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mercoledì 13 gennaio 2016

Danilo Kiš, scrittore dalla nostra parte - Božidar Stanišić


Nel 2015 cadeva l’anniversario degli ottanta anni dalla nascita del grande scrittore Danilo Kiš. Un commento e alcuni brani inediti in Italia

Una critica, dall’alto
Il mio amico Fer – Ferdinando è troppo lungo, sia per me che per lui – mi telefonò, qualche tempo fa. “Da lontano”, disse con un riso fugace, interrotto da una tosse alquanto insistente. Questo novembre friulano, più caldo che mai, in Carnia è diverso. Il freddo è già arrivato, e nell’aria quasi si avverte l’odore della neve. Un villaggio, sette-otto anime, quello è il luogo del suo esilio, volontario. Così ci guarda da una ‘certa altezza’, a cui vanno aggiunti uno-due metri di libri che, quando li lesse da giovane, egli credette di non aver compreso a fondo. Non dovrei stupirmi di quella tosse, mi dice, essere settantenni nella vita reale non è come nelle pubblicità, dove gli anziani saltano recinti e flirtano con le ragazze in minigonna. A stupire lui è ben altro. Non appena pensai che mi avrebbe detto qualcosa sull’insorgere di fili spinati lungo le frontiere dei paesi europei, oppure sugli ultimi attentati di Parigi, egli rimarcò come un certo silenzio, in Europa, e così anche in Italia, si fosse accumulato intorno ad uno scrittore. Quest’anno (2015) avrebbe compiuto ottanta. Lui, Danilo Kiš (1935-1989). Per i tipi della casa editrice Adelphi, sette delle sue opere sono apparse in italiano – anche questi libri Fer li ha trasferiti lassù. Per quanto a sua conoscenza, nessuna delle università italiane aveva dedicato attenzione a questo anniversario così importante, uno di quelli che non dovrebbero essere solo un ‘pro forma’. Per quel che ne sa lui, se ne parlò un po’ a Parigi, presso l’École des hautes études.
Lui, Fer, nonostante avesse frequentato due corsi di lingua serba e uno di lingua croata, non era riuscito a capire con sufficiente chiarezza le notizie che, relativamente a questo anniversario, giungevano da territori ad est di Sežana. Dopo aver taciuto per un po’, disse che a quel silenzio anch’io avevo aggiunto una bracciata di mutismo. Non mi ero fatto sentire nemmeno con una parola, né su qualche giornale né sull’Osservatorio Balcani e Caucaso. Gli pareva, ecco, che finora io non fossi stato indifferente nei confronti degli anniversari, soprattutto sulle pagine di OBC.


Danilo Kiš - AUTUNNO 

iniziano le festività nuziali
le grida amorose del picchio sembrano
colpi di tamburo
l’arte della seduzione è infinitamente
varia
si fidanzano le anatre selvatiche
in novembre
accade così che
stormi di viaggiatori
giunti in volo fin dalla russia
si incontrino con gli autoctoni sugli stessi
laghi dell’île-de-france
e allora nascono grandi amori
seguiti da tragedie
e maldicenze
(trad. dal serbo-croato di Alice Parmeggiani)


Kiš – tra Racconto e bottiglia di plastica
No, gli risposi, non sono indifferente, anche se penso che sia più utile contemplare la letteratura quotidianamente piuttosto che farlo appositamente. Tuttavia, gli anniversari – di nascita o  morte di personaggi illustri – sono una specie di specchio. Solo che io, purtroppo, non riesco a racchiudere il mio Kiš in mille parole – è da lì che deriva il mio, ad esempio, ‘OBC’ silenzio. Quanto invece alle università che avrebbero potuto rendere un hommage a Kiš, tu, caro Fer, prendi un foglio di carta e scrivi una lettera di protesta a qualche direttore di cattedra. (È tanto che ci conosciamo, sapevo che non se la sarebbe presa a male). Può darsi che ci sia ancora qualcuno a cui, oltre ad arricchire il proprio curriculum vitae, interessa anche leggere qualche lettera insolita.
Eppure, caro Fer, il silenzio di cui parlavi non è tutto nero. Pur non essendo uno scrittore per il grande pubblico, Kiš è letto da New York a Tokyo. Rimanendo, a dire il vero, lontano dai grandi numeri. Si vende come una specie di veleno che, una volta consumato, induce quel tarlo che abita il cervello e il cuore (magari non proprio di tutti) a costringere la mano a scrivere con l'iniziale maiuscola Memoria, Racconto, Vittoria sull'oblio. È un veleno che tende a risvegliare anche l'interrogativo sul senso della letteratura nel XXI secolo. Non posso che essere dispiaciuto per il fatto che lo studio di Mark Thompson Birth Certificate: The Story of Danilo Kiš non sia disponibile in italiano. Frutto di una ricerca durata vent'anni, questo libro, uscito nel 2013, ha avuto la sua prima edizione belgradese già nell'anno seguente  sotto il titolo Potvrda o rođenju – Priča o Danilu Kišu, nella traduzione di Muharem Bazdulj. Nel recensire quest'opera, originariamente pubblicata negli Stati Uniti e in Gran Bretagna, e in seguito tradotta anche in tedesco (sono inoltre in preparazione edizioni spagnola e cinese), il poeta Charles Simić la considera il primo ampio studio critico-biografico su Danilo Kiš in lingua inglese. Il recensore è tuttavia preoccupato (il veleno-Kiš funziona) dal fatto che lo studio di Thompson arrivi in un periodo in cui la letteratura straniera viene insegnata sempre meno nei licei e nelle università, sicché i nomi un tempo ben noti negli ambienti accademici oggi risultano praticamente sconosciuti non solo agli studenti, ma persino ad alcuni dei loro professori. (A questo punto mi fermai: non sarà forse una delle mie lezioni, telefonica?)
“Ah“, scappò a Fer, “dove ci troviamo“?
“Mmh“, caro Fer, “chi in Carnia, chi in pianura“. No, lui non era soddisfatto: “Non è scherzando che si risolvono le cose, intendevo piuttosto – dove sta Kiš“? “Nelle sue opere“, risposi. No, Fer non era ancora contento, “dove cercare Kiš oggi“? “Tra Racconto e bottiglia di plastica“, dissi all'improvviso.  “Mmh, il racconto è 'qualcosa', la bottiglia di plastica invece è – nulla?“ Poi volle sapere il perché del mio silenzio. E cosa avrei dovuto dirgli? Che il Racconto è 'tutto', mentre la bottiglia di plastica, (per) come la vedeva Kiš, non equivale proprio al 'nulla'? Poiché è indistruttibile, come la banalità. E io aggiungo: lo scrittore, ad onta di tutto, sceglie il Racconto. Questo è importante, soprattutto oggi che stiamo superando le previsioni di Orwell circa la riduzione del vocabolario umano. Questo scomodo pensatore inglese sosteneva a suo tempo che nell'arco di mezzo secolo non avremmo usato più di seicento parole al giorno. Le statistiche attuali indicano che si è scesi al di sotto di trecento.

Kiš, scrittore dalla 'nostra parte'
Quella preoccupazione positiva, a cui accennavo prima riferendomi alla recensione di Simić, si avverte anche nelle parole di Gojko Božović, direttore della casa editrice belgradese Arhipelag: ”Provo la più profonda soddisfazione personale, letteraria e professionale di fronte a questa nuova edizione de Le Opere di Danilo Kiš in dieci volumi, che oltre ad essere un esempio di grande impegno editoriale, è anche un lascito alle generazioni future. La narrativa di Danilo Kiš si inscrive tra le grandi opere dell’epoca moderna e resta un modello, uno dei più alti pertinenti alla sfera letteraria. Abbiamo sempre più bisogno di tali modelli, soprattutto oggi, quando si è inclini a pensare che la letteratura non conti niente, o che possa essere equiparata a qualsiasi tipo di testo scritto nei momenti di ozio”.

Filip David, dai "Frammenti su Kiš”

Danilo possedeva una qualità che manca a molti intellettuali dei nostri tempi – un forte sentimento per l'etica che aveva origine nella sua infanzia. Il confronto precoce con la violenza e con l'ingiustizia l'aveva determinato alla resistenza, sia nella letteratura che nella realtà. 
La sua etica  proveniva proprio dalla percezione precoce degli orrori della  vita, dalla conoscenza della sofferenza umana, dei crimini assurdi e atroci sui quali, ci pare, siano basate molte fondamenta del nostro mondo, oggi come nel passato. Quando la cognizione della malvagità presente nel mondo si fa viva nel primo periodo della nostra crescita, si allunga nel resto della nostra vita come un'ombra tragica.
Da quell'ombra esce la forte voce di Danilo contro le tragedie degli innocenti, tanto nei lager quanto nei gulag. La determinazione a promuovere giustizia si sentiva in ogni suo gesto, in ogni sua riflessione sia politica, sia letteraria  o che fosse manifestata in occasioni di incontro quotidiano con gli amici. Chiedeva agli altri ciò che lui stesso praticava: coerenza, sincerità, precisione. Penso che inorridisse sia per la stupidità umana, che per la sciatteria, la mediocrità, la disonestà, e soprattutto per il potere dell'uomo contro l'uomo, personificato nei regimi dittatoriali e totalitari.
(Filip David, dai »Frammenti su Kiš«, trad. dal serbo B.S)

No, quest’anno, così come l’anno scorso in cui ricorreva il venticinquennio della morte di Danilo Kiš, non era povero ‘lì’, nella vecchia Jugo – oggi intersecata da discordanze e confini. (Kiš ci lasciò riflessioni profetiche sul nazionalismo, ecco solo un estratto dell’omonimo testo: “Da dove vengono, ci chiediamo, questa vigliaccheria, questa predilezione, questo slancio del nazionalismo nel nostro tempo? Soggetto all’oppressione ideologica, spinto ai margini delle tendenze sociali, schiacciato e smarrito tra ideologie contrastanti, inetto alla rivolta individuale poiché essa gli è stata negata, l’individuo è finito per trovarsi in bilico, nel vuoto; pur essendo un essere sociale non partecipa alla vita sociale, pur essendo un essere individuale si vede privato dell’individualità in nome dell’ideologia, e cos’altro gli resta da fare se non cercare il proprio essere sociale altrove?”).
Si tennero conferenze, incontri, spettacoli teatrali, proiezioni cinematografiche – tutto in suo onore – e non solo a Belgrado, che lo scrittore, malgrado tutto, amava con un amore dolente. È vero che Kiš era membro corrispondente dell’Accademia serba delle scienze e delle arti, ma ciononostante – che io sappia – quest’Alta istituzione non si è fatta sentire a proposito della ricorrenza in questione. Il che, tuttavia, è un segno. Probabilmente più chiaro e – paradossalmente? – più positivo di quanto non sembri. E facilmente tramutabile nel domandarsi che cosa ci starebbe a fare Kiš in un’Accademia, di qualsiasi tipo e sotto qualsiasi egida. In fin dei conti, ogni accademia è esclusivamente ’nostra’, padrona dei territori e confini ben demarcati.
Pare che il giudizio di Nicholas Lezard, critico letterario del Guardian, espresso a seguito della recente ristampa dell'Enciclopedia dei morti di Kiš in edizione economica, ci suggerisca implicitamente una spiegazione. Per quanto forte fosse il suo debito nei confronti di Borges, Kiš si distingue, secondo Lezard, “per il suo calore, per una maggiore comprensione della sofferenza umana”. È uno di quegli scrittori di cui si ha la sensazione che stiano dalla parte del lettore. Fu uno dei più grandi del suo tempo, un intelletto non solo originale, ma anche compassionevole, capace, come dimostra questa raccolta, di inspirare nuova vita nel racconto. In sintesi, non posso raccomandare questo libro abbastanza né fare a meno di esortarvi a leggerlo.“
È tutto?
È tutto, caro Fer, e – come vedi – intorno a Kiš non regnano sovrani quei silenzi. E per un passatempo – triste e allegro insieme? – ascolta Danilo come suona la chitarra e canta, lo si trova facilmente in rete.

venerdì 23 agosto 2013

Consigli a un giovane scrittore - Danilo Kiš

Coltiva il dubbio riguardo alle ideologie e ai princìpi dominanti.
Tieniti a distanza dai princìpi.
Fai attenzione a non inquinare la tua lingua con quella delle ideologie.
Persuaditi di essere più forte dei generali, ma non ti misurare con loro.
Non credere di essere più debole dei generali, ma non ti misurare con loro.
Non credere nei progetti utopistici, salvo in quelli che concepisci tu stesso.
Mostrati ugualmente fiero davanti ai principi e alle folle.
Abbi la coscienza tranquilla riguardo ai privilegi che ti conferisce il tuo mestiere di scrittore.
Non confondere la maledizione della tua scelta con l’oppressione di classe.
Non essere ossessionato dalle urgenze storiche e non credere nella metafora dei treni della storia.
Non saltare, quindi, sui “treni della storia”: è solo una stupida metafora.
Ricordati sempre di questa massima: “Chi centra l’obiettivo sbaglia tutto”.
Non scrivere reportage sui Paesi che hai visitato come turista; non scrivere affatto reportage, non sei un giornalista.
Non credere alle statistiche, ai numeri, alle dichiarazioni pubbliche: la realtà è ciò che non si vede a occhio nudo.
Non visitare le fabbriche, i kolchoz, i cantieri: il progresso è qualcosa che non si vede a occhio nudo.
Non ti occupare di economia, di sociologia, di psicoanalisi.
Non seguire le filosofie orientali, lo zen, il buddhismo, ecc., hai cose più importanti da fare.
Sii cosciente che la fantasia è sorella della menzogna, e perciò pericolosa.
Non ti associare con nessuno: lo scrittore è solo.
Non credere a quelli che dicono che questo è il peggiore dei mondi.
Non credere ai profeti, perché tu sei profeta.
Non fare il profeta, la tua arma è il dubbio.
Abbi la coscienza tranquilla, i principi non ti riguardano: sei tu un principe.
Abbi la coscienza tranquilla, i minatori non ti riguardano: sei tu un minatore.
Sappi che quel che non hai detto ai giornali non è perduto per sempre: è la torba.
Non scrivere a comando sui fatti del giorno.
Non scommettere sull’istante, te ne pentiresti.
Non scommettere neanche sull’eternità, te ne pentiresti.
Sii insoddisfatto del tuo destino, solo gli imbecilli sono soddisfatti.
Non essere insoddisfatto del tuo destino, sei un eletto.
Non cercare scuse morali per coloro che hanno tradito.
Guardati dalla “terrificante coerenza”.
Guardati da false analogie.
Credi a coloro che pagano cara la propria incoerenza.
Non sostenere la relatività di tutti i valori, la gerarchia dei valori esiste.
Accogli con indifferenza le ricompense dei principi, ma non fare nulla per meritarle.
Convinciti che la lingua in cui scrivi è la migliore di tutte, poiché non ne hai un’altra.
Convinciti che la lingua in cui scrivi è la peggiore di tutte, anche se non la cambieresti con nessuna.
“Ma perché sei freddo, e né caldo né freddo, io sto per vomitarti dalla mia bocca” (Ap. 3,16).
non essere servile, i principi ti prenderanno per un usciere.
Non essere presuntuoso, sembreresti l’usciere dei principi.
Non ti lasciar persuadere che quel che scrivi sia socialmente inutile.
Non credere che quel che scrivi sia un lavoro “socialmente utile”.
Non credere di essere tu stesso un membro utile alla società.
Non farti convincere che per questo sei un parassita della società.
Credi che un tuo sonetto valga più delle dissertazioni dei politici e dei principi.
Fatti un’opinione personale su tutto.
A te le parole costano poco.
Le tue parole sono le più preziose.
Non parlare a nome della tua nazione, chi sei tu per pretendere di rappresentare chiunque, oltre te stesso?
Non stare all’opposizione, tu non sei di fronte, sei sotto.
Non ti mettere accanto al potere e ai principi, tu sei al di sopra.
Combatti le ingiustizie sociali, senza farne un programma.
Non permettere che la lotta contro le ingiustizie sociali ti distolga dal tuo cammino.
Conosci l’opinione altrui e poi dimenticala.
Non fare un programma politico, non fare alcun programma, tu crei dal magma e dal caos del mondo.
Guardati da chi ti propone soluzioni finali.
Non essere lo scrittore delle minoranze.
Rimettiti in questione, appena una comunità cerca di adottarti.
Non scrivere per il “lettore medio”: tutti i lettori sono medi.
Non scrivere per l’élite, l’élite non esiste, l’élite sei tu.
Non pensare alla morte e non dimenticare che sei mortale.
Non credere all’immortalità degli scrittori, sono fesserie da professori.
Non essere serio in modo tragico, è una cosa comica.
Non fare il commediante, i boiardi sono abituati al divertimento.
Non fare il buffone di corte.
Non credere che gli scrittori siano “la coscienza dell’umanità”: hai già visto troppe canaglie.
Non farti persuadere che sei niente e nessuno: hai già sperimentato che i principi hanno paura dei poeti.
Non andare incontro alla morte per nessuna idea e non persuadere nessuno a farlo.
Non essere un vigliacco e disprezza i vigliacchi.
Non dimenticare che l’eroismo richiede un prezzo molto alto.
Non scrivere in occasione di feste e commemorazioni.
Non scrivere elogi: te ne pentiresti.
Non scrivere orazioni funebri per gli eroi della nazione: te ne pentiresti.
Se non puoi dire la verità – taci.
Guardati dalle mezze verità.
Quando tutto il mondo fa festa, non c’è ragione che anche tu vi prenda parte.
Non fare favori a principi e boiardi.
Non chiedere favori a principi e boiardi.
Non essere tollerante per educazione.
Non difendere la verità a ogni costo: “Con gli imbecilli non si discute”.
Non farti convincere che tutti abbiamo ugualmente ragione e che i gusti non si discutono.
“Essere in due ad avere torto non significa che si è in due ad avere ragione” (Karl Popper).
“Ammettere che un altro abbia ragione non ci protegge da un ulteriore pericolo: credere che forse tutti hanno ragione” (idem).
Non discutere con ignoranti di cose che sentono da te per la prima volta.
Non avere una missione.
Guardati da coloro che hanno una missione.
Non credere al “pensiero scientifico”.
Non credere all’intuizione.
Guardati dal cinismo, anche dal tuo.
Evita i luoghi comuni ideologici e le citazioni.
Abbi il coraggio di dire che la poesia di Aragon alla gloria della GPU è un’infamia.
Non cercare per lui circostanze attenuanti.
Non lasciarti convincere che nella polemica Sarte-Camus avevano ragione entrambi.
Non credere alla scrittura automatica e alla “deliberata indeterminatezza” – tu aspiri alla chiarezza.
Rifiuta le scuole letterarie che ti si impongono.
Quando senti parlare di “realismo socialista”, rinuncia a qualsiasi altra discussione.
Sul tema della “letteratura impegnata” rimani muto come un pesce – lascialo ai professori.
Manda a fare una passeggiata chi paragona i campi di concentramento con il carcere de la Santé.
Manda al diavolo cento volte chi dice che la Kolyma era diversa da Auschwitz.
Chi afferma che ad Auschwitz sterminavano solo i pidocchi e non gli uomini – tu sbattilo fuori.
E con chi sostiene che tutto questo rappresenta una “necessità storica” – stesso trattamento.
“Vien dietro a me e lascia dir le genti” (Dante).

lunedì 9 gennaio 2012

I libri che mi sono piaciuti di più nel 2010

nel vecchio blog per qualche anno ho fatto una lista di libri che mi erano piaciuti di più durante quell'anno. 
la ripropongo per mia memoria e per la curiosità di chi ogni tanto molla tutto e legge un bel libro - franz


Ci sono dei racconti belli, e certi bellissimi, ci sono la letteratura e la vita (scusate se è poco), si sentono echi di Nagib Mahfuz  e Albert Cossery, due grandissimi scrittori egiziani, cosa volere di più? 

Come gli altri, un libro grandissimo. Un autore di quelli che qualunque libro tu legga, non sbagli. Ancora qualche libro non è stato stampato in italiano. Speriamo presto.
 
Ho letto anche questo libro di Yasmina Khadra, e, come gli altri, ti lascia senza parole. Racconta una storia durissima, a tratti insostenibile, soffri, ma non ti stacchi. Uno di quei casi in cui la letteratura arriva dove i giornali, quasi mai, non riescono ad arrivare, riesce a essere uno strumento di conoscenza e anche interpretazione del mondo. Agli scrittori questo si deve chiedere, altri devono cambiarlo.
Si imparano tante cose dai libri di questo scrittore. Oltre a godere di una scrittura coinvolgente. Approfittane anche tu.
 
L'ennesimo libro che leggo di Petros Markaris, col suo commissario Charitos.
Non annoia mai, Markaris è un grande della letteratura "di genere" europea, nell'olimpo con Mankell, Vargas, Nesser, Camilleri, e altri (ho citato solo qualche grande scrittore europeo vivente). Markaris scrive libri che sono più che "di genere", qui raccontano storie, si parla della società, dei conflitti, del rispetto, dell'essere umano, dell'amicizia, della pietas. I generi li hanno inventati per esigenze si sistemazione dei libri sugli scaffali delle biblioteche e delle librerie, l'unica distinzione in origine dovrebbe essere fra libri buoni e cattivi, almeno per me è questa. Chi lo legge capirà dove metterlo. E non avrà buttato via il tempo.
 
In questo libro i racconti "minori" sono bellissimi, gli altri perfetti. Come privarsene?
 
Davvero un bel libro, ti affezioni, lo leggi lentamente per non finirlo troppo in fretta.  Madame Rosa sembra la cugina dell'uomo di Rod Steiger, l'uomo del banco dei pegni, con gli incubi che ritornano, ma lei ha i bambini e Momo, che sembra il fratello di Holden (il traduttore, a un certo punto, omaggia l'eroe di Salinger, lo capisci quando leggi le due parole "vita schifa", che trovi nelle prime pagine dell'edizione italiana del giovane Holden, e un po' ti emozioni).
Momo ha gli occhi puliti di un bambino, che succhia il midollo della vita, come dice H.D. Thoreau.
C'è speranza finchè ci saranno bambini come Momo. Vai a conoscerlo!

Questo è un libro straordinario (fuori dall’ordinario), magari un po’ difficile (?), scritto a 33 anni, da uno scrittore polacco, nel 1937. (Witold è stato amico di Bruno Schulz).

Un romanzo che non sarà perfetto, è il primo che ha scritto, prima dei 25 anni, (si parte da Algeri a Marsiglia, si va a Praga, si torna ad Algeri), ma ha una logica, una sincerità, alcune immagini in una frase sola, uno stile che lo rendono imperdibile

Vorrei che i libri si distinguessero in libri belli e brutti, i generi sono fuorvianti, generano pigrizia.
Grazie a un libro di Nick Hornby, che racconta le sue letture, scopro che parla bene di David Almond.
Per conoscere David Almond leggi
qui
Provo con "Occhi di cielo". La copertina dice: adatto a chi ha più di 10 anni. Per far credere che è solo un libro per ragazzini/e.
L'ho letto.
E per i miei gusti è un libro bello davvero.
Mi sa che non sarà l'ultimo di David Almond che leggerò.
 
un libro necessario, di uno che passa da posizioni moderate a posizioni radicali, sul mangiare la carne.
non è necessario essere vegetariani, per leggere questo libro, ma si rischia di consumare molta meno carne di quella che si è consumata finora, dopo averlo letto.
regalatevi questo libro e regalatelo, fa soffrire, lasciate i libri di fiabe per un altro giorno.
di sicuro si fa un doloroso viaggio nell'inferno che esiste e non sappiamo, o facciamo finta di non conoscere.
Calvino ci ricorda questo: "L'inferno dei viventi non è qualcosa che sarà; se ce n'è uno, è quello che è già qui, l'inferno che abitiamo tutti i giorni, che formiamo stando insieme. Due modi ci sono per non soffrirne. Il primo riesce facile a molti: accettare l'inferno e diventarne parte fino al punto di non vederlo più. Il secondo è rischioso ed esige attenzione e apprendimento continui: cercare e saper riconoscere chi e cosa, in mezzo all'inferno, non è inferno, e farlo durare, e dargli spazio."
si può iniziare da
qui , dai.
 

domenica 8 gennaio 2012

I libri che mi sono piaciuti di più nel 2011


ho creato una piccola lista di libri, in ordine casuale, tra quelli che ho letto nel 2011, che spaziano dal bellissimo all'eccezionale. Fatene buon uso - franz



il potere e la consolazione della parola in una storia in cui i personaggi principali sono Franz Kafka, una bambina e la sua bambola.
qualcuna passerà il tempo a chiedersi se è un libro per ragazzi, io so che è un gran bel libro e una storia bellissima.
basta un'ora e, grazie a quell'ora dedicata a leggere questo libro, le altre 23 ore della giornata vi ringrazieranno.


uno scrittore grandissimo, di quelli che leggi piano piano, la scrittura ti avvolge e ti incanta, e i personaggi li conosci e non li dimentichi.
leggerò gli altri libri di Percival, è sicuro, uno della razza di Cormac Mc Carthy, per convincere i dubbiosi.
uno di quei libri che resterà, cercatelo, è più bello di come immaginate.


me l'hanno regalato l'altro giorno e l'ho letto quasi subito.
se lo inizi a leggere non hai scampo, arriverai alla fine.
difficile credere quanta crudeltà e follia ci stiano in così poche pagine.
e dolorosamente Alain non crede che sia possibile quello che gli succede, non riesce proprio a pensare sia possibile.
regalatevi questa lettura, non ve ne pentirete.


un libro che non ti aspetti, 128 morti che lasciano il loro ultimo messaggio, e ti accorgi che uno di questi potresti essere tu, e magari ti fermi un po' a pensare, abbiamo una vita intera per prepararci a morire e arriva sempre come un'interrogazione a sorpresa, non l'aspettavamo proprio per quel giorno.
il libro è davvero da non perdere.


un libro che mi è piaciuto per due motivi sopratutto, una come Loxandra l'abbiamo avuta come zia, o ci piacerebbe averla avuta, e poi l'amore per Istanbul.
chi ha visto Istambul e pensa che sia uno dei più bei posti del mondo, se una classifica del genere avesse senso, sarà stregato.
è ambientato nei 40-50 anni a cavallo del 1900 e la Storia è dentro le pagine del libro.
dispiace arrivare alla fine, ma così succede.


un libro nel quale la realtà supera la fantasia.
non puoi non soffrire insieme a Enaiatollah, leggendo il libro.
poi è finita bene, ma quanti altri migliaia non racconteranno mai la loro storia?
per ricordare l'inferno quotidiano.
merita.


Un gran bel libro, scritto durante guerra, negli anni '40, pubblicato in Italia dopo mezzo secolo.
Un racconto di ragazzini e adulti, guerra ed eroismi, maestri e allievi, nazisti e partigiani, buoni e cattivi.
E li chiamano libri per ragazzi.
Appassionante, provaci, non te ne penti.

Danilo Kis - Dolori precoci 

Danilo Kis riesce a scrivere racconti perfetti (per non parlare del resto), capolavori.
per il vostro bene, non privatevene.

Austerlitz - Winfrid Georg Sebald 

ho iniziato a leggerlo qualche mese fa, ma non riuscivo ad entrare nella storia, ho lasciato perdere.
ho riprovato da poco, e superata la prima parte, che ti porta in giro, ma non sai dove, è venuto il bello.
bisogna fidarsi.
la storia è una ricerca delle origini, delle radici, quelle vere.
e scopri tutto dalle parole di Jacques Austerlitz, e "vedi" Praga, Terezin, Parigi.
un libro emozionante e coinvolgente.
vogliatevi bene, leggetelo, anche se vi farà soffrire.

Morte di un supereroe – Anthony McCarten 

inizia un po' lento, ma una volta che sei entrato nella storia sei in trappola.
e Donald e Adrian non te li dimentichi, poco ma sicuro.
da non perdere.

Il libro dei teschi - Robert Silverberg 
Inizia come una gita di quattro ragazzi e finisce in dramma,  in un crescendo di un grande scrittore.
Passa per essere un libro di fantascienza ed è la riprova che le classificazioni sono inutili e fuorvianti. È solo un gran bel romanzo, che tiene ben svegli fino all’ultima pagina.
Non ve ne pentirete, promesso.

venerdì 23 dicembre 2011

Danilo Kis - Dolori precoci

Danilo Kis riesce a scrivere racconti perfetti (per non parlare del resto), capolavori.
per il vostro bene, non privatevene - franz



La memoria, il suo inarrestabile flusso, il suo inesorabile culto è quanto trasuda da “Dolori precoci”. L’infanzia di Kiš, tracciata in frammenti, in minuscole porzioni di ottima narrativa. La presenza di una madre povera ma determinata a non farsi sopraffare dalle piegature della storia. Una sorella, Anna, un po’ più grande e col potere di demolire, attraverso il cinismo e la presa in giro, qualsiasi pensiero, qualsiasi piccolo errore e per questo vissuta sempre con un certo timore. Un padre sfumato nel mito e nella trama del tempo: mio padre era alto, un po’ curvo, portava un cappello nero a tesa rigida, occhiali con montatura d’acciaio e un bastone con la punta di ferro. Portato via dai nazisti e poi morto ad Auschwitz nel 1944.
Momenti semplici della vita di un bambino. Ed è quel bambino che ci racconta, a parole sue e col filtro della propria coscienza, i momenti incontaminati dell’infanzia. Un tempo scavato e scomparso, come la strada degli ippocastani che nessuno ricorda più, come la casa cancellata da altri uomini e da altri eventi: Ha sentito, la casa non c’è più. Dove era il mio letto, adesso c’è un melo. Un albero nodoso, contorto, senza frutti. La stanza della mia infanzia si è trasformata in un riquadro di cipolle e nel punto dove si trovava la Singer di mia madre c’è adesso un cespuglio di rose. A lato del giardino sorge una palazzina nuova di tre piani, dove abita il professor Smerdel. Gli ippocastani sono stato abbattuti, dalla guerra, dagli uomini – o semplicemente dal tempo.
La nostalgia e un’irreparabile amarezza sfiorano leggère ogni pagina. C’è un piccolo dolore nascosto in ogni racconto, a volte addolcito da pacata ironia. I ricordi affiorano e fioriscono: la prima serenata per Anna, illuminata dalla luce di un fiammifero e dall’odore delle rose; i segni lasciati sul prato dal tendone del circo e dagli animali che ne facevano parte; la dolcezza della prima “fidanzata”, un piccolo amore custodito con vergogna, con la paura che gli altri capissero e difeso col pudore dei silenzi; il sacco di funghi raccolti con entusiasmo e poi buttati nel fiume perché velenosi…

Una strana questione è stata posta dallo scrittore polacco Ksistof Varga in occasione di un incontro tenutosi nel giugno 2005 a Belgrado, dedicato a Danilo Kis: in quell'occasione lo scrittore polacco ha dubitato del fatto che Kis sia veramente uno scrittore rispettato e letto nel suo Paese. Perché se così fosse, ha argomentato Ksitsof Varga, ovvero se la gente dell'ex-Jugoslavia veramente avesse apprezzato e letto Kis, allora non avrebbe probabilmente permesso che la guerra scoppiasse nel Paese, non ci sarebbero state violenze né sofferenze, non ci sarebbe stato il crimine di Srebrenica.
Riflettendo su quest'idea, Ksistof Varga si è ricordato di Radovan Karadzic e di Eduard Limonov, e delle scene risalenti al 1993 e immortalate da alcuni filmati, in cui si vedono questi due personaggi su una delle postazioni da cui le forze di Karadzic bombardavano Sarajevo. Si vede anche lo scrittore russo Limonov sparare delle raffiche di mitragliatrice sulla città avvolta da nuvole di fumo. «I due scrittori che si trovavano sulla montagna sopra la Sarajevo incendiata, Karadzic et Limonov, hanno letto Kis?», si è domandato lo scrittore polacco.
Recentemente abbiamo avuto una parziale risposta a questa domanda di Ksistof Varga. Noi ora sappiamo che, dei due scrittori visti a pavoneggiarsi sopra Sarajevo in fiamme, almeno uno ha letto Kis: quello alla mitragliatrice, Limonov. È lui stesso a parlarne, in una storia autobiografica intitolata «Uno scrittore balcanico» che potete leggere su Knjizevni list del primo gennaio 2007, nella traduzione di Radmila Mecanin. Danilo Kis è uno degli eroi di questa storia, è lui lo scrittore balcanico.
Tuttavia Eduard Limonov parla solo en passant della sua lettura di Kis. Apprendiamo così che egli ha letto, per usare le sue parole, «una delle sue edizioni tascabili», che non gli è piaciuta affatto. Ha scoperto che vi si trattava di temi specifici della letteratura dissidente, guerra, campi e altre cose simili. Ma, sfortunatamente, si ricorda Limonov, «a tutto ciò è stata aggiunta qualche buona secchiata di orrori balcanici e di crudeltà surrealiste».
Ma l'impressione peggiore lasciata su Limonov dall'uomo che ha scritto questo tascabile dissidente senza alcun valore, è «lo sporco Danilo». Sì, avete letto bene: «sporco Danilo». È così che Limonov qualifica Kis. In effetti la sporcizia domina nel ritratto di Kis che troverete nel racconto, l'impurità è sottolineata come una delle sue particolarità più evidenti. Limonov l'ha dipinto innanzi tutto come una persona imperdonabilmente, ignobilmente sporca. «Lo sporco Danilo» è allo stesso tempo molto brutto e si comporta ostentatamente male. È, dice Limonov descrivendo il suo eroe, «una faccia piccola, marcata da un grande naso, su uno scheletro curvo. Spalle strette. Carattere chiassoso». Veniamo anche a conoscenza del fatto che Danilo ha l'abitudine insolente di dare bruscamente del tu alle persone che non conosce e quella ancora peggiore di interrompere costantemente il suo interlocutore toccandolo con le sue dita sporche. Quando ci siamo incontrati, racconta Limonov, «lo sporco Danilo» mi ha subito dato del tu. «Anche per me, rude eroe di Jack London», aggiunge, «Danilo Kis è risultato sgradevole col suo modo di dare subito del tu, di interrompere l'interlocutore, di premere con le dita, storte e non molto pulite, sul petto di chi sta parlando con lui»…
da qui  (di Eduard Limonov non ho mai letto niente e mai leggerò qualcosa, è sicuro, per i nemici dei miei scrittori preferiti non ho tempo da perdere - franz)