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lunedì 21 settembre 2026

Il turismo non vuole problemi - Antonio Cipriani

Non vi sto a raccontare la mediocrità di uno come Ed Sheeran, l’avete letta in tutte le salse. Voglio soltanto sottolineare che quelli che un tempo chiamavamo poteri forti, o lobby di potere, mentre i benpensanti si sbigottivano e avevano sempre buone ragioni per criticare l’estremismo, adesso non si vergognano più. Non agiscono, come sempre hanno fatto, nell’ombra, muovendo le fila, corrompendo e raccontando una realtà falsificata; adesso se ne vantano. Il proprietario degli stadi dei concerti di Ed Sheeran, per esempio, ha vietato l’esibizione del rapper Macklemore perché le sue canzoni ricordano il dramma palestinese, e perché canta un brano sull’uccisione criminale di Hind Rajab da parte dei militari di Idf.

Censura? È qualcosa di più. Adesso le lobby di potere desiderano che si sappia che comandano loro. Vogliono sia chiaro che i governi non sono altro che declinazioni e che detengono loro le chiavi economiche, culturali, mediatiche e politiche.

Da noi in Italia va anche peggio. La destra festeggia la possibilità di carezzare il suo elettorato reazionario con leggi repressive, con divieti di manifestazione e altre amenità poco costituzionali; i giornali di destra festeggiando hanno preso a cuore gli ordini dei padroni, qualunque essi siano, con atteggiamenti e discorsi da voltagabbana acrobatici. E poi c’è la parte democratica. E qui sono dolori, perché sulla comunicazione e sull’intrattenimento mediatico l’autocensura vige sovrana: non conviene dire qualcosa che irrita il manovratore. Basta guardarsi intorno. In un mondo che cavalca la guerra come fosse un rodeo, con americani e israeliani che imperversano negli affari, nello spionaggio, nelle questioni politiche e nel turismo, i silenzi della cultura (o quel che è) sono imbarazzanti.
Per esempio ho notato che in tutta l’estate, tra tanti festival che si sono succeduti nei paesi della mia zona, finanziati anche con soldi pubblici, cioè con i soldi nostri, la parola Gaza mi sembra non sia mai apparsa. E neanche Palestina o guerra. Strano davvero. Gli interessi dei criminali stanno portandoci al disastro planetario, ma nei festival letterari si parla d’altro. Una buona parte riproduce nelle piazze, anche a spese nostre, gli stessi stucchevoli salottini della tv. Un’altra parte dice e non dice, ma non tocca gli argomenti essenziali per capire che cosa stiamo vivendo e che cosa accadrà in futuro. Perché?
Il barbiere, col suo rasoio filosofico, ha sempre la risposta a portata di lama: il turismo non vuole pensieri. Quindi nelle zone di turismo non si può nominare Gaza, non si deve far vedere la bandiera palestinese e neanche parlare di chi cura, di chi salva le vite come Emergency e di chi porta soccorsi come Global Sumud Flotilla. I turisti americani, israeliani, o di altre provenienze, potrebbero offendersi e pensare che nei nostri territori oltre ai Cipressini e al Gladiatore con i suoi campi elisi c’è di più. Magari c’è vita oltre la plastificazione del marketing.
Amen, conclude il barbiere.

Ma noi, che sempre andiamo controcorrente, di Gaza, di Palestina, di libertà, di Resistenza, di Global Sumud Flotilla e di diritti civili e sociali e di poesia abbiamo continuato a parlare anche in estate e sulla pubblica strada. E continueremo, con la stessa tenacia con la quale difendiamo il bene comune, il diritto di tutti ad avere voce nei luoghi dell’abitare civile, e ad avere servizi pubblici efficienti e luoghi veri dove vivere bene e con coscienza.

da qui

La figlia del custode - Susan Abulhawa

 

(NdT: Mi è sembrato importante riprendere e tradurre questo articolo sull’increscioso episodio capitato a Rula Jebreal (ampiamente sfruttato anche dai giornali sionisti italiani) , scritto dalla scrittrice Susan Abulhawa, perchè è un caso di scuola di come la propaganda israeliana usa qualsiasi mezzo per screditare la voce del dissenso distogliendo l’attenzione dal genocidio in corso)

 

In difesa di Rula Jebreal

Conoscevo il padre di Rula Jebreal prima di conoscere lei. Lei e io eravamo entrambe bambine e vivevano nello stesso orfanotrofio di Gerusalemme, Dar El-Tifel, fondato da Hind al-Husseini per i bambini che Israele aveva reso senzatetto, indigenti, squattrinati o orfani nelle sue infinite guerre. Non la conoscevo bene in quegli anni (lei si trovava in un altro edificio), ma tutti noi conoscevamo suo padre.

Ammou Othman Jebreal era un imam sufi e il gentile custode della Moschea di Al-Aqsa, uno dei tre luoghi più sacri della nostra patria e della storia della Palestina: gli altri due sono la Chiesa del Santo Sepolcro e la Basilica della Natività. Ammou Othman teneva le tasche piene di dolci per i bambini che spesso lo circondavano e ogni giorno metteva cibo e acqua per gli uccelli e i gatti che vivevano nei cortili del nobile santuario. Tutte le piccole creature affamate di Al-Aqsa, alate, a quattro zampe e umane, erano sotto la sua tutela e cura. Per per tutta la mia infanzia vissuta vicino a lui e per quello che sentivo su di lui , posso testimoniare che era un uomo profondamente gentile.

Penso a lui ora, perché sua figlia viene fatta a pezzi in pubblico, e nessuno di coloro che la mettono alla gogna sembra sapere la minima cosa su chi sia o da dove venga.

 

Cosa è successo veramente

Il 4 settembre Rula — giornalista, autrice e una delle voci più implacabili nel chiedere al potere americano di rendere conto per Gaza — ha denunciato che Hakeem Jeffries deve la sua vita politica al denaro. Nel podcast di Wajahat Ali, lo ha definito una “scimmia comprata e pagata dall’AIPAC” e un “fattorino”, aggiungendo: “con tutto il rispetto — e non lo intendo in modo razzista”. Ha affermato che si riferiva alla vecchia immagine delle “tre scimmie sagge: non vedere il male, non sentire il male, non parlare male”, non a un insulto razziale.

Nel giro di poche ore — spontaneamente e senza pressioni — si è scusata senza riserve: “Sono disgustata e inorridita dal fatto che Hakeem Jeffries stia accettando denaro dall’AIPAC nel bel mezzo del genocidio di Israele in Palestina. Detto questo, il termine che ho usato per descriverlo era inappropriato e offensivo e non avrebbe mai dovuto essere usato. Mi scuso incondizionatamente”. Questa non è una persona che evita di assumersi le proprie responsabilità, e la faccenda sarebbe dovuta finire lì.

 

Un’indignazione molto conveniente

Nel giro di poche ore (il tempo necessario perché l’AIPAC potesse diffondere i punti chiave da utilizzare attraverso il Congresso e i media per utilizzare l’episodio a fini propagandistici), è stato lanciato un coro di condanna.

Persino il Congressional Black Caucus (CBC) ha rilasciato una dichiarazione, seguito da una sfilata di deputati democratici, emittenti radio televisive e personaggi noti. Sorprendentemente, sembravano tutti recitare quasi le stesse battute: non esiste un “modo non razzista” di usare quella parola, questo è razzismo, “punto e basta”. È come se stessero leggendo dallo stesso promemoria di istruzioni dell’AIPAC.

E’ certo che la parola ha in sé una storia che tutti conosciamo , e Rula intendeva usarla diversamente, come ha detto, facendo riferimento alle scimmie che “non vedono il male, non sentono il male”.

Ma i membri del Congresso, che non riescono a formulare una singola frase di cordoglio per le migliaia di bambini mutilati, bruciati vivi o colpiti dai cecchini israeliani, hanno all’unisono trovato improvvisamente e miracolosamente una immediata chiarezza riguardo a una scelta lessicale in un podcast.

 

Una parola, soppesata selettivamente

L’incredibile accanimento contro Rula Jebreal non quadra con le reazioni ad altre parole fuori luogo rivolte a funzionari o persone nere. In effetti, esiste un lungo elenco di casi simili e, in tutti quelli che ho controllato, il Black Caucus non si è mai espresso. Ecco un elenco parziale:

. L’insulto “tar baby” — un’espressione dispregiativa con una documentata storia razzista molto meno ambigua di “non vedere il male” — è stato usato nei confronti di Obama da John McCain, Mitt Romney, Michele Bachmann e dal deputato Doug Lamborn. Ognuno di loro si è scusato. Nessuno ha dovuto affrontare una dichiarazione organizzata del Black Caucus e nessuno ha perso il proprio seggio.

. Nel 2010, il leader della maggioranza al Senato Harry Reid descrisse privatamente Obama come “dalla pelle chiara” e “senza dialetto negro, a meno che non volesse usarne uno”. Obama accettò le sue scuse nel giro di un giorno e finì lì: “il fatto è chiuso”. Il Black Caucus rimase in silenzio. Reid mantenne il suo incarico di leadership.

. Nel 2007, Joe Biden definì Obama “il primo afroamericano mainstream ad essere eloquente, brillante e pulito”. Al Sharpton criticò l’affermazione; Biden si scusò. Non seguì alcuna condanna da parte del Black Caucus e, un anno dopo, Obama lo scelse come suo compagno di corsa.

Ora guardiamo alle voci di Neri che hanno un vasto seguito che hanno detto cose molto peggiori sulle persone Nere.

§  Kanye West ha dichiarato a TMZ che 400 anni di schiavitù «sono state una scelta». Nessuna dichiarazione della CBC. Nessuna condanna congressuale: solo un brutto episodio che però ha continuato a difendere davanti alle telecamere anni dopo.

§  Nei suoi primi anni, Candace Owens ha affermato che i cinque di Central Park scagionati «NON erano innocenti» e ha detto al Congresso che il nazionalismo bianco «non è una minaccia per i neri». Il Congressional Black Caucus non ha mai rilasciato una dichiarazione su di lei.

L’asimmetria attraversa anche lo schieramento politico.

§  La senatrice Kirsten Gillibrand ha accusato falsamente Zohran Mamdani, reduce dalla sua vittoria alle primarie, di «riferimenti al jihad globale». Nessun democratico ha organizzato un rimprovero.

§  Laura Loomer, consigliera e alleata di Trump, ha definito Ayanna Pressley, Ilhan Omar, Cori Bush e Angie Nixon «puttane… dei ghetti» . Non è seguita alcuna dichiarazione democratica unificata, nemmeno da parte delle colleghe della Pressley, le stesse colleghe che, sorprendentemente, hanno trovato un linguaggio unificato per Rula nel giro di poche ore.

Nessuno tra coloro che hanno trovato il tempo di condannare Rula — il Congressional Black Caucus e i rappresentanti Shontel Brown, Ayanna Pressley, Luz Rivas, Joe Neguse, Nikema Williams e Pete Aguilar, oltre a Ritchie Torres e Symone Sanders — ha mai rilasciato alcunché di paragonabile su Kanye, su Candace Owens, su Gillibrand o sull’attacco di Loomer ai loro stessi colleghi.

Non è certo la parola usata il problema. Dì qualcosa di veramente orrendo sulle persone nere — per anni e ripetutamente al Congresso — e avrai al massimo una brutta settimana. Usa una frase ambigua mentre difendi i palestinesi, scusati nel giro di poche ore e verrai distrutto. Ciò che guida questa differenza non è l’offesa della parola. È l’essere palestinese di Rula, è la lobby che non può tollerare che lei ritenga Hakeem Jeffries responsabile del genocidio perchè prende soldi dall’AIPAC. Così hanno radunato i loro lacchè, di tutte le etnie, per fare a pezzi pubblicamente una donna palestinese nera.

 

Una memoria corta

Vale la pena notare quanto possano essere comprensivi alcuni dei critici più accesi di Rula, quando la persona che necessita di perdono non è palestinese. Nel 2017, Bill Maher usò il peggior insulto razziale, non un modo di dire, ma la parola stessa, gravata da 400 anni di schiavitù e terrore. Lo disse in diretta, nel suo stesso programma.

L’ex presidente del Democratic National Committee (DNC), Donna Brazile, rispose con garbo e senza nessuna irritazione: “Bill Maher si scusa per l’uso di un insulto razziale al ‘Real Time’. Accettiamo la sua contrizione e andiamo avanti”, scrisse.

Confrontalo con la sua reazione amara e implacabile di oggi alle scuse di Rula Jebreal: “Il bigottismo in tutte le sue forme vili deve essere condannato: misoginia, omofobia, antisemitismo, xenofobia, abilismo e altro ancora. Tutte le forme di bigottismo sono radicate nell’odio e dobbiamo fermare questa follia. Meritiamo tutti di meglio.”

Metti a confronto queste due reazioni e chiediti il perché di tale disparità. Non è la gravità della parola, perché Bill Maher è effettivamente vile e ciò che ha detto era infinitamente peggio. La differenza è il potere, vale a dire da quale parte della questione di Israele si trovasse l’offensore.

 

Ciò che non dicono

Una delle cose cruciali che viene cancellata è il fatto che Rula Jebreal stessa sia nera. Suo padre, Ammou Othman Jebreal, era nato in Nigeria, parte della comunità afro-palestinese di Gerusalemme, discendente di musulmani dell’Africa occidentale e orientale che hanno fatto la guardia alle porte di Al-Aqsa fin dal dominio ottomano, e lo fanno ancora. È cresciuta nera in Palestina e ha vissuto la sua identità, completa degli attacchi razzisti anti-neri che ne derivano, quando viveva in Italia. Più in particolare, un ministro italiano si è riferito a lei con un insulto anti-nero in diretta televisiva. Lo stesso ministro ha poi paragonato una collega nera a un orangotango.

E molto prima di questa controversia, è stata lei a suonare pubblicamente l’allarme sul fatto che Israele “ha ammesso di aver sterilizzato forzatamente donne ebree etiopi israeliane… perché lo Stato non voleva troppe persone ebree nere.” Non è una persona che considera le persone nere al di sotto della sua attenzione. È una donna che ha vissuto la sua identità sia come nera che come palestinese. È rimasta ferma come donna afro-palestinese in un mondo, che ha raramente fatto spazio a una delle due metà di quell’identità, tanto meno a entrambe contemporaneamente.

Ho chiesto a Rula una foto di suo padre, ma le vecchie foto non le ha più sul telefono e mi ha mandato queste, delle sue due sorelle e nipoti, e di suo cugino Musa Qudous, scomparso due anni fa mentre sua figlia Shadin era detenuta nelle prigioni israeliane a causa di un post sui social media.

Mi rifiuto

Non pretenderò di difendere la scelta delle parole di Rula , ma la conosco abbastanza bene da sapere che non intendeva ciò che viene spacciato dalla folla pro-Israele. Ha già fatto il lavoro più difficile di ammetterlo senza riserve, senza scuse, e più velocemente di quanto questa propaganda furiosa meritasse.

Ciò che mi rifiuto di fare è lasciare che un genocidio in corso — un genocidio che ha affamato bambini, bruciato e sepolto intere famiglie vive, un genocidio che Hakeem Jeffries continua a finanziare con i suoi voti al congresso— venga ripulito in una settimana dalle polemiche sulla sua scelta di parole, mentre l’atrocità stessa scompare dalla conversazione.

Questo è il piano sionista. È sempre così, perché non hanno altra difesa se non sfruttare ogni occasione per distrarre l’opinione pubblica dalle atrocità che i sionisti stanno commettendo.

Penso ad Ammou Othman che si riempie le tasche di caramelle prima di uscire a dare da mangiare agli uccelli e ai gatti ad Al-Aqsa. Penso a come un uomo simile abbia cresciuto una figlia che si rifiuta di distogliere lo sguardo, dalla Palestina, da ciò che le è stato fatto in Italia, dall’anti-Blackness presente ovunque.

E penso a questa settimana. Il 6 settembre, a poche ore di distanza l’una dall’altra durante il cosiddetto “cessate il fuoco”, le bombe israeliane hanno colpito due volte a Gaza, mentre i genitori erano ancora fuori a raccogliere i resti dei propri figli.

Non vi farò vedere le immagini atroci dei video che stanno girando in rete dopo gli attacchi del 6 settembre. Dirò solamente che una bambina che si era vestita elegante per il suo primo giorno di scuola, appare nel filmato con il suo corpicino senza vita reso irriconoscibile dagli attacchi di missili finanziati con i soldi votati da Hakeem Jeffries.

È lì che l’attenzione del mondo sarebbe dovuta rimanere. Invece è stata reindirizzata, su input dell’AIPAC, a discutere le parole che usiamo per i demoni che perpetrano questo genocidio e i mostri a Washington che continuano a finanziarli. Una singola parola imperfetta da parte di una donna palestinese nera genererà più indignazione politica americana rispetto a una bambina palestinese assassinata lo stesso giorno, e da più di tre anni decine di migliaia di bambini sono morti come lei.

Tutti coloro che dirigono questo gioco sporco lo sanno.

Ma ciò che è più deludente sono tutte le personalità nere che mettono pubblicamente alla gogna una donna nera in modi in cui non hanno mai fatto prima in momenti simili. L’unica spiegazione per questa disparità sta nell’altra metà della sua identità, quella palestinese.

Rula Jebreal non ha bisogno di me per difendere la sua integrità. Il suo passato lo fa per lei. Ma io ho conosciuto suo padre e so da dove viene, e non starò a guardare mentre persone che non hanno mai pianto per un bambino palestinese usano il razzismo anti-nero — reale, generazionale, mai guarito — come arma per proteggere una lobby e un leader che non riesce a pronunciare la parola genocidio.

Sono loro che devono vergognarsi. Non è lei.

(Traduzione digitale ricorretta da g.l.)

da qui

domenica 20 settembre 2026

Fady Joudah, la poesia del popolo palestinese

LINGUAFRANCA-Sabir Blog collettivo di traduzione poetica


La sua poesia è dedicata "a coloro che sono stati uccisi nel loro cammino verso le tende. A coloro che sono stati uccisi nelle loro tende insieme ai gatti che ospitavano": anche Joudah stesso ha perso 120 membri della sua famiglia

 

Fady Joudah (Austin, 1971) è un poeta, traduttore e medico palestinese che vive a Houston, Texas. Per la sua capacità di colmare i divari culturali attraverso i suoi contributi letterari e le sue traduzioni di poeti palestinesi, per esempio Mahmoud Darwish, è stato riconosciuto dalla critica letteraria come un costruttore di ponti. L’esperienza del popolo palestinese è iscritta nella sua poesia. È il suo tema, non per scelta, ma per l’urgenza di dare voce a chi voce non ha e che in questo momento, davanti a un mondo inerte, è destinato a morire. Infatti, negli ultimi mesi, Joudah stesso ha perso 120 membri della sua famiglia.

La sua poesia è dedicata “a coloro che sono stati uccisi nel loro cammino verso le tende. A coloro che sono stati uccisi nelle loro tende insieme ai gatti che ospitavano”. Nella luce del genocidio del popolo palestinese a Gaza, i primi versi della sua poesia “Alberi dormienti”, scritta ormai alcuni anni fa, acquistano un valore profetico: tra quello che dovrebbe e non dovrebbe essere, in ogni momento tutto può esplodere. Infatti, è esploso.

S. G.

Sleeping trees
Between what should and what should not be
Everything is liable to explode. Many times
I was told who has no land has no sea. My father
Learned to fly in a dream. This is the story
Of a sycamore tree he used to climb
When he was young to watch the rain.

Sometimes it rained so hard it hurt. Like being
Beaten with sticks. Then the mud would run red.

My brother believed bad dreams could kill
A man in his sleep, he insisted
We wake my father from his muffled screams
On the night of the day he took us to see his village.
No longer his village he found his tree amputated.
Between one falling and the next

There’s a weightless state. There was a woman
Who loved me. Asked me how to say tree
In Arabic. I didn’t tell her. She was sad. I didn’t understand.
When she left. I saw a man in my sleep three times. A man
I knew could turn anyone into one-half reptile.
I was immune. I thought I was. I was terrified of being

The only one left. When we woke my father
He was running away from soldiers. Now
He doesn’t remember that night. He laughs
About another sleep, he raised his arms to strike a king
And tried not to stop. He flew
But mother woke him and held him for an hour,

Or half an hour, or as long as it takes a migration inward.
Maybe if I had just said it.
Shejerah, she would’ve remembered me longer. Maybe
I don’t know much about dreams
But my mother taught me the law of omen. The dead
Know about the dying and sometimes
Catch them in sleep like the sycamore tree
My father used to climb

When he was young to watch the rain stream,
And he would gently swing.
*
Alberi dormienti

Tra quello che dovrebbe e non dovrebbe essere
in ogni momento tutto può esplodere. Molte volte
ho sentito dire che chi non ha un paese non ha un mare. Mio padre
ha imparato a volare in un sogno. Questa è la storia
di un platano sul quale, da ragazzo, saliva
per guardare la pioggia.

A volte pioveva così forte che faceva male. Come essere
picchiato con un bastone. Allora, il fango diventava rosso.

Mio fratello credeva che i brutti sogni potessero
uccidere nel sonno, credeva
che noi avessimo svegliato mio padre dalle sue grida soffocate
quando ci aveva portato a conoscere il suo villaggio.
Non più il suo villaggio, aveva trovato il suo albero amputato.
Tra una caduta e l’altra

c’è sempre un attimo di sospensione. C’era una donna
che mi amava. Mi aveva chiesto come si diceva albero
in arabo, ma non le avevo risposto. Era rimasta male e io non avevo capito.
Quando se n’era andata, per tre volte, mi era apparso un uomo nel sonno.
Lo conoscevo, era capace di trasformare chiunque in un ibrido.
Non provavo nulla. Pensavo. Ero terrorizzato dall’essere

l’ultimo rimasto. Quando abbiamo svegliato mio padre
stava scappando dai soldati. Ora
non si ricorda più di quella notte. Ride, invece, di quando,
sempre nel sonno, aveva alzato le mani per picchiare un re
instancabile. Alla fine era scappato
e mia madre l’aveva svegliato, tenendolo in braccio per un ora

o una mezz’ora o per quanto tempo ci voglia perché un uomo torni in sé.
Se solo l’avessi detto.
Shejerab, e lei non mi avrebbe più dimenticato. Forse
non mi intendo di sogni.
Ma mia madre mi ha insegnato la legge dei presagi. I morti
sanno di quelli che stanno morendo e a volte vengono nel sonno
come il platano sul quale saliva mio padre da ragazzo
per guardare la pioggia, dondolandosi gentilmente.

da qui

mercoledì 9 settembre 2026

Netanyahu ricevette un avvertimento esplicito prima del 7 ottobre e non informò i vertici della sicurezza israeliana - Lavinia Marchetti

 

 

Traduzione dell’inchiesta di Haaretz 8 settembre 2026

 

Nel settembre 2023 il presidente degli Emirati Arabi Uniti Mohammed bin Zayed telefonò a Netanyahu per comunicargli un grave avvertimento. Netanyahu non fece nulla. Una vasta inchiesta, condotta per un nuovo libro, ricostruisce le responsabilità del primo ministro negli eventi che precedettero e seguirono il 7 ottobre. Netanyahu afferma che si tratta di «una menzogna assoluta».

Shlomi Eldar e Ruth Yuval

Haaretz, 8 settembre 2026, ore 6.02, ora israeliana

Erano gli ultimi giorni di settembre del 2023. Gli attentati infiammavano la Cisgiordania, masse di abitanti di Gaza protestavano regolarmente presso la barriera di confine e il paese era scosso dal conflitto interno sulle leggi del colpo di Stato giudiziario. Chiunque osservasse gli avvenimenti con lucidità poteva avvertire che un’escalation incombeva dietro ogni angolo.

Il presidente degli Emirati Arabi Uniti, lo sceicco Mohammed bin Zayed, conosciuto come MBZ, era particolarmente preoccupato. «Ne parlò spesso con me nei mesi che precedettero la guerra», racconta il presidente Isaac Herzog, che intrattiene rapporti amichevoli con bin Zayed. «Continuava a trasmettere il messaggio che occorreva disinnescare la situazione. Mandò perfino un inviato speciale in Israele, che incontrò il primo ministro. L’emiro sembrava avvertire che la regione fosse sul punto di esplodere.»

Bin Zayed parlava anche direttamente con il primo ministro Benjamin Netanyahu. Queste conversazioni seguivano una procedura abituale. Un rappresentante dell’ambasciata emiratina si recava nell’ufficio del primo ministro portando uno speciale apparecchio telefonico che garantiva la riservatezza della chiamata.

Quella volta, però, la telefonata avviata da bin Zayed fu insolita. Una settimana e mezza prima del 7 ottobre 2023, il sovrano emiratino chiamò Netanyahu dal Palazzo presidenziale di Abu Dhabi e parlò con lui per quarantacinque minuti.

Durante la conversazione bin Zayed avvertì Netanyahu che il capo di Hamas a Gaza, Yahya Sinwar, stava preparando una grande operazione contro Israele. Espresse il timore che l’evento annunciato provocasse un bagno di sangue, destabilizzasse l’intera regione e compromettesse gli Accordi di Abramo.

Tre fonti straniere di alto livello conoscono il contenuto della conversazione, la cui esistenza viene rivelata per la prima volta. La scoperta deriva da un’ampia ricerca basata su decine di fonti in Israele e nel resto del mondo, tra cui funzionari di rango molto elevato, registrazioni, documenti interni e corrispondenza. La ricerca è stata condotta per il nuovo libro degli autori di questo articolo, Ostaggi: 843 giorni di abbandono, pubblicato in ebraico da Kinneret Zmora.

Alla telefonata partecipò anche uno stretto consigliere di bin Zayed, un palestinese emigrato anni prima da Gaza ad Abu Dhabi e rimasto molto legato alla Striscia. Secondo il consigliere, il sovrano emiratino insistette con Netanyahu sulla necessità di prepararsi alla minaccia.

«L’emiro spiegò che, secondo la sua valutazione, Sinwar stava preparando un avvenimento di grande portata», racconta il consigliere. «Disse a Netanyahu che Israele doveva essere pronto. Contemporaneamente raccomandò di cercare una soluzione economica per la Striscia e di calmare la Cisgiordania, così da impedire un’escalation.»

Bin Zayed esortò Netanyahu a prendere sul serio la situazione. Con sua sorpresa, il primo ministro reagì con relativa calma. Netanyahu disse che, secondo la propria valutazione, Hamas intendeva agire in Cisgiordania e rassicurò bin Zayed sostenendo che Israele fosse preparato a qualsiasi eventualità.

Il sovrano emiratino avrebbe poi riferito la conversazione avuta con Netanyahu e l’avvertimento trasmesso anche al direttore della CIA William J. Burns. Bin Zayed raccontò a Burns la sensazione che aveva cercato di comunicare a Netanyahu, ovvero che «qualcosa sta per esplodere», aggiungendo che il primo ministro israeliano riteneva invece che l’area più instabile fosse la Cisgiordania.

«L’emiro sperava che, malgrado la risposta trattenuta, Netanyahu prendesse sul serio il messaggio e intervenisse», afferma il consigliere. Nessuno dei presenti immaginò che il primo ministro avrebbe ascoltato l’avvertimento senza informarne i capi dell’apparato di sicurezza. Il direttore dello Shin Bet, il capo del Mossad e il capo di Stato maggiore delle Forze di difesa israeliane ignoravano tutti il monito di bin Zayed.

Per comprendere da dove provenisse quell’insolito avvertimento, e perché fosse giunto proprio attraverso il presidente degli Emirati, bisogna tornare a ciò che era accaduto dietro le quinte nei mesi precedenti. Con la conoscenza e l’approvazione di Netanyahu, Israele aveva condotto colloqui con Hamas su una hudna, una tregua temporanea destinata a favorire un’intesa di lungo periodo nella Striscia.

I contatti erano iniziati segretamente nei primi mesi del 2023, mentre si insediava il governo di estrema destra di Netanyahu. Sinwar aveva affidato l’incarico a Ghazi Hamad, membro dell’ufficio politico di Hamas. Hamad parla correntemente l’ebraico e aveva partecipato ai contatti segreti per la liberazione del soldato rapito Gilad Shalit. Nello stesso periodo venne coinvolto un alto esponente di Fatah, anch’egli fluente in ebraico. Per prudenza lo chiameremo «Occhi di carbone», uno pseudonimo. Era considerato una persona affidabile e accettabile sia per Hamas sia per lo Shin Bet. Il suo compito consisteva nel trasmettere messaggi fra le parti, affinché i contatti tra Hamas e Israele non apparissero diretti.

Nella pratica, quelle conversazioni erano quasi dirette. Ghazi Hamad e Occhi di carbone sedevano nella casa di Nasser Sarraj a Gaza. Sarraj aveva ricoperto in precedenza l’incarico di vicedirettore del ministero degli Affari civili dell’Autorità palestinese. Dalla parte israeliana della linea rispondeva il funzionario dello Shin Bet responsabile degli ostaggi e dei dispersi. Poiché i disordini a Gaza potevano danneggiare anche l’Egitto, gran parte delle discussioni si basava su accordi raggiunti in precedenza tra Gerusalemme e il Cairo. «L’intero canale diretto fu però nascosto agli egiziani, per timore che si offendessero dopo essere stati esclusi», afferma un membro della squadra dello Shin Bet impegnata nella preparazione dei colloqui, «e divenne quindi un canale personale coltivato da Netanyahu».

In una prima fase i colloqui riguardarono la graduale revoca del blocco imposto a Gaza e l’aumento delle forniture di cibo e materie prime destinate alla Striscia. Venne avanzata anche una nuova proposta. Si pensava di creare zone commerciali lungo i confini della Striscia con Israele e con l’Egitto, capaci di offrire migliaia di posti di lavoro ai disoccupati di Gaza. Gli egiziani erano disposti a concedere agli abitanti della Striscia un «passaggio sicuro» verso l’aeroporto di Sharm el-Sheikh, che avrebbe aperto loro una via verso il resto del mondo. Fu inoltre proposta la fornitura di gas naturale alla Striscia dal giacimento Gaza Marine, scoperto nel 2000 al largo della costa dell’enclave. Il progetto venne chiamato «G4G», Gas for Gaza.

Nell’estate del 2023 sembrava che tutte le questioni economiche fossero state risolte. Restava sul tavolo soltanto l’argomento più delicato, la liberazione dei prigionieri israeliani e la restituzione dei corpi dei soldati trattenuti nella Striscia. In cambio del ritorno di Avera Mengistu e Hisham al-Sayed, e dei corpi di Hadar Goldin e Oron Shaul, Sinwar chiese inizialmente la liberazione di cinquecento prigionieri di Hamas. In seguito ridusse il numero a duecentocinquanta e, dopo un negoziato difficile, acconsentì alla liberazione di soli cinquanta prigionieri. Lo Shin Bet era orientato ad accettare la scarcerazione di trenta persone, tra cui venti condannati all’ergastolo scelti da una lista ritenuta accettabile per Israele, in cambio del ritorno dei quattro israeliani.

L’atmosfera era talmente ottimistica che Occhi di carbone riferiva ripetutamente che un accordo con Israele fosse più vicino che mai e che entrambe le parti considerassero le proposte «opzioni praticabili». Un funzionario di Hamas che partecipò ai tentativi di raggiungere l’intesa racconta che il mediatore tornava ogni volta entusiasta e diceva ai colleghi: «Sta succedendo».

Una fonte della sicurezza israeliana coinvolta nella preparazione dei colloqui conferma che «alla fine di agosto del 2023 Netanyahu approvò la liberazione di trenta prigionieri, tra cui venti ergastolani, che sarebbero stati scelti dallo Shin Bet». A quel punto, spiega, mancava soltanto l’approvazione del Comitato ministeriale per gli ostaggi e i dispersi, necessaria per liberare prigionieri e soprattutto persone condannate all’ergastolo.

Netanyahu, tuttavia, rinviò più volte la convocazione del comitato. Forse temeva di raggiungere un accordo con Hamas oppure la reazione dei suoi alleati estremisti nel nuovo governo. Ai rappresentanti dello Shin Bet che gestivano il canale con Hamas ripeteva di avere paura che la vicenda trapelasse sui mezzi d’informazione. «E così rimase bloccata, settimana dopo settimana», racconta la fonte.

Quando Sinwar cominciò a mostrare insofferenza per la mancanza di progressi, Ghazi Hamad e Occhi di carbone cercarono di rassicurarlo. Spiegarono che il ritardo dipendeva dal coinvolgimento di Netanyahu nella grave crisi che attraversava Israele, con l’avanzamento della riforma giudiziaria e le vaste proteste pubbliche che ne erano seguite.

Mentre lo sconvolgimento interno proseguiva, nell’asse della resistenza formato da Iran, Hamas e Hezbollah si consolidò l’idea che Israele fosse diventato molto più debole e che i diversi fronti potessero unirsi in una campagna coordinata per sconfiggerlo. Documenti interni mostrano che proprio allora alti dirigenti di Hamas accelerarono le richieste rivolte all’Iran per ottenere finanziamenti destinati all’attacco.

All’inizio di settembre 2023 Sinwar interruppe improvvisamente ogni contatto con la squadra negoziale. «Scomparve semplicemente dai nostri radar, si volatilizzò», afferma un alto funzionario dello Shin Bet. Una fonte di Hamas spiega che Sinwar aveva perso la pazienza davanti ai tempi degli israeliani.

Il canale diretto stabilito tra un funzionario dello Shin Bet e Ghazi Hamad, gestito con l’approvazione di Netanyahu, venne così interrotto. Avrebbe ripreso a funzionare pienamente un anno dopo il massacro del 7 ottobre, nel settembre 2024, quando divenne urgente sbloccare l’accordo sugli ostaggi ormai impantanato.

Nel settembre 2023, poco prima che il dado fosse tratto, Sinwar organizzò un incontro privato con Occhi di carbone. «Di’ agli israeliani che, se non faranno progressi, sto preparando per loro una sorpresa enorme», dichiarò con enfasi. Per la prima volta pronunciò una parola che avrebbe dovuto far scattare tutti gli allarmi: «Di’ loro di aspettarsi uno zilzal, un terremoto».

Occhi di carbone uscì sconvolto dalla conversazione. Decise di consultare un amico fidato, lo stesso palestinese emigrato da Gaza ad Abu Dhabi che lavorava come stretto consigliere di bin Zayed.

«Occhi di carbone era agitato», racconta il consigliere. «Aveva capito che l’operazione di cui parlava Sinwar poteva avere conseguenze sull’intero Medio Oriente, però temeva di riferire direttamente l’informazione allo Shin Bet. Temeva ancora di più che gli israeliani, se lui avesse taciuto, potessero accusarlo di collaborare con Sinwar. Aveva davvero paura per la propria vita. Decise quindi di trasmettere il messaggio a bin Zayed.»

«Che cosa significa?», chiese bin Zayed al consigliere che gli aveva riferito l’avvertimento di Sinwar.

«Se dice zilzal, intende guerra», rispose il consigliere.

«Ne sei sicuro?», domandò l’emiro.

«No, è la mia interpretazione», rispose il consigliere, «ed è anche il modo in cui l’ha compreso Occhi di carbone».

Il sovrano emiratino rifletté, incerto. Lo preoccupava la possibilità che, nel clima di tensione regionale, il semplice avvertimento sulle intenzioni di Hamas di iniziare una guerra potesse appiccare l’incendio, forse provocando un attacco preventivo israeliano. Alla fine decise: «Se non siamo sicuri, per il momento non trasmetteremo alcun avvertimento agli israeliani. Indagheremo a fondo finché avremo raggiunto la certezza».

Per comprendere la gravità della minaccia di Sinwar, venne chiesto a Occhi di carbone di incontrarlo nuovamente a Gaza. L’incontro ebbe luogo a metà settembre 2023.

«Allora?», chiese Sinwar. «Hai trasmesso il messaggio agli israeliani?»

«No», rispose il mediatore.

Sinwar fece un respiro profondo e, con una voce quieta da incutere paura, gli disse: «Trasmetti loro il messaggio che sto preparando la madre di tutte le sorprese. Un’operazione terrificante. Qualcosa di straordinario». Tornò a scandire la parola zilzal, terremoto. «Ti prego di riferire agli israeliani, parola per parola, ciò che sto dicendo», ordinò.

Occhi di carbone telefonò da Gaza al consigliere di bin Zayed e gli riferì le parole di Sinwar. «Gli chiesi tutti i particolari», ricorda il consigliere, «il tono preciso della voce e il contesto nel quale erano state pronunciate, soprattutto per quanto riguardava l’avvertimento dello zilzal. Gli suggerii di lasciare rapidamente la Striscia di Gaza e di venire a casa mia per un colloquio riservato. Alla fine dell’incontro capii che né Occhi di carbone né io avevamo interpretato male il messaggio. Sinwar intendeva entrare in guerra.»

Il consigliere informò bin Zayed della propria valutazione. Il sovrano emiratino comprese la portata della minaccia e decise che il messaggio di Sinwar doveva essere comunicato al più presto agli israeliani, ai massimi livelli.

Il 15 settembre Occhi di carbone e il consigliere trasmisero effettivamente l’avvertimento allo Shin Bet. Il direttore dell’agenzia, Ronen Bar, chiese di parlare immediatamente per telefono con il primo ministro. La chiamata venne organizzata dal segretario militare di Netanyahu, Avi Gil. Bar informò Netanyahu delle minacce di «terremoto» pronunciate da Sinwar e venne deciso di convocare una riunione con tutti gli organismi di sicurezza interessati.

«Perché Sinwar ci mandò un avvertimento?», si chiede oggi retoricamente un alto funzionario dell’intelligence. «Forse era stanco del modo in cui Israele trascinava i piedi, voleva costringerci a concludere un’intesa e aveva scarso interesse a iniziare una guerra. Oppure, come preferiamo pensare, faceva parte del suo piano del “Grande inganno” e voleva mettere alla prova il grado di preparazione dell’esercito.»

In entrambi i casi, l’apparato di sicurezza evitò di correre rischi inutili. La riunione ebbe luogo due giorni dopo, il 17 settembre, con la partecipazione del ministro della Difesa Yoav Gallant e dei rappresentanti dell’intelligence militare. Al termine venne deciso di tenere, quello stesso giorno, un incontro operativo presso l’ufficio del primo ministro. Furono invitati anche rappresentanti del Mossad e del Consiglio per la sicurezza nazionale.

Incrociando l’avvertimento con nuove informazioni di intelligence, i rappresentanti dello Shin Bet presenti alla riunione ipotizzarono che Sinwar stesse cercando di mettere le mani su Elizabeth Tsurkov, la ricercatrice israeliana che in quel periodo era stata rapita e veniva trattenuta in Iraq, per aumentare il numero di prigionieri palestinesi da ottenere attraverso uno scambio.

Il direttore dello Shin Bet precisò che si trattava soltanto di una valutazione iniziale e che l’avvertimento andava preso sul serio. Indicava, a suo giudizio, una mancanza di deterrenza da parte di Israele e mostrava che «siamo in rotta di collisione». Bar propose il metodo operativo chiamato «bomba spegni-incendio», nome in codice per un attacco improvviso e potente destinato a neutralizzare rapidamente una minaccia grave. In alternativa chiedeva almeno «energiche misure difensive» a Gaza e in Cisgiordania, anche solo in preparazione delle festività ebraiche ormai vicine. La riunione terminò senza alcuna decisione.

Vedendo che Israele non reagiva al chiaro avvertimento trasmesso allo Shin Bet, il sovrano emiratino decise di parlare personalmente con il primo ministro israeliano. Fu così che, alla fine di settembre, ebbe luogo la conversazione di quarantacinque minuti durante la quale bin Zayed avvertì esplicitamente Netanyahu delle intenzioni di Sinwar.

Nei medesimi giorni l’ufficio del primo ministro ricevette una telefonata analoga dal capo dell’intelligence egiziana, il generale Abbas Kamel. Kamel avvertì Netanyahu che Hamas stava per lanciare «qualcosa di insolito, un’operazione terrificante». La giornalista Smadar Perry, che ha pubblicato i particolari della conversazione sul quotidiano Yedioth Ahronoth, racconta che Netanyahu rispose anche a Kamel: «A Gaza conosciamo la situazione, abbiamo il controllo. Il nostro problema è la Cisgiordania ed è là che stiamo trasferendo le forze».

Il 1° ottobre, durante una discussione sulle proteste al confine di Gaza e sulle intenzioni attribuite a Hamas di compiere un attentato in Cisgiordania, il direttore dello Shin Bet raccomandò ancora una volta di colpire gli alti dirigenti di Hamas, Sinwar compreso, che «mostrava segni di arroganza». Come nelle occasioni precedenti in cui gli era stata sottoposta la proposta, Netanyahu rispose: «Preparate dei piani e li prenderò in considerazione».

«Non diceva mai di no», spiega un alto funzionario della difesa. «Era il suo modo abituale di rimandare il confronto con il problema.» Un altro alto funzionario presente ricorda che, riassumendo la discussione, il primo ministro disse: «Continuate a lavorare sulla capacità operativa, però per il momento calmate la situazione».

Durante l’intera riunione il primo ministro non fece alcun cenno alle telefonate di avvertimento che aveva ricevuto.

«Se avessimo saputo di quegli avvertimenti, forse avremmo attribuito maggior peso al primo messaggio ricevuto da Sinwar», afferma un alto funzionario dello Shin Bet. «Avrebbero potuto chiarire anche le ragioni del suo improvviso ritiro dai colloqui all’inizio di settembre. Avremmo forse messo insieme gli elementi e raggiunto una conclusione completamente diversa, capace di modificare l’intero quadro delle nostre valutazioni.»

Le radici del complesso rapporto fra Netanyahu e Sinwar risalgono a molti anni prima, alla liberazione di Sinwar da una prigione israeliana nell’ambito dell’accordo Shalit del 2011. Dopo essersi impadronito con spietatezza di tutti i centri di potere nella Striscia, Sinwar cominciò a elaborare una nuova strategia su due fronti, pensata per liberare Gaza dalla situazione in cui si trovava.

«Sin dalle prime fasi, forse già in prigione, Sinwar aveva in mente due alternative», afferma un alto funzionario dell’intelligence che all’epoca lo conosceva molto bene. «Da una parte accelerò lo sviluppo delle capacità militari di Hamas, trasformandolo in un potente esercito terrorista che affrontava ripetutamente Israele. Dall’altra si convinse che Gaza era stata duramente sconfitta in tutti i cicli di combattimenti. Malgrado tutto il suo odio verso Israele, riteneva quindi che si dovesse concedere una possibilità a una vita normale a Gaza, prima di mettere in azione l’esercito di Hamas qualora l’intesa non si fosse realizzata.»

Nel 2017 Sinwar decise di compiere un passo sorprendente. Contattò Mohammed Dahlan, suo nemico giurato, già dirigente di Fatah e oggi uomo d’affari. I due, coetanei e originari di Khan Yunis, si conoscevano dai tempi dell’università a Gaza e già allora li divideva una forte ostilità. La tensione era aumentata quando Dahlan, a capo della sicurezza preventiva dell’Autorità palestinese durante il suo governo della Striscia, aveva condotto una guerra senza quartiere contro i dirigenti di Hamas. Quando Hamas prese il potere a Gaza con la forza, Dahlan finì al primo posto nella lista delle persone da assassinare.

Sinwar riteneva ora di poter utilizzare Dahlan e i rapporti che questi aveva stabilito con il governo egiziano e con i servizi di sicurezza israeliani. Nell’estate del 2017, dopo quasi quarant’anni di distanza e inimicizia, Sinwar incontrò Dahlan nella sua casa al Cairo insieme ad altri alti esponenti di Hamas. Fra loro c’erano Mohammed Deif, capo dell’ala militare, e Moussa Abu Marzouk, membro dell’ufficio politico di Hamas.

Sinwar descrisse a Dahlan le gravi sofferenze di Gaza e gli chiese di trasmettere a Netanyahu alcuni messaggi sul suo desiderio di raggiungere un’intesa soddisfacente. I punti centrali riguardavano l’allentamento del blocco e il rilancio dell’economia di Gaza, soprattutto attraverso la creazione di posti di lavoro.

Dahlan coinvolse gli egiziani perché contribuissero alla mediazione tra Sinwar e Netanyahu. L’iniziativa creò una rete di rapporti di lavoro indiretti fra Israele e Hamas. Una parte di questi contatti sarebbe emersa retrospettivamente nel 2022, quando Meir Ben-Shabbat, già capo del Consiglio per la sicurezza nazionale, rivelò in un’intervista a Yedioth Ahronoth i negoziati condotti con Sinwar. Ben-Shabbat mostrò un biglietto che Sinwar aveva scritto in ebraico e inviato a Netanyahu nel 2018. Diceva: «Rischio calcolato».

«Fu uno dei momenti più belli del processo», raccontò Ben-Shabbat. «Compresi che Sinwar seguiva con estrema attenzione ciò che accadeva dalla parte israeliana, analizzava ogni dichiarazione dei politici, capiva i dilemmi e introduceva in essi il proprio contributo.»

Nell’agosto 2018 i contatti sfociarono in una riunione di alti funzionari israeliani, alla presenza del primo ministro. Venne presentato un piano articolato per formulare un accordo. I quattro israeliani sarebbero stati restituiti in cambio di un cessate il fuoco reciproco, dell’adesione di Israele a un’intesa e di un sostanziale allentamento del blocco su Gaza.

La fase successiva riguardava lo scambio. In cambio della liberazione dei quattro israeliani, Israele accettava di scarcerare prigionieri di Hamas, compresi alcuni arrestati durante la guerra di Gaza del 2014, l’Operazione Margine protettivo. Sarebbero rimasti esclusi i responsabili di attività terroristiche rilevanti. Il verbale conclusivo della riunione avvertiva che «rinviare un accordo per lo scambio dei prigionieri e dei dispersi, separandolo dal processo destinato a raggiungere un’intesa, potrebbe allontanare di anni la soluzione per il loro ritorno».

Gli alti funzionari della difesa conclusero che si trattava delle condizioni più favorevoli per raggiungere un accordo di scambio a costi ragionevoli per Israele. Netanyahu riassunse la discussione e si impegnò a prendere una decisione. Il tempo passò. Il primo ministro cominciò a esitare e rinviò l’approvazione del processo.

Quando invece gli organismi di sicurezza individuavano un’attività operativa eccessiva da parte di Hamas, Netanyahu rifiutava ripetutamente di autorizzare una vasta offensiva. «Era ormai una consuetudine», racconta un alto ufficiale. «Loro lanciavano razzi, noi rispondevamo, seguiva un ciclo di combattimenti, gli abitanti israeliani della zona vicina a Gaza erano esausti e si spendeva molto denaro. L’esercito volle lanciare più volte un’operazione militare ampia e approfondita a Gaza. Proprio il governo dell’uomo che prima delle elezioni aveva promesso di “essere forte contro Hamas” insisteva affinché si evitasse l’escalation e si conservasse diligentemente la “risorsa” chiamata Hamas. “Calmatevi”, ci dicevano, “lasciateci concentrare sul nord e sull’Iran”.»

Un ex maggior generale delle Forze di difesa israeliane testimonia di avere sentito «più di una volta il capo di Stato maggiore, Herzi Halevi, criticare la politica di contenimento di Netanyahu». Durante le riunioni Halevi ricorreva a un’immagine molto concreta. «È come avere un chiodo che sporge dal muro di casa e, invece di estrarlo, riunire tutti i familiari, bambini compresi, per dire loro: “Quando passate fate attenzione al chiodo”. Accettando di convivere con il chiodo, non comprendemmo che alla fine, invece di toglierlo dal muro, ci saremmo rimasti impalati.»

Poi scoppiò la pandemia di COVID-19 e i contatti fra Hamas e Israele si interruppero. Israele si concentrò sui nuovi problemi portati dalla pandemia e venne contemporaneamente trascinato in cinque elezioni consecutive. All’interno dell’asse della resistenza cominciò ad affermarsi una nuova idea strategica, secondo la quale si avvicinava il giorno in cui sarebbe stato possibile infliggere un colpo decisivo a un Israele indebolito. Sinwar continuò a investire ingenti risorse e denaro nello sviluppo della rete di tunnel a Gaza, addestrando e armando l’esercito di Hamas in vista della resa dei conti.

Passarono quasi altri tre anni prima che quel giorno arrivasse. «Quando leggerete queste nostre parole, migliaia di combattenti del jihad delle Brigate Izz al-Din al-Qassam usciranno per attaccare gli obiettivi dell’occupazione sionista criminale e bombarderanno gli avamposti del nemico, le sue concentrazioni di popolazione e i suoi nodi stradali nella zona meridionale della Palestina occupata», scrissero Sinwar e i suoi collaboratori Mohammed Deif e Marwan Issa in una lettera inviata a Hezbollah la mattina del 7 ottobre, nel tentativo di convincere il leader dell’organizzazione, Hassan Nasrallah, a partecipare all’operazione. «Supereranno la barriera di separazione per affrontare e combattere le forze di occupazione e cattureranno soldati e civili.»

Alle 6.29 del 7 ottobre arrivò lo zilzal. A mezzogiorno i social media israeliani e internazionali erano già invasi dalle immagini spaventose del massacro, con uccisioni trasmesse in diretta, incendi e distruzioni. Decine di video mostravano civili rapiti e condotti nella Striscia di Gaza.

Quando il gabinetto di sicurezza israeliano si riunì, con un certo ritardo, alle 14.45, mancava ancora una stima chiara del numero dei rapiti. «Al momento risultano ostaggi quattordici soldati e ventotto civili, mentre con decine di altre persone è stato impossibile stabilire un contatto», disse il direttore dello Shin Bet. Il ministro delle Finanze Bezalel Smotrich pretese che si ignorassero i prigionieri, sostenendo che «con una simile disposizione mentale è impossibile agire».

«Ho impartito istruzioni alle Forze di difesa israeliane. Nessun negoziato», dichiarò il ministro della Difesa Yoav Gallant. «Parleranno con noi soltanto quando saranno a terra, con la testa sott’acqua.»

In serata il mondo era ormai sommerso da notizie terribili sul rapimento di centinaia di uomini e donne, bambini e anziani. Alle 19 il primo ministro del Qatar, lo sceicco Mohammed bin Abdulrahman al-Thani, telefonò al direttore del Mossad David Barnea, con il quale aveva un rapporto amichevole. Il sovrano qatariota chiamava affettuosamente il responsabile dell’intelligence israeliana «Dedi Boy». Si erano incontrati appena una settimana prima, alla fine dello Yom Kippur. Barnea si era recato a Doha per incarico di Netanyahu, chiedendo ai qatarioti di aumentare l’assistenza finanziaria alla Striscia.

Al-Thani era agitato. «Ho appena terminato una conversazione con il capo politico di Hamas Ismail Haniyeh e con il suo vice Khalil al-Hayya, arrivato da poco a Doha», spiegò a Barnea. «Li ho minacciati esplicitamente. Se tutti gli ostaggi civili non saranno liberati subito, ordinerò personalmente la loro espulsione dal Qatar. Voglio informarti che Hamas è pronto a rilasciare adesso tutti i civili e noi siamo disposti a mediare.»

La risposta del direttore del Mossad lasciò al-Thani sconcertato. «Se vogliono liberare i civili, li liberino», rispose Barnea. «Noi non siamo disposti a parlare con Hamas.» Il leader qatariota disse ai propri collaboratori: «Questi non sono gli israeliani che conosco. Questo non è il Dedi Barnea che conosco».

I collaboratori di Barnea ammettono che, nella prima conversazione, egli sentì dal primo ministro del Qatar che Hamas era disposto a liberare i civili. Sostengono tuttavia che l’organizzazione avesse posto condizioni inaccettabili, tra cui l’arresto dell’incursione israeliana a Gaza e nuovi diritti per i fedeli sul Monte del Tempio. Il primo ministro qatariota respinge questa versione. «Il primo giorno i dirigenti di Hamas non imposero condizioni draconiane», afferma il suo consigliere, «perché la nostra minaccia era reale e loro non si trovavano affatto nella posizione di imporre condizioni».

Al-Thani insistette. Telefonò al segretario di Stato statunitense Antony Blinken. «Ascolta», gli disse, «a Gaza ci sono centinaia di ostaggi e, secondo la mia valutazione, decine di loro sono civili. Devono essere liberati subito. Ho offerto agli israeliani la nostra mediazione per concludere rapidamente un accordo che ne permetta il rilascio, però la proposta non interessa».

Blinken comunicò ad al-Thani che intendeva recarsi in Israele entro tre giorni. «Aspettiamo», cercò di rassicurarlo. «Parlerò personalmente con Netanyahu.» Al-Thani continuò a insistere. «Sai che il tempo è un fattore importante. Dobbiamo agire subito.» Blinken lo fermò: «In questo momento la situazione è complessa. Israele è ancora sotto attacco e non esiste un interlocutore. Aspetteremo tre giorni».

La mattina seguente, lontano dai colloqui diplomatici tra Israele e Doha, Rawhi Mushtaha, braccio destro di Sinwar, telefonò da Gaza a Samir Mashharawi, collaboratore di Dahlan. A nome di Sinwar gli chiese di aiutarli a trovare rapidamente un mediatore per favorire un cessate il fuoco. Per dare maggior forza alla richiesta Mushtaha aggiunse: «Il nostro amico sta ascoltando», riferendosi a Sinwar, collegato alla conversazione.

Mashharawi riferì la telefonata a Dahlan. Secondo il suo racconto, Dahlan rispose che «prima di tutto devono liberare tutti i civili, i bambini, gli anziani e i neonati. Senza questo non esiste nulla di cui discutere. Quello che hanno fatto è una follia. Non hanno superato una linea rossa, hanno superato una linea nera. Se libereranno i civili, l’opinione pubblica israeliana avrà la sensazione che esista qualcosa di cui parlare. Altrimenti, che mangino ciò che hanno cucinato».

Mashharawi trasmise il messaggio di Dahlan a Hamas. «Dammi ventiquattr’ore e ti risponderò», disse Mushtaha. Sorprendentemente richiamò dopo una sola ora. Portava un messaggio. Sinwar era pronto a liberare tutti i civili. Va precisato che, quando Sinwar parlava di civili, intendeva soltanto le persone fino ai diciotto anni e quelle con più di cinquant’anni.

«Mi disse che, nella prima fase, per loro non costituiva un problema liberare tutti i civili senza ottenere nulla in cambio», racconta Mashharawi. «Lo giuro, usò esattamente queste parole. Tutti i civili, senza nulla in cambio. Avevano una sola condizione. Volevano che introducessimo al più presto un mediatore concordato, in modo che potessero cominciare immediatamente le trattative su tutto il resto. Si sarebbe discusso della liberazione di soldati e ufficiali in cambio di prigionieri palestinesi e poi del blocco di Gaza.»

Dahlan attivò i propri contatti con lo Shin Bet e trasmise loro l’informazione. Secondo Mashharawi, «la risposta ufficiosa ricevuta da Dahlan fu che Netanyahu non voleva parlare di nulla. Voleva soltanto la guerra e l’eliminazione di Hamas». La concezione degli israeliani era questa. Prima avrebbero eliminato Hamas, poi avrebbero recuperato gli ostaggi con la forza.

Un alto funzionario della difesa ammette che almeno alcune proposte per la liberazione degli ostaggi civili raggiunsero il Mossad, lo Shin Bet e il primo ministro. Secondo lui, anche se si fosse trattato di proposte concrete, l’apparato militare impiegò ventiquattr’ore per assumere il controllo della situazione e la dirigenza politica era ancora più sconvolta. Nei primi giorni nessuno dei due livelli era in grado di discutere la questione.

«A essere sinceri», afferma l’alto funzionario, «in quella fase la questione degli ostaggi non figurava seriamente all’ordine del giorno e nessuno, né a livello militare né a livello politico, era disposto a discutere la proposta. La liberazione degli ostaggi non entrò nemmeno nell’elenco degli obiettivi di guerra formulato dal governo la notte del 7 ottobre. Sarebbe stato possibile discutere adeguatamente l’offerta e prendere una decisione? Nel merito, la risposta è sì. L’atmosfera prevalente era però quella successiva a Pearl Harbor. Avevamo appena subito un colpo brutale, eravamo nel pieno di una guerra. Chi aveva lo spazio mentale per parlare di fermare i combattimenti e cominciare subito un negoziato, anche se si trattava di salvare la vita di decine di persone il cui numero complessivo era ancora sconosciuto?»

Mashharawi racconta che il 10 ottobre Mushtaha lo chiamò di nuovo, a nome di Sinwar, per sapere se fosse arrivata una risposta israeliana alla proposta di Hamas. «Gli dissi che aspettavo ancora una risposta da Israele», ricorda Mashharawi. «Attesi altri giorni e mi rivolsi nuovamente agli israeliani, però erano del tutto indisponibili a parlare. Nel frattempo i bombardamenti su Gaza si intensificarono e divenne impossibile comunicare con Mushtaha e Sinwar.»

Blinken arrivò infine in Israele dopo sei giorni. Giovedì 12 ottobre, subito dopo il suo arrivo, incontrò Netanyahu e proseguì poi verso Doha per una riunione con il primo ministro del Qatar. «Ho sollevato con Netanyahu la questione della liberazione degli ostaggi, però non ho ricevuto una risposta chiara», disse il segretario di Stato statunitense ad al-Thani. «Netanyahu non è ancora pronto.»

Al-Thani ribadì la propria valutazione. Con il passare dei giorni e l’intensificarsi degli attacchi israeliani a Gaza, che provocavano molte vittime soprattutto fra i civili, la disponibilità di Hamas a liberare gli ostaggi poteva venir meno. Blinken promise di tentare nuovamente un colloquio con Netanyahu. Il 14 ottobre, poco dopo che il suo aereo era partito da Doha diretto a Washington, Blinken inviò ad al-Thani un messaggio. «Netanyahu è pronto ad accettare la vostra mediazione. Il direttore del Mossad arriverà presto.» Il giorno seguente, otto giorni dopo l’offerta di mediazione avanzata da al-Thani al direttore del Mossad, Barnea arrivò a Doha.

Nel frattempo, come era prevedibile, Hamas aveva alzato il prezzo. Un alto funzionario dello Shin Bet che aveva compreso la direzione degli avvenimenti ricorda di avere sostenuto, già il 18 ottobre e dopo il micidiale fuoco scatenato da Israele su Gaza nei primi giorni, che bisognava fermarsi. «Avremmo dovuto respirare, stringere i denti, farci forza e sopportare il colpo di liberare tutti i prigionieri richiesti da Hamas. Poi avremmo dovuto cogliere la prima occasione per rientrare in guerra.»

«Le prime ore e i primi giorni dopo un rapimento sono i più importanti», prosegue. «Con il trascorrere del tempo e l’intensificarsi della risposta militare, entrambe le parti tendono a irrigidirsi e il prezzo degli ostaggi sale. Dissi che anche noi dovevamo ricorrere a uno stratagemma. Quando l’idea raggiunse il primo ministro, rispose: “Nel momento in cui uno stratagemma viene scoperto, cessa di essere uno stratagemma”. E la questione finì lì.»

Segnali della disponibilità di Hamas a condurre trattative flessibili raggiunsero anche il colonnello della riserva Doron Hadar, che aveva diretto per molti anni l’unità negoziale dello Stato maggiore delle Forze di difesa israeliane. «Cominciai a ricevere messaggi e a raccogliere informazioni e altri dati. Il quadro iniziò a chiarirsi. Anche l’altra parte era sconvolta. Hamas temeva il danno internazionale causato dalle immagini di centinaia di ostaggi, di anziani, di donne impaurite e di bambini in lacrime. Avremmo potuto creare un accordo che, qualora lo avessimo voluto, ci avrebbe permesso in seguito di sostenere senza difficoltà che Hamas lo aveva violato e di lanciare un attacco.»

«Mi è chiaro, naturalmente, che la nostra parte era completamente sotto shock e, in egual misura, furiosa», continua Hadar. «Da una dirigenza ci si aspetta tuttavia la capacità di separare i processi emotivi da quelli razionali e di fermarsi un momento per valutare che cosa sia davvero giusto fare. Per esempio, concludere un accordo con questo diavolo e ucciderlo in seguito.»

A metà ottobre Hadar partecipò a una riunione nell’ufficio di Ophir Falk, consigliere di Netanyahu per la politica estera. Si discuteva l’ordine che gli obiettivi della guerra stavano assumendo. Hadar chiese di presentare la propria valutazione. «Domandai a Falk: “Dimmi, capisci che cosa sta accadendo? Possiamo riportare indietro le donne e i bambini, adesso. Si tratta di uno scambio uno a uno. Possiamo prendere l’iniziativa”.»

Falk interruppe la discussione e chiese agli altri partecipanti di uscire dalla stanza. «Continuai», ricorda Hadar, «e gli dissi: “Facciamo avanzare un accordo. Offriremo loro mille prigionieri, anche duemila se sarà necessario. Il mondo in questo momento è dalla nostra parte. Esercitiamo pressione internazionale e portiamo avanti l’accordo”.»

Falk lo fermò. «Non ci sarà alcun accordo», gli disse. «Questo è l’ISIS. Sono assassini. Non riceveranno nulla. Devi cambiare mentalità, Doron.»

«Il problema fondamentale era che Hamas cercava una “fine permanente del conflitto”, come la chiamava», conclude William J. Burns, l’ex direttore della CIA, con il suo abituale tono misurato, riassumendo il labirinto nel quale la questione degli ostaggi sarebbe rimasta intrappolata. «Netanyahu era disposto a prendere in considerazione soltanto un accordo per una “prima fase”, sostenendo di dover mantenere costantemente l’opzione di “continuare a distruggere Hamas in seguito”, secondo la sua definizione. Per noi la difficoltà era sempre la stessa. Come si poteva risolvere questa contraddizione e riportare indietro tutti?»

Il risultato fu che, quando si trattò dei propri cittadini e soldati tenuti prigionieri dal nemico, lo Stato di Israele cambiò davvero mentalità. Passarono così altri due anni di guerra prima che venisse firmato un accordo capace di riportare da Gaza gli ultimi ostaggi, vivi o morti, mentre Hamas era ancora in piedi.

L’ufficio del primo ministro ha definito l’inchiesta «una menzogna assoluta».

«Il primo ministro Netanyahu non parlò con il presidente degli Emirati Arabi Uniti nel periodo in questione e non ricevette da lui alcun avvertimento», afferma la risposta ufficiale.

L’ex direttore dello Shin Bet Ronen Bar e l’ex capo di Stato maggiore delle Forze di difesa israeliane Herzi Halevi hanno dichiarato di non essere stati informati dell’avvertimento trasmesso dal presidente degli Emirati Arabi Uniti.

Haaretz ha chiesto un commento al presidente bin Zayed, senza ricevere risposta.

Articolo originale

Shlomi Eldar e Ruth Yuval, «Revealed: Netanyahu Received an Explicit Warning Days Before Oct. 7. He Didn’t Brief Israel’s Security Chiefs», Haaretz, 8 settembre 2026.

https://www.haaretz.com/israel-news/israel-security/2026-09-08/ty-article-magazine/.highlight/netanyahu-got-an-explicit-warning-before-oct-7-he-didnt-brief-security-chiefs/000001a0-7a3b-d7d5-a9fc-7eff3d0f0000

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