Un’alleanza empia sta lavorando per
un futuro apocalittico dal quale soltanto pochi eletti usciranno indenni. Sta diventando
chiaro come possiamo fermarli.
(traduzione di Lavinia Marchetti di un articolo molto importante sul The Guardian domenica 13 settembre 2026)
Quando Jeff
Bezos annunciò il progetto di celebrare un sontuoso matrimonio veneziano
all’inizio del 2025, molti abitanti della città trovarono l’idea offensiva,
persino oscena. Un numero crescente di residenti faticava a trovare
un’abitazione sicura e accessibile in una città invasa dai turisti e dagli
Airbnb, mentre il miliardario progettava, di fatto, di affittare il comune per
tre giorni, sborsando una cifra stimata di 50 milioni di dollari per
festeggiamenti destinati a congestionare i canali centrali e bloccare strade molto
frequentate. Come se non bastasse, le emissioni di carbonio di Amazon stavano
aumentando vertiginosamente, a causa dell’intelligenza artificiale e della
costruzione di nuovi data center, e a Venezia la questione riguarda tutti molto
da vicino, visto che le strade vengono già allagate decine di volte all’anno.
Marta
Sottoriva, insegnante trentacinquenne delle superiori, ci ha raccontato di aver
sentito parlare per la prima volta dei progetti per il matrimonio proprio
mentre Blue Origin, la società aerospaziale di Bezos, conquistava i titoli dei
giornali. Bezos aveva mandato un «equipaggio» composto da influencer e
celebrità donne, fra cui la sua fidanzata Lauren Sánchez e la cantante pop Katy
Perry, ai confini suborbitali dello spazio, in quella che sembrava una trovata
pubblicitaria priva di senso. «L’idea che tu possa essere così ricco e potente
da usare lo spazio per un viaggio di dieci minuti», ha ricordato Sottoriva, non
faceva che intensificare «la sensazione che la nostra città ci venisse sottratta
con una tale arroganza». Federica Toninello, un’altra giovane attivista, era
d’accordo e ci ha detto che sembrava che tanto lo spazio quanto Venezia
venissero «colonizzati».
Colonizzare
lo spazio è esattamente ciò che Bezos spera di fare. Blue Origin, sostiene
Bezos nel suo ormai rodato discorso promozionale, garantirà la sopravvivenza
dell’umanità permettendo, un giorno, a mille miliardi di persone di disperdersi
nel sistema solare. L’orrore insopportabile dal quale immagina di salvare la
nostra specie? La minaccia di quella che definisce una «civiltà della
stagnazione», vale a dire la necessità di fare i conti con reali limiti
ecologici e di trovare un modo per condividere le risorse finite del pianeta.
Per evitare questa resa dei conti, Bezos immagina un futuro nel quale «la Terra
sarà destinata a uso residenziale e all’industria leggera» e conservata come
una sorta di riserva, fuori dalla portata della maggior parte dei suoi abitanti
originari. La stragrande maggioranza degli esseri umani inseguirà il nebuloso
beneficio della «crescita esponenziale» nel vuoto inospitale dello spazio,
intrappolata sulle navicelle di Blue Origin. Sembrerebbe che Bezos consideri la
prospettiva che l’umanità viva in modo sostenibile e pacifico sulla nostra
preziosa e unica casa come una possibilità da incubo, indegna persino della sua
considerazione.
Com’era
prevedibile, si è scoperto che la maggior parte dei veneziani preferirebbe
continuare a vivere nella magnifica Venezia. A differenza di Bezos, non si
preoccupano di un’ipotetica stagnazione della civiltà; si preoccupano della
stagnazione economica provocata dal disinvestimento pubblico, della mancanza di
lavoro e opportunità, e della possibilità di essere espulsi dalla città e dal
paese che amano. I giovani italiani spesso hanno poche alternative
all’emigrazione per trovare lavoro; nell’ultimo decennio più di un milione di
cittadini se ne sono andati, un terzo dei quali aveva fra i 25 e i 34 anni.
Finora, la
precarietà e la rabbia avvertite da molti italiani hanno giovato soprattutto
alla destra neofascista. Quelle stesse forze, però, hanno anche spinto persone
verso la causa anti-Bezos, contribuendo a far coagulate un movimento nascente e
consapevolmente antifascista.
La vivace e
dirompente campagna «No Space for Bezos» ha attinto a profonde riserve di
indignazione contro i miliardari, il collasso climatico e il militarismo, e ha
anche offerto agli organizzatori un megafono attraverso cui diffondere idee su
modi diversi e meno letali di scegliere di vivere insieme. Gli attivisti hanno
stampato manifesti e adesivi che mostravano la testa di Bezos sopra un razzo
lanciato nello spazio. Hanno costruito un fantoccio di Bezos che stringeva
mazzette di denaro finto aggrappandosi a un enorme pacco galleggiante di
Amazon, e poi lo hanno lasciato libero di fluttuare lungo i canali. Hanno
srotolato striscioni dagli edifici e dai ponti più celebri di Venezia e
attraverso le piazze: «Tassate i ricchi per restituire al pianeta». E hanno
scandito che i soldi spesi per il matrimonio sarebbero stati impiegati meglio
nella ricostruzione di Gaza. Per giorni hanno prodotto un caos gioioso e preso
instancabilmente in giro lo sposo e la sua lista di invitati piena di
celebrità, che comprendeva i suoi vicini di bunker miliardari Ivanka Trump e
Jared Kushner, Sam Altman di OpenAI e uno stuolo di Kardashian.
Poco prima
del matrimonio, le autorità annunciarono che, a causa delle proteste, l’evento
sarebbe stato spostato in una zona meno centrale. Persino ai due yacht di
Bezos, Koru e Abeona, fu negato il permesso di attraccare in città. Gli
organizzatori proclamarono vittoria e festeggiarono. La stampa internazionale
divorò quello scontro così ricco di immagini. E la destra online non sapeva
bene per chi fare il tifo: le élite di Davos che si spruzzavano schiuma a
vicenda su un superyacht, oppure la marmaglia di sinistra che faceva agitprop?
Come
l’enorme sala da ballo di Donald Trump, lo stravagante matrimonio di Bezos
incarnava le oscenità della nostra età dorata interconnessa. Al fondatore di
Amazon non bastava far parte di una delle città più belle d’Europa: doveva
consumarla, inghiottirla interamente. Un anno dopo avrebbe fatto lo stesso con
il Met Gala di New York, suscitando un’indignazione analoga e una simile
creatività dal basso.
Le proteste
di Venezia, che insistevano sui sogni spaziali di Bezos a spese della Terra,
indicavano qualcosa di fondamentale dell’epoca del fascismo della fine
dei tempi, concetto centrale nel nostro nuovo libro e con il quale
designiamo un’alleanza empia che lavora per un futuro apocalittico dal quale
soltanto pochi eletti usciranno indenni. Le linee di conflitto di oggi non
separano semplicemente coloro che lottano per sopravvivere in condizioni sempre
più degradate e costose da una classe oligarchica impegnata a escogitare modi
sempre più ridicoli per sprecare la propria ricchezza. Sono linee molto più
cosmologiche.
Da una parte
ci siamo noi, che non abbiamo alcun piano di fuga, alcun bunker nel cielo o
sottoterra, e che per questo siamo impegnati a restare esattamente qui, nella
complessità della nostra realtà terrestre, gli uni con gli altri. Sappiamo di
dover fare quanto è necessario perché «qui», questo pianeta con tutte le sue
ecologie e le sue comunità, diventi più sicuro per la moltitudine di esseri che
da esse dipendono, nella piena consapevolezza che questa è la nostra unica
casa.
Dall’altra
ci sono coloro che coltivano piani salvifici per proteggere se stessi e le
proprie famiglie dagli incendi politici ed ecologici che stanno divorando il
nostro pianeta, che questi piani assumano la forma dell’ascensione al cielo, di
bunker terrestri e nazioni fortificate, oppure delle fantasie di colonizzare lo
spazio e fondersi con le macchine. Invece di migliorare le condizioni delle
persone reali sulla Terra, o almeno di smettere di gettare benzina sul fuoco, i
fascisti della fine dei tempi stanno progettando la propria fuga, indifferenti
e ciechi di fronte a tutto ciò che merita di essere salvato.
Un’assenza
di meraviglia
L’ossessione
di Bezos per lo spazio permette di cogliere un altro elemento essenziale per
comprendere il fascismo della fine dei tempi e la sua fissazione per i bunker e
l’abbandono del nostro mondo comune: l’apparente incapacità delle persone che
guidano questo progetto di meravigliarsi, o persino di accorgersi, delle
meraviglie che le circondano.
Lo si vide
in maniera lampante nel 2021, quando Bezos mandò nello spazio un altro
equipaggio. Questa volta a bordo c’era William Shatner, noto soprattutto per
aver interpretato il capitano Kirk in Star Trek, realizzando
naturalmente una delle fantasie infantili di Bezos. «Spazio. Ultima frontiera»,
diceva Shatner all’inizio di ciascun episodio. Eppure, mentre l’attore, ormai
novantenne, guardava il nostro pianeta azzurro e verde allontanarsi dal
finestrino, fu improvvisamente invaso dal terrore. «Il contrasto fra la gelida
ostilità dello spazio e il calore accogliente della Terra sotto di noi mi
riempì di una tristezza opprimente», ricordò in seguito, spiegando di aver
maturato un apprezzamento molto più profondo per i doni sublimi e fragili del
nostro pianeta.
«Ogni giorno
ci troviamo davanti alla consapevolezza di nuove distruzioni della Terra per
mano nostra: l’estinzione di specie animali, della flora e della fauna… cose
che hanno impiegato cinque miliardi di anni per evolversi e che,
improvvisamente, non vedremo mai più a causa dell’interferenza dell’umanità»,
scrisse Shatner. Era partito aspettandosi di rimanere sopraffatto dalla
magnificenza dell’universo e invece, appena lasciata la Terra, desiderò tornare
a casa: «Ho scoperto che la bellezza non è là fuori, è quaggiù, insieme a tutti
noi».
Forse
l’intuizione di Shatner sul nostro prezioso pianeta in pericolo trova qualche
risonanza nel fondatore di Amazon, però i progetti del miliardario per
colonizzare lo spazio e la massiccia espansione dei data center ad alte
emissioni della sua azienda suggeriscono il contrario. E fra gli oligarchi
tecnologici Bezos è fin troppo tipico. Peter Thiel, per esempio, rivelò una
volta che le sue tre idee migliori per conquistare la vera libertà erano
«cyberspazio», «spazio esterno» e «seasteading», cioè l’idea di costruire nuovi
paesi sopra piattaforme petrolifere galleggianti. In altre parole, quest’uomo,
la cui enorme ricchezza gli consente di accedere ai luoghi più spettacolari che
il pianeta ha da offrire, crede davvero che questi tre luoghi freddi e morti
siano superiori alla Terra che possediamo, verde e viva.
Qualcosa di
simile sembra fuori posto anche in Elon Musk, un uomo che pare guardare le
meraviglie del cielo notturno e vedere soltanto opportunità per riempire
quell’oscurità sconosciuta con la propria spazzatura spaziale. La venerabile
romanziera Joyce Carol Oates mise in evidenza questi apparenti limiti nell’autunno
del 2025, quando lo demolì senza pietà sulla sua stessa piattaforma, X.
«È così
curioso», scrisse, «che un uomo tanto ricco non pubblichi mai nulla che lasci
intendere che apprezzi o sia anche solo consapevole di ciò che praticamente
tutti apprezzano: scene della natura, un cane o un gatto domestico, un elogio
di un film, della musica, di un libro, benché dubiti che legga; l’orgoglio per
il successo di un amico o di un parente; le condoglianze per qualcuno che è
morto; il piacere dello sport, l’apprezzamento per una squadra preferita;
riferimenti alla storia. In realtà sembra del tutto privo di istruzione, privo
di cultura. Le persone più povere su Twitter [X] possono avere accesso a più
bellezza e significato nella vita della “persona più ricca del mondo”.»
L’osservazione
evidentemente toccò un nervo scoperto del barone tecnologico, notoriamente
permaloso: la definì «una bugiarda pigra» e cominciò a pubblicare commenti
favorevoli su diversi film per dimostrare che Oates si sbagliava. Eppure,
nell’euforia del giorno in cui la sua società aerospaziale SpaceX venne quotata
in borsa, Musk non fece alcun tentativo di nascondere la propria noia verso il
nostro pianeta azzurro e i suoi problemi: «Vogliamo risolvere [i problemi] qui
sulla Terra e dovremmo risolverli. Però devono anche esserci cose che ti
rendano entusiasta del futuro, che ti facciano essere contento di svegliarti al
mattino perché non vedi l’ora di scoprire che cosa succederà dopo». Sembrerebbe
che soltanto abbandonare la Terra sia in grado di procurargli quell’emozione.
La maggior
parte delle persone possiede la capacità di provare meraviglia, di trattenere
il fiato davanti alla bellezza preziosa di un uccello canoro, al carattere
quasi ultraterreno dello sbuffo di una balena o all’intricato intreccio di un
antico luogo sacro. I bambini possiedono la capacità della meraviglia pura; ce
l’hanno anche gli attori novantenni nello spazio suborbitale. Provare
meraviglia significa dissolversi nel vortice dell’universo, sentirsi piccoli
nel senso migliore del termine. Questo senso di interconnessione spiega anche
perché soffriamo quando vediamo degli sconosciuti soffrire e perché proviamo il
grande dolore dell’estinzione. Il fatto che questa capacità sembri mancare agli
uomini che tengono nelle proprie mani il nostro destino collettivo rappresenta
una perdita personale per loro e una crisi esistenziale per tutti noi.
Una parte
pericolosa del progetto degli oligarchi tecnologici di abbandonare il mondo
consiste nel fatto che gli strumenti che stanno costruendo sono progettati per
rifarci a loro immagine, un’immagine spezzata. Le piattaforme e le app più
diffuse ci addestrano a condividere il sogno della Silicon Valley di una
libertà disincarnata, spingendoci continuamente a rinunciare ai luoghi reali e
alle relazioni in presenza in favore delle simulazioni, e a considerare la
Terra, i nostri corpi e le nostre relazioni come prigioni da violare e dalle
quali fuggire. Altman, per esempio, ha dichiarato chiaramente di vedere «certi
vantaggi nell’essere una macchina» e ha più volte insistito sul fatto che i
suoi figli non saranno mai più intelligenti dell’IA, come se l’intelligenza
potesse essere ridotta al semplice calcolo. Come servizi simili, ChatGPT è
addestrato a dirottare i nostri sistemi di risposta empatica, così che anche
noi finiamo per elevare le macchine e attribuire loro un significato maggiore
di quanto meritino.
L’incapacità
di apprezzare questo pianeta e il suo meraviglioso insieme di personaggi aiuta
a spiegare perché siano tanto pronti a sacrificarlo. In effetti, la
disponibilità della destra tecnologica a eliminare il lavoro che sostiene la
nostra vita e a sostituire le relazioni umane con relazioni sintetiche non può
essere separata dalla sua indifferenza verso quel poco che rimane della fauna selvatica
e della diversità vegetale del pianeta, entrambe in rapida scomparsa. Queste
persone sembrano incapaci di amare questo luogo, di assaporare il piacere della
compagnia altrui o di meravigliarsi dei misteri offerti dalle altre specie.
In breve, ci
troviamo di fronte a un’ideologia che ha rinunciato non soltanto alla premessa
e alla promessa della democrazia liberale, bensì alla vivibilità stessa del
nostro mondo comune: alla sua bellezza, alle sue persone, ai nostri figli, alle
altre specie. C’è qualcosa di traditore in tutto questo. Un tradimento rivolto
a qualcosa di diverso da un’astrazione come una bandiera o una nazione, perché
noi non siamo nazionalisti. È un tradimento del patto tacito stretto con la
rete della vita che ci sostiene.
Sono traditori
della creazione, delle meraviglie di questo luogo.
L’antitesi
del fascismo
Non esiste
una formula da copiare e incollare per combattere il fascismo della fine dei
tempi. Che si tratti dei veneziani che affrontano Jeff Bezos, degli albanesi
che dicono a Jared e Ivanka Trump che il loro paese non è in vendita, oppure di
una piccola città del Kentucky che si organizza contro un enorme data center,
ogni fronte di questa lotta assume il carattere e la consistenza del luogo in
cui nasce. Stanno tuttavia emergendo alcuni principi guida comuni, e la
campagna di Zohran Mamdani per diventare sindaco di New York, insieme al suo
modo di governare dopo l’elezione, ne incarna molti. Partire dall’amore per il
luogo, evocare poi un futuro radicalmente inclusivo nel quale tutti possano
permettersi vite dignitose, abbracciare obiettivi comuni attraverso le
differenze, uscire di casa e riunirsi offline e di persona, affrontare
gioiosamente i potenti, attingere alla storia e avere il coraggio di toccare
l’anima.
Mamdani ha insistito
senza sosta sulle sue politiche fondamentali per rendere la città più
accessibile e ha mantenuto molte di quelle promesse, perseguendo, per esempio,
la riduzione degli affitti e l’espansione dell’assistenza universale
all’infanzia. Ha fatto però anche qualcosa di più sublime, soffermandosi sugli
angoli rumorosi e affascinanti della città che rappresentano il motivo per cui
così tante persone scelgono di sopportare le pressioni che le spingono ad
andarsene.
Mentre la
stella di Mamdani saliva, fascisti e neofascisti in tutto il paese e nel resto
del mondo fecero ciò che fanno abitualmente. Classificarono e separarono,
stabilirono gerarchie ed espulsero. Seminarono confusione e divisione
sostenendo che Mamdani non fosse un vero americano e attribuirono alla sinistra
qualsiasi problema e risentimento sociale. Presentarono la New York
multiculturale come un esempio apparentemente terrificante di ciò che accade
quando la «grande sostituzione» ha successo. JD Vance intervenne in difesa del
diritto delle persone a non voler vivere accanto a individui provenienti da
«una cultura completamente diversa» e Stephen Miller tuonò su X: «NYC è
l’avvertimento più chiaro finora di ciò che accade a una società quando
fallisce nel controllo dell’immigrazione».
Mentre i fascisti
tracciavano le loro linee rigide, dentro contro fuori, protetti contro
sacrificabili, «eredità» contro invasore, la campagna per eleggere Mamdani
trasformò un intero anno in una festa dedicata a uno dei luoghi più etnicamente
e razzialmente diversi mai esistiti, cinque distretti plasmati da ondate
successive di nuovi immigrati che hanno costruito le proprie case sulle terre
Lenape. Attraverso ciascuna delle sue iniziative, la campagna affermava che
un’identità condivisa può essere costruita attraverso qualcosa di diverso dalla
semplice discendenza: l’impegno verso una casa comune e verso un insieme
condiviso di valori su come vivere insieme al suo interno.
New York è
una città di persone che portano con sé innumerevoli identità composte e
mantengono vive una miriade di pratiche culturali. Come disse Mamdani:
«Qualunque cosa mangiate, qualunque lingua parliate, qualunque sia il modo in
cui pregate o il luogo da cui provenite, le parole che ci definiscono più di
tutte sono le due che condividiamo: newyorkesi».
Mamdani
spiegò così le complessità del voto a scelta classificata nelle primarie
democratiche usando come oggetti di scena una fila di mango lassi. Fece
campagna nei club queer, celebrò la storia rivoluzionaria haitiana durante
l’enorme concerto di Bayo, condivise il suo ordine preferito di bagel e
interruppe il digiuno del Ramadan mangiando biryani nel Bronx. Una volta
entrato in carica, trasformò inoltre l’ormai leggendaria corsa dei Knicks nei
playoff e i Mondiali del 2026 in una festa estiva durata mesi che pochi
dimenticheranno. In questi e altri modi, Mamdani ha reincantato una città
sottoposta da Washington a un’incessante denigrazione, dipinta come pericolosa,
sporca e disfunzionale.
Era
l’incarnazione perfetta della «hereness», l’«essere qui», idea sviluppata dal
Jewish Labour Bund, gruppo socialista yiddish fondato nel XIX secolo e radicato
in un tenace attaccamento al luogo e alla comunità fondato su qualcosa di
diverso dai legami di sangue. Molly Crabapple, orgogliosa newyorkese e artista
che ha pubblicato di recente una storia del Bund diventata bestseller, ha messo
in evidenza il collegamento in un articolo apparso sul Guardian.
«Come New York stessa, la campagna di Mamdani era multiculturale,
multirazziale, poliglotta», ha scritto. «Quando Andrew Cuomo cercò di
provocarlo dipingendolo come antiamericano, lui pubblicò annunci in spagnolo e
bengalese, hindi e arabo. Condusse una campagna consacrata a una politica
centrata prima di tutto sulla classe, che cercava di parlare a tutti nel proprio
idioma, senza chiedere mai scusa per ciò che era».
Dentro
questa celebrazione delle differenze, la campagna di Mamdani sottolineava anche
quelle esperienze e quelle ansie quotidiane che sono comuni e capaci di unire
quasi tutti i newyorkesi, soffermandosi sui luoghi ordinari troppo spesso
ignorati o disprezzati. Mamdani si mescolava ai pendolari nelle affollate
carrozze della metropolitana, rendeva omaggio alle glorie dello Staten Island
Ferry e visitava innumerevoli bodegas, avvicinandosi agli sconosciuti che
incontrava con curiosità priva di giudizio e con un sorriso così largo da
diventare oggetto di battute al Saturday Night Live.
La campagna,
tuttavia, era qualcosa di diverso dal semplice antifascismo: nei molti modi in
cui celebrava l’indisciplina che rende New York amabile, rappresentava anche l’antitesi del
fascismo. Andava oltre il rifiuto dell’odio e costituiva un invito alla
gentilezza, a un mondo nel quale distogliamo lo sguardo da nessuno. Ciò
significava valorizzare e onorare proprio le persone che i fascisti desiderano
maggiormente espellere e gettare via: la forza lavoro immigrata e della classe
lavoratrice che mantiene in funzione la città. La campagna accese i riflettori
sui fattorini derubati da piattaforme come DoorDash, sugli operai dei magazzini
Amazon che lottano perché i loro sindacati vengano riconosciuti e sui tassisti
in fila a LaGuardia, parte di quella forza lavoro notturna che permette a New
York di vantarsi di essere la città che non dorme mai.
Di fronte
alla prospettiva di una città più giusta finanziata da aumenti fiscali
marginali, alcuni profetizzarono un esodo dei miliardari. Il gestore di hedge
fund Bill Ackman minacciò di andarsene insieme ad altri percettori di redditi
elevati e Fox predisse una «Mamdani Migration». Gli agenti immobiliari del
lusso riferirono di essere sommersi da telefonate di clienti intenzionati a
vendere i propri attici e trasferirsi a Palm Beach.
Le minacce
di diserzione sottolineavano soltanto la natura reciprocamente rafforzante dei
due temi centrali della campagna di Mamdani: l’amore gioioso per il luogo in
cui si vive, anche quando quel luogo è parecchio malandato, e i progetti
concreti per ripararlo e migliorarlo. Più si è devoti a un luogo, più
facilmente si investono le risorse e l’energia necessarie a migliorarlo. È una
politica fondata sul desiderio di restare, di proteggere tutto ciò che è
insostituibile, umano e vivo, anziché sul desiderio di fuggire da questo regno
terrestre, siano essi le nostre città o i nostri corpi animati.
È lo stesso
spirito che abbiamo visto motivare le persone che proteggono l’aria e l’acqua
dall’espansione dei data center e difendono i vicini immigrati dall’ICE.
Raccontando la rivolta durata settimane a Minneapolis, il giornalista Adam
Serwer descrisse in maniera memorabile l’ideologia guida della resistenza come
«neighborism», una sorta di «vicinismo», vale a dire «l’impegno a proteggere le
persone attorno a te, chiunque esse siano e ovunque siano nate». Era un’etica
aperta e accogliente che unì moltissime persone comuni nel fare qualcosa di
ingannevolmente semplice: proteggere i membri più esposti della propria
comunità da ciò che somigliava molto a un esercito invasore. Questo significava
affrontare i proiettili, cucinare la cena e aprire stanze libere alle famiglie
che nelle proprie case non erano più al sicuro.
In questi e
innumerevoli altri modi, gli abitanti del Minnesota si sollevarono per
affermare che i loro vicini si trovavano già dove appartenevano, che fossero
nati, come scrisse Serwer, a Minneapolis oppure a Mogadiscio.
Le reti
umane che i vicini stanno costruendo, isolato dopo isolato, chat di gruppo dopo
chat di gruppo, vanno oltre il rifiuto. Nella nostra epoca di shock seriali e
crisi che si intersecano, rappresentano anche la base di una forma differente
di survivalismo. Mentre le diverse correnti del fascismo costruiscono bunker
destinati a pochi, le nostre sono reti di sopravvivenza fondate sul principio
che ciascuno di noi, senza eccezione, meriti di vivere e prosperare. Sono
inoltre unite dalla convinzione che mantenersi reciprocamente al sicuro quando
arriveranno gli inevitabili shock sia un dovere sacro. Una parte di questo
lavoro consiste nel raccontare nuove storie, storie abbastanza vere e capaci di
ispirare da aiutare i nostri esausti simili a innamorarsi nuovamente della
nostra unica casa e a rinnovare con fierezza l’impegno a difenderla con tutto
ciò che possiedono.
Alcuni mondi
devono finire
Quelle
storie non possono riguardare un ritorno a qualcosa chiamato «normalità», a ciò
che passava per quiete prima della Brexit, di Trump e della svolta autoritaria
della Silicon Valley. Furono proprio quelli gli anni in cui troppi problemi
vennero lasciati accumulare e incancrenire: il fascismo rappresenta sempre una
risposta deformata a crisi reali. E il fascismo della fine dei tempi è una
risposta a crisi reali di scala planetaria, fra cui concentrazioni sempre
maggiori di carbonio nell’atmosfera e di ricchezza nelle mani dei super-ricchi.
Le risposte che propone, sacrifici di massa di esseri umani e non umani, sono
mostruose e devono essere estirpate dal nostro mondo.
Per
riuscirci dovremo capire come affrontare le crisi sottostanti di cui si nutre
il fascismo contemporaneo. Perché i confini vengono oltrepassati.
I limiti vengono superati. Stiamo sbattendo contro
dei muri. I fascisti vogliono farci credere che a schiantarsi contro il muro
sia la storia umana: è finita, dunque assicuratevi di trovarvi fra gli eletti
che trascenderanno verso il prossimo mondo. Pregate il vostro Dio perché vi
salvi. Impiantate il chip, fondetevi con le macchine. Militarizzate e
purificate la vostra nazione trasformata in bunker. Armatevi fino ai denti e
nascondetevi dietro la vostra fortuna. Non preoccupatevi degli esseri umani,
degli animali, degli alberi, dei fiumi e delle barriere coralline che non ce la
faranno.
Si
sbagliano. A sbattere contro il muro non è la storia dell’umanità. È piuttosto
la storia nella quale siamo rimasti intrappolati. Quella secondo cui l’avidità
deve essere il motore della civiltà. Quella secondo cui la crescita può
continuare per sempre. Quella secondo cui esistono sempre nuove efficienze da
trovare, altri lavoratori da razionalizzare, altre risorse da sacrificare,
altre persone, altri luoghi e altri pianeti da colonizzare. Sono questi miti a
scontrarsi con il muro della realtà, e di conseguenza molte cose dovranno
cambiare.
Le logiche
che devono essere abbandonate dovrebbero ormai essere chiare. Violenza
illimitata. Sfruttamento senza vincoli. Ricchezza insaziabile. Dominio
incontrollato. Sono queste le pulsioni che rendono impossibile la convivenza.
Guardando avanti, si aprono due strade. Possiamo abbandonare e tradire questo
mondo, oppure rompere con il capitalismo e costruire nuovi sistemi economici e politici
che onorino la vita e diano priorità alla cura e alla riparazione.
Per fortuna
non partiamo da zero. Chi ha lottato prima di noi nei nostri movimenti ci ha
lasciato mappe verso Sion terrene nelle quali tutti sono accolti, verso futuri
inclusivi nei quali pace e sicurezza costituiscono principi fondamentali. Un
futuro diverso da quello post-umano desiderato dai fascisti della fine dei
tempi: un futuro post-capitalista e favorevole a tutta la vita. Profondamente
democratico, socialista, femminista, multirazziale, multispecie,
internazionalista, generoso, coraggioso e vivo. Incarnato e sensoriale,
fieramente legato alla Terra.
Ed è proprio
questa, in fondo, la prospettiva che terrorizza i fascisti della fine dei tempi
più di qualsiasi altra cosa. È per questo che Thiel denuncia come anticristo
chiunque tenti di regolamentare i combustibili fossili e l’IA; ed è per questo
che Trump e Vance diffamano i cittadini non violenti del Minnesota che
difendono i propri vicini definendoli «terroristi interni». Ciò che tiene
svegli questi uomini la notte siamo… noi. La possibilità che sorga un movimento
popolare e vigoroso capace di difendere questo pianeta e le molte forme di vita
che lo chiamano casa.
Non abbiamo
scelto di nascere dentro una lotta tanto decisiva, però siamo arrivati a un
punto di scelta. Possiamo seguire i fascisti della fine dei tempi verso
l’oblio, oppure impegnarci a costruire quel movimento indisciplinato e capace
di attraversare i confini che essi temono così profondamente. Un movimento che sottragga
loro le armi, li chiami a rispondere dei loro crimini e difenda il paradiso di
questo luogo.
Questo
saggio è adattato dal libro End Times Fascism: And the Fight for the Living World, in
uscita il 15 settembre per Farrar, Straus and Giroux.
Naomi Klein
è editorialista di Guardian US e contributing writer. È professoressa di
giustizia climatica e co-direttrice del Centre for Climate Justice
dell’Università della British Columbia.
Astra Taylor
è scrittrice, organizzatrice e documentarista, nonché cofondatrice del Debt
Collective.