Palermo, 12 maggio
2002
Caro
Peppino,
nel ’78,
quando ti hanno ammazzato, avevo vent’anni.
Ero tutta casa, chiesa e università.Attraversavo prudente e guardinga la
stagione del terrorismo, della lotta di classe, degli indiani metropolitani e
della fantasia al potere, forte degli anticorpi che una robusta educazione
cattolica mi aveva fornito.
Mi imbarcavo in interminabili discussioni con amici che auspicavano e
prevedevano imminente la vittoria proletaria, e intanto tiravano tardi la sera
giocando a poker, nell’attesa che il rovescio della “struttura” cambiasse i
destini del mondo, di Palermo e dei bambini dell’Albergheria.
Già allora mi rendevo conto con tristezza che, quantomeno per quei quattro sedicenti
rivoluzionari di mia conoscenza, l’idea marxista era solo la moda del momento.
“Facciamo qualcosa per Marco, è in quarta e non sa ancora scrivere…” “Don Rocco
ha occupato l’asilo, assieme a un gruppo di madri…che fa, gli diamo una mano?”
”Tutte sciocchezze – sentenziava il marxista di turno – solo quando saranno
rovesciate le strutture socio-economiche la società cambierà…”.
Ma io non vedevo nessuna rivoluzione all’orizzonte, e passavo alcuni pomeriggi
con altri amici a fare volontariato nel centro storico, dove circa il 40% dei
ragazzini abbandonava la scuola prima della terza media.
Allora la mafia era per me una presenza nebulosa e indistinta.
Sapevo che c’era: avevo sentito sussurrare qualcosa nel ’69, dopo la strage di
viale Lazio, quando avevo undici anni. Ne avevo sentito parlare più forte a
proposito della sparizione del giornalista Mauro De Mauro e dell’assassinio del
procuratore Scaglione.
E poi, quando andavo in chiesa all’Albergheria, la mia amica diceva che il
padre di S. era “qualcuno “ nel quartiere e che invece P. era orfana perché suo
padre un giorno era sparito, una delle tante vittime della lupara bianca…
Sapevo del “pizzo”: M. diceva che anche i negozietti dell’Albergheria lo
pagavano…
C’era, ma allora la mafia non mi sfiorava.
Ero troppo occupata a combattere le mie piccole buone battaglie.
Però, anche se udita insieme a quella più eclatante dell’assassinio di Aldo
Moro, la notizia della tua tragica fine mi colpì.
“I carabinieri non nutrono dubbi sulla fine dell’estremista siciliano,
dilaniato dalla bomba che stava collocando sui binari”, titolavano ossequenti e
sicuri i noti giornali governativi.
“Peppino Impastato è stato ammazzato dalla mafia”, urlavano invece in silenzio
i manifesti di Democrazia Proletaria che leggevo in corso Tukory, mentre andavo
a lezione alla facoltà di Filosofia .
Questa frase mi ronzava nelle orecchie e vagava, a intermittenza, nella mia
mente.
Devo confessartelo, non ho creduto subito ai compagni di DP : come è possibile,
mi dicevo, affermare che Peppino Impastato è stato ucciso dalla mafia se i
carabinieri dicono altrimenti?
Che ci vuoi fare, avevo solo vent’anni e, ancora, una fiducia quasi vergine
nello Stato e nelle Forze dell’ordine.
Devo dirti anche che, quando ti hanno ucciso, votavo convintamente D.C.: ero
inconsapevolmente più vicina al blocco di potere che combattevi che a te.
Poi, anno dopo anno, ho cominciato ad aprire gli occhi.
I missili a Comiso mi hanno fatto avvicinare a un altro tipo di gente: gente
impegnata, gente che nello stato e nei carabinieri non aveva proprio una
fiducia illimitata, gente che aveva cuore e testa sinceramente impegnati per
una società diversa.
Intanto era iniziato il lungo calvario degli omicidi eccellenti: l’assassinio
dei magistrati Cesare Terranova e Gaetano Costa, l’omicidio del segretario
regionale del PCI Pio La Torre e poi quello, dirompente, del generale Dalla
Chiesa...
E poi le stragi, con la Fiat 126 che il 29 luglio 1983 dilaniò il il giudice
Rocco Chinnici, i due carabinieri della scorta e il portiere dello stabile dove
abitava…
Ho cominciato a leggere, a documentarmi, a capire….
“Peppino Impastato è stato ammazzato dalla mafia” non era più l’affermazione
azzardata degli estremisti demoproletari, ma la triste verità che, tra tanti
colpevoli silenzi e depistaggi, si andava faticosamente facendo strada.
Intanto nell’86, al mio primo anno di insegnante di scuola serale, ho avuto
come collega Pino Manzella. Ho scoperto che sapeva dipingere bene, e
soprattutto che era stato un tuo caro amico…
E poi ho saputo che l’avvocato che rappresentava i tuoi familiari al processo
contro ignoti era il marito di una delle mie più care amiche…
E sono stata contenta che quell’Impastato da cui facevo la spesa, vicino
Cinisi, era addirittura tuo fratello Giovanni e la signora a cui pagavo le
pizze tua cognata Felicia…
E così, piano piano, per me sei diventato quasi un morto di famiglia.
Ho cominciato a seguire con partecipazione e interesse le battaglie fatte da
tuo fratello, dai tuoi amici e dal Centro di documentazione che a Palermo porta
il tuo nome: lotte decennali, fatte in Tribunale e nella società civile, sia
perché fosse fatta giustizia per la tua morte, sia perché venisse riconosciuto
e apprezzato il tuo impegno sociale e politico.
Quanti seminari e convegni ha dovuto organizzare quel testardo di Umberto
perché la gente sapesse, perché rimanesse viva la memoria, perché ti venisse
riconosciuto lo status di vittima della barbara violenza mafiosa e perché i
tuoi assassini venissero individuati e condannati! Ce ne è voluto di tempo e di
lotte perché finalmente nei giornali si cominciasse a scrivere la verità…
E intanto a Palermo e dintorni si respirava un’opprimente aria di mafia, quella
mafia che ormai avevo imparato sin troppo bene a conoscere.
Infatti, anche prima delle decine di morti per strada, negli anni ’80, e delle
stragi di Capaci e via D’Amelio, la violenza mafiosa aveva indirettamente
attraversato la mia vita:
Nell’88 a Bagheria mi aveva ammazzato un alunno dagli occhi azzurri
incredibilmente puliti, tornato a scuola a 24 anni, quella scuola che aveva
abbandonato ad appena otto anni.
Francesco era quasi analfabeta: temeva che quella benedetta licenza media fosse
per lui un traguardo troppo alto. Ma noi insegnanti l’avevamo convinto a non
mollare.
E così aveva continuato a frequentare la scuola serale e diceva sorridendo ”non
so se riuscirò a prendermi la licenza, ma a scuola sto bene…”
Ma, dopo qualche settimana di assenza (“che fine ha fatto Francesco?” – ci
chiedevamo) è stato trovato ucciso in un pozzo, nelle campagne vicino a
Bagheria, immerso nella calce e con un proiettile conficcato nel cervello. Uno
dei tanti per i quali nessuno avrebbe mai chiesto verità e giustizia.
Ma io lo conoscevo. Era un mio alunno. Mi sono chiesta spesso che cos’altro
avrei potuto fare per lui.
Come, anni dopo, mi sono rimproverata mille volte perché non ho saputo
trattenere a scuola il nipote di un famoso boss mafioso, un ragazzino di
quattordici anni,. Anche lui dagli splendidi occhi azzurri.
Che differenza, tra te e me, tra te e noi, caro Peppino…
Tu la mafia ce l’avevi in casa: eri un ragazzino quando hanno fatto a
pezzettini tuo zio, Cesare…ma, seppure a prezzo di una solitudine amara e
sofferta, hai saputo trovare dentro di te il coraggio e la forza che ti hanno
consentito di rompere con la cultura e la prassi mafiosa.
E hai scoperto altre maniere di vivere, un altro modo di guardare la realtà,
con occhi diversi rispetto a quelli di tuo padre e di tuo zio.
Hai cominciato a leggere, a studiare.
Eri bravo a scuola, ricorda con orgoglio tua madre. Ti saresti voluto iscrivere
a Giurisprudenza, ma, visto che nella tua famiglia c’erano pregiudicati, hai
dovuto ripiegare su Filosofia.
Con quattro amici ti sei messo a stampare un giornaletto ”L’idea socialista” e
ti sei dato con passione alla politica.
“Chi mi leva la politica, mi leva tutto” – dicevi.
Tua madre, che silenziosamente e ostinatamente ti è stata sempre accanto,
ricordava sorridendo che con mille lire ti sentivi ricco, perché potevi
comprare – allora – tutti i giornali.
“Dirigente politico di un partito che non c’era” – ti ha affettuosamente
definito un tuo amico. Si, perché anche se il tuo impegno si collocava
nell’area dell’ estrema sinistra, tu eri oltre, più avanti degli altri, eri più
acuto e lucido dei tanti compagni di allora.
Per te essere di sinistra non era una moda come un’altra, come per tante mie
compagne medio-borghesi del Maria Adelaide e per i miei conoscenti di allora,
che di giorno facevano proclami di piazza e la sera si facevano rimboccare le
coperte dai premurosi genitori…
Tu hai dovuto andartene di casa, per lottare contro la mafia e incarnare con
coerenza nella tua vita le idee politiche di una vera opposizione di sinistra.
Interpretavi e analizzavi con sagacia le alleanze e gli interessi che muovevano
gli affari, leciti e non, di Cinisi e del territorio circostante. E facevi nomi
e denunce precise.
Pare che proprio per questo ti hanno ucciso.
Non tanto e non solo perché a Radio aut il venerdì sera facevi scompisciare
mezza Cinisi chiamando “Geronimo” il sindaco Gero Di Stefano e il mafioso Tano
Badalamenti “il grande capo Tano seduto”, ma perché nel Consiglio comunale di
Cinisi-Mafiopoli volevi entrarci a pieno titolo come consigliere comunale,
candidato nelle liste di Democrazia proletaria.
E forse proprio di questo il potere politico-mafioso aveva paura.
“Peppino Impastato è stato ammazzato dalla mafia”.
Ci sono voluti più di vent’anni e la coraggiosa e ostinata perseveranza dei
tuoi amici, che dopo la tua morte si sono messi a raccogliere le pietre rosse
del tuo sangue, c’è voluto anche un film di successo perché quello che con
coraggiosa chiarezza avevano subito affermato i compagni di D.P. divenisse
anche verità giudiziaria e memoria storica per tutti gli italiani.
Caro Peppino, avevo voglia di scriverti proprio per scusarmi e per
ringraziarti.
Per scusarmi di non avere subito creduto alla verità sulla tua morte: nel ‘78
avevi trent’anni e io solo venti, ma tu eri anni luce più avanti di me.
E di quei tanti che, come me, solo dopo il tuo assassinio hanno cominciato a
interrogarsi su quel terribile mostro di casa nostra che è la mafia.
E a capire che contro la mafia ognuno deve combattere la sua battaglia: chi in
famiglia, chi a scuola, chi nei posti di lavoro, chi in negozio, chi nei condominii,
chi nei palazzi del potere, nella pubblica amministrazione, chi in politica.
E per ringraziarti per la tua testimonianza di siciliano libero: libero dai
condizionamenti mafiosi della tua famiglia d’origine, libero dagli schemi
logori e stantii dell’appartenenza politica, libero di ridere ridicolizzando i
rappresentanti di ogni tipo di potere, perché non avevi padroni.
Caro Peppino, i tuoi carnefici hanno orribilmente seviziato il tuo corpo, ma il
tuo spirito libero, ironico e intelligente nessuno mai potrà ucciderlo.
E la tua anima riscalderà sempre i nostri sogni di libertà e di giustizia.