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mercoledì 16 settembre 2026

I fascisti della fine dei tempi stanno progettando la fuga dal nostro mondo. La nostra missione è chiara - Naomi Klein e Astra Taylor

 

Un’alleanza empia sta lavorando per un futuro apocalittico dal quale soltanto pochi eletti usciranno indenni. Sta diventando chiaro come possiamo fermarli.

(traduzione di Lavinia Marchetti di un articolo molto importante sul The Guardian domenica 13 settembre 2026)

Quando Jeff Bezos annunciò il progetto di celebrare un sontuoso matrimonio veneziano all’inizio del 2025, molti abitanti della città trovarono l’idea offensiva, persino oscena. Un numero crescente di residenti faticava a trovare un’abitazione sicura e accessibile in una città invasa dai turisti e dagli Airbnb, mentre il miliardario progettava, di fatto, di affittare il comune per tre giorni, sborsando una cifra stimata di 50 milioni di dollari per festeggiamenti destinati a congestionare i canali centrali e bloccare strade molto frequentate. Come se non bastasse, le emissioni di carbonio di Amazon stavano aumentando vertiginosamente, a causa dell’intelligenza artificiale e della costruzione di nuovi data center, e a Venezia la questione riguarda tutti molto da vicino, visto che le strade vengono già allagate decine di volte all’anno.

Marta Sottoriva, insegnante trentacinquenne delle superiori, ci ha raccontato di aver sentito parlare per la prima volta dei progetti per il matrimonio proprio mentre Blue Origin, la società aerospaziale di Bezos, conquistava i titoli dei giornali. Bezos aveva mandato un «equipaggio» composto da influencer e celebrità donne, fra cui la sua fidanzata Lauren Sánchez e la cantante pop Katy Perry, ai confini suborbitali dello spazio, in quella che sembrava una trovata pubblicitaria priva di senso. «L’idea che tu possa essere così ricco e potente da usare lo spazio per un viaggio di dieci minuti», ha ricordato Sottoriva, non faceva che intensificare «la sensazione che la nostra città ci venisse sottratta con una tale arroganza». Federica Toninello, un’altra giovane attivista, era d’accordo e ci ha detto che sembrava che tanto lo spazio quanto Venezia venissero «colonizzati».

Colonizzare lo spazio è esattamente ciò che Bezos spera di fare. Blue Origin, sostiene Bezos nel suo ormai rodato discorso promozionale, garantirà la sopravvivenza dell’umanità permettendo, un giorno, a mille miliardi di persone di disperdersi nel sistema solare. L’orrore insopportabile dal quale immagina di salvare la nostra specie? La minaccia di quella che definisce una «civiltà della stagnazione», vale a dire la necessità di fare i conti con reali limiti ecologici e di trovare un modo per condividere le risorse finite del pianeta. Per evitare questa resa dei conti, Bezos immagina un futuro nel quale «la Terra sarà destinata a uso residenziale e all’industria leggera» e conservata come una sorta di riserva, fuori dalla portata della maggior parte dei suoi abitanti originari. La stragrande maggioranza degli esseri umani inseguirà il nebuloso beneficio della «crescita esponenziale» nel vuoto inospitale dello spazio, intrappolata sulle navicelle di Blue Origin. Sembrerebbe che Bezos consideri la prospettiva che l’umanità viva in modo sostenibile e pacifico sulla nostra preziosa e unica casa come una possibilità da incubo, indegna persino della sua considerazione.

Com’era prevedibile, si è scoperto che la maggior parte dei veneziani preferirebbe continuare a vivere nella magnifica Venezia. A differenza di Bezos, non si preoccupano di un’ipotetica stagnazione della civiltà; si preoccupano della stagnazione economica provocata dal disinvestimento pubblico, della mancanza di lavoro e opportunità, e della possibilità di essere espulsi dalla città e dal paese che amano. I giovani italiani spesso hanno poche alternative all’emigrazione per trovare lavoro; nell’ultimo decennio più di un milione di cittadini se ne sono andati, un terzo dei quali aveva fra i 25 e i 34 anni.

Finora, la precarietà e la rabbia avvertite da molti italiani hanno giovato soprattutto alla destra neofascista. Quelle stesse forze, però, hanno anche spinto persone verso la causa anti-Bezos, contribuendo a far coagulate un movimento nascente e consapevolmente antifascista.

La vivace e dirompente campagna «No Space for Bezos» ha attinto a profonde riserve di indignazione contro i miliardari, il collasso climatico e il militarismo, e ha anche offerto agli organizzatori un megafono attraverso cui diffondere idee su modi diversi e meno letali di scegliere di vivere insieme. Gli attivisti hanno stampato manifesti e adesivi che mostravano la testa di Bezos sopra un razzo lanciato nello spazio. Hanno costruito un fantoccio di Bezos che stringeva mazzette di denaro finto aggrappandosi a un enorme pacco galleggiante di Amazon, e poi lo hanno lasciato libero di fluttuare lungo i canali. Hanno srotolato striscioni dagli edifici e dai ponti più celebri di Venezia e attraverso le piazze: «Tassate i ricchi per restituire al pianeta». E hanno scandito che i soldi spesi per il matrimonio sarebbero stati impiegati meglio nella ricostruzione di Gaza. Per giorni hanno prodotto un caos gioioso e preso instancabilmente in giro lo sposo e la sua lista di invitati piena di celebrità, che comprendeva i suoi vicini di bunker miliardari Ivanka Trump e Jared Kushner, Sam Altman di OpenAI e uno stuolo di Kardashian.

Poco prima del matrimonio, le autorità annunciarono che, a causa delle proteste, l’evento sarebbe stato spostato in una zona meno centrale. Persino ai due yacht di Bezos, Koru e Abeona, fu negato il permesso di attraccare in città. Gli organizzatori proclamarono vittoria e festeggiarono. La stampa internazionale divorò quello scontro così ricco di immagini. E la destra online non sapeva bene per chi fare il tifo: le élite di Davos che si spruzzavano schiuma a vicenda su un superyacht, oppure la marmaglia di sinistra che faceva agitprop?

Come l’enorme sala da ballo di Donald Trump, lo stravagante matrimonio di Bezos incarnava le oscenità della nostra età dorata interconnessa. Al fondatore di Amazon non bastava far parte di una delle città più belle d’Europa: doveva consumarla, inghiottirla interamente. Un anno dopo avrebbe fatto lo stesso con il Met Gala di New York, suscitando un’indignazione analoga e una simile creatività dal basso.

Le proteste di Venezia, che insistevano sui sogni spaziali di Bezos a spese della Terra, indicavano qualcosa di fondamentale dell’epoca del fascismo della fine dei tempi, concetto centrale nel nostro nuovo libro e con il quale designiamo un’alleanza empia che lavora per un futuro apocalittico dal quale soltanto pochi eletti usciranno indenni. Le linee di conflitto di oggi non separano semplicemente coloro che lottano per sopravvivere in condizioni sempre più degradate e costose da una classe oligarchica impegnata a escogitare modi sempre più ridicoli per sprecare la propria ricchezza. Sono linee molto più cosmologiche.

Da una parte ci siamo noi, che non abbiamo alcun piano di fuga, alcun bunker nel cielo o sottoterra, e che per questo siamo impegnati a restare esattamente qui, nella complessità della nostra realtà terrestre, gli uni con gli altri. Sappiamo di dover fare quanto è necessario perché «qui», questo pianeta con tutte le sue ecologie e le sue comunità, diventi più sicuro per la moltitudine di esseri che da esse dipendono, nella piena consapevolezza che questa è la nostra unica casa.

Dall’altra ci sono coloro che coltivano piani salvifici per proteggere se stessi e le proprie famiglie dagli incendi politici ed ecologici che stanno divorando il nostro pianeta, che questi piani assumano la forma dell’ascensione al cielo, di bunker terrestri e nazioni fortificate, oppure delle fantasie di colonizzare lo spazio e fondersi con le macchine. Invece di migliorare le condizioni delle persone reali sulla Terra, o almeno di smettere di gettare benzina sul fuoco, i fascisti della fine dei tempi stanno progettando la propria fuga, indifferenti e ciechi di fronte a tutto ciò che merita di essere salvato.

Un’assenza di meraviglia

L’ossessione di Bezos per lo spazio permette di cogliere un altro elemento essenziale per comprendere il fascismo della fine dei tempi e la sua fissazione per i bunker e l’abbandono del nostro mondo comune: l’apparente incapacità delle persone che guidano questo progetto di meravigliarsi, o persino di accorgersi, delle meraviglie che le circondano.

Lo si vide in maniera lampante nel 2021, quando Bezos mandò nello spazio un altro equipaggio. Questa volta a bordo c’era William Shatner, noto soprattutto per aver interpretato il capitano Kirk in Star Trek, realizzando naturalmente una delle fantasie infantili di Bezos. «Spazio. Ultima frontiera», diceva Shatner all’inizio di ciascun episodio. Eppure, mentre l’attore, ormai novantenne, guardava il nostro pianeta azzurro e verde allontanarsi dal finestrino, fu improvvisamente invaso dal terrore. «Il contrasto fra la gelida ostilità dello spazio e il calore accogliente della Terra sotto di noi mi riempì di una tristezza opprimente», ricordò in seguito, spiegando di aver maturato un apprezzamento molto più profondo per i doni sublimi e fragili del nostro pianeta.

«Ogni giorno ci troviamo davanti alla consapevolezza di nuove distruzioni della Terra per mano nostra: l’estinzione di specie animali, della flora e della fauna… cose che hanno impiegato cinque miliardi di anni per evolversi e che, improvvisamente, non vedremo mai più a causa dell’interferenza dell’umanità», scrisse Shatner. Era partito aspettandosi di rimanere sopraffatto dalla magnificenza dell’universo e invece, appena lasciata la Terra, desiderò tornare a casa: «Ho scoperto che la bellezza non è là fuori, è quaggiù, insieme a tutti noi».

Forse l’intuizione di Shatner sul nostro prezioso pianeta in pericolo trova qualche risonanza nel fondatore di Amazon, però i progetti del miliardario per colonizzare lo spazio e la massiccia espansione dei data center ad alte emissioni della sua azienda suggeriscono il contrario. E fra gli oligarchi tecnologici Bezos è fin troppo tipico. Peter Thiel, per esempio, rivelò una volta che le sue tre idee migliori per conquistare la vera libertà erano «cyberspazio», «spazio esterno» e «seasteading», cioè l’idea di costruire nuovi paesi sopra piattaforme petrolifere galleggianti. In altre parole, quest’uomo, la cui enorme ricchezza gli consente di accedere ai luoghi più spettacolari che il pianeta ha da offrire, crede davvero che questi tre luoghi freddi e morti siano superiori alla Terra che possediamo, verde e viva.

Qualcosa di simile sembra fuori posto anche in Elon Musk, un uomo che pare guardare le meraviglie del cielo notturno e vedere soltanto opportunità per riempire quell’oscurità sconosciuta con la propria spazzatura spaziale. La venerabile romanziera Joyce Carol Oates mise in evidenza questi apparenti limiti nell’autunno del 2025, quando lo demolì senza pietà sulla sua stessa piattaforma, X.

«È così curioso», scrisse, «che un uomo tanto ricco non pubblichi mai nulla che lasci intendere che apprezzi o sia anche solo consapevole di ciò che praticamente tutti apprezzano: scene della natura, un cane o un gatto domestico, un elogio di un film, della musica, di un libro, benché dubiti che legga; l’orgoglio per il successo di un amico o di un parente; le condoglianze per qualcuno che è morto; il piacere dello sport, l’apprezzamento per una squadra preferita; riferimenti alla storia. In realtà sembra del tutto privo di istruzione, privo di cultura. Le persone più povere su Twitter [X] possono avere accesso a più bellezza e significato nella vita della “persona più ricca del mondo”.»

L’osservazione evidentemente toccò un nervo scoperto del barone tecnologico, notoriamente permaloso: la definì «una bugiarda pigra» e cominciò a pubblicare commenti favorevoli su diversi film per dimostrare che Oates si sbagliava. Eppure, nell’euforia del giorno in cui la sua società aerospaziale SpaceX venne quotata in borsa, Musk non fece alcun tentativo di nascondere la propria noia verso il nostro pianeta azzurro e i suoi problemi: «Vogliamo risolvere [i problemi] qui sulla Terra e dovremmo risolverli. Però devono anche esserci cose che ti rendano entusiasta del futuro, che ti facciano essere contento di svegliarti al mattino perché non vedi l’ora di scoprire che cosa succederà dopo». Sembrerebbe che soltanto abbandonare la Terra sia in grado di procurargli quell’emozione.

La maggior parte delle persone possiede la capacità di provare meraviglia, di trattenere il fiato davanti alla bellezza preziosa di un uccello canoro, al carattere quasi ultraterreno dello sbuffo di una balena o all’intricato intreccio di un antico luogo sacro. I bambini possiedono la capacità della meraviglia pura; ce l’hanno anche gli attori novantenni nello spazio suborbitale. Provare meraviglia significa dissolversi nel vortice dell’universo, sentirsi piccoli nel senso migliore del termine. Questo senso di interconnessione spiega anche perché soffriamo quando vediamo degli sconosciuti soffrire e perché proviamo il grande dolore dell’estinzione. Il fatto che questa capacità sembri mancare agli uomini che tengono nelle proprie mani il nostro destino collettivo rappresenta una perdita personale per loro e una crisi esistenziale per tutti noi.

Una parte pericolosa del progetto degli oligarchi tecnologici di abbandonare il mondo consiste nel fatto che gli strumenti che stanno costruendo sono progettati per rifarci a loro immagine, un’immagine spezzata. Le piattaforme e le app più diffuse ci addestrano a condividere il sogno della Silicon Valley di una libertà disincarnata, spingendoci continuamente a rinunciare ai luoghi reali e alle relazioni in presenza in favore delle simulazioni, e a considerare la Terra, i nostri corpi e le nostre relazioni come prigioni da violare e dalle quali fuggire. Altman, per esempio, ha dichiarato chiaramente di vedere «certi vantaggi nell’essere una macchina» e ha più volte insistito sul fatto che i suoi figli non saranno mai più intelligenti dell’IA, come se l’intelligenza potesse essere ridotta al semplice calcolo. Come servizi simili, ChatGPT è addestrato a dirottare i nostri sistemi di risposta empatica, così che anche noi finiamo per elevare le macchine e attribuire loro un significato maggiore di quanto meritino.

L’incapacità di apprezzare questo pianeta e il suo meraviglioso insieme di personaggi aiuta a spiegare perché siano tanto pronti a sacrificarlo. In effetti, la disponibilità della destra tecnologica a eliminare il lavoro che sostiene la nostra vita e a sostituire le relazioni umane con relazioni sintetiche non può essere separata dalla sua indifferenza verso quel poco che rimane della fauna selvatica e della diversità vegetale del pianeta, entrambe in rapida scomparsa. Queste persone sembrano incapaci di amare questo luogo, di assaporare il piacere della compagnia altrui o di meravigliarsi dei misteri offerti dalle altre specie.

In breve, ci troviamo di fronte a un’ideologia che ha rinunciato non soltanto alla premessa e alla promessa della democrazia liberale, bensì alla vivibilità stessa del nostro mondo comune: alla sua bellezza, alle sue persone, ai nostri figli, alle altre specie. C’è qualcosa di traditore in tutto questo. Un tradimento rivolto a qualcosa di diverso da un’astrazione come una bandiera o una nazione, perché noi non siamo nazionalisti. È un tradimento del patto tacito stretto con la rete della vita che ci sostiene.

Sono traditori della creazione, delle meraviglie di questo luogo.

L’antitesi del fascismo

Non esiste una formula da copiare e incollare per combattere il fascismo della fine dei tempi. Che si tratti dei veneziani che affrontano Jeff Bezos, degli albanesi che dicono a Jared e Ivanka Trump che il loro paese non è in vendita, oppure di una piccola città del Kentucky che si organizza contro un enorme data center, ogni fronte di questa lotta assume il carattere e la consistenza del luogo in cui nasce. Stanno tuttavia emergendo alcuni principi guida comuni, e la campagna di Zohran Mamdani per diventare sindaco di New York, insieme al suo modo di governare dopo l’elezione, ne incarna molti. Partire dall’amore per il luogo, evocare poi un futuro radicalmente inclusivo nel quale tutti possano permettersi vite dignitose, abbracciare obiettivi comuni attraverso le differenze, uscire di casa e riunirsi offline e di persona, affrontare gioiosamente i potenti, attingere alla storia e avere il coraggio di toccare l’anima.

Mamdani ha insistito senza sosta sulle sue politiche fondamentali per rendere la città più accessibile e ha mantenuto molte di quelle promesse, perseguendo, per esempio, la riduzione degli affitti e l’espansione dell’assistenza universale all’infanzia. Ha fatto però anche qualcosa di più sublime, soffermandosi sugli angoli rumorosi e affascinanti della città che rappresentano il motivo per cui così tante persone scelgono di sopportare le pressioni che le spingono ad andarsene.

Mentre la stella di Mamdani saliva, fascisti e neofascisti in tutto il paese e nel resto del mondo fecero ciò che fanno abitualmente. Classificarono e separarono, stabilirono gerarchie ed espulsero. Seminarono confusione e divisione sostenendo che Mamdani non fosse un vero americano e attribuirono alla sinistra qualsiasi problema e risentimento sociale. Presentarono la New York multiculturale come un esempio apparentemente terrificante di ciò che accade quando la «grande sostituzione» ha successo. JD Vance intervenne in difesa del diritto delle persone a non voler vivere accanto a individui provenienti da «una cultura completamente diversa» e Stephen Miller tuonò su X: «NYC è l’avvertimento più chiaro finora di ciò che accade a una società quando fallisce nel controllo dell’immigrazione».

Mentre i fascisti tracciavano le loro linee rigide, dentro contro fuori, protetti contro sacrificabili, «eredità» contro invasore, la campagna per eleggere Mamdani trasformò un intero anno in una festa dedicata a uno dei luoghi più etnicamente e razzialmente diversi mai esistiti, cinque distretti plasmati da ondate successive di nuovi immigrati che hanno costruito le proprie case sulle terre Lenape. Attraverso ciascuna delle sue iniziative, la campagna affermava che un’identità condivisa può essere costruita attraverso qualcosa di diverso dalla semplice discendenza: l’impegno verso una casa comune e verso un insieme condiviso di valori su come vivere insieme al suo interno.

New York è una città di persone che portano con sé innumerevoli identità composte e mantengono vive una miriade di pratiche culturali. Come disse Mamdani: «Qualunque cosa mangiate, qualunque lingua parliate, qualunque sia il modo in cui pregate o il luogo da cui provenite, le parole che ci definiscono più di tutte sono le due che condividiamo: newyorkesi».

Mamdani spiegò così le complessità del voto a scelta classificata nelle primarie democratiche usando come oggetti di scena una fila di mango lassi. Fece campagna nei club queer, celebrò la storia rivoluzionaria haitiana durante l’enorme concerto di Bayo, condivise il suo ordine preferito di bagel e interruppe il digiuno del Ramadan mangiando biryani nel Bronx. Una volta entrato in carica, trasformò inoltre l’ormai leggendaria corsa dei Knicks nei playoff e i Mondiali del 2026 in una festa estiva durata mesi che pochi dimenticheranno. In questi e altri modi, Mamdani ha reincantato una città sottoposta da Washington a un’incessante denigrazione, dipinta come pericolosa, sporca e disfunzionale.

Era l’incarnazione perfetta della «hereness», l’«essere qui», idea sviluppata dal Jewish Labour Bund, gruppo socialista yiddish fondato nel XIX secolo e radicato in un tenace attaccamento al luogo e alla comunità fondato su qualcosa di diverso dai legami di sangue. Molly Crabapple, orgogliosa newyorkese e artista che ha pubblicato di recente una storia del Bund diventata bestseller, ha messo in evidenza il collegamento in un articolo apparso sul Guardian. «Come New York stessa, la campagna di Mamdani era multiculturale, multirazziale, poliglotta», ha scritto. «Quando Andrew Cuomo cercò di provocarlo dipingendolo come antiamericano, lui pubblicò annunci in spagnolo e bengalese, hindi e arabo. Condusse una campagna consacrata a una politica centrata prima di tutto sulla classe, che cercava di parlare a tutti nel proprio idioma, senza chiedere mai scusa per ciò che era».

Dentro questa celebrazione delle differenze, la campagna di Mamdani sottolineava anche quelle esperienze e quelle ansie quotidiane che sono comuni e capaci di unire quasi tutti i newyorkesi, soffermandosi sui luoghi ordinari troppo spesso ignorati o disprezzati. Mamdani si mescolava ai pendolari nelle affollate carrozze della metropolitana, rendeva omaggio alle glorie dello Staten Island Ferry e visitava innumerevoli bodegas, avvicinandosi agli sconosciuti che incontrava con curiosità priva di giudizio e con un sorriso così largo da diventare oggetto di battute al Saturday Night Live.

La campagna, tuttavia, era qualcosa di diverso dal semplice antifascismo: nei molti modi in cui celebrava l’indisciplina che rende New York amabile, rappresentava anche l’antitesi del fascismo. Andava oltre il rifiuto dell’odio e costituiva un invito alla gentilezza, a un mondo nel quale distogliamo lo sguardo da nessuno. Ciò significava valorizzare e onorare proprio le persone che i fascisti desiderano maggiormente espellere e gettare via: la forza lavoro immigrata e della classe lavoratrice che mantiene in funzione la città. La campagna accese i riflettori sui fattorini derubati da piattaforme come DoorDash, sugli operai dei magazzini Amazon che lottano perché i loro sindacati vengano riconosciuti e sui tassisti in fila a LaGuardia, parte di quella forza lavoro notturna che permette a New York di vantarsi di essere la città che non dorme mai.

Di fronte alla prospettiva di una città più giusta finanziata da aumenti fiscali marginali, alcuni profetizzarono un esodo dei miliardari. Il gestore di hedge fund Bill Ackman minacciò di andarsene insieme ad altri percettori di redditi elevati e Fox predisse una «Mamdani Migration». Gli agenti immobiliari del lusso riferirono di essere sommersi da telefonate di clienti intenzionati a vendere i propri attici e trasferirsi a Palm Beach.

Le minacce di diserzione sottolineavano soltanto la natura reciprocamente rafforzante dei due temi centrali della campagna di Mamdani: l’amore gioioso per il luogo in cui si vive, anche quando quel luogo è parecchio malandato, e i progetti concreti per ripararlo e migliorarlo. Più si è devoti a un luogo, più facilmente si investono le risorse e l’energia necessarie a migliorarlo. È una politica fondata sul desiderio di restare, di proteggere tutto ciò che è insostituibile, umano e vivo, anziché sul desiderio di fuggire da questo regno terrestre, siano essi le nostre città o i nostri corpi animati.

È lo stesso spirito che abbiamo visto motivare le persone che proteggono l’aria e l’acqua dall’espansione dei data center e difendono i vicini immigrati dall’ICE. Raccontando la rivolta durata settimane a Minneapolis, il giornalista Adam Serwer descrisse in maniera memorabile l’ideologia guida della resistenza come «neighborism», una sorta di «vicinismo», vale a dire «l’impegno a proteggere le persone attorno a te, chiunque esse siano e ovunque siano nate». Era un’etica aperta e accogliente che unì moltissime persone comuni nel fare qualcosa di ingannevolmente semplice: proteggere i membri più esposti della propria comunità da ciò che somigliava molto a un esercito invasore. Questo significava affrontare i proiettili, cucinare la cena e aprire stanze libere alle famiglie che nelle proprie case non erano più al sicuro.

In questi e innumerevoli altri modi, gli abitanti del Minnesota si sollevarono per affermare che i loro vicini si trovavano già dove appartenevano, che fossero nati, come scrisse Serwer, a Minneapolis oppure a Mogadiscio.

Le reti umane che i vicini stanno costruendo, isolato dopo isolato, chat di gruppo dopo chat di gruppo, vanno oltre il rifiuto. Nella nostra epoca di shock seriali e crisi che si intersecano, rappresentano anche la base di una forma differente di survivalismo. Mentre le diverse correnti del fascismo costruiscono bunker destinati a pochi, le nostre sono reti di sopravvivenza fondate sul principio che ciascuno di noi, senza eccezione, meriti di vivere e prosperare. Sono inoltre unite dalla convinzione che mantenersi reciprocamente al sicuro quando arriveranno gli inevitabili shock sia un dovere sacro. Una parte di questo lavoro consiste nel raccontare nuove storie, storie abbastanza vere e capaci di ispirare da aiutare i nostri esausti simili a innamorarsi nuovamente della nostra unica casa e a rinnovare con fierezza l’impegno a difenderla con tutto ciò che possiedono.

Alcuni mondi devono finire

Quelle storie non possono riguardare un ritorno a qualcosa chiamato «normalità», a ciò che passava per quiete prima della Brexit, di Trump e della svolta autoritaria della Silicon Valley. Furono proprio quelli gli anni in cui troppi problemi vennero lasciati accumulare e incancrenire: il fascismo rappresenta sempre una risposta deformata a crisi reali. E il fascismo della fine dei tempi è una risposta a crisi reali di scala planetaria, fra cui concentrazioni sempre maggiori di carbonio nell’atmosfera e di ricchezza nelle mani dei super-ricchi. Le risposte che propone, sacrifici di massa di esseri umani e non umani, sono mostruose e devono essere estirpate dal nostro mondo.

Per riuscirci dovremo capire come affrontare le crisi sottostanti di cui si nutre il fascismo contemporaneo. Perché i confini vengono oltrepassati. I limiti vengono superati. Stiamo sbattendo contro dei muri. I fascisti vogliono farci credere che a schiantarsi contro il muro sia la storia umana: è finita, dunque assicuratevi di trovarvi fra gli eletti che trascenderanno verso il prossimo mondo. Pregate il vostro Dio perché vi salvi. Impiantate il chip, fondetevi con le macchine. Militarizzate e purificate la vostra nazione trasformata in bunker. Armatevi fino ai denti e nascondetevi dietro la vostra fortuna. Non preoccupatevi degli esseri umani, degli animali, degli alberi, dei fiumi e delle barriere coralline che non ce la faranno.

Si sbagliano. A sbattere contro il muro non è la storia dell’umanità. È piuttosto la storia nella quale siamo rimasti intrappolati. Quella secondo cui l’avidità deve essere il motore della civiltà. Quella secondo cui la crescita può continuare per sempre. Quella secondo cui esistono sempre nuove efficienze da trovare, altri lavoratori da razionalizzare, altre risorse da sacrificare, altre persone, altri luoghi e altri pianeti da colonizzare. Sono questi miti a scontrarsi con il muro della realtà, e di conseguenza molte cose dovranno cambiare.

Le logiche che devono essere abbandonate dovrebbero ormai essere chiare. Violenza illimitata. Sfruttamento senza vincoli. Ricchezza insaziabile. Dominio incontrollato. Sono queste le pulsioni che rendono impossibile la convivenza. Guardando avanti, si aprono due strade. Possiamo abbandonare e tradire questo mondo, oppure rompere con il capitalismo e costruire nuovi sistemi economici e politici che onorino la vita e diano priorità alla cura e alla riparazione.

Per fortuna non partiamo da zero. Chi ha lottato prima di noi nei nostri movimenti ci ha lasciato mappe verso Sion terrene nelle quali tutti sono accolti, verso futuri inclusivi nei quali pace e sicurezza costituiscono principi fondamentali. Un futuro diverso da quello post-umano desiderato dai fascisti della fine dei tempi: un futuro post-capitalista e favorevole a tutta la vita. Profondamente democratico, socialista, femminista, multirazziale, multispecie, internazionalista, generoso, coraggioso e vivo. Incarnato e sensoriale, fieramente legato alla Terra.

Ed è proprio questa, in fondo, la prospettiva che terrorizza i fascisti della fine dei tempi più di qualsiasi altra cosa. È per questo che Thiel denuncia come anticristo chiunque tenti di regolamentare i combustibili fossili e l’IA; ed è per questo che Trump e Vance diffamano i cittadini non violenti del Minnesota che difendono i propri vicini definendoli «terroristi interni». Ciò che tiene svegli questi uomini la notte siamo… noi. La possibilità che sorga un movimento popolare e vigoroso capace di difendere questo pianeta e le molte forme di vita che lo chiamano casa.

Non abbiamo scelto di nascere dentro una lotta tanto decisiva, però siamo arrivati a un punto di scelta. Possiamo seguire i fascisti della fine dei tempi verso l’oblio, oppure impegnarci a costruire quel movimento indisciplinato e capace di attraversare i confini che essi temono così profondamente. Un movimento che sottragga loro le armi, li chiami a rispondere dei loro crimini e difenda il paradiso di questo luogo.

Questo saggio è adattato dal libro End Times Fascism: And the Fight for the Living Worldin uscita il 15 settembre per Farrar, Straus and Giroux.

Naomi Klein è editorialista di Guardian US e contributing writer. È professoressa di giustizia climatica e co-direttrice del Centre for Climate Justice dell’Università della British Columbia.

Astra Taylor è scrittrice, organizzatrice e documentarista, nonché cofondatrice del Debt Collective.

da qui

giovedì 13 agosto 2026

Avidità vince, Piketty perde - Maurizio Onnis

 

Peter Thiel ci fa paura. Perché fonda, accumula, consuma società a ritmo forsennato, con fame insaziabile. Per quel suo apparire e sparire improvvisamente nei luoghi più lontani del pianeta. Perché parla con noncuranza di “Anticristo” e “Apocalisse”, risvegliando paure antichissime. Perché la sua identità politica è una minaccia: conservatore, ultrareazionario, convinto che la democrazia sia instabile e pericolosa. Perché è potentissimo e detta le decisioni ai governi. Perché non è mai stanco di accentrare a sé ogni cosa.

Se l’avidità di vita, denaro, forza, ha un nome, il suo nome è Peter Thiel. Soprattutto, Peter Thiel non è un personaggio da romanzo, da fumetto, da film, da serie televisiva. È una persona in carne e ossa. Esiste davvero. E non siamo affatto sicuri che abbia concepito Palantir per migliorarci la vita.

La politica si fa sul terreno, nelle condizioni date.

Per applicare una politica si parte da idee e programma, nella consapevolezza che idee e programma incontrano un limite, forse un ostacolo, qualche volta un brusco stop, nella pratica concreta. Nutrirsi di astrazioni fa bene solo fino a che si resta a livello di teoria. Cioè molto in alto. Non appena si scende a terra, le astrazioni mostrano il loro vero volto: ipotesi, che nove volte su dieci non superano il vaglio del reale. Tra le “condizioni date”, la più vincolante è incarnata dalle persone. Non c’è sogno o utopia che esoneri la politica dal misurarsi con uomini e donne in carne e ossa: storia raggrumata di passato, presente e futuro, speranze e paure, pregiudizi radicati anche quando assurdi, prepotenza e benevolenza. Tutto mescolato in una pozione impossibile da maneggiare senza ustionarsi.

Anche avidità. E l’avidità va presa sul serio. Perché sottacerla, fingere che non esista, che non sia costitutiva nostra, porta inevitabilmente al fallimento. Nessuna promessa di un radioso avvenire ha successo se pretende di espungere l’avidità dal novero delle passioni che vanno accettate, comprese, semmai instradate.

Non è antropologia, sociologia, psicologia. È prima di tutto politica.

Ancora più chiaramente: è il problema di una parte politica, la più progressista, la più a sinistra dello schieramento, che non trova sbocchi concreti nel mondo reale perché si rifiuta di conoscere e riconoscere le dinamiche del mondo reale.

Ecco qua: «Un mondo senza miliardari, con tasse fino al 20% sui super-ricchi e un’imposta sul reddito con aliquote del 90% per chi è in cima alla piramide, settimane lavorative dimezzate, 5mila euro al mese di reddito per tutti e un fondo globale che redistribuisce il 10% del Pil globale ogni anno consentendo a tutti i Paesi di finanziare investimenti senza precedenti in transizione ecologica, istruzione e sanità. Non è il libro dei sogni di una forza politica radicale, ma il piano di un gruppo di economisti del World Inequality Lab della Paris School of Economics, coordinati tra gli altri da Thomas Piketty, per salvare il pianeta dal collasso climatico e garantire benessere condiviso». Articolo recentissimo del “Fatto Quotidiano”.

Probabilità che un piano come quello di Piketty e soci si traduca in solide misure legislative, approvate dal Parlamento di un qualunque Paese occidentale in un futuro anche solo vagamente prevedibile? Nessuna. 

Si individua il problema, che esiste ed è dolorosamente concreto: ingiustizia sociale e crisi climatica. Si ipotizza una soluzione agli squilibri planetari logica e legittima ma per niente nuova: la redistribuzione della ricchezza. Si disegna un futuro globale fatto di percentuali: togli un tot dalle tasche di qualcuno e lo infili nelle tasche di qualcun altro. Il mondo migliora, sta scritto, come per incanto.

Realismo? Nessuno. Praticabilità? Nessuna. Aderenza ai rapporti di forza che sul terreno vincolano i rapporti sociali? Nessuna. Scarsissima stima, si direbbe, per le pulsioni che muovono gli uomini. Pulsioni buone, per fortuna, ma anche pulsioni poco eleganti: l’avidità, appunto, che spinge chi ha a volere di più. Rendendolo, a occhio e croce, non molto favorevole a cedere il 90% del reddito. Quei soldi sparirebbero, si nasconderebbero, diverrebbero inaccessibili, e la natura egoistica del capitale distruggerebbe il meccanismo stesso dell’equazione fiscale riparativa.

Bisogna dirlo, volendo fare l’avvocato del diavolo.

L’avidità non è solo una passione orrenda, che porta a schiacciare il prossimo nel nome del proprio tornaconto. È anche un motore potente. E a volte, quasi per caso, insieme a profonde disuguaglianze crea opportunità. Pretendere di vederci solo il male è segno di cecità ideologica.

Henry Ford faceva soldi a palate, ma voleva anche che i suoi operai avessero i salari migliori d’America (così poi si sarebbero comprati il Modello T). La Cina, quasi cinquant’anni fa, ha realizzato la fusione fredda: comunismo di Stato e capitalismo individuale riscritti e riversati nel capitalismo di Stato. È stato boom economico, anche se al prezzo di massicce e terribili migrazioni interne. Poi: qualcuno vuole negare che le socialdemocrazie europee abbiano fatto bene? Ma come altro si può definire il welfare occidentale se non una raffinata forma di “avidità controllata”? Ne abbiamo beneficiato tutti.

Non è vero che, a causa dell’avidità, pochissimi ci guadagnano e moltissimi, la stragrande maggioranza, ci rimettono. È storicamente falso. A meno di voler smentire le statistiche che dicono: negli ultimi due secoli, nel mondo, la percentuale di persone in povertà estrema è crollata dal 90% a meno del 10% attuale.  Perciò: giustificare l’avidità, nel nome dei suoi benefici, più o meno larghi, è sbagliato. Fingere di non vederla è un errore ancora più grande. Chi la elimina dall’orizzonte, chi costruisce interi palinsesti politici senza tenerla in conto, si allontana semplicemente dal pensiero della maggioranza.

La maggioranza magari ha torto, ma senza maggioranza non si arriva al potere, non si governa, non si fanno leggi che deroghino all’avidità. Per incanalarla o per stroncarla alla radice. Ma non per decreto.

Tornando al World Inequality Lab e a chi altro disegna scenari futuri per un mondo più giusto.

Nel Novecento, abbiamo avuto anche in Occidente molti esempi di misure redistributive parziali di successo. Ma elevare a sistema la redistribuzione della ricchezza non ha mai funzionato. Chi ci ha provato ha fallito. Nella cassetta degli attrezzi bisogna infilare, prima di iniziare a muoversi, alcune convinzioni fondamentali. Premesse necessarie a calarsi nella realtà senza ipocrisia e senza timore di chiamare le cose con il loro nome.

La natura umana esiste, se per “natura umana” intendiamo l’insieme delle pulsioni, emozioni, sentimenti, consapevoli o no, razionali o meno, che ci spingono ad agire. Siamo capaci, allo stesso tempo, di amare alla morte i nostri figli e di odiare a morte uno sconosciuto solo perché è nato troppo più a sud di noi. Per rimettere le cose a posto, vale dire per incamminarci verso un mondo che dia a tutti le stesse opportunità, non basta invocare giustizia e solidarietà. Questo significa vedere solo un pezzo del problema, chiudere gli occhi davanti al reale.

Non serve nemmeno illuminare graziosamente chi non ha capito, spiegandogli la questione e facendo pesare il nostro vago senso di superiorità. Questo è paternalismo. Che diventa elitarismo quando ci si rifugia nella convinzione che gli altri non ci arrivino per malafede, ignoranza o qualsiasi altra causa serva ad affossare loro e giustificare noi. 

Non servono nemmeno formule solo meccaniche. Degli economisti si può dire un gran male ma bisogna ammetterlo: a qualunque scuola si siano formati, molti di loro sanno ormai che non si riduce tutto ad un’equazione legata al mercato, alla moneta, agli investimenti. C’è molto di più da contemplare, dato l’animo umano, e questo “molto” non entrerà mai in una formula prescritta e di sicuro successo. Non funziona così.  

Per giocarsela con l’avidità, bisogna prima di tutto conoscerla e riconoscerla. Ammettere che l’uomo può fare cose buone e cose cattive, essere egoista e allo stesso tempo solidale. Serve evitare di sovrastimare le potenzialità emulative del bene: non illudersi che chi vede il bene sia spinto a fare il bene. Solo dopo, elaborare proposte che affrontino il problema.

Cosa ce ne facciamo di un progressismo che volta la faccia davanti a Pat Bateman?

A moltissimi piacerebbe ancora oggi indossare, con eleganza disinvolta, completi Canali, camicie Ike Behar, cravatte Bill Brass e scarpe Brooks Brothers. Proprio il tipo di abbigliamento, segno di successo naturale, da predestinati, che copre il corpo giovane e muscoloso di Pat Bateman e dei suoi amici. Naturalmente, senza gli allucinati omicidi notturni, perché siamo persone pacifiche. Ma questo è il sogno.

È probabile che Bateman non incontrerà mai Rousseau. Se lo incontrerà, ascolterà distrattamente le sue idee sull’origine sociale dell’avidità. Per poi dileggiarlo, parlandogli alle spalle. Quindi: chi ha un’idea su come trasformare l’avidità in un fattore positivo per tutti?

Si faccia avanti.

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