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giovedì 6 giugno 2019

ascoltando Stefano Giaccone

Il francescano della canzone d'autore - Giorgio Maimone
La povertà dei dischi di Stefano Giaccone è sconcertante. Qualcosa che mette addosso malinconia. Una chitarra, una voce, programmi craccati e niente microfoni per 13 canzoni che definire artigianali è già un pregio. Eppure Stefano è un grande e non fa mai mancare notizie discografiche di sé. I dischio sono abborracciati, sporchi, imprecisi, difettati (la traccia 6 e la 10, informa la copertina, sono registrate a un volume più basso. Per sentirle bisogna alzare il volume dello stereo). Insomma, cose che neanche in un demo casalingo. Eppure il personaggio è di grosso spessore e la domanda vera da porsi è perché uno come lui, pur avendo scelto di stare fuori dal sistema, non riesca a garantirsi condizioni di registrazione più decenti.
A meno che anche questo francescanesimo discografico non sia una scelta di una personalità che, dai tempi dei Franti in poi (ma anche prima) né si spezza, né si piega. E' difficile fare una recensione seria di questo disco, che non è né bello né brutto. E' un disco estremo, da ascoltare solo perché lo si vuole e perché si ama nel profondo Giaccone. Ci sono pure quattro cover (Ligabue, Dylan, Silvio Rodriguez e Eddie Vedder), ma non sono di sicuro per assicurarsi passaggi radiofonici. Stringe il cuore.
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Come poteva essere bello il cielo sopra Torino! - Leon Ravasi
"Dal vivo, in studio, da bastardi" è il sottotitolo di questo disco che parte da subito per essere un'imperdibile del 2006. E l'imperdibile del 2006 è un album che in realtà viene da molto lontano, dopo un viaggio imprecisato nello spazio-tempo, ritornando a noi da una dimensione parallela che è quella di dove dormono gli eroi. Ci sono esperienze troppo belle per poterle perdere per sempre: come tutte le cose belle è normale che si frammentino ed esplodano in pulviscolo minuscolo. Ma è destino che dal caos primigenio debba sempre riemergere qualcosa che sembra avere a che fare con la vita o che è la vita stessa. I Franti ci piombano addosso da anni compresi tra il 1981 e il 1985, grazie a un paziente lavoro si Stefano Giaccone e Marco Pandin.
Non è un disco nuovo. E nemmeno potrebbe: i Franti si sono sciolti in qualche modo nel 1988 dando vita a una miriade di altri progetti-pulviscolo: dagli Environs (due Lp più un antologico, sempre a cura di Marco Pandin e della sua Stella Nera), agli Orsi Lucille (due Lp), dagli Howth Castle (2 Lp e 2 Cd) alla Banda di Tirofisso (3 ep), da Kina (solo Stefano) agli Ishi (solo Lalli), fino ai progetti solisti di Stefano Giaccone e Lalli, per l'appunto sassofono-voce e voce solista dei Franti. Gli atlri erano Massimo D'Ambrosio (basso elettrico), Vanni Picciolo (chitarra elettrica) e Marco Ciari (batteria). 

In totale i Franti hanno inciso quattro Lp, di cui uno in coabitazione con i Contrazione, ma questo è bastato per consacrarli come band di culto, un culto che è cresciuto rapidamente dopo la loro prematura "dipartita" dal novero delle band punk rock (ma il termine era riduttivo: Giaccone dice che la musica dei Franti poteva definirsi bene come "zibaldone, una raccolta di varie cose per noi indispensabili").

Essenziale riportare quanto dicono loro stessi (I Franti) di questo disco: "due brevi parole per chiarire i contenuti di questo cd. franti, da sempre, si trova meglio sul versante della negazione piuttosto che su quello della descrizione positiva e formale di ciò che, in realtà, è più processo che fatto compiuto, statico, assoluto. tra sei mesi potremmo dire, di questo album, l'esatto contrario o "pensarlo" con un taglio di luce assai differente. perciò restiamo alla negazione, al ciò che "non è":
- non è un album dal vivo - non si vogliono "resuscitare" ore, odori, tempeste e tiramenti di allora. da "gates of eden" a "white rabbit" c'è un tunnel del vento, il senso ludico e primitivo di stare dentro la tua pelle, per un sogno grande di lotta estrema, di vita, di esserci insieme. qui non si consuma nulla, non ci si diverte a pagamento. questa musica brucia come allora; questo, positivamente, il senso del nostro proporvela.
- non è un album di alternate takes - escludendo (forse) quelli di charlie parker, i cd con decine di versione alternative ci appallano a morte. roba per studiosi o collezionisti. qualche volta il tuo produttore artistico (colui che è pagato dagli uomini in poltrona per farti fare un disco che si venda) massacra una take o la lascia fuori; qualche volta anche l'artista di-fuorista (come amava dire demetrio stratos) deve preferire una versione all'altra. noi qui si è messo "elena 5 e 9" come omaggio al nostro fratello paolo regis e perchè questa versione ci piace quanto quella pubblicata su "il giardino delle quindici pietre"
- non è un album rimasterizzato - mai avuto i soldi per comprare le bobine multitraccia a fine sessione. per cui i mix sono quelli di allora, ripuliti un po' da software utilmente servizievole. una scopa elettronica per ragnatele, niente altro. potete trovare così la primissima bordata di franti, la cassetta "a/b" per la prima volta nello spolvero del digitale... e, ancor più sorprendente, due dei tre brani registrati come demo dal gruppo luna nera, incarnazione mediana tra il primo franti strumental-fintojazz (post-rock!?) del '79-'80 e il secondo del 1982, quello di "a/b", appunto.
luna nera fu storia vera, con tre esibizioni vive, intense prove e energia. coglie l'esatto momento in cui musicisti cresciuti con il rock anni '70 si avventurarono nei suoni new wave e punk dei primi ‘80, felicemente confondendo siouxsie, gianna nannini, martha and the muffins e stormy six.

- non è un album di ricordi - nel box "non classificato" (vinile nel 1987 e cd dal 1992 in avanti) potete ascoltare "gloria" di van morrison, dagli studi di radio torino popolare. qui abbiamo aperto un altro spiraglio con "voghera" e "l'uomo sul balcone di beckett" ma, zappa docet, insertando altri live e interviste. quindi niente è più in "quel luogo del tempo" ma solo qui, presente, mentre lo ascolti.
- non è un album celebrativo - nonostante una fama alcune volte opposta, noi si è fatto festa, assai spesso. festa della nostra vita, con le unghie e con i denti. non c'era alcun luogo in cui arrivare, se non al centro della propria rivolta e della propria poesia in musica".
Insomma è un album "sporco, cattivo e incazzato". E' un album di "allora" da ascoltare ora. E proprio per questo ci piace tanto. E proprio per questo non ne possiamo fare a meno! C'è stato, c'è e ci sarà di meglio. I lavori di Lalli da solista e di Stefano Giaccone in comitiva o solitario mi piacciono di più. Ma prima c'erano i Franti! Partiamo da lì e difficilmente potremo sbagliare nel farci un'idea.
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Disco pulito, lineare e coraggioso - Giorgio Maimone
Sarebbe un album di cover, ma non spaventatevi: tranne un passaggio dai dintorni di Tenco, Guccini, De André, Fossati, De Gregori e Jannacci, peraltro sui versanti meno conosciuti, quasi un viaggio sulla faccia nascosta della luna, per il resto le cover sono di Lalli, Mario Congiu, i Truzzi Broders, i primi Perturbazione, Paolo Manera e lo stesso Stefano Giaccone
Quando si parla di faccia nascosta della luna si parla di una scelta che privilegia “Da mae riva” di De André, ultimo episodio in coda a Creuza de Ma, “Canzone della triste rinuncia” di Guccini dall’ahimé misconosciuto Stanze di Vita Quotidiana. Per Jannacci si tratta di una mai coverta “Il monumento” (nel senso duplice che non ne hanno mai fatto cover e che finora non l’avevo mai sentita). Stringendo, stringendo di un album di cover gli unici pezzi noti sono “Vedrai vedrai” di Tenco, “Lindbergh” di Fossati” e “Le storie di ieri” di De Gregari, cantata anche da De André e dagli ultimi Yo Yo Mundi.
Una scelta inconsueta se è vero che, nel giro della musica italiana, le cover servono per garantirsi passaggi radiofonici (vedi il bel libro curato da John Vignola e scritto da metà redazione del Mucchio “Su la testa”. Ma un po’ tutta la carriera di Stefano Giaccone non ha seguito i binari tracciati: personaggio volutamente marginale e quindi intimamente seminale della scena torinese, ha sulle spalle una parte del fenomeno Franti e molte contribuzioni al movimento musicale sviluppatosi all’ombra della Mole. Un percorso quasi analogo a quello seguito del suo co-equipier e co-intestatario del disco Mario Congiu che in questi anni abbiamo avuto il piacere di vedere e sentire (dietro o davanti alla consolle) con Carlo Pestelli, Federico Sirianni, la stessa Lalli e anche in proprio (forse il lavoro meno convincente tra quelli citati).
Il disco è un disco povero e raccolto, ma non per questo scarno: un violoncello qua, un violino là, un clarinetto ancora un passo oltre, una fisarmonica, un’organo, percussioni qua e là, spruzzate di basso e batteria, ne esce un disco di musiche pacate, dove grande rilevanza viene dato al testo e alle storie narrate. Tra le cover note da applausi “Da mae riva” e “Lindberg”, sufficienti “Le storie di ieri” e “Vedrai vedrai”, un tono sotto la “Canzone della triste rinuncia”.
Tra gli episodi a me meno noti “La corda di vetro” dei Perturbazione, “Fabbrica” di Congiu e “T’ho visto in piazza” dei Truzzi Broders. Non lasciano tracce particolari i brani di Lalli e di Giaccone, ma la sensazione finale è di un disco di assoluta onestà e pulizia, dal piacevolissimo mood di fondo lento e suadente, ben accompagnato dagli strumenti (produzione e arrangiamento di Congiu) e ben cantato. Un velluto morbido su cui stendere sogni di ascolti già affrontati
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Echi di DeAndré ed empito civile: una cannonata alla mediocrità - Leon Ravasi
Questo è uno di quei magnifici dischi che ogni tanto capita di sentire ed ascoltandoli si resta turbati di fronte alle possibilità non sempre esplorate della musica e delle canzoni. E non esplorate per voglia o per errore, ma comunque volontariamente. Sì, lo so: è inevitabile che si alzerà qualcuno, l'idiota di turno, a dire "sì, bello, ma che palle!". Sbaglierà due volte: una per essersi alzato, l'altra per non aver capito che parlare di politica si può, parlare di società si può e contemporaneamente si possono fare canzoni valide, interessanti, intense e dotate di una forza interiore che altri se le scordano! Insomma Stefano Giaccone ha fatto l'ennesimo bel disco, questo ancora più centrato delle sue ultime e sempre dignitosissime prove: un disco che emoziona, interessa, fa pensare. E scusate se è poco ...
Sono 11 brani, per la maggior parte sua, ma con l'ospitalità ad un brano di Marco Peroni ed Edoardo Cerea ("Senza sicura"), un'altro dei 24 Grana ("La neve") e uno che è la versione italiana di un brano di John Doe ("Tuo per sempre"). Il disco è eminentemente chitarristico, con piccoli interventi di sax e di piano che afferrano l'anima e la trascinano sull'asfalto fino a farla sanguinare. Stefano Giaccone non va preso né a piccole dosi, né con animo leggero. Non è tra noi per cantarci storie consolatorie o tranquille, ma il suo ruolo è quello dell'agitatore di anime. Un ruolo che gli pare ritagliato addosso.
L'album è stato registrato in Galles e l'arrangiamento dei brani è stato curato dal compositore, arrangiatore, chitarrista e polistrumentista Dylan Fowler, un nome noto nel campo folk-jazz internazionale. Il disco è stato sostanzialmente registrato in presa diretta in un vecchio mulino immerso nella foresta delle Black Mountains. L'idea, ampiamente realizzata si può dire a posteriori, era quella di dare l'idea di un suono da piccola stanza, da piccolo club. Pochi strumenti, ma qua e là emerge ora un violino, ora una tromba e poi, sempre presente il contrabbassistaNathan Thomson, australiano. A rafforzare la magia de brani ogni tanto si aggiunge, sullo sfondo la voce eterea ma presente di Tea Hozdic.
Un dato che colpisce nel disco, e positivamente, è la sua unitarietà. Non è un concept e non ha neppure temi comuni, ma è un disco che ha un "tono" comune, un suono e un mood unitari. Tempi rilassati e spazio tra i suoni per capire bene le parole che meritano sempre di essere ascoltate. E' come un lavoro classico dei cantautori storici: i brani vanno ascoltati e le storie vanno vissute, a partire dalla prima "Canzone per Bea", dedicata a un amica suicida, fino all'ultima "Se guardo bene" che ha tutta l'aria di una poesia musicata. Stefano Giaccone parla di cose pesanti, ma, in effetti il mondo, se lo guardiamo bene, è un luogo difficile. "Se guardo bene / il quadro è sempre stato lì/ un po' storto e un po' sbiadito / e forse anche le bandiere / erano fine, dipinte. // Se guardo bene / c'è che non posso spostarmi sempre / per scansare i delfini naufragrati / che se l'autunno ha preso piede / si faccia solo quello che ci conviene".
Non c'è remissione, non c'è pietà lungo gli undici brani: se il calice è amaro, sarà necessario che ce le vuotiamo tutto fino in fondo. "Quel giorno" è una lucida analisi del mal di vivere, espressa con una maestria di suoni disidratati degni dei Green on red o del migliore James McMurtry. Ballata lenta su testo lirico per una sofferenza a portata di dita, in cima a ogni corda di chitarra: "E arriva quel giorno in cui capisci il silenzio / giorni bruciati e il colore rimasto è il nero / E arriva quel male di alzarsi il mattino / e pensare che il numero è zero". Basta averlo provato per sapere che è vero e che è dolore allo stato puro.
"Canzone con dito medio" è puro De André; è la sua personale "Domenica delle salme". Ce n'è per tutti. E la voce spazia davvero tra quei toni bassi e caldi che fanno tanto Fabrizio. L'empito civile e l'urgenza del dire fanno il resto. "La parola "Pace" offesa ai balconi / si fa ricordo di un verso / si fa ricordo di un monito oscuro". Essenziale. Necessaria.
"Nessuno chieda" è canzone politica fino al midollo. Lungo una tradizione che va da Joe Hill a Woody Guthrie a Ivan Della Mea: "Nessuno chieda il permesso di entrare / in una morte a vent'anni / nè sbirri né targhe o canzoni / solo quel corpo tra gas e gipponi / e quell'anima nera di noi italiani / l'impero del duceo l'impero delle televisioni".Carlo Giuliani, Genova e tutti quelli che c'erano ringraziano ancora. Pregnante. Militante. Orgogliosa. Resistente.
Potrebbe sembrare che "Ridere" si conceda davvero una pausa, ma non è così. Stefano Giaccone è cantante che non sorride. Come Massimiliano Larocca è uno che ci crede, come Alessio Lega è uno che vuole schierarsi e dalla parte giusta. La musica concede però sì una pausa, un piccolo spostamento verso ritmi più rock e meno blues, per quanto si possano applicare queste categorie elementari: "Oggi c'è caldo, oggi c'è vento / le strade son piene di speranze malspese / di immondizia e di cuori, di bestemmie e sirene". Pausa, ma col coltetto tra i denti.
"Morecambe bay" è ancora pura canzone politica, dedicata a un fatto di cronaca: la morte il 9 febbraio 2004, quando 21 immigrati di origine cinese muoiono affogati in Gran Bretagna, a Morecambe Bay, mentre raccolgono i frutti i mare per i ristoranti di lusso della costa. "La vita di un uomo, la vita di una donna è leggera / la trovi in silenzio / la trovi annegata / nel più svenduto dei giorni /e va a picco come sasso gettato / come miseria". Triste. Di cartavetra. Scabrosa e limpida.
"La quinta scusa / segue il terzo addio tra i denti/ la grammatica del vento / gioca nel tuo cortile d'assente". E' tutto testo la "Falsa cronaca dell'abbandono". La musica è appena un accenno. Un piano languido si appoggia alla notte, la voce raddoppia. E nello sfumare del ritornello "Semplice, se ne vuoi / tenebre te ne vai" sale il pieno orchestrale, fino alla fine dei 5 minuto della canzone.
Le tre cover vivono tutte sotto lo stesso tetto: tra l'ottava e la decima posizione. "Senza sicura" è forse il brano che meno convince. Tutto sommato un po' risaputo sia nella musica che nel testo. Passiamo oltre? No, perché comunque ha una sua dolcezza e una tranquillità di fondo che si fanno seguire. "Tuo per sempre" è invece su un'altro piano. E' una cover, ma, meglio, la traduzione di una canzone di John Doe. Ed è bellissima! Una delle perle del disco. La canzone da cui non si può solo passare senza fermarsi. E' un viale a due corsie da percorrere in macchina, da un capo all'altro, coi finestrini abbassati a guardare i piccoli fiori che iniziano ad aprirsi sugli alberi. Fiori bianchi e fiori rosa che sfidano la pioggia per mostrarsi al meglio. Violini d'acqua e armonie di pianto: "Scrivimi cara / due parole per me / fami un disegno / dimmi dove sei / ti penso dove sei / tuo per sempre / risponderò".
"La neve" è invece incredibilmente Luigi Tenco, più tenchiana di Luigi Tenco. E' un brano dei 24 Grana che Giaccone fa suo con totale aderenza. "Mi sono innamorato di queste canzoni, diversissime tra loro e le ho interpretate" dice Giaccone, come se fosse facile o naturale. Ma bisogna crederci e qui il sax e il sapiente tocco degli altri strumenti sanno creare un'atmosfera che potrebbe anche essere oggi, più facilmente un ieri. La foto della neve, in ogni caso è naturalmente un bianco e nero.
Sono canzoni emotivamente intense, intime, raccolte. "Tras os montes", titolo sibillinamente in portoghese (Pessoa?) che segue di poco il disco dei Franti dal titolo in spagnolo ("Estamos en todas partes") per questo apolide della musica. Canzoni da ascoltare in silenzio, pensandoci, prendendosi 49'27" di pausa per darsi tutto il tempo necessario per farsi pervadere da musica e parole, per lasciare entrare le emozioni e per trovare la strada e la mappa del cuore di Giaccone. Canzoni da sorseggiare, che richiedono tempo, che richiedono calma e attenzione e la voglia di capire. Fatelo. Non ve ne pentirete. E' uno dei migliori dischi che potrete ascoltare quest'anno.
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Nessuno chieda - Stefano Giaccone
"Nessuno chieda" è canzone politica fino al midollo. Lungo una tradizione che va da Joe Hill a Woody Guthrie a Ivan Della Mea: "Nessuno chieda il permesso di entrare / in una morte a vent'anni / nè sbirri né targhe o canzoni / solo quel corpo tra gas e gipponi / e quell'anima nera di noi italiani / l'impero del duceo l'impero delle televisioni". Carlo Giuliani, Genova e tutti quelli che c'erano ringraziano ancora. Pregnante. Militante. Orgogliosa. Resistente. (Leon Ravasi,)

Nessuno chieda il permesso di entrare
in una morte a vent'anni
a questo sangue in comune
a questo morire da cani
un salto veloce dai compagni
una parola dolce nel cuore
a quella lurida piazza
dove un ragazzo muore

Nessuno chieda il permesso d'entrare
in una morte a vent'anni
né sbirri né targhe o canzoni
solo quel corpo tra gas e gipponi
e quell'anima nera di noi italiani
l'impero del duce o l'impero delle televisioni
quell'infame scordare di noi italiani
quel resistere sempre di noi italiani

Nessuno chieda il permesso di entrare
in una morte a vent'anni
per ricordare un volto o una voce
per il mestiere o per posare la croce
di quell'anima nera di noi italiani
l'impero del duce o l'impero delle televisioni
quell'infame scordare di noi italiani
quel resistere sempre di noi italiani

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stefano l’ho¨ conosciuto, più che per la sua produzione da solista (una dozzina tra singoli, dischi e cd) per aver fatto parte dell’open group franti, attivo negli anni ottanta e recalcitrante alle definizioni di stile come alle influenze, riconosciuto come l’espressione più libera ed originale del rock indipendente italiano di allora. a un certo punto franti è scomparso, ma  è rimasto vivo in altre formazioni, incroci e collaborazioni che perdurano tutt'oggi. stefano, che di franti era una delle teste oltre che voce e sassofonista, dopo una collaborazione con gli anarcopunks aostani kina, ha continuato a percorrere una strada musicale tutta sua, tracciata in grande parte nei territori della canzone d'autore e con una voglia addosso di sperimentare che s'è spesso trasformata in necessità espressiva primaria.
a volte, stefano s’è fermato sul ciglio della strada a raccontare le sue storie personali di ieri e, volentieri, a mettere addosso la sua voce e le sue mani a canzoni scritte da altri. per quel che conosco, non me la sento di dire che stefano si trova a suo agio davanti a un microfono e con una chitarra in mano: direi piuttosto che questa situazione spinge a tavoletta il pedale dell'acceleratore delle sue nevrosi e serve a far prendere alle sue parole una certa temperatura. quel che viene fuori dalle sue canzoni è un continuo girovagare agitato tra i versi, un intermittente sentirsi mal sintonizzato con tutto il mondo intorno, un sentirsi "spostati" e a disagio tra occasioni sprecate e cose che non s'è trovato modo di dire, o che si è arrivati a dire troppo tardi, o troppo male, con le parole sbagliate. molte canzoni di stefano danno fastidio perché incapaci a offrire poesia tradizionale, o un sogno di speranza, o un qualche cosa di sentimentalmente commestibile. i suoi versi sono immagini reali in cui specchiarsi, e rimandano indietro un quadro complessivo di indecisione e precarietà, di sbagli e meschinità perché parlano di cose che succedono e che era meglio non fossero successe. altre sono dialoghi con gli spettri, da victor jara a carlo giuliani all'amico ritrovato all'innamorata forse mai stata tale. altre sono sogni ad occhi aperti, sogni non realizzati né realizzabili che fanno riassaporare il gusto amaro della sconfitta, della frustrazione, della lontananza.
questa sua essenziale fragilità, perché¨ di questo alla fine si tratta, a volte si veste di aggressività, e allora ecco che stefano pesta la grancassa e fa la voce grossa, ecco che stefano scrive usando la penna come una lama tagliente come se avesse sulle spalle tutto il peso del mondo, ecco che stefano s'incazza e ti manda affanculo e ti volta le spalle e se ne va via per poi richiamarti due giorni dopo, la voce mista di sorrisi e nebbiolo e amicizia vecchia (quell'amicizia che profuma di casa, che non si scioglie neanche con la grande distanza geografica, o con una diversa opinione, o con un prestito mai restituito). E’ per tutto questo che gli voglio bene: per il suo modo così incasinato di essermi assieme amico/compagno e controparte, per il suo giocherellare con i sentimenti così distante dalla mia pratica eppure così ossessivamente familiare come il susseguirsi delle stagioni, per il come sa mettere in fila le parole una dietro l'altra in una collana dentro una poesia o un testo qualsiasi facendogli prendere fuoco (ed è¨ questa la qualità che più gli invidio).
il giardino dell'ossigeno
stefano giaccone va e viene, spirito inquieto e problematico in questÂ’ultima dozzina d’anni in viaggio altalenante perenne tra torino e il galles. e non è solo il casino personale sempre arruffato e abbottonato storto nelle piogge battenti della vita o unÂ’indecisione geografica, la sua, che lasciano il segno, un segno profondo sulle cose che scrive e che canta. è un sentirsi con le radici ficcate nel posto sbagliato “come se il mio copione fosse tutto da rifare” -come a poche frasi dall’inizio della prima canzone canta lui proprio qui dentro- oppure no, è un sentirsi fondamentalmente a posto quando il mondo tutt’attorno ha qualcosa di strano che non va. qualche mese di fuga forse, o una pausa dagli affetti, o un’avventura corsara in sardegna andata com’é andata e finita quando doveva finire ed ecco che è nata una manciata di canzoni. stefano lo conoscete: raccoglie parole come pietre e mette insieme mosaici, e in questo suo mosaico di inizio 2010 mischia pensieri affilati e pozzi di stanchezza, ragionamenti lucidi e sogni deliranti e psichedelici, amori persi e sperduti, inservibili come un ombrello rotto ed altri così belli da schiacciare il respiro e accendere l’invidia, flash da viaggi veri e da altri solo immaginati ma dategli tempo e fortuna che verranno, tracce di rabbia a grana grossa anche, ma soprattutto voglia di sfidare il tempo e la sorte e la folla, e rimettersi in gioco. è il tempo di fissare in forma di strofa e suono ricordi e cose di ieri e forse e soprattutto di raccontare lo stupore di fronte all’allontanamento di ieri da oggi, due rive sempre più lontane sì, ma assolutamente nessun rimorso, che qua davanti c’è¨ un domani nuovo tutto da aggredire. una ventina di pezzi registrati in maniera economica, cito dalle note tecniche: con due programmi craccati sul pc, senza microfoni né niente”, in questi ultimi tempi sui giornali di settore si dice una raccolta lo-fi, vent’anni fa si sarebbe chiamato un demo casalingo. di questi, stefano ne ha scelti dodici a comporre il cd “il giardino dell’ossigeno”, con dentro anni tormentati, vissuti e guardati penzolare come fossero pesci d’argento e azzurro presi all’amo, e un assaggio della vita che verrà, bellissima e stupefacente. ci trovate dentro lo stefano giaccone cantante di strada e giocoliere, un po’ illusionista e un po’ fanfarone, quello che racconta con distacco gli incontri di ieri mentre ne porta le schegge ancora calde conficcate in fondo al cuore, quello che lavora di fino con la fantasia e riesce a trasformare l’immaginazione in ricordi quasi veri da condividere, quello che a starlo a sentire -complice il vino, magari, e sotto l’assalto serrato della tristezza- convince che la sua vita sembra adatta per ricalcarci un film, o un libro, o tutt’e due. non sono tutte canzoni originali: qui dentro tra gli altri stavolta tocca al cubano silvio rodrigues e all’americano eddie vedder essere rivisti, perché da sempre stefano offre anche riletture personali di cose scritte da altri cercandoci dentro il buco giusto per far passare il suo lunghissimo filo rosso, filo rosso che tiene saldamente in mano da quando i franti erano i franti.
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venerdì 27 maggio 2016

ascoltare Marco Ongaro

ecco un cantautore bravissimo, ma quasi sconosciuto, ascoltare le sue canzoni non è tempo perso, almeno per me non lo è mai – franz

Una recensione di Leon Ravasi
Il nuovo disco di Marco Ongaro è un buon disco di solido rock e di verace impasto cantautorale. Uno di quei solidi prodotti medi di cui c’è tanto bisogno, con alcuni brani che si staccano nettamente dalle media, come la title track. Le sonorità sono volutamente e in modo ricercato occhieggianti ai sixties, con grande uso di organo hammond, svisate chitarristiche alla Hendrix, riff alla Elvis Presley e armoniche alla Neil Young, citazioni tutte quante volute e dichiarate in quanto tali. La voce di Ongaro è poi la parte più convincente: scura naturale, arrochita al punto da far pensare a una vita vissuta, ma non bruciata, è una voce che convince e affascina. Un buon disco.
Insomma non sarà il caso di gridare ogni volta al miracolo! Qualche volta ci si può accontentare delle cose fatte bene. E Dio è altrove?, forsse approfittando della distrazione del Dio in questione, è fatto come Dio comanda. Insomma Dio non è morto, ma è altrove, o almeno guarda altrove.
Lo spunto è letterario (Ongaro cita Potocki), ma lo svolgimento è dilaniano. Così come un po’ tutto il disco occhieggia a Dylan, tra citazioni e tributi d’autore: l’assolo di “All along the watchtower” in Ligabue, il suono dell’organo così Like-a-rolling-stoniano (quasi un omaggio ad Al Kooper da parte di Moreno Piccoli), la voce e la scelta dei temi e lo spirito, disingannato ma non annichilito, disposto ad ascoltare e a mettersi in discussione, che lo caratterizza.
Dieci canzoni che escono dopo un lungo periodo di silenzio da parte di Ongaro: un silenzio rumoroso, in realtà il suo, perché se è vero che non esce con dischi a suo nome dal 1995 (Certi sogni non si avverano), è altrettanto vero che nel 2000 ha composto e prodotto un intero cd per Grazia De Marchi – Lasciatemi vivere – e nel 2002 è uscito conShakespeariana, una ricca e interessante galleria di personaggi femminili tratti dalle opere di Shakespeare, interpretata da Giuliana Bergamaschi e tra le opere più votate all’ultimo Club Tenco. Oltre a numerose collaborazioni per recital ed eventi teatrali.
Fatto sta che per vedere uscire un uovo disco a nome Marco Ongaro si è dovuto attendere la nascita dell’etichetta D’Autore di Edoardo De Angelis. Ongaro canta molto bene, con una vocalità calda e profonda, capace di dare solennità e spessore, mentre, musicalmente, la direzione artistica e gli arrangiamenti sono di Roby Ceruti, che ha buona parte di “responsabilità” in questo ritorno alle atmosfere dei sixties.
Sotto questo aspetto il disco è addirittura rigoroso: spartano e vivido, suona forte come una roccia, senza concessioni alle mode di tendenza, ma con quel tanto di anacronistico che rende il prodotto gradito alle orecchie più gravate di anni. Sognare, dormire, forse svegliarsi, Ginevra, Tutto è secondario, assieme alla già più volte citata Dio è altrove sono i punti più alti del disco, ma il dato più rilevante è la qualità media che non scende mai sotto il livello di guardia.

Una recensione di Alessio Lega
“…singolare sorte per questi due album (Archivio postumia ed Eptalogia), che interamente arrangiati e registrati, non sono a tutt’oggi stati pubblicati. Per qualcuno è filtrato il contenuto, dal momento che Ongaro ne ha proposto, dal vivo, le scalette complete in più d’un occasione; alcuni estimatori dell’artista poi li posseggono in copie fortunosamente scippate all’autore sotto minaccia di torture e vessazioni. Rimangono però due opere sospese nel limbo, incredibilmente, visto che oltre ad essere due dischi di valore artistico assoluto, sono una chiave di volta fondamentale per capire l’evoluzione di questo cantautore; mi scuserete quindi se ne parlo, pur consapevole del fatto di parlare di opere che molto difficilmente potranno in qualche modo arrivare a chi mi legge, a meno che la Rosso di sera, che le ha prodotte e ne detiene i diritti, non decida di renderle pubbliche…”.
Così scrivevo 3 anni fa in un libro cominciato e mai finito, e di cui l’opera di Marco Ongaro era uno degli oggetti di studio più lungamente approfonditi. Passatemi questo vezzo iniziale… ma mi sembrava così terribilmente ongariano iniziare con la citazione di un proprio inedito, che non ho saputo resistere oggi che finalmente, a quindici anni di distanza dalla loro registrazione, le due opere vedono la luce.
Un problema: io conosco questi dischi perfettamente, li ho ascoltati dal vivo, li posseggo, come dicevo, in copia. Sono convinto che siano complessivamente un capolavoro, e non è l’impressione dettata dalla scoperta subitanea, dal sorgere dell’entusiasmo per una novità inaspettata. È piuttosto una convinzione meditata e perfettamente formata in me, solo che questo atteggiamento poco si addice al concetto di recensione… però non sono in grado di recensire questo disco più di quanto sarei in grado di recensire Le nuvole, The Wall o Dias y flores.
Ecco che dunque, più che recensire, mi proverò a manifestarvi le mie riflessioni su queste due opere raccolte in un solo CD.
Iniziamo dal titolo. Un’archivio dunque, un repertorio: repertorio di personaggi e situazioni. Ma perché postumia? O meglio perché l’autore sin dalle prime interviste ha adoperato per se la definizione di “cantautore postumo”?
Tutti i personaggi di Ongaro sono non vivi, a partire dall’autore, che parla appunto postumo, come la luce di una stella che ci giunge quando essa è spenta da chissà quanto, ma non per questo brilla meno. Non confondiamo però il postumo col morto, Ongaro parla da classico, dunque immortale, perciò fuori dalla storia. La sua è una riflessione sul sacrificio che la vita fa alla parola per divenire qualcos’altro. Un qualcos’altro che è Storia, storie o forse solo avanspettacolo, ma che non è più vita. L’arte, o in fin dei conti la comunicazione, inizia dopo la vita, appunto, postuma. Questa è l’amarissima riflessione che nutre l’opera ongariana. Finchè si vive è impossibile comunicare.
A noi, posterità vivente, l’autore invia bagliori da chissà quale altrove, da chissà quale pianeta, segnali di fine corsa, mappe, giornali di bordo. La sua poetica per questo deve rinunciare a possedere il senso, tutt’al più può affiancarlo, ci si può confondere senza intrappolarlo; per questo la sua parola è chiara ma imprecisa, la sua musica è evocativa, ma laddove sembra vertere a un crescendo viene a mancare.
Il procedimento compositivo di Marco Ongaro rifugge l’originalità bizzarra, il passaggio che lascia increduli. La sua cifra è nella perfetta comprensione dei meccanismi mitici della canzone, quelli fuori dal tempo, per riportare ogni parola a una casa/trappola, una casa dolce casa incantata e pericolosa, una casa di bambola risaputa e inquietante.
Questi dischi di Ongaro sono una sorta di casa di Hansel e Gretel, dove si sgranocchierà la dolcezza retrò al gusto di rosolio dei confetti, dei muri di marzapane, ma chissà, vi si potrà anche attendere la trappola di una profondità stregata.
Tutte le canzoni di questo CD appaiano frammentarie, come pezzi di un puzzle fra i relitti di un naufragio, che galleggiano suggerendo l’idea di un antica visione d’insieme irrimediabilmente perduta. Tutti i punti di vista proposti non trovano l’unità di fini, pur in qualche modo suggerita, Marco Ongaro sembra anzi compiacersi del binomio chiarezza/mistero che propone continuamente in questa tappa d’arrivo del suo stile ironico e swingante, in seguito abbandonato per il Rock di Dio è altrove e di Esplosioni nucleari a Los Alamos.
Tappa d’arrivo, dicevamo, ma anche mappatura di una crisi: non una crisi creativa ovviamente, le canzoni sono molto belle, ma il loro risolversi nel giro di pochissimi versi, il loro fare quasi sempre riferimento a topos letterari consolidati (a volte precisi: Lolita, Landru; a volte generici: La signora Russa), pone falsi paletti in una sabbia mobile di informazioni, fa intravedere un’uscita che non esiste, promette una comprensibilità che non arriverà.
Emblematica la politicamente scorretta e avarissima di parole Lolita:
Forse c’è un bambino in me / ed è lui che ama te.
Ma se c’è un bambino in me / certo è lui che ama te (sempre se c’è!).
Lolita / finisci la tua pasta al burro
Lolita / quel telefono è un po’ troppo azzurro, mettilo giù
Se mi prometti, mi prometti che non lo farai più
Io ti prometto, ti prometto che non lo farò più.
nell’affrontare uno dei temi più scottanti e repressi della sessualità ecco che Ongaro non cerca la deflagrante sfida e passione della stupenda canzone di Léo Ferré Petite (Allora tu non mi andrai / perchè sotto la gonna non avrai più / il codice penale), sussurra piuttosto all’orecchio turbato dell’ascoltatore una tenerezza incoffessabile e affida ogni commento alla melodia che, retta dal sax e scossa dal contrabasso, si avvolge come un serpente sulle parole, e rabbrividisce strascicando la voce su quell’ineffabile e torbidissima pasta al burro (si suppone proveniente dallo stesso panetto usato da Brando in Ultimo tango a Parigi).
Arrangiato in maniera talvolta trionfalisticamente fastidiosa Eptalogia, pur meno unitario di Archivio, contiene brani stupendi, a partire dal primo Demian, di derivazione Herman Hessiana, questo personaggio rappresenta lo struggimento senza fine della memoria dell’antica amicizia, di un alleanza perduta.
Il sosia è un altro dei brani chiave del disco per il gioco di sovrapposizioni multiple, per la schizofrenia evidente del tema, per la bella invenzione che ricorda il famosissimo doppio perverso inventato da Gainsbourg nei suoi ultimi anni (Gainsbarre).
Sospesi così perfettamente, come fra le pagine mancanti di una rivista, questi pezzi rappresentano l’esito ultimo del gioco di rimandi e travestimenti iniziato dall’autore col suo primo disco AI: Ongaro è partito facendo canzoni che sembravano le Songs di un musical di cui non conoscevamo trama e dialoghi, ma a cui eravamo richiamati dai luoghi comuni, dagli spazi stabiliti per tacito accordi fra ascoltatore e narratore.
In questi due dischi però quel Musical è diventato la vita stessa, le paillettes si sono sbiadite e i confini fra vita e cultura, fra futuro e passato son diventati inestricabili.
Nella straordinaria L’hai voluto tu la crisi della coppia è tutta sancita da giochi con le (e non di) parole che si affiancano e si contraddicono, che restano le stesse per dire l’opposto:
Tu mi parlavi / io non capivo
probabilmente ti tradivo / poi te l’ho detto
che ti ho tradito / mi hai perdonato
mi son pentito
specularmente, nella seconda strofa rimane quasi tutto uguale, cambiando completamente il significato:
poi me l’hai detto / che mi hai tradito
ti ho perdonato / mi son pentito.
Cioè: mi son pentito d’averti perdonato, quando la prima volta il tuo perdono m’aveva fatto pentire d’averti tradito!
La conclusione della canzone scivola su una doppia citazione, anch’essa speculare, di due autori speculari e leggendari (che fra l’altro, racconta la leggenda, un giorno litigarono per una stessa donna):
mi lascerai / non che non ti lascerò
io si, io si / tu no, tu no.
la prima (Io si) è una canzone di Tenco, la seconda (Tu no) è una canzone di Piero Ciampi.
A giocare troppo col fuoco delle parole si rischia però di rimanere bruciati…raschiato il fondo del barile della comunicazione può cominciare l’afasia. Forse per questo l’autore trattò con le pinze questo materiale, lasciandolo alla fuggevole attenzione di qualche concerto, ma non premendo troppo per farlo pubblicare, annunciandolo postumo sin dal titolo.
Ongaro aveva intuito di aver toccato il fondo e che la risalita non sarebbe stata cosa facile: il suo linguaggio ha poi dovuto necessariamente riverginarsi attraverso la purezza popolare di Lasciatemi vivere. Ma per questo sarebbe dovuta passare una nottata di quasi dieci anni (giusto interrotta da quella sorta di autoantologia che fu Certi sogni non si avverano).
Oggi una delle più belle opere della canzone italiana, una delle più profonde riflessioni sul suo linguaggio, è finalmente disponibile. Come dissero Cafiero e Malatesta ai contadini del Matese: “I forconi li avete, i coltelli ve li abbiamo dati, se volete fate, se no vi fottete”.

Un’intervista di Giorgio Maimone
Marco Ongaro ha un viso schietto e sincero, di quelli che fanno subito simpatia e ispirano fiducia. E una bella stretta di mano salda. È vero che questo non basta, soprattutto in campo musicale, ma aiuta molto. È una persona con cui si può parlare della “sensualità dei cibi” e di “piatti di assoluta autorevolezza”. Se poi aggiungiamo che queste caratteristiche si traducono in un modo di far musica altrettanto schietto, abbiamo il disegno a tutto tondo di un cantautore anomalo, un cantautore “su commissione” come ama definirsi, in questa chiacchierata tutta vissuta con un sorriso sotto i (reciproci) baffi.
“Lavoro su commissione, sì. Come stimolo, scrivere per qualcuno che ti ordina una cosa è intrigante. È quasi uno spunto rinascimentale. Non mi sento pittore ma pennello e tavolozza. Se scrivo per Grazia De Marchi scrivo cose mie che parlano di lei. L’idea di “Shakespeariana”, invece me l’ha data il regista Paolo Valerio che più di me aveva .in testa Shakespeare. Cleo, l’ultima canzone, l’ho scritta a luglio dello scorso anno e prima di partire mi telefona questo chitarrista di Verona, Roberto Cerutti. Mi chiama e mi fa: “Senti io vorrei farti fare un disco. La formazione è questa: chitarra, basso, batteria, organo hammond. Il gruppo si chiama La Scorta”. Benissimo – gli ho detto – troviamo una cantante e io ti scrivo le canzoni. E lui mi ha detto voglio: “No, io voglio la tua voce “rovinata”. Queste esatte parole. E li mi ha convinto. Lui voleva la mia voce “rovinata”, quindi mi sono sentito tranquillo sul tornare a cantare. Ma ho scritto “Dio è altrove” come se fossi un autore. Ho scritto per “quella formazione” e per “questa voce”. Ero di nuovo un autore.Non un cantautore. Poi io sono la voce della Scorta…..”
È un caso?
“Non è proprio un caso, ma è un approccio differente. Una sfumatura”.
Ma sei tu nelle cose che scrivi.
“Sì sono io, ma mi piace la sfida. Esistono dei margini di sfida. È quello che mi piace. Il fatto che ci siano dei limiti. Il fatto che debba scrivere qualcosa su quello che Shakespeare ha già scritto. O su un episodio della vita della De Marchi. O sull’ecologia. Tra 10 anni non ci sarà più acqua sul pianeta. Io svolgo il tema, li c’è la sfida”.
Come se fossi un giornalista?
“Ho dei limiti. Mi piace aver dei limiti. Poter vincere la sfida all’interno di quei limiti è la sfida, quello mi stimola. Quando mi propongono un nuovo lavoro, come primo impulso dico no. Poi torno a casa e l’ho già scritta. Così funziona”.
E, a parte tutto, quando scrivi sei un autore molto prolifico. 
“Questo disco nuovo ha questa nascita su commissione ma devi sapere che c’è già pronto un nuovo lavoro con Grazia de Marchi, che ho scritto lo scorso luglio e in agosto me n’è stato commissionato un altro, simile a Dio è altrove, su tema ecologico, sempre dallo stesso chitarrista della Scorta. Ho scritto 16 brani per Grazia e 13 per lui, perché quando mi si chiede qualcosa io sono febbrile. Altrimenti il pianoforte resta chiuso, la chitarra nella custodia.
Ne esce fuori un mosaico a molte facce, ma quali sono le musiche di Marco Ongaro?
“Se compongo alla chitarra è impossibile che non esca Dylan. Se compongo al pianoforte ecco Paolo Conte. Se scrivo per la De Marchi mi ritrovo tra il De Andrè e il Branduardi. Sono forse l’ultimo in grado di definire il mio stile vocale; credo di avere varie sedimentazioni che vengono fuori a seconda delle occasioni. Il motivo per cui mi piace fare l’autore è che non devo pormi problemi di questo tipo. Devo pormi il problema di far cantare gli altri”.
Ti piace il tuo nuovo disco?
“Sì, mi piace, riconoscendo anche quello che non sono io di quel disco. Il lavoro che ho fatto su commissione mi piace. Sono io nei testi e nelle musiche; negli arrangiamenti non sono io, mai. Però ne sono contento: ero appena reduce da “Shakespeariana” in cui, sotto questo aspetto, ho sofferto moltissimo. Incidere un quartetto d’archi con quattro archi che non si sono mai incontrati tra loro è stata un esperienza terribile. Ci sono musicisti che non si sono mai conosciuti in quel disco e che suonano nella stessa canzone!”
“Dio è altrove” è tutta un’altra cosa. A parte che in certi momenti suona come se fosse in presa diretta. Addirittura in certi momenti ti dà l’idea del work in progress, di qualcosa non rifinita, interrotta a un certo punto. Sbozzata, ma non ultimata, ma forse questo è un po’ nel tuo stile. E lo dico come pregio del lavoro, sia ben chiaro, non come critica.
“Dio è altrove”, la canzone, a parte il fatto che è ovvio che per me è perfetta così (sorride mentre si brinda con un bicchiere di Ripasso dal titanico splendore), aveva lo spunto più che altro nell’emozione. Questa sorta di eresia nel fatto che Dio se ne sia andato altrove. L’inizio è una storia ebraica di un rabbino in Polonia che nella sua sinagoga trova Dio seduto. “Signore cosa fai qui? Gli chiede. “Non ti immagini quanto io sia stanco”.Il concetto dell’eresia è che Dio sia andato in un luogo così disperso dell’universo in modo da non sentire niente di quello che succede qui e che i messaggeri ci mettano così tanto ad arrivare e a riportare le notizie che qualcosa sarebbe inevitabilmente cambiato nel frattempo, ma lui non se ne preoccupa più.
E la “title track” è infatti il brano più di presa di tutto il disco,
“Ho imparato dopo molti anni ad aprire il disco con un pezzo “forte”.
Il motivo dei ringraziamenti del disco ha a che fare proprio con la scrittura in quel mese. Sono passato prima da Lecce dove c’era Max Manfredi, mi sono fermato a casa di Alessio Lega, abbiamo suonato per tre giorni poi sono andato in Calabria, sono arrivato caricatissimo. La prima canzone che ho scritto è stata Il Conte Max da Genova”
Quello con le dita insanguinate…
“Esatto. Gandalf Foschini è chi mi trascrive le musiche perché io possa depositarle in SIAE, Ferdinando Dolfo è l’autore del primo progetto di copertina (bocciato). George Steiner ha scritto “Morte della tragedia” che stavo leggendo in quel mese, il libro in cui si parla dell’eresia del Dio che è altrove. Nicola Nicolis è un cantautore veronese decano, “nonno” lo chiamano, che mi ha prestato il libro “Morte della tragedia”. Iole e Gaetano Mazzone mi hanno ospitato in Calabria. Poi c’è mio fratello: il fratello del cantautore come ha detto Micocci. Mi fa: “Tu come campi?” “Ho un fratello che mi aiuta”. “Il fratello del cantautore! Anche Tenco ne aveva uno!”. Ora fa il fotolito e mi prepara tutti gli impianti delle copertine.
Quindi ora sei soprattutto un autore. Ma nei primi dischi ti sentivi cantautore?
“Sì, li scrivevo senza un progetto. Apparentemente le cose che mi venivano fuori da sole. Vado al Tenco nell’82 ottengo un discreto successo. Il fatto è che il Tenco allora aveva un paio di giornali che scrivevano sulla manifestazione. Soprattutto la prima sera. Poi mi sono reso conto che effettivamente la discografia non era aperta a nuovi dischi di cantautori emergenti. Lucio Quarantotto ha vinto nell’84 e poi fino all’87 non è esistita una targa per opera prima. Perché non esistevano opera prime! Però c’era questa dance-music, disco-music. Anni ’82-83. Mi ricordo che anche qui è partito tutto con una commissione (eccoci che ci risiamo con le commissioni). Il tizio che me l’ha commissionata mi ha dato una cassetta e mi ha detto “Tu sapresti fare un brano come questo”. Era un brano dei Twins, un gruppo tedesco. Dopo un’ora gliel’ho consegnata la canzone. Arrangiata in modo identico. Ma la mia era più bella e cercava di dire cose intelligenti. E così è nato il mio alter-ego: O’gar, l’autore di disco-music. Ma cercavo comunque di dire cose intelligenti. Per questo poi O’gar è morto a Parigi nell’86. Per quanto cercasse di dire cose intelligenti le diceva in inglese a gente che l’inglese non capiva. Ha avuto successo in Spagna!
E a quel punto sei partito coi dischi a tuo nome.
“Sì, il primo disco è dell’87. Che ho dovuto forzare, perché ancora c’era questo blocco ai nuovi cantautori. Figurano tutti nei ringraziamenti del primo disco; tutti quelli che non mi hanno preso. Vincenzo Micocci, Lilli Greco, Sandro Colombini … Per cui ho detto a Venturiero che prima era il mio agente che cercava di procurarmi una casa discografica e che nel frattempo aveva fondato una sua etichetta, di farmi fare il disco. Venturiero era rimasto fuori alla mia esperienza di O’gar che sarebbe stata l’unica avventura in comune che gli avrebbe fruttato dei soldi in tutta la nostra carriera unità. Con me ci ha solo rimesso. Però è un collezionista privato. È una questione affettiva. Lui deve avere tutto quello che faccio. È una questione maniacale. Del primo disco mi ha detto: “Di questo disco non verrà mai trasmessa una canzone in nessuna radio” E il giorno stesso l’ha pubblicato. Se non è collezionismo questo!”
Ma dopo l’esordio più o meno faticato ci sono stati i sette anni di silenzio. Perché?
“Nel ’90 a fatica, quando cominciavano di nuovo ad uscire i cantautori, con lentezza terribile siamo riusciti a buttar fuori “Sono bello dentro”. Che è coinciso con l’incisione del Vino di Ciampi al Teatro Argentina, forse il massimo successo che abbia avuto. Da lì ho inciso “Archivio Postumia” nello stesso anno, con un gruppo, ed è l’unico disco che ho arrangiato completamente io.
Nel ’91 “Eptalogia” che è un altro progetto che avevo in mente. E la Rosso di Sera non li ha pubblicati. “Archivio Postumia” lo sapevo che non sarebbe potuto essere pubblicato prima di 10 anni. Per questo gli ho dato quel titolo. Suona ’90, ma con strumenti non datati. Poi ho fondato un gruppo: Le vittime del sesso, una rock-band con cui ho girato un paio di mesi. A quel punto non avevo più voglia neanch’io di pubblicare “Eptalogia” che era di stampo più jazzistico. Nel ’95 finalmente riesco ad uscire con il disco successivo: “Certi sogni non si avverano” ma a quel punto ero stufo dell’ambiente e mi sembrava un modo di concludere perfetto. Esce il disco e io invece di promuoverlo mi ritiro, altra prova di affetto del mio editore”.
Ma gradatamente, a forza di dischi su commissione, sei tornato.
“Questo disco è più rock dei precedenti perché mi è stato commissionato da un chitarrista rock. Ha una fender del ’68 in casa! Mentre Luca Olivieri ha vinto a Memphis la gara per i migliori Elvis”.
Si respira un aria vintage tra i solchi del tuo disco
“Ce l’hanno detto. L’arrangiatore fa a Cerutti: “Hai fatto bene a stare fermo trent’anni perché adesso sei tornato di moda!”. I ragazzi cresciuti coi suoni di plastica non li sopportano più e adesso riscoprono la chitarra di Hendrix.
Ogni disco una storia, completamente diversa.
“E paradossalmente abbiamo cercato di allontanarci dai riferimenti . Ma Dio è altrove suona come Like a Rolling Stone. La chitarra e l’hammond fanno lo stesso gioco. Così come Ginevra richiama Neil Young e così abbiamo inserito l’armonica a bocca, perché non ci nascondiamo. Lo facciamo proprio così, come deve essere il riferimento. È un disco ricco anche di citazioni italiane. L’assolo in mezzo a L’infermiere è degno di Solieri, il chitarrista di Vasco Rossi. Una canzone che ho scritto la De Marchi, Colombo, diceva: “ho passato metà della mia vita a cercare di non somigliare”, ma è quasi impossibile. Se non somigli a uno somigli all’altro. L’importante è rivendicarlo, non nasconderlo.

qui una pagina su Marco Ongaro


qui il suo sito


















martedì 17 settembre 2013

La musica è finita - Giorgio Maimone

pubblico nella sua totalità un articolo di Giorgio Maimone su una questione interessante e importante, molti abbiamo pensato più di una volta alle cose che dice Giorgio Maimone, ma mai le avevo viste scritte con tanta chiarezza e disillusione.
come si da a dargli torto, quello che dice vale anche per il calcio, secondo me, chi ha visto giocare Maradona e Baggio e Zola, come fa ad appassionarsi al calcio di oggi, chi ha visto l'Olanda del '74 come fa a riprovare gli stessi entusiasmi oggi?
torno alla musica, penso alla Francia, dopo Jacques Brel, George Brassens, Yves Montand, Leo Ferrè, Aznavour (cito solo loro, ma penso che ne sarebbero anche altri, mi sa) questi anni c'è stato qualcun'altro di quel livello?
poi è vero, come dice Maimone, che ce n'è diversi bravi, ma sono e restano nani, troppo spesso, davanti ai giganti che sono spesso morti o hanno lasciato - franz





La musica è finita, sì. La gioia che mi dava ascoltare a turno la voce di Bob Dylan, di Fabrizio De André, di Francesco De Gregori o di Van Morrison è sfumata in un silenzio che sa di morte, di funerale , di De profundis. La musica è finita nel senso che sono finite le canzoni, che non ci sono più spinte vitali, che nessuno scrive niente che possa interessare. Alcuni parlano del mondo, altri di sé. I primi hanno per referente le pagine dei giornali, i secondi il proprio ombelico. La musica è però finita, perché non sa più raccontare la società, non ci sa dire chi siamo, non ci sa fotografare. Sì, ogni tanto qualche bagliore emerge, ma mancano i cantautori eponimi, manca chi, con un endecasillabo ben temprato sappia (o voglia, o possa) trovare il modo per raccontarci. Fate mente locale: le prima canzoni di De André non erano un magnifico ritratto dell'Italietta degli anni '60? Così ipocrita, meschina, stretta tra le sue mille ipocrisie e le sue puttane di alto e basso bordo? È Bob Dylan non ci ha forse saputo dare appieno la luce ed i bagliori di una diversa cultura, in maturazione sul l'altra sponda dell'Atlantico? O forse De Gregori non ci ha raccontato gli anni di mezzo, da quelli di piombo a quelli di niente attuali. La storia siamo noi. O meglio, la eravamo. Ora ci sentiamo esclusi. Ora guardo fuori e vedo un mondo incattivito e smarrito, una società alla deriva, con valori etici allo sbando e una cattiveria di fondo irrecuperabile. Homo homini lupus, molto più di prima. Eppure ... tutto questo nelle canzoni non c'è. Non c'è internet, non ci sono i social network, gli smartphone, un mondo del lavoro che sta chiudendo per fallimento, rapporti umani onerosi, onusti e consumati, dove, anche lì, non si sa più dove andare. Se è solo sesso è fatto male. Sostenuto chimicamente, praticato atleticamente, ma perso anni luce lontano da amore, progetti, stili di vita da reinventare. Se è possesso invece diventa negazione della vita, tormento, femminicidio. La musica è finita. Non ci sa raccontare l'Italia di Berlusconi, di Grillo, dei politici imbelli, degli zimbelli televisivi, dello strapotere di You Tube, del cyber-ululato, dal vuoto dei valori. È finita come parole, ma è finita anche come musica. L'unica novità dagli anni '90 in qua, indipendentemente da qualsiasi valore gli si voglia dare, è stato il rap. L'unica. Poi il silenzio. Niente di nuovo sul fronte occidentale, niente a levante, niente a occidente. Il rock, il progressive, il grunge, l'hard rock, il talking blues, il country, il folk, la New wave avevano tutti portato qualcosa, avevano tutti gettato semi che sono germogliati o meno, in modo più o meno fruttifero, ma ogni tanto il vento del nuovo scuoteva le piazze e divideva figli e genitori, nonni e nipoti. Ora è stasi. La forma canzone è invecchiata senza sapersi reinventare, seguendo un processo che la musica classica ha compiuto nelle secolo scorso: crisalide cristallizzata in un bozzolo da cui mai più uscirà una farfalla, una pupa, un bruco. Insomma, non in grado di andare né avanti né indietro. Ora è tutto melassa pop. I più onesti lo dicono, lo ammettono di fare pop. Altri, la maggioranza, no. Ma non si capisce cosa facciano e cosa vogliano fare. Di sicuro fanno canzoni che non emozionano. È che, nella maggior parte dei casi non interessano.

Volete fare un gioco molto cattivo? Segnatevi dieci grandi canzoni del secolo scorso (oh, guardate che non parlo della preistoria! Dagli anni '60 ai '90. Tagliamo fuori gli anni zero, che non contano, e confrontatele a dieci canzoni che vi piacciono adesso. Su, è semplice: dividete il foglio in due, a sinistra scrivete:
Creuza de ma
Una notte in Italia
Mimi sarà
Un uomo a metà
La stazione di Zima
Un altro giorno è andato
Sad eyed lady of the lowlands
And the healing has begun
I'm a walrus
Festa di piazza
Ho scritto le prime dieci che mi sono venute in mente, rigorosamente una per ogni grande autore (e ho lasciato fuori Conte, Cohen, Endrigo, Springsteen etc etc etc). Ecco, io nella colonna di destra non saprei cosa metterci. Che ci metto? Cosa dovrei metterci? Pacifico o Niccolò Agliardi? Che pure sono dignitosissimi autori? O il futuro della musica sono altrettanto abili autori però più che 40enni come Alessio Lega, Federico Sirianni, Giambattista Galli, Luigi Maieron. Ma valgono Dylan? Parlano del mondo come De André? Conoscono gli imperscrutabili labirinti dell'animo umano o la povera gente o la rivolta di classe, di ceto, di tensione politica? Ci sono solo due grandissimi nella nostra epoca, in Italia che non si sa per quanto continueranno a fare il loro mestiere: Davide Van De Sfroos e Max Manfredi. Il primo ha portato aria diversa, pur su una base ritmico-armonica totalmente americana, il secondo, disgustato e un po' cinico, osserva e poco si mischia. Negli anni-zero speranze avevo coltivato ne La luce della centrale elettrica, rabbia e disperazione metropolitana, ma un grande disco è stato seguito da un clone. Zibba, di Zibba non si può dire che bene, ma ancora non ha dato quello che potrebbe e forse, forse, si badi bene, non vuole darlo. Lo so che c'è tanta brava gente che scrive e fa canzoni, anche troppa. Forse sulle canzoni bisognerebbe meditarci più a lungo prima di farle uscire. Personalmente ho scritto più di 800 canzoni e nessuna mai vedrà la luce, perché non ne vale la pena, perché il loro ambito è la cameretta o qualche raro amico. Sarebbe bene forse se anche i nostri si tenessero più in caldo le canzoni prima di farle uscire, pubblicandole solo quando e se esse stesse si impongono con forza e allora è d"obbligo pubblicarle. Per il resto siamo qua e viene naturale citare Alessandro Hellmann: "di cosa parliamo quando parliamo d'amore?" E quando "non" parliamo d'amore? La forza sono le storie, mi dicono? Non solo. Anche le idee, anche le emozioni, ma più ancora bisognerebbe andare a chiedersi perché si fa una canzone e quale sia il suo scopo. Per cantarla, che domanda! Ma allora, beati miei, fate qualcosa che si possa cantare! Che abbia la gioia del canto dentro! L'esplosione di un acuto, l'intimo di un sussurrato, una melodia che si ricordi e si possa canticchiare! Sì, canticchiare! Perché De Andrè, Dylan, De Gregori, Vecchioni, Jannacci e Fossati si canticchiano anche. Pure sotto la doccia. Dateci ancora pezzi come "Bang bang" o "Io ho in mente te", "Una ragazza in due", "Senza luce", "L'ora dell'amore" o "Il pescatore", tutte canzoni che fa piacere cantare, perché il canto è gioia. "Il mio canto libero", scriveva Battisti, uno che non ne sbagliava una di melodia. È così, invece ora, il canto non è libero. È avvinghiato, avvoltolato, involuto, nascosto e mortificato.

Certo, i grandi sono tutti morti o non stanno tanto bene. L'elenco è lungo, ma per un motivo o per l'altro resta solo De Gregori a rappresentare la grande stagione del cantautorato italiano. Morti Gaber, Jannacci, Endrigo, De André, Lucio Dalla; ritirati Guccini, Fossati e la De Sio; ridotto al silenzio Claudio Lolli; quasi uscito di scena Paolo Conte, resta indomito e ricco di carica e di cose da dire Goran Kuzminac. Un po' poco per reggere tutta la scena. La musica è finita, ma non ce ne dobbiamo preoccupare. Ogni grande genere ha avuto la sua epoca: il melodramma è durato tre o quattro secoli, ma alla fine si è estinto, l’Operetta ha avuto vita brevissima: dal 1870 al 1930: 60 anni, quasi come la canzone d’autore o da cantautore. Il jazz storico è pure durato 60 anni, dall’inizio del Novecento agli anni Sessanta, pur continuando a trasformarsi e a cambiare pelle, dando luogo a ramificazioni ulteriori, ora un po’ disseccate. Se entriamo nell’ambito del rock, il rock and roll in senso stretto non è andato oltre i due decenni (anni ‘40/60), il progressive non ha superato le soglie degli anni ’70, durando meno di 10 anni, come pure il punk, l’hard rock, il metal. Per non parlare di meteore come il grunge, il rock demenziale, lo ska, il reggae. Resistono inviolabili il folk (la musica popolare) e il blues che però hanno cambiato a loro volta forma tante di quelle volte da averne perso il conto. Se si sono estinti tanti illustri progenitori non è forse a rischio di estinzione la canzone stessa? Che poi non vuol dire il canto: la canzone così come percepita, con strofe o stanze, ritornelli o meno, bridge, introduzione e finale. La canzone pop fatta di melodia, armonia, tempo. No, sinceramente non c’è più nessuno che sa fare canzoni che possano durare e resistere al trascorrere degli anni. Poco male. Arriverà qualcosa d’altro. Qualcosa che sappia tenere conto dei differenti metodi di fruizione, dello spezzettarsi dell’attenzione, della gratuita presunta di quello che si ascolta. Chi vuole più pagare una canzone? Nessuno. Quando ero giovane l’unico modo per sentire la musica che mi interessava (i Pentangle, gli Steeleye Span, John Martyn, Richard Thompson, ma anche Johnny Cash e tutta la musica country, J.J.Cale e gli epigoni di Dylan) era comprarsi i dischi. Oppure registrarli (male) da qualcuno che li aveva comprati. Non c’erano radio per questa musica, né televisione. Solo pochi giornali e la carta non canta. Adesso basta accendere un computer, aprire un tablet e si ha tutta la musica del mondo a disposizione, tendenzialmente gratis. Marx spiegava tanti anni fa che i mezzi di produzione sono in ogni memento storico l’espressione del livello tecnico e delle esigenze produttive del momento stesso. Il mezzo fa il messaggio, insomma. E noi questo nuovo messaggio non l’abbiamo trovato e non riusciamo neanche a scorgerlo. Difficilmente la salvezza sarà nelle parole: speriamo nella musica. La musica è finita e forse non riprenderà mai. Ma qualcosa d'altro nascerà. Celebriamo il funerale della canzone d'autore con la massima dignità e restiamo ad aspettare che i tempi riprendano a cambiare e che le risposte siano di nuovo portate dal vento.