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martedì 13 gennaio 2026

Il cinico Kissinger non aveva torto (solo su un punto, però!) - Alberto Bradanini

 

1. Aveva ragione la buonanima di Henry Kissinger – grande esperto di colpi di stato, di impietosi bombardamenti su popoli per lui inutili (cambogiani, laotiani, vietnamiti), minacce o aggressioni a nemici e amici (Moro, Craxi, per restare in Italia) i quali, sebbene vassalli, erano alla ricerca di qualche margine di autonomo pensamento – che è assai più rischioso essere amici che nemici degli Stati Uniti: ora è il turno della Danimarca.

Donald Trump, presidente del più grande stato canaglia del tempo contemporaneo, continua a ribadire che intende annettersi la Groenlandia con le buone o le cattive, e la ragione è banale, gli Stati Uniti ne hanno bisogno. Chiaro no? “Vorrei fare un accordo – ha egli aggiunto – … nel modo più facile, … altrimenti lo farò in un modo più difficile”, lasciando intuire che l’opzione militare è sul tavolo, anche se egli preferirebbe giungere al risultato sborsando una congrua somma di denaro, fino a un milione di dollari, sembra di capire, per ciascuno dei 56.542 abitanti di quella terra desolata, tanto più che i soldi non sarebbero i suoi, ma verrebbero stampati ad libitum dal Dipartimento delle Finanze!

Aver bisogno della Groenlandia, secondo cotanta intelligenza presidenziale è un argomento che la comunità internazionale dovrebbe ben comprendere, che qualsiasi giudice giudicherebbe legittimo, che è in linea con logica e buon senso, con la Carta delle Nazioni Unite e via dicendo. Insomma, sia tratta di un argomento inoppugnabile, un po’ come quello (ci viene in mente questo a caso) che il petrolio venezuelano appartiene agli Stati Uniti e che il governo di Maduro (nemmeno il Venezuela!) avrebbe loro misteriosamente sottratto[1]. L‘inquilino-ballerino della Casa Bianca ribadisce che gli Stati Uniti “devono fare qualcosa in Groenlandia, che piaccia o no agli altri, perché altrimenti saranno Russia o Cina a prenderne il controllo”. Secondo una sofisticata dottrina geopolitica, gli Stati Uniti non possono consentire che quest’isola – così strategica per la difesa del territorio nordamericano! – cada sotto il controllo di Russia o Cina, le quali, secondo un profondo conoscitore della storia come Trump, non solo vagheggiano da sempre di invaderla ma obliterano misteriosamente di mettere in conto che appartiene a un paese Nato, insensibili come sono alla circostanza che questo scatenerebbe la terza guerra mondiale. Ma pace!

La Danimarca e l’85% degli abitanti della Groenlandia si oppongono fermamente, ça va sans dire, a tali insani propositi, ma l’aspirante Premio Nobel per la Pace non intende rinunciare a quello di cui ha bisogno, alla luce di acute riflessioni sulla strategia di difesa nazionale e dell’evolversi della geopolitica planetaria. Di tutta evidenza, quest’uomo non è normale: la Groenlandia è infatti un territorio danese autonomo più grande del Messico, ma semi-disabitato e gli Stati Uniti vi hanno già una presenza militare e nulla vieta di espanderla, a piacimento. Copenaghen non si opporrebbe.

M. Frederiksen, a capo del governo danese, ha avvertito che un’aggressione statunitense contro un paese Nato assesterebbe un colpo mortale al Blocco Atlantico, sebbene alla luce dell’avvilente spirito di vassallaggio dei maggiordomi europei tale esito non è affatto scontato.

Se Copenaghen ha battuto un colpo, almeno sul piano formale, gli altri europei hanno fatto invece ricorso, coraggiosamente, alla banalità del banale, ripetendo insieme a M. Lapalisse che “la Groenlandia appartiene ai groenlandesi/danesi”, lasciando in verità nel vago persino quest’ultimo aspetto.

2. Ora, alla luce di sviluppi la cui effervescenza, sino a un anno fa, solo i più fervidi scrittori di fantascienza avrebbe potuto immaginare, ai paesi europei si presenta l’occasione storica di un cambiamento epocale. Facciamo un’ipotesi così semplicistica che più semplicistica non si può: se gli Usa aggrediscono la Danimarca (Groenlandia), la Nato muore. Le nazioni europee tornano sovrane, da subito sul piano politico e militare, in attesa di affrontare il capitolo monetario/finanziario (specie quelle del Sud Europa). Le basi militari Nato/Usa in Europa vengono gradualmente smantellate. Quelle in Italia, per quanto ci riguarda, ancora più in fretta dal momento che nessuno minaccia le nostre coste o montagne (se i paesi del Nord-Est vogliono mantenerle, facciano pure, sul piano bilaterale, noi no!). In chiave cautelativa, il governo di Roma, per evitare che i suoi Ministri seguano il destino di Maduro, potrebbe stipulare un accordo per il mantenimento di (poche) basi militari Usa, su condizioni diverse (stracciando l’armistizio di Cassibile) e dietro adeguato compenso (vale a dire a spese loro). Tale scenario consentirebbe all’Italia di recuperare la sua perduta sovranità politico-militare e iniziare a ragionare su come arrestare il drammatico declino del Paese. Al termine di tale fruttuosa traiettoria di ripresa, l’Italia si scoprirebbe riposizionata al centro del Mediterraneo, uno spazio strategico di incontro tra civiltà e continenti (Europa, Asia e Africa), su cui ricostruire quelle idealità contenute nella nostra Carta fondamentale, assicurando un contributo di qualità alla soluzione di tensioni e conflitti che infestano la regione. in una proiezione di pace, stabilità e prosperità.

La storia offre dunque un’occasione unica, che certo per essere colta avrebbe bisogno di una classe dirigente di qualità, di cui ahimè non disponiamo. Noi, tuttavia, perenni sognatori di un mondo migliore, non intendiamo capitolare. Continueremo dunque a lavorare per la costruzione di luoghi incorporei, forse utopici, ma che devono restare vivi nella nostra mente, se vogliamo che un giorno, vicino o lontano, possano diventare realtà.


[1] I membri neocon dell’entourage di Trump lasciano intendere che il petrolio sarebbe stato sottratto in passato alle corporazioni Usa con la nazionalizzazione dell’industria petrolifera venezuelana decretata negli anni ’70. La legge entrò in vigore il 1° gennaio 1976 (sotto il governo di Accion Democratica di Carlos Andrès Perez). Le compagnie petrolifere straniere – tra cui la Creole Petroleum Corporation (filiale della Standard Oil of New Jersey, ora ExxonMobil), la Royal Dutch Shell e la Gulf Oil Corporation – furono però regolarmente indennizzate con 1,1 miliardi di dollari, pagate in 20 anni con un tasso d’interesse del 6% (totale 2,2 miliardi di dollari), a conclusione di alcuni contenziosi raggiunti di comune accordo nel 1977.

da qui

domenica 26 dicembre 2021

Il regalo di Natale della Danimarca - Alessandro Ghebreigziabiher

 

Un dialogo immaginario – ma neanche tanto – tra la Danimarca e il Kosovo intorno a una grottesca, imminente transazione tra i due paesi.

“Pronto?”
“Sì, qui è la Danimarca. Posso parlare con il Kosovo?”
“Sì, certo, sono io, che piacere.”
“Il piacere è tutto mio, spero.”
“In che senso?”
“Niente, vengo subito al punto: buon Natale!”
“Ecco, grazie, anche se qui saremmo musulmani, sai…”
“Chiaro, capisco, ma comunque un regalo è un regalo per tutti, no?”
“Sì, credo, ma dipende dal regalo.”
“Esatto e il nostro è un gran bel regalo. Anzi, è un dono doppio, perché noi lo facciamo a voi e voi a noi. Ci stai?
“Frena, tigre. Spiega prima.”
“Tranquillo, spiego tutto.”
“Tranquillo mica tanto. L’ultima volta che qualcuno di voi altri è venuto a farci dei regali si chiamava ONU e non è andata così bene come sembra…”
“Capisco, ma qui la cosa è semplice: noi abbiamo della merce in scadenza da piazzare. Voi ve la prendete per il tempo che resta e alla data indicata ve ne liberate, il tutto dietro lauto compenso.”
“Cavolo, ci sto. Dov’è la fregatura?”
“Nessuna fregatura, facciamo tutto alla luce del sole, siamo nell’epoca giusta in cui si può far questo e anche altro con la merce in oggetto.”
“Di cosa stiamo parlando? Roba della vostra cucina tipica, tipo il merluzzo bollito o l’arringa affumicata? O magari lo sgombro? Vado matto per lo sgombro!”
“Acqua, niente pesce.”
“I biscotti? Voi ne fate al burro di buonissimi.”
“Ancora acqua, non è qualcosa che si mangia.”
“Ci sono, hai detto Natale, giusto? Sono quei vostri maglioni natalizi di pura lana, li trovo orribili, ma scaldano che è un piacere. Ma i maglioni scadono? Non lo sapevo…”
“Acqua ancora. Guarda, tagliamo corto: sono circa trecento immigrati attualmente detenuti nelle nostre prigioni.”
“Merce, giusto? Hai detto merce, prima, o sbaglio?”
“Sì, non sbagli.”
“Ma in che senso scadono?”
“Scade il visto, a essere preciso, e quindi vanno espulsi.”
“Ah, ho capito. E perché non aspettate il momento e ve ne liberate da voi?”
“Per problemi di spazio.”
“Tu? La Danimarca? E chiami il Kosovo? Sei quattro volte me…”
“I paesi Bassi erano occupati. Con i detenuti stranieri della Norvegia e del Belgio, a dirla tutta.”
“Giusto per parlare, a quale cifra avevi pensato come compenso?”
“Duecentodieci milioni di euro.”
…
“Pronto?”
…
“Kosovo, sei in linea?”
“Sì, sì! Sono qui.”
“Oh, bene, mi ero preoccupato.”
“No, sto alla grande. Duecentodieci milioni di euro hai detto?”
“Sì, per trecento celle. Ce l’avete trecento celle voi? Perché ho letto da qualche parte che il 97% delle vostre prigioni è pieno…”
“Naa... cioè sì, è vero, ma per quella cifra il posto si trova per quella merce lì. Si comprime qui, si accorcia là e chi protesta, poi? E inoltre si tratta di roba in scadenza, nessun problema. Tu manda e bonifica, al resto ci pensiamo noi.”
“Affare fatto?”
“Affare fatto! E Buon Natale…”

da qui

giovedì 21 maggio 2020

La Coalizione dei Ripugnanti all'attacco


L’Austria (e non solo, Paesi Bassi, Danimarca e Svezia sono con l’Austria) oggi dice che la strada giusta sono i mutui non i contributi e gli aiuti vanno restituiti (qui)
Fra il 1948 e il 1951 l’Austria ricevette con il piano Marshall 468 milioni di dollari, dice wikipedia.
Fra il 1948 e il 1951 i Paesi Bassi ricevettero con il piano Marshall 1128 milioni di dollari.
Fra il 1948 e il 1951 la Danimarca ricevette con il piano Marshall 385 milioni di dollari.
Fra il 1948 e il 1951 la Svezia ricevette con il piano Marshall 347 milioni di dollari.
Non risulta finora nessun documento di qualche partito, impresa o cittadino di quei paesi che abbia detto o scritto, a proposito degli aiuti del piano Marshall, con vibrante protesta, la strada giusta sono i mutui non i contributi e gli aiuti vanno restituiti.
E se esiste qualche documento che lo diceva allora dev’essere molto segreto.
È veramente schifoso e squallido che quando hai bisogno di aiuto lo pretendi e quando puoi darlo giri la faccia dall’altra parte o, peggio, inventi motivi morali e/o economici per non darlo.

Per Covid-19 nei Paesi Bassi ci sono stati finora 5800 morti, in Svezia ci sono stati finora 3800 morti, in Austria ci sono stati finora 5800 morti, in Danimarca  ci sono stati finora 550 morti

Una domanda ipotetica, se in quei 4 paesi i morti fossero 10, 20 o 30 volte di più (senza augurarglielo, per carità), direbbero le stesse cose? La risposta non la sapremo mai. 
Non ci sono troppe cose da dire, se non le parole che Thomas Bernhard ha rivolto agli austriaci.

Discorso in occasione del conferimento del Premio di Stato austriaco per la letteratura, 1968 – Thomas Bernhard
Pregiatissimo signor ministro,
pregiatissimi presenti,

nulla è da lodare, nulla da maledire, nulla da accusare, ma il più è risibile; tutto è risibile, quando si pensa alla morte.
Si procede lungo la vita, turbati, non turbati, attraverso la scena, tutto è permutabile, nello stato-palcoscenico meglio o peggio ammaestrati: un errore! Si comprende:
un popolo ignaro, un paese stupendo – padri morti o coscienziosamente senza coscienza, uomini con la semplicità e la viltà, con la povertà dei loro bisogni… È tutto un antefatto in sommo grado filosofico e insopportabile.
Le ere della storia sono frenasteniche, il demonico in noi un incessante carcere patriottico in cui gli elementi della stupidità e dell’intransigenza sono divenuti bisogno quotidiano. Lo stato è una creazione ineluttabilmente condannata al fallimento, il popolo una creazione infallibilmente condannata all’infamia e alla stupidità. La vita di-sperazione, a cui le filosofie si appoggiano, in cui tutto, in fondo, deve impazzire.
Noi siamo austriaci, noi siamo apatici; siamo la vita come volgare disinteresse alla vita, siamo il senso della megalomania come futuro nel processo della natura.
Nulla abbiamo da narrare, se non la nostra miseria, travolti dall’immaginativa di una monotonia filosofico-economico-meccanica.
Strumenti al servizio della fine, creature dell’agonia, tutto a noi si rivela, nulla comprendiamo. Popoliamo un trauma, temiamo noi stessi, abbiamo il diritto di temerci, già contempliamo, sia pur distintamente, lo sfondo:
i giganti dell’angoscia.
Quel che pensiamo è già pensato, quel che sentiamo è caotico, quel che siamo non è chiaro.
Non dobbiamo vergognarci, ma non siamo nulla e null’altro meritiamo che il caos.
Ringrazio a mio nome e a nome dei premiati questa giuria, ed espressamente tutti i presenti.
Thomas Bernhard

martedì 20 marzo 2018

Sedici Paesi hanno bombardato la Siria - Fulvio Scaglione



Ricorre proprio in questi giorni il settimo anniversario dall’inizio della guerra in Siria, che un vero e “ufficiale” inizio non ebbe mai ma che, per convenzione, si ritiene cominciata in un qualche momento degli scontri che nel Sud del Paese, e in particolare nella città di Dar’a, scoppiarono tra manifestanti ed esercito e videro già impegnate le prime formazioni islamiste armate.
È il momento giusto, allora, per ricordare alcuni dati che di solito vengono trascurati e illuminano la natura dello sconvolgente massacro siriano che, da Ghouta ad Afrin non conosce sosta e ha già falciato quasi mezzo milione di vite.
Una realtà cui troppo poco si pensa è questa: sono ben sedici i Paesi stranieri che hanno condotto bombardamenti e incursioni aeree sul territorio della Siria. Ecco l’elenco, in ordine di volume di fuoco impegnato: Usa, Russia, Francia, Regno Unito, Turchia, Israele, Australia, Canada, Danimarca, Olanda, Belgio, Giordania, Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein e Marocco.

Già il numero delle nazioni che si sono accanite su questa terra tormentata dovrebbe farci mettere da parte il cumulo di fandonie sull’esportazione della democrazia e la lotta per la libertà. In Siria si combatte quella terza guerra mondiale a pezzetti di cui ha parlato papa Francesco e si replica lo scontro tra due fronti che è esploso un po’ ovunque, dall’Ucraina all’Iran alle attuali tensioni “spionistiche” tra Londra e Mosca. E che viene molto efficacemente rappresentato dalla progressiva militarizzazione della Casa Bianca, dove il controllo del potere reale è passato ai militari (sono ex generali il capo dello staff, il consigliere per la sicurezza nazionale, il presidente degli Stati maggiori riuniti e il ministro della Difesa, ed è un ex militare ed ex industriale dell’aerospazio anche il nuovo segretario di Stato) e ai loro finanziatori, gli esponenti del complesso militar-industriale, un settore che da solo vale più del 10% del Pil americano.
Se poi andiamo nello specifico, e incrociamo le cronache di questi anni con i dati raccolti da Airwars, l’Ong inglese formata da ex militari e giornalisti specializzati in questioni militari, che costantemente analizza le operazioni aeree condotte sulla Siria, scopriamo altre realtà che ci aiutano a giudicare.
Per esempio: nessuna delle 16 nazioni che hanno condotto raid aerei sul territorio della Siria è innocente rispetto alla morte dei civili. Nessuna. Non a caso Ian Overtone, direttore di Action on Armed Violence, organizzazione indipendente che studia gli effetti dei conflitti, dice: “Le incursioni aeree, per quanto precise e mirate siano, quando sono condotte sui centri abitati sono terribili per i civili. Finché gli Stati cercheranno di distruggere gruppi terroristici colpendoli dal cielo, i civili saranno quelli che soffriranno di più”.
Poi, naturalmente, ci sono le proporzioni. All’aviazione russa vengono addebitate circa 11mila vittime civili. Ma agli Usa, delle cui azioni si parla assai meno, almeno altre 7 mila, con un significativo incremento da quando James Mattis, l’ex generale dei marine che è ministro della Difesa con Donald Trump, ha lanciato la “tattica di annientamento”, basata sull’idea di infliggere il maggior numero possibile di perdite al nemico. I velivoli americani hanno sganciato più di 21 mila ordigni sulla sola Raqqa.
Al terzo posto, per impegno aereo sulla Siria, viene la Francia, che fu il primo Paese ad affiancarsi agli Usa nel 2014 ed è stato anche il primo a mandare una portaerei, la “Charles de Gaulle”, nell’area delle operazioni. Il suo ruolo, però, viene ultimamente insidiato dal Regno Unito che, dopo una partenza “lenta”, ha di molto incrementato l’impegno sul fronte siriano, con droni e cacciabombardieri.
Poi ci sono, ovviamente, Israele e Turchia. Le forze aeree dello Stato ebraico hanno condotto più di 100 missioni militari sulla Siria e quel che sta facendo la Turchia è sotto gli occhi del mondo, con l’accerchiamento di Afrin e la decimazione dei combattenti e dei civili curdi. Molto attivi, in proporzione al ruolo, anche Australia e Canada. Quest’ultimo, in particolare, ha condotto quasi 1.500 missioni sui cieli siriani fino a quando, nel febbraio 2016, i suoi jet sono stati ritirati come aveva promesso in campagna elettorale Justin Trudeau, poi diventato primo ministro.
Arabia Saudita, Emirati Arabi Uniti, Bahrein, Giordania e Marocco sono stati attivi in Siria soprattutto nei primi tempi, poi hanno preferito orientare i loro mezzi verso la guerra nello Yemen. E merita una segnalazione il caso della Danimarca. I suoi sette cacciabombardieri F-16, dispiegati in Medio Oriente su richiesta degli Usa, hanno smesso di operare in Siria nel dicembre 2016 dopo aver condotto 550 missioni. Il ritiro è stato causato dalle forti polemiche scoppiate perché, invece di colpire i miliziani dell’Isis, gli aerei danesi aveva colpito gruppi di miliziani schierati con Bashar al-Assad. Involontariamente, dissero i comandi.
Ci vuole molta fantasia per sostenere che uno schieramento di questo genere ha dovuto spendere quattro anni per liquidare l’Isis. E ancor più fantasia occorre per credere che tutti questi Paesi siano andati in Siria a combattere per il bene dei siriani. L’unica cosa straordinaria, a questo punto, è che esista ancora una cosa che è possibile chiamare Siria. Ma certo non è merito nostro.

giovedì 27 ottobre 2016

Salvare di nascosto i rifugiati - Phil Wilmot


Certo, la Danimarca ha una legge sul sequestro dei beni ai migranti, ha diversi gruppi i neonazisti e un insopportabile Partito del Popolo danese. Tuttavia, lontano dalle attenzioni dei “grandi” media migliaia di persone comuni negli ultimi mesi hanno cominciato a disobbedire alle leggi e a fornire ai rifugiati letto caldo, via clandestine per raggiungere la Svezia, indumenti e spesso anche chiavi per una casa. Tutto in modo informale e spontaneo. Si tratta in realtà di strumenti ritagliati dai ricordi della II Guerra mondiale, quando migliaia i danesi portarono di nascosto alla salvezza centinaia di famiglie ebree..
Martedì 18 ottobre, circa cento danesi, vecchi e giovani, stavano in piedi davanti al tribunale cittadino al freddo vento che arrivava dal mare, per mostrare la loro solidarietà a quattro attivisti sospettati di avere illegalmente aiutato dei rifugiati ad attraversare il mare dalla Danimarca alla Svezia.
Mentre soltanto due degli accusati sono cittadini danesi, tutti sono membri di MedMenneskeSmuglerne, o “Coloro che fanno entrare di nascosto il loro amico”  – un “prodotto” dell’iniziativa con una b
ase più ampia. Benvenuti in Danimarca, che accoglie i migranti e i rifugiati in questo paese. L’anno scorso, oltre un milione di migranti provenienti da Siria, Afghanistan, Eritrea e da altre regioni instabili, hanno affrontato i rischi di un esodo in Danimarca, e in altre parti di Europa. Molti sono morti durante il viaggio o sono finiti in campi profughi per periodi prolungati. Questa ondata migratoria si correla direttamente alla crescente xenofobia e allo spostamento a destra in atto in molti paesi europei, compresa la Danimarca.
“Praticamente tutte le organizzazioni di sinistra in Europa hanno trascurato di considerare il flusso dei rifugiati nelle loro agende”, ha detto Mimoza Murato, una delle attiviste non-danesi che quel giorno affrontava accuse penali. “Avremmo dovuto essere preparati perché conosciamo il panorama politico”.
Mentre gli accusatori danesi forse non erano d’accordo, il loro caso alla fine è stato rigettato per mancanza di prove sostanziali. I quattro membri di MedMenneskeSmuglerne sono stati accolti da applausi trionfali dalle loro coorti di Benvenuti in Danimarca, fuori dall’edificio del tribunale.
Fornire ospitalità per chi cerca asilo
Quando Trime Simmel, una giovane attivista danese di Aarhus, ha visto alla televisione le masse di migranti che si riversavano nella penisola danese dello Jutland, attraversando il confine tedesco, nel settembre 2015, si è messa in contatto con i suoi amici per capire che cosa potevano fare per provvedere alle necessità elementari per i nuovi arrivati. I migranti venivano scortati dai poliziotti nello Jutaland e quindi i giovani all’inizio hanno programmato di aspettare su un cavalcavia dove potevano lasciar cadere dei pacchi pieni di indumenti caldi, di prodotti per l’igiene e altri articoli essenziali. I migranti, tuttavia, avevano il  sospetto di poter essere scortati dalle autorità statali e si sono sparsi nelle foreste, e questo ha reso molto più difficile rintracciarli.
 “I giovani residenti nello Jutland telefonavano ai loro genitori per riunire quattro o cinque macchine, in modo che le scarpe e altri articoli simili potessero essere distribuiti – ha spiegato Simmel – Quando gli autisti incontravano i migranti, gli offrivano i pacchi di generi alimentari e chiedevano loro dove volevano andare all’interno della Danimarca”.
Un buon numero di rifugiati decideva di andare a Copenhagen, appena al di là del mare dalla Svezia, dove alcuni avevano già dei familiari.
“Molte persone apolitiche si facevano avanti per aiutare a guidare coloro che camminavano lungo i binari – ha detto Simmel – Molte di queste persone avevano contesti familiari come immigrati e provavano comprensione, ma di solito non erano attivi rispetto a problemi politici”. Una rete di ospitalità informalenota come Venligboerne, che comprende oltre 150.000 membri in tutta la Danimarca, ha contribuito a facilitare gli sforzi dei volontari.
Attivisti come Simmel sentivano che questa crisi offriva l’occasione di allontanarsi dai tipici doveri di un attivista di incontri e dimostrazioni, e di fornire un servizio diretto. L’afflusso dei rifugiati dava uno strattone alle loro coscienze.
“Proprio come mio nonno, dovetti decidere da quale parte della storia volevo stare – ha detto Simmel – I politici ci demonizzavano perché mettiamo fotografie su Facebook di migranti che venivano aiutati, ma anche i danesi durante la II Guerra Mondiale furono demonizzati e considerati trasgressori della legge [perché aiutavano gli ebrei]”.
Far rivivere una tradizione di far entrare di nascosto i rifugiati
La Danimarca è stato l’unico paese in Europa che ha ridotto le dimensioni delle sue forze armate all’inizio della II Guerra Mondiale, e tuttavia è stata senza dubbio tra le più operative a opporsi all’occupazione tedesca. Poco dopo un’invasione notturna della Danimarca, il 9 aprile 1940, lo studente diciassettenne di Slagelse, Arne Sejr, divenne frustrato a causa della passività danese verso il dominio straniero. Tornò a casa da scuola e usò la sua macchina da scrivere per stampare 25 copie dei suoi “Dieci Comandamenti per i Danesi”. L’ultimo di questi diceva: “Proteggerai chiunque venga inseguito dai tedeschi.”
I giovani danesi componevano in modo nascosto dei volantini di questo tipo nel corso dell’occupazione tedesca. Gruppi come l’Associazione della Gioventù Danese guidato dal professore di teologia Hal Koch e il Club Churchill ad Alborg sabotavano regolarmente le autorità tedesche, a volte distruggendo i veicoli che trasportavano armi e munizioni. Le comunità cristiane facevano circolare messaggicontro l’occupazione tedesca per mezzo delle loro prediche. Questo provocò l’uccisione di Kaj Munk, che era tra gli ecclesiastici più espliciti  che sostenevano l’autogoverno danese.
Tra tutte le tattiche impiegate, i danesi dell’epoca della II Guerra Mondiale sono forse ricordati soprattutto per aver efficacemente fatto entrare di nascosto, attraverso il confine, in Svezia i rifugiati ebrei. Nel corso di pochi mesi, nel 1943, 7.220 ebrei, quasi l’intera popolazione ebraica della Danimarca, riuscirono a scappare in Svezia con l’aiuto dei loro compagni danesi. Soltanto 472 furono catturati all’inizio di ottobre durante i raid dei nazisti.
“All’inizio, usavamo questa storia del servizio diretto ai rifugiato, come nostra motivazione”, ha detto l’organizzatore di Benvenuti in Danimarca, Søren Warburg.
Fornire un letto caldo, una via  clandestina per la Svezia, indumenti caldi e una chiave per una casa: queste sono tattiche letteralmente ritagliate dai ricordi della II Guerra mondiale e appiccicate all’attuale contesto della migrazione in Europa. Anche mentre l’attuale governo della Danimarca si è reso intenzionalmente sgradevole ai richiedenti asilo politico, i danesi stessi – rafforzati da una storia di sindacati e di organizzazione di comunità – stanno fornendo i servizi che i loro rappresentanti eletti nello stato sociale, si rifiutano di concedere.
Riflettendo sull’aiuto danese ai rifugiati ebrei, la portavoce di Benvenuti in Danimarca, Line Søgaard  ha detto: “Avevamo la sensazione che qualcosa di storico stava accadendo di nuovo”. Secondo lei, cinquecento danesi hanno inizialmente risposto all’invito all’azione e hanno formato gruppi di lavoro, che si focalizzano sia su una campagna politica che sui servizi diretti”.
Dato che Copenhagen è situata circa venti miglia al di là dello Stretto di Öresund da Malmö, in Svezia, i membri della comunità che voleva aiutare i rifugiati a cercare i membri delle loro famiglie, o degli amici, decisero di agire. Raccolsero una lista di quasi vemto nomi di proprietari di barche   e organizzarono il trasporto dei migranti come pubblico atto di sfida.
“All’inizio non pensavamo che nessuno sarebbe stato perseguito – ha detto Søgaard – Ci sono veri trafficanti di esseri umani che potrebbero essere perseguiti, ma invece i capi  dicono che noi siamo quelli che tradiscono la nazione”.
Salire di nuovo sulla barca non è una cosa facile per i rifugiati che sono sopravvissuti all’attraversamento del Mar Mediterraneo. “Molti dei migranti che abbiamo aiutato a raggiungere la Svezia di solito ci mandavano messaggi audio dopo che erano  sollevati per il fatto di aver raggiunto i membri della loro famiglia”, ha detto Søgaard.
“C’era questa sensazione che stessimo continuando l’eredità della II Guerra mondiale di assistenza ai rifugiati, che avevano cominciato alcuni membri della nostra famiglia. Eravamo rimasti attaccati al nostro senso della morale e dell’etica anche quando la legge contro l’uscita clandestina dei migranti  è sbagliata”.
Attraversare il mare, non era, tuttavia, l’unico modo di raggiungere la Svezia. Calle Vangstrup, uno degli altri quattro attivisti che affrontano accuse penali, lavorava con i membri del suo movimento per fornire assistenza ventiquattro ore su ventiquattro alle stazioni di Rødby, Padborg e a quella centrale, tre importanti punti di incontro da dove i migranti che di solito non parlano danese o che non sono in grado di capire il sistema dei trasporti, potrebbero partire per la Svezia in treno.
“C’erano gruppi di persone che erano disponibili ad aiutare secondo la legge e quelli che volevano infrangerla (che proibisce l’assistenza durante il trasporto al di là del confine]”, ha detto Vangstrup. “Fortunatamente, gli svedesi sono più aperti in questi giorni, al contrario che durante la II Guerra mondiale quando spesso rimandavano indietro gli ebrei fatti entrare di nascosto e mettendoli di nuovo a rischio”.
Vangstrup crede che i membri dei gruppi nazisti danesi e il Partito del Popolo danese, populista, sono stati quelli avevano visto MedMenneskeSmuglerne nel notiziario e che li hanno denunciati alla polizia. “Come socialista e come essere umano penso che non dovrei godere di così tanti diritti quando i rifugiati non ne hanno nessuno”, ha detto Vangstrup.
Anche se la polizia ha compiuto indagini che hanno provocato accuse contro Vangstrup e i suoi amici attivisti, la polizia non sempre ha perpetuato quella xenofobia che caratterizza la crescente ideologia politica di destra della Danimarca.
Durante la II Guerra mondiale, migliaia di poliziotti furono arrestati dalle autorità tedesche. La polizia danese ha sviluppato la reputazione di essere inaffidabile e spesso deliberatamente trascurava gli atti di sabotaggio compiuti dai giovani danesi contro gli occupanti.
Questo tipo di umanità tra la polizia è riemersa durante il recente flusso di migranti in Danimarca. “Molte persone chiedevano alla polizia che cosa potevano fare per aiutare i rifugiati”, ha detto Line Søgaard. “La polizia non sapeva neanche in che modo consigliare le persone, e quindi alcuni guardavano dall’altra parte quando i trasportatori continuavano il loro lavoro”.
Dopo che i quattro attivisti accusati di traffico di esseri umani sono stati assolti dalle accuse, hanno parlato a una conferenza stampa, incoraggiando chi aiuta direttamente i migranti e i rifugiati, a continuare il loro lavoro.
“Non siamo neanche un gruppo estremista”,  ha detto Line Søgaard. Diciamo soltanto le stesse cose che dicono i gruppi come l’Onu [circa la crisi dei migranti]. Tuttavia c’è ancora opposizione ai nostri sforzi”. Alla fine della giornata, i cosiddetti trafficanti di esseri umani stavano proprio aiutando altre persone che avevano bisogno di un passaggio dovunque andassero.
“Tutti abbiamo diritto alla sicurezza e a un posto sicuro per noi e i nostri figli – ha continuato – Non possiamo soltanto chiudere i confini e vivere una vita confortevole”.
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Fonte: https://zcomm.org/. Originale: Waging Nonviolence. Traduzione di Maria Chiara Starace per znetitaly.org (che ringraziamo). Licenza Creative Commons  CC BY NC-SA 3.0