Visualizzazione post con etichetta Jonathan Swift. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Jonathan Swift. Mostra tutti i post

giovedì 21 maggio 2020

Contro la scuola della mediocrazia


  
Una Relazione per l’Accademia, Rapporto di Minoranza, Analisi e una Modesta proposta

(premetto che la mia esperienza è solo di 35 anni, scuole superiori, istituti tecnici e professionali)

In tanti anni di insegnamento ho visto cose che voi umani non insegnanti potete solo immaginare, se avete un smisurata fantasia.
Da quando insegno ho cercato di lavorare cercando di far crescere gli studenti, di elevarli rispetto al punto di partenza.
Piano piano scopri che è una vita difficile quella di insegnare per elevare gli studenti, te ne accorgi quando sempre più i presidi (adesso dirigenti scolastici) ti chiedono perché dai qualche insufficienza (e sempre più devi giustificarti), mai ho sentito un dirigente chiedere come mai in certe materie tutti hanno voti non inferiori a otto o nove. Il sottinteso è che se gli studenti sono bravi il merito è degli studenti e, forse, dei professori, se un gruppo non va bene la colpa è sempre del professore.
In questi anni sempre più si parla di successo formativo, che nel concreto può significare che le scuole più “brave” sono quelle con più promossi.
Mutatis mutandis, ho letto che anche in certi ospedali i reparti dove i pazienti tornano a casa più in fretta, o muoiono di meno in quel reparto sono i migliori. E anche che per raggiungere certi obiettivi di efficienza a volte si manda a casa la gente più in fretta del necessario, o i casi più gravi si spostano in altri reparti, ma non ci voglio credere.
Non ho mai letto che i migliori esaminatori per la patente siano quelli che promuovono più aspiranti patentati.
Gli obiettivi della scuola sono una cosa strana, se un docente vuole 100 dai suoi alunni e mediamente si fermano a 70 ha raggiunto il 70% dell’obiettivo, se un docente, a parità di tutte le condizioni, vuole solo 50, e non 100 come il primo, dai suoi alunni e mediamente questi si fermano a 40 ha raggiunto l’80% dell’obiettivo; se si abbassano gli obiettivi gli studenti diventano più bravi e così i loro insegnanti.
Mutatis mutandis, se si cambiano i valori obiettivo delle sostanze presenti nell’acqua, per magia questa può trasformarsi da dannosa a potabile.
Un’altra cosa di cui si parla in questi anni, sempre di più, è di quella parola magica che si chiama recupero, quando uno studente in una parte del programma o in certe prove non va bene, si deve recuperare, recuperare, recuperare. Molte volte si tratta di chi non ha studiato, ma non si può dire per non passare per reazionario. A quale insegnante non è capitato il caso di qualche studente che ti dice, a me non me ne importa niente, vengo a scuola perché mi mandano?
Nello sport è diverso, se uno perde una partita non deve rigiocare di nuovo quella partita, o rifare quella gara, magari la prossima settimana o mese uno si allena di più e meglio, e magari deve volerlo fare, di sicuro i suoi risultati saranno migliori. Se uno passa il tempo senza neanche mettersi le scarpe sportive, in un angolo, giocando col telefonino, chi darebbe la colpa all’allenatore? Pochi, forse. Se succede una cosa simile a scuola quasi tutti attribuiscono la colpa all’insegnante.
E possiamo evitare di parlare delle competenze, altra parola magica, che più uno la usa più sembra bravo? Da sempre la scuola doveva trasmettere, fornire, insegnare le conoscenze, poi era lasciata all'abilità dello studente (o della persona che imparava) farle fruttare, in un ordine logico, fondazioni e piano terra le conoscenze, primo piano le abilità. Da un po' di anni qualcuno ha introdotto le competenze (leggi qui), cosa buona e giusta, il secondo piano di una costruzione. Il problema è che si è gettato fango, non tutti, non sempre, sulle conoscenze, equiparandole al nozionismo. Il paradosso è che spesso a chi non ha conoscenze, o le ha limitate, vengono riconosciute delle competenze sufficienti, perché poverino/a... Ma si può costruire una casa senza fondazioni? Chi andrebbe da un dentista che non sa i nomi dei denti? Chi cercherebbe un elettricista per un lavoro se costui ignorasse cos'è l'elettricità? Diremmo che quelle conoscenze sono nozionismo? A scuola sì.
E quest’anno è apparsa la ministra Azzolina, con le sue parole, a marzo, “nessuno perderà l’anno” e poi la didattica a distanza nella forma delle videolezioni, a me è venuta in mente una canzone, so che è un sacrilegio, ma mi è venuta in mente quella canzone (L'anno vecchio è finito ormai, Ma qualcosa ancora qui non va…Sarà tre volte Natale e festa tutto il giorno…Anche i muti potranno parlare, Mentre i sordi già lo fanno...).
E che dire della novità di quest’anno, occorre l’unanimità dei voti dei docenti del consiglio di classe, affinché uno studente non venga ammesso alla classe successiva.
Non stiamo parlando della sedia elettrica, solo di ripetere un anno scolastico. E come non trovare un insegnante che non sarà d’accordo per la bocciatura, dai, si trova, utilizzerà, quell’insegnante, la formula “ma con me un sei l’ha preso” o una competenza ce l'ha, o la parola magica, ”poverino/a”, per presunti studenti, che hanno l’età per potersi drogare, per guidare un veicolo, per stare svegli fino alle cinque di mattina col telefono cellulare, per poter prendere a parolacce i genitori, per scegliere di entrare in coma etilico (capirete che eccedo, sono cose che non succedono) ma non hanno la forza di volontà di togliere la polvere dai libri.
Mi viene da pensare che c'è una cosa peggiore dell'essere bocciati all'esame della patente ed è quella di essere promossi senza saper guidare. Tutti si indignerebbero perchè se uno guida e non sa guidare può uccidere chiunque, è cosi che quell'indignazione diventa collettiva.
A scuola non funziona così, purtroppo: chi viene promosso senza merito è un furbo, ed è impossibile che l'indignazione di qualcuno, un compagno che ha dato l'anima per essere promosso, per esempio, diventi collettiva,
E che dire dell’alternanza scuola-lavoro, io pensavo a un mese in Sudafrica in miniera, trattato come un nero, o, in alternativa, se non ci sono soldi per i viaggi in aereo, pensavo a un mese nella raccolta dei pomodori, dall’alba al tramonto, con un litro d’acqua, anche due, siamo generosi, per 25 euro al giorno,
Al ritorno tutti sarebbero diventati migliori studenti, ringraziando ogni giorno la possibilità di andare a scuola per studiare.
Una frase che si sente spesso a scuola è “venire incontro agli studenti”, la traduzione è che se alla domanda “quanto fa 2+2” uno risponde sei, l’insegnante dice quattro, con la risposta cinque ci troviamo a metà strada, si è andati incontro agli studenti (1).
Passiamo alla videolezione, per alcuni l'unica declinazione della didattica a distanza.
Quello che poteva e doveva essere un dialogo educativo con moltissimi studenti diventa un monologo (educativo?, purtroppo succede anche nella scuola vera) e un imbroglio, quando gli esercizi e le domande, se un docente (con sprezzo del pericolo) prova a farle, e il dialogo educativo (ormai estinto) si trasforma nell'aiuto da casa (se uno ricorda il gioco televisivo "Chi vuol essere milionario" capisce tutto).
E che dire dell'insistenza dei genitori, che fanno stalking al docente, perchè la valutazione delle prove dell'erede deve essere proporzionata al tempo che dedicano al figlio/a, al costo delle inutili lezioni private, una specie di doping, che scade in fretta.
Come vorrei essere un allenatore di boxe, stalkerato dal giovane pugile e dai suoi genitori per farlo combattere, nonostante capacità e preparazione inadeguate, e mandarlo sul ring, e vedere cosa ne resta.
È inimmaginabile lo squallore di queste cose, beato chi non le prova.

E dopo l’analisi (parziale, naturalmente) vorrei ipotizzare una modesta proposta.

A differenza del medico di famiglia, che viene frequentato solo da chi sta male, la scuola viene frequentata (parlo sempre per le scuole secondarie superiori) da chi non vuole studiare, sempre più, da chi ha qualche difficoltà (a volte sono troppi, leggi qui e qui, esiste il virus della diagnosite), senza dimenticare i molti, sempre più, troppi affetti da nomofobia, leggi qui) e sempre meno da chi vuole studiare (all’inizio ne hanno voglia, ma poi visto l’andazzo, per molti quella voglia scema).
Un enorme problema, sottovalutato nella scuola, è quello di dedicare molto tempo e grandi energie alle prime categorie di studenti, di cui solo una piccola parte non ce la fa e ha bisogno d’aiuto (per questo esistono gli insegnanti di sostegno), e l’ultima categoria di studenti viene trascurata, o, peggio, viene risucchiata nella mediocrità.
Per questo la proposta è indirizzata a tutti, per risolvere il problema degli studenti (uso un eufemismo) pigri.
C’è stato un periodo in cui, ingiustamente, la scuola trascurava gli ultimi della classe, adesso, ingiustamente, chi vuole studiare.

La modesta proposta (di fantascuola, ma non troppo) è la seguente.
Lo Stato offra agli studenti della scuola superiore la possibilità di frequentare cinque anni di scuola dalla prima alla quinta.
Per coloro i quali non hanno voglia, ma è necessario che vadano a scuola, sia per l’obbligo scolastico, sia perché i genitori non vogliono lasciarli soli, visto che si deve andar a lavorare, si rilascerà un certificato di frequenza, se vengono a scuola, e una votazione finale all’esame, anche se non scriveranno niente, o non apriranno bocca, di 60/100 (già oggi quel voto viene attribuito a coloro i quali meriterebbero di essere non promossi, ma per un malinteso senso di bontà vengono promossi, o magari per amore delle belle statistiche).
Se chiunque prendesse il voto minimo garantito ci sarebbe tempo e modo per provare a coltivare chi ha voglia di studiare.
Diceva Antonio Gramsci
«Occorre persuadere molta gente che anche lo studio è un mestiere, e molto faticoso, con un suo speciale tirocinio, oltre che intellettuale, anche muscolare-nervoso: è un processo di adattamento, è un abito acquisito con lo sforzo, la noia e anche la sofferenza.»
Questo deve essere l’obiettivo per ogni scuola, per ciascun docente, per ogni studente, ma se quello studente (o studentessa) ha una botta di vita e solleva la testa poggiata sul banco, a volte con un cappuccio, solo alla terza ora, perché si va a comprare il panino, è giusto che l’attenzione del docente stia dietro quasi esclusivamente a chi ha come unico interesse quello di mangiare il panino di ricreazione, o cerca, in tutte le ore, con mille sotterfugi, di stare connesso a Tik Tok, Telegram, Instagram o Merdagram?
E’ come se la scuola portasse una classe al cinema a vedere un film, e molti passassero il tempo o in bagno, o connessi al mondo esterno con lo smartphone; cosa si fa, si porta la classe di nuovo a riguardare quel film?
Se la scuola pubblica offre cinque anni gratuiti d’istruzione superiore, se uno non li sfrutta al meglio saranno persi per sempre, non si recupera per tutto il tempo dell’anno scolastico.
D’estate si aprirebbero corsi per il recupero, a scuola, ma non dieci ore (che danno l’illusione, altra finzione didattica, a chi ci crede, che in dieci ore si recupera quello che non si è fatto in, diciamo, sessanta ore), per lo stesso numero di ore trascurate nell’anno (due materie che “valgono” 100 ore durante l’anno, vanno recuperate, per 100 ore, d’estate, con frequenza obbligatoria).
Senza dimenticare l’alternanza scuola-lavoro, quella della raccolta dei pomodori, da svolgersi obbligatoriamente d’estate, come rinforzo verso lo studio.
Bisognerebbe essere responsabili, per studenti e famiglie che giustificano a oltranza i loro figli, ma se lo si facesse solo per convenienza andrebbe bene lo stesso, rendiamo conveniente essere responsabili.
Un ottimo effetto collaterale è che non si potranno più comprare gli anni nei diplomifici, che moriranno, senza rimpianto, e pace all’anima loro, se le scuole dessero il 60 garantito (che sarebbe come un’elemosina, ma non lo diciamo).


NOTA
(1) QUI potete vedere un bel cortometraggio "scolastico" (ci sono i sottotitoli in italiano)

AVVERTENZE
(1) - Ogni riferimento a persone esistenti o a fatti realmente accaduti è solo cronaca, e se uno si riconosce è lui (o lei).
(2) – In queste pagine spesso si dice, per esempio, studenti, è sottinteso che si parla di tutti, lo stesso vale per insegnanti, genitori, professori, è da estendere a tutti i sessi, a scanso di equivoci.
(3)ripropongo qui le parole della premessa, che - visto la posizione - sono una conclusione: la  mia esperienza è solo di 35 anni, scuole superiori, istituti tecnici e professionali

BIBLIOGRAFIA
nel 2003 Paola Mastrocola ha scritto “Una barca nel bosco”, praticamente un libro dell’orrore della scuola, cercatelo e soffritene tutti.

APPENDICE
scriveva Antonio Gramsci in quinta elementare:
“Carissimo amico,

Poco fa ricevetti la tua carissima lettera, e molto mi rallegra il sapere che tu stai bene di salute. Un punto solo mi fa stupire di te; dici che non riprenderai più gli studi, perché ti sono venuti a noia. Come, tu che sei tanto intelligente, che, grazie a Dio, non ti manca il necessario, tu vuoi abbandonare gli studi? Dici a me di far lo stesso, perché è molto meglio scorrazzare per i campi, andare ai balli e ai pubblici ritrovi, anziché rinchiudersi per quattro ore al giorno in una camera, col maestro che ci predica sempre di studiare perché se no resteremo zucconi. Ma io, caro amico, non potrò mai abbandonare gli studi che sono la mia unica speranza di vivere onoratamente quando sarò adulto, perché come sai, la mia famiglia non è ricca di beni di fortuna. Quanti ragazzi poveri ti invidiano, loro che avrebbero voglia di studiare, ma a cui Dio non ha dato il necessario, non solo per studiare, ma molte volte, neanche per sfamarsi. Io li vedo dalla mia finestra, con che occhi guardano i ragazzi che passano con la cartella a tracolla, loro che non possono andare che alla scuola serale. Tu dici che sei ricco, che non avrai bisogno degli studi per camparti, ma bada al proverbio “l’ozio è il padre dei vizi”. Chi non studia in gioventù se ne pentirà amaramente nella vecchiaia. Un rovescio di fortuna, una lite perduta, possono portare alla miseria il più ricco degli uomini. Ricordati del signor Francesco; egli era figlio di una famiglia abbastanza ricca; passò una gioventù brillantissima, andava ai teatri, alle bische, e finì per rovinarsi completamente, ed ora fa lo scrivano presso un avvocato che gli da sessanta lire al mese, tanto per vivacchiare. Questi esempi dovrebbero bastare a farti dissuadere dal tuo proposito. Torna agli studi, caro Giovanni, e vi troverai tutti i beni possibili. Non pigliarti a male se ti parlo col cuore alla mano, perché ti voglio bene, e uso dire tutto in faccia, e non adularti come molti. Addio, saluta i tuoi genitori e ricevi un bacio dal tuo aff.mo amico Antonio.”

venerdì 8 giugno 2018

GULLIVER (perché la politica è così tanto scema, e quella italiana è periodicamente matta) - Gian Luigi Deiana



“Sotto il nome di Dr. Lemuel Gulliver, Swift fa il resoconto dei suoi viaggi presso strani popoli. Il libro ottenne popolarità come opera destinata ai bambini. In realtà si tratta di una feroce critica alla società e al comportamento umano del tempo: ognuno dei viaggi diventa il pretesto per irridere il sistema giudiziario, i meccanismi del potere, la politica, la pretesa razionalità, i vizi e i comportamenti dei suoi contemporanei, l’assurdità delle convenzioni sociali, l’irrazionalità della guerra e gli svariati interessi e motivi che la causano (interessi economici, conflitti dinastici e religiosi, dispute politiche, interessi personali o di potere, ecc.). L’atteggiamento di Swift è di profondo pessimismo sulle possibilità dell’uomo di migliorare. Il primo viaggio viene intrapreso dal protagonista per mancanza di denaro. Gulliver si imbarca su una nave ma dopo sette mesi di navigazione naufraga a causa di un terribile temporale sulle coste di una terra sconosciuta. Al suo risveglio si trova legato da uomini alti circa 15 centimetri, abitanti delle isole vicine di Lilliput e Blefuscu, divise fino al fratricidio da un’annosa e irresolubile controversia sul modo più corretto di rompere le uova.” (cit. da wikipedia, voce gulliver);
essendo più che mai immersi nel rollio incessante della situazione politica italiana è consigliabile, ora più che mai, considerare le cose come se se ne fosse fuori; non necessariamente come extraterrestri, ma anche in modi più semplici come andare verso chilivani a cento all’ora con una registrazione di patty smith sparata a tutto volume oppure appunto riflettere attraverso l’allegoria gulliver mentre stai a sentire lillipuziani stronzi battibeccare a un talk show;
gulliver si trova legato da innumerevoli nodi stretti in tutto il suo corpo da personaggetti alti quindici centimetri; ogni singolo nodo è frutto di un modo sbagliato di intessere la trama; poiché la trama che deve essere intelligentemente intessuta è la politica, e il corpo che ne deve fare uso è l’interesse comune, se i fili dell’ orditura sono per stupidità o per perfidia intessuti in modo sbagliato il corpo ne diviene prigioniero; questa situazione costringe a un’opera incessante di scioglimento dei nodi sbagliati, col rischio continuo che nel farlo se ne formino dei nuovi addirittura peggiori: questa è l’essenza della politica: il fatto che ogni soluzione è parziale e provvisoria, e che non può essere raggiunta mai per via diretta ma solo attraverso lo scioglimento degli errori;
questa divagazione gullivariana è necessaria per sottolineare il fatto che la buona politica non è quella che garantisce la verità, ma quella bada a sciogliere il proprio errore ancor prima di accusare quello degli altri; la cattiva politica, viceversa, è quella che nasconde sistematicamente il proprio errore fissandosi sui presunti errori altrui; la generalizzazione di questa condotta porta inevitabilmente all’inestricabile groviglio lillipuziano, quella situazione che il commediografo antico aristofane chiamò “la battaglia dei topi e delle rane”;
se ci disponiamo a sciogliere metodicamente e realisticamente il groviglio dobbiamo partire su ogni questione dal nodo primario: che nel nostro caso non è mattarella o lo spread o l’euro o l’europa; il nodo primario è il debito pubblico, o meglio la percezione di affidabilità di esso; se i paesi debitori potessero contare su una percezione di affidabilità del debito, o su una ragionevole potestà politica rispetto alla sottomissione finanziaria, allora potrebbero decidere serenamente se stare nell’euro o no, se stare nell’unione europea o no, se porre la ridiscussione di un trattato o no ecc.; e certamente sarebbero europeisti al cento per cento in quanto i loro popoli non avrebbero ragione di “odiare” l’europa; ma oggi “alle condizioni date” non lo possono fare;
anche un ubriaco capisce che un’unione di qualunque genere funziona solo se è libera; la storia ci testimonia invece che l’attuale unione europea non è frutto di una progressione libera (quella iniziata nel dopoguerra col m.e.c. e poi con la c.e.e.) ma è frutto di una manipolazione di questa, e precisamente della manipolazione per cui la composizione politica in corso dal dopoguerra è stata presa in ostaggio dalla slot machine della finanza, nel cui gorgo vengono giocate minuto dopo minuto le fiches dei debiti pubblici; in materia bisognerebbe spiegare ai bambini fin dalla più tenera età che quello che fu allora chiamato il treno dell’europa era appunto la slot machine della finanza; il primo nodo dunque è oggi esattamente questo: non futili divagazioni sull’uscita dall’euro, non bigotti peana sull’europeismo, ma la ragionevole democratica modifica di tali assurde “condizioni date”: cioè una politica che non sia schiava dell’interesse dei mercati;
siamo ora in grado di chiarire questo primo piccolo nodo: il riconoscere che alle condizioni date l’italia “non può” uscire dall’euro e nemmeno dall’europa non significa affatto che questa costrizione affratella i popoli e procede sul sogno europeo del manifesto di ventotene: questa è una versione blasfema che farebbe rivoltare nella tomba gli autori di quel manifesto; significa soltanto che ciascun membro una volta entrato “a quelle condizioni” accettava che fossero distrutti i ponti alle proprie spalle senza lasciarsi un modo eventualmente necessario per tornare indietro; quindi a questo proposito l’opposizione reale non prende la forma “europeisti-sovranisti”, ma prende la forma “europeisti per necessità debitoria-europeisti per vantaggio finanziario”; questo è essenzialmente il fondamento non detto di ogni latente piano b, un euro a due velocità per un’unione scissa (ripeto, una “unione scissa”, che spiega tutta l’assurdità e la menzogna che c’è dentro);
se si cade nella faciloneria blasfema in voga tra le sinistre rinnegate (cioè il tamburo sfondato europeisti versus sovranisti) ne viene fuori che il greco varoufakis (il ministro che riportò la genesi e la responsabilità primaria del default ellenico alle trame criminali della deutsche bank e di goldman sachs) sarebbe un folle bellicoso sovranista; mentre il tedesco oettinger (il commissario ue che proprio ieri al clou della crisi italiana e al top dello spread e proprio in veste di commissario ue, ha indicato i mercati come padroni delle prossime elezioni in italia) sarebbe un saggio europeista amante della democrazia, del progresso e della pace; e chiarito questo nodo ne vengono fuori inevitabilmente innumerevoli altri: per stare a queste ore, la squalifica di mattarella per paolo savona a costo di farci rompere a tutti l’osso del collo sullo spread, il ridicolo governo dei cartoni animati di carlo cottarelli, l’elettroencelofagramma piatto del partito pd ecc.
la conclusione corrisponde esattamente al principio: quando la ragione evade pretestuosamente da se stessa finisce per inebetirsi nel suo sonno, ed è il suo sonno che genera i mostri: qui è l’europeismo retorico che genera l’antieuropeismo da strada, come è il falso amore che genera il più profondo dell’odio.

venerdì 29 novembre 2013

30 novembre 1667, in ricordo di Jonathan Swift

Jonathan Swift è un nostro contemporaneo, ha inventato Yahoo, ci dice in una frase dei rapporti fra industria e malattia (“Si credeva che Apollo, dio della medicina, fosse anche quello che mandava le malattie: in origine i due mestieri ne formavano uno solo; è ancora così.“), disprezza la ricerca della giovinezza a costo del ridicolo (“Nessun uomo saggio ha mai desiderato essere più giovane“ e “Ogni uomo vorrebbe vivere a lungo, ma nessuno desidera invecchiare“)
e ci ha lasciato un’immortale proposta politica, economica, satirica (che apre l’ “Antologia dello humour nero”, di Andrè Breton):
Una modesta proposta
È cosa ben triste, per quanti passano per questa grande città o viaggiano per il nostro Paese, vedere le strade, sia in città, sia fuori, e le porte delle capanne, affollate di donne che domandano l’elemosina seguite da tre, quattro o sei bambini tutti vestiti di stracci, e che importunano così i passanti. Queste madri, invece di avere la possibilità di lavorare e di guadagnarsi onestamente da vivere, sono costrette a passare tutto il loro tempo andando in giro ad elemosinare il pane per i loro infelici bambini, i quali, una volta cresciuti, diventano ladri per mancanza di lavoro, o lasciano il loro amato Paese natio per andarsene a combattere per il pretendente al trono di Spagna, o per offrirsi in vendita ai Barbados...

lunedì 4 febbraio 2013

Una modesta proposta - Jonathan Swift

(genio assoluto!) - franz


È cosa ben triste, per quanti passano per questa grande città o viaggiano per il nostro Paese, vedere le strade, sia in città, sia fuori, e le porte delle capanne, affollate di donne che domandano l’elemosina seguite da tre, quattro o sei bambini tutti vestiti di stracci, e che importunano così i passanti. Queste madri, invece di avere la possibilità di lavorare e di guadagnarsi onestamente da vivere, sono costrette a passare tutto il loro tempo andando in giro ad elemosinare il pane per i loro infelici bambini, i quali, una volta cresciuti, diventano ladri per mancanza di lavoro, o lasciano il loro amato Paese natio per andarsene a combattere per il pretendente al trono di Spagna, o per offrirsi in vendita ai Barbados.
Penso che tutti i partiti siano d’accordo sul fatto che tutti questi bambini, in quantità enorme, che si vedono in braccio o sulla schiena o alle calcagna della madre e spesso del padre, costituiscono un serio motivo di lamentela, in aggiunta a tanti altri, nelle attuali deplorevoli condizioni di questo Regno; e, quindi, chiunque sapesse trovare un metodo onesto, facile e poco costoso, atto a rendere questi bambini parte sana ed utile della comunità, acquisterebbe tali meriti presso l’intera società, che gli verrebbe innalzato un monumento come salvatore del paese.
Io tuttavia non intendo preoccuparmi soltanto dei bambini dei mendicanti di professione, ma vado ben oltre: voglio prendere in considerazione tutti i bambini di una certa età, i quali siano nati da genitori in realtà altrettanto incapaci di provvedere a loro, di quelli che chiedono l’elemosina per le strade.
Per parte mia, dopo aver riflettuto per molti anni su questo tema importante ed aver considerato attentamente i vari progetti presentati da altri, mi son reso conto che vi erano in essi grossolani errori di calcolo. 
E' vero, un bambino appena partorito dalla madre può nutrirsi del suo latte per un intero anno solare con l’aggiunta di pochi altri alimenti, per un valore massimo di spesa non eccedente i due scellini, somma sostituibile con l’equivalente in avanzi di cibo, che la madre si può certamente procurare nella sua legittima professione di mendicante; ma è appunto quando hanno l’età di un anno che io propongo di provvedere a loro in modo tale che, anziché essere di peso ai genitori o alla parrocchia, o essere a corto di cibo e di vestiti per il resto della vita, contribuiranno invece alla nutrizione e in parte al vestiario di migliaia di persone.
Un altro grande vantaggio del mio progetto sta nel fatto che esso impedirà gli aborti procurati e l’orribile abitudine, che hanno le donne, di uccidere i loro bambini bastardi; abitudine, ahimè, troppo comune fra di noi; si sacrificano così queste povere creature innocenti, io credo, più per evitare le spese che la vergogna, ed è cosa, questa, che muoverebbe a lacrime di compassione anche il cuore più barbaro ed inumano.
Di solito si calcola che la popolazione di questo Regno sia attorno al milione e mezzo, ed io faccio conto che, su questa cifra, vi possano essere circa duecentomila coppie, nelle quali la moglie sia in grado di mettere al mondo figli; da queste tolgo trentamila, che sono in grado di mantenere i figli, anche se temo che non possano essere tante, nelle attuali condizioni di miseria; ma, pur concedendo questa cifra, restano centosettantamila donne feconde. Ne tolgo ancora cinquantamila, tenendo conto delle donne che non portano a termine la gravidanza o che perdono i bambini per incidenti o malattia entro il primo anno. Restano, nati ogni anno da genitori poveri, centoventimila bambini. Ed ecco la domanda: come è possibile allevare questa moltitudine di bambini, e provvedere loro? Come abbiamo già visto, nella situazione attuale questo è assolutamente impossibile, usando tutti i metodi finora proposti. Infatti non possiamo impiegarli né come artigiani, né come agricoltori, perché noi non costruiamo case (intendo dire in campagna), né coltiviamo la terra; ed essi possono ben di rado guadagnarsi da vivere rubando finché non arrivano all'età di sei anni, salvo che non posseggano doti particolari; anche se, lo debbo ammettere, imparano i rudimenti molto prima di quell'età. Ma in questo periodo essi possono essere considerati propriamente solo degli apprendisti, come mi ha spiegato un personaggio eminente della contea di Cavan; il quale appunto mi ha dichiarato che non gli capitò mai di imbattersi in più di uno o due casi al di sotto dell’età di sei anni, pur in una parte del Regno tanto rinomata per la precocità in quest’arte.
I nostri commercianti mi hanno assicurato che i ragazzi e le ragazze al disotto dei dodici anni non costituiscono merce vendibile, e che anche quando arrivano a questa età non rendono piú di tre sterline o, al massimo, tre sterline e mezza corona, al mercato; il che non può recar profitto né ai genitori né al Regno, dato che la spesa per nutrirli e vestirli, sia pure di stracci, è stata di almeno quattro volte superiore.
Io quindi presenterò ora, umilmente, le mie proposte che, voglio sperare, non solleveranno la minima obiezione...