, ma velocemente per i tempi del rinnovamento sociale che caratterizzano i processi storici dell’Italia, molti cittadini hanno così aperto profili social su questa o quella piattaforma e trasferito lì gran parte delle loro pubbliche attività.Non si può dire che questa migrazione, avvenuta in ordine sparso, sia stata accompagnata da una riflessione critica e matura. Al contrario la penetrazione delle imprese digitali planetarie è stata ingenuamente accolta come una gradita ventata di progresso e all’invito a trasferirsi “online” si è obbedito senza aver contezza di ciò che ne sarebbe conseguito. Confondendo il progresso tecnologico con il progresso sociale, sia lo Stato, sia un gran numero di cittadini hanno in tal modo attivamente contribuito al declino e alla degradazione degli spazi pubblici in lande virtuali dove la vita di relazione viene sempre più confusa con le pratiche di connessione. In poco meno di vent’anni, questo sdoppiamento digitale, infine, è riuscito a consolidare un nuovo contesto societario colonizzato dai padroni delle piattaforme entro cui gli attori mentre si illudono di agire vengono invece agiti. Dicendolo con un paradosso: ha generato un simil-spazio pubblico radicalmente privatizzato.

 

Le simulazioni del privato in veste pubblica

Naturalmente, in questa deriva del pubblico sulle piattaforme private, anche i cittadini hanno fatto la loro parte. La nascita e la crescita della politica digitalizzata e lo sconfortante conteggio dei “Mi piace” e degli “indici di gradimento” hanno ormai preso il sopravvento. Ai leader che lanciano slogan, proclami e anatemi dai balconcini virtuali, i militanti degradati a “follower”, ammiratori, rispondono riprendendo, ritwittando e moltiplicando pedissequamente i “meme” sui loro profili. Così, se per un verso ci capita di assistere allo scatenarsi di infuocate battaglie “virali”, per un altro dobbiamo constatare la chiusura progressiva dei luoghi d’incontro in presenza. Senza neppure rendersene conto l’attività politica pubblica, così vivace nel secondo Novecento, armi e bagagli si è infatti trasferita sulle piattaforme private delle Big Tech statunitensi e, sfidando il ridicolo, perfino sulla “Rousseau” di un’azienda nostrana. E tutto ciò ha dato vita a un curioso e grottesco paradosso: il travestimento del privato in veste pubblica. Prendendo atto di questa deriva, e certo per spingerla ancora più in basso, alcuni commentatori hanno poi cominciato a sostenere che le piattaforme private come Facebook, Twitter, TikTok e via elencando svolgono, bontà loro, un vero e proprio servizio pubblico. Basterà al riguardo una sola citazione: “I social network americani sono servizi divenuti pubblici e globali che hanno ottenuto un successo straordinario senza precedenti. Aziende fondate e gestite da privati che rispondono agli azionisti: non appartengono né a chi le frequenta né ad organi statali. Una condizione peculiare con la quale bisogna fare i conti. È questa la differenza fra l’Internet decentralizzato dei primi tempi e il web dei social network” [NOTA 1] Ora, che una piattaforma privata non sia uno spazio pubblico dovrebbe essere di per sé lapalissiano. Ma ci sono voluti il clamoroso scontro tra il presidente in carica al tempo dei fatti, Donald Trump, e Twitter e quello non meno significativo tra Facebook & Google e il Parlamento australiano per far lievitare almeno qualche dubbio. Vediamo dunque cosa possiamo apprendere da questi avvenimenti.

 

Da Capitol Hill all’Australia

La prima storia si è svolta a cavallo tra il 2020 e il 2021 negli Stati Uniti d’America. Riassumo anzitutto l’antefatto. Dopo un’infuocata campagna elettorale per il rinnovo della carica di Presidente degli Stati Uniti, gli organi di controllo istituzionali e le istanze competenti del Partito Democratico e del Partito Repubblicano hanno riconosciuto infine la vittoria a Joe Biden. Donald Trump, campione dei repubblicani e presidente ancora in carica degli Stati Uniti, tuttavia, contesta il risultato e, anzi, in modo esplicito accusa con veemenza il Partito Democratico di aver compiuto dei “brogli”. In seguito a queste accuse – non meglio documentate ma negli ultimi mesi della campagna elettorale già cucinate con insistenza e a fuoco lento come una probabile eventualità – egli si rifiuta di “concedere” al Partito Democratico la vittoria e di cooperare al passaggio rituale delle funzioni presidenziali e dei suoi segreti. La ritrosia di Trump inaugura così un “tempo sospeso” in cui il presidente sconfitto rimane in carica temporeggiando e Biden, pur essendo stato confermato vincitore dal Congresso USA, non ottiene, come stabilito dalla tradizione, il riconoscimento dal suo avversario. In questo tempo irrituale, il 6 gennaio 2021 gli eventi precipitano e un consistente numero di sostenitori di Donald Trump accerchia Capitol Hill, la sede del Congresso degli USA, e si spinge al suo interno occupandone per alcune ore uffici e locali. Questa irruzione avviene sotto gli occhi di mezzo mondo poiché in quel momento cruciale erano sul luogo giornalisti e televisioni di tutti i continenti. A sgombero avvenuto si contano sei morti e un certo numero di feriti – anche tra le forze di polizia – sull’identità dei quali tuttavia viene mantenuto un imbarazzato per non dire curioso e perdurante silenzio istituzionale. Veniamo dunque a ciò che ci interessa. Sulla soglia dell’irruzione, all’acme della tensione, in un messaggio inviato ai manifestanti, ai 75 milioni di elettori che lo avevano votato e agli 89 milioni di follower dichiarati sulla piattaforma di Twitter, Donald Trump ( @realDonaldTrump ) ribadisce le sue posizioni sulla “vittoria rubata” dai democratici, inneggia apertamente alle buone ragioni dell’adunata in suo sostegno ed esprime tutto il suo “amore” per i manifestanti. Più blandamente, tuttavia, invita anche gli attivisti a tornarsene a casa per poter proseguire nei giorni a venire la loro sacrosanta iniziativa di lotta. In risposta a questo suo tweet, sostenendo che le parole del presidente avevano violato la “policy” del servizio, Mark Zuckerberg per la piattaforma di Facebook decide di bloccare temporaneamente il profilo di Trump e dichiara: “Il rischio di consentire al presidente di continuare a usare il nostro servizio in questo momento è semplicemente troppo grande. Per questo estendiamo il blocco che abbiamo deciso sui suoi account Facebook e Instagram a tempo indeterminato e per almeno le prossime due settimane, fino a quando una pacifica transizione di potere sarà completata”. [NOTA 2]. Quasi in contemporanea una analoga decisione viene presa dalla piattaforma Twitter che, in quel momento, sospende il profilo personale di Trump per 12 ore. Donald Trump, ancora formalmente presidente degli Stati Uniti, risponde a questa mossa spostando i suoi messaggi sull’account presidenziale #POTUS, ospitato anch’esso sulla piattaforma Twitter. Ma Jack Dorsey, CEO di Twitter, con una ulteriore progressione, decide a quel punto di bannare “a tempo indeterminato” anche #POTUS adducendo come motivazione “il rischio concreto che (Trump) inciti alla violenza anche il prossimo 27 gennaio”; data in cui rumor insistenti, soprattutto sui “social”, annunciavano una nuova manifestazione pubblica dei sostenitori di Trump. Ecco, ho riportato le prese di posizione di Facebook e di Twitter perché in qualche modo esse fanno emergere, oltre allo scontro tra repubblicani e democratici, tra seguaci di Trump e istituzioni politiche, anche una tensione la cui qualità specifica sembra destinata a proiettarsi ben oltre gli Stati Uniti. L’aperto conflitto tra l’esponente in carica di uno Stato e la coalizione di un certo numero di piattaforme digitali della Silicon Valley che si stringe in alleanza per togliergli visibilità e parola nel continente digitale ci offre infatti l’anteprima di uno scontro di potere che da allora abbiamo già visto riprodursi sempre più velocemente e in più varianti in molte altre parti del mondo: in Australia, in Uganda [NOTA 3], nel Myanmar [NOTA 4]; e i cui sintomi già si erano mostrati perfino in Europa [NOTA 5].

Vediamo ora la seconda storia. Nel febbraio del 2021 il Governo australiano mette in discussione una proposta di legge intesa a obbligare le grandi piattaforme digitali a pagare i diritti agli editori per i link che conducono agli articoli pubblicati dai media australiani. In risposta a ciò, prima ancora che il Parlamento sia giunto a una decisione, Facebook e Google rendono invisibili i link di collegamento alle pagine dei giornali australiani bloccando in tal modo l’accesso degli utenti. In questo blocco restano ovviamente coinvolte anche un gran numero di “informazioni essenziali sui servizi sanitari e di emergenza” [NOTA 6] che di quel motore di ricerca e di quella piattaforma abitualmente si servono. E questo, in tempo di Covid, rafforza la potenza del ricatto. A questo punto, commentando la vicenda, il premier australiano Scott Morrison, si fa portavoce delle “preoccupazioni che sempre più Paesi esprimono sul comportamento delle aziende Big Tech, società che pensano di essere più grandi e influenti dei governi e ritengono di essere al di sopra delle regole”. Al conflitto tra Big Tech e governi, già ben delineato nella prima storia, si affianca qui quello tra settori diversi del capitalismo e tra monopoli e imprese minori. Più precisamente: tra il capitalismo digitale emergente e i grandi (e piccoli) gruppi dell’editoria cartacea. Una contraddizione che ha in palio la marea di miliardi che vengono ogni giorno spesi in pubblicità. Contraddizione, tuttavia, che non ha faticato a trovare soluzione con gli accordi stipulati sia da Google che da Facebook con News Corp di Rupert Murdoch, il gruppo monopolistico più forte della carta stampata australiana (controlla il 70% delle testate) e con Seven West Media, a totale scapito naturalmente dei piccoli editori [NOTA 7].

Le poche scene in cui ho riassunto i passaggi salienti della contraddizione in corso tra il dominio digitale delle grandi piattaforme e il potere politico degli Stati e di altri governi ci offre l’occasione di mettere meglio a fuoco anche la metamorfosi in atto nello spazio pubblico locale oggetto di questo scritto poiché non riguardano soltanto o principalmente ciò che è avvenuto negli USA, in Australia, in Uganda, nel Myanmar o in Spagna in un momento particolare della loro storia interna, ma proiettano il loro significato sull’intero continente digitale. Ci riguardano nella misura in cui gli account, le pagine e i profili che vengono aperti in qualsiasi parte del mondo su quelle piattaforme sono da esse gestiti – tenuti aperti, momentaneamente oscurati oppure chiusi – in piena autonomia o comunque in accordo coperto con questa o quella fazione politica del potere politico locale che volta a volta maggiormente tutela i loro interessi economici e solo quelli.

 

Tre domande fondamentali

Tornando alla deriva privatistica dello spazio pubblico italiano cui ho fatto cenno nella prima parte di questo scritto e tenendo conto dei fatti sopra riportati penso che tre domande ce le dovremmo pur fare.

La prima: fino a che punto gli interessi privati dell’oligarchia digitale possono già oggi condizionare quelli di uno Stato?

La seconda: fino a che punto gli interessi di uno Stato sono ancora in grado di tenere a freno le ambizioni strategiche di Big Tech?

La terza: fino a che punto le piattaforme private svolgono effettivamente la funzione di un vero e proprio spazio pubblico?

Per bocca del suo portavoce Steffen Seiber, la cancelliera tedesca Angela Merkel ha accennato una risposta definendo “problematica” la chiusura degli account sui social network del presidente americano. “È possibile interferire con la libertà di espressione, ma secondo i limiti definiti dal legislatore, e non per decisione di un management aziendale” [NOTA 8]. Il filosofo Massimo Cacciari, a sua volta, è entrato in argomento stigmatizzando come “inaudito” che imprenditori privati quali Dorsey e Zuckerberg, padroni delle reti, possano controllare e decidere se i messaggi circolanti in rete siano o meno osceni. Anche per lui, insomma, “dovrebbe esserci una forma di autorità politica che decide. Esattamente così come c’è l’Autorità per la concorrenza, per la privacy, che decide ‘questi messaggi in rete sono razzisti, sono sessisti, incitano alla violenza’ e così via.” [NOTA 9]. L’economista Luigi Zingales, dopo aver definito l’esclusione di Trump dalle piattaforme di Facebook e di Twitter “una straordinaria limitazione della libertà personale, che può essere imposta solo dalle autorità legittime in seguito ad un giusto processo, non da compagnie private” ha ulteriormente precisato che questo “colpo di stato silenzioso non sarebbe stato possibile senza l’estrema concentrazione del settore digitale” [NOTA 10].

Potremmo fare altri esempi ma ci possiamo accontentare perché i tre precedenti esprimono l’essenziale della discussione in corso tanto ricca di buoni propositi quanto, credo di poter dire, “fuori misura”. Posta su quel piano, infatti, la riflessione resta assai lontana dalla radice più profonda del problema. Non mette in discussione l’essenziale. Che non può essere ridotto all’arroganza monopolistica di queste imprese planetarie senza chiamare in causa la loro sostanza capitalistica. L’antitrust o l’Authority per la difesa della privacy non sono altro che pallidi palliativi, peraltro impotenti vista la radicalità dell’espropriazione di dati sensibili che aziende come Google, Microsoft, Facebook e Amazon da almeno vent’anni portano avanti disdegnando platealmente le tiratine d’orecchie dei benevoli Stati d’Occidente. Inoltre, se mai si potesse porre la museruola alla smisurata ambizione di addentare dati e di incrementare le posizioni di dominio dell’oligarchia digitale non per questo si riuscirebbe a incidere sul codice sorgente del rapporto di produzione capitalistico. Questa è da sempre l’illusione delle democrazie liberali e delle socialdemocrazie europee in tutte le versioni storiche che negli ultimi cento anni hanno assunto. Ed è da sempre anche una illusione sconfitta. Ma l’obiezione può essere spinta perfino più a fondo. Essa non tiene conto, infatti, del mito originario su cui poggia il web. Quel mito autorevolmente rilanciato di recente da Tim Berners-Lee – l’inventore del WEB – quando, riferendosi alla legge poi approvata dal Parlamento australiano per far pagare a Google e a Facebook i collegamenti che consentono la visualizzazione delle notizie pubblicate dai media cartacei ha voluto ribadire il principio fondamentale del suo credo: la libertà assoluta di collegarsi senza alcun vincolo o pedaggio sul web; principio che se venisse anche solo scalfito, egli ha detto, farebbe precipitare il web nel disastro. Insomma, senza questa possibilità per chiunque di linkare liberamente “il web ne uscirebbe minato alla radice” [NOTA 11]. Come si permettono dunque gli staterelli locali del pianeta e i sostenitori a vario titolo delle museruole d’insistere su questo punto? Secondo questa mitologia delle origini, apparentemente libertaria, imporre vincoli ai link di condivisione delle news comporterebbe una minaccia per i diritti degli avatar che popolano il continente virtuale e per l’immensa rete delle reti costituirebbe una malattia mortale. In effetti, come abbiamo visto in Australia il blocco dei link colpisce un po’ tutti ma sono anzitutto e soprattutto i frequentatori singoli delle piattaforme e i piccoli editori ad essere penalizzati perché i gruppi monopolistici tra loro trovano quasi sempre il modo di venire a patti stipulando accordi commerciali di reciproca convenienza. E, quando non li trovano, il pesce grosso si mangia con piacere quello più piccolo. D’altra parte, piaccia o non piaccia a Tim Berners-Lee, che i colonizzatori del web abbiano creato i più grandi monopoli mai esistiti sul pianeta e proprio da questa sua mitologia traggano gli argomenti per legittimare gli enormi profitti ricavati è un dato di fatto. La malattia mortale del web in questa prospettiva non è portata dai governi che cercano in modo dopo tutto assai delicato di regolamentare in qualche modo lo strapotere delle piattaforme, bensì è la radice capitalistica che fin dalla loro origine ne costituisce il codice sorgente. In una tale cornice la risposta alla terza domanda cammina sulla corda dei funamboli senza rete. Un solo passo falso e si va giù. La libertà di link e di parola sotto il monitoraggio permanente di algoritmi censori – e perfino di “moderatori di contenuti”, lavoratori umani a contratto precario – vista l’incertezza degli attuali algoritmi nel saper distinguere con chiarezza intenzioni e significati attribuiti alle parole dei post, ai messaggi e alle immagini, dagli iscritti alle piattaforme e dagli inserzionisti, ricorda molto la condizione carceraria dove per far fronte alla censura i detenuti più presenti a sé stessi nel migliore dei casi finiscono per imporsi consapevolmente l’autocensura permanente. In entrambi i casi, del resto, la comunicazione avviene in un contesto obbligante e, francamente, sottoporre la propria parola al carceriere, agli algoritmi censori di Google-Facebook-Twitter o ai loro “moderatori di contenuti”, non fa proprio alcuna differenza. Ciò che agli uni o agli altri non nuocerà verrà lasciato libero di circolare, ciò che invece in qualche modo verrà ritenuto nocivo genererà conseguenze. Ma rispetto al carcere la sorveglianza delle piattaforme è anche peggiore. Esse, infatti, si approprieranno comunque di tutti i dati in esse riversati. D’altra parte, è anche vero che attualmente la quasi totalità della comunicazione politica avviene ormai proprio su quelle piattaforme ovvero all’interno di quella che potremmo chiamare l’area di sorveglianza e di tolleranza della “grande élite” digitale. Il che ci chiede di spendere ancora due parole sull’Intelligenza artificiale.

 

Intermezzo: dalle grandi élite alla Intelligenza Artificiale

Nel 1956, Charles Wright Mills, in un saggio sociologico molto acuto [NOTA 12] cercò di mettere in evidenza il modo in cui le forze motrici del capitalismo industriale – oligarchie digitali, finanziarie, militari e politiche – intrecciavano le loro relazioni strategiche in luoghi non dichiarati e sovranazionali. In quei luoghi le “grandi élite del potere” maturavano i loro confronti e le loro decisioni invisibili; i contenuti forti della loro azione egemonica. Inutile dire che quel metalivello di ingegnerizzazione delle dinamiche sociali restava coperto allo sguardo dei cittadini e per chi poteva avere accesso a quei confronti non era conveniente farne parola altrove.

Anche ai nostri giorni le “grandi élite” del capitalismo digitale planetario continuano a intrecciare relazioni indicibili tra sé e con governi o Stati ma, a differenza degli anni in cui scriveva Mills, la catena di comando trova oggi nuove linee di occultamento e si disperde in quel complesso sistema che l’etichetta Intelligenza Artificiale indica e nasconde. Tanto per evitare equivoci di ascendenza heideggeriana va chiarito allora che di quel complesso l’oligarchia digitale ha saldamente in pugno i brevetti e il monopolio delle intenzioni oggettivate nei dispositivi. L’Intelligenza Artificiale, debole o forte che sia, in altri termini, non manifesta un “dominio della tecnica” ma trasmette, come sempre è stato nelle società capitalistiche, gli interessi e le intenzioni dei magnati di Big Tech e dei loro azionisti. I dispositivi sistemici dell’Intelligenza artificiale, intendo dire, non stanno affatto rendendosi autonomi dalla gestione umana. All’origine della loro operatività troviamo ancora, come sempre, matematici, informatici, ingegneri sociali e, prima ancora, consigli di amministrazione, azionisti e padroni (parola abbandonata ma più che mai attuale). Detto questo, è anche vero però che il grado di autonomia relativa dei sistemi di Intelligenza artificiale oggettivati sta guadagnando giorno dopo giorno terreno; e che la loro operatività ordinaria tende a eliminare via via un numero crescente di intermediazioni umane. Quando ci rechiamo a un bancomat, chiediamo consigli a un navigatore, scegliamo un film su Netflix, clicchiamo like, lanciamo tweet, scriviamo mail, poniamo “query” a Google, tra noi e la risposta gli umani sono assenti. Oggi, per farla breve, le “grandi élite” si stanno oggettivando nei nostri dispositivi personali, negli smartphone e negli iPhone che maneggiamo compulsivamente e, sotto forma di algoritmi, dal loro interno, mentre amichevolmente ci assecondano o ci consigliano, inoculano nelle nostre identità di connessione un quid di quell’intenzionalità capitalistica di cui sono espressione. Ecco, questa gestione disciplinare degli umani digitalizzati mediante l’intelligenza artificiale disseminata, come ha scritto Miguel Benasayag, mentre annuncia il ritorno del totalitarismo [NOTA 13] ma in una veste nuova, procede alla distruzione sistematica di un grande numero di ambiti relazionali. E, nel quadro della nostra riflessione, questa distruzione ha di mira anzitutto proprio quello che un tempo veniva percepito come “spazio pubblico”. Si tratta infatti di una distruzione per annessione: per acquisirne i luoghi, sussumerli nella dimensione digitale riproposta in una nuova versione scorporata, de-umanizzata e virtuale, per seminare gli standard di una nuova e automatica obbedienza. Con tutto ciò la nostra ormai esangue libertà di decisione – quello spazio di libertà che Hannah Arendt ha messo a fondamento della nozione stessa di libertà – dovrà ora sempre più confrontarsi.

 

Contro la colonizzazione dello spazio pubblico

La colonizzazione dello spazio pubblico da parte delle aziende digitali private, se solo rivolgiamo lo sguardo ai luoghi d’incontro effettivi, si mostra ai nostri occhi sia come mancanza di luoghi reali garantiti dalle istituzioni e utilizzabili dai cittadini reali per socializzare, agire il confronto politico, far musica, teatro, cultura e quant’altro possa contribuire a produrre intreccio, discussione, coinvolgimento e costruzione collettiva del tessuto sociale; sia come sublimazione digitale di questi luoghi, attrezzata con piattaforme private specializzate nella rapina di ogni genere di dati e nella loro vendita ai mercanti del marketing commerciale o politico. Una doppia espropriazione in seguito alla quale i nostri corpi e le relazioni di cui si nutrono per soddisfare i loro desideri sociali vengono radicalmente disconfermati per lasciare spazio all’incorporea leggerezza delle identità di connessione. Identità, lo ribadisco, oggetto e mira di azioni e di intenzioni intrinsecamente alienanti. Va detto anche però che un ruolo rilevante in questa devitalizzazione dello spazio pubblico e del suo stravolgimento digitale l’hanno assunta quelle figure politiche che in questa direzione si sono spinte in prima linea. Leader di partiti politici, primi ministri, capi di Stato. Su Twitter, ad esempio, Donald Trump, prima di essere bannato “nei quattro anni della sua pre-sidenza ha postato 26.557 tweet, in media 18 al giorno” [NOTA 14]. Giuseppe Conte, nella sua veste di Presidente del Consiglio, ha ripetutamente dato i suoi appuntamenti pubblici con i cittadini dal balconcino di Facebook. Come se per ascoltare le motivazioni dei suoi DPCM fosse necessario aprirsi un profilo sulla piattaforma americana. Intendo dire che queste, come molte altre figure pubbliche di primo piano, per accreditare sé stesse hanno scelto di eleggere le piattaforme digitali private come spazi pubblici. Non interessano qui le considerazioni personali o politiche che li hanno spinti a fare questo passo. Quello di cui va preso atto è che l’hanno fatto e, così facendo, hanno degradato e umiliato la comunicazione istituzionale e lo spazio pubblico alla condizione di account su una piattaforma digitale privata.

Certo, in quest’ultimo anno, la chiusura per decreto di una gran parte dei luoghi pubblici residuali – circoli culturali, spazi d’incontro, centri sociali, musei, teatri – peraltro bollati come “non essenziali” o “non vitali”, ha contribuito a rafforzare questa tendenza. Ma sarebbe un errore ritenere che l’assalto alle piattaforme digitali sia di questa “emergenza” soltanto una conseguenza. Sappiamo tutti per esperienza diretta che lo spazio pubblico si va dissolvendo anche per scelta di quei cittadini che trovano più comodo scambiare messaggi infuocati in un gruppo WhatsApp, oppure post al vetriolo sulla piattaforma di Facebook o ancora immagini dissacranti su Instagram, piuttosto che calarsi in carne e ossa nei luoghi vivi e faticosi del consorzio umano dove la tensione dialogica deve fare i conti con gli interlocutori in presenza. Come pure sappiamo che post, messaggi e videoconferenze sulle piattaforme non smuovono di un micron i rapporti di proprietà, ovvero i rapporti di produzione materiale della vita. Anzi, li riconfermano come i ricavi e i profitti di Facebook, Twitter, Google, Microsoft e altri ancora, impietosamente e in modo ostentato sono lì a dimostrare.

 

In difesa dello spazio pubblico

La difesa dello spazio pubblico e dei luoghi pubblici aperti a tutti cittadini e finalizzati all’esercizio del loro benessere relazionale e del loro diritto di coltivare incontri, confronti, atti-tudini e progetti, oggi pesantemente minacciato dall’abbandono delle istituzioni e dal processo di colonizzazione aggressiva trainato dell’oligarchia digitale chiede ad un tempo una disposizione antropologica e un immaginario istituente. La prima riguarda la difesa del primato delle relazioni sociali e interpersonali sulle connessioni digitali; una battaglia contro il proprio personale e acritico sdoppiamento. Va da sé che in quest’epoca sono gli stessi contesti istituzionali che ci inducono, quando non ci obbligano, a operare in prevalenza con le nostre identità di connessione nei luoghi digitali: lavoro a distanza, didattica a distanza, esami a distanza, conferenze a distanza e così via. Non è però egualmente scontato che questi luoghi abbiano la stessa valenza di quelli in cui si affermano e si cimentano le nostre identità relazionali. La disposizione antropologica di cui parlo è allora quella che, pur non rinunciando ad operare in connessione, si batte per non subordinare o perdere il proprio ancoraggio relazionale; perché lì e soltanto lì la specificità dell’umano vive o muore. L’immaginario istituente, invece, ci è richiesto dalla presa d’atto del sempre più profondo malessere personale e dall’accrescersi esponenziale delle disuguaglianze sociali verso cui il modo di produzione capitalistico, ancor più nella sua fase digitale, ci sta conducendo e precipitando. Non è vero che l’innovazione digitale porta a maturazione l’anima progressista del capitalismo. Il progresso dell’Intelligenza Artificiale, degli algoritmi predittivi, e così via è direttamente proporzionale al conseguimento delle intenzionalità di profitto e di dominio in essi oggettivato. Altra cosa è la prospettiva del progresso sociale che oggi si misura sulla nostra capacità di acquisire coscienza delle istituzioni, degli ambienti e dei contesti che ci attraversano e dai quali dipendiamo, così come dal nostro impegno in prima persona nell’azione di gruppo per trovare insieme vie di fuga e di emancipazione dall’atomizzazione digitale e burocratica che ci paralizza.

 

NOTE

1 Sreenath Sreenivasan intervistato da Jaime D’A-lessandro; Repubblica, 10/01/21

2 https://www.ansa.it/sito/notizie/mon-do/2021/01/07/zuckerberg-blocca-trump-su-face-book-e-instagram-rischio-troppo-grande_a27b-b6c2-1bf1-4448-aa89-49f08242eb6a.html

3 All’inizio di gennaio il governo ugandese ha bloccato l’accesso a Facebook e ad altre piattaforme accusandole di consentite la manipolazione del processo elettorale in corso. A elezioni avvenute le piattaforme oscurate sono state riaperte, ma non quella di Facebook.

4 Nel Myanmar, Facebook ha disattivato profili e pagine dei sostenitori dei generali che il 1 febbraio avevano assunto con un atto di forza il potere dello Stato. E questi, pochi giorni dopo, hanno limitato a loro volta gli accessi a Facebook

5 Spagna: il 16 dicembre 2014 Google aveva indirizzato agli utenti spagnoli questo messaggio: “Google News ha chiuso in Spagna (…), in seguito ai recenti cambiamenti nella legislazione spagnola, le pubblicazioni degli editori spagnoli non compaiono più in ‘Google noticias’”.

6 fonte: https://www.ansa.it/sito/notizie/mondo/2021/02/18/facebook-oscura-lau-stralia-scontro-sulla-nuova-legge_1aebb-b45-0367-44ec-ba33-fb1911dfca13.html

7 Kewin Carboni, Wired, 16/03/21: https://www.wi-red.it/attualita/media/2021/03/16/facebook-austra-lia-murdoch-news-corp-notizie/?refresh_ce=

8 Repubblica, 1/11/21

9 Massimo Cacciari, Agenzia Adnkronos, 8/01/21

10 http://vocidallestero.blogspot.com/2021/01/zin-gales-il-colpo-di-stato-silenzioso.html

11 https://www.theguardian.com/media/2021/jan/20/australias-proposed-media-code-could-break-the-world-wide-web-says-the-man-who-invented-it; Carlo Bonini (a cura di), La guerra mondiale delle News, Longform, Rep, 7/03/21

12 Charles Wright Mills, The Power Elite, Oxford, University Press, New York, 1956.

13 Miguel Benasayag, La tirannia dell’algoritmo, Vita e pensiero, 2020

14 Enrico Pedemonte, Trump e i social asociali; in Limes 1-2001

 

(*) testo ripreso da “Su la testa” di maggio.

 

da qui