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martedì 20 ottobre 2020

La Banca Mondiale killer del clima - Luca Manes

 

La Banca Mondiale ha continuato a investire nei combustibili fossili nonostante si fosse impegnata a contrastare la crisi climatica. Lo rivela nel suo ultimo rapporto l’organizzazione tedesca Urgewald in concomitanza con gli incontri annuali delle Istituzioni Finanziarie Internazionali (la stessa Banca Mondiale e il Fondo Monetario Internazionale), che quest’anno per l’emergenza covid-19 si stanno svolgendo su piattaforme digitali.

Proprio online è prevista una mobilitazione globale della società civile. Per saperne di più: https://worldbankactionday.org/

Tornando allo studio di Urgewald, in esso di evidenzia come la World Bank abbia speso più di 12 miliardi di dollari in progetti per l’estrazione di combustibili fossili da quando nel 2015 è stato adottato l’Accordo di Parigi.

L’ultimo conteggio di Urgewald sulla spesa della Banca Mondiale per i combustibili fossili ha mostrato che la maggior parte del denaro investito negli ultimi cinque anni, circa 10,5 miliardi di dollari, è stato costituito da nuovi finanziamenti diretti per progetti, inclusi nuovi prestiti, garanzie e capitale proprio.

La Banca Mondiale ha di recente affermato di aver smesso di finanziare gli investimenti nel petrolio e nel gas nel 2019, ma che continua ad assistere i “paesi in via di sviluppo dipendenti da tali risorse” con “consigli su soluzioni energetiche economicamente valide”.

I ricercatori del Programma delle Nazioni Unite per l’Ambiente hanno scoperto che il mondo è attualmente sulla “buona strada” per sfruttare il 120% in più di combustibili fossili entro il 2030, in aperto contrasto con l’obiettivo dell’Accordo di Parigi di mantenere l’aumento medio delle temperature globali al di sotto di 1,5 gradi Celsius.

La stessa Banca Mondiale ha fatto sapere che senza misure urgenti per mitigare gli effetti del riscaldamento globale, entro il 2030 il cambiamento climatico porterà più di 100 milioni di persone alla povertà. Ma l’istituzione è “una grande parte del problema”, ha spiegato Urgewald in un comunicato.

“Il nuovo rapporto mostra come i banchieri di Washington non abbiano ridotto il loro sostegno ai combustibili fossili”, ha dichiarato Heike Mainhard, campaigner di Urgewald. “Hanno promesso di aiutare i paesi più poveri ad affrontare la transizione energetica, ma quello che stanno realmente facendo è sostenere l’espansione dei combustibili fossili”.


Urgewald ha citato come esempi i seguenti progetti recentemente sostenuti dalla Banca Mondiale:
            • maggio 2020, 38 milioni di dollari per continuare un programma di assistenza tecnica a sostegno del petrolio e del gas in Brasile.
            • marzo 2019, 20 milioni di dollari per il Petroleum Resource Governance and Management Project in Guyana, con un progetto di assistenza dovrebbe durare almeno fino ad aprile 2021.

Il rapporto di Urgewald è stato di fatto “sottoscritto” anche dal Segretario Generale delle Nazioni Unite, Antonio Guterres, che questa settimana ha chiesto a tutte le banche multilaterali di sviluppo di smettere di finanziare il settore dei combustibili fossili.


Guarda il video: “Come la Banca Mondiale sta trasformando la Guyana nell’ultima vittima mondiale della maledizione del petrolio”:



Articolo pubblicato grazie alla collaborazione con Re:Common

da qui


mercoledì 14 ottobre 2020

La classifica manipolata della Banca mondiale - Jayati Ghosh

 

L’indice Doing business della Banca mondiale, una classifica che elenca i paesi dov’è più facile fare l’imprenditore, ha destato sospetti fin dalla sua istituzione nel 2003, ma gli economisti hanno cominciato a criticarlo solo di recente. Anche se la Banca mondiale ha ammesso i suoi difetti, l’indice ha già danneggiato molto i paesi in via di sviluppo, e dovrebbe essere eliminato. La Banca mondiale è stata costretta a sospendere la pubblicazione del Doing business a causa di “irregolarità”. L’ultimo scandalo riguarda una falsificazione dei numeri: a quanto pare i dati di quattro paesi (Azerbaigian, Cina, Arabia Saudita ed Emirati Arabi Uniti) sono stati alterati almeno per gli anni 2017 e 2019, facendo apparire la situazione più rosea della realtà. La Banca ha avviato una verifica indipendente e si è impegnata a correggere gli errori.

Questa è però una questione minore rispetto a tutte le altre preoccupazioni che l’indice solleva. Nel 2018 Paul Romer, all’epoca economista capo presso la Banca mondiale, ne ha evidenziate alcune. Secondo Romer, nei quattro anni precedenti alla sua analisi la maggior parte dei cambiamenti nella classifica dei paesi era stata influenzata dall’orientamento politico dei governi. In particolare, Romer ha detto che i dati per il Cile sembravano manipolati per dimostrare che nel paese le condizioni per le aziende peggioravano con un governo di sinistra. La posizione in classifica del Cile ha fluttuato tra il 25° e il 57° posto tra il 2006 e il 2017: quando era presidente la socialista Michelle Bachelet la posizione peggiorava, con il conservatore Sebastián Piñera migliorava. Romer si è scusato, ha insinuato che la Banca aveva manipolato la classifica per motivi politici, ma in seguito è stato costretto a ritrattare l’accusa e si è dimesso dal suo incarico. Justin Sandefur e Divyanshi Wadhwa del Center for global development hanno scoperto che il peggioramento della posizione del Cile durante le presidenze di Bachelet era unicamente il risultato di aggiustamenti metodologici. Le leggi e le politiche del Cile non erano cambiate.

L’indice sulla “facilità di fare impresa” è accolto ogni anno con grande attenzione dai mezzi d’informazione. Perfino i ricercatori universitari hanno usato i dati come indicatori del sostegno di un governo agli investimenti privati. Di conseguenza i governi fanno a gara per migliorare la posizione in classifica del loro paese, nella speranza di attirare più investimenti stranieri e aumentare la loro credibilità sul fronte interno. I politici hanno fatto ricorso a volte a misure disperate (ed efficaci) per beffare il sistema. Tra i casi più famosi c’è quello del governo indiano, che ha modificato alcune leggi per migliorare il punteggio del paese, riuscendo a scalare la classifica dal 142° posto del 2015 al 63° del 2020. Paradossalmente, la posizione dell’India è migliorata anche se il suo tasso d’investimenti (inteso come quota del pil) è sceso ininterrottamente, passando dal 40 per cento del 2010 al 30 per cento del 2019.

Com’è possibile che il Doing business si sia sbagliato così tanto? È vero che possono esserci conflitti d’interesse, ma il problema principale dell’indice è proprio il modo in cui è stato concepito. Dovrebbe analizzare un paese nel suo complesso, invece si occupa solo delle leggi dei governi (con l’eccezione dell’indicatore fiscale, che conta le tasse come una quota del profitto lordo).

Restano fuori alcune norme che hanno un impatto sulle imprese, come quelle finanziarie, ambientali e sulla proprietà intellettuale. Cosa ancora più importante, l’indice non considera le condizioni e le politiche macroeconomiche, l’occupazione, la criminalità, la corruzione, la stabilità politica, i consumi, le disuguaglianze e la povertà. Oltretutto si concentra interamente sulla “facilità” di fare impresa e sui costi che le leggi comportano per le aziende e non prende in considerazione i benefici di queste norme o il fatto che possano determinare un ambiente nel complesso migliore per le aziende. Allo stesso modo, considera le tasse solo un costo e non una fonte di entrate che possono essere usate per creare benefici economici come infrastrutture o manodopera qualificata.

Nel complesso quindi l’indice Doing business non vede di buon occhio le regolamentazioni: meno regole ha un paese, migliore è la sua posizione in classifica. Come hanno osservato Isabel Ortiz e Leo Baunach, l’indice di fatto “indebolisce il progresso sociale e promuove la disuguaglianza” perché “incoraggia i paesi a prendere parte ‘all’esperienza della deregolamentazione’, che comprende riduzioni nelle forme di protezione per l’impiego, contributi previdenziali più bassi (definiti ‘tasse sul lavoro’) e una più bassa tassazione per le aziende”. Ortiz e Baunach hanno ragione quando sostengono che è ora di smetterla di pubblicarlo. E la Banca mondiale dovrebbe scusarsi con il mondo in via di sviluppo per tutti i danni che questo strumento ha provocato.

(Traduzione di Giusy Muzzopappa)


da qui

lunedì 26 settembre 2016

Il presidente nuovo sarà quello vecchio - Antonio Tricarico


La settimana scorsa è scaduto il termine per la presentazione delle domande per l’ambita posizione di Presidente della Banca mondiale. L’unico a farsi avanti su proposta del governo statunitense – serve infatti un esecutivo che avanzi le candidature – è stato proprio l’attuale capo dell’istituzione, Jim Yong Kim. Dopo i cinque anni al vertice, Kim si affaccia al secondo mandato senza avere rivali. Una farsa che in Banca mondiale va avanti da parecchi anni, dal momento che per tradizione è il governo americano di fatto a nominare il Presidente – così come i governi europei “indicano” il Direttore del Fondo monetario internazionale.
Questa volta tutti si attendevano che emergesse un candidato più forte e credibile. Anche perché Kim ha clamorosamente fallito. Il dottore americano di origini sudcoreane, fortemente voluto da Barack Obama per il suo passato nella lotta all’Hiv, ha infatti deluso tanti, che ne hanno chiesto le dimissioni, o quanto meno un non rinnovo del suo mandato. In primis l’Associazione dello staff della Banca stessa, che ha criticato ferocemente la sua riforma della struttura interna e la mancanza di leadership su molti dossier. Inoltre Kim è stato giudicato in maniera negativa da diverse organizzazioni della società civile internazionale, che sotto la sua guida hanno constatato un annacquamento delle politiche ambientali e sociali, un utilizzo di nuovi strumenti finanziari opachi e un ritorno del sostegno alle grandi dighe in Africa e altrove, progetti che comportano spesso pesanti impatti ambientali e sociali. Kim ha fatto inorridire molti attivisti quando recentemente ha affermato che lo sviluppo comporta inevitabilmente spostamenti di massa.

Per dovere di cronaca va aggiunto che mai come negli ultimi cinque anni la Banca mondiale ha vissuto accesi conflitti Nord-Sud al suo interno, o per meglio dire paesi occidentali contro paesi emergenti. Diversi dossier sono stati fermati proprio dall’opposizione dei governi del Sud globale che oramai contano davvero, Cina in primis.
Nonché la World Bank per la prima volta vive la competizione di nuove istituzioni finanziarie internazionali create fuori dall’orbita statunitense, quali la Banca Asiatica per gli Investimenti nelle Infrastrutture e la Nuova Banca di Sviluppo dei paesi BRICS. Una competizione tutta geopolitica, più che riguardo cosa queste realtà vogliano finanziare, dal momento che parliamo sempre di grandi opere vecchio stile condite della solita ideologia liberista – vedi il nuovo mantra del settore privato come unico e indiscutibile motore di sviluppo.

Così la “vecchia” World Bank compete al ribasso, anch’essa tornando a finanziare mega opere infrastrutturali, facendo un po’ meno attenzione all’ambiente e ai diritti sociali, non parlando di diritti umani per non urtare le sensibilità di alcuni, sebbene a parole la difesa del clima e dei diritti delle donne sono la priorità. Che succederà a questo punto? Kim facilmente otterrà il secondo mandato, già agli incontri di ottobre di Banca e Fondo monetario. Per i governi del Sud una Banca mondiale debole, ma che presta sempre tanto, è utile. I paesi del Nord, quali quelli europei, cercano sempre di prendere sufficienti appalti per le loro imprese, cercando di far contribuire un po’ di più i paesi emergenti. Insomma, tutto cambi affinché nulla cambi alla Banca mondiale.