giovedì 30 novembre 2023

PIENAMENTE E UFFICIALMENTE CONFERMATA LA VALIDITÀ DELLA TERAPIA APPLICATA DA DE DONNO - Valentina Bennati

  

Uno studio appena pubblicato sul New England Journal of Medicine documenta e conferma il valore terapeutico del plasma convalescente anche nelle forme più gravi di COVID-19. Medici e ricercatori del Centre Hospitalier Universitaire (CHU) di Liegi e dell’Università di Liegi hanno riscontrato che la somministrazione di plasma prelevato da donatori convalescenti dopo l’infezione da SARS-CoV-2 a pazienti affetti da distress respiratorio acuto (l’evoluzione più seria della malattia che richiede ventilazione meccanica artificiale) ne ha ridotto significativamente la mortalità.

Lo studio (randomizzato) ha coinvolto 17 Unità di Terapia Intensiva negli ospedali belgi e ha compreso un totale di 475 pazienti durante le diverse ondate di COVID-19 da settembre 2020 a marzo 2022.
Un gruppo di 237 pazienti ha ricevuto plasma convalescentementre i restanti 238 pazienti hanno ricevuto cure standardAl ventottesimo giorno i ricercatori hanno osservato una riduzione della mortalità di circa il 10%, dunque significativa, nel gruppo di pazienti che hanno ricevuto plasma convalescente entro 5 giorni dall’inizio della somministrazione della ventilazione meccanica invasiva. Nei pazienti che hanno ricevuto più rapidamente il plasma convalescente, cioè entro le prime 48 ore dopo l’inizio della ventilazione respiratoria artificiale, l’efficacia è stata osservata con ancora maggiore evidenza.

Non è il primo studio scientifico che dà ragione alla cura applicata dal medico Giuseppe De Donnoè, però, la prima volta che si scrive – tra l’altro su una delle riviste mediche più importanti al mondo – che il plasma convalescente funziona anche nei pazienti più gravi di COVID-19 già sottoposti a ventilazione respiratoria artificiale.

Dunque, si può dire che è stata pienamente e ufficialmente provata la validità della terapia applicata da De Donno, uomo mite e medico coscienzioso che ha ricevuto una serie di attacchi sconsiderati persino dopo la sua morte improvvisa e poco chiara (fu ritrovato impiccato la sera del 27 luglio 2021 e quasi tutti i media parlarono subito, molto frettolosamente, di suicidio).
Certo è che, se la sua terapia avesse ricevuto subito la giusta considerazionelui non avrebbe fatto quella fine tragica, e farmaci poco sperimentati e troppo costosi, come i vaccini anticovid e gli anticorpi monoclonali, non avrebbero avuto tutta quella visibilità e quel mercato che, invece, poi hanno avuto.

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Progetto Skye, il piano segreto usato da GKN per chiudere la fabbrica di Campi Bisenzio - Edoardo Anziano

  

Documenti interni dimostrano che la multinazionale, a differenza di quanto dichiarato pubblicamente, pensava di chiudere l’impianto fiorentino oltre un anno prima dell’annuncio. Ma lo ha sempre tenuto riservato


Non si decide di chiudere una fabbrica da un giorno all’altro. È un processo che richiede mesi, spesso anni, di pianificazione. Quando GKN Automotive, multinazionale della componentistica per automobili, comunica pubblicamente di voler chiudere il suo storico stabilimento di Chester Road a Birmingham, nell’Inghilterra centro-occidentale, è la fine di gennaio del 2021. Gli operai, oltre 500, non verranno licenziati prima di un anno, nel 2022. «La proposta prevede che GKN Automotive proceda a un’attenta chiusura del sito nell’arco di 18 mesi, per garantire una transizione ordinata e stabile delle attività e dare alle persone interessate il tempo di trovare un nuovo lavoro», si legge nel comunicato dell’azienda. «Supportare il nostro personale è la nostra prima priorità», scrivono i dirigenti, mentre gli operai tentano di opporsi scioperando.

Quello che è successo a Birmingham è parte della strategia di “spezzatino e vendita” del fondo speculativo britannico Melrose Industries Plc, che qualche anno fa ha acquistato GKN con l’intento di ridurre i costi e smembrare il gruppo, vendendo i singoli stabilimenti e distribuendo dividendi ai propri azionisti. Una strategia che ha colpito anche la fabbrica di Campi Bisenzio, in provincia di Firenze. La vendita dell’impianto toscano si è effettivamente conclusa a dicembre 2021. Rispetto al caso inglese, però, c’è una macroscopica differenza: tutti gli operai, più di 400, sono stati licenziati all’improvviso, con un messaggio di posta elettronica certificata, nell’estate del 2021. «La decisione è dolorosa. Abbiamo realizzato che nello scenario di mercato che si sta delineando non è possibile rendere l’impresa sostenibile», aveva spiegato, solo alcuni mesi dopo, l’amministratore delegato della fabbrica, Andrea Ghezzi. La decisione era stata presa a luglio, quando le proiezioni di mercato a medio termine indicavano ulteriori perdite. «La chiusura – aveva concluso Ghezzi – è stata una decisione conseguente e inevitabile». A questa ricostruzione si sono sempre opposti gli operai. Il 9 luglio 2021, giorno della chiusura, il rappresentante sindacale Dario Salvetti spiegava ai microfoni del Corriere Fiorentino che «l’azienda ha preparato tutto nei minimi dettagli, fingendo fino all’ultimo secondo e aspettando il momento più propizio per fare quello che ha fatto». Perché, appunto, una fabbrica non si chiude da un giorno all’altro. 

L'inchiesta in breve

·         Qualche anno fa il fondo speculativo Melrose ha acquistato la multinazionale di componenti per auto GKN, con l’intento di ridurre i costi e smembrare il gruppo, vendendo i singoli stabilimenti. Questa strategia, chiamata “spezzatino e vendita”, ha colpito anche la fabbrica di Campi Bisenzio, in provincia di Firenze

·         I lavoratori di GKN a Campi Bisenzio sono stati licenziati a luglio 2021, all’improvviso, con un messaggio di posta elettronica certificata. Una modalità mai vista per altri licenziamenti del gruppo. Prima della fine dell’anno, la fabbrica è stata venduta

·         Documenti interni, parte di un leak di cui IrpiMedia è venuta in possesso, dimostrano che il processo per decidere la chiusura non è stato né improvviso né improrogabile, al contrario di quanto dichiarato dall’azienda. Ci sono stati due piani – nomi in codice «Forest» e «Skye» – mai condivisi con i lavoratori

·         Il primo, Forest, aveva lo scopo di ridurre il numero di lavoratori, in diversi stabilimenti GKN. Il secondo, Skye, progettava addirittura di dismettere del tutto l’impianto fiorentino. Mentre i dirigenti valutavano la possibilità di lasciare Campi Bisenzio, continuavano a promettere ai lavoratori il loro impegno per sviluppare la fabbrica a Firenze e negavano lo scenario dei licenziamenti

·         GKN, nel settembre 2021, è stata costretta a bloccare i licenziamenti collettivi che aveva previsto, perché il Tribunale di Firenze ha ritenuto il suo comportamento «antisindacale». Nel rispondere all’esposto della FIOM, l’azienda aveva invece dichiarato al giudice di «non aver sottaciuto alcunché» ai sindacati….

·         Documenti interni, ottenuti da IrpiMedia, provano – per la prima volta – che Melrose stava valutando la chiusura di Campi Bisenzio fin da febbraio 2020, un anno e mezzo prima dell’annuncio ufficiale. Tuttavia, l’azienda ha comunicato ai dipendenti la sua decisione solo il giorno stesso, dopo aver tenuto i sindacati all’oscuro di tutto. Non c’è una spiegazione esplicita dei motivi di questa scelta, ma dai documenti emerge che, fin da prima dell’ingresso di Melrose, il management aveva pregiudizi verso i sindacati: ne temeva le azioni e li riteneva responsabili dei problemi di produzione.

·         In un vecchio documento di appunti, privo di data, si trova anche una cronistoria commentata dei rapporti sindacali nello stabilimento fiorentino, preparata per i manager internazionali. Nella prima parte si descrivono i miglioramenti nelle relazioni sindacali a partire dal 2007 (i contrasti dell’epoca erano in merito allo svolgimento dei turni). In una seconda, emergono invece le opinioni sulla leadership della «rossa» FIOM, la Federazione Impiegati Operai Metallurgici, sigla sindacale a cui aderiscono quasi tutti i lavoratori dello stabilimento toscano: è considerata «fortemente ideologica», con una linea, «a volte», «totalmente folle», nonostante spesso le rivendicazioni dei lavoratori di GKN Firenze siano in linea con quelle della FIOM in tutta Italia (per esempio in merito alle contestazioni sul Jobs Act o sul “modello Marchionne”) e rientrino a pieno titolo nella contrattazione in un Paese in cui i rapporti sindacali sono normati.

·         Per quanto presentata come improvvisa e inevitabile, la chiusura della GKN di Campi Bisenzio è l’esito di una strategia spregiudicata e di una totale mancanza di trasparenza da parte della dirigenza. I documenti trovati nel leak, che IrpiMedia ha condiviso con il settimanale Panorama, contengono infatti riferimenti a due progetti segreti, nomi in codice «Forest» e «Skye». Il primo, Forest, viene nominato in alcuni documenti per la gestione del personale e ha lo scopo di ridurre il numero di lavoratori in diversi stabilimenti GKN nel mondo. Il secondo, Skye, è menzionato come progetto «strettamente confidenziale» nelle clausole di accordi firmati dai vertici aziendali a inizio 2020, e si spinge fino a ipotizzare di chiudere completamente l’impianto di Campi Bisenzio. Lo si capisce da bozze di lavoro, memorandum interni e presentazioni PowerPoint, contenenti grafici, tabelle e linee del tempo, che IrpiMedia ha trovato nel leak

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mercoledì 29 novembre 2023

Aamiina e la ricerca di un’accoglienza: 50 km per un posto letto - Fabrizio Floris

 

Sono le 17.15 di giovedì 23 novembre quando alla fermata del pullman una donna si rivolge a Luca supplicando un aiuto.

Aamiina racconta di dormire in strada, di essere affamata e infreddolita e Luca, essendo infermiere presso un centro di salute mentale, vede subito alcuni elementi di difficoltà che gli richiamano quello che vede quotidianamente nei suoi pazienti. «Ha un deficit cognitivo, dice di avere 25 anni ma è fragile come una ragazza di 15, non può stare in strada: ha vissuto da quando aveva 5 anni fino ai 18 in una comunità, il papà è schizofrenico, ha vagato per l’Europa in cerca di condizioni migliori, ma poi dopo 7 anni è stata costretta a ritornare indietro».

Così Luca chiama un amico dei servizi sociali che gli consiglia di rivolgersi al Sermig, accoglienza femminile. Con Aamiina si recano in piazza Borgo Dora, vengono ben accolti, ma non hanno la possibilità di accogliere la ragazza: «Abbiamo messo tutte le brandine possibili, non c’è proprio lo spazio fisico».

Riprendono il pullman e si rivolgono al servizio del Comune di Torino di via Sacchi 47, ma anche li dopo una buona accoglienza non possono fare altre che dare ad Aamiina delle coperte e dirle di ripassare la mattina seguente. Luca che ormai è in giro da tre ore vista la situazione decide di pagarle la stanza di un albergo per la notte. Vanno in via Nizza e in via Galliari, ma alla reception spiegano che non possono far entrare una persona senza documenti come Aamiina.

Nel frattempo arriva l’amico che prenota una camera con airbnb confidando che sia uno di quegli alloggi dove si entra tramite codice e senza dover mostrare necessariamente i documenti al proprietario. Alle 21.30 sono tutti in via Madama Cristina; arriva la proprietaria a cui spiegano la situazione, ma anche lei spiega che può ospitare solo la persona che risulta dalla prenotazione. E’ visibilmente commossa e vorrebbe portare Aamiina a casa sua, ma è anche preoccupata perché vive da sola, quindi di comune accordo si salutano.

Sono le 22.30 e Aamiina si addormenta nella macchina dell’amico che li ha raggiunti. Altro giro di telefonate ad alberghi e dormitori, ma la risposta è sempre negativa. Spiegano da un dormitorio: «Non ci sono posti di pronta accoglienza e accesso diretto, si passa tramite i servizi che valutano le diverse situazioni, se vuole possiamo segnalare al servizio che monitora le persone in strada».

Sono le 23.30. Resta la possibilità di farla almeno dormire in macchina, oppure in una brandina in garage, ma Luca è preoccupato «Se si dovesse sentire male? Se qualcuno la vede e pensa sia un’intrusa? Altre telefonate e altre messaggi: Carlo segnala che la pronta accoglienza è possibile presso la Croce Rossa di Bussoleno e al Rifugio Massi di Oulx.

Si opta per Bussoleno e alle 24.20 sono sul posto. È tutto chiuso, il citofono non funziona e nel frattempo i telefoni sono scarichi, di fronte di vede una persona nell’ufficio che si muove, ma non sente, finché dopo mezz’ora passa un ragazzo in monopattino che ha il numero di un responsabile. Telefonano e finalmente il cancello viene aperto. Luca spiega la situazione, l’addetto della Croce Rossa rientra e dopo pochi minuti ritorna per dire ad Aamiina che per «questa notte puoi fermarti da noi, poi domani parliamo», Aamiina mezza assonnata abbraccia tutti e ringrazia. All’una sono sulla via del ritorno. Non è una favola, non c’è una morale e per Aamiina (come per tutti) domani è un altro giorno.

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La lotta di classe non è finita, la stiamo semplicemente perdendo - Roberto Comandè

Lo slogan principale con cui la politica, gli “intellettuali” e i canali d’informazione allineati all’attuale sistema di distribuzione del potere puntano con sempre più insistenza è così riassumibile: non esiste sistema migliore di quello neoliberale. Niente più che la riedizione in salsa capitalistica del motto leibniziano secondo cui staremmo vivendo nel migliore dei mondi possibili, perché voluto da Dio. Con la sostituzione Dio=Mercato.

In sostanza, chi sostiene questa posizione dichiara, più o meno esplicitamente, che nonostante la disuguaglianza paurosa, la povertà dilagante, la guerra continua, il cambiamento climatico, e così via, l’attuale assetto sociale è e resta la migliore opzione che abbiamo. Non solo, il corollario che consegue, pericoloso almeno quanto l’assioma, vuole additare chiunque provi a contestare l’assoluta superiorità del capitalismo liberale come un nemico della società, della pace e dei diritti, in combutta con oscure forze autocratiche che attendono nel buio di poter azzannare al collo i “valori occidentali”.

L’aspetto economico, e quindi più incisivo, che sta alla base di questa teoria (la Fine della Storia di Francis Fukuyama), è che dopo la caduta del Muro di Berlino la lotta di classe sarebbe finita, sfociando in un patto di non belligeranza tra Capitale e Lavoro; in assenza dell’incubo sovietico il “mercato” ha finalmente potuto dispiegarsi liberamente, generando benessere a cascata per tutte/i. La ricchezza generosamente prodotta dalla classe imprenditoriale e dal complesso lobbistico e finanziario ha migliorato le condizioni di vita generali, per cui guai a chi si azzardi a chiedere una distribuzione economica più equa e/o il mantenimento di una qualche forma di welfare state. Sempre secondo questi scellerati, oggi viviamo nella pace sociale, quindi basta con il conflitto (vedi: Salvini il precettatore), andate a lavorare – non conta quanto misera sia la paga o precario il contratto – e non vi lamentate se l’enorme maggioranza della ricchezza sia concentrata in pochissime mani; sono quelle le mani che ci trattengono dal precipizio delle autocrazie stataliste.

Ovviamente non si tratta che di pura e cristallina ideologia.

La lotta di classe non è mai finita, semmai l’hanno vinta loro (i detentori del Capitale), o comunque la stanno agevolmente vincendo; se non bastassero i decenni di inedito e pantagruelico accumulo di ricchezza da parte di pochissimi a dimostrarlo, e nemmeno la stasi degli stipendi rispetto ai profitti, o lo smantellamento progressivo di tutto l’apparato pubblico a supporto della vita di cittadini e cittadine (istruzione, sanità, trasporti, edilizia popolare ecc..), alcuni dati recentissimi possono rivelarcelo facilmente.

I dati della tabella soprariportata, elaborati dalla FABI, Federazione Autonoma Bancari Italiani, sono autoevidenti; salta all’occhio come il dato del 2022 sia ben più alto della media pre-covid, e soprattutto come la cifra del 2023 sia semplicemente spaventosa. Potremmo quasi ipotizzare che passato il 2020, quando i governi, causa pandemia, hanno dovuto dirottare molte risorse a sostegno della classe lavoratrice (per quanto comunque insufficienti), gli istituti bancari abbiano compiuto una contromossa iper-efficace in grado non solo di recuperare quanto perso tre anni fa, ma di andare ben oltre macinando quantità di denaro esorbitanti. Non si nasconde nessun genio della finanza dietro a tale successo, ma un cogitato progetto di sopraffazione economica veicolato dai governi, impiegati sostanzialmente come meri esecutori (forse hanno confuso il termine “esecutivo”) del complesso bancario e finanziario. Non è un caso che per lo stesso arco temporale l’ISTAT certifichi un margine di profitto inedito, mai registrato prima, da parte delle imprese italiane: il 44,8%, registrato a fine 2022; tanto meno è casuale che i ricchi, in Italia come nel resto del mondo, siano aumentati e, soprattutto, sia aumentata la percentuale di ricchezza da loro posseduta. L’Oxfam ha rilevato che nel nostro paese il 5% più ricco controlla una ricchezza superiore a quella dell’80% più povero.

Se passiamo dall’altro lato della barricata, quella del Lavoro, osserviamo dati ben diversi: il rapporto Outlook Ocse 2023 registra alla fine dello scorso anno una diminuzione dei salari reali del 7% rispetto al periodo pre-covid; diminuzione ulteriormente aggravata durante i primi mesi del 2023, quando ha toccato il 7,5%. Dati alla mano, dunque, anche se i salari aumentassero del 3,7% quest’anno, e del 3,5% nel 2024 (come sostiene il rapporto), di fronte all’inflazione che dovrebbe assestarsi sul 6,4% di media quest’anno e al 3%nel prossimo, l’impoverimento progressivo di chi vive dello stipendio è un fatto oggettivamente acquisito. Ancora l’ISTAT rileva come nel 2022 la condizione di povertà assoluta ha toccato più di 2,1 milioni di famiglie (8,3% del totale, rispetto al 7,7% nel 2021) e oltre 5,6 milioni di individui (9,7% rispetto al 9,1% del2021).

In poche parole: negli ultimi due anni i ricchi, le banche e le imprese hanno goduto di ritmi di crescita inediti, mentre la classe lavoratrice ha subito un taglio netto del valore effettivo del proprio reddito, e un sempre più esteso impoverimento.

E siccome repetita iuvant, bisogna ricordare ancora che non vi è né l’eccezionale capacità di im(prenditori) e finanzieri né contingenza casuale dietro questi numeri, ma un piano di battaglia studiato ed applicato alla perfezione tramite le mani della politica, da parte di un mercato che, realizzata finalmente l’apoteosi della reaganomics e del thatcherismo, ha ormai il pieno potere sulla società e sulla distribuzione della ricchezza. Generando prosperità immane e ingiustificabile unicamente per sé stesso e per chi lo controlla. Altro che trickle-down economics.

La lotta di classe è diventata una guerra e la stiamo miseramente perdendo, praticamente senza combattere.

Per questo occorre riprendere al più presto il lessico e gli strumenti del conflitto, esacerbare le contraddizioni ed evidenziare senza compromessi il disastro che il modello neoliberale sta scatenando su di noi e sul nostro futuro, sforzandosi di unificare le battaglie per il lavoro, per la giustizia ambientale, per la pace, per i diritti sociali e civili, nell’unico mezzo fino a oggi conosciuto dalle masse popolari per ottenere risultati tangibili: la lotta di classe. Ricostituendo la classe lavoratrice come vettore del cambiamento – anche turbolento e veemente – nella Storia, potremo forse anche essere in grado di concepire e realizzare un sistema diverso da quello attualmente egemonico; di cui tutto si può dire, meno che sia il migliore fra quelli possibili.


Roberto Comandè, di Treviso, laureato in Filosofia della Conoscenza presso La Sapienza di Roma; progettista formativo; del Centro Studi Nazionale “Domenico Losurdo”

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martedì 28 novembre 2023

Attila era un uomo gentile, in confronto a Netanyahu

 


articoli, video e disegni di Giorgio Agamben, Meri Calvelli, Sergio Cipolla, Massimo Cacciari, Enrico Campofreda, Chris Hedges, Ali Abunimah, Treq Hajjaj, Alison Avigayil Ramer, Ennio Cabiddu, Fabrizio D’Esposito, Orly Noy, Scott Ritter, Nicolai Lilin, Caitlin Johnstone, Remocontro, Alberto Negri, Diego Ruzzarin, Lorenzo Lamperti, Alberto Capece, Davide Malacaria, Ignacio García-Valdecasas Fernández, Francesco Masala, Tomaso Montanari, Giuseppe Imperatore, Alessandro Orsini, Gianfranco Pagliarulo, Anwar El Ghazi, Giuliano Marrucci, Alessandro Di Battista, Zerocalcare, Latuff, Patrizia Cecconi


Parlando con mio nipote – Francesco Masala

Mio nipote mi chiede di spiegare qualcosa di quello che accade a Gaza, che quello che sente in tv non lo convince.

Gli ho risposto così, ricordando il passato.

Dopo il 25 luglio del 1943 i nazisti occupavano l’Italia, ma nonostante i numerosi attacchi e attentati dei partigiani, non hanno mai pensato di distruggere delle città.

A Gaza sopravvivono (sopravvivevano?) quasi due milioni e mezzo di persone, dopo l’attentato di Hamas del 7 ottobre l’esercito israeliano ha distrutto il territorio di Gaza, ha fatto saltare in aria case, ospedali, scuole e ha interrotto l’approvvigionamento di elettricità, acqua e cibo. Come se i nazisti avessero distrutto una città popolata come Roma, o come due Milano, mandando via la gente rimasta viva da un’altra parte, a piedi, solo coi vestiti che avevano addosso, e niente più. Ma Roma e Milano sono state più fortunate. I nazisti, che erano tedeschi, erano precisi, uccidevano dieci italiani per ogni tedesco morto, gli israeliani non hanno limiti.

E nessuno dice niente, l’Italia non fa niente?, chiede mio nipote.

Dal 1948, quando l’ONU ha “creato” Israele (e la Palestina), gli Usa, il paese più potente del mondo, ha permesso che Israele violasse tutte le risoluzioni dell’ONU che pretendevano il rispetto del diritto internazionale (e la nascita della Palestina) Israele riconoscono solo la Bibbia, come fondamento del (loro) diritto a fare quello che vogliono; tutta la terra dove vivono e dovrebbero vivere i palestinesi nel loro Stato, dice Israele, è tutta terra nostra, Dio ce l’ha data, e i palestinesi se ne devono andare.

Di tutti quelli che potrebbero fare qualcosa contro questa situazione, il blocco occidentale, di cui fa parte l’Italia, sostiene Israele moralmente, materialmente, politicamente, militarmente, schifosamente.

E spiegami la storia degli ostaggi, mi chiede.

I guerriglieri palestinesi hanno preso degli ostaggi, per quello gli Israeliani stanno facendo questo massacro e distruzione. Li rivogliono indietro, li riavranno in cambio di ostaggi palestinesi che stanno nelle galere israeliane, mai con un giusto processo, come lo intendiamo noi, per un commento sui social, per il lancio di una pietra, per resistere alla violenza dei coloni israeliani che occupano le terre palestinesi, espellendo i palestinesi dalle loro case, anche loro sono ostaggi, dicono i palestinesi.

Però, dice mio nipote, a sentire la tv gli israeliani sono santi e i palestinesi diavoli.

E tu non guardarla, gli ho risposto.

 


Il silenzio di Gaza – Giorgio Agamben

In questi giorni scienziati della School of Plant Sciences dell’università di Tel Aviv hanno annunciato di aver registrato con speciali microfoni sensibili agli ultrasuoni gli urli di dolore che le piante emettono quando sono tagliate o quando mancano di acqua. A Gaza non ci sono microfoni.

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Gaza, sopravvivere davanti alla morte – Enrico Campofreda

Passare da una scodella, riempita quando si può e riscaldata alla buona, al lettino d’un ospedale con un’ampia fasciatura sulla ferita curata prima che una sequenza di bombe la spazzi via assieme a medici, infermieri e feriti, è da settimane l’orrenda realtà della Striscia di Gaza. Amplissima la documentazione mediatica, tantoché alle migliaia di vittime civili (finora quindicimila, ma la guerra continuerà ricorda inesorabile il premier israeliano Netanyahu) si sono aggiunti, giorno dopo giorno, oltre cinquanta cadaveri di giornalisti e cineoperatori. Mica tutti colpiti per sbaglio. No. Mirati e centrati, come gli ultimi della lista, Farah Omar e Rabie al-Maamari, segnalati quali corrispondenti della tivù libanese Al Mayadin vicina a Hezbollah, dunque considerati nemici giurati e fatti fuori. Pacem in terris e via, da una terra senza pace. L’accordo che sta liberando 50 ostaggi israeliani, reclusi da Hamas in qualche atrio sotterraneo che l’Israel Defence Forces in azione e distruzione non è finora riuscito a raggiungere, in cambio di 150 prigionieri palestinesi e un effimero cessate il fuoco, varrà per quattro giorni. Poi dagli F35 e dai Merkava le bombe riprenderanno a cadere su edifici e teste, sui poveri corpi martoriati di chi non sa dove stare e dove andare. E non lo sa neppure chi punisce questa gente col sanguinario trapasso, con la sospensione di un’esistenza nata grama e proseguita mortifera.

Così quel piede inerte sotto un tramezzo di cemento che pesa quintali e chi è lì ad aiutare con le nude mani non riesce a sollevare, può essere di tuo figlio o comunque d’un qualsiasi figlio di Palestina destinato a sparire. Se non è crepato alla deflagrazione, se ha resistito addirittura al crollo, morirà davanti allo sguardo disperato di soccorritori urlanti e indaffarati, ma impotenti di fronte a un’estrazione impossibile. Resa tale da chi scientemente e in barba alla coscienza decide di portare morte, fulminante o lenta, compresa quella per fame e infezioni. Piaghe bibliche orientate da chi guida il popolo eletto. Allora pensi che è giunta l’ora del sudario, meglio finire una sopravvivenza stentata. E seppure davanti all’inumana tragedia che hai sotto gli occhi non lo pensi, questo è l’esiziale orizzonte che ti senti già avvolto nel lenzuolo bianco. Presto ricominceranno. L’annunciano, fa parte di quello che chiamano accordo sottoscritto dagli stessi leader d’ogni fronte. Domani, fra quattro giorni, ti toccherà morire. Sarai un martire adagiato in una fossa comune, ricoperto di quella terra che i grandi della Terra dicono ma non vogliono pacificare. Né offrire speranza di vita a chi angosciosamente d’intorno trova solo rovine.

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La guerra di Israele agli ospedali – Chris Hedges

Israele sta portando avanti una campagna per rendere Gaza inabitabile. Questa campagna prevede la distruzione di tutti gli ospedali di Gaza. Il messaggio che Israele sta inviando è chiaro: Nessun posto è sicuro. Se rimani muori.

Israele non sta attaccando gli ospedali di Gaza perché sono “centri di comando di Hamas”. Israele sta sistematicamente e deliberatamente distruggendo le infrastrutture mediche di Gaza come parte di una campagna di terra bruciata per rendere Gaza inabitabile e intensificare la crisi umanitaria. Intende costringere 2,3 milioni di palestinesi a oltrepassare il confine con l’Egitto da dove non torneranno mai più.

Israele ha distrutto e quasi svuotato l’Ospedale Al Shifa di Gaza City. Il prossimo è l’Ospedale Indonesiano di Beit Lahia. Israele sta schierando carri armati e mezzi corazzati attorno all’ospedale e ha sparato colpi contro l’edificio, uccidendo dodici persone.

Il copione è familiare. Israele lancia volantini sopra un ospedale avvisando di andarsene perché l’ospedale è una base per “attività terroristiche di Hamas”. Carri armati e proiettili di artiglieria abbattono parti delle mura dell’ospedale. Le ambulanze vengono fatte saltare in aria dai missili israeliani. L’elettricità e l’acqua vengono interrotte. Le forniture mediche bloccate. Non ci sono antidolorifici, antibiotici e ossigeno. I bambini più vulnerabili, i nati prematuri nelle incubatrici e quelli gravemente malati, muoiono. I soldati israeliani fanno irruzione nell’ospedale e costringono tutti a uscire sotto la minaccia delle armi.

Questo è quello che è successo all’Ospedale Al Shifa. Questo è quello che è successo all’Ospedale Pediatrico Al Rantisi. Questo è quello che è successo nel principale ospedale psichiatrico di Gaza. Questo è quello che è successo all’Ospedale Nasser. Questo è quello che è successo negli altri ospedali che Israele ha distrutto. E questo è ciò che accadrà nei pochi ospedali rimasti.

Israele ha colpito 21 dei 35 ospedali di Gaza, compreso l’unico ospedale oncologico di Gaza. Gli ospedali ancora operativi presentano gravi carenze di medicinali e forniture di base. Uno dopo l’altro gli ospedali vengono saccheggiati. Presto non ci saranno più strutture sanitarie. Questo è stato pianificato.

Decine di migliaia di palestinesi terrorizzati, costretti ad evacuare da Israele, con le loro case ridotte in macerie, cercano rifugio dagli incessanti bombardamenti accampandosi dentro e intorno agli ospedali di Gaza. Sperano che i centri medici non vengano presi di mira da Israele. Se Israele rispettasse le Convenzioni di Ginevra, avrebbero ragione. Ma Israele non sta portando avanti una guerra. Sta compiendo un Genocidio. E in un Genocidio, una popolazione, e tutto ciò che ne permette la sopravvivenza, viene annientato.

In un segnale inquietante che Israele si scaglierà contro i palestinesi in Cisgiordania una volta che avrà finito di radere al suolo Gaza, veicoli blindati hanno circondato almeno quattro ospedali della Cisgiordania. L’Ospedale Ibn Sina è stato saccheggiato dai soldati israeliani insieme all’ospedale di Gerusalemme Est.

Lo Stato coloniale israeliano è stato fondato sulla menzogna. È sostenuto dalla menzogna. E ora, mentre è cupamente determinato a compiere il peggior massacro e Pulizia Etnica di palestinesi dai tempi della Nakba, o “Catastrofe”, del 1948, che vide 750.000 palestinesi sottoposti a Pulizia Etnica e circa 50 massacri da parte delle milizie sioniste, sputa fuori una grottesca assurdità dopo l’altra. Parla dei palestinesi come di una massa disumanizzata. Non ci sono madri, padri, figli, insegnanti, medici, avvocati, cuochi, poeti, tassisti o negozianti. I palestinesi, nel lessico israeliano, rappresentano un virus che deve essere debellato.

Coloro che intraprendono progetti di sterminio di massa mentono per evitare di demoralizzare la propria popolazione, indurre le vittime a credere che non saranno tutte sterminate e impedire alle forze esterne di intervenire. I nazisti sostenevano che gli ebrei caricati sui treni e inviati nei campi di sterminio erano impegnati in attività lavorative e avevano buone cure mediche e cibo adeguato. Per quanto riguarda gli infermi e gli anziani, sono stati curati nei centri di riposo. I nazisti crearono persino un finto campo per il “reinsediamento” degli ebrei “in Oriente”, Theresienstadt, dove organismi internazionali come la Croce Rossa potevano vedere quanto umanamente venivano trattati gli ebrei, anche se milioni venivano sterminati.

Almeno 664.000 e forse fino a 1,2 milioni di armeni furono massacrati o morirono per esposizione, malattie e fame durante il Genocidio compiuto dall’Impero Ottomano dalla primavera del 1915 all’autunno del 1916. Il Genocidio armeno fu pubblico quanto il Genocidio a Gaza. Le missioni consolari europee e statunitensi hanno fornito resoconti dettagliati della campagna per ripulire la moderna Turchia dagli armeni.

Il governo ottomano, nel tentativo di nascondere il Genocidio, proibì agli stranieri di scattare fotografie dei profughi armeni o dei cadaveri lungo le strade. Anche Israele ha impedito alla stampa straniera di entrare a Gaza, autorizzando solo una manciata di visite brevi e attentamente organizzate dall’esercito israeliano. Israele interrompe periodicamente i servizi internet e telefonici. Almeno 43 giornalisti e operatori dei media palestinesi sono stati uccisi da Israele dall’incursione di Hamas in Israele il 7 ottobre, molti senza dubbio presi di mira dalle forze israeliane.

Gli armeni, come i palestinesi, sono stati costretti a lasciare le loro case, uccisi a colpi d’arma da fuoco e privati ​​di cibo e acqua. I deportati armeni furono inviati in marce della morte nel deserto siriano dove decine di migliaia furono fucilati o morirono di fame, colera, malaria, dissenteria e influenza. Israele sta costringendo 1,1 milioni di palestinesi a rifugiarsi nella punta meridionale di Gaza, bombardandoli mentre fuggono. Questi profughi, come gli armeni, mancano di cibo, acqua, carburante e servizi igienico-sanitari. Anche loro presto soccomberanno alle epidemie di malattie infettive.

Talat Pasha, il leader de facto dell’Impero Ottomano, rivolgendosi all’ambasciatore degli Stati Uniti, Henry Morgenthau Sr., con parole che replicano la posizione di Israele, il 2 agosto 1915, disse: “La politica armena è assolutamente determinata e nulla può cambiarla. Non avremo gli armeni da nessuna parte in Anatolia. Possono vivere nel deserto, ma da nessun’altra parte”.

Quanto più a lungo continua il Genocidio, tanto più assurde diventano le bugie.

Ci sono grandi bugie israeliane: L’annientamento di Gaza e l’uccisione sistematica di migliaia di palestinesi, insiste Israele, è uno sforzo mirato a sbarazzarsi di Hamas piuttosto che una campagna per ridurre Gaza a un cumulo di macerie, compiere uccisioni di massa e pulire etnicamente i palestinesi.

Ci sono piccole bugie israeliane: Quaranta bambini decapitati. L’Ospedale Al Shifa è un “centro di comando di Hamas”. Un calendario in arabo sul muro di un ospedale, secondo il Portavoce dell’IDF, il Contrammiraglio Daniel Hagari, è “un elenco di guardiani, dove ogni terrorista scrive il suo nome e ogni terrorista ha il proprio turno di guardia alle persone che erano qui”. Un attore israeliano vestito da infermiere e parlando arabo con un forte accento afferma di essere un medico palestinese e di aver visto Hamas usare i civili come scudi umani. Dice che i membri di Hamas “hanno attaccato l’Ospedale Al Shifa” e hanno rubato “carburante e medicine”. I militanti palestinesi, e non i carri armati israeliani, secondo Israele, sono responsabili del bombardamento dell’Ospedale Al Shifa. Israele ha colpito un’auto piena di “terroristi” nel Sud del Libano, “terroristi” che si sono rivelati essere tre ragazze, la loro madre e la loro nonna. L’esplosione all’Ospedale Al Ahli è stata il risultato di un razzo vagante lanciato dai palestinesi, un’affermazione messa in dubbio dal New York Times quando ha screditato il video sulla base dell’analisi della sua data e ora. Israele ha affermato di “aver risposto alla richiesta del direttore dell’Ospedale Al Shifa di consentire ai cittadini di Gaza che si trovavano ricoverati nell’ospedale e che desiderano evacuare dall’ospedale verso il passaggio umanitario nella Striscia di Gaza attraverso un corridoio sicuro”, ha dichiarato Mohammed Zaqout, direttore generale degli ospedali di Gaza, ha detto che era “falso”, aggiungendo che “sono stati costretti ad andarsene sotto la minaccia delle armi”. Il Tenente Colonnello israeliano Jonathan Conricus, in un video confutato dalla BBC, mostra agli spettatori una misera scorta di armi automatiche in un video promozionale che aumentano magicamente una volta che i giornalisti stranieri arrivano per una visita guidata. L’IDF lo ha successivamente cancellato.

Le bugie verranno scritte nei libri di scuola israeliani. Le bugie verranno ripetute da politici, storici e giornalisti israeliani. Le bugie verranno raccontate dalla televisione israeliana e nei film e nei libri israeliani. Gli israeliani sono vittime eterne. I palestinesi sono il male assoluto. Non c’è stato alcun Genocidio. La Turchia, un secolo dopo, nega ancora quello che è successo agli armeni.

In tempo di guerra le persone credono a quello che vogliono credere. Le bugie soddisfano la fame dell’opinione pubblica israeliana che vede il conflitto come una lotta tra “i figli della luce e i figli delle tenebre”. Le bugie sono uno scudo contro la responsabilità, perché se Israele rifiuta di riconoscere la realtà, non è costretto a rispondere della realtà. Le bugie creano dissonanza cognitiva, dove i fatti diventano finzione e la finzione diventa verità. Le bugie rendono impossibile qualsiasi discussione sul Genocidio o sulla riconciliazione.

Israele, con il sostegno dell’amministrazione Biden, continuerà a spegnere tutti i sistemi che sostengono la vita a Gaza. Ospedali. Scuole. Centrali elettriche. Impianti di trattamento dell’acqua. Fabbriche. Fattorie. Condomini. Case. Allora Israele fingerà, come gli assassini dei Genocidi del passato, che tutto ciò non sia mai accaduto.

Le menzogne usate da Israele per assolversi dalle proprie responsabilità divoreranno la società israeliana. Ne corroderanno la vita morale, religiosa, civica, intellettuale e politica. Le menzogne eleveranno i Criminali di Guerra allo status di eroi e demonizzeranno coloro che hanno una coscienza. Il Genocidio di Israele, come lo sterminio di massa del 1965 in Indonesia, sarà mitizzato, una battaglia epica contro le forze del male e della barbarie, proprio come abbiamo mitizzato il Genocidio dei nativi americani e trasformato i nostri coloni e le unità di cavalleria assassine in eroi. Gli assassini della guerra indonesiana contro il comunismo vengono acclamati nelle manifestazioni come salvatori. Vengono intervistati sulle “eroiche” battaglie combattute quasi sessant’anni fa. Israele farà lo stesso. Stravolgerà i fatti. Celebrerà i suoi crimini. Trasformerà il male in bene. Esisterà all’interno di un mito autocostruito. La verità, come in tutti i dispotismi, sarà bandita. Israele, un mostro per i palestinesi, sarà un mostro per se stesso.

Traduzione: Beniamino Rocchetto – Invictapalestina.org

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IL TERRORE DI ESSERE UNA DONNA INCINTA A GAZA

5.500 donne a Gaza partoriranno in una corsa contro la nascita.

 CESAREO SENZA ANESTESIA

A causa della carenza di forniture mediche, le donne palestinesi incinte sono costrette a guardare il loro ventre aperto e a sentire ogni momento dell’intervento. Sentono e vedono ogni oggetto tagliente che taglia i loro corpi. Molte di queste operazioni vengono eseguite alla luce dei cellulari, mentre gli ospedali tremano a causa dei pesanti bombardamenti israeliani.
*Molte delle donne che partoriscono senza anestesia soffrono già per amputazioni di parti del corpo a causa dei bombardamenti e per molte altre orribili ferite che sono insopportabili. I medici possono fornire loro solo spessi panni da mordere, questo è l’unico metodo disponibile per alleviare il dolore. È difficile comprendere la tortura che stanno subendo.
*Molte delle donne incinte salvate da sotto le macerie riportano ferite mortali alla placenta, che causano la morte immediata del bambino o della madre e, in molti casi, di entrambi.

 NASCITA PREMATURA

Il parto non rappresenta la fine dell’emergenza. Molti bambini di Gaza, al momento, nascono prima che siano completate le 37 settimane di gravidanza, il che li rende urgentemente e costantemente bisognosi di incubatrici. A causa del blackout elettrico negli ospedali, molti di questi bambini corrono un imminente pericolo di morte.

 IL DOPO

Le donne che riescono a raggiungere un centro sanitario vengono rimandate a casa “tre ore dopo il parto” per fare spazio ad altre donne o ai feriti. Senza cibo, acqua pulita, elettricità o carburante per mantenere in funzione incubatrici e unità di terapia intensiva, e con un sistema sanitario “malconcio e sull’orlo del collasso. E non sono solo le donne in procinto di partorire a essere a rischio, molte donne incinte hanno avuto aborti a causa della situazione che divora.

Testo di @adnan.barq
Dipinto di Malak Mattar

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