Che si stia facendo strada il “virus della diagnosite”? - Claudia Trombetta*
È da poco iniziata la scuola e come tutti gli anni, nel corso dell’ultimo
decennio, mi sono nuovamente confrontata con un notevole
incremento di bambini e ragazzi iscritti a scuola con diagnosi di disabilità.
Molti esultano per il presunto miglioramento dei criteri e delle competenze
diagnostiche e per le grandi possibilità di aiuto che questo aumento di
diagnosi sembra offrire. Io ne rimango poco convinta. Possibile che così tanti
bambini stiano diventando disabili? La disabilità è
diventata forse “virale”? O forse c’è un altro virus che si sta diffondendo nel
mondo adulto e specialistico: non siamo per caso noi che ci stiamo ammalando
con il “virus della diagnosite”?
Mi pare chiaro che oggi viviamo in un contesto storico-culturale
frenetico, “liquido”, per dirla con Bauman,
e caotico, che favorisce disagio psicologico, sociale ed
educativo. Ne consegue che le nuove generazioni ne subiscono la pressione,
manifestando difficoltà, rallentamenti nel percorso di crescita, comportamenti
problematici di vario tipo (relazionali, sociali, emotivi…).
E tuttavia mi sembra pericoloso reagire
a questi bisogni e a queste richieste di aiuto di bambini e ragazzi attraverso
l’erogazione di un’etichetta diagnostica che,
spesso, a fronte di una categoricità nella definizione, offre ben poche informazioni sul funzionamento e sui bisogni di quel singolo
e unico bambino a cui si riferisce e lo incasella in un ruolo
da cui sarà molto difficile uscire, perché una diagnosi di disabilità “è per la
vita” e la psicologia ci insegna quanto sia faticoso liberarsi dalle profezie
che si autoavverano.
Purtroppo temo che le diagnosi di disabilità si stiano diffondendo perché
la diagnosi categoriale (la cosiddetta “etichetta diagnostica”) è la strada maestra per ottenere risorse aggiuntive in
termini di educatori e insegnanti di sostegno e apparenti facilitazioni (misure
compensative e dispensative). Permette a noi adulti di “tirare il fiato” di
fronte a situazioni di disagio e a difficoltà che spesso facciamo fatica a
comprendere e gestire.
Ma siamo sicuri che questi vantaggi siano più significativi nel percorso di
crescita di un bambino dello svantaggio prodotto da un’etichetta
diagnostica? Siamo sicuri che sia l’aiuto migliore che
possiamo offrire alle nuove generazioni?
Sono domande che pongo con il desiderio di interrogarci sinceramente su questa
questione che sembra dilagare senza suscitare perplessità e resistenze. La
diagnosi è uno strumento sacrosanto che aiuta a conoscere meglio un bambino in
difficoltà, ma un’etichetta diagnostica elargita con troppa facilità non
favorisce la conoscenza, perché ingabbia la persona e
spesso non permette aiuti specifici e mirati.
In verità, negli ultimi anni le reazioni a tale processo di
patologizzazione emergono da più fronti. Ci sono esponenti del mondo della
pedagogia, come Daniele Novara e Andrea Canevaro, che richiamano alle potenzialità educative
del mondo adulto, per prendersi cura dei diversi tempi e modalità di crescita e
di apprendimento dei bambini.
Ci sono autorevoli esponenti del mondo della psichiatria, come Allen Frances, con il suo libro Primo: non curare chi è normale. Contro l’invenzione delle
malattie [Torino, Bollati Boringhieri, 2013, N.d.R.], che
pongono forti sollecitazioni critiche alla comunità scientifica internazionale
sul tema dell’epidemia delle diagnosi psicopatologiche.
Ci sono alcune voci in àmbito psicologico, come Daniela
Lucangeli, che sottolineano la necessità di distinguere tra patologia e difficoltà, se è vero che
queste ultime possono essere superate con adeguati interventi psicologici,
didattici ed educativi, senza giungere alla produzione di diagnosi categoriali
etichettanti.
Nonostante questo, noto con dispiacere che le diagnosi anche quest’anno
sono notevolmente aumentate nei territori e nelle
scuole in cui lavoro e mi capita spesso di incontrare bambini bizzarri,
iperattivi, relazionalmente insicuri, emotivamente fragili, che vanno aiutati a
superare le loro difficoltà e a trovare il loro posto nel mondo della scuola.
Ma non credo che la strada giusta sia offrire loro un’etichetta diagnostica di
disabilità, per sostenerli nel superare queste fatiche esistenziali,
perché gli svantaggi sono troppi e spesso invalidanti rispetto
ai vantaggi che questa strada consente.
Consapevole che queste scarne riflessioni potrebbero creare più perplessità
che comprensione sulla complessità del fenomeno, suggerisco anche, per
approfondire il tema, la lettura di un mio più ampio testo (disponibile a questo link),
con la speranza di dare il mio piccolo contributo nel rallentare questa corsa diagnostica, ormai definita
allarmante da più osservatori.
*Psicologa e psicoterapeuta, mamma di una ragazza con
sindrome di Down.
Il virus della diagnosite - Claudia Trombetta
Psicologa
clinica e di comunità, psicoterapeuta, formatrice e mamma di una bambina con
Sindrome di Down. Centro Verba Manent, Relazioni e Benessere. claudia.trombetta@email.it
Quanti danni hanno provocato le
nozioni di norma e categorie,
tanto presenti oggigiorno in forma inconscia, ossessiva, nevrotica!
Chi non vede gli inconvenienti che sia l’una sia l’altra comportano?
Entrambe oppongono, emarginano e rinchiudono.
C. Gardou
Introduzione
Negli ultimi
anni nella mia attività professionale mi sembra di osservare un’eccessiva
diffusione di diagnosi categoriali in età evolutiva, con il rischio di un
effetto boomerang proprio nei confronti di quei bambini con fragilità che la
diagnosi stessa vorrebbe aiutare.
A questa preoccupazione si affianca anche un’amara riflessione emersa
nell’intreccio tra la mia vita professionale e quella personale, di mamma di
una bambina con Sindrome di Down: ci si accorge che, una volta attribuita
l’etichetta diagnostica ad un bambino con disabilità, a fronte di un’apparente
offerta di servizi e possibilità, si sperimenta spesso una notevole riduzione
di scenari e scelte possibili nelle proprie esistenze.
La diagnosi categoriale, infatti, tende a predisporre un percorso di cura,
riabilitazione e vita piuttosto univoco a tal punto che scegliere qualcosa di
diverso, rispetto a quanto la scienza e la società hanno deciso essere
appropriato per quella specifica diagnosi, diventa un costante impegno
quotidiano. Provo, dunque, a declinare i miei dubbi circa l’utilità e
l’efficacia di questa diffusione della diagnosi categoriale in età evolutiva.
Sintomi
della diagnosite
Cos’è la
diagnosi, in particolare in ambito psicologico e psichiatrico? Un importante
strumento a disposizione dei professionisti della salute per conoscere ed
aiutare meglio persone che vivono e presentano delle fragilità. Recuperandone
il significato etimologico, vediamo che diagnosi significa proprio “conoscere
attraverso” e “conoscere separando”. Separare dunque, differenziare, per
conoscere meglio. Sappiamo, infatti, che la conoscenza avviene nella percezione
della differenza: se non conoscessi il “ruvido”, non potrei sentire il
“liscio”, se non conoscessi il dolore, non conoscerei la gioia, se non si
definisse la normalità, non ci sarebbe neanche l’anormalità. Differenziare ci
aiuta a conoscere ed a dare forma al nostro sapere. La diagnosi dunque dovrebbe
evidenziare delle differenze, che permettono di includere le persone in alcune
categorie ed escluderle da altre e questo dovrebbe aiutare i professionisti a
definire meglio percorsi di cura, riabilitativi, educativi e di inclusione.
Tuttavia, stiamo vivendo un periodo socio-culturale in cui rischiamo di essere
troppo affascinati dal tecnicismo e specialismo scientifico, dall’idea che la
scienza e le tecniche possano risolvere ogni problema, riducendo la complessità
umana ad un insieme di organi, caratteristiche o sintomi indipendenti, sui
quali pensiamo di avere il controllo nel momento in cui li categorizziamo.
Su questo humus culturale facilmente può svilupparsi e diffondersi il virus
della diagnosite, ironico neologismo che ho sentito pronunciare da Andrea
Canevaro in occasione di un convegno e che ho deciso di adottare perché ricco
di sollecitazioni positivamente provocatorie.
La diagnosite è quella patologia che attacca la diagnosi infiammandola,
irrigidendola, rendendola poco flessibile e funzionale e riducendo le sue
potenzialità conoscitive. Quando ci si ammala di diagnosite? Ogni esperto ed
ogni società può ammalarsi di diagnosite quando spegne la curiosità verso la
persona riducendola alla sua diagnosi, spesso semplice “somma di sintomi”, che
poco aggiunge alla comprensione delle dinamiche psicologiche, esistenziali, relazionali
e sociali della persona. Mi sembra che oggi il virus della diagnosite stia
diventando molto resistente e si stia diffondendo in modo epidemico, come se
avessimo un bisogno ossessivo di etichettare e definire ogni sfaccettatura e
differenza presente nella nostra natura di esseri umani per poterla controllare
e per poter ridurre i livelli di ansia collettivi di fronte alle numerose
diversità presenti oggi nelle nostre società. Così accade che ciò che prima era
semplicemente diverso, forse anche bizzarro, oggi è patologico. Ci risulta
difficile accogliere e rispettare ciò che esce dalla norma, spesso ci sentiamo
destabilizzati dalle diversità e pensiamo che la miglior forma di gestione sia
il controllo e la separazione, che ci garantiscono un buon livello di
rassicurazione.
Anche chi ha dedicato la propria vita professionale ai processi di
categorizzazione diagnostica come Allen Frances, psichiatra alla guida del
gruppo che ha pubblicato il DSM-IV, oltre che membro del comitato che ha
redatto il DSM III, pone con forza riflessioni critiche alla comunità
scientifica:
Le prove
dell’inflazione diagnostica sono ovunque.
Ci sono
state quattro micidiali epidemie di disturbi mentali negli ultimi quindici
anni. Il Disturbo Bipolare Infantile è, come per miracolo, aumentato di
quaranta volte; l’Autismo, in modo spettacolare, di venti volte; il Disturbo da
Deficit di Attenzione ed Iperattività ha triplicato la sua prevalenza.
Quando l’incidenza schizza alle stelle, un segmento di crescita è dovuto a casi
autentici che prima non venivano individuati: persone davvero bisognose di
diagnosi e terapia. Ma un’attività diagnostica più accurata non può, da sola,
spiegare perché così tanta gente, e specialmente bambini, abbia improvvisamente
cominciato ad ammalarsi in modo così serio (Frances, 2013, p. 128).
In Italia la diagnosi di autismo è aumentata in modo esponenziale negli ultimi
anni, quella di ADHD si sta diffondendo velocemente. La prossima invasione sarà
quella di Disturbo Bipolare Infantile? Ora che abbiamo definito la diagnosite e
compreso che la sua diffusione può suscitare legittime preoccupazioni, proverò
ad elencarne i sintomi per poterla riconoscere.
Primo
sintomo: egemonia medico-clinica
Ci ammaliamo
di diagnosite quando attribuiamo alla diagnosi medico-clinica un ruolo
centrale, gerarchicamente prioritario e non paritario ad altre forme di
conoscenza della persona come quella antropologica, educativa, relazionale e
sociale. Da questa scelta derivano conseguenze pericolose e limitanti, prima
fra tutte l’idea che il disabile sia un malato. Un malato cronico peraltro,
perché la disabilità, nella maggior parte dei casi, permane tutta la vita. La
disabilità può avere complicanze mediche, ma non è una malattia: è solo una
possibile condizione dell’esistenza umana. Eppure permane di fondo l’idea che
il disabile sia malato e che, quindi, sia necessario intervenire
terapeuticamente affinché guarisca, pur sapendo che non guarirà mai.
Un paradosso poco scientifico che riduce le possibilità esistenziali anziché
ampliarle, come ci fa notare Montobbio:
[…] il convincimento che la sindrome di Down (e
l’handicap in genere) appartenga alla sfera della malattia. Questo rimando
conduce a pensare che la persona disabile debba essere valutata e curata e che
il medico non sia solo competente per gli aspetti morbosi ma sia la figura che
può dettare le regole della sua vita personale. In molti casi lo strumento di
cura viene confuso con il suo fine (che è quello di consentire al disabile di
vivere in mezzo a noi) per cui viene messa in atto una sorte di riabilitazione
interminabile che di fatto cancella l’esistenza. (Montobbio,1994, p.19-20)
Se la
persona, nella sua complessità esistenziale scompare e rimane solo “il malato”,
ne consegue che ogni proposta per la sua vita sia di tipo terapeutico-sanitario:
fisioterapia, logopedia, psicomotricità, terapia occupazionale, ippoterapia. Un
disabile non può andare a fare una passeggiata a cavallo per come e per
quanto è nelle sue possibilità: no, il disabile fa ippoterapia! Non
può fare ginnastica per come e per quanto è nelle sue possibilità: no,
il disabile fa fisioterapia! Il disabile non può intrattenersi in attività
manuali o ludiche o occuparsi delle faccende quotidiane per come e per
quanto è nelle sue possibilità: no, il disabile fa terapia
occupazionale.
Ovviamente le terapie non si fanno nei luoghi “di tutti”, ma in luoghi
sanitari, specializzati e, pertanto, separati, con evidenti conseguenze dannose
sia rispetto ai processi di costruzione della propria identità personale e
sociale sia rispetto alle dinamiche ed alle possibilità di inclusione e
partecipazione sociale. Poiché, ovviamente, il disabile non guarisce e spesso
neanche migliora, talvolta si aumentano le terapie in quantità ed intensità
talaltra ci si lamenta per la scarsa collaborazione e le condotte oppositive,
interpretate come indice della mancata accettazione della disabilità da parte
sua o della famiglia.
Altre volte ancora, subentrano questioni di altro genere: economiche,
organizzativo-istituzionali o di stanchezza e burn out. Allora si
rinuncia alla cura ed il disabile-malato diventa un disabile-assistito, dal
quale si ritira ogni speranza ed ogni investimento progettuale.
Purtroppo, però, tutto questo agire è frutto di un fraintendimento che nasce
dall’idea di fondo che la disabilità sia una malattia e che il medico che fa la
diagnosi sia colui che ha titolarità di definire il percorso di vita della
persona disabile. Claudio Imprudente esprime con la sua consueta semplicità e
straordinaria ironia questo fraintendimento originario:
[…] Vengo spesso invitato a varie manifestazioni e
convegni. Quindi mi capita di essere invitato anche alle famose feste
dell’ammalato. Sapete come mi comporto in queste circostanze? Mi misuro la
febbre: se ho la febbre, ovviamente non ci vado perché sono malato. Se non ho
la febbre vuol dire che non sono malato e quindi… non ci vado. (Imprudente,
2003, p. 99).
Il paradigma
clinico non può essere considerato centrale e gerarchicamente superiore agli
altri quando si parla di disabilità: ha giustamente una sua importanza e
autorevolezza, di pari livello rispetto alla conoscenza della persona maturata
a partire da altri punti di osservazione: psicologico, familiare, relazionale,
scolastico, comunitario e sociale.
Dobbiamo fare molta attenzione: se sbagliamo le premesse, inevitabilmente
sbagliamo gli interventi che ne derivano, come sostiene Medeghini:
[…] L’egemonia culturale del modello biomedico
individuale nella definizione della disabilità ha condizionato anche gli studi
accademici, siano essi sociologici, pedagogici e altri. La dimensione
“abilista” è l’elemento centrale che condiziona e spinge ad affermare:
“Dobbiamo abilitare le persone con disabilità, dobbiamo dare loro le competenze
in modo che si adattino alla scuola ed al contesto sociale”. Eppure queste
esperienze si sono rivelate deboli perché non mettono in discussione i contesti
ed il loro ruolo disabilitante ed il potere del linguaggio nel togliere voce
alle persone con disabilità. (Medeghini, 2013)
Secondo
sintomo: ipertrofia della categoria diagnostica
Quando siamo
affetti da diagnosite, riteniamo che le persone che appartengono alla stessa
categoria diagnostica abbiano stessi bisogni, limiti, caratteristiche
cognitive, emotive e di personalità. In verità, spesso teorizziamo che ogni persona
si differenzia dalle altre, che non si può generalizzare, che siamo tutti
diversi, che è necessario attivare percorsi personalizzati, ma ci
comportiamo come se le persone con la stessa diagnosi fossero
tutte uguali. Vediamo la diagnosi prima della persona e ricerchiamo, spesso
inconsciamente, tutte quelle caratteristiche e quegli atteggiamenti che
pensiamo essere propri della categoria, trascurando invece quelli che si
discostano da essa e perdendo così occasioni di conoscenza vera. Infatti la nostra
mente tende a cercare conferma alle proprie teorie enfatizzando i dati che le
sostengono, minimizzando quelli che le disconfermano e producendo attraverso le
profezie che si autoavverano effetti pragmatici importanti nelle relazioni e
nei contesti in cui viviamo e operiamo (Watzlawick, Von Foester, Rosenhan,
1988). Quando la categoria diagnostica diventa ipertrofica e vediamo le persone
all’interno della stessa categoria come “tutte uguali”, il protocollo di
intervento diviene anch’esso presuntuoso ed egocentrico, inducendoci ad
adattare la persona al protocollo anziché il protocollo alla persona. Propongo,
ora, un’esperienza personale vissuta con la mia bambina con Sindrome di Down.
Siamo arrivati ai due anni e mezzo di Irene riuscendo ad evitare, grazia alla
nostra illuminata neuropsichiatra, l’inserimento nel classico protocollo, il
più diffuso per la Sindrome di Down. Questo percorso prevede che, di fronte ad
un neonato con Sindrome di Down, si attui un intervento precoce agendo in
questo modo: da subito fisioterapia, poi psicomotricità, poi logopedia. Se non
c’è posto ancora in logopedia, terapia occupazionale nel frattempo, giusto per
non far oziare questi bambini che, si sa, sono pigri di natura!
Con l’imminente inserimento di Irene alla scuola dell’infanzia ci troviamo,
però, a dover affrontare l’iter burocratico per la certificazione di alunno in
stato di handicap. Per questo prendo contatto con la UONPIA. Io e Irene
facciamo un primo ed unico colloquio con la NPI che mi fissa un colloquio con
la logopedista. Mi presento dalla logopedista, pensando che l’incontro fosse
necessario per la certificazione di Irene. Solo durante il colloquio stesso
scopro casualmente che la valutazione logopedica non è necessaria ai fini della
certificazione. Allora, perché sono lì? Perché mi hanno dato un appuntamento da
uno specialista per avviare un intervento senza spiegarmene il senso e senza
chiedere il mio parere? La logopedista stessa non si pone neanche il problema:
è ovvio iniziare l’intervento.
Probabilmente è il protocollo di quel servizio. Valido per ogni bambino
con Sindrome di Down. Ma il protocollo non va spiegato e concordato con la
famiglia? Quando arrivo alla soglia del suo studio, la logopedista è al
telefono e mi fa cenno di entrare. Discute animatamente con una mamma al
telefono, dicendo che non può assolutamente prendere in carico il bambino prima
di qualche mese, perché non ha tempo. La mamma probabilmente insiste, la
logopedista ribadisce le proprie posizioni. La telefonata dura qualche minuto.
Poi la logopedista esausta ripone la cornetta del telefono, si rivolge a me
mostrandomi la sua agenda “Guardi, guardi se non è vero! Ho l’agenda piena, più
di così non posso fare. Guardi, guardi”. Guardo, mi spiace per lei e per il
suo burn out.
Arriviamo a noi e mi dice che con Irene bisogna subito intervenire “ormai ha
più di tre anni”. “No guardi” dico io “ha ancora due anni e mezzo”. Lei procede
con la sua idea: facciamo un programma indiretto. “Bisogna che l’insegnante di
sostegno venga una volta al mese da settembre qui da me”. “Mah, guardi” dico io
“quest’anno abbiamo scelto di inserirla alla materna senza insegnante di
sostegno”. Rimane quasi sconvolta. Con ancor più convinzione riprende il suo programma:
“Allora vada in Comune e chieda di darle un educatore”. Mi sembra di essere su
scherzi a parte. “Guardi” dico io “è diversi mesi che stiamo discutendo con la
scuola perché accolga la nostra idea di non usufruire dell’insegnate di
sostegno, è una scelta molto ponderata quella di non chiedere sostegni specialistici
per il momento. Ora che la scuola è d’accordo, non mi sembra proprio il caso di
andare in Comune a chiedere l’educatore”. La logopedista non demorde e si gioca
la carta del terrorismo dicendomi qualcosa del tipo: “Signora, sappia che
bisogna intervenire presto, perché a quattro anni si chiude la prima fase per
l’apprendimento dei prerequisiti del linguaggio ed a sei anni definitivamente
la seconda. Allora adesso le do dei questionari da fare a casa, lei me li
riporta settimana prossima e poi iniziamo il trattamento indiretto con voi
genitori. Va bene che ogni bambino è diverso, però la Sindrome di Down è la
Sindrome di Down”. E mi fissa un appuntamento dopo due settimane nella sua
pienissima agenda. Mi viene spontaneo chiederle se farà in tempo ad analizzare
i risultati dei questionari prima del nostro prossimo appuntamento. Mi sembra
di notare un po’ di stupore e poi risponde: “Certo, mi porto anche a casa il
lavoro”. Le chiedo allora se non ritiene opportuno vedere Irene, prima di
iniziare qualsiasi trattamento. Me lo concede, per la volta successiva.
Che confusione ho provato uscendo da quello studio! Quante domande allora,
quante domande anche oggi mi sorgono su quell’incontro. Non aveva desiderio di
vedere Irene per capire cosa fare per lei? Non sapeva proprio niente di lei:
aveva sbagliato anche l’età! Perché non mi ha chiesto niente di lei? Perché non
mi ha chiesto com’era a casa? Né cosa faceva. Né com’era al nido. Se aveva
fratelli, sorelle. Se giocava oppure no, da sola o con altri. Niente. Perché
non mi ha chiesto cosa pensava di lei la neuropsichiatra che la seguiva da
quand’era nata? Non aveva desiderio di capire chi era questa bambina,
attraverso lo sguardo delle persone che la conoscevano visto che lei non la
conosceva? Come può una professionista, anche tecnicamente ben preparata a
quanto ho successivamente saputo, ad iniziare un trattamento senza né vedere la
persona né chiedere nulla su di lei. Ecco perché la sua agenda era così piena!
Non era così piena forse perché valutava male con chi, quando e come iniziare
un trattamento?
Non mi ha neanche chiesto perché ero lì. Se me l’avesse chiesto le avrei detto
subito che ero lì per la pratica amministrativa di iscrizione alla scuola
dell’infanzia. Lei mi avrebbe detto che invece non era necessaria la
valutazione logopedica per tale pratica. Avremmo subito compreso che non dovevo
né volevo essere lì e ci saremmo cordialmente salutate, nel rispetto delle
scelte di entrambe. E lei avrebbe avuto più spazio disponibile per altri nella
sua agenda strapiena. E poi, perché la neuropsichiatra non mi aveva chiesto se
volevo un appuntamento dalla logopedista? Perché si è arrogata il diritto di
decidere per noi? Al posto nostro? Poteva darci un consiglio, una sua
indicazione terapeutica, ma non dare per scontato che la sua decisione su
quello che noi avremmo dovuto fare era ovvia e da seguire.
Perché mi sono sentita così frustrata, così confusa, così umiliata uscendo da
quel colloquio? Perché lì dentro non c’ero io, con la mia storia, la mia
bambina, la nostra storia. In quella testa ed in quella relazione c’era solo
un’etichetta diagnostica: “Sindrome di Down”. Di noi, non importava nulla a
nessuno. Così la diagnosi da strumento di conoscenza, diventa strumento di
pregiudizio. La categoria diagnostica si impossessa dell’individuo, beffandosi
delle differenze individuali. Perde il suo valore di strumento “per conoscere
meglio” e diventa strumento che ostacola una conoscenza sincera, profonda,
interessata alla persona. Se questa “non conoscenza” viene spacciata,
attraverso termini altisonanti e volutamente incomprensibili, per conoscenza
scientifica, non è difficile comprendere quanti danni possa provocare. Quanti
problemi aggiuntivi nelle vite già impegnative delle persone e delle famiglie
con disabilità.
Terzo
sintomo: banalità diagnostica ed illusione prognostica
Quando siamo
affetti da diagnosite, ci allontaniamo da un serio e continuativo processo
diagnostico per affidarci eccessivamente alla categorizzazione diagnostica che,
spesso, non solo limita le possibilità di conoscenza, ma propone anche
illusioni prognostiche prive di scientificità frequentemente smentite. Il
principio dormitivo di insegnamento batesoniano (Bateson, 1984) ci aiuta a
comprendere quella che ho definito “banalità diagnostica”, tipica di quando
utilizziamo etichette apparentemente esplicative che invece sono mere
tautologie, spiegazioni che non contengono alcuna informazione aggiuntiva.
Una forma comune di spiegazione vuota è il ricorso a quelli che ho chiamato
“principi dormitivi”, prendendo il termine dormitivo da Molière. Nel Malade
imaginaire c’è una coda in latino maccheronico nella quale viene
rappresentato sulla scena l’esame orale medioevale di un candidato dottore. Gli
esaminatori chiedono all’esaminando perché l’oppio faccia dormire e quello
risponde trionfante: “Perché, sapienti dottori, esso contiene un principio
dormitivo” (Bateson, 1984, p. 118).
Non raramente le diagnosi categoriali contengono informazioni inutili ed
inutilizzabili sul piano progettuale, riabilitativo, educativo, se non
addirittura pericolosamente utilizzabili. Facciamo l’esempio del valore del QI
(Quoziente Intellettivo) come elemento cardine nella formulazione di una
diagnosi di disabilità intellettiva.
Giorgio, ritardo cognitivo e psicomotorio, ha un’età anagrafica di otto anni e
mentale di tre anni e mezzo. Cosa significa? Cosa indica esattamente il QI? A
cosa ci serve? Come utilizziamo questa informazione? Significa che abbiamo di
fronte un bambino di otto anni ma è come se, in tutto e per tutto, ne avesse
tre e mezzo? Quindi come ci relazioniamo a lui? Gli chiediamo le cose che
chiederemmo ad un bambino di tre anni mezzo? Lo trattiamo come un bambino di
tre anni e mezzo? Gli chiediamo di svolgere compiti ed attività che svolgerebbe
un bambino di tre anni e mezzo? Non pensate possa essere pericoloso? Non
pensate possa diventare una profezia che si auto avvera? Quando questo bambino
di otto anni, continuerà a comportarsi come un bambino di tre e mezzo, diremo
che questo comportamento è connesso al suo deficit o al fatto che l’abbiamo
trattato, istruito ed educato anche a otto anni come se fosse un bambino di tre
e mezzo?
Joseph Espinas, ci spiega molto bene questo concetto, scrivendo a sua figlia
Olga, ragazza di ventisei anni con Sindrome di Down:
[…] Gli esperti parlano dell’età mentale delle ragazze
come te. Cosa vuoi che ti dica, non sono completamente d’accordo. Qual è la tua
età mentale, ora? C’è sicuramente qualche test che ci dirà sei anni, o otto o
dieci, non lo so. È una falsità camuffata dalle cifre. Non sai fare le
operazioni che una bambina di sette anni è in grado di risolvere, però hai una
visione dei comportamenti umani, dei rapporti sociali, del valore di ciò che
dicono gli altri che un bambino non ha. Non mi sembra affatto che tu abbia una
mente infantile e sono convinto che mischiare il coefficiente intellettivo con
l’effettiva età mentale è una stupidaggine. Sei fortemente inadeguata per
l’apprendimento di molte materie che costituiscono il tradizionale insegnamento
scolastico, ma la mente è un’altra cosa e la tua mente funziona così
correttamente in determinati aspetti – aspetti che io valuto molto, dal punto
di vista umano – che la trovo adulta quanto il tuo corpo. (Espinas, 1990, p.28)
Olga forse
ha un’età mentale di sette anni, ma ha fatto così tante esperienze in più di
una bambina di sette anni. Ha dovuto affrontare così tante fatiche e delusioni
in più. Ha potuto provare così tante gioie e soddisfazioni in più. A livello
sociale, relazionale, emotivo ha vissuto così tanto di più di una bambina di 7
anni. Allora, per conoscerla davvero, a cosa ci serve sapere che la sua età
mentale è di sette anni?
Associata alla banalità diagnostica, incontriamo l’illusione prognostica, cioè
l’idea di poter prevedere il futuro della persona con disabilità a partire
dalla diagnosi categoriale. Essendo un’illusione, frequentemente viene
smentita, come ci racconta, tra gli altri, con semplicità e simpatia Claudio
Imprudente sulle pagine del libro di Candido Cannavò:
[…] Sai cosa disse il medico a mia madre il giorno in
cui fu chiaro che il suo unico figlio era afflitto da tetraparesi spastica?
“Signora, questo bambino sarà un vegetale”. Un giorno io mi resi conto del mio
destino e feci una scelta: se devo essere un vegetale, preferisco il geranio”.
Come mai un geranio? “È una pianta che mi piace, un fiore che resiste nel
tempo. (Cannavò, 2005, p. 38)
Oggi Claudio
è scrittore, formatore, conferenziere e presidente del Centro Documentazione
Handicap di Bologna, grazie alla testarda opposizione della sua famiglia alle
nefaste previsioni mediche. Quante volte ho sentito insegnanti rassegnati ed
impotenti dirsi: “Gli esperti hanno detto che questo bambino non parlerà mai”
oppure: “Il neuropsichiatra ha detto che non potrà mai raggiungere
apprendimenti didattici, bisogna solo proporgli delle attività concrete”. Cosa
fa riporre così tanta fiducia in una diagnosi? Non ci pare propria della
superstizione vestita di pseudoscientificità l’idea che una diagnosi
psicologica o psichiatrica possa prevedere il futuro? Non troviamo molto
pericoloso nei suoi effetti stigmatizzanti ed invalidanti considerarla così
veritiera?
[…] Una descrizione può rendere più chiara una data
situazione, sottolineando risorse e possibilità o può mistificare e impedire
sviluppi, come quando dice: “ Il tuo comportamento è causato da una malattia
incurabile e irreversibile, determinata geneticamente, sicché tu sei destinato
ad essere fragile e dipendente da noi esperti per il resto della tua vita” (C.
Meyer, Le narrative del Centro al Dragonato, inedito, p. 1)
Anche David
Tzuriel riflette su utilità e discutibilità delle sentenze prodotte da
strumenti diagnostici anche molto accreditati nella comunità scientifica, quali
i test:
[…] Non capirò mai cosa spinga gli psicologi a voler
essere degli indovini. È una magra consolazione sapere che i nostri test
riescono a predire accuratamente che un dato bambino avrà uno scarso rendimento
scolastico. Ci sono numerose fonti da cui provengono le informazioni
predittive. Noi abbiamo bisogno di strumenti ed approcci che ci dicano come
vanificare queste vere e proprie predizioni! (Tzuriel, 2004)
Quando la
diagnosite attacca, il rischio è che la diagnosi anziché aiutarci a capire ed
agire offra solo informazioni stereotipate ed invalidanti. Ciò che dovrebbe
aprire ad una vita migliore, rischia di diventare strumento che limita
occasioni e possibilità di crescita, privando individuo e famiglia della
possibilità di sognare, di cambiare, di costruire un futuro che nessuno,
proprio nessuno può prevedere.
Quarto sintomo: se non si accordano con la teoria, tanto peggio per i fatti
Capita che
mi torni in mente il detto attribuito a Hegel: “Se i fatti non si adeguano alla
teoria, tanto peggio per i fatti”. Per descrivere questo sintomo della
diagnosite basta un racconto. In supervisione un’educatrice mi racconta di
seguire un ragazzino segnalato alle elementari per ritardo cognitivo lieve,
come emerso dalla somministrazione del test intellettivo Wais. Vengono quindi,
per legge e per abitudine, attivati l’insegnante di sostegno e l’educatrice.
Dopo averlo conosciuto ed accompagnato per un certo periodo nell’educatrice
sorgono alcuni dubbi: il bambino appare piuttosto adeguato sia relativamente
alla didattica sia sul piano socio-relazionale e, forse, la presenza di aiuti e
sostegni rischia più di nuocere che di aiutare. Porta quindi la questione alla
neuropsichiatra, mettendo in discussione con molta professionalità la necessità
e l’opportunità del suo intervento educativo. La neuropsichiatra non è molto
convinta, ma sollecitata da queste riflessioni decide di rifare il test. In
Test Veritas Est! Il test conferma il Quoziente Intellettivo sotto la media.
Quindi non ci sono storie: il bambino necessita degli aiuti didattico ed
educativo. Lo dice il test. “Il bambino però a scuola è adeguato, ci sta bene e
va bene” sostiene l’educatrice. “Probabilmente, con altre abilità, riesce a
compensare il QI basso. Però il QI è basso!” risponde la neuropsichiatra.
Nell’ascoltare questo racconto, mi sento intristire. La mente si riempie di
quesiti. Davvero un test può essere così onnipotente nel classificare? Davvero
quanto ne emerge “è la Verità”? Davvero il valore del Quoziente Intellettivo
prodotto da un test può efficacemente predire le capacità e, soprattutto, la
qualità di vita di una persona? Ed ancor più di un bambino? Cosa
significa “Probabilmente, con altre abilità, riesce a compensare il QI
basso. Però il QI è basso. Quindi manteniamo gli aiuti?”
Non è forse quello che facciamo tutti noi, quotidianamente: compensare i nostri
limiti cognitivi, sociali, relazionali, fisici utilizzando le nostre qualità e
competenze migliori? Non è proprio questo uno degli obiettivi principali della
scuola e dell’educazione: permettere a ciascuno di sviluppare al meglio le
proprie specifiche e personali potenzialità riducendo i limiti? C’è forse
qualcuno di noi che non cerca di compensare i propri limiti con le proprie
qualità?
Quando siamo affetti da diagnosite, pensiamo che non sia importante che il
bambino sappia intelligentemente gestire i suoi limiti e le
sue potenzialità e riuscire così a vivere sufficientemente bene.
La cosa più importante sono i numeri del test.
La terapia
della diagnosite
Non è il
dubbio che rende pazzi, ma la certezza
Musil
Fortunatamente,
a fronte di un quadro sintomatologico così complesso, abbiamo a disposizione
valide terapie per affrontare la diagnosite ed per contenerne la diffusione nel
campo della disabilità. Ne suggerisco alcune.
Prima
risorsa terapeutica: la diagnosi sbocconcellata
Una prima
risorsa per guarire dalla diagnosite è il recupero di un modello teorico ed
operativo che esprima nella diagnosi un processo continuo e sempre perfettibile
di ricerca di senso e possibilità. Il virus della diagnosite si indebolisce
progressivamente, se rallentiamo la corsa alla diagnosi categoriale e ci
concediamo tempo per conoscere approfonditamente il bambino, le sue fragilità e
le risorse individuali, relazionali, familiari e sociali.
Interessante è l’idea di “diagnosi sbocconcellata” di Sergio Neri, che accosta
al termine diagnosi una parola così poco scientifica, “sbocconcellata”, in un
accostamento ricco di potenza evocativa e provocatore di nuovi pensieri. Questa
definizione protegge la diagnosi da rischi di ambizione narcisistica e le
ricorda che può solo essere parziale, precaria, limitata, costantemente
rivedibile. Non è né etico né scientifico che la diagnosi definisca un destino,
che si percepisca e sia percepita come stabile, irreversibile, definitiva. La
“diagnosi sbocconcellata” invoca la necessità di un processo di conoscenza mai completo,
in continua evoluzione, fallibile e revisionabile e, proprio per questo,
scientifica secondo il principio di falsificabilità popperiano.
Seconda
risorsa terapeutica: ICF, Classificazione Internazionale del Funzionamento,
della Disabilità e della Salute
Anche
l’assunzione dell’approccio teorico-metodologico proposto dall’ICF può aiutarci
nella nostra battaglia contro la diagnosite. È uno strumento classificatorio
che propone una svolta culturale di notevole portata, ponendo l’attenzione su
due aspetti fondamentali che la diagnosi tradizionale non considera o considera
poco. Il primo: l’attenzione alle funzionalità, associate alle disfunzionalità.
L’ICF è la Classificazione Internazionale del Funzionamento, della
Disabilità e della Salute. Non si rivolge ad una particolare
categoria di individui, ma a tutti noi in quanto dotati di funzioni e
disfunzioni. Tutti noi potremmo valutare le nostre abilità e disabilità
sull’ICF: provare a farlo è un’esperienza molto interessante per i
professionisti della salute, dell’educazione e della relazione d’aiuto.
Utilizzando quest’ottica, si mantiene al centro del ragionamento il fatto
che ogni persona incarna disabilità e talenti, che vanno
ricercati con la stessa attenzione. Il muro eretto per distanziare le persone
con disabilità da quanti definiti normodotati si assottiglia, perché la
differenza tra le due categorie di persone diventa più quantitativa che
qualitativa.
Secondo aspetto innovativo è la prospettiva ecologica da cui consegue che nella
diagnosi deve essere prevista anche la diagnosi del contesto e
della relazione. Il contesto va analizzato a valutato nei suoi aspetti
facilitanti ed ostacolanti. Il contesto, esattamente come l’individuo disabile,
possiede limiti e risorse. Non ci può essere diagnosi della persona
senza diagnosi del contesto. Questo concetto è facilmente
comprensibile attraverso un esempio: se sono sulla sedia a rotelle e trovo una
macchina parcheggiata sul marciapiede, la restrizione alla mia passeggiata non
è determinata dalla mia personale menomazione, ma dalla macchina sul
marciapiede.
Nell’ICF il modello medico individuale incontra il modello sociale della
disabilità e ne esce un compromesso più rispettoso della complessità delle
condizioni di disabilità, che non esisterebbero senza la collusione tra
dimensione individuale e dimensione socio-ambientale. Nelle diagnosi attuali e
nelle conseguenti pratiche riabilitative ed educative, ancora prevalentemente
centrate sulla valutazione dell’individuo, la valutazione del contesto è ancora
sostanzialmente assente o limitata ad un’analisi dell’ambiente familiare nei
suoi aspetti di problematicità.
L’ICF, in quanto strumento classificatorio ed operativo, può aiutare a tradurre
la necessaria attenzione alle potenzialità ed al contesto in pratica diagnostica,
riabilitativa, didattica ed educativa. Pensiamo a quanto sarebbe più completa e
sensata l’elaborazione del Progetto Educativo Individualizzato in ambito
scolastico se ponessimo l’attenzione richiesta dall’ICF nella definizione di
fattori facilitanti ed ostacolanti presenti nella scuola e ci ponessimo, di
conseguenza, obiettivi migliorativi del contesto e non solo dell’alunno con
disabilità!
Non è certo uno strumento perfetto: l’ICF è molto complesso nell’applicazione,
utilizza criteri normativi e linguaggio ancora molto legati all’impostazione
bio-medica individuale, presenta alcune ambiguità nella definizione di concetti
centrali (Medeghini, 2013; D’Alessio, 2013).
Eppure, se diventasse parte del patrimonio professionale di chi fa diagnosi e
di chi lavora a partire da una diagnosi, costringerebbe a un importante
riorientamento culturale, favorendo la destabilizzazione della rappresentazione
più diffusa e rassicurante della disabilità: io, normodotato abile, diagnostico
e curo te, disabile, incapace e limitato.
Terza
risorsa terapeutica: scetticismo scientifico
Si suppone
che la diagnosi sia prodotto scientifico, pertanto autorevole, valido,
oggettivo, poiché la scienza è un complesso organico e sistematico di
conoscenze, determinate in base a un principio rigoroso di verifica della loro
validità.
Nel mondo della scuola mi capita spesso di respirare questo clima di riverenza
nei confronti della diagnosi categoriale, talvolta considerata poco
comprensibile e poco utile, ma sicuramente veritiera: “È autistico, non lo
diciamo noi, lo dice la diagnosi!” Forse è auspicabile, ma al momento sembra
che la nostra società non possa fare a meno delle diagnosi: su di essa prendono
vita conoscenze, interventi, risorse economiche ed umane, agevolazioni.
Se, dunque, dobbiamo continuare a convivere con la diagnosi, possiamo però
difenderci dalla diagnosite pensandola ed utilizzandola con scetticismo
scientifico.
[…] Riconoscere la necessità di classificare non vuol
dire che la classificazione attuale di malattie mentali sia buona. Infatti non
lo è. Il modello concettuale di malattia che ancora domina in campo
psichiatrico è quello sindromico: costellazione di sintomi e segni con decorso
caratteristico. E’ un fatto deplorevole perché ne discende che le diagnosi
psichiatriche sono poco attendibili e poco valide. Poco attendibili significa
che psichiatri diversi arrivano facilmente a conclusioni diverse sullo stesso
paziente; poco valide vuol dire che una volta fatta la diagnosi non se ne
possono dedurre indicazioni molto precise né per la prognosi né per la terapia.
Riconoscere che è inevitabile classificare non significa affermare che si fa
sempre un buon uso delle classificazioni e delle diagnosi. E’ frequente l’uso
magico del gergo scientifico: dare un nome ad un fenomeno può creare la falsa
comprensione di averlo compreso. L’etichetta diagnostica può far dimenticare
l’individuo ed il medico finisce per curare più la malattia che il malato.
(Reda, citato in Meyer, p.3).
Quarta
risorsa terapeutica: curiosità
Possiamo
disporre di un’altra possibilità terapeutica per contrastare il virus della
diagnosite. Si tratta di quella abilità professionale definita da Cecchin G.
“curiosità”, intesa come capacità di connettersi alla persona ed al suo
sistema, di appassionarsi al suo funzionamento, di investigare le modalità
alternative di funzionamento, di continuare a guardare e cercare nuove
connessioni tra gli eventi, senza accontentarsi di un’occhiata soltanto, senza
immaginare che il rapporto causa-effetto sia negli eventi stessi (Cecchin,
1987, 2008; Telfener, 2003):
Ecco che allora il terapeuta passa ad un’altra categoria, invece di diventare
maestro, moralista, esperto, diventa curioso… Ti fai domande diverse, cominci
ad ammirare la loro (della famiglia) resistenza, la loro capacità di
sopravvivenza’ (Cecchin, 2008, p. 60).
La curiosità, attraverso un processo circolare continuo, spinge ad esplorare ed
inventare nuovi punti di vista e nuove possibilità di azioni. Allontanando
dall’etichettamento e dal pregiudizio, esalta il desiderio di comprendere la
persona, la sua famiglia e la sua storia incontrando e valorizzando la
complessità dell’esperienza della disabilità.
La curiosità è ricerca perché apre a nuovi dubbi e nuove domande, contrastando
uno dei sintomi più patologici della diagnosite: il bisogno di trovare risposte
immediate e rassicuranti in diagnosi precoci o, più spesso, frettolose. La
curiosità riabilita il dubbio e gli restituisce la sua funzione:
La ricerca nasce quando si inciampa in un dubbio. E
cercare e ricercare, spremere le meningi, arrovellarsi fino allo spasimo, se
non produce risultati immediati, di certo aumenta l’intelligenza o, almeno, la
capacità di usarla al massimo (Piazza, 2005, p.36).
Curiosità è
lasciarsi condurre, durante il processo diagnostico, dal racconto dei veri
esperti che incontriamo. Chi è esperto? Chi fa ed ha fatto esperienza. Senza
voler sminuire ruolo e competenze di professionisti specializzati con anni di
esperienza diagnostica e terapeutica, i maggiori esperti di disabilità sono
proprio coloro che la sperimentano quotidianamente, spesso per tutto il corso
della loro vita: le persone disabili e le loro famiglie. Se ci lasciamo
incuriosire da storia, vissuti, emozioni, pensieri e racconti delle persone che
andiamo a diagnosticare e delle loro famiglie, forse riusciremo a rallentare
questa strana e pericolosa corsa alla classificazione diagnostica, indebolendo
così il virus della diagnosite.
Conclusioni
Concludo con
due riflessioni.
Negli ultimi tre mesi ho visto dimettere da un noto e accreditato Ente che si
occupa di disabilità quattro bambini con gravissime forme di disabilità, mentre
lo stesso servizio prende in carico per percorsi riabilitativi anche intensivi
bambini la cui diagnosi di disabilità appare, non solo a me, discutibile. Questo
è un altro, a mio parere, terribile effetto della diagnosite che non possiamo
fingere di non riconoscere e provare a contrastare, poiché nuoce sia a chi ha
dei seri ostacoli sul suo percorso esistenziale che non riceve ciò di cui ha
bisogno sia a chi si trova vittima di un’etichetta diagnostica impropria solo
perché ha caratteristiche che non rientrano pienamente nella norma.
La seconda riflessione, conseguente, è un invito ai Disability Studies ed a
tutti quegli approcci che sostengono una lettura sociale e culturale della
disabilità ad entrare più concretamente nei contesti sanitari, sociali e
comunitari vissuti ogni giorno dalle persone con disabilità, perché le
rappresentazioni legate al modello medico sono ancora le più diffuse e
profondamente radicate e chi cerca di contrastarle si sente spesso un solitario
Don Chisciotte impegnato a combattere contro i mulini a vento.
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