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martedì 18 luglio 2023

cose che succedono in galera (secondo giustizia?)

Cospito: sequestrate le foto dei genitori - Frank Cimini (*)

Tolte nuovamente ad Alfredo Cospito (in lotta contro il 41 bis) le fotografie che aveva in cella nel carcere di Bancali a Sassari. Come se fossero armi pericolosissime che Cospito sarebbe pronto a usare.


Sono state ritolte, dopo che erano state restituite, ad Alfredo Cospito le foto dei suoi genitori che teneva in cella. A Opera erano state ridate. A Sassari Bancali la nuova decisione con invio delle foto alla Corte di Assise di Appello di Torino che di recente ha condannato l’anarchico a 23 anni di reclusione per i pacchi bomba di Fossano.
La corte del capoluogo piemontese ha trattenuto le immagini.

L’avvocato Flavio Rossi Albertini ha presentato reclamo.
Ci sarà un’udienza per decidere se Cospito ha diritto di poter tenere le foto del padre e della madre. Sembra una vicenda surreale ma è forte il sospetto di un accanimento per il clamore si suscitato dal lunghissimo sciopero della fame durato sei mesi e che ha causato danni neurologici che quantomeno in parte non saranno più recuperati.

Le foto dei genitori sono trattate dalle autorità come se fossero armi pericolosissime che Cospito sarebbe pronto a usare. La battaglia dell’anarchico contro l’applicazione del 41bis del regolamento penitenziario non solo per se anche per se ma soprattutto per gli altri 750 reclusi costretti a “sperimentarlo” continua a dare fastidio.

Mentre di Cospito ormai appena si accenna nelle cronache del caso di Andrea Del Mastro il sottosegretario alla Giustizia per il quale il gup di Roma ha ordinato l’imputazione coatta. Una vicenda in cui i partiti si combattono per regolare i loro conti sulla pelle di un anarchico ristretto al carcere più duro perché potrebbe tenere collegamenti con una organizzazione che di fatto non esiste.

Nel procedimento contro il sottosegretario la difesa Cospito punta a costituirsi parte civile come danneggiata dal reato nel caso in cui l’accusa dovesse restare in piedi.
Ovviamente non è detto che la richiesta sia accolta dai giudici. Cospito resta in attesa della fissazione dell’udienza sulle foto ma anche di quella del Tribunale di Sorveglianza di Roma per discutere del ricorso contro il 41bis dopo che il ministro Carlo Nordio non aveva risposto all’istanza della difesa sull’argomento.

(*) Tratto da Il dubbio.

da qui



Paolo Ledda, farmacista algherese, aveva 57 anni. Domenica è morto nel carcere di Cagliari-Uta, dove era stato trasferito da Sassari perché solo nel penitenziario del capoluogo c’è il Sai, il Servizio di assistenza intensiva. La notizia del decesso la scrive in un comunicato Maria Grazia Caligaris, la presidente di Sdr, Socialismo diritti riforme, l’associazione che tra le altre cose si occupa di detenuti.

È una denuncia pubblica, quella scritta dalla Caligaris perché Ledda aveva disturbi psichici e la presidente di Sdr sa bene cosa succede a detenuti in quelle condizioni, “tenuti inermi nelle celle con psicofarmaci“. Si legge nel documento della Caligaris: “L’urgenza di una sanità penitenziaria adeguata ai bisogni di donne e uomini privati della libertà non può essere più sottovalutata. Manca una vera e propria integrazione tra il Reparto diagnostico terapeutico della Casa circondariale, strutturato e gestito da Asl e Areus, con quello degli analoghi reparti degli ospedali. Il direttore sanitario di Cagliari-Uta ha lo stesso grado di competenze e responsabilità di un collega dirigente in servizio in un ospedale pubblico, ma per disporre un ricovero deve chiedere il permesso e così anche per un qualunque intervento chirurgico, a meno che il paziente-detenuto non sia in punto di morte”.

Sulla morte di Ledda sarà adesso l’autopsia a chiarire le cause. Il farmacista era in carcere per scontare una pena di nove anni. Era accusato di strage per aver portato una bombola del gas sino alla sede Unipol di via XX Settembre ad Alghero, inchiodato dalle telecamere che lo ripresero mentre arrivava in bicicletta. Nel corso del processo, arrivato sino all’Appello, ci furono almeno due perizie psichiatriche che certificarono la sua fragile condizione. Tanto che la sua patologia venne dichiarata incompatibile con la detenzione.

Ledda, però, è stato lasciato in carcere, malgrado gli appelli dei familiari, preoccupati per le sue condizioni di salute. Avant’ieri la morte in cella, “un fatto che genera sgomento e suscita interrogativi che vanno aldilà di un’inchiesta della magistratura. Al dolore dei familiari e degli operatori penitenziari per la scomparsa di una persona – denuncia la Caligaris – ci si chiede che cosa si può fare per evitare fatti così traumatici”.

Nel carcere di Cagliari-Uta ci sono “575 detenuti”, quindi “oltre il limite regolamentare di 561 posti: il caldo scioglie perfino gli abiti addosso e limita la respirazione, mancano da gennaio gli specialisti di Oculistica e Dermatologia, da quattro mesi quelli di Ginecologia e Neurologia. Non è possibile continuare a ignorare questa situazione, a cui si può sopperire con le visite ospedaliere. Ma accompagnare i detenuti e le detenute in un nosocomio richiede l’autorizzazione della magistratura di sorveglianza o di un Giudice, necessità della disponibilità della scorta, a sua volta condizionata dallo scarso numero di agenti. Il risultato è che le persone con necessità di controlli per patologie importanti rischiano di aggravarsi. L’assenza di poter accedere a una visita specialistica esaspera gli animi di chi si sente abbandonato e genera reazioni inconsulte”.

da qui

sabato 18 febbraio 2017

una manifestazione a Barcellona per accogliere i migranti



Mentre imperversano le piazze populisti contro l’immigrazione, Barcellona va controcorrente. Nella città catalana sono scese in strada centinaia di migliaia di persone al grido di «Basta scusa: accogliamo subito i rifugiati». Una sfida al governo, l’ennesima da queste parti, contro la decisione di ospitare soltanto 1.100 persone, dei 16 mila previsti dall’Unione Europea. A rispondere all’appello di molte personalità della cultura e della politica, sono state 160.000 persone, secondo la polizia municipale, e addirittura mezzo milione secondo gli organizzatori. La giornata pro immigrati in un clima molto festoso è culminata con una coreografia realizzata dal celebre gruppo teatrale Fura dels Baus. La piattaforma alla base della «giornata rivendicativa» fissa anche una cifra di stranieri da accogliere in Catalogna «almeno 4.500»…

sabato 2 aprile 2016

Leila Alaoui, una fotografa




…“La mia è prima di tutto una missione sociale”, spiegava nel 2011, in un’intervista concessa alla rivista marocchina TelQuel. Le sue opere avevano fatto il giro del mondo: ha esposto a New York, Parigi, Buenos Aires. Nella sua ultima mostra, presso la Maison européenne de la Photographie della capitale francese, Leila aveva scelto di illuminare i tratti più profondi e nascosti del Marocco rurale. Raccontato attraverso immagini a grandezza naturale di uomini e donne in posa in costumi tradizionali. “Ho soggiornato in diverse comunità, utilizzando uno sguardo intimo al fine di rivelare la soggettività delle persone che ho fotografato”, spiegava l’artista nel testo redatto per l’esposizione.

Il Marocco negli sguardi dei suoi protagonisti
Ne è nato un archivio di tradizioni e di universi estetici, ancestrali, della nazione nordafricana. Recitato dagli stessi custodi di quel patrimonio e raccontato con passione e coraggio: “Avete visto il sorriso radioso che mostrava sempre quando veniva fotografata? Ecco, era questo il suo segreto. Era determinata a difendere la sua causa. Ed era in grado di scovare la bellezza in tutte le cose e in ogni persona. Ritrasmettendocela», , ha testimoniato al quotidiano Le Monde Fatym Layachi, autore franco-marocchino, suo amico d’infanzia.

Nel 2013, presso la Fondazione Oriente-Occidente di Rabat, aveva organizzato in collaborazione l’Alto commissariato delle Nazioni Unite per i Rifugiati un atelier con un gruppo di venti tra donne e giovani profughi. Ma dai personaggi che ritraeva, “Leila ha sempre mantenuto una distanza pudica”, ha ricordato al quotidiano francese la mamma, Christine. Ciò che la interessava, di quelle persone, “era la loro vera vita. La vedo ancora sorridere. Sento ancora la sua voce calda. Era tutto questo, Leila”.

QUI un bellissimo lavoro di Leila Alaoui, intitolato Crossings




Qui lo spot che viene censurato dalla tv marocchina:






Non riesco ancora a crederci.Non ci sono parole per esprimere il mio dolore. Non ci sono parole che possano consolare i tuoi genitori. Quando perdi un genitore diventi orfano, ma non c'è una parola che possa descrivere quello che succede quando perdi un figlio. Sono sconvolta, scioccata, paralizzata. Profondamente.
E non è per il fatto che tu fossi giovane, bella, talentuosa, perché siamo tutti uguali di fronte alle tragedie. Neanche per il fatto che tu fossi una fotografa impegnata, interessata all'umanità. O il fatto che avessimo la stessa età, lo stesso viso da bambina, lo stesso nome. Percorsi, lotte, progetti e valori che si somigliano. Potevo esserci io a Ouagadougou.
Non è perché ti conoscevo, ma solo perché è tremendo e terribilmente ingiusto. Perché è violento, surreale. Perché sentire le notizie in TV che contano i morti, anonime vittime degli attentati terroristici, dall'altra parte del mondo, non ha lo stesso impatto.
Perché il terrorismo sembra lontano, gli attentati generalmente colpiscono altrove. Ma non è così. Non si tratta più di notizie sconvolgenti che vediamo scorrere come si vede un film dell'orrore al cinema. Diventa reale, bussa alle nostre porte, colpisce i nostri cari. Non siamo più al sicuro.
La vita può fermarsi senza preavviso, come in un incidente d'auto, quando non sei affatto preparato, quando hai ancora tantissime cose da vivere. Lo so non serve a niente, ma non posso fare a meno di chiedermi se la sfortuna di esserti trovata proprio lì il giorno degli attentati si aggiunga alla sfortuna di essere stata soccorsa da un équipe determinata, ma che forse non possedeva i mezzi per rianimarti quando il tuo cuore ha ceduto.
La dura realtà ci riconduce alla nostra fragile condizione umana, non abbiamo più le stesse possibilità di sopravvivere in base al paese in cui ci troviamo, alla nazione in cui siamo nati. Siamo ben poca cosa. Il tributo nazionale e le testimonianze d'affetto da parte di centinaia di persone riempiono il cuore. Perché dobbiamo sempre aspettare che qualcuno muoia per riconoscere il suo valore? È questa la mia domanda.
Piango di fronte al nostro mondo che crea dei mostri pronti a uccidere degli innocenti per i loro ideali, per la loro follia, per le loro convinzioni, per il loro Dio. Dio è grande, è vero, e non tollera crimini del genere. Di sicuro anche lui piange, perché tutto questo viene commesso in suo nome. Non riesco a scrivere cose come "Sarai sempre qui con noi", "Niente ti distruggerà", perché la vita ti ha strappato via da noi. In un modo vergognoso. Mi viene da vomitare.
La mia unica consolazione è poter dire che, forse, questa tragedia risveglierà le nosre coscienze e ci aiuterà ad essere migliori, ogni giorno. Che ci sproni ad essere uniti contro le violenza, gli estremismi, il radicalismo, contro la regressione, contro l'intolleranza, contro l'ignoranza. Per fare in modo che l'oscurantismo faccia un passo indietro. E che la luce prenda il sopravvento. Che la vita trionfi.

Solo allora potremo smettere di piangere per te e per quanti sono stati ingiustamente uccisi al Bataclan, a Giacarta e altrove. Grazie Leila Alaoui per la tua semplicità, la tua generosità, la tua passione. Per il tuo sorriso raggiante. Questa è l'immagine che conserverò di te. (traduzione di Milena Sanfilippo)

Leïla Ghandi

giovedì 7 gennaio 2016

I trucchi degli assassini, dalle molotov della Diaz al coltello dei Territori Occupati







El grupo palestino Jóvenes Contra los Asentamientos publicó este sábado un vídeo en el que se puede ver cómo soldados israelíes colocan junto al cadáver de un joven palestino un objeto que podría ser un cuchillo, con lo que justificarían así los disparos con los que un colono judío acabó con su vida, informa Europa Press.

El joven Fadil Qawasmi, de 18 años, murió tiroteado este sábado en una calle del centro de la ciudad cisjordana de Hebrón supuestamente tras intentar apuñalar al colono que luego le mató. El colono está ileso.

El incidente ocurrió en la calle Shuhada, una zona restringida para los palestinos desde hace dos décadas y a la que solo pueden acceder a través de un control de seguridad con detector de metales. Este hecho ya hizo cuestionar la versión oficial.

En la zona viven unos 600 colonos judíos que ocupan antiguas casas palestinas. Los pocos palestinos que viven en la zona tienen que atravesar estos controles de seguridad.

Las autoridades israelíes investigan ya lo ocurrido a petición del departamento de enlace del Gobierno palestino, planteado al parecer tras el visionado del vídeo, según informó la agencia de noticias palestina Maan.

Mientras, efectivos israelíes detuvieron al coordinador para los medios de comunicación de Jóvenes Contra los Asentamientos,Ahmad Amr, y a un palestino que fue testigo de lo ocurrido.


A Palestinian activist group on Saturday released video footage that may show Israeli soldiers planting a knife next to the body of an 18-year-old Palestinian shot dead by a settler in Hebron earlier in the day.
The footage -- released by Youth Against Settlements -- shows an Israeli soldier handing an unidentified object to another soldier, who then bends forward, possibly placing the object next to the Palestinian's body.
An Israeli army spokesperson earlier claimed that the Palestinian, identified as Fadil Qawasmi, had attempted to stab the Israeli settler, who then "opened live fire on the assailant," killing him. The settler was not injured during the incident.
Shuhada Street lies at the heart of tensions in Hebron's Old City where Israeli forces have severely restricted Palestinian access for more than two decades.
Local Palestinians are prevented from accessing most of the street in order to "secure" the area for around 600 Jewish settlers who have taken over homes and evicted residents in the area. 
Palestinians may only access the street by passing through an Israeli military checkpoint with a metal detector, causing locals to question whether Qawasmi could have been carrying a knife at the time of the alleged attack.
Sources told Ma'an that Israeli authorities had agreed to investigate the shooting following a request from the Palestinian liaison department. The liaison department reportedly made the request after they saw the footage.
Israeli forces have meanwhile detained the media coordinator for Youth Against Settlements, Ahmad Amr, as well as a Palestinian who witnessed the shooting.
On Wednesday, Israeli human rights organizations released a statement arguing that recent calls by Israeli politicians to shoot Palestinian attackers rather than arrest them effectively endorses the killing of Palestinians.
The statement added that "in instances when Jews have been suspected of attacks, none of the suspects has been shot."
An investigation from Israeli rights group B'Tselem has meanwhile found that two Palestinians shot dead after alleged attacks, Fadi Alloun and Basel Sidr, "were shot while no longer posing danger."

domenica 15 novembre 2015

Se questo è un carcere - Roberto Saviano

Non vi convincerò. Lo so. Non riuscirò a farvi cambiare idea. Ma se anche solo riuscissi a farvi dubitare, a far vacillare convinzioni radicate, allora sarei felice come se vi avessi completamente convinti alla mia causa. Avete le vostre idee su Caino e non ritenete che Caino abbia dei diritti. Per voi il carcere è la risposta a molti problemi, è la risposta alla corruzione in politica, è la risposta alla clandestinità. Ma credere che punire rappresenti un percorso di crescita e che alla fine di questo tunnel ci sia la luce è quanto di più pericoloso esista. Credere che, a fronte di un delitto commesso, nella sofferenza inflitta possa esserci redenzione. Ed è pericoloso fare discorsi di carattere generale. Perché la giustizia, il reato, il processo, la detenzione, il carcere, la pena e la riabilitazione non sono concetti astratti, ma concretissimi. E soprattutto perché giustizia e carcere in Norvegia hanno un significato e in Italia ne hanno un altro.

Perciò voglio parlarvi di carceri e di giustizia, ma non voglio farlo in astratto. Voglio parlare di Poggioreale, ma non voglio farlo solo pensando a ciò che è stato, ma immaginando quel che potrebbe essere. E voglio farlo partendo da immagini incredibili, quasi irreali: le foto che Valerio Bispuri ha scattato nel carcere di Poggioreale. C'è chi dice che le carceri siano la cartina di tornasole dello stato della democrazia di un paese. E allora lo stato della democrazia in Italia sta messo mal
e...

giovedì 11 settembre 2014

A tirare bombe H sinu

Cartoline dai poligoni: “A tirare bombe H sinu” è la serie di immagini che il fotografo cagliaritano Alec Cani sta pubblicando da qualche giorno su web per denunciare l’inquietante presenza dei militari nell’isola.
In questi giorni continua a crescere l’insofferenza verso la sperimentazione di armi ed esplosivi sul suolo sardo, soprattutto dopo l’incidente che ha provocato fiamme su 25 ettari di terreno nel poligono oristanese, e nel frattempo si prepara la grande manifestazione contro le esercitazioni dei militari in programma sabato dalle 16,30 a Capo Frasca. “Non potrò partecipare alla manifestazione per motivi di lavoro – racconta Cani, da sempre sensibile ai temi ambientali (in questi giorni alcuni suoi scatti che raccontano di incendi e alluvioni sono a Bitti per la mostra “Bitti a memoria”) –  ho voluto comunque dare un piccolo contributo alla mobilitazione con alcune immagini che ho scattato negli anni scorsi in tutta la Sardegna e nelle stesse aree dove oggi si sparano proiettili e si fanno esercitazioni di guerra. Ho abbinato a ogni immagine una frase o uno slogan quasi come in una cartolina turistica, è nata così la serie ‘A tirare bombe H sinu’”.
da qui





mercoledì 22 agosto 2012

(ri)studiare la geografia, con attenzione



Non solo Pechino, New York o Tokyo. La classifica delle 75 città più dinamiche del mondo.



Computer, smartphone, televisione, lavoro, studio. Pensiamo di poter fare diverse cose contemporaneamente senza perdere la concentrazione. Ma secondo una ricerca di Psychology today solo il 2 percento delle persone riesce a gestire davvero il multitasking.
Gli impiegati che usano il computer in ufficio ad esempio si distraggono ogni dieci minuti. Mentre gli studenti che portano il computer in classe visitano 62 pagine su 100 che non hanno nulla a che fare con la lezione. Un’infografica di Mashable spiega come e perché.