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giovedì 15 maggio 2025

A Ustica, per rompere il silenzio sul passato coloniale italiano - Daniela Galiè

Dal 15 al 18 maggio 2025, una delegazione della società civile italiana si recherà a Ustica per rendere omaggio alle vittime della deportazione coloniale italiana. Un viaggio nella storia rimossa, per restituire voce, dignità e memoria ai deportati libici e per reclamare una Giornata del ricordo delle vittime del colonialismo italiano


Nel cuore del Mediterraneo, sull’isola di Ustica, là dove le onde hanno da sempre portato storie di confino e resistenza, prenderà vita un’iniziativa civile e simbolica di grande valore: una delegazione di attivisti, ricercatori, studenti e rappresentanti di associazioni nazionali si recherà presso il cosiddetto “Cimitero degli arabi” per rendere omaggio a un passato cancellato. Questo luogo, nascosto tra le memorie dell’isola, ospita le tracce fisiche della deportazione di oltre 10.000 oppositori libici che, tra il 1912 e il 1934, furono reclusi sulle isole italiane, tra cui Favignana, le Tremiti, Ponza e Ustica stessa, in condizioni disumane. Una repressione coloniale feroce, che rimane largamente assente dal discorso pubblico, dalla memoria collettiva e dai programmi scolastici.

A promuovere l’iniziativa, in collaborazione con il Centro Studi Ustica, è una rete ampia e articolata della società civile: tra i promotori figurano Un Ponte Per, Arci, Anpi, Cgil, la Rete Yekatit 12/19 Febbraio, il Movimento Italiani senza cittadinanza, l’Unione degli Universitari e altre realtà impegnate sul fronte dei diritti e della memoria.

L’evento si inserisce in un percorso più ampio che punta all’istituzione di una Giornata nazionale della memoria per le vittime del colonialismo italiano, con l’obiettivo di aprire un confronto pubblico e politico sulla necessità, ormai non più rinviabile, di fare i conti con una parte rimossa della storia nazionale.

Il momento centrale di questo evento sarà il 17 maggio, quando un corteo partirà da piazza Municipio, con la partecipazione degli studenti del liceo locale, e si dirigerà al cimitero degli arabi, dove verrà piantumato un ulivo e apposta una targa commemorativa, con versi tratti dalle poesie dei deportati libici e dei confinati antifascisti italiani.

Una vergogna nazionale, rimossa. Così possiamo definire la vicenda della deportazione degli oppositori libici nelle isole minori italiane durante l’età coloniale. Si tratta di una pagina che ha inciso profondamente sulla storia del nostro Paese, anche se in modo sotterraneo, nascosto, negato. A raccontare perché questa memoria sia rimasta ai margini della narrazione pubblica è Fabio Alberti, fondatore e presidente onorario di Un Ponte Per, tra i promotori dell’iniziativa a Ustica.

«L’Italia non ha mai davvero fatto i conti con la propria storia coloniale. Altri Paesi europei, pur senza un’elaborazione piena, hanno almeno riconosciuto quel passato – anche perché, forse, più ingombrante del nostro. La consapevolezza della propria eredità coloniale, altrove, alimenta dibattiti che incidono sulle politiche e sull’identità nazionale. In Italia, invece, tutto questo è mancato.

Le ragioni sono almeno due: da un lato, l’assenza di una vera fase di decolonizzazione, poiché le colonie italiane furono perse con la guerra e occupate dalle potenze vincitrici; dall’altro, la volontà di tenere unito il fronte repubblicano ha impedito uno sguardo critico sull’Italia prefascista, liberale e monarchica, che fu anche coloniale.

È come se la nuova Repubblica avesse fatto i conti con il fascismo, ma non con ciò che lo ha preceduto: il Regno, la monarchia. Invece di affrontare criticamente l’eredità dell’Italia prefascista – che si è cercata di riabilitare evocando una presunta continuità virtuosa con l’epopea risorgimentale – si è preferito costruire il mito consolatorio degli “italiani brava gente”, un modo edulcorato per distinguere il colonialismo italiano da quello delle altre potenze europee. Eppure, oggi sappiamo con chiarezza che l’impresa coloniale italiana, per brutalità e violenza, non fu affatto un’eccezione».

L’iniziativa a Ustica non rappresenta soltanto un atto dovuto di riconoscimento verso le vittime del colonialismo italiano. È, al tempo stesso, un gesto politico denso di significato, capace di interpellare il presente. In un contesto in cui cittadinanza, razzismo strutturale e memoria pubblica tornano a occupare il centro del dibattito, il valore simbolico di radicare un ulivo e deporre una targa in quel cimitero dimenticato assume una forza nuova, concreta, urgente. Alberti lo riassume con lucidità, intrecciando memoria, resistenza e visione del futuro in un unico filo narrativo.

«Questo progetto intende rendere omaggio e restituire dignità alle vittime del colonialismo italiano, a partire da quelle sepolte sull’isola, che rappresentano simbolicamente tutte le altre. Ma il suo significato va oltre. Si collega, ad esempio, all’azione con cui, come associazione Un ponte per, riportammo alla luce il film Il leone del deserto, rimasto censurato per 44 anni in Italia. Un’opera che, per la prima volta, raccontava il colonialismo dal punto di vista dei colonizzati, non come semplici vittime, ma come resistenti.

Ustica rappresenta uno dei luoghi meno noti, ma significativi, della repressione della resistenza libica al colonialismo italiano. Un frammento di storia in cui, simbolicamente, si sono incrociate due forme di opposizione: quella degli anticolonialisti libici e quella degli antifascisti italiani, confinati sulla stessa isola, se non necessariamente in contatto diretto, almeno in una convivenza forzata nel tempo e nello spazio. Non a caso, sulla targa che verrà posta nel cosiddetto “Cimitero degli arabi”, accanto a una poesia scritta durante la prigionia da un deportato libico, compariranno anche i versi di un antifascista italiano, anch’egli confinato a Ustica, dedicati proprio alla lotta anticoloniale. Due resistenze che, seppure distinte, si sono sfiorate e che oggi ci parlano ancora, richiamando l’urgenza di costruire alleanze tra chi si oppone alla guerra del Nord del mondo e chi combatte le nuove forme di colonialismo nel Sud del mondo».

L’iniziativa di Ustica si colloca all’interno di un percorso più ampio che mira all’istituzione di una Giornata della memoria per le vittime del colonialismo italiano. Una proposta che sollecita le istituzioni a riconoscere la propria responsabilità – non solo storica, ma anche politica e culturale – e che mette a nudo le scelte, mai neutre, con cui una società decide cosa ricordare e cosa dimenticare della propria storia.

«Sulla proposta di una Giornata del ricordo del colonialismo esiste un dibattito aperto. C’è infatti il rischio di perpetuare una narrazione in cui il colonizzato appare solo come vittima. Il nostro approccio, invece, mira a valorizzare la lotta anticoloniale: non solo il dolore subito, ma anche la resistenza. Tuttavia, il riconoscimento di quella resistenza e delle vittime – che furono molte, si parla di circa 700.000 – è il punto di partenza per assumere, da parte italiana, la responsabilità storica del colonialismo e per ripensare il nostro approccio alla questione migratoria.

Le vittime ci sono state, sono state rese invisibili agli occhi degli italiani e vanno invece riportate alla luce. Solo così può emergere anche la storia coloniale italiana, smentendo definitivamente il mito degli “italiani brava gente”. È fondamentale, perché la rimozione del passato coloniale ha privato almeno due generazioni della conoscenza di una parte essenziale della propria storia. E questo non riguarda solo le persone colonizzate: riguarda noi. Ci è stato negato il diritto di conoscere la nostra storia, le nostre ragioni, le radici della nostra identità nazionale.

A intere generazioni sono mancati gli strumenti per comprendere il presente, perché fenomeni come le migrazioni o le guerre non possono essere letti senza la lente del passato coloniale. Per questo, prima di tutto, rivendichiamo un diritto alla conoscenza. Solo da lì può nascere un percorso di conciliazione, un ragionamento sulla riparazione e, in definitiva, una rilettura delle politiche italiane alla luce del nostro passato».

 

Il corteo che il 17 maggio si dirigerà verso il “Cimitero degli arabi” non vedrà soltanto la partecipazione di attivisti, ricercatori e rappresentanti del mondo associativo. A prenderne parte saranno anche le e gli studenti del liceo di Ustica: una presenza che conferisce all’iniziativa una dimensione educativa tutt’altro che accessoria. Restituire spazio alla memoria rimossa del colonialismo italiano significa anche trasmettere strumenti per leggere criticamente il presente. In un contesto in cui la scuola fatica a colmare questo vuoto, esperienze come questa si configurano come momenti di apprendimento autentico, in cui la storia si intreccia con l’esercizio della cittadinanza. Su questo punto, la riflessione di Fabio Alberti è particolarmente incisiva.

«La generazione che oggi frequenta la scuola è la prima a non avere alcun legame diretto né con l’esperienza della guerra né con quella del colonialismo e spesso lo stesso vale per i loro genitori. Senza un’adeguata trasmissione storica, attraverso la scuola e il dibattito pubblico, rischia di crescere all’oscuro di capitoli fondamentali di questo Paese, e quindi priva di strumenti critici per interpretare il presente. Allo stesso tempo, però, è una generazione in formazione, che sta costruendo ora la propria visione del mondo e che può riconsiderarla, se messa nelle condizioni di conoscere anche ciò che è stato rimosso. In questo senso, approfondire la storia della colonizzazione italiana nei programmi scolastici è essenziale. Non per demonizzare il passato, che non si può riscrivere, ma per comprenderlo. Perché solo conoscendo ciò che è stato si può influenzare la qualità dello sguardo che le nuove generazioni rivolgono all’altro, in particolare a chi proviene da contesti non europei. In fondo, questa esperienza insegna che la scuola va supportata da un’educazione alla conoscenza, che continua anche fuori dai confini dell’aula.

È un invito a superare i limiti di ciò che la scuola trasmette: apprendere richiede anche un impegno autonomo, personale e collettivo, per andare oltre ciò che le istituzioni raccontano o tacciono. Finora, la storia insegnata è stata in gran parte quella dell’Occidente. Ma nessun fenomeno politico contemporaneo, dalle grandi migrazioni alle guerre, fino alla povertà globale, può essere davvero compreso senza tener conto anche della dimensione coloniale che i Paesi europei hanno avuto con il resto del mondo per 500 anni.

Certo, il colonialismo non spiega tutto, ma senza di esso si comprende ben poco. Riconoscerne le radici è fondamentale per leggere i processi in corso e confrontarsi con il presente in modo critico. Pensiamo, ad esempio, alle politiche migratorie: l’Europa deve assumersi la responsabilità di essere parte delle cause delle migrazioni, non solo per il proprio passato coloniale, ma anche per il prolungamento postcoloniale delle disuguaglianze economiche, militari e commerciali che ancora oggi condizionano i rapporti con il Sud del mondo».

Ma la memoria del colonialismo, come sottolineano i promotori dell’iniziativa a Ustica, non riguarda solo il passato. Riguarda il presente, e il modo in cui l’Italia e l’Europa continuano a costruire le proprie relazioni con il Sud globale. Le politiche migratorie, commerciali e militari non possono essere comprese – né trasformate – senza guardare in faccia la genealogia coloniale che le attraversa. Anche in questo senso, piantare un ulivo tra le tombe dimenticate non è solo un gesto simbolico: è un atto politico che interroga il nostro presente. Come conclude Fabio Alberti:

«Guardare alle migrazioni con la consapevolezza di esserne in parte causa dovrebbe condurre a due conseguenze: anzitutto, al riconoscimento di un dovere di accoglienza; ma soprattutto, alla necessità di rivedere profondamente le politiche estere – commerciali, economiche e militari – specialmente nei confronti dell’Africa, dove persiste una politica di spoliazione che alimenta la pressione migratoria, costringendo milioni di persone a cercare altrove una possibilità di vita».

da qui


sabato 3 febbraio 2024

La disputa - Fabio Alberti

“L’acquisizione di ricchezze attraverso la guerra nasce dalla natura, infatti l’arte venatoria è una parte di essa e si deve usare sia verso gli animali, sia verso quegli uomini che, essendo nati per obbedire, rifiutano di sottomettersi e tale guerra è giusta per natura“. Juan Ginés de Sepúlveda sintetizzava così la giustificazione della guerra come mezzo di evangelizzazione nella “Disputa del Nuovo Mondo” che lo contrappose al frate domenicano, procuratore degli Indios, Bartolomè de Las Casas nel 1550-51. Il teologo spagnolo si rifaceva alla teoria aristotelica della “servitù naturale” ed aggiungeva: “I filosofi insegnano che alle genti barbare e inumane che aborriscono vita civile conviene stare sottomessi al potere di popoli più umani e virtuosi, i quali, con l’esempio della virtù, delle leggi e della prudenza, loro facciano abbandonare la loro bestialità”. La “Disputa”, convocata dall’imperatore Carlo V, non si concluse con un verdetto chiaro e furono quindi i coloni, prima spagnoli e poi delle altre nazioni europee, a scriverlo.

È probabilmente allora che gli europei, sino ad allora marginali nella storia del mondo, cominciano a interiorizzare l’idea della propria superiorità e a percepirsi come il centro del mondo, soggetti di una storia universale nella quale “il resto” diviene oggetto. L’Altro non europeo in questa storia è sempre un po’ meno che umano. O quando lo è, deve essere educato, alla cristianità, alla civiltà, alla democrazia…

Su questa percezione di sé si sosterrà moralmente lo sterminio della gran parte delle popolazioni americane e la deportazione di 12 milioni di schiavi neri. Poi la spartizione dell’Africa, stabilita a Berlino nel 1884, per “prendersi cura del miglioramento delle condizioni e del loro [degli indigeni] benessere morale e materiale”. Intanto l’altro pezzo d’Europa, la Russia, si “prendeva cura” delle popolazioni della Siberia asiatica.

Nel Mediterraneo la professione di superiorità si affermò più lentamente. Qui l’Occidente era stato di fronte ad una civiltà che aveva regalato all’Europa il caffè, l’algebra e la filosofia greca e prodotto imperi che controllavano il commercio globale.  Il lungo conflitto con quel mondo per il controllo del commercio con l’Oriente non aveva sino a quel momento prodotto l’altro non umano. I “saracini” erano infedeli, ma pienamente umani.

La hybris occidentale si estese al Maghreb e al Mashreq con lo smembramento violento dell’impero Ottomano. Napoleone invade l’Egitto, poi la Francia occupa Tunisia e Algeria, poi fu la volta del Regno d’Italia a dichiarare guerra alla Turchia e occupare la Tripolitania e la Cirenaica, infine il britannico Mark Sykes e il francese François Picot si divisero con un tratto di penna sulla carta geografica le ultime spoglie dell’impero, smembrato con la Prima guerra mondiale.

Come scrive Edward Said in “Orientalismo”, l’Europa inventa l’Altro orientale. Ciò permetterà di definire nel trattato di Versailles le popolazioni del Mashreq come “non in grado di resistere da sole nelle condizioni del mondo moderno” giustificando così la colonizzazione dello spazio ex ottomano.

Sepulveda non avrebbe saputo fare di meglio.

Dunque, da cinque secoli l’Altro non europeo è un po’ meno che umano o comunque inferiore e “naturalmente” subordinato o al massimo sotto tutela. Una dominazione ovviamente “per il suo bene”.

Oggi, che la supremazia occidentale è messa in discussione, ci si dice che dobbiamo fare la guerra per difendere l’Occidente (con il corollario del dollaro come moneta di scambio) e che tutti i conflitti attuali sono “un attacco ai nostri valori”. In Ucraina, come in Palestina. Ma quali valori?

Sulla superiorità morale dell’Occidente ci sarebbe molto da dire. È l’Europa che ha prodotto il nazismo, culmine del mito della Nazione e del Razzismo scientifico (entrambe invenzioni europee) e che, come ha acutamente notato il poeta martinicano Aimé Cesaire, ha fatto in Europa e verso popolazioni “bianche” ciò che tutte le altre nazioni facevano in Africa senza troppo scomporsi.

E non si dica che si tratta di cose del passato.  Ricordiamo che l’Occidente ha condannato alla morte per fame mezzo milione di bambini iracheni per embargo affermando, come ebbe a dire la segretaria di stato USA, Madeleine Albright, che “ne valeva la pena”.  Oppure che l’Europa assiste indifferente e all’affogamento di migliaia di ragazzi e ragazze nel Mediterraneo o che nega il diritto di asilo a persone che scappavano da una guerra di Putin, ma che avevano il torto di essere siriani.

La ferocia che nasce dalla convinzione di avere il diritto di vivere meglio degli altri è di oggi, non di ieri. Ed è questa concezione dell’altro come “un po’ meno che umano”, che fa sì che possano essere espressi ad alta voce pensieri come quelli ascoltati dopo l’eccidio del 7 ottobre.

Questo Israele è diventato davvero un paese europeo, interpretando il mito europeo della Nazione e praticando la colonizzazione, come hanno fatto tutti i bianchi occidentali. È la stessa idea di Stato-Nazione che nel continente ha causato, in due guerre mondiali, cento milioni di vittime, di civili e di ragazzi vestiti con una camicia di forza color kaki e la testa imbottita di idiozie identitarie.  

E non può meravigliare il silenzio europeo. L’Europa è abituata. La strage di Gaza, contrariamente a quanto si dice, non è per l’Europa nulla di nuovo.  

Non ha nulla da invidiare all’eccidio di Addis Abeba, quando i coloni italiani, in rappresaglia per un attentato, spalleggiati dall’esercito, diedero vita ad una vera e propria “caccia al moro” con il linciaggio indiscriminato di migliaia di civili, dando fuoco alle case e distruggendo le proprietà.

O alla strage di Amritsar quando l’esercito inglese sparò sulla folla, dopo averla rinchiusa nella piazza in cui si era radunata per manifestare contro la Compagnia delle Indie, trucidando centinaia di persone disarmate.

O al massacro di Hai Pong in cui la Francia repubblicana rase al suolo l’intero distretto vietnamita uccidendo a cannonate tra 6 e 20mila persone perché si erano attardate ad abbandonare la zona che la Francia aveva dichiarato sotto la sua sovranità. Si trattava di “dare una severa lezione a quelli che ci hanno aggredito a tradimento”.

O ancora al genocidio (riconosciuto tale dalla Germania) degli Herero e dei Nama quando, dopo aver conquistato con la guerra il territorio, le forze coloniali tedesche avvelenarono i pozzi per causare la morte per fame e sete, nell’intento di liberare il territorio dalla loro presenza. La popolazione nativa fu più che dimezzata.

Tutti questi crimini costituenti il benessere europeo, mai riconosciuti come tali, sono stati archiviati come “dura legge della storia”. Nessuno se ne è presa la responsabilità.

È questa percezione di superiorità, che comprende la convinzione di avere il diritto di vivere meglio degli Altri, che impedisce di provare empatia per gran parte del genere umano e consente la sconcertante differenza di trattamento che hanno le vittime bianche da quelle non bianche. Che si tratti di sfollati ucraini o africani, di immigrati rumeni o africani, di malati di covid europei o cinesi, di bambini israeliani o palestinesi.  Quelli che meritano pietà e quelli “un po’ meno”.

Pensiamoci quando ci chiameranno per la prossima guerra in difesa dell’Occidente.

da qui

lunedì 5 dicembre 2022

La pressione psicologica della NATO, tipo...

…bombardare. E molto altro che il giornalismo con l’elmetto in testa  non vede, non vede e proprio non vede. Oppure capisce al contrario.

articoli, video, immagini di Stefano Orsi, Giuseppe Masala, Daniele Archibugi, John Mearsheimer, Fabio Alberti, Francesco Vignarca, Marinella Mondaini, Demostenes Floros, Fabio Marcelli, Franco Cardini, Gianandrea Gaiani, Manlio Dinucci, Francesco Masala, Domenico Gallo, Davide Malacaria, Oskar Lafontaine, Alessandro Marescotti, Sergio Cararo, Pino Arlacchi, Pepe Escobar, Daniela Calzolaio, Maria Ancona, Guido Viale, Banksy e altre/i


Il catechismo geopolitico – Francesco Masala 

La dottrina Monroe dichiara la protezione unilaterale degli Stati Uniti sull’intero emisfero occidentale.

Un esempio della dottrina Monroe:

…Nella prima importante applicazione della Dottrina Monroe, le forze statunitensi si ammassarono nel 1867 sul fiume Rio Grande per sostenere le richieste degli Stati Uniti che la Francia abbandonasse il suo regime fantoccio in Messico, guidato dal principe degli Asburgo, Massimiliano. La Francia alla fine obbedì, segnando una vittoria significativa per la diplomazia coercitiva degli Stati Uniti…(da qui)

Ma la dottrina Monroe non si può più adottare, la sta già usando la Russia

Provate a sostituire qualche parola e potrete leggere:

…le forze russe si ammassarono nel 2022 ai confini dell’Ucraina per sostenere le richieste della Russia che la Nato (e quindi gli Usa) abbandonasse il suo regime fantoccio in Ucraina, guidato da Zelensky. La Nato non rispose…

 

Neanche la dottrina Truman si può applicare visto che Russia non è un paese comunista, “in base alla dottrina Truman, gli Stati Uniti hanno promesso di inviare denaro, equipaggiamento o forza militare a paesi minacciati e che resistevano al comunismo.”

Neppure la dottrina Carter si può applicare, visto che la Russia non minaccia la libera circolazione del petrolio mediorientale (da qui)

La dottrina geopolitica degli Usa e dell’Occidente (i paesi della Libertà) è la seguente:

facciamo come cazzo ci pare!

 

 

 

 

La ripresa del pacifismo politico – Fabio Alberti

Nell’epoca della guerra mondiale a pezzi le politiche per il disarmo e la nonviolenza sono destinate a fallire se non si modifica la postura occidentale nelle relazioni internazionali. Prima che l’appartenenza ad alleanze militari si tratta di mettere in discussione esplicitamente la dottrina della supremazia strategica incorporata nella Nato360. Una dottrina che, oltre che immorale, alimenta necessariamente il riarmo e la guerra.

A questa va contrapposta la proposta dello sviluppo condiviso e della cooperazione globale di fronte alle sfide comuni dell’umanità. Per questo le politiche per la pace per essere efficaci devono mettere la centro la critica della politica estera italiana ed europea. A fianco del pacifismo strumentale e del pacifismo etico, va rilanciato il pacifismo politico. La parola d’ordine della neutralità attiva lanciata dalla Rete Italiana Pace e Disarmo è fondamentale e sarebbe un grave errore lasciarla cadere.

Nel suo celebre saggio del 1966 sull’era atomica[1] Norberto Bobbio identificava tre principali filoni del movimento pacifista[2]. Per usare le sue parole: “…il primo strumentale, ovvero la pace attraverso il disarmo, il secondo istituzionale, ovvero la pace attraverso il diritto, il terzo etico e finalistico, ovvero la pace attraverso l’educazione morale…”.

Nel primo filone Bobbio propone di inserire le correnti teoriche e pratiche che concentrano la propria azione sui mezzi (gli strumenti) della guerra distinguendo poi gli sforzi per distruggere le armi o almeno per ridurne al minimo la quantità e la pericolosità e quelli con lo scopo di sostituire i mezzi violenti con mezzi non-violenti. Si tratta oggi delle tante campagne e organizzazioni impegnate, anche a livello internazionale, per il disarmo e per la difesa non armata.

Nel terzo filone Bobbio inseriva le filosofie politiche e religiose che concentrano la propria attenzione sul cambiamento morale e culturale, insistendo sulle culture collettive e sulle pulsioni individuali. Vanno inserite in questo filone le politiche normalmente raccolte nella definizione di Educazione alla pace e alla non-violenza e di costruzione della cultura di pace, a cui molte risorse vengono dedicate dalle religioni e da tanti collettivi es associazioni.

Poi c’è, intermedia tra i due filoni sin qui indicati, la corrente che Bobbio definisce “Istituzionale” o “giuridica”, nella quale egli raccoglieva ritengono si debba affidare la prevenzione della guerra alla politica, con la costruzione di trattati e istituzioni internazionali atte ad impedirla (pacifismo giuridico). Si parla qui del pensiero e delle pratiche politiche che affondano le radici nel “Progetto per una pace perpetua” di Kant o che alla fine dell’800 ha posto le basi teoriche per la nascita della Società delle Nazioni prima e delle Nazioni Unite poi.[3]

Si tratta di quello che definirei il “pacifismo politico” perché affida alla politica ed in particolare alla politica estera e ai rapporti negoziali tra gli Stati, il compito di costruire le condizioni politiche affinché le armi non vengano costruite ed utilizzate, nel mentre che si sviluppi una cultura umana che renda la guerra un tabù e la metta “fuori dalla storia”. In questo ambito il ruolo del movimento per la pace è esiziale.

Il vasto e multiforme movimento per la pace italiano, riunito nella Rete Italiana Pace e Disarmo e in altre reti e coordinamenti comprende un insieme di organizzazioni, persone, forze politiche che coprono l’intero arco delle correnti pacifiste individuate a suo tempo da Bobbio.

Nella Rete e nel più generale movimento per la pace convivono bene gruppi che si concentrano sulla contestazione delle alleanze militari con coloro che lavorano sulla formazione alla nonviolenza, coordinamenti che si battono per il disarmo atomico con associazioni che dedicano il proprio tempo ad interventi di educazione nelle scuole.

Un universo che batte su tutti i tasti del pensiero pacifista, anche se non sempre con un riconoscimento reciproco dell’altrui indispensabilità e con limitata consapevolezza dell’interconnessione esistente tra le diverse dimensioni. È questa una ricchezza che andrebbe reciprocamente maggiormente riconosciuta dalle diverse anime del pacifismo Ma sappiamo che la strada dell’unità nella diversità è difficile.

Volendo fare una rapidissima disamina dei risultati conseguiti dai movimenti per la pace nel secolo e mezzo che ci divide dalla nascita del pacifismo come movimento politico, che possiamo far risalire convenzionalmente al primo congresso mondiale dei “Friends of Peace” di Londra nel 1843, possiamo misurare contemporaneamente successi e insuccessi.

Sul piano morale e del pensiero sono stati conseguiti importanti risultati. Oggi deliri come “guerra igiene del modo” non possono più essere nemmeno pronunciati, mentre gli Stati sono costretti ad aggettivare la guerra nei modi più fantasiosi per giustificarla di fronte alla opinione pubblica (guerra umanitaria, difesa preventiva, operazione militare speciale, ecc.).

La guerra è stata definita “flagello dell’umanità”, dalla Carta dell’Onu che l’ha messa, almeno giuridicamente, fuorilegge. La Chiesa cattolica ha, di fatto, ritrattato la teoria della guerra giusta che datava da Tommaso d’Aquino. Se pensiamo che il secolo scorso usciva da un periodo di 300 anni di guerre intraeuropee e coloniali e dal riconoscimento vestfaliano del “diritto alla guerra” in capo ad ogni Stato, l’avanzamento è certamente notevole.

Questo è certamente il risultato dell’incessante lavoro degli uomini e delle donne di pace, ma nasce anche dall’impressione che nelle menti e nell’esperienza di milioni di uomini e di donne hanno fatto la Prima e la Seconda guerra mondiale, con l’inclusione nel perimetro della guerra e del terrore dell’intera popolazione civile. Insomma, questi risultati sono costati cento milioni di morti.

Più ambigui sono i risultati sul terreno del disarmo…

continua qui

 

Stay behind, l’Ucraina e 5 domande – Guido Viale

L’operazione Stay behind era – forse è ancora – un’iniziativa segreta della Nato, controllata operativamente dai servizi segreti degli Usa. Serviva a preparare una resistenza, da “dietro” il fronte, in caso di un’occupazione dell’Italia da parte dell’Unione Sovietica. In realtà, in caso di una vittoria elettorale dei comunisti. Per prevenirla o, nel caso, affrontarla, veniva addestrata una folta schiera di combattenti anticomunisti, venivano predisposti depositi segreti di armi, ma soprattutto, con il consenso degli Stati maggiori delle forze armate, venivano stretti rapporti con tutte le organizzazioni fasciste presenti in Italia, indotte o incoraggiate a perpetrare tutte le stragi che hanno costellato la storia del paese tra la fine degli anni ’60 e quella degli ’80. Non “per sport”, ma per preparare, attraverso varie emanazioni – Anello, Rosa dei Venti, Mar, Decima Mas, ecc. – dei colpi di Stato come quelli in Grecia e in Turchia, per allineare l’Italia agli altri Stati fascisti dell’Europa, compresi Spagna e Portogallo, ben inseriti nella cosiddetta difesa del “mondo libero”.

Non ci sono riusciti perché la resistenza popolare era – allora – troppo forte, ma quel lavoro dietro le quinte ha segnato la storia d’Italia da allora in poi. Beh! Vi dice niente?

È quello che è stato fatto in Ucraina, Paese non Nato, ma prenotato a diventarlo, tra il 2004 e il 2014, armando e addestrando gruppi e milizie naziste che hanno avuto un ruolo decisivo nella vicenda di Euromaidan: metà manifestazione di insofferenza popolare – soprattutto di giovani – per il regime, metà colpo di Stato. Confermatosi tale non con le successive elezioni, che pure avevano mandato al governo il capo e padrone di una di quelle milizie, ma certo con l’impegno da questi profuso nel tenere alte tensione e persecuzione della componente russofona della popolazione, in particolare quella insediata nelle ricche e ancora industrializzate regioni dell’est. Queste sono state spinte a rivendicare la propria autonomia prima in termini politici, poi imbracciando le armi con proprie milizie, infine chiedendo o accettando il sostegno dei militari russi. Intanto in tutto il paese si svolgevano ormai da tempo “esercitazioni” sempre più massicce della Nato, a cui le forze sempre più armate dell’Ucraina erano state di fatto integrate.

La vittoria elettorale ottenuta da Zelensky con la promessa di porre fine a quella guerra non era bastata a invertire la rotta: evidentemente i condizionamenti per proseguirla erano troppo forti. Fino a che non si
è arrivati alla secessione – o all’occupazione – della Crimea e poi, otto anni e 14.000 morti dopo, alla tentata invasione prima e alla sistematica distruzione poi dell’intero Paese da parte delle forze armate russe.

Qui il comunismo non c’entra più, perché la Russia è da tempo uno Stato capitalista, in gran parte forgiato dall’influenza che gli Stati Uniti hanno esercitato su di esso sotto il governo di Eltsin. Il confronto è tra la Nato e la Federazione Russa: l’aggressore è quest’ultima, ma il regista dell’intera vicenda è la Nato.

Dopo otto mesi e oltre 200mila morti sul campo è difficile pensare a una vittoria di uno dei due eserciti alle condizioni che i loro governi pongono. È più probabile che l’inverno favorisca il consolidamento di una situazione di stallo affidata alle “lunghe gittate”, in cui alle incursioni sul campo degli uni corrisponda un bombardamento degli altri, mandando avanti la strage e la distruzione del Paese. L’esito sarà deciso dagli Stati Uniti (non dalla Nato), perché senza le loro armi l’esercito ucraino non può combattere un solo giorno in più, per lo meno nelle forme in cui lo fa adesso. Le scorte di armi e munizioni degli Stati Uniti stanno esaurendosi, ma iI bottino per loro è già sostanzioso: Svezia e Finlandia annesse alla Nato, Ucraina in procinto di esserlo, Georgia e altre repubbliche di nuovo in bilico. Le forniture di gas dalla Russia, quand’anche volessero riprendere, interrotte per sempre dalla distruzione del gasdotto senza che chi l’ha subita osi fiatare; l’economia tedesca e dell’Unione alle corde e l’Europa intera coinvolta in una guerra destinata a non finire e ad accrescerne la dipendenza dagli Usa, condizione ideale perché l’espansione della Nato riprenda non appena se ne presenterà una nuova occasione. La disgregazione dell’impero russo e il rovesciamento di Putin auspicati inizialmente da Biden rimandati, ma certo non sospesi.

  1. Ma se per ipotesi si raggiungesse la vittoria invocata da Zelensky – la riconquista sul campo delle regioni orientali, ormai Federazione Russa – se ne dovrebbe comunque trarre un bilancio: valeva la pena pagare con centinaia di migliaia di morti e di invalidi, con milioni di profughi, ieri in fuga, oggi invitati a lasciare l’Ucraina perché l’infrastruttura che permetteva loro di vivere è stata distrutta, con un Paese che si è indebitato per i prossimi decenni e con gli aiuti indispensabili alla ricostruzione, se mai ci saranno, certamente non così generosi come quelli per le armi?
  2. E il tutto per tornare alla situazione che c’era se si fossero rispettati – e preteso con una mediazione internazionale più efficace che venissero rispettati – gli accordi di Minsk II, riconoscendo alle regioni russofone una giusta autonomia, ma senza minacciare la Federazione Russa con la presenza della Nato alle porte di Sebastopoli? Ma non era quello, evidentemente, ciò che voleva chi stava dietro le quinte.
  3. E ancora: non ci si sarebbe forse stato bisogno dei 14mila morti della guerra al Donbass e della distruzione di quella regione se dopo Euromaidan – rivolta popolare o colpo di stato che fosse – non si fosse perseguitata la componente russofona della popolazione con il falso obiettivo nazionalistico – in realtà nazista – di “ucrainizzare” anche lingua e tradizioni di tutti?
  4. E ora?Se la situazione di stallo è destinata a protrarsi continueranno anche la distruzione delle infrastrutture dell’Ucraina ad opera dell’armata russa (quelle infrastrutture che ancora oggi sono alimentate dal gas russo…), le sofferenze e l’esodo della sua popolazione, il rancore di chi ha perso tutto, amici e parenti compresi, senza ottenere nulla in cambio.
  5. E tra un anno o due, o forse anche più, non ci si chiederà forse se non sarebbe stato meglio proporre un cessate il fuoco per cominciare a trattare sulle condizioni che avrebbero potuto rendere più accettabile il ritorno a una situazione basata sul rispetto di tutti in una reciproca autonomia?

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“Pressione psicologica”. Così “Repubblica” descriveva nel 1999 i bombardamenti Nato contro le centrali elettriche della Serbia

“Bombe alla grafite e la Serbia è al buio”. Così titolava Repubblica il 3 maggio 1999 quando la Nato era impegnata a bombardare il paese balcanico. E questo il sottotitolo: “Il portavoce Nato ‘Uno strumento di pressione psicologica, possiamo spegnere l’interruttore ogni volta che lo vogliamo. Disagi a Belgrado: forni chiusi e mezzi di trasporto fermi.”

Su segnalazione di Fabio Falchi su Facebook, vi proponiamo alcuni stralci dell’articolo di Repubblica, principale megafono – allora e oggi – delle politiche belliche dell’Alleanza Atlantica, che vi fornisce l’idea di quanta ipocrisia ci sia nel racconto di oggi del quotidiano degli Elkann sugli attacchi russi alle infrastrutture energetiche ucraine.

“L’ultimo ritrovato della tecnologia bellica. Ma soprattutto un micidiale strumento di pressione psicologica sui serbi. Le bombe alla grafite lanciate per la prima volta la notte scorsa sulle centrali elettriche di Obrenovac e Nis – e che hanno tenuto per sei ore al buio buona parte della Serbia – hanno avviato una nuova strategia di guerra. Che consiste nel provocare continue interruzioni dell’energia elettrica, senza distruggere gli impianti che la producono”. PRESSIONE PSICOLOGICA, scrive Repubblica.

“La Nato insomma ha in mano la spina della corrente elettrica in Serbia. E può staccarla a suo piacimento. […] I tentativi di ripristinare le reti elettriche che i tecnici serbi hanno messo in atto durante la giornata sono stati vani. Ancora nel primo pomeriggio infatti numerose zone di Belgrado sono tornate nel totale black out”.

“La Nato ha garantito di aver avuto cura di risparmiare il bombardamento alla grafite di strutture di particolare importanza civile, come gli ospedali. Ma le fonti serbe hanno comunicato che neppure le strutture sanitarie sono state risparmiate.volta che vorrà  farlo”.

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giovedì 2 settembre 2021

I vizi neocoloniali dell’Occidente - Fabio Alberti

  

Raccogli il fardello dell’uomo bianco –

E ricevi la sua antica ricompensa:

Il biasimo di coloro che fai progredire,

L’odio di coloro su cui vigili –


Così Rudyard Kipling, il cantore inglese del colonialismo si esprimeva nel 1899. Il fardello, in quel caso, era la annessione delle Filippine agli Stati Uniti di America, ma alludeva all’intera esperienza coloniale britannica, che all’epoca copriva una grande parte delle terre emerse.

Il “fardello” di Kipling è la mission civilisatrice a cui, sosteneva nel 1885 Jules Ferry, teorico della avventura coloniale, la Francia doveva adempiere in ossequio al “sacro dovere delle razze superiori di civilizzare le razze inferiori”, colonizzando l’Africa “in nome della democrazia” e – aggiungeva senza falsi pudori – creare un mercato per i prodotti dell’industria francese.

Il fardello che invece Colombo e i suoi successori dovettero sobbarcarsi era la salvezza delle anime, per cui i conquistadores portavano il verbo di Dio e in cambio si prendevano l’argento e gli schiavi.

Anche l’Italia – sabauda, giolittiana o fascista non fa differenza – giustificava l’uso dell’iprite con il compito di “portare la civiltà”.

Da 500 anni la pretesa di superiorità europea (comprendendo nell’espressione “Europa” sia la sua escrescenza americana che l’estensione asiatica fino agli Urali) è stata l’ideologia giustificatrice per la sistematica subordinazione dei popoli non-europei e il substrato culturale dell’invenzione della razza e la nascita del razzismo.

Il nocciolo è la descrizione dell’altro non-europeo sempre come mancante di qualcosa: la civiltà, la democrazia, la fede, i diritti umani, lo sviluppo, il project management. Una mancanza che l’Occidente vuole colmare. Il suprematismo europeo è così ben radicato in tutti noi che, parafrasando Croce, “non possiamo non dirci razzisti”.  

Non è forse la colonialità dello sguardo europeo che fa vedere i/le non-europee sempre come bisognosi/e del nostro aiuto piuttosto che come compagni/e di lotta, al più loro nostri partner piuttosto che noi loro alleati?

In questa colonialità si rispecchia interamente l’avventura afgana euroatlantica. La guerra per la democrazia e per i diritti umani è il fardello dell’uomo bianco del XXI secolo.

La mission civilisatrice si esprime nel sacro dovere di insegnare la democrazia e portare i diritti umani a tutte le popolazioni (salvo quelle di alcuni amici dell’occidente sulle quali sorvoliamo).

E liberare le donne. È così che un esercito invasore viene presentato come “liberatore delle donne” e quando se ne va c’è qualcuno che addirittura chiede di rimanere. Sulla pretesa occidentale di liberare le donne afghane con la guerra ha già detto cose, credo definitive, la antropologa femminista palestinese Lila Lughod (2).

La pretesa superiorità europea è data così per scontata che si finisce per pensare che tutto sommato l’occupazione militare dell’Afghanistan, anche se fatta per fini non nobili, ha comunque finito per giovare alla popolazione del paese, occultando il fatto che le condizioni di vita delle popolazioni sono invece peggiorate in questi 20 anni, nonostante tutto il circo di aiuti umanitari che ormai accompagnano sempre gli eserciti.

Dal 2001 ad oggi, in Afghanistan si è accorciata la speranza di vita di due anni, si è ridotto il tasso di scolarizzazione del 22% e, almeno nei primi dieci anni, sono aumentate la mortalità infantile e il numero delle persone sotto la soglia della povertà. Oltre 200mila vite sono state spezzate e sei milioni di persone hanno dovuto emigrare.

Certo, c’è stata un po’ più di libertà, nelle città e per i ceti colti della popolazione, ma è impensabile sostenere che tenere una popolazione in guerra per 20 anni ne possa migliorare la vita.

E la fede nella esportazione della democrazia – ma occorre ricordare che sinora gli Stati Uniti hanno avuto successo solo nelle operazioni di esportazione del fascismo – è tale che meraviglia accorgersi che, dopo 20 anni di guerra, la popolazione e l’esercito non hanno mosso un dito per difendere quello che avrebbe dovuto essere il “loro”(!) governo, presunto democratico, ma coerentemente corrotto, come sempre avviene, per conseguenza inevitabile e strutturale, per tutti i governi fantoccio.

E non ci si venga a dire che non si è riusciti: non si sarebbero spesi 2.300 miliardi, il 115% del PIL afghano senza nessun risultato, se lo si fosse voluto.

Poi c’è la evacuazione di questi giorni. Per cui se “loro” ci hanno aiutato, “noi” li salviamo (o almeno ci proviamo). Ma la divisione tra “noi” e ”loro”  è così ben radicata e scontata che questo “noi” e “loro” è un mare nero in cui annegano tutte le differenze.

“Noi” siamo operatori umanitari che curano i bambini, ma anche soldati che gli sparano e siamo comunque “noi”. E loro possono essere confidenti dei servizi segreti o signori della guerra, oppure attivisti per la libertà, ma resteranno comunque “loro”, che noi che siamo i buoni accogliamo benevolmente.

Tutti gli sforzi per salvare tutte le persone a rischio, qualunque ne sia il motivo, vanno fatti, e va ringraziato chiunque collabora a salvarne, anche se questo non riscatta l’onore di coloro che di vite ne hanno sacrificate decine di migliaia.

E so per esperienza diretta ventennale che la solidarietà concreta e l’aiuto reale non è un pranzo di gala al riparo da complessità e compromessi in una visione da rotocalco idilliaca, ma irreale.

Ma c’è nell’operazione salvataggio un qualcosa di sottile e di ambiguo per cui alla fine si chiede alla pubblica opinione di riconoscersi in tutti gli europei che erano lì, senza giudizi di valore per quello che vi facevano.

E traspare un’impressione, probabilmente falsa, ma inquietante, secondo cui in Afghanistan c’era effettivamente una commistione tra missioni, militari e cooperanti a braccetto, che dovrebbero essere antagoniste.

L’immagine che ci viene presentata è comunque sempre quella dei bianchi europei che aiutano, che sia con le armi o con la cooperazione, un popolo sottosviluppato.

La mission civilisatrice allora rischia di saltare fuori di nuovo anche declinata come capacity building della società civile. E la cooperazione allo sviluppo rischia di trovarsi ad essere un elemento strutturale al disegno neo-coloniale.

È il mito della superiorità europea che riemerge sotto mentite spoglie?

Questa esperienza afgana forse deve portare a una riflessione sulla pratica della cooperazione e sul rapporto tra intervento di solidarietà e lotta politica contro il neocolonialismo europeo?

Parliamone.

Note

1.      The White Man’s Burden: The United States and the Philippine Islands https://en.wikipedia.org/wiki/The_White_Man%27s_Burden

2.      Do Muslim Women Really Need Saving? Anthropological Reflections on Cultural Relativism and Its Others https://www.jstor.org/stable/3567256

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giovedì 7 gennaio 2021

Quella primavera inascoltata - Fabio Alberti

  

Dieci anni fa iniziava in Tunisia la rivolta che avrebbe fatto cadere il dittatore Ben Ali dal trono su cui si era insediato con l’aiuto del governo italiano. Prendeva il via così un processo rivoluzionario ancora in corso in tutto il Medio Oriente e Nord Africa, capace di mettere in discussione l’assetto post-coloniale che le potenze europee avevano deciso per l’area dell’ex impero ottomano che avevano colonizzato.

Una rivoluzione che è destinata a continuare perché ha radici profonde e strutturali. In Tunisia, si dice, la rivoluzione ha vinto, ma i giovani e le giovani tunisine in questi giorni sono ancora costretti a stare in piazza perché la disoccupazione è ancora alle stelle e permane una grave crisi economica.

Tutta Europa dieci anni fa giurò che avrebbe aiutato la nuova democrazia tunisina, ma invece le ha voltato le spalle.

Le ha voltato le spalle quando non ha voluto modificare i trattati commerciali con i Paesi mediterranei, che – determinando uno squilibrio strutturale – drenano ogni anno risorse verso la sponda nord del Mediterraneo.

I trattati, non tenendo conto della asimmetria delle economie, hanno causato la crisi del sistema produttivo locale per l’arrivo senza freni delle merci europee, mentre frenano le esportazioni di prodotti alimentari sussidiando l’agricoltura europea. Anzi, l’Unione Europea preme ora per un nuovo accordo, il cosiddetto “Deep and Comprehensive Free Trade Agreement” DCFTA, che, denunciano le ONG arabe, peggiorerà ulteriormente la situazione.

Non basterà qualche milioncino di aiuti per compensare il danno economico che viene fatto giorno dopo giorno. Dal 2011 sono stati erogati alla Tunisia circa 2 miliardi di “Aiuti allo sviluppo”. Ma nello stesso periodo il deficit commerciale della Tunisia verso l’Unione Europea è stato di 12 miliardi, con un incremento di circa il 30% rispetto al periodo precedente. L’Europa non ha però voltato le spalle solo alla Tunisia.

Le ha voltate ai ragazzi e alle ragazze della sponda sud del Mediterraneo quando ha riconosciuto il colpo di stato in Egitto, facendo affari con un dittatore mentre incarcerava e assassinava migliaia di oppositori.

L’Europa ha voltato le spalle quando ha lasciato con indifferenza che venissero bombardati per mesi sulle strade di Damasco.

L’Europa ha voltato le spalle tacendo, per anni, sulle violazioni del diritto internazionale e sulla progressiva istaurazione di un regime di apartheid in Palestina.

L’Europa ha voltato le spalle quando ha deciso di farsi la guerra al suo interno per controllare il petrolio libico sulla pelle della popolazione locale.

Gettato alle ortiche il processo di Barcellona per privilegiare l’espansione a est, abbandonata l’idea del co-sviluppo, oggi l’Europa guarda a sud solo in termini di sicurezza, pensando al terrorismo e all’immigrazione, mentre continua a produrre le condizioni economiche perché i due fenomeni continuino.

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