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domenica 9 maggio 2021

Perché ricordare Aldo Moro - Alessandro Marescotti

 

PeaceLink ha dedicato uno spazio ad Aldo Moro. Esplorate questo spazio di informazione e scoprirete che ciò che vi hanno detto per tanti anni non è tutta la verità e in certi casi non è la verità.


Aldo Moro, ucciso dalle Brigate Rosse, e Peppino Impastato, ucciso dalla mafia.

Li ricordiamo entrambi oggi, nove maggio.

Diversi.

Lontanissimi.

Ma accomunati da qualcosa che oggi può essere sintetizzato così: avevano valicato un limite. Erano andati oltre. Ognuno dal proprio versante.

Due storie con un grande problema: quello della verità.

Di Peppino Impastato sono noti i tentativi di depistaggio e di infangare la sua immagine. 

Di Aldo Moro la verità - ancora una volta la verità! - è stata tenuta per anni in un limbo. Una scomoda verità. E ancora oggi c'è una parte della verità che non emerge e che riguarda i segreti di Stato. Segreti e depistaggi per tanti anni sono stati un ostacolo all'accertamento dei fatti.

Moro stava rivelando segreti di Stato alle Brigate Rosse, a partire da Gladio. E a quel punto era preferibile che non ne uscisse vivo. Negli Stati Uniti Moro aveva ricevuto minacce per via della sua apertura ai comuniti. Egli sapeva che la sua linea gli poteva costare la vita. Sorprendente fu la manipolazione delle Brigate Rosse. Il Memoriale Moro rimase nascosto per anni in un'intercapedine, chissà perché, di una base delle Brigate Rosse a Milano, in via Montenevoso, e l'originale dei suoi scritti non si trova più. Perché? Candidamente i brigatisti dicono di aver bruciato le carte di quel "processo" di cui loro dicevano di voler pubblicizzare ogni atto: un vero controsenso. Quella versione non regge, dato che Moro non fu reticente negli interrogatori e aveva fatto emergere - nelle tantissime pagine scritte - cose che avrebbero fatto tremare il potere politico, con i suoi segreti. Appena vennero trovate le carte di Moro in via Montenevoso, 12 anni dopo il sequestro e l'uccisione, Andreotti fu costretto a rivelare l'esistenza di Gladio che Moro aveva rivelato ai suoi carcerieri. Perché le Brigate Rosse non rivelarono quel segreto di Stato tombandolo nell'intercapedine di un muro?

Vi fu una inconfessabile trattativa fra pezzi dello Stato e le Brigate Rosse perché la verità non emergesse.

I brigatisti che oggi si esibiscono in rituali di perdono non hanno fornito alcuna indicazione per chiarire i lati oscuri di quella vicenda, tanto che è stata necessaria un'altra commissione parlamentare su Moro.

Aldo Moro è ancora oggi un uomo scomodo, che è scomodo ricordare.

Per questo PeaceLink gli ha dedicato uno spazio.

Cliccate qui: www.peacelink.it/moro

Esplorate questo spazio di informazione e scoprirete che ciò che vi avevano detto per tanti anni non è tutta la verità e in certi casi non è la verità.

Vogliamo essere utili alla verità, e la verità è la grande assente, dopo tanti anni, in questa storia di sangue e di segreti.

E senza verità non c'è perdono.

da qui

mercoledì 9 maggio 2018

lettera a Peppino Impastato


                                                       Palermo, 12 maggio 2002
Caro Peppino,

nel ’78, quando ti hanno ammazzato, avevo vent’anni.
Ero tutta casa, chiesa e università.Attraversavo prudente e guardinga la stagione del terrorismo, della lotta di classe, degli indiani metropolitani e della fantasia al potere, forte degli anticorpi che una robusta educazione cattolica mi aveva fornito.
Mi imbarcavo in interminabili discussioni con amici che auspicavano e prevedevano imminente la vittoria proletaria, e intanto tiravano tardi la sera giocando a poker, nell’attesa che il rovescio della “struttura” cambiasse i destini del mondo, di Palermo e dei bambini dell’Albergheria.
Già allora mi rendevo conto con tristezza che, quantomeno per quei quattro sedicenti rivoluzionari di mia conoscenza, l’idea marxista era solo la moda del momento.
“Facciamo qualcosa per Marco, è in quarta e non sa ancora scrivere…” “Don Rocco ha occupato l’asilo, assieme a un gruppo di madri…che fa, gli diamo una mano?” ”Tutte sciocchezze – sentenziava il marxista di turno – solo quando saranno rovesciate le strutture socio-economiche la società cambierà…”.
Ma io non vedevo nessuna rivoluzione all’orizzonte, e passavo alcuni pomeriggi con altri amici a fare volontariato nel centro storico, dove circa il 40% dei ragazzini abbandonava la scuola prima della terza media.

Allora la mafia era per me una presenza nebulosa e indistinta.
Sapevo che c’era: avevo sentito sussurrare qualcosa nel ’69, dopo la strage di viale Lazio, quando avevo undici anni. Ne avevo sentito parlare più forte a proposito della sparizione del giornalista Mauro De Mauro e dell’assassinio del procuratore Scaglione.
E poi, quando andavo in chiesa all’Albergheria, la mia amica diceva che il padre di S. era “qualcuno “ nel quartiere e che invece P. era orfana perché suo padre un giorno era sparito, una delle tante vittime della lupara bianca…
Sapevo del “pizzo”: M. diceva che anche i negozietti dell’Albergheria lo pagavano…

C’era, ma allora la mafia non mi sfiorava.

Ero troppo occupata a combattere le mie piccole buone battaglie.

Però, anche se udita insieme a quella più eclatante dell’assassinio di Aldo Moro, la notizia della tua tragica fine mi colpì.
“I carabinieri non nutrono dubbi sulla fine dell’estremista siciliano, dilaniato dalla bomba che stava collocando sui binari”, titolavano ossequenti e sicuri i noti giornali governativi.
“Peppino Impastato è stato ammazzato dalla mafia”, urlavano invece in silenzio i manifesti di Democrazia Proletaria che leggevo in corso Tukory, mentre andavo a lezione alla facoltà di Filosofia .
Questa frase mi ronzava nelle orecchie e vagava, a intermittenza, nella mia mente.

Devo confessartelo, non ho creduto subito ai compagni di DP : come è possibile, mi dicevo, affermare che Peppino Impastato è stato ucciso dalla mafia se i carabinieri dicono altrimenti?
Che ci vuoi fare, avevo solo vent’anni e, ancora, una fiducia quasi vergine nello Stato e nelle Forze dell’ordine.
Devo dirti anche che, quando ti hanno ucciso, votavo convintamente D.C.: ero inconsapevolmente più vicina al blocco di potere che combattevi che a te.

Poi, anno dopo anno, ho cominciato ad aprire gli occhi.

I missili a Comiso mi hanno fatto avvicinare a un altro tipo di gente: gente impegnata, gente che nello stato e nei carabinieri non aveva proprio una fiducia illimitata, gente che aveva cuore e testa sinceramente impegnati per una società diversa.

Intanto era iniziato il lungo calvario degli omicidi eccellenti: l’assassinio dei magistrati Cesare Terranova e Gaetano Costa, l’omicidio del segretario regionale del PCI Pio La Torre e poi quello, dirompente, del generale Dalla Chiesa...
E poi le stragi, con la Fiat 126 che il 29 luglio 1983 dilaniò il il giudice Rocco Chinnici, i due carabinieri della scorta e il portiere dello stabile dove abitava…

Ho cominciato a leggere, a documentarmi, a capire….

“Peppino Impastato è stato ammazzato dalla mafia” non era più l’affermazione azzardata degli estremisti demoproletari, ma la triste verità che, tra tanti colpevoli silenzi e depistaggi, si andava faticosamente facendo strada.

Intanto nell’86, al mio primo anno di insegnante di scuola serale, ho avuto come collega Pino Manzella. Ho scoperto che sapeva dipingere bene, e soprattutto che era stato un tuo caro amico…
E poi ho saputo che l’avvocato che rappresentava i tuoi familiari al processo contro ignoti era il marito di una delle mie più care amiche…
E sono stata contenta che quell’Impastato da cui facevo la spesa, vicino Cinisi, era addirittura tuo fratello Giovanni e la signora a cui pagavo le pizze tua cognata Felicia…
E così, piano piano, per me sei diventato quasi un morto di famiglia.

Ho cominciato a seguire con partecipazione e interesse le battaglie fatte da tuo fratello, dai tuoi amici e dal Centro di documentazione che a Palermo porta il tuo nome: lotte decennali, fatte in Tribunale e nella società civile, sia perché fosse fatta giustizia per la tua morte, sia perché venisse riconosciuto e apprezzato il tuo impegno sociale e politico.

Quanti seminari e convegni ha dovuto organizzare quel testardo di Umberto perché la gente sapesse, perché rimanesse viva la memoria, perché ti venisse riconosciuto lo status di vittima della barbara violenza mafiosa e perché i tuoi assassini venissero individuati e condannati! Ce ne è voluto di tempo e di lotte perché finalmente nei giornali si cominciasse a scrivere la verità…

E intanto a Palermo e dintorni si respirava un’opprimente aria di mafia, quella mafia che ormai avevo imparato sin troppo bene a conoscere.
Infatti, anche prima delle decine di morti per strada, negli anni ’80, e delle stragi di Capaci e via D’Amelio, la violenza mafiosa aveva indirettamente attraversato la mia vita:

Nell’88 a Bagheria mi aveva ammazzato un alunno dagli occhi azzurri incredibilmente puliti, tornato a scuola a 24 anni, quella scuola che aveva abbandonato ad appena otto anni.
Francesco era quasi analfabeta: temeva che quella benedetta licenza media fosse per lui un traguardo troppo alto. Ma noi insegnanti l’avevamo convinto a non mollare.
E così aveva continuato a frequentare la scuola serale e diceva sorridendo ”non so se riuscirò a prendermi la licenza, ma a scuola sto bene…”
Ma, dopo qualche settimana di assenza (“che fine ha fatto Francesco?” – ci chiedevamo) è stato trovato ucciso in un pozzo, nelle campagne vicino a Bagheria, immerso nella calce e con un proiettile conficcato nel cervello. Uno dei tanti per i quali nessuno avrebbe mai chiesto verità e giustizia.
Ma io lo conoscevo. Era un mio alunno. Mi sono chiesta spesso che cos’altro avrei potuto fare per lui.

Come, anni dopo, mi sono rimproverata mille volte perché non ho saputo trattenere a scuola il nipote di un famoso boss mafioso, un ragazzino di quattordici anni,. Anche lui dagli splendidi occhi azzurri.

Che differenza, tra te e me, tra te e noi, caro Peppino…

Tu la mafia ce l’avevi in casa: eri un ragazzino quando hanno fatto a pezzettini tuo zio, Cesare…ma, seppure a prezzo di una solitudine amara e sofferta, hai saputo trovare dentro di te il coraggio e la forza che ti hanno consentito di rompere con la cultura e la prassi mafiosa.
E hai scoperto altre maniere di vivere, un altro modo di guardare la realtà, con occhi diversi rispetto a quelli di tuo padre e di tuo zio.

Hai cominciato a leggere, a studiare.

Eri bravo a scuola, ricorda con orgoglio tua madre. Ti saresti voluto iscrivere a Giurisprudenza, ma, visto che nella tua famiglia c’erano pregiudicati, hai dovuto ripiegare su Filosofia.

Con quattro amici ti sei messo a stampare un giornaletto ”L’idea socialista” e ti sei dato con passione alla politica.
“Chi mi leva la politica, mi leva tutto” – dicevi.
Tua madre, che silenziosamente e ostinatamente ti è stata sempre accanto, ricordava sorridendo che con mille lire ti sentivi ricco, perché potevi comprare – allora – tutti i giornali.

“Dirigente politico di un partito che non c’era” – ti ha affettuosamente definito un tuo amico. Si, perché anche se il tuo impegno si collocava nell’area dell’ estrema sinistra, tu eri oltre, più avanti degli altri, eri più acuto e lucido dei tanti compagni di allora.

Per te essere di sinistra non era una moda come un’altra, come per tante mie compagne medio-borghesi del Maria Adelaide e per i miei conoscenti di allora, che di giorno facevano proclami di piazza e la sera si facevano rimboccare le coperte dai premurosi genitori…
Tu hai dovuto andartene di casa, per lottare contro la mafia e incarnare con coerenza nella tua vita le idee politiche di una vera opposizione di sinistra.
Interpretavi e analizzavi con sagacia le alleanze e gli interessi che muovevano gli affari, leciti e non, di Cinisi e del territorio circostante. E facevi nomi e denunce precise.

Pare che proprio per questo ti hanno ucciso.

Non tanto e non solo perché a Radio aut il venerdì sera facevi scompisciare mezza Cinisi chiamando “Geronimo” il sindaco Gero Di Stefano e il mafioso Tano Badalamenti “il grande capo Tano seduto”, ma perché nel Consiglio comunale di Cinisi-Mafiopoli volevi entrarci a pieno titolo come consigliere comunale, candidato nelle liste di Democrazia proletaria.
E forse proprio di questo il potere politico-mafioso aveva paura.

“Peppino Impastato è stato ammazzato dalla mafia”.

Ci sono voluti più di vent’anni e la coraggiosa e ostinata perseveranza dei tuoi amici, che dopo la tua morte si sono messi a raccogliere le pietre rosse del tuo sangue, c’è voluto anche un film di successo perché quello che con coraggiosa chiarezza avevano subito affermato i compagni di D.P. divenisse anche verità giudiziaria e memoria storica per tutti gli italiani.

Caro Peppino, avevo voglia di scriverti proprio per scusarmi e per ringraziarti.

Per scusarmi di non avere subito creduto alla verità sulla tua morte: nel ‘78 avevi trent’anni e io solo venti, ma tu eri anni luce più avanti di me.
E di quei tanti che, come me, solo dopo il tuo assassinio hanno cominciato a interrogarsi su quel terribile mostro di casa nostra che è la mafia.
E a capire che contro la mafia ognuno deve combattere la sua battaglia: chi in famiglia, chi a scuola, chi nei posti di lavoro, chi in negozio, chi nei condominii, chi nei palazzi del potere, nella pubblica amministrazione, chi in politica.

E per ringraziarti per la tua testimonianza di siciliano libero: libero dai condizionamenti mafiosi della tua famiglia d’origine, libero dagli schemi logori e stantii dell’appartenenza politica, libero di ridere ridicolizzando i rappresentanti di ogni tipo di potere, perché non avevi padroni.
Caro Peppino, i tuoi carnefici hanno orribilmente seviziato il tuo corpo, ma il tuo spirito libero, ironico e intelligente nessuno mai potrà ucciderlo.

E la tua anima riscalderà sempre i nostri sogni di libertà e di giustizia.


Onda pazza, la pazzia di Peppino Impastato

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domenica 1 maggio 2016

una buona scuola

Auguri di buon anno scolastico

"Bisognerebbe educare la gente alla bellezza: perché in uomini e donne non si insinui più l’abitudine e la rassegnazione, ma rimangano sempre vivi la curiosità e lo stupore.” (Peppino Impastato)

Da sempre, ma in questi ultimi mesi soprattutto, anche in conseguenza dell’attuazione della Legge 107, si parla molto della scuola, dei suoi problemi organizzativi e dei progetti di riforma da attuare, per superare la complessità che vive e che sempre di più ha bisogno di essere progettata, gestita, monitorata, valutata e riprogettata.

I problemi mai risolti e le soluzioni che hanno avuto difficile o parziale attuazione, hanno rischiato di spingere ai margini della nostra attenzione gli studenti, di sfuocare i loro bisogni di apprendimento e di crescita, la didattica, i processi di apprendimento e la loro progettazione e organizzazione, la passione, l’impegno e il lavoro quotidiano degli insegnanti e del personale tutto della scuola.

In questo nuovo anno scolastico che sta per cominciare, in questo nuovo cammino e nuova stagione della vita e della conoscenza, desidero rivolgere a tutti coloro che fanno parte della comunità educante del Liceo Paolo Giovio e a tutti coloro che hanno una partecipazione ed interesse nella scuola, un sincero e partecipato augurio di Buon anno scolastico.

Auguro ai docenti di saper accompagnare con amore e cura i loro studenti nel loro cammino, di saperli guidare a tradurre le mappe dei saperi nel loro territorio, di saperli aiutare a imparare, ma soprattutto imparare ad essere e a vivere.

Auguro ai genitori di avere coraggio e cuore che danno ai loro figli l’entusiasmo di vivere e senza i quali non ce la farebbero e verrebbero più facilmente meno.

Auguro agli studenti di saper imparare ad essere, imparare e imparare la “conoscenza della conoscenza”, come dice E. Morin. Auguro loro di acquisire conoscenze e competenze per affrontare la complessità e l’inatteso, di imparare a vivere con il coraggio per affrontare i problemi della loro vita personale, come cittadini e come parte del genere umano, di saper rinforzare ogni giorno la loro missione di sapere, saper essere e vivere, saper pensare e agire nel presente e nel loro futuro che verrà.

Auguro al personale ausiliario ed amministrativo, con la passione e la pazienza di sempre, rese più forti dalla revisione e dall’aggiornamento delle loro conoscenze e competenze, di saper cogliere e sostenere i processi e gli strumenti funzionali all’educazione, alla crescita degli studenti, alla professionalità del personale docente e al servizio per l’utenza. Auguro loro soprattutto di comprendere ed avere pazienza.

Auguro a tutti i portatori di interesse di continuare a contribuire e partecipare con sempre più convinzione e forza alla crescita della comunità educante del Paolo Giovio in funzione del ben-essere e del ben-vivere di ciascuno degli studenti e di tutti coloro che alla loro crescita e formazione partecipano.

A tutti auguro di saper costruire e stabilire legami, comunicazioni e dialoghi tra le varie anime della scuola e saper guidare la crisi della cultura che stiamo vivendo aiutandoci a realizzare l’educazione alla comprensione reciproca e all’educazione alla civiltà, nella direzione che indicava Antonio Gramsci, quando affrontando il problema educativo lo legava all’espressione, al bisogno storico di crescita politica, sociale e culturale.

 “Cultura non è possedere un magazzino ben fornito di notizie, ma la capacità che la nostra mente ha di comprendere la vita, il posto che vi teniamo, i nostri rapporti con gli altri uomini. Ha cultura chi ha coscienza di sé e del tutto, chi sente la relazione immanente con tutti gli altri esseri. (…) Basta vivere da uomini, cioè cercare di spiegare a se stesso il perché delle azioni proprie e altrui, tenere gli occhi aperti, curiosi su tutto e su tutti, sforzandosi di capire ogni giorno di più l’organismo di cui siamo parte; penetrare la vita con tutte le nostre forze di consapevolezza, di passione, di volontà; non addormentarsi, non impigrire mai; dare alla vita il suo giusto valore, in modo da essere pronti, secondo la necessità, a difenderla o a sacrificarla. La cultura non ha altro significato.” (Antonio Gramsci)

Auguro un sereno anno scolastico a tutti, pieno di bellezza e di gioia per la vita e la conoscenza.

Il dirigente scolastico

   Marzio Caggiano