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martedì 5 agosto 2025

Elena Basile e Matteo Saudino sul nongenocidio di Liliana Segre

 

Genocidio e doppi standard: una riflessione sulle parole di Liliana Segre - Elena Basile

Il pensiero di Liliana Segre, esternato ripetutamente sulla stampa più letta, appare attualmente in minoranza. Non era così quando, dopo 10.000 morti, mi vidi accusata dall’intero arco costituzionale, nonché dallo spazio mediatico, per aver avuto l’ardire di rivolgermi alla Senatrice per condividere una riflessione sull’esistenza di una medesima mentalità — riassumibile nella disumanizzazione del nemico — che accomuna i nazisti di un tempo agli israeliani di oggi.

Mi rivolsi alla Senatrice in quanto la consideravo l’esponente più influente della comunità ebraica. L’avevo ammirata per il coraggio e l’indignazione morale espressi nella denuncia dei crimini nazisti che ella stessa aveva patito.

Sono stata così ingenua da pensare che la Senatrice avrebbe potuto, insieme al movimento di protesta contro il genocidio, levare la sua voce e condannare Israele.

L’intervista che avevo letto su la Repubblica, credo, nella quale la Senatrice — pilotata forse male dal suo intervistatore — esordiva affermando di non riuscire a dormire pensando ai bambini israeliani sterminati dall’attacco terroristico del 7 ottobre, per poi aggiungere, alla fine, che era spiacente per la morte di tutti i bambini di ogni religione e nazionalità, mi colpì sgradevolmente. Mi spinse a pubblicare un video sui social media in cui mi appellavo a Liliana Segre per fare chiarezza.

Non avendo ritrovato l’intervista, aggredita persino da coloro che reputavo amici, decisi di scusarmi. Lo feci in buona fede, pensando di essere stata vittima di un’allucinazione.

Naturalmente, le mie scuse furono interpretate malignamente e subii un linciaggio mediatico: si sostenne che mi ero scusata per paura delle querele della Segre. Così, del resto, si può leggere su Wikipedia in inglese (non quello italiano), che mi fa l’onore di uno spazio, elencando i miei incarichi diplomatici e la mia attività di scrittrice ed editorialista.

Malgrado le due querele, civile e penale, per diffamazione con l’aggravante della discriminazione razziale, stiano andando avanti, ho continuato, per dimostrare che non mi lascio intimidire né silenziare, a confutare in diverse occasioni il pensiero della Senatrice — non, e dico non, perché abbia qualcosa di personale contro la donna Liliana Segre, e certamente non contro l’ebrea, che rispetto e ammiro per la sua instancabile opera di testimonianza contro i crimini nazisti — ma in quanto considero le sue dichiarazioni sul conflitto israelo-palestinese pericolose e fuorvianti.

Purtroppo, nell’ideologia della Senatrice rintraccio quel pensiero binario, quei doppi standard che mi avevano colpito fin dall’inizio e che avevo denunciato, attirandomi le violente critiche di tutto lo spazio politico-mediatico.

L’opposizione all’uso della parola “genocidio” per indicare quanto sta avvenendo a Gaza, a mio avviso, è indicativa di una distinzione tra il popolo ebraico — che merita il riconoscimento di avere patito lo sterminio — e tutti gli altri popoli. Insomma, da una parte c’è il popolo eletto, dall’altra tutte le altre vittime. È una logica terribile, non lontana, per certi aspetti, da quella incarnata dalla Germania, la cui propaganda faceva credere ai tedeschi di essere migliori degli altri.

La CIG, organo giudiziario principale dell’ONU, ha chiesto a Israele di prendere misure concrete per evitare il genocidio, considerandolo quindi plausibile. È stata adita dal Sudafrica, che nel 2024 ha rivolto questa terribile accusa a Israele.

La Corte Penale Internazionale (CPI), di cui fanno parte molti Paesi europei — Italia in primis — ha emesso un mandato di arresto contro il Primo Ministro Netanyahu e il Ministro della Difesa Gallant per crimini di guerra e contro l’umanità, non eseguito (né eseguibile) da Washington e da vari Paesi europei, tra cui Italia e Ungheria.

Se Israele venisse considerato uno “Stato genocida” dalla comunità internazionale, scatterebbero misure di isolamento e sanzioni in grado di colpire duramente Tel Aviv e indurre forse il governo terrorista a cessare la sua attività criminale.

La Senatrice giustifica la sua opposizione al termine “genocidio” affermando che questa accusa rivolta a Israele è piena di odio ed è vendicativa. Essa sarebbe antisemita.

L’antisemitismo, un’accusa infamante, è oggi rivolta ai critici di Israele, a coloro che odiano i crimini contro un popolo inerme. È una menzogna, che serve a proteggere l’impunità dello Stato terrorista israeliano.

L’antisemitismo si è manifestato storicamente con la persecuzione della minoranza ebraica, della diaspora: una minoranza nei vari Paesi europei, discriminata, uccisa, torturata per i suoi usi e costumi, per la religione, per l’etnia, addirittura per i tratti somatici. È durato secoli.

Dopo l’Olocausto, con il riconoscimento pieno delle comunità ebraiche e dei crimini perpetrati, la nascita dello Stato di Israele — alleato dell’Occidente — ha, a mio avviso, quasi del tutto cancellato un fenomeno che aveva radici storiche e caratteristiche proprie.

L’odio odierno per Israele è odio politico, è indignazione nei confronti di uno Stato terrorista, per i suoi crimini, per la sua illegalità, per il totale disprezzo mostrato verso il diritto internazionale e verso le sue vittime.

Il rancore politico per il governo israeliano, sbagliando, viene trasferito ai suoi sostenitori, ebrei e non. L’accusa agli ebrei della diaspora di proteggere Israele sfocia in un odio politico che nulla ha a che vedere con la discriminazione razziale.

Sarebbe pertanto importante che le comunità ebraiche prendessero tutte le distanze da Netanyahu ma anche dai crimini passati di Israele, dalla sua illegalità iniziata nel 1967, dalle spedizioni e punizioni collettive della popolazione di Gaza, dalle forme di apartheid instaurate in Cisgiordania — esattamente come i tedeschi hanno rinnegato i loro passati leader nazisti.

Hamas è una creazione occidentale e israeliana. La CIA e Netanyahu hanno utilizzato il Qatar al fine di finanziare Hamas, in modo da erodere il potere dell’Autorità Palestinese. Hamas, eletto nel 2006, fece non poche aperture verso il riconoscimento di Israele.

L’Occidente, spinto da Israele e dagli Stati Uniti, non volle mai iniziare un dialogo politico, né riconoscere una organizzazione democraticamente eletta dai Palestinesi, né avviare quel processo virtuoso che negli anni Novanta trasformò l’OLP — organizzazione allora armata e responsabile di attacchi terroristici — in una entità politica con cui affrontare il conflitto nel quadro del processo di Oslo.

Spiace notare che, accanto alla Segre, alcuni amici parlino del ritiro di Sharon da Gaza nel 2005 come di un’occasione persa per i Palestinesi, che invece di esserne felici elessero Hamas.

La Segre, e i tanti analisti che diffondono queste tesi false, non rivelano come, immediatamente dopo, venne instaurato l’illegale blocco economico di Gaza e si procedette alla violazione delle più elementari libertà individuali palestinesi.

Fa tristezza pensare che la Segre e alcuni amici continuino a chiamare il 7 ottobre “pogrom”, espressione utilizzata per stigmatizzare le esplosioni di odio razziale contro le comunità ebraiche. Come ho cercato di chiarire più volte, Hamas è riconosciuta dal diritto onusiano come un’organizzazione con un braccio politico e uno armato, per la liberazione di un popolo sotto occupazione illegale e criminale.

Se Hamas uccide i soldati israeliani che mantengono il blocco e l’occupazione di Gaza, condannata da tante risoluzioni ONU, agisce in linea con il diritto internazionale, a protezione di un popolo oppresso.

Se Hamas, fuori da Gaza, uccide civili israeliani, compie atti di terrorismo. Questi non sono atti antisemiti, ma atti terroristici contro una potenza occupante, considerata nemica. Gli Ucraini colpiscono civili russi per le stesse identiche ragioni.

L’odio per Israele, per i suoi sostenitori, ebrei e non, è politico e ideologico: non è razziale né antisemita.

Se i tedeschi non avessero chiesto perdono per i crimini nazisti, ma avessero cercato di giustificarli, sarebbero stati disprezzati — non in quanto ariani, ma per l’indulgenza verso crimini inenarrabili.

Mi ripeto, ma credo sia importante fare chiarezza in una confusione che semina il male. Essa non giova a nessuno: non alla diaspora ebraica, né a Israele, né all’Occidente.

La nostra civiltà giudaico-cristiana sta perdendo l’anima. Israele si sta autodistruggendo, come gli Stati Uniti di Biden e Trump, come l’Italia, governata da una Presidente che rivendica di essere cristiana e donna, ma applica doppi standard brutali e non condanna né sanziona Israele.

Il Presidente Mattarella non è da meno. Le sue affermazioni ingiuriose contro la Russia, di cui ha offeso la memoria dei 27 milioni di caduti nella guerra contro la Germania nazista, sono state accompagnate dai balbettamenti nei confronti di Israele.

Appare tragicomico che Mattarella, dopo 60.000 civili morti, riconosca solo ora una “ostinazione a uccidere a Gaza”.

Nelle sue dichiarazioni si è immediatamente soffermato sull’antisemitismo: uno strumento, ormai, utile solo a silenziare le critiche e assicurare l’impunità di uno Stato terrorista.

I nostri valori costituzionali sono allora rinnegati, la nostra Costituzione tradita.

Pensate ai padri costituenti che si rivoltano nella tomba, mentre assistono alla complicità dell’Italia con un genocidio che avviene accanto a noi, nel Mediterraneo, grazie alla nostra cooperazione politica, militare ed economica.

Francesca Albanese, esperta giuridica dell’ONU che svolge in modo egregio il suo lavoro, è stata sanzionata da una potenza straniera. Non ha diritto alla protezione del Presidente della Repubblica né del Primo Ministro italiano.

Ex detenuti statunitensi, autori di omicidi, di cui si chiede giustamente l’estradizione, sono invece accolti dalla Meloni in pompa magna all’aeroporto.

Un mondo surreale, orwelliano, che non dobbiamo stancarci di denunciare.

Tornando alla Senatrice Segre: non capisco dove sia finita la forza morale che l’ha portata a stigmatizzare, con atroci dettagli, la crudeltà nazista. Non mi sembra che stia facendo lo stesso con le crudeltà israeliane, che esistevano anche prima del 7 ottobre.

Purtroppo, la tendenza a difendere l’esclusività del Giorno della Memoria, riferito solo alle vittime dell’Olocausto, senza comprenderne il significato più profondo — la difesa di tutti i popoli e di tutte le vittime della violenza di Stato — è indicativa di doppi standard inaccettabili.

Il desiderio di proteggere a qualsiasi costo lo Stato terrorista Israele dall’accusa di genocidio rivela una intenzione discriminatoria nel giudizio dei fatti storici.

La Senatrice condanna Netanyahu, affermando tuttavia di saper distinguere tra un governo democraticamente eletto, quello israeliano, e una organizzazione terroristica come Hamas. A parte il fatto che Hamas è stata anch’essa eletta, la dichiarazione della Segre è sintomo di un pensiero binario, incapace di comprendere che maggiori sono le responsabilità di uno Stato rispetto a quelle di un’organizzazione terroristica, che — dopo decenni di abusi e mancanza di canali politici — si è ribellata brutalmente all’oppressore.

Rimpiangiamo Craxi, Andreotti, Barak: in grado di dichiarare che, se fossero nati in un campo profughi palestinese, sarebbero stati terroristi.

Che sensibilità, che cultura, che senso obiettivo della storia — rispetto alle affabulazioni razziste e al suprematismo bianco oggi in voga!

Oggi si considerano i terroristi di Hamas dei subumani, Untermenschen, proprio come tutti i palestinesi, colpevoli di averli eletti o di simpatizzare per loro.

Si finge di non sapere che il terrorismo nasce sempre dove cresce l’oppressione e manca ogni dialogo politico.

I carbonari, che portiamo ad esempio nelle scuole elementari, erano terroristi.

Menachem Begin era un terrorista, poi divenuto Primo Ministro israeliano. La nascita dello Stato di Israele è stata accompagnata dal terrorismo ebraico.

Come ho detto in un video, e vorrei che fossimo tutti d’accordo — la Segre inclusa — non esistono popoli eletti, non esistono potenze eccezionali o indispensabili.

Esiste l’umanità, con i suoi diritti e la sua lotta perpetua contro la barbarie.

da qui


mercoledì 7 maggio 2025

Che la Corte Penale Internazionale e l'ONU fermino i terroristi e genocidari israeliani!

 




Elena Basile: nuova lettera a Liliana Segre

Sento il dovere di oppormi ad alcuni argomenti utilizzati da Liliana Segre nell’intervista pubblicata dal Corriere della Sera il 5 maggio 2025. La Senatrice rappresenta una delle voci più autorevoli e lucide della comunità ebraica, una sorta di icona, nel bene come nel male, di un certo potere italiano. Appare essenziale confutare alcune tesi da lei sostenute, proprio in quanto in grado di influenzare l’opinione pubblica, seminando una confusione che potrebbe essere nociva al dibattito democratico.

Spero che la Senatrice non me ne voglia e non mi denunci nuovamente per antisemitismo. Io la leggo con attenzione e rispetto. Mi domando se Liliana Segre faccia lo stesso con i miei scritti e quelli di tanti altri, a cominciare da Moni Ovadia e Raniero La Valle, che esprimono una critica senza indulgenze alle politiche di Israele e non solo al Governo di Netanyahu.

Ecco, in sintesi, le mie obiezioni a una certa retorica che traspare dalle risposte assertive della Senatrice.

  1. Si afferma, in un inciso, di non voler confondere un governo democraticamente eletto, quello di Netanyahu, con un movimento terroristico, Hamas.

In effetti, Hamas è stato anch’esso eletto democraticamente a Gaza nel 2007 e aveva fatto non poche aperture sul riconoscimento di Israele, che vennero rimandate al mittente. Con Hamas non è mai stato intavolato un dialogo che avrebbe potuto stabilire un circolo virtuoso, come avvenuto con l’OLP, organizzazione terroristica che ha poi scelto la via politica. Dispiace, inoltre, che la Senatrice non abbia ricordato come Hamas sia stato finanziato dal Qatar con la complicità della CIA e di Israele, al fine di ostacolare la crescita politica dell’Autorità Palestinese, e che le Nazioni Unite stabiliscano che un movimento di liberazione di un popolo dall’occupazione illegale di uno Stato straniero non sia considerato terrorista. In altre parole, quando Hamas uccide i soldati israeliani non è un movimento terrorista, ma lo diventa quando uccide i civili.

Infine, un governo democraticamente eletto ha responsabilità maggiori rispetto a un movimento terroristico, ed è quindi ancora più colpevole se si macchia di crimini di guerra e contro l’umanità, come il Governo di Israele. Frantz Fanon, nel libro I dannati della Terra, ha ricostruito la disperazione dei paria della storia, i rifugiati palestinesi, che hanno scelto necessariamente la lotta armata come palingenesi identitaria di un popolo perseguitato e dimenticato. Se possiamo, quindi, comprendere la disperazione che porta alla violenza, ci riesce impossibile intendere le ragioni del terrorismo di Stato di Netanyahu. Nel mio libro L’Occidente e il nemico permanente, la seconda parte è interamente dedicata al conflitto israelo-palestinese, che attraversa, come è noto, un secolo e più di storia.

  1. La Senatrice si oppone alla menzione di genocidio per qualificare l’azione del Governo di Israele, sebbene la CIG, organo dell’ONU, abbia chiesto al Governo di Israele di fornire alla Corte le prove delle misure intraprese per evitare il genocidio, considerandolo quindi implicitamente plausibile. Possiamo noi sostituirci al giudizio della Corte? La Convenzione sul genocidio del 1948 ha l’intento di fermare anche solo il tentativo di genocidio, rintracciabile nell’azione concreta di Israele e nelle molteplici dichiarazioni dei componenti del Governo di Netanyahu e dello stesso Trump.
  1. La Senatrice parla dell’odio tra i due popoli senza nominare l’occupazione illegale, secondo le Nazioni Unite, dal 1967 da parte di Israele dei territori palestinesi, né il regime di apartheid instaurato da Israele in Cisgiordania, dove non esiste Hamas ma è presente l’Autorità Palestinese. Afferma inoltre, come Trump e Netanyahu, che il ritiro dell’esercito israeliano da Gaza nel 2005 sia stata un’opportunità per i palestinesi che non andava sprecata. Dimentica di menzionare che la smobilitazione dell’esercito israeliano da Gaza era dovuta, secondo le leggi del diritto internazionale, al fatto che Gaza non è mai stata israeliana e, cosa ben più grave, non ricorda l’assedio — contrario al diritto internazionale — con cui Israele, già all’epoca, ha centellinato aiuti e risorse ai palestinesi, mantenendoli in una situazione di povertà. Parlare di odio tra due popoli non fotografa con equità una situazione caratterizzata da un popolo espropriato e sotto occupazione, e un altro che colonizza e utilizza la forza in modo arbitrario, creando in risposta la violenza terroristica dei palestinesi, ai quali sono stati levati reali canali politici per poter realizzare lo Stato di Palestina, come da risoluzione 181 dell’ONU del 1947.
  1. Lo Stato di Israele si autodefinisce ebraico dal 2018. Credo che la comunità ebraica nel mondo venga in questo modo ingiustamente implicata nelle azioni di Israele. Se concordo con la Senatrice nella netta distinzione tra Israele e diaspora, vorrei tuttavia chiedere se non si ritenga un dovere politico e morale, da parte degli esponenti della comunità ebraica, la condanna dell’occupazione israeliana illegale della Palestina. Molti si sono appellati agli esponenti più illustri della diaspora affinché levassero la voce, senza ambiguità, per impedire lo sterminio in corso. La condanna di Israele, l’applicazione delle sanzioni, il riconoscimento simbolico dello Stato di Palestina, l’esecuzione del mandato di arresto di Netanyahu decretato dalla CPI, la fine della cooperazione militare tra USA, Europa e Israele sono, ad avviso della Senatrice, misure opportune per far cessare il conflitto (a mio avviso e ad avviso di tanti altri, anche personalità ebraiche), il genocidio?
  1. La Senatrice denuncia l’antisemitismo ma non la repressione nelle università statunitensi e in Europa, soprattutto in Germania, delle manifestazioni pacifiche a favore del popolo oppresso di Palestina. L’antisemitismo è stato per secoli rivolto a un popolo per le sue caratteristiche somatiche, per la sua religione e la sua lingua, a una minoranza debole e discriminata, rinchiusa nei ghetti. Come si può parlare di antisemitismo se gli studenti o i pochi intellettuali coraggiosi insorgono con veemenza contro le politiche di Israele e contro tutti coloro che le difendono, ebrei e non ebrei? Se essi denunciano un potere subdolo che maschera, dietro una apparente equanimità, il sostegno alla pedina atlantica in Medio Oriente e alla sua strategia colonialista e ormai di pulizia etnica? Se i tedeschi non avessero ripudiato l’Olocausto e le politiche antisemite, non sarebbero ancora condannati e odiati? La Senatrice non pensa che la disumanizzazione dei palestinesi, realizzata dal Governo di Netanyahu, non sia poi così diversa rispetto a quella che ha colpito gli ebrei?
  1. Infine, la Senatrice sente il bisogno di paragonare la Russia alla Germania nazista e di sostenere la continuazione della guerra ucraina, possibile grazie al sostegno della NATO a Kiev contro una potenza nucleare, la Russia. Il paragone è, a mio avviso, offensivo verso il popolo russo, che ha registrato 25 milioni di vittime (contro il mezzo milione anglosassone) per liberare l’Europa dal nazismo. La guerra russo-ucraina è, come molti analisti occidentali hanno dimostrato con libri e idonea documentazione, una guerra per procura statunitense contro la Russia, un tentativo di regime change che, dopo tre anni di conflitto, ha massacrato il popolo ucraino e fatto fallire un Paese. Il paragone tra Putin e Hitler non ha nessun fondamento storico, in quanto Mosca, con il PIL del Texas, ingenti materie prime, un territorio immenso e un tasso demografico decrescente, non ha alcun interesse nella conquista dei Paesi europei. La guerra cesserebbe subito se si promettesse un’Ucraina federale, neutrale, vicina economicamente all’Europa ma non militarizzata dagli anglosassoni in funzione antirussa. Sui territori conquistati sarebbe possibile trattare.

Spero che la Senatrice legga con animo privo di pregiudizi le mie argomentazioni, non le consideri un oltraggio oppure, peggio, una manifestazione di odio nei suoi confronti, ma l’espressione della normale dialettica democratica.

Da Senatrice che ha giurato sulla Costituzione, dovrebbe accettare la critica ai suoi punti di vista da parte di tutti i cittadini italiani, inclusa un’ex ambasciatrice, scrittrice ed editorialista de Il Fatto Quotidiano.

da qui



mercoledì 15 febbraio 2023

Quando la memoria diventa retorica - Lorenzo Guadagnucci

 

Liliana Segre ha osservato con amarezza che la memoria della Shoah sta svanendo, che non fa presa nella società; la senatrice a vita teme addirittura che sarà presto appena una riga nei libri di storia. Possibile, ma paradossale, in tempi che sovrabbondano di “celebrazioni” e occasioni per “fare memoria”. Gli stessi vertici politici dello Stato, dal presidente della Repubblica in giù, in questi giorni si sono fatti sentire con moniti solenni e alte affermazioni; lo sforzo delle tv pubbliche e private, con film e approfondimenti, non è affatto mancato, e così quello della stampa quotidiana e poi basta entrare in una libreria per notare quanto la produzione editoriale sia costante attorno ai temi cardine della storia del ‘900: dalla Shoah ai totalitarismi alla lotta di resistenza.

Dunque, qual è il problema? Perché la memoria, nonostante tutto ciò, sembra in decadenza? Perché i princìpi fondativi delle democrazie europee, quindi un preciso progetto di civilizzazione – per aggiungere un elemento al discorso di Liliana Segre – sono così in declino nella coscienza e nella cultura degli italiani e degli altri europei?

Il punto è probabilmente la credibilità. Le tragedie del ‘900, ma anche le straordinarie lotte sociali e popolari di quel secolo, sono da considerare un monito e un esempio, perciò è importante conoscerle, studiarle, farle proprie. La memoria serve a questo: a rendere ciascuno di noi un cittadino più consapevole e la collettività cosciente degli errori ma anche delle grandezze del passato. Il calendario civile, con le varie feste e celebrazioni riconosciute, è uno strumento di questa presa di coscienza, purché – ecco lo snodo fatale – non si tratti di omaggi formali, affermazioni occasionali, momenti di conoscenza da mettere subito in archivio senza conseguenza alcuna.

Le politiche della memoria sono sottoposte per loro natura a un rischio incombente: la ritualizzazione, l’uso strumentale, la banalizzazione. Se le retoriche della memoria – i discorsi che si fanno il 27 gennaio, il 25 aprile, il 2 giugno e così via – si distaccano troppo dalla realtà, se chi se ne fa interprete non dimostra “sul campo”, ogni giorno, attraverso le proprie scelte, la sua adesione autentica a quei valori e quei principii, ecco che la retorica suona falsa, asettica, superata. É quel che sta accadendo, e non da oggi, sotto i nostri occhi. I traumi, gli orrori ma anche le glorie – come l’antifascismo e la resistenza – della prima metà del ‘900 hanno portato a ciò che di più prezioso abbiamo: le costituzioni democratiche, la nuova impalcatura delle relazioni internazionali, un sistema codificato di tutela dei diritti umani fondamentali. Siamo usciti dalla seconda guerra mondiale stabilendo finalmente e senza esitazioni che tutte le vite valgono – un principio che era stato sepolto dalle politiche razziste e eugenetiche di fascismo e nazismo –, approvando una solenne Dichiarazione dei diritti umani e costruendo un sistema di trattati ed enti sovanazionali – in testa l’Onu – con il preciso scopo di contenere le tentazioni infernali dei nazionalismi e di prevenire i conflitti armati, dopo due guerre mondiali che avevano trasformato il suolo europeo in un immenso cimitero all’aperto e disseminato il sottosuolo di innumerevoli fosse comuni.

Ma oggi, ahinoi, succede che si ricordi la Shoah, che si celebrino la resistenza, i valori costituzionali e le stesse regole del diritto internazionale, mentre pratichiamo l’opposto. È questo il punto. L’Europa nata per combattere i nazionalismi e quindi abolire i confini è oggi una fortezza circondata da fitte reti di affilatissimi fili spinati e non sa più parlare la lingua della cooperazione e della pacificazione; il diritto internazionale, la diplomazia, il castello di enti e trattati concepiti per evitare i conflitti armati sono stati accantonati e screditati uno dopo l’altro e oggi siamo sottoposti a una ventata bellicista che alimenta, anziché sedare, la guerra in corso sul suolo europeo, nell’infelice terra ucraina, sottoposta lungo tutto il ‘900 a ferite forse senza pari in Europa; il principio cardine che ispira le nostre costituzioni e che deriva direttamente dalla sconvolgente esperienza della Shoah – “tutte le vite contano” – non vive più nella quotidianità dello spazio pubblico, è anzi platealmente calpestato nel mare Mediterraneo, ai confini terrestri dell’Unione, nei campi di concentramento in Libia, Turchia e altri paesi finanziati con le imposte dei cittadini europei; gli stessi valori della resistenza e dell’antifascismo – l’aspirazione all’uguaglianza, alla giustizia sociale – sono tramontati nell’ideologia e nella pratica delle maggiori forze politiche democratiche.

Ciò che nel discorso pubblico ufficiale è definito memoria, dunque, suona quasi sempre falso; chi parla di antifascismo, di diritti umani, di aspirazione alla pace – ministri, capi di stato, ma anche molti “esperti” e intellettuali – non risulta credibile, perché pare non credere a ciò che afferma, visto che non agisce in modo conseguente. Un’Europa fedele ai suoi princìpi oggi dovrebbe lottare per fermare i conflitti in corso con gli strumenti della diplomazia e dell’interposizione; dovrebbe salvare, accogliere, tutelare e non respingere o lasciare annegare i profughi che si spingono fino ai suoi confini; dovrebbe contrastare i nazionalismi invece di alimentarli. Per essere creduti, occorre essere credibili. Non è il caso delle attuali classi dirigenti europee, sempre più simili ai leader “sonnambuli” che spinsero l’Europa fino all’abisso nella prima metà del ‘900. Tocca quindi ad altre persone, ad altre organizzazioni, a chi vive e pratica – oggi controcorrente – i valori più alti scaturiti dalle tragedie e dalle glorie del secolo scorso, tenere alta la fiaccola della memoria e lottare ancora.

da qui

mercoledì 13 novembre 2019

Vi serviva davvero la scorta a Liliana Segre, per capire che l’Italia è antisemita? - Giulio Cavalli




Ma davvero avevate bisogno della scorta per aprire i nasi al fetore che si sente in giro, sdoganato da politici travestiti da qualunquisti e da sovranisti e qualsiasi altro -isti che gli torni utile per rivendere sotto mentite spoglie la loro nostalgia d'accatto usata per tintinnare le corde di qualche neofascista che oggi in Italia si sente addirittura dalla parte "del giusto", che sputa veleno invocando "la libertà" senza sapere nemmeno cosa sia la mancanza di libertà? Ma davvero non vi bastava la bava che scorre nei discorsi, al bar o in rete, per rabbrividire di fronte a questa violenza spacciata per autorevolezza e questo odio che si finge protezione di non si sa bene cosa. Abbiamo bisogno di una scorta per accendere la luce rossa dell'emergenza e poi ce la dimentichiamo subito, quella luce lì, accesa in fondo al corridoio come se servisse solo per il tempo di un articolo.

Una deportata che si salva dai campi di concentramento e si deve proteggere in un Paese che si dice civile è un bello schiaffo a tutti quelli che minimizzano. A meno che, per carità, Liliana Segre non si sia inventata l'odio per comprarsi un attico a New York: abbiamo dovuto vedere Liliana Segre protetta per renderci conto di quanto siamo davvero vulnerabili? Non eravamo in grado di leggere prima i pessimi segnali che ci arrivavano? Sul serio? Il fascismo non esisteva e Liliana Segre è finita sotto scorta. Guarda un po'.

Del resto siamo il Paese in cui un giornalista come Nello Scavo finisce sotto scorta per avere raccontato la bugia della Guardia Costiera libica che è solo il travestimento diurno di criminali trafficanti di uomini: Nello Scavo scrive dei rapporti di pezzi del nostro governo insieme a un criminale libico trattato con tutti gli onori e mentre alcuni si affrettano a spiegarci che la notizia è già vecchi e già superata Nello Scavo finisce sotto protezione. Incredibile, siamo il Paese delle persone che finiscono sotto scorta per i problemi immaginari. Ci deve essere un ufficio dei "poteri forti" che assegna scorte per rendere credibili le invenzioni giornalistiche, eh?

Era accaduto così anche con i molti giornalisti finiti sotto scorta (Saviano, Borrometi, Ruotolo solo per citarne alcuni) per minacce della criminalità organizzata: ci dicevano che le mafie se le inventavano loro per cercare un po' di pubblicità poi quando hanno rischiato di ammazzarli sono rimasti tutti muti. Ammutoliti per poco, a dire il vero, giusto il tempo di ricominciare ad attaccarli per il costo della scorta, che se la paghino loro, e tutte quelle cose lì. A Milano c'è un cretino finito sotto scorta perché scriveva della ‘Ndrangheta a Milano e invece la ‘Ndrangheta in Lombardia non esisteva. Quel cretino sono io.

Abbiamo bisogno della conclamazione del pericolo per riconoscere il pericolo: finché non impareremo difficilmente saremo un Paese sicuro. Di questo abbiamo bisogno, mica di sceriffi.


martedì 5 novembre 2019

Liliana Segre e la destra italiana - Moni Ovadia



La destra italiana non è antifascista, non lo è mai stata, quella degli altri Paesi europei sì.
Sono antifascisti i cristiano-democratici tedeschi, i gollisti francesi, i conservatori inglesi. La nostra destra no, non ha mai voluto fare i conti con il Ventennio e ha cercato sempre di eludere la questione con artifici retorici o attaccando i comunisti reali o presunti ovvero tutti coloro che li contrastavano, rivendicando il carattere ineludibilmente antifascista della democrazia costituzionale. Lo ha fatto per non assumersi responsabilità o per rifarsi una verginità senza pagare il dazio.
Per decenni, i politici di destra, di centrodestra coadiuvati in tempi più recenti da esponenti soi disant del centrosinistra, hanno ammannito al Paese la fola fradicia degli “italiani brava gente”, quella ridicola de “il fascismo ha fatto anche cose buone”, quella oscena del “l’antisemitismo è stato un errore”. I partiti antifascisti hanno dismesso la pedagogia politica della democrazia e hanno accettato di espungere l’insegnamento della Costituzione dalla formazione scolastica. L’antifascismo è stato progressivamente trasformato in celebrativismo avulso dal processo di realizzazione del progetto costituzionale.
Dal crollo dell’Unione Sovietica in avanti, le reti televisive pubbliche e private si sono date a un sabba revisionista con l’intento non mascherato di calunniare la Resistenza e i nostri partigiani, in particolare certi seguitissimi talk show, autentiche fogne mediatiche che hanno vomitato false pseudo verità motivate da un isterico anticomunismo puramente ideologico contro chi ha restituito libertà, democrazia e dignità al nostro Paese infangato e distrutto dal fascismo. Lo stesso “Giorno del ricordo” è stato istituito con questo spirito: per riabilitare il fascismo capziosamente e non per onorare le vittime e ricordare il calvario dei profughi istriani. Se l’intento fosse stato questo, sarebbe stato indispensabile ricordare, come premessa, gli spaventosi crimini perpetrati dai fascisti italiani nelle terre slave in sodalizio coi nazisti e con gli Ustascia di Ante Pavelič, il più feroce fascista del secondo conflitto mondiale, amico personale di Mussolini. I fascisti italiani si sono macchiati delle peggiori efferatezze come per esempio mostra il documentario BBC “The fascist legacy” acquistato dalla Rai oltre vent’anni fa, doppiato a cura del regista Massimo Sani e mai trasmesso per ovvi motivi.
Ritengo che sia in questo contesto che va collocata la vergognosa vicenda che ha visto al centro la senatrice a vita Liliana Segre. Conosco la Senatrice da molti molti anni, ho avuto il grande privilegio di essere con lei a condividere e soprattutto ad ascoltare le sue testimonianze.
Liliana Segre è prima di tutto un essere umano di eccezionale caratura, che ha affrontato a soli tredici anni e mezzo la più terrificante e disperante delle esperienze che in assoluto possano toccare a una persona. Il magistero della sua testimonianza è una delle narrazioni più importanti e significative del nostro tempo. Questa donna, la cui dignità è esemplare, rappresenta in se stessa e per il pensiero di cui è portatrice un patrimonio dell’umanità. La campagna di odio antisemita scatenata contro di lei è un atto di odio contro la forza della vita e a favore della pulsione di morte.
Il comportamento della destra nell’aula del Senato, la sua astensione compatta di fronte alla proposta della senatrice Segre di istituire una commissione con il compito di monitorare le forme del razzismo e dell’antisemitismo, è un fatto gravissimo perché mostra connivenza e indulgenza nei confronti delle manifestazioni del razzismo, della xenofobia e delle effrazioni del senso della democrazia che può vivere solo laddove tutti gli uomini godano di eguali diritti e dignità e non siano accettabili primazie sulla base del criminogeno jus sanguinis che di fatto è anticostituzionale. L’assoluta gravità è rappresentata soprattutto dalla negazione dei principi dei diritti universali dell’uomo.
Perché la destra non si è peritata di fare una miserabile figura? In parte per ragioni strumentali, ma in parte perché il fascismo come retroterra culturale e sentimentale non è mai uscito dalla sua identità. Se non bastasse, i rappresentanti di questa destra si vantano di essere gli amici più sinceri del governo di Israele che li accoglie con tutti gli onori e li porta a visitare il memoriale della Shoà, Yad Vashem, con tanto di zucchetto in testa fra il tripudio della dirigenza delle comunità ebraiche italiane.
Se non fosse per questo schifo, il fenomeno degli odiatori webeti si potrebbe derubricare come forma di psicopatologia di alcuni individui gravemente instabili da affidare a servizi psichiatrici.

martedì 5 marzo 2019

Patrizia Cecconi scrive alla Senatrice Segre




Pubblichiamo la lettera che una delle nostre autrici ha indirizzato alla senatrice Liliana Segre esprimendole il suo rispetto per le posizioni assunte in merito al dramma dei migranti e chiedendo alla senatrice di esprimersi anche rispetto alle violazioni del diritto internazionale e dei diritti umani da parte di Israele nei confronti del popolo palestinese. 
Confidiamo, come la nostra autrice, in una risposta della senatrice Segre, tanto più che in questi giorni l’Onu ha espresso una posizione inequivocabile circa i crimini commessi dall’esercito israeliano nella Striscia di Gaza. 
La Redazione

Oggetto: Dica qualcosa, Senatrice, la prego!
Gentile Senatrice,
dopo aver letto l’articolo sull’Huffington Post di cui le copio il link in calce, ho ritenuto di  condividerlo sulla mia pagina FB perché trovo importanti le Sue parole e gravissima la situazione in cui stiamo precipitando.
Mentre stavo aggiungendo un commento per ringraziarla pubblicamente, anche se Lei forse non lo avrebbe visto mai, mi hanno colpito in modo particolare le parole con cui veniva presentata la Sua intervista e quindi mi sono rivolta direttamente a Lei nel testo che segue e che Le copio anche se la forma non è quella propria della lettera, ma di un testo per FB.
Prima che Lei inizi a leggere, ammesso che voglia farlo, per onestà morale le dico che io da molti anni seguo la causa palestinese – oltre ad altre cause altrettanto tormentate, per la verità – e quelle cinque parole che presentavano la sua intervista (“respinti come me e mio padre”) mi hanno riportato alla mente non solo il dramma terribile dei migranti, ma quel che succede quasi quotidianamente nella prigione chiamata Palestina e in particolare nella Striscia di Gaza.
Anch’io sono stata respinta una volta ed altre volte sottoposta a umilianti interrogatori con tanto di perquisizioni corporali. Ed io sono italiana, cittadina di un governo amico e quindi, in qualche modo, protetta. Ciononostante ho avuto esperienze pesanti, come la simulazione di una fucilazione per puro divertimento di quattro sciocchi soldatelli mentre passeggiavo sola, di sera, per la via Dolorosa a Gerusalemme. Se fossi stata una palestinese forse avrei reagito scappando o urlando e ora sarei stata una martire per i palestinesi e una terrorista in meno per gli israeliani.  Credo che Lei mi capisca e per questo Le scrivo. Quelle Sue parole mi hanno fatto pensare alle continue mortificazioni ed alla violazione della libertà del popolo palestinese e quindi mi sono rivolta a Lei, in FB, con le parole che seguono:
“Alla senatrice Liliana Segre, cui va tutto il mio rispetto per le sue posizioni aperte verso i migranti, vorrei dire che le sue esatte parole    “RESPINTI COME ME E MIO PADRE…” sono un fatto con cui fa regolarmente i conti la popolazione palestinese e, spesso, anche amici dei palestinesi che VENGONO RESPINTI, come lei e suo padre, dai carcerieri israeliani che tengono le chiavi per aprire o chiudere l’accesso in Palestina. O, meglio, in quel che resta della Palestina dopo che lo Stato ebraico – supportato anche dal silenzio di ebrei per bene come lei – sta seguitando ad annettersi tutta la terra palestinese dal Giordano al Mediterraneo… Per ora!
Dica qualcosa, Senatrice, ci faccia capire che quel che Lei e tutti i suoi correligionari perseguitati dal nazismo avete subito NON può essere la giustificazione per tacere su quel che Israele fa da oltre settanta anni.
“A volte il silenzio è tradimento” diceva Martin Luter King, e il suo silenzio circa i crimini commessi dallo Stato che vuole essere Stato di tutti gli ebrei tradisce quei valori che, pure, per altre cause lei giustamente condivide e tutela.
Dica qualcosa, Senatrice, non solo per il popolo palestinese tormentato e schiacciato sotto il tallone israeliano, ma anche per quei valori universali che valgono solo se valgono per tutti, altrimenti riportano ad una forma di suprematismo di cui ognuno pagherà le tragiche conseguenze ad eccezione, è ovvio, almeno nell’immediato, di chi ha il potere che gli consente di ritenersi “razza” e razza eletta.
Senatrice, la sua sensibilità umana le fa sicuramente capire quanta sofferenza lo Stato di Israele impone ai palestinesi e le fa sicuramente capire che la violenza non può che generare violenza. Non chiuda la sua sensibilità umana dietro le cortine della hasbara che falsificano tempi ed azioni per tacitare le coscienze delle persone per bene e moralmente oneste.
Ma non faccio appello solo alla sua sensibilità umana, Senatrice Segre. Faccio appello anche al Suo sentire politico, inteso in senso alto e nobile e non chiuso in un’etichetta partitica, faccio appello al suo sentire politico per chiederle di parlare, di far capire che ciò che Israele fa da tanti anni comporta la corruzione morale degli stessi israeliani fino alla completa devastazione di quei principi, non solo in Israele, che, solo per parlare del nostro Paese, sono scritti sulla Carta Costituzionale nata dalla Resistenza.
Ecco, Senatrice, dietro quel “respinti come me e mio padre” c’è una memoria storica; bene, usi questa lente, la prego, anche per leggere i crimini di Israele contro il popolo palestinese.
La ringrazio dell’attenzione.
Patrizia Cecconi
Ps. Quello che ho appena copiato si trova sulla mia pagina FB, ma una cosa ancora vorrei dirle.
Io sono nata alcuni anni dopo la seconda guerra mondiale, ma nella mia famiglia certi ricordi erano ricorrenti, soprattutto quando arrivava qualche vecchio zio che era stato al confino o quando sentivo i miei genitori e i miei nonni parlare di parenti e amici socialisti, ebrei, anarchici, comunisti spariti nei campi di sterminio.
Noi bambini eravamo cacciati a giocare in altre stanze, ma i bambini sono curiosi e in quei casi facevamo i turni per origliare. E’ così, forse, che si è formata la base della mia coscienza antifascista che poi, negli anni, si sarebbe affinata facendomi sentire come un imperativo morale reagire contro qualunque ingiustizia. Credo Lei mi capisca e per questo ancora Le chiedo: dica qualcosa, Senatrice. La ringrazio infinitamente. P.C.