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lunedì 14 settembre 2026

LA SINISTRA “BRAMINICA” CHE ABBAIA ALLA LUNA - Salvatore Minolfi


La sinistra “braminica” (come ironicamente la definì Piketty in un brillante saggio del 2018) continua a non capire. Una settimana fa si eccitava perché, nella grande disfida di Cernobbio, Mario Monti avrebbe “asfaltato” Roberto Vannacci. Non le passava, neanche per un istante, per l’anticamera del cervello, che erano state proprio le politiche del primo (e di chi gli era succeduto) a generare l’humus in cui oggi prospera il secondo (il cui turno è giunto, in successione, dopo quello di Salvini e di Meloni). 

Nessuna comprensione dialettica del reale: solo l’eccitazione infantile per l’eterno scontro tra le forze del bene e quelle male. Ma si sa: meglio Heinrich Brüning che Adolf Hitler (anche se il primo spianò la strada al secondo con le sue cieche politiche deflattive, sostenute fino all’ultimo anche da Rudolf Hilferding e dalla socialdemocrazia tedesca).

Poi è arrivata la batosta sassone. E anche qui, la sinistra braminica ha cercato di concentrarsi (con gli argomenti più fantasiosi e anacronistici) sul singolo “albero”, per evitare di dover parlare della “foresta”. Ed è così che la sberla sassone si trasforma nell’esito infausto di una storia assai ‘locale’ (messaggio rassicurante), i cui caratteri peculiari (idiografici, si sarebbe detto un tempo) avrebbero la precedenza su quelli di carattere sistemico, che nessun vuol vedere e con i quali nessuno vuole fare i conti. 

Il bias cognitivo ci permette così di inquadrare la “tragedia” tedesca in un contesto più remoto e più lontano da noi e di scansare ogni analisi di un presente a dir poco imbarazzante.

No, non sto dicendo che la sinistra braminica fa così perché non vuol vedere, nel voto in Sassonia, la crisi della socialdemocrazia, il suo ideale eterno, astorico, atemporale. 

Sto dicendo che il voto sassone concede un’ultima possibilità (anche ai più duri di comprendonio) per capire che la sconfitta della socialdemocrazia (la fine della sua parabola storico-politica) si è consumata più di trent’anni fa. Il voto in Sassonia è come la scia luminosa di quelle stelle cadenti, che testimoniano di un evento veramente rilevante, avvenuto però molto ma molto tempo prima. 

Il guaio è che la sinistra braminica si è persa un’intera fase storica ed anche oggi continua a comportarsi come quell’esercito francese che – si rammaricava Marc Bloch ne “L’Étrange Défaite “ – stava sempre una guerra “indietro”.

La sinistra braminica ha un problema con la comprensione del proprio tempo storico. 

Nelle sue coordinate mentali, populismo e nazionalismo hanno smesso di essere categorie analitiche utili alla comprensione di fenomeni storico-sociali, per diventare pure etichette morali che urtano i “nostri valori”, la nostra coscienza “postmoderna” e “norm oriented”.

In questo approccio, il nazionalismo – trattato come un amalgama indistinto – viene interpretato come un mero “residuo arcaico” o come il semplice risultato della pura “manipolazione retorica”.  

E già solo questo ci rende incapaci di distinguere tra il nazionalismo che riemerge nelle società declinanti (introverso, difensivo, anti-globalista, centrato sulla protezione della comunità nazionale contro élite cosmopolite, immigrati, istituzioni sovranazionali) e quello che si afferma nelle società emergenti  (espansivo, ottimista, orientato a costruire sempre nuove connessioni, rivolto verso il riconoscimento esterno e la revisione dello status). 

Ora è il caso di smetterla di guardare un albero alla volta. La foresta esiste. E urge fare un bilancio. 

In Italia Meloni regna indisturbata ormai da quattro anni. La classe dirigente britannica è alla frutta (e forse anche il paese intero). Quella francese è appesa a un tenue filo, che prima o poi si spezzerà. Ed ora viene allo scoperto la gravità e la profondità della crisi tedesca: la fine di un modello che ha accumulato i suoi successi contribuendo agli squilibri globali (vent’anni fa i surplus tedeschi erano superiori a quelli cinesi), imponendo la deflazione salariale all’intera area euro e alimentando quella che alcuni definirono la “mezzogiornificazione” (il termine lo inventò Paul Krugman) delle aree della ex-DDR. Più in generale, da circa quindici anni l’economia tedesca era desincronizzata dai ritmi di crescita di quella europea: d’altra parte non puoi considerare veramente come un tuo mercato un’area che devasti sistematicamente con le politiche deflattive.

Nel contesto di un crollo generale degli equilibri mondiali, la crisi europea è appena al suo esordio. 

Il peggio deve ancora venire. Il fallimento non è di questo o quel paese. Ad essere fallito è l’intero progetto continentale. 

D’altra parte, se il delirante obiettivo di costruire l’homo europaeus attraverso la moneta unica (non avrai altro Dio!) non fosse già fallito, Bruxelles non si sarebbe convertita all’idea di una guerra permanente con la Russia, come ultimo tentativo di costruire un cemento comune tra 27 paesi che passano il loro tempo a farsi una spietata concorrenza fiscale. 

Qualcuno, nella foga della polemica, questo “segreto di Pulcinella” se l’è pure lasciato scappare: prima Mario Monti, giusto due anni fa (Assolombarda, 8 settembre 2024); poi recentemente Nathalie Tocci (sulle pagine di “The Economist”).

Nella più elementare delle dinamiche sociologiche, quando tutto è fallito, la sola evocazione di un nemico esterno può ridarti identità “in negativo”: tanto più se ha i caratteri grotteschi (l’eterno “trinariciuto”) che, con inquietante uniformità e serialità, una sempre più piccola, piccola, piccola (poiché culturalmente sempre più miserabile) borghesia europea – nel suo imbarazzante ‘orientalismo’ – evoca come responsabile di ogni disavventura (nel mentre protegge con tenacia e perseveranza il grande genocida che regna a Tel Aviv). 

Il mondo crolla e la sinistra braminica abbaia alla luna.

Il risultato sociale di questo ripiegamento involutivo è il declino politico-cognitivo delle classi dirigenti e la loro incapacità di affrontare i problemi reali. 

Saltando (per carità d’Europa) sul fatto che le nullità che stanno crollando una ad una si sono autoproclamate “coalizione dei volenterosi”, minacciando di trascinare in guerra proprio quegli elettori che a stento le sopportano, rimaniamo sul terreno delle questioni “interne”:

• riflessioni sulla parabola venticinquennale dell’economia europea: zero;

• riflessioni sulla polarizzazione sistemica dei redditi e dei patrimoni: zero;

• riflessioni sulla sistematica precarizzazione dei mercati del lavoro: zero;

• riflessioni sul declino sociale e sulla spirale del declassamento: zero;

• riflessioni sul declino dei sistemi educativi: zero;

• riflessioni sul degrado dei sistemi sanitari: zero;

• riflessioni sul declino della partecipazione politica: doppio zero (perchè poi, se la gente va a votare…).

Otto anni fa, Thomas Piketty – autore del memorabile volume “Il capitale nel XXI secolo” (2014)  – si chiedeva come fosse mai possibile che l’aumento vertiginoso della disuguaglianza dagli anni Ottanta in poi non avesse prodotto una corrispondente radicalizzazione della domanda politica di redistribuzione, ma fosse coinciso, invece, con l’indebolimento del voto di classe e con l’ascesa dei conflitti identitari, migratori e “populisti”. In breve: come spiegare la fine della socialdemocrazia europea e il suo totale annichilimento all’interno del sistema neoliberista. 

Da questa domanda nacque un interessante saggio storico-politologico, cui non fece seguito alcuna discussione pubblica. 

La sinistra braminica – preoccupata unicamente dei rendimenti del proprio “capitale educativo”, ha sistematicamente imposto un’agenda politico-culturale che ci ha condotti, anno dopo anno, a giungere intellettualmente e politicamente impreparati dinanzi a quella che potrebbe diventare una delle crisi più serie della storia europea.

da qui

sabato 8 agosto 2026

I miliardari all’attacco dei diritti umani - George Monbiot


Niente più resistenza negli Stati Uniti. Fine dell’era dei diritti umani e dissenso vietato. Questo è ciò che vogliono alcuni miliardari e i loro tirapiedi, e questo è ciò che stanno cercando di ottenere in tutto il mondo. Se non resisteremo, se il nuovo primo ministro britannico sarà debole e manipolabile come il precedente, è ciò che avremo. Siamo sulla buona strada.

I governi che si sono susseguiti negli ultimi anni nel Regno Unito hanno ceduto a una campagna globale per sopprimere le nostre libertà fondamentali, condotta da oligarchi e multinazionali con l’aiuto dei mezzi d’informazione che controllano e dei centri studi spazzatura che finanziano. Questa campagna globale è diventata il marchio di fabbrica del secondo mandato di Donald Trump.

Nel corso di un vertice internazionale organizzato dal governo degli Stati Uniti all’inizio di luglio, alcuni esponenti dell’amministrazione Trump – Marco Rubio, Stephen Miller e Scott Bessent – hanno spiegato di aver reindirizzato il lavoro dell’antiterrorismo dal jihadismo alla “sinistra radicale”. La maggior parte degli esempi che hanno citato per giustificare la svolta risalivano a più di trent’anni fa. Sono dovuti tornare agli anni settanta del novecento per trovare esempi sufficientemente minacciosi. Quando si dice raschiare il fondo del barile.

Analogie inquietanti

Senza produrre uno straccio di prova, Rubio, il segretario di stato, ha affermato che il governo cubano è “indissolubilmente legato a gruppi e movimenti di estrema sinistra in tutto l’occidente e anche oltre”. La settimana successiva il dipartimento di stato ha cercato di giustificare questa dichiarazione pubblicando un rapporto in cui, con stratagemmi tra l’inconsistente e il ridicolo, tentava di collegare al governo cubano parlamentari, giornalisti e attivisti di sinistra.

Si tratta di una strategia consolidata, usata abbondantemente dai nazisti, tra gli altri: secondo questi ultimi tutti i dissidenti facevano parte, per definizione, di un complotto comunista internazionale. Anche la Germania nazista, come Rubio, sosteneva inoltre che “è arrivato il momento di distruggere per sempre le forze del male”.

Ma le analogie con il nazismo non finiscono qui. Miller, vicecapo di gabinetto di Trump, ha fatto la seguente affermazione: “Nessuno di quelli che manifestano sembra una persona normale. Nessuno. Sono tutti in qualche modo deformi, nell’aspetto, nel vestiario o nel comportamento. Le loro caratteristiche esteriori riflettono il rancore che covano dentro”. Sono sorpreso che non abbia usato la parola tedesca “untermenschen” (esseri inferiori, ndr). Il governo statunitense, secondo Miller, promuove invece “una vita normale, sana e ordinata”.

Ma la cosa che mi ha colpito di più è stato l’attacco di Miller al principio della jury nullification (assoluzione per volontà della giuria, ndr), in base al quale, secondo lui, le giurie popolari assolvono persone “chiaramente colpevoli”. Da anni governi illiberali e giudici conservatori di tutto il mondo si battono per cancellare questa prerogativa delle giurie popolari (che possono assolvere imputati ritenuti colpevoli quando considerano una determinata legge ingiusta o troppo severa, ndr). L’abbiamo visto nel Regno Unito con il processo a Trudi Warner e altri, accusati di aver esposto cartelli che enunciavano un antico principio del diritto inglese: “I giurati hanno il diritto assoluto di assolvere un imputato secondo coscienza”.

Lo stiamo vedendo ancora con l’incredibile incriminazione dell’avvocato Rajiv Menon KC, che aveva ricordato questo diritto ai giurati durante il processo agli attivisti di Palestine action. Menon è diventato il primo avvocato nella storia inglese a essere incriminato per oltraggio alla corte per i contenuti della sua arringa finale. In caso di condanna rischia fino a due anni di prigione e la radiazione dall’ordine. Penso sia ragionevole dire che incriminare un avvocato per aver difeso i suoi clienti corrisponda alla definizione di stato autoritario.

L’abbiamo visto anche nell’attacco di Keir Starmer (ex primo ministro laburista, ndr) ai processi con giuria popolare, che ha avuto come risultato la limitazione, senza alcuna giustificazione, della nostra più solida garanzia contro le ingiustizie.

Starmer è stato un capo di governo debole, senza una chiara visione, facilmente condizionabile da qualsiasi lobby statale o aziendale. Non ha saputo opporre alcuna resistenza a una campagna internazionale ben finanziata e molto efficace. Una rete finanziata da multinazionali e miliardari, che comprende tra gli altri l’American legislative exchange council, sta mettendo a punto “modelli normativi” da testare in paesi amici. Se funzionano, la rete si attiva affinché siano adottati altrove. Il risultato è un attacco costante al nostro diritto di manifestare, all’uguaglianza politica e a un pianeta abitabile.

Una lunga serie di leggi anti-protesta

L’offensiva globale contro i nostri diritti fondamentali è un obiettivo centrale delle destre. Il principio base è che il capitale, essendo transnazionale, deve poter stroncare le nostre obiezioni ovunque. La lunga serie di orribili leggi anti-protesta adottate nel Regno Unito è il risultato di una campagna coordinata portata avanti da centri studi spazzatura, mezzi d’informazione e altri governi. Oggi nel Regno Unito ci sono centinaia di prigionieri politici ed è possibile essere condannati a sei mesi di prigione per aver marciato con passo lento per strada.

Queste leggi repressive hanno raggiunto il culmine, almeno finora, con una normativa approvata dal parlamento ad aprile che permette alla polizia d’interrompere qualsiasi protesta che a suo parere abbia un “impatto cumulativo” sulla comunità. Nel corso della storia le uniche proteste che hanno raggiunto i loro obiettivi sono quelle che hanno avuto un “impatto cumulativo”. In sostanza, le proteste sono considerate accettabili solo quando sono inutili. I cittadini sono liberi di dire quello che vogliono, purché la loro voce non arrivi alle nostre orecchie.

Le nuove leggi sono state accompagnate dalla vecchia strategia, tradizionalmente associata ai regimi fascisti, che consiste nel calunniare i dissidenti etichettandoli come terroristi. Come ha sottolineato l’ong per i diritti umani Liberty, la definizione di terrorismo è stata ampliata fino a includere forme di protesta in precedenza pienamente accettate. È questo che ha permesso al governo Starmer di mettere al bando Palestine action.

Il giudice Jeremy Johnson, che ha incriminato Menon per oltraggio alla corte, è stato anche il primo a fare ricorso, nello stesso processo, ai poteri straordinari inseriti senza clamore dai conservatori nel testo del Sentencing act del 2020. Questi poteri permettono a un giudice di condannare un imputato per reati diversi rispetto a quelli per cui è stato incriminato. I quattro attivisti di Palestine action erano accusati di reati comuni. Tuttavia, senza informare la giuria, Johnson ha evocato una “connotazione terroristica” e li ha condannati per reati di terrorismo, che ovviamente comportano pene molto più severe.

Il suo esempio è stato subito seguito da un collega: altri manifestanti per la Palestina che avevano spruzzato vernice rossa e rotto i vetri di una filiale della Barclays Bank rischiano di essere condannati per terrorismo, anche se né loro né i giurati erano stati informati di questa possibilità durante il processo. Questo implica, naturalmente, che non hanno avuto la possibilità di difendersi da quest’accusa più pesante.

Niente è più al sicuro di fronte a quest’offensiva coordinata contro l’umanità. Nessuno dei nostri diritti, per quanto antico e consolidato, è inespugnabile. Dobbiamo opporci adesso o rischiamo di perderli, forse per sempre.

(Traduzione di Francesco De Lellis)

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Contro Meloni una strategia già vista: non basta aspettare i barbari per sembrare civili - Marco Aime

Nella celebre poesia di Kostantin Kavafis Aspettando i barbari, tutto il popolo è riunito in piazza: le donne indossano i loro abiti migliori, i gioielli più ricchi, gli uomini hanno preparato grandi discorsi: “Che aspettiamo, raccolti nella piazza? / Oggi arrivano i barbari… / S’è fatta notte, e i barbari non sono più venuti. / Taluni sono giunti dai confini, / han detto che di barbari non ce ne sono più. / E adesso, senza barbari, cosa sarà di noi? / Era una soluzione, quella gente”.

Versi che sembrano scritti apposta per descrivere la situazione della sinistra italiana, e non solo, che continua a svenarsi nell’attaccare le tante, tantissime nefandezze della destra di governo, senza però mai proporre una narrazione alternativa. È inutile criticare Meloni & C per le politiche sull’immigrazione, senza però mettere sul piatto qualche idea concreta su come affrontare questo fenomeno. Lo stesso vale per le accuse di sudditanza verso gli Stati Uniti, sacrosante, ma occorre avere una qualche idea di politica estera diversa. Non parliamo poi della posizione nei confronti dei conflitti internazionali, a proposito dei quali l’ambiguità della sinistra tra un pacifismo timidamente evocato e un appoggio condizionato alle forniture di armi, rende ancora più opaca la posizione del Pd.

Assistiamo alla riproposizione della strategia – perdente – contro Berlusconi, alla costruzione di una retorica che si limita ad attaccare l’avversario, finendo per scivolare sul suo terreno di gioco, nel farsi dettare l’agenda da lui, mossa che risulta inevitabilmente perdente. Se la sinistra si dimentica di essere sinistra e gioca con gli schemi della destra, la gente finirà per scegliere l’originale. Questo è uno scenario che abbiamo già visto. Non basta puntare il dito per indicare il cattivo.

La demonizzazione del nemico sta alla base di tutte le forme di accuse di stregoneria: immaginare che esista qualcuno di cattivo, diverso da noi, fuori dai nostri ambiti, per poterci pensare buoni. Così come i barbari servono a pensarci civili, i neri e pensarci bianchi e così via. Una strategia, peraltro, adottata molte volte in politica estera: quante volte abbiamo visto governi imbarcarsi in guerre o scontri dialettici con un ipotetico nemico, per fare passare in secondo piano i problemi interni? Dalle Falkland a Gaza l’elenco è lungo.

È questa la sindrome che colpisce la sinistra italiana e in particolare il Pd, ma è una sindrome monca, a metà. La costruzione dell’altro come icona del male dovrebbe servire a una costruzione speculare e opposta del “noi”, definito per sottrazione e pertanto migliore. Non è così e non lo sarà fino a quando non si riuscirà a proporre una visione diversa della società. Sembra che la parola “ideologia” sia diventata tabù, ma in fondo cos’è un’ideologia se non il sogno di un’umanità a cui aspirare? La politica, oggi, ha il fiato corto, è vero, ma è falso che sia finita l’epoca delle ideologie, delle grandi narrazioni.

La realtà è che c’è solo un’ideologia dominante ed è quella del capitalismo liberista, che nella sua versione più attuale, definita anarco-capitalismo, risulta quanto mai pericolosa per ogni forma di democrazia. Se la sinistra non è capace, dimenticando Blair e la terza via, di immaginare un futuro diverso, una società fondata su valori che non siano solo l’utilitarismo, se si limita ad attaccare le manifestazioni più teatrali della destra, senza colpirne i contenuti, la battaglia è persa.

Diritti, uguaglianza, solidarietà: sono questi i terreni su cui bisogna costruire una visione del domani condivisa, che parta dai giovani, che restituisca dignità al lavoro e soprattutto che si batta per dei diritti collettivi di tutti, non solo delle minoranze. La frammentazione della domanda di diritti indebolisce ogni sforzo, ma soprattutto occorre ripartire dal principio che tali diritti non sono dovuti solo perché ci si considera discriminati, oppressi, minoranza: sono dovuti perché è giusto, perché stanno nella nozione fondamentale di umanità. Ed è questa nozione che deve fare da timone a una sinistra che si voglia proporre come alternativa al modello dominante.

Non basta aspettare i barbari per sembrare civili, come non basta attaccare la destra, per essere di sinistra.

da qui

mercoledì 29 luglio 2026

Entrare nelle crepe: guida alla resistenza civile contro l’1% - Elena Basile

Continuiamo a scrivere fin quando e ovunque ce lo permettano! Se un giorno ci saranno degli storici che analizzeranno questi tristi giorni — nei quali la mancata risposta alla sfida climatica, robotica e nucleare comporterà inevitabili conseguenze —, essi potranno correggere, con la nostra versione, la narrativa criminale a cui lavora l’apparato mediatico. Sapranno che la società civile era in fermento; che molteplici voci si levavano nel deserto; che movimenti del dissenso nascevano come funghi; e che qualche formazione politica, come i 5 Stelle in Italia e alcune forze della sinistra radicale in Europa, aveva il coraggio di condannare il genocidio e di appellarsi a una mediazione con la Russia.

L’atlantismo filoneoconservatore e il neoliberismo sono la cifra del mainstream. Tutto: da destra al centro-sinistra. Vorrei che qualcuno mi spiegasse, su questi temi, la differenza esistente tra politici come Renzi, Gentiloni, Tajani e la Meloni. Non ne vedo alcuna, se non qualche sfumatura:

  1. Le destre, più pragmatiche nei confronti della Russia e pronte a riconoscere la convenienza di una mediazione, sono però fanatiche nell’odio verso l’Islam e i palestinesi.
  2. Il centro-sinistra, a volte più consapevole delle ingiustizie sofferte a Gaza, è invece fanatico e in preda al delirio contro la Russia, del tutto incurante del rischio nucleare.
  3. Le destre sono negazioniste della minaccia climatica; il centro-sinistra si dichiara falsamente consapevole, ma affossa la transizione ecologica con le guerre.

La differenza tra questi due schieramenti, in Italia come in Europa e negli Stati Uniti, riguarda unicamente i valori di facciata e il censo degli elettori.

Generalizzando, possiamo affermare che le destre si rivolgono ai meno abbienti, ai perdenti della globalizzazione, e cercano un ritorno ai principi della tradizione, dell’identità nazionale, dell’ordine e dell’autorità. Promuovono la più sfrontata accettazione delle gerarchie sociali ed etniche, per cui il bianco ha sempre ragione rispetto all’”intruso” immigrato, il gioielliere che uccide è una persona per bene, il criminale che ruba (senza uccidere) va disumanizzato, il poliziotto violento va perdonato, l’israeliano è “buono e amico” e si difende dal criminale palestinese. Uno sciorinamento di luoghi comuni che deriva anche dalla mancanza di istruzione e cultura di parte dell’elettorato di destra.

Il centro-sinistra, i socialisti europei e i democratici americani (ma anche la Forza Italia rivisitata dai figli di Berlusconi) si rivolgono invece a un ceto medio arricchito, a una piccola borghesia impiegatizia e benestante, a una popolazione più colta che viaggia e si professa progressista. Può quindi sfoggiare una certa comprensione per il debole — immigrato, palestinese o povero che sia — utilizzando i valori umanistici, le battaglie contro le disuguaglianze, i diritti della donna e delle minoranze e la consapevolezza climatica in modo puramente strumentale contro le destre.

Si tratta di una manovra manipolatoria. A prescindere dalla retorica, il centro-sinistra, i socialisti europei e i DEM restano espressione dello Deep State statunitense. Quando si tratta di decidere, sono filo-israeliani e complici del genocidio quanto le destre; sono anti-immigrati e spensieratamente dimentichi dei diritti umani (si pensi alle politiche sull’immigrazione di Minniti); sono a favore delle guerre e del progetto neoconservatore di dominio sulla Russia e sull’Iran nello scontro contro le potenze del surplus. Affossano con il riarmo la transizione climatica dopo averla difesa a parole, e continuano con le politiche neoliberiste, le privatizzazioni, i trasferimenti finanziari dai più poveri ai più ricchi, distruggendo lo Stato sociale a vantaggio del Keynesismo militare.

È difficile capire quale delle due destre — quella populista o quella tecnocratica — sia la più pericolosa. Certamente la cancellazione dei principi costituzionali da parte delle destre terrorizza: un autoritarismo provinciale e rozzo che minaccia soprattutto l’Italia. Eppure credo che il centro-sinistra, i socialisti europei e i DEM siano nel lungo periodo maggiormente deleteri, in quanto manipolano quella parte di opinione pubblica che potrebbe invece svegliarsi e opporre una sana e consapevole resistenza politica. Giocano il ruolo del “poliziotto buono” e la piccola e media borghesia illuminata si fa trascinare verso campagne militariste e fasciste, convinta di difendere la democrazia, la libertà, i diritti sociali e quelli degli immigrati, che vengono invece massacrati proprio dalla cosiddetta élite progressista.

Insomma, non si sa più dove voltare la testa. Non so se personaggi come Picierno, Calenda, Renzi, Quartapelle o Gentiloni possano davvero essere considerati difensori della Costituzione italiana solo perché si sono schierati per il “No” al referendum sulla giustizia. Sono gli stessi che difendono la censura contro i media russi, che vogliono sanzioni esplicite per chi esprime un pensiero diverso dalla narrativa NATO, che silenziano gli oppositori mettendo veti sulla partecipazione a programmi come TG1/TV7 (ipocritamente ritenuti liberi e progressisti), che cancellano l’Articolo 11 della Costituzione contrario alla guerra. Hanno un potere radicato in Europa ed egemonizzano la cultura, sponsorizzando operazioni che pompano autori letterari del tutto incompetenti, per non parlare del teatro o del cinema.

In sintesi:

  1. Le destre sono espressione di un vecchio potere fascistoide, rozzo, impreparato e non ancora del tutto radicato, vicine all’anomalia inquietante di un pericoloso parvenu come Trump.
  2. I socialisti europei sono vicini allo Deep State americano (e finalmente ne possiamo parlare senza essere considerati complottisti, visto che persino Mieli e Rampini hanno recentemente fatto propria questa espressione): un potere radicato nelle istituzioni, nell’intelligence, nella burocrazia, negli apparati mediatici più sofisticati (come la CNN e la BBC), nella diplomazia, nei centri di ricerca e nell’accademia.

La direttrice dello IAI (che, sebbene porti avanti l’agenda dei Democratici americani e dei neoconservatori alla Victoria Nuland, viene spudoratamente chiamato “istituto di ricerca”) si è recentemente vantata di aver scritto un articolo per The Economist in cui perora l’invio di truppe di giovani europei in Ucraina per “forgiarne lo spirito guerriero”. La retorica militarista più becera è diffusa non solo da Nathalie Tocci, ultima ruota del carro, ma anche da intellettuali progressisti come Antonio Scurati, autore di libri di grande successo in Europa basati su una ricostruzione volgarizzata del fascismo, di cui finisce oggi per diffondere proprio i valori legati alla virilità e al sacrificio per la Patria.

Per molti di noi le domande ricorrenti sono:

  1. Come è possibile che le marionette politiche e la classe servente non si preoccupino del futuro riservato ai loro stessi figli e nipoti?
  2. Come è possibile che non temano un’escalation militare con una potenza nucleare?

Se leggiamo la dottrina militare americana, appare chiaro che la difesa dell’unipolarismo e il confronto con le potenze del surplus (in primis la Cina) potranno portare a una catastrofe nucleare e alla fine della vita sul pianeta. Come è possibile che l’élite e i suoi colletti bianchi, per quanto corrotti, non capiscano cosa c’è in ballo e non tutelino neanche i propri affetti?

Geopsichiatria. Mi ritornano in mente le parole dell’antropologo Emmanuel Todd. Come fermare la follia di chi ormai crede — o finge di credere — alla propria stessa propaganda e a luoghi comuni che neanche la più standardizzata soap opera statunitense farebbe propri? “Israele si difende come può” e “L’Ucraina combatte per la democrazia occidentale”.

Bisogna svegliare il popolo dei rassegnati: chi sa ma vota comunque per i soliti perché “tanto non ci sono alternative”, o chi si rifugia nel non-voto convinto (come in Iran) che nulla possa mai cambiare. Bisognerebbe che il dissenso smettesse di frammentarsi, di inseguire identità ed assoluti cedendo all’eterna irrilevanza. Sarebbe essenziale individuare dei mecenati in grado di finanziare, in Europa, media alternativi che arrivino nelle case delle tante persone ignare e turlupinate dalla propaganda rozza di Vespa o da quella più sofisticata della Gruber.

Chi è bravo e ha fatto storia in televisione come Santoro, insieme ai pochi media rimasti che ospitano il pensiero libero (come Il Fatto Quotidiano o il programma Accordi e Disaccordi, che purtroppo a volte sembra una brutta copia dei talk show progressisti), dovrebbero unirsi per una causa comune: la creazione di un’informazione veramente libera.

No, non ho preso alcuna droga per sognare una simile utopia. Credo che la speranza possa ancora salvare il genere umano: essa è la capacità di immaginare una realtà differente e di cercare razionalmente una via d’uscita dalla trappola.

Purtroppo la storia del povero Bernie Sanders negli USA, del laburismo anglosassone e delle sinistre europee fino agli anni Ottanta ci insegna che, se si prova a cambiare il centro-sinistra o il cosiddetto socialismo europeo dall’interno, si viene ingoiati e si finisce per contribuire alla mutazione antropologica in corso.

Come non essere silenziati e ghettizzati se si rifiutano i compromessi e le alleanze che snaturano la lotta politica? Questa domanda cruciale dovrebbe aprire un grande dibattito pubblico.

Oggi la contraddizione tra popolo ed élite sta esplodendo. Dobbiamo entrare nelle crepe che si stanno creando perché, come cantava Cohen, è proprio attraverso di esse che entra la luce.

Il capitalismo finanziario senza pianificazione, senza socialismo di mercato e senza protezione dei diritti umani è sprofondato nel nichilismo, in guerre suicide che rischiano di eliminare la civiltà occidentale. Non riesce più a garantire l’accumulazione di capitale in Occidente. La concentrazione della ricchezza in pochissime mani e l’impoverimento massiccio della popolazione sono insostenibili. La distruzione dei beni comuni, a cominciare da istruzione e sanità, è sotto gli occhi di tutti. La burocratizzazione della ricerca scientifica, i rischi della rivoluzione robotica e la minaccia climatica sono tali da rendere indispensabile la cooperazione in un mondo multipolare.

Dividere il mondo in blocchi economici, monetari, militari e valoriali è il modo più rapido per soccombere al disastro. Di questo l’opinione pubblica europea dev’essere informata, affinché la pressione per cambiare la classe dirigente si rafforzi e raggiunga il suo scopo.

Contro le lobby della finanza, delle armi e di Israele, contro i diktat dell’intelligence e degli apparati mediatici, la società civile del 90% può organizzarsi: non dobbiamo restare schiavi degli interessi di quell’1% che, comunque vada, riuscirà a subire meno danni di tutti gli altri.


da qui

mercoledì 1 luglio 2026

Viviamo un'epoca che scombina il nostro modo di vedere le cose – Paolo Desogus

Viviamo un'epoca che scombina il nostro modo di vedere le cose, un'epoca che richiede uno sforzo interpretativo nuovo. Emblematico è il caso della Chiesa cattolica. Come probabilmente anche quella di molti di voi, la mia è una formazione puramente laica e di sinistra. Devo però riconoscere qualcosa che non avrei mai potuto immaginare. Il mio mondo, un mondo in disfacimento, giustamente sotto accusa, il mio mondo per l'appunto laico e di sinistra, che spesso si è voluto autorappresentare come l'espressione migliore della modernità, anzi come l'unico luogo detentore della buona modernità, è decisamente più indietro di ciò che esprime la Chiesa di Leone XIV.

So benissimo che con questa affermazione mi sto giocando la stima di tutti quelli che agevolmente possono farmi l'elenco dei tanti temi etici e civili su cui il Vaticano è indietro. Non c'è dubbio che sia così e personalmente resto convito della giustezza delle scelte laiche. Detto in altre parole: resto quello che sono sempre stato, un uomo di sinistra, culturalmente materialista, cioè del materialismo storico, che con la religione ha solo un rapporto di tipo intellettuale e non spirituale.

Il punto che voglio porre è però un altro. Sulle grandi questioni del presente, sui grandi conflitti geopolitici, su ciò che minaccia l'essere umano e persino sul capitalismo, la cultura da cui vengo esprime oggi una lettura della realtà decisamente più arretrata, per non dire pavida.

Prendiamo la testimonianza di Pizzaballa su Gaza. Non c'è denuncia o grido di dolore più profondo, pieno e autorevole di quello che il Patriarca di Gerusalemme ha espresso sul genocidio. Alla premiazione organizzata da Limes, non ha avuto nemmeno bisogno di usare grandi parole. Non deve servirsi di termini feticcio o di argomentazioni particolari, come purtroppo devo fare anche io per sforzarmi di essere credibile. Pizzaballa si è limitato a evocare "l'odore di Gaza", l'odore di morte che Israele e i suoi complici, tra cui l'Italia, ha prodotto negli ultimi tre anni.

Stesso discorso vale per il Papa. In una recente dichiarazione, sulla scia di Francesco, ha affermato che l'Europa vive solo di opportunismo. Ha dichiarato che la sua ideologia è puramente economicistica, che tra le tante cose vuol dire che intimamente non crede in nulla: è nichilista. Non ha preso alcuna decisione contro Israele e, ha aggiunto, contro gli Stati Uniti. Non si è limitato a citare lo stato ebraico. Ha esplicitamente messo sotto accusa anche gli Stati Uniti: non Trump, come un po' furbescamente fa la stampa nostrana, ma lo stato americano nel suo complesso, consapevole che quello che sta accadendo non è frutto di una contingenza elettorale, ma è storica: radicata nelle cose.

Giuro, non avrei mai immaginato un rovesciamento del genere. La cultura di sinistra, che certamente in Italia ha espresso la parte migliore del paese, almeno in una certa fase, oggi non è minimamente in grado di manifestare una simile fermezza politica e morale. Resta attaccata a un'idea di modernità del tutto compromessa con i mali attuali, incapace dunque di rinnovarsi, di essere spregiudicata. La sua parola non ha vera autorevolezza, non ha pienezza di significato. I suoi ragionamenti sono intrisi di opportunismo, di economicismo. Non c'è nella sinistra attuale un'autentica passione per i subalterni, e dunque compassione per il loro dolore, per il loro dramma di vinti. Non c'è nei suoi pensieri alcun reale desiderio di riscatto. Possiamo fare tutti i ragionamenti sui sondaggi, tutte le analisi politiche, tutti i calcoli, ma senza questa connessione reale con i sentimenti concreti di chi oggi subisce la sopraffazione del grande capitale e dei suoi attori criminali non andremo da nessuna parte. La nostra parola resterà vuota, pura esteriorità.

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sabato 30 maggio 2026

Tre ragioni per cui il centro-sinistra perderà le elezioni politiche - Enrico Grazzini

Ci sono tre ragioni per cui le forze di centro-sinistra perderanno le prossime elezioni politiche:

1) il centrosinistra si presenta senza ideali ma solo con distopie: infatti il Partito Democratico appoggia la Nato e l’Unione Europea di Ursula von der Leyen, ma Nato e UE vogliono portarci in guerra con la Russia, aumentare le spese militari e ridurre quelle sociali. Mark Rutte, il capo della Nato, ha addirittura proposto che gli europei intervenissero a fianco di Trump nella fallimentare guerra in Iran.
2) PD, sindacati, e anche Movimento 5 Stelle, non difendono con forza gli interessi materiali e vitali dei lavoratori. Non promuovono obiettivi sacrosanti che sono necessari per tutti, a partire dall’indicizzazione dei salari al costo della vita. Il centrosinistra e la CGIL denunciano a gran voce che il governo Meloni non fa nulla contro l’inflazione che mangia gli stipendi ma, per paura della lotta di classe, non lanciano nessuna proposta per aumentare gli stipendi agganciandoli al costo della vita. Così non sono credibili.
3) Infine, soprattutto il PD, ma anche i 5 Stelle (pensiamo a Di Maio), hanno una cattiva reputazione. Nel passato hanno troppo deluso i lavoratori, e godono di cattiva fama presso molti settori di opinione pubblica. Pochi si fidano ancora. Hanno appoggiato il governo Draghi e, in precedenza, altri governi che hanno portato avanti solo politiche di austerità e sacrifici. Ormai la maggioranza del popolo di sinistra pensa che, destra o sinistra, poco o nulla cambia. Non a caso il popolo degli astensionisti ha la maggioranza in questo paese. “Sinistra” sembra essere diventata una brutta parola, semplicemente perché la sinistra ha fatto troppe politiche di destra, sull’immigrazione, sui salari, sulla guerra in Ucraina, e così via.

Una volta essere di sinistra significava lottare con coraggio e sacrificio per la libertà e la democrazia, contro lo sfruttamento e la speculazione finanziaria, e per l’eguaglianza. Oggi non si capisce più per che cosa si batte la sinistra. Oggi uno che si dichiara di sinistra è visto dalla maggioranza delle persone, purtroppo, come uno dell’establishment, uno che vuole fare carriera in un sistema politico corrotto e clientelare. Tipi come Tony Blair o Matteo Renzi hanno dato cattiva fama alla sinistra. La sinistra non è più affidabile come difensore dei lavoratori. I lavoratori in maggioranza o non votano o votano a destra, non certo per l’europeismo del PD.

Mentre l’elettorato, a causa della crisi economica, si polarizza, la sinistra rincorre il centro e, con il suo moderatismo, perde i voti della maggioranza delle persone e non riesce a cambiare nulla.

Se i salari in valore reale sono scesi in venti anni è perché la presunta sinistra, magari in nome dell’europeismo, hanno promosso l’austerità di Bruxelles facendola pesare sui ceti medi e sui lavoratori, mentre le banche e la finanza hanno i profitti più alti di sempre.

Solo AVS di Nicola Fratoianni e Angelo Bonelli hanno sussurrato, a bassa voce e con levità, come si conviene alle persone educate, una legge per il recupero salariale sull’inflazione, con scadenza annuale. Una proposta come questa farebbe vincere milioni di voti al centro-sinistra perché orma il 70% delle famiglie italiane fatica ad arrivare alla fine del mese. Anche Maurizio Landini tentenna sul salario agganciato all’inflazione: secondo lui una legge non va bene (chissà perché?!) e invece bisognerebbe adeguare i contratti collettivi all’inflazione ogni anno (?), il ché mi sembra una posizione assurda, del tutto impraticabile, e corporativista, a protezione del potere sindacale, ma non dei lavoratori. Se Landini e la sinistra proponessero un referendum per indicizzare i salari al costo della vita, vincerebbero con milioni di voti.

Elly Schlein, dopo la proposta dei 5 Stelle, ha finalmente aderito al salario minimo garantito, che riguarda 4-5 milioni di lavoratori: ma non dice nulla su una possibile e necessaria scala mobile che impatterebbe 24 milioni di lavoratori. Il centrosinistra ha evidentemente paura di alienarsi le simpatie di Confindustria, di Emanuele Orsini, che, però ha già dichiarato che è contrario al salario minimo per legge. La Confindustria non sarà mai dalla parte del centro-sinistra.

Il PD, con i socialisti europei, continua ad appoggiare la Nato e questa UE che corre verso la guerra. Meloni, Macron, Merz, PD e socialisti europei continuano cinicamente a volere armare l’Ucraina in una guerra che Kiev non può vincere, e rifiutano ogni possibile negoziato e compromesso con la Russia: così ci portano dritti verso la guerra atomica. La maggioranza dei vertici del PD difende a spada tratta la Nato, ma Mark Rutte, il capo della Nato, e Ursula ingannano i popoli europei: vogliono che l’Europa si armi fino ai denti per combattere la Russia che vorrebbe, secondo loro, invadere l’Europa. Ma la Russia non ne ha nessuna intenzione. Putin ha invaso illegalmente l’Ucraina solo perché la Nato voleva metterci le sue basi militari. E’ un despota, ma certamente non è così pazzo da volere conquistare l’Europa e scontrarsi con la Nato (a meno che Rutte non continui a armare Kiev per lanciare droni in Russia). Ecco perché il centro-sinistra perderà le elezioni.

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mercoledì 13 maggio 2026

Aspettare Godot? Breve discorso sul partito che non c’è - Mimmo Porcaro

 

Mutamento e inerzia

Il mondo nato dal secondo dopoguerra non c’è più, non c’è più quell’Occidente che è sorto dalla fine del grande conflitto 1914-1945. Il rapporto con gli Stati Uniti, Trump o non Trump, è ormai per gli alleati più un problema che una soluzione. Lo è per la destra semi-populista, lo sarà per la destra tecnocratica (pardon, la “sinistra”), se mai andrà al governo.

A questo mutamento geopolitico, che è poi mutamento delle condizioni spaziali dell’accumulazione capitalistica su scala mondiale, dovrebbe corrispondere un’analoga trasformazione dei partiti e dei sistemi politici di tutti i paesi. Per capirci: l’89 generò il PD e il maggioritario, nonché – con la globalizzazione – la sinistra altermondialista. La crisi del 2008 generò l’onda populista e poi, insieme al 2011, rafforzò l’idea della Lega “nazionale”. Ma oggi, nonostante il (o forse proprio a causa del) carattere veramente epocale del rivolgimento in atto, sembra che noi, europei e italiani, ci limitiamo a registrare gli eventi come se non ci riguardassero, e a vivere per inerzia. Così, mentre il riarmo della Germania (come alla vigilia del ‘14 e del ’34…) fa saltare l’equilibrio tra la potenza militare francese e la forza economica tedesca, equilibrio che era alla base dell’attuale UE, lo scenario politico superficiale resta identico, o per meglio dire, ne restano sostanzialmente identici i soggetti principali, ossia quei partiti che abbiamo ereditato dall’epoca della globalizzazione e dalla risacca della sua prima vera crisi.

Ma qui siamo già ben oltre quella prima crisi, siamo – tra guerra economica e guerra vera – allo scontro aperto tra l’Occidente e gli altri, e all’interno dell’Occidente stesso. Tutti i partiti dovranno quindi, prima o poi, modificarsi profondamente: perché tutti i partiti degni di questo nome sono da tempo anche espressione di forze internazionali[1]. Probabilmente si creeranno nuove aggregazioni centriste, comprendenti i liberali di sinistra e di destra, votate alla repressione del pacifismo popolare; per reazione si radicalizzeranno alcune forze di destra, magari utilizzando strumentalmente quel pacifismo per imporre soluzioni ancor più autoritarie. Due poli che lotteranno per il titolo di miglior garante degli equilibri attuali, ossia dell’alleanza con qualunque governo Usa, corretta in alcuni casi con aperture alla Russia, ferme restando le preclusioni anticinesi.

E noi?

Tutti i partiti dovranno modificarsi, si diceva. Il nostro invece dovrà proprio nascere, ex novo. Il nostro: ossia quello che dovrà legare indissolubilmente, l’una cosa come condizione dell’altra, pace e alternativa socialista, interesse di classe e interesse nazionale, sovranità e nuove alleanza continentali.

Nascere ex novo: non servirà autonominarsi (ennesimo) partito comunista; non sarà possibile praticare un esodo; non basterà esaltare la pluralità e la differenza dei movimenti; non basterà la generica pressione dall’esterno. Si dovranno invece imparare le strade attuali del superamento del capitalismo, rivolgersi a tutti i lavoratori, ma meglio ancora a tutti gli esseri umani, oggi minacciati in quanto tali dalle guerre, avere da subito un’idea di governo, ma soprattutto l’idea di uno Stato nuovo, e addestrarsi a praticarla. Uno Stato nuovo: perché la forma sempre più autoritaria e sempre meno egemonica del dominio americano non consente ormai né la continuazione della Seconda, né la ripetizione della Prima Repubblica. E perché per contrastare la privatizzazione integrale dell’apparato pubblico a pro dei fondi statunitensi e l’appalto della nostra sicurezza a forze esterne, serve ben altro che una ripetitiva agitazione identitaria.

Il nuovo partito, insomma, deve risponderealla crisi attuale, che non si risolve con semplici aggiustamenti del sistema, compartecipazioni dal basso alla governance, nuovi linguaggi rispettosi delle differenze, e nemmeno con la sola rivendicazione della sovranità, per quanto “democratica”, ma con una alternativa che sia contemporaneamente economico-sociale, istituzionale e geopolitica. Sarà certamente fatto, questo partito, anche da uomini e donne cresciuti in altre epoche politiche, ma anche loro dovranno in qualche modo imparare modi e linguaggi diversi, a volte dissonanti da quelli del passato.

Un partito come istituzione forte

Già, ma che tipo di partito dobbiamo (e possiamo) costruire?

Per capirlo dobbiamo prima di tutto dimenticare i partiti odierni, che sono soltanto comitati elettorali e agenzie di comunicazione. E poi chiederci che cosa debba essere non un partito in generale, ma un partito delle classi subalterne[2]. Perché i dominanti posseggono o controllano già le istituzioni che oggi conferiscono potere, ossia le grandi imprese capitalistiche e lo Stato; e quindi possono accontentarsi di partiti mediatico/elettorali, giacché la loro forza come classe è assicurata da altro. Ma le classi subalterne non possono contare su analoghe istituzioni, e il loro partito deve essere qualcosa di più. Oggi come ieri il loro partito è quell’istituzione (anzi, come meglio vedremo, quell’insieme di istituzioni) che trasforma le classi subalterne in classi dirigenti, o potenzialmente tali, producendo un sapere collettivo, un’abitudine al ragionamento politico, una capacità di gestione alternativa di svariati ambiti sociali e anche istituzionali. Il tutto costituendo al contempo la sede di una vera e propria alleanza tra le diverse frazioni delle classi subalterne e tra queste e tutte le frazioni intermedie che si sapranno conquistare.

Insomma, il nostro dovrebbe essere un partito forte, ossia un’istituzione che non si limita a sommare le esigenze di individui disparati, ma che appunto trasforma gli individui stessi e specifica le loro stesse aspirazioni. Per fare tutto ciò, tale partito dovrebbe svolgere diversissime funzioni: socializzazione politica, mutuo soccorso, mobilitazione sociale, elaborazione di una cultura di base e di una riflessione teorica, definizione collettiva di una strategia, e anche (ma non soltanto, come avviene oggi) comunicazione e rappresentanza istituzionale.

Partito formale, partito reale

Di fatto, però, è impossibile (con l’eccezione che tratteremo fra poco) che una sola istituzione possa addossarsi tutti questi compiti; di fatto la trasformazione delle classi subalterne in classi dirigenti può avvenire più efficacemente ad opera di quello che io definisco partito reale, ossia di un insieme costituito da uno o più partiti formali e poi da sindacati, organi di comunicazione, centri di elaborazione culturale, associazioni civiche, frazioni dell’apparato di Stato ecc… Una pluralità di soggetti che, oltre a consentire una maggiore aderenza alla differenziazione degli ambiti sociali, rende anche più facile o comunque possibile la reciproca sostituzione in caso di default dell’uno o dell’altro, visto che almeno in linea di principio e a seconda delle fasi, ogni soggetto può assumere anche compiti non propri, compresi quelli di direzione strategica de facto: si pensi ad esempio alla funzione svolta dai sindacati in alcune fasi degli anni ’70.

Il partito reale non è un progetto da costruirsi, ma una realtà di fatto: nessuna esperienza d’organizzazione politica delle classi subalterne europee è stata (e potrà essere) costituita solo da partiti formali. Detto questo, che aiuta anche ad evitare qualunque futura “boria di partito”, deve però esser chiaro che un tale insieme di soggetti può essere chiamato partito, ancorché reale, solo se e in quanto è unito da una convergenza strategica di fondo, da un esplicito patto strategico o comunque dalla capacità di fare “blocco” nei momenti di crisi. Altrimenti è solo la fotografia della frammentazione esistente, non è forma della politica ma della sua assenza[3]. Il partito reale del passato è stato invece pienamente politico soprattutto perché al suo interno si muovevano partiti formali degni di questo nome, il che obbligava anche gli altri organismi a dotarsi di una visione generale. Ma anche perché quasi tutti questi partiti formali (grandi o piccoli che fossero) si organizzavano come partiti di massa, fondati su una chiara unità ideologica, aperti a un ampio tesseramento e, su questa base, capaci di formare numerosi quadri di origine popolare e di legittimarne la funzione dirigente in svariati ambiti sociali[4]. In tal modo il partito di massa poteva sia svolgere da solo, fino a un certo punto, tutte le necessarie funzioni, sia delegarle, progressivamente, ad associazioni “ancillari”, sia, infine, essere catalizzatore e tendenzialmente centro di un più eterogeneo partito reale.

Non è qui possibile fare la storia dell’evoluzione (o meglio involuzione) di quel tipo di partito (ossia, in buona sostanza, del Pci e degli altri partiti “operai” europei). Basti dire che la sua esistenza ha coinciso con l’epoca della grande ascesa delle classi subalterne e che la sua fine ha sancito il declino di quelle classi. E aggiungere che il suo stesso successo, ossia la capacità di “portare le masse nello Stato” negli anni del grande compromesso tra operai e capitale, lo ha ironicamente condotto alla sconfitta, trasformandone progressivamente i dirigenti in amministratori, e i militanti in meri agitatori elettorali. Quel successo, insomma, è stato pagato con una fissazione alla politica istituzionale e con una centralità assoluta della questione del governo che hanno avuto non poco peso nella mutazione: attuata, questa, proprio per potere svolgere liberamente la più gratificante e remunerativa tra le funzioni in cui ci si era specializzati, ossia quella della rappresentanza istituzionale locale e centrale. E attuata proprio quanto il patto interclassista era ormai saltato e si trattava quindi sì di governare, ma per conto di una classe sola: e non era più quella “originaria”. A questo quadro sconfortante (che spiega almeno in parte perché invece di perdere con la propria classe, si decise di vincere – o illudersi di farlo – con la classe avversa) va comunque aggiunto (anche per prevenire uggiose polemiche contro il burocratismo, il “partitismo” e via lamentando) che quell’esito trasformista non riguardò soltanto i partiti formali, ma anche moltissimi altri soggetti culturali, associativi ed economici del partito reale (si pensi soltanto alle cooperative…).

Insomma: il partito di massa non c’è più; non è detto che sia scomparso per sempre, ma al momento non è possibile ricostruirlo. I comitati mediatico-elettorali che oggi si chiamano partiti sono il problema e non la soluzione. I pur essenziali movimenti, recenti e futuri, sono naturalmente apartitici e tali devono essere, soprattutto oggi, se vogliono raggiungere dimensioni ragguardevoli. L’associazionismo di terzo settore è orfano della governance. L’attivismo per i diritti civili non riesce a uscire (e come potrebbe?) dal ruolo limitante di gruppo di pressione. La semplice agitazione sovranista sembra troppe volte priva di contenuto. Le svariate forme di comunicazione anti-mainstream non riescono a fare sistema, e comunque non possono sostituire la politica. E allora, che partito dobbiamo e possiamo costruire? E cominciando da cosa?

Uno Stato nuovo e durevole

Prima del cosa e del come dobbiamo di nuovo chiederci il perché. Un partito, infatti, non è semplicemente un modello organizzativo, ma è soprattutto un’idea che diventa organizzazione. E qual è l’idea (il gruppo di idee) a cui dobbiamo fornire adeguata armatura organizzativa? Lo abbiamo già detto, ma dobbiamo ripeterlo, e precisarlo.

È interesse vitale delle classi subalterne, ossia della stragrande maggioranza degli abitanti del nostro Paese (vitale proprio nel senso che “ne va della vita”), che l’Italia non sia trascinata, né direttamente né indirettamente, nelle svariate guerre imperialiste che compongono e comporranno il mosaico del terzo conflitto mondiale. Inoltre, è interesse di queste classi che l’esito della crisi egemonica occidentale veda un’Italia capace di riconquistare la sua piena sovranità: non per “fare da sola”, ma per negoziare su questa base una nuova unità con i paesi europei (o almeno con alcuni di essi), e relazioni più equilibrate col mondo intero a cominciare dai Brics e dai paesi africani. Infine, è interesse delle classi subalterne italiane utilizzare la presente crisi per fare seriamente e in maniera duratura quello che le classi dominanti mondiali stanno facendo in maniera ipocrita e puramente temporanea, ossia riconquistare (anche via espropriazione) un controllo politico democratico delle più importanti strutture economiche, e sostituirlo all’attuale intervento “pubblico” fatto a spese dei deboli e a favore delle grandi concentrazioni private, e fatto dopo aver privatizzato l’apparato stesso dello Stato.

Se vogliamo tutelare questi interessi, il compito che abbiamo di fronte è, nientedimeno, lo stesso additato da Machiavelli nel Principe e nei Discorsi: quello di costruire uno Stato nuovo e capace di durare. Ora, non è possibile affrontare (o meglio iniziare affrontare) tale compito pensando semplicemente di connettere i soggetti politici attuali, di unire tutte le forze potenzialmente disponibili, giacché queste forze non sono al momento in grado di pensare un tale compito del genere.

Vi può essere un consenso generico sulla questione della pace, ma appena compiuto qualche passo al di là di questo si incontrano veti, preconcetti, prudenze che rendono impossibile andare oltre. L’idea di un intreccio tra interesse di classe e interesse nazionale è semplicemente impronunciabile per gran parte della sinistra attuale. L’idea di un qualche rapporto coi Brics è ostacolata dal sacro terrore per le “autocrazie”, da cui discende – quando va bene – una falsa equidistanza che si traduce nell’appoggiare di fatto chi qui ed ora è il più forte. Il solo pensiero di uno Stato che riconquisti la piena autorevolezza e indirizzi con decisione l’economia turba i sonni di tutte le associazioni del “privato sociale” – e a nulla servono le precisazioni sul fatto che, mentre chiude alle grandi forze private, il nuovo Stato non potrà che aprire a Pmi e Terzo settore, e dovrà necessariamente relazionarsi con tutte le forme possibili di autonomia popolare. Infine, per assicurare la durata di questa nuova prospettiva in un’epoca di fortissime turbolenze (e di attacchi diretti da parte di potenze ostili) è necessario prima di tutto che il nuovo Stato sia sostenuto da una grande coalizione popolare, il che implica il farsi carico senza pregiudizi anche della vera e propria crisi da declassamento oggi vissuta dalla cosiddetta piccola borghesia (popolata in realtà da molti proletari “atipici”): cosa difficilissima per culture politiche in cui invece tali pregiudizi abbondano.

Un partito “bund”

Da tutto ciò discende che il partito di cui abbiamo bisogno dovrà fondarsi sulla piena consapevolezza della netta distinzione tra le proprie idee e quelle correnti, e della simultanea assoluta necessità di un dialogo costante con le realtà sociali e politiche che, pur momentaneamente lontane, potrebbero avvicinarsi nell’esperienza della crisi.

Avendo il senso della misura, non possiamo dire che il partito di cui si parla dovrà essere di tipo leninista. Ma certamente esso, almeno per una prima fase, non potrà essere che un partito di quadri, il più possibile disciplinato e coeso, certo delle proprie idee ma presente, direttamente o meno, in tutti gli ambiti in cui ciò sia possibile e utile. Il nuovo partito non sarà quindi né un comitato elettorale né un partito di massa, ma qualcosa di simile a quello che il politologo novecentesco Maurice Duverger definiva come Bund, come “ordine”: ossia come associazione di individui legati da uno scopo forte, e uniti da altrettanto forti sentimenti di amicizia politica[5]. Non è né facile né utile prevedere quali potranno essere gli strumenti che consentiranno a questo bund un legame con la popolazione. Si tratta di un campo sperimentale, in cui possono essere tentate soluzioni vecchie e nuove: circoli territoriali simili a quelli del partito di massa, centri mediatici efficaci, cellule militanti sistematicamente presenti in varie realtà lavorative e sociali, nuclei di “partito sociale”, ossia di aiuto concreto a strati popolari inteso anche come forma di tangibile presenza politica. Quel che invece è possibile dire con certezza è che il nuovo partito, pur prevedendo sia propri media che propri gruppi istituzionali (parlamentari, consiglieri regionali ecc.), non potrà identificarsi né coi primi né coi secondi. I gruppi dirigenti del partito e i suoi nuclei mediatici e istituzionali dovranno essere almeno funzionalmente distinti, per evitare sia la riduzione della politica a comunicazione sia i noti rischi di trasformismo istituzionale. La centrale e comunque inevitabile questione delle elezioni non dovrà mai sostituire o sovrastare il radicamento sociale, anche se quest’ultimo viene certamente rafforzato da una presenza istituzionale “amica”.

Non aspettare Godot

Ma quando e come costruire un partito del genere?

Louis Althusser, proprio riflettendo sulla questione dello Stato nuovo e durevole posta da Machiavelli (questione che per Althusser era evidentemente l’altro nome della rivoluzione comunista), sosteneva che quando si tratti di problemi radicalmente nuovi il pensiero politico può soltanto impostarne i termini, non prescriverne astrattamente la soluzione: soluzione che spetta invece alla capacità di interpretare la congiuntura, la contingenza storica, l’occasione non  inevitabile ma aleatoria in cui opportunità spesso impensate aprono inattese possibilità[6]. È quindi inutile prescrivere i passi precisi, le precise scadenze della costruzione. Ma è certamente condizione immediatamente necessaria la costituzione di uno o più gruppi che quantomeno pongano a sé e ad altri in maniera ragionata, sistematica e continuativa il problema del partito, perché solo in tal modo si potrà costantemente interrogare la realtà in cerca di una risposta, si potrà in qualche modo agire, e non limitarsi a una passiva e vana attesa di un qualche Godot.

Il mai abbastanza rimpianto Enzo Jannacci confessò che uno dei suoi sogni segreti era quello di assistere a una rappresentazione di Aspettando Godot (il dramma di Samuel Beckett i cui due protagonisti, Estragone e Vladimiro, attendono inutilmente il salvifico arrivo dell’uomo del titolo) e di saltare a un certo punto sul palcoscenico gridando più o meno così: “Uhei ragazzi, sono io, sono Godot! Cacchio, potevate dirmelo che mi aspettavate: una telefonatina e arrivavo”. Ecco: il nostro Godot non sarà né quello del dramma, che pur sapendo di essere atteso non arriva mai, né quello di Jannacci, che si manifesta allegramente all’improvviso. Il nostro Godot, ossia l’occasione e anzi le occasioni per costruire ciò che è necessario, lo troveremo soltanto se usciremo a cercarlo, sapendo cosa chiedergli.



[1] Lo nota, tra gli altri, Sigmund Neumann, nel suo Toward a Comparative Study of Political Parties, nel volume collettaneo da lui stesso curato Modern Political Parties. Approaches to Comparative Politics, University of Chicago Press, Chicago 1967, in cui sostiene, fra l’altro, che soprattutto dopo il 1945 ogni partito politico va raffigurato come la punta di un iceberg, che nasconde gran parte dei suoi rapporti di potere (pp. 416 e ss.).

[2] Riporto e aggiorno qui alcune tesi già espresse nel mio Machiavelli 2017. Dal partito connettivo al partito strategico,  https://contropiano.org/documenti/2017/04/07/machiavelli-2017-partito-connettivo-partito-strategico-090665 , e prima ancora in Metamorfosi del partito politico, Punto Rosso, Milano, 2000.

[3] Probabilmente l’unico vero limite del pregevole lavoro che Rodrigo Nunes ha dedicato al problema dell’organizzazione (lavoro in cui lo studioso smonta efficacemente tutte le illusioni “orizzontaliste” e l’idea che solo le rappresentanze istituzionali possono degenerare) sta nel ritenere che di per sé il rapporto tra svariati partiti e movimenti costituisce un’“ecologia” che è già, immediatamente, “ecologia politica”. Laddove l’uso della metafora biologica induce a rimuovere il fatto che la politica di emancipazione è un evento raro, non si dà nella semplice associazione o interazione, ma richiede l’emergere di visioni e capacità specifiche e può essere ravvisata solo da un’analisi storico-concreta. Si veda Rodrigo Nunes, Né verticale né orizzontale. Una teoria dell’organizzazione politica, Edizioni Alegre, Roma, 2025.

[4] Per una sintetica ed efficace descrizione delle caratteristiche fondamentali di questo modello di partito si veda Alessio Mannino, Qualche appunto per il  “partito di massa”, Qualche appunto per il “partito di massa” | La Fionda.

[5] Maurice Duverger, I partiti politici, Comunità, Milano, 1970, pp. 173 e ss. Per la precisione in questo ricchissimo libro (essenziale per chiunque voglia affrontare seriamente la questione del partito) Duverger intende il partito di quadri in un senso molto diverso da quello qui proposto, considerandolo partito di notabili, tecnici o finanziatori (pp. 106-7). Quanto al bund, l’autore ne dà una versione quasi monacale. Ma non ci si spaventi: quando qui si parla di disciplina e coesione non si intende adesione fanatica, ma semplicemente serietà e durevolezza dell’impegno, il che, in quest’epoca di mesto individualismo, sarebbe già moltissimo.

[6] Louis Althusser, Machiavelli e noi, Manifestolibri, Roma, 1995, in particolare le pp. 33-43. Ma si veda anche, dello stesso autore, Sul materialismo aleatorio, Unicopli, Milano, 2000.

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