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giovedì 14 novembre 2019

COME GLI ITALIANI DIVENNERO «BIANCHI»



il «New York Times» racconta come la bianchezza non sia un colore ma un apparato politico
Traduzione e note di Salvatore Palidda

Il Congresso aveva immaginato un’America bianca, protestante e culturalmente omogenea [NT: cioè wasp: white anglosaxon protestant] quando dichiarò nel 1790 che solo «i bianchi liberi, che hanno o devono emigrare negli Stati Uniti» potevano diventare cittadini naturalizzati [NT: a ciò risalgono le Anti-miscegenation laws, leggi contro il mescolamento di “razze” in auge in tanti stati USA sino al 1967, cfr https://en.wikipedia.org/wiki/Anti-miscegenation_laws; tali leggi vietavano agli europei del sud di abitare nei quartieri di bianchi, mandare i figli in scuole wasp e sposare un/a wasp].
Il calcolo del razzismo subì una rapida revisione quando ondate di immigrati culturalmente diversi provenienti dagli angoli più remoti dell’Europa cambiarono il volto del paese. Come lo storico Matthew Frye Jacobson mostra nella sua storia degli immigrati «Bianchezza di un colore diverso» [Whiteness of a Different Color. European Immigrants and the Alchemy of Race, 1999] l’ondata di nuovi arrivati generò un panico nazionale e portò gli americani ad adottare una visione più restrittiva e politicizzata di come dovesse essere assegnato il colore bianco. Giornalisti, politici, scienziati sociali e funzionari dell’immigrazione hanno abbracciato questa attitudine, separando gli europei apparentemente bianchi in “razze” [White on Arrival Italians, Race, Color, and Power in Chicago, 1890-1945, di Thomas A. Guglielmo; aggiungo: nel sito di Ellis Island gli immigrati italiani erano schedati con: nationality e anche con etnicity … per gli originari del Sud era Italian South – è il caso del padre di chi qui traduce].
Alcuni sono stati designati “più bianchi” – e più degni di cittadinanza – di altri, mentre alcuni sono stati classificati come troppo vicini al nero per essere socialmente ammessi come bianchi. La storia di come gli immigrati italiani sono passati dallo status di paria razzializzati nel 19° secolo a quello di bianchi americani in regola nel 20° mostra una finestra sull’alchimia attraverso la quale è stata costruita la “razza” negli Stati Uniti e come la gerarchia razziale [razzista] può talvolta cambiare [qui si cita Working Toward Whiteness: How America’s Immigrants Became White: The Strange Journey from Ellis Island to the Suburbs, di David R. Roediger, del 2006 e aggiungo il celebre Are Italians White?, 2003, di J. Gugliemo, pubblicato anche in italiano nel 2006: «Gli Italiani sono bianchi?»].
Gli italiani del sud con la pelle più scura subirono le pene dei neri su entrambe le sponde dell’Atlantico. In Italia, i settentrionali avevano a lungo sostenuto che i meridionali – in particolare i siciliani – erano un popolo “incivile” e di razza inferiore, ovviamente troppo africano per far parte dell’Europa [la tesi razzista sui meridionali fu sostenuta da Lombroso e dai suoi discepoli, vedi Colajanni, 1898; citato da Teti,1993, «La razza maledetta. Origini del pregiudizio antimeridionale» manifestolibri, Roma; Petraccone, 2000, p. 163; da Ant. Petrillo, 2016, https://universitypress.unisob.na.it/ojs/index.php/cartografiesociali/article/view/60, e altri; aggiungo: la tesi che gli europei al di sotto del 45° parallelo fossero afro-europei fu teorizzata da Madison Grant nel 1916 e ispirò l’Immigration Act del 1924 ossia la prima misura restrittiva/elettiva dell’immigrazione negli States e quindi le misure conseguenti fra le quali le leggi contro il mescolamento delle “razze” : https://it.wikipedia.org/wiki/Razza_del_futuro].
Il dogma razzista sugli italiani del sud trovò terreno fertile negli Stati Uniti. Come scrive la storica Jennifer Guglielmo, i nuovi arrivati si sono scontrati con ondate di libri, riviste e giornali che «hanno bombardato gli americani con immagini di italiani come razzialmente sospetti». A volte venivano chiusi fuori da scuole, cinema e sindacati o relegati nei banchi delle chiese messi a parte per i neri [si veda l’eccezionale film documentario Pane Amaro di G.F. Norelli: https://www.youtube.com/watch?v=ZCdfgXskmUc&t=191s- che mostra come gli italiani erano i fedeli dello scantinato nella celebre chiesa della Madonna del Carmelo a Brooklyn oggi frequentata da latinoamericani].
Sono stati descritti dalla stampa come membri «swarthy», «dai capelli crespi» di una razza criminale e derisi nelle strade con epiteti come «dago», «guinea» – termini di derisione applicati agli schiavi africani e ai loro discendenti – e ancora altri insulti correntemente razzisti come «negro bianco» e «nigger wop» [vedi «The Religious Boundaries of Inbetween People: Street Feste and the Problem of the Dark-Skinned Other in Italian Harlem, 1920-1990», di Robert Orsi: https://www.jstor.org/stable/2712980?seq=1#page_scan_tab_contents].
Le sanzioni della pelle scura andarono ben oltre il soprannome degradante nel sud dell’apartheid. Gli italiani che erano venuti nel Paese come «bianchi liberi» [vedi T.A. Gugliemo] erano spesso marchiati come neri perché accettavano lavori “neri” nei campi di zucchero della Louisiana o perché sceglievano di vivere tra gli afroamericani [erano costretti]. Ciò li ha resi vulnerabili al linciaggio come migliaia di neri, donne e bambini in tutto il Sud impiccati, sparati, smembrati o bruciati vivi [vedi «Rope and Soap: Lynchings of Italians in the United States», di Patrizia Salvetti, 2017; e Lynching as Racial Terrorism: https://www.nytimes.com/2015/02/11/opinion/lynching-as-racial-terrorism.html].
La festa nazionale in onore dell’italiano Cristoforo Colombo – celebrata il lunedì – è stata centrale nel processo attraverso il quale gli italoamericani sono stati completamente ratificati come bianchi nel XX° secolo. La logica della vacanza era permeata del senso del mito e permise agli italo-americani di scrivere un immagine elogiativa nel registro civico [«Whom We Shall Welcome Italian Americans and Immigration Reform, 1945-1965», di Danielle Battisti].

Pochi che marciano oggi durante la sfilata del Columbus Day raccontano la storia del viaggio di Colombo dall’Europa al Nuovo Mondo, sanno come il presidente Benjamin Harrison ha proclamato la festa durante una celebrazione nazionale del 1892, in memoria del sanguinoso linciaggio di New Orleans che tolse la vita a 11 immigrati italiani. Il proclama faceva parte di un più ampio tentativo di placare l’indignazione degli italoamericani e la rottura diplomatica per gli omicidi che portarono l’Italia e gli Stati Uniti sull’orlo di una guerra.
Gli storici hanno recentemente dimostrato che la risposta disonorevole dell’America a questo barbaro evento è stata in parte condizionata dagli stereotipi razzisti sugli italiani promulgati sui giornali del Nord come The Times. Una sorprendente analisi di Charles Seguin [http://www.charlieseguin.com/],  sociologo della Pennsylvania State University, e di Sabrina Nardin, dottoranda all’Università dell’Arizona [https://sociology.arizona.edu/user/sabrina-nardin] mostra che le proteste presentate dal governo italiano hanno ispirato qualcosa che non era riuscito a fondersi attorno al coraggioso editore del giornale afroamericano anti-linciaggio Ida B. Wells – un ampio sforzo anti-linciaggio [https://www.nytimes.com/2018/01/09/opinion/monuments-white-supremacy-tennessee.html].

Un “bruto” nero linciato
I linciaggi degli italiani arrivarono in un momento in cui i giornali del Sud avevano stabilito la cruenta convenzione di pubblicizzare in anticipo i molto più numerosi omicidi pubblici di afroamericani – per attirare grandi folle – e per giustificare gli omicidi etichettando le vittime «bruti», «diavoli», «rapitori», «criminali nati» o «negri fastidiosi» [https://www.nytimes.com/2018/05/05/opinion/sunday/southern-newspapers-justified-lynching.html].  
Persino nuove organizzazioni di alto livello che affermavano di aborrire la pratica che legittimava il linciaggio usavano stereotipi razzisti sulle sue vittime [https://www.nytimes.com/2018/06/11/opinion/northern-newspapers-lynchings.html].
Come ha recentemente dimostrato Seguin, molti giornali del Nord erano «altrettanto complici» nel giustificare la violenza della folla tanto quanto quelli del Sud degli USA [https://www.nytimes.com/2018/06/11/opinion/northern-newspapers-lynchings.html].  
Da parte sua, The Times ha fatto un uso ripetuto del titolo «A Brutal Negro Lynched», presumendo la colpa delle vittime e marchiandole come criminali congeniti. I linciaggi di uomini di colore nel sud erano spesso basati su accuse inventate di violenza sessuale. Come ha spiegato la Equal Justice Initiative nel suo rapporto del 2015 sul linciaggio in America [https://lynchinginamerica.eji.org/report/] un’accusa di stupro poteva verificarsi in assenza di una vera vittima e poteva derivare da lievi violazioni del codice sociale come complimentarsi con una donna bianca per il suo aspetto o addirittura imbattersi in lei per strada.
The Times non era di proprietà della famiglia che lo controlla oggi quando ha licenziato Ida B. Wells come una «mulatta calunniosa e cattiva di mente» [https://timesmachine.nytimes.com/timesmachine/1894/08/02/106832932.html?pageNumber=4] per aver giustamente descritto le accuse di stupro come «una menzogna sfacciata» che i “sudisti” usavano contro gli uomini neri che avevano rapporti sessuali consensuali con donne bianche [http://www.digitalhistory.uh.edu/disp_textbook.cfm?smtid=3&psid=3614].
Tuttavia, come editorialista del Times da quasi 30 anni e studente di storia delle istituzioni: «sono indignata e sconvolta dal trattamento crudemente razzista che i miei predecessori del 19° secolo hanno mostrato per iscritto su afro-americani e immigrati italiani».
Quando Wells portò la sua campagna anti-linciaggio in Inghilterra negli anni 1890, i redattori del Times la rimproverarono per aver rappresentato «bruti neri» all’estero in un editoriale che scherniva quelli che descrivevano «la pratica di arrostire i rapinatori del negro e bruciarne gli occhi con il tizzone ardente». L’editoriale ha calunniato gli afro-americani in generale, riferendosi allo stupro come «un crimine a cui i negri sono particolarmente inclini». Gli editori del Times potrebbero aver presentato obiezioni al linciaggio, ma lo hanno fatto in una retorica saldamente radicata nella supremazia bianca .

Assassini per Natura
Gli immigrati italiani furono accolti in Louisiana dopo la Guerra Civile, quando la classe dei piantatori aveva un disperato bisogno di manodopera a basso costo per sostituire i neri di recente emancipazione, che lasciavano posti di lavoro nei campi per un lavoro più remunerativo.
Questi italiani all’inizio sembravano essere la risposta sia alla carenza di manodopera che alla ricerca sempre più pressante di coloni che avrebbero sostenuto il dominio bianco nell’emergente stato di Jim Crow. La storia d’amore della Louisiana con il lavoro italiano iniziò a peggiorare quando i nuovi immigrati provarono le difficoltà di bassi salari e condizioni di lavoro misere.
I nuovi arrivati avevano scelto anche di vivere insieme nei quartieri italiani, dove parlavano la loro madrelingua, preservavano le usanze italiane e sviluppavano attività di successo che soddisfacevano gli afro-americani, con i quali fraternizzavano e si sposavano [in realtà questo inserimento era determinato dalle stesse costrizioni imposte con le leggi prima citate e dalla generale razzializzazione che li colpiva: la chiusura in gruppi o reticoli di parentela e compaesanato corrisponde alla relegazione sociale -vedi Mobilità umane e 
https://www.academia.edu/38558751/Catani_antropologo-etnografo_dellemigrazione-immigrazione_con_annotazioni_su_similitudini_e_differenze_rispetto_a_Sayad].
Col tempo, questa vicinanza con i neri avrebbe portato i meridionali bianchi, e i siciliani in particolare, a essere visti come non completamente bianchi e destinati alla persecuzione, incluso il linciaggio che abitualmente colpiva gli afro-americani.
Tuttavia, come ha dimostrato recentemente la storica Jessica Barbata Jackson [https://www.libarts.colostate.edu/people/jbjacks/] sulla rivista Louisiana History [2017, «Before the Lynching: Reconsidering the Experience of Italians and Sicilians in Louisiana», 1870s-90s,” Louisiana History: The Journal of the Louisiana Historical Association, Vol. 58, No. 3, 300-338] i nuovi arrivati italiani erano ancora ben visti a New Orleans negli anni 1870, quando gli stereotipi negativi erano veicolati dalla stampa nordica. The Times, ad esempio, li descriveva come banditi e membri delle classi criminali, «miseramente poveri e non qualificati», «affamati e completamente indigenti». Lo stereotipo sulla criminalità innata è chiaramente evidente nella storia del 1874 sugli immigrati italiani in cerca di vaccini riguardante un immigrato «uomo corpulento, il cui aspetto era simile a quello del tradizionale brigante abruzzese» [https://timesmachine.nytimes.com/timesmachine/1874/05/04/79219781.html?pageNumber=5].
Una storia del Times nel 1880 descriveva gli immigrati, compresi gli italiani, come «collegati a una catena evolutiva decadente» [https://timesmachine.nytimes.com/timesmachine/1874/05/04/79219781.html?pageNumber=5].  
Queste caratterizzazioni raggiunsero un crescendo diffamatorio in un editoriale del 1882 che apparve sotto il titolo «I nostri futuri cittadini». Gli editori scrissero:
«Da quando New York è stata fondata non c’è mai stata una classe così bassa e ignorante tra gli immigrati italiani del sud che si sono riversati qui e che hanno affollato i nostri marciapiedi durante l’anno scorso». [
https://timesmachine.nytimes.com/timesmachine/1882/03/05/103405623.html?pageNumber=6].
Gli editori riservarono la peggior invettiva per i bambini immigrati italiani, che descrissero come «cenciosi, sporchi, infestati di vermi e assolutamente inadatti da collocare nelle scuole primarie pubbliche tra i bambini decenti della generazione americana».
Il mito razzista secondo cui afro-americani e siciliani erano entrambi criminali innati ispirava una storia del Times del 1887 su una vittima di linciaggio nel Mississippi a cui come nome era stato dato «Dago Joe» – “dago” era un insulto diretto agli immigrati di lingua italiana e spagnola [
https://www.nytimes.com/1887/06/14/archives/lynched-by-a-mob.html].
La vittima era descritta come una «mezza razza»: «figlio di un padre siciliano e una madre mulatta, e aveva le peggiori caratteristiche di entrambe le razze nel suo aspetto. Era astuto, infido e crudele, ed era considerato nella comunità in cui viveva come un assassino per natura».

Siciliani come “serpenti a sonagli”
La carneficina di New Orleans fu innescata nell’autunno del 1890 [https://www.buzzfeed.com/adamserwer/how-an-1891-mass-lynching-tried-to-make-america-great-again] quando il famoso capo della polizia della città, David Hennessy, fu assassinato mentre tornava a casa una sera. Hennessy non mancava di nemici. Lo storico John V. Baiamonte Jr. [https://www.jstor.org/stable/4232935?seq=1#page_scan_tab_contents] scrive che una volta era stato processato per omicidio in relazione all’uccisione di un professionista rivale. Si dice anche che sia stato coinvolto in una faida tra due uomini d’affari italiani. Sulla base di un testimone chiaramente sospetto che ha affermato di aver sentito il signor Hennessy dire che i “dagoes” gli avevano sparato, la città ha accusato 19 italiani di complicità nell’omicidio del capo.
Che l’evidenza fosse tremendamente debole era evidente dai verdetti che furono rapidamente emessi: dei primi nove dei quali provare la colpevolezza, sei furono assolti; ad altri tre fu concesso l’assenza di prove. I capi della folla che poi li inseguirono pubblicizzarono in anticipo i loro piani, sapendo benissimo che le élite della città – che invidiavano le attività che gli italiani avevano creato o odiavano gli italiani perché fraternizzavano con gli afro-americani [
https://www.buzzfeed.com/adamserwer/how-an-1891-mass-lynching-tried-to-make-america-great-again] – non avrebbero mai cercato giustizia per i morti.
Dopo il linciaggio, un’indagine della grande giuria giudicò lodevoli gli omicidi, trasformando quell’indagine in ciò che la storica Barbara Botein descrive come «forse uno dei più grandi insabbiamenti della storia americana» [https://www.jstor.org/stable/4231912?seq=1#page_scan_tab_contents].
Il sangue delle vittime di New Orleans era appena asciugato quando the Times pubblicò una notizia cheerleader – «Il capo Hennessy vendicato: Undici dei suoi assassini italiani linciati da una folla» – in cui si dilettava nei dettagli sanguinosi [https://timesmachine.nytimes.com/timesmachine/1891/03/15/106047661.html?action=click&contentCollection=Archives&module=ArticleEndCTA&region=ArchiveBody&pgtype=article&pageNumber=1].
Scriveva che la folla era costituita «principalmente dagli elementi migliori» della società di New Orleans. Il giorno seguente, un editoriale scabro del Times giustificava il linciaggio e disumanizzava i morti, con stereotipi razzisti ormai familiari [https://timesmachine.nytimes.com/timesmachine/1891/03/16/103299119.html?pageNumber=4].
«Questi siciliani furtivi e codardi» scrivevano i redattori «discendenti di banditi e assassini, che hanno trasportato in questo Paese le passioni dei senza legge, le pratiche spietate … sono per noi parassiti senza mitigazioni. I nostri serpenti a sonagli sono cittadini buoni come loro. I nostri assassini sono uomini di sentimento e nobiltà rispetto a loro». Gli editorialisti concludevano che sarebbe stato difficile trovare «un individuo che confessasse che privatamente deplora molto il linciaggio».
Il presidente Harrison avrebbe ignorato la carneficina di New Orleans se le vittime fossero state nere. Ma il governo italiano lo rese impossibile. Ruppe le relazioni diplomatiche e chiese un’indennità che l’amministrazione Harrison pagò. Harrison fece persino appello al Congresso nel suo discorso sullo stato dell’Unione del 1891 per proteggere i cittadini stranieri – ma non i neri americani – dalla violenza della folla.
La proclamazione del Columbus Day da parte di Harrison nel 1892 aprì le porte agli italoamericani per scrivere essi stessi nella storia delle origini americane, in un modo che accumula mito su mito. Come mostra la storica Danielle Battisti in «Whom We Shall Welcome» (“A chi diamo il benvenuto”) hanno riscritto la storia dichiarando Columbus come «il primo immigrato» – anche se non ha mai messo piede in Nord America e mai fu immigrato da nessuna parte (tranne forse in Spagna) e anche se gli Stati Uniti non esistevano come nazione durante il suo viaggio del XV secolo. La mitologizzazione, condotta nel corso di molti decenni, garantì agli italo-americani «un ruolo formativo nella narrativa della costruzione della nazione». Inoltre legò strettamente gli italo-americani all’asserzione paternalistica, ancora oggi sentita, che Colombo “scoprì” un continente che era già abitata da nativi americani.
Ma alla fine del XIX secolo, il vero mito di Colombo doveva ancora arrivare. Il linciaggio di New Orleans consolidò una visione diffamatoria degli italiani in generale, e in particolare dei siciliani, come criminali irredimibili che rappresentavano un pericolo per la nazione. L’influente rappresentante razzista anti-immigrazione Henry Cabot Lodge del Massachusetts [https://www.britannica.com/biography/Henry-Cabot-Lodge-United-States-senator-1850-1924] che entrò nel Senato degli Stati Uniti si appropriò rapidamente dell’evento. Sosteneva che la mancanza di fiducia nelle giurie, non la violenza della folla, era stato il vero problema a New Orleans. «L’illegalità e il linciaggio sono cose malvagie» scrisse «ma una credenza popolare secondo cui non ci si può fidare delle giurie è ancora peggio». A parte i fatti, sosteneva Lodge, le credenze sugli immigrati erano di per sé sufficienti a giustificare barriere più elevate all’immigrazione. Il Congresso ratificò questa nozione durante gli anni ’20, limitando l’immigrazione italiana per motivi razziali, anche se gli italiani erano legalmente bianchi, con tutti i diritti dei bianchi.
Gli italoamericani che lavorarono nella campagna che rovesciò le restrizioni all’immigrazione razzista nel 1965 usarono le fiction romantiche costruite intorno a Colombo a vantaggio politico. Ciò dimostra ancora una volta come le categorie razziali che le persone considerano erroneamente come questioni biologiche derivino dalla creazione di miti altamente politicizzati.
NB: questo aspetto della storia del razzismo conferma che infine i colonialisti bianchi che hanno fatto degli Stati Uniti la prima potenza economica, politica e militare non smettendo mai di sfruttare gli immigrati (e oggi i latino-americani) non hanno MAI concesso effettiva parità ai NERI e ai NATIVI che ancora oggi, insieme ai latinos sono spesso oggetto di assassinii da parte della polizia
Sull’emigrazione degli italiani all’estero e anche negli Stati Uniti,
si veda il sito https://www.asei.eu/it/
e in particolare:
– «Emigranti italiani a Ellis Island tra fiction e storia» di Valentina Bertuzzi: https://www.asei.eu/it/2014/09/emigranti-italiani-a-ellis-island-tra-fiction-e-storia/
– «Storia dell’emigrazione italiana», 2017, a cura di P. Bevilacqua, De Clementi, A. ed E. Franzina
– «L’immigrazione negli Stati Uniti», 2008, di Stefano Luconi (Autore), Matteo Pretelli
– Italoamericani. «L’opera di Rudolph J. Vecoli (1927-2008)», a cura di Emilio Franzina,Vincenzo Lombardi e Matteo Sanfilippo: https://www.asei.eu/it/2014/04/italoamericani-lopera-di-rudolph-j-vecoli-1927-2008-a-cura-di-emilio-franzinavincenzo-lombardi-e-matteo-sanfilippo/
§  Estratto da «Emigrazione e organizzazioni criminali», 2006, testi di
Gabriella Barbera, Matteo Corace, Marco De Biase, Gabriele Licciardi, Stefano Luconi, Elia Morandi, Anne Morelli, Gaetano Rando, Matteo Sanfilippo, S. Palidda; estratto: 
https://www.academia.edu/31846189/Estratto_da_Emigrazione_e_organizzazioni_criminali
traduzione dell’articolo “How Italians Became ‘White’” pubblicato dal NYT qui: https://www.nytimes.com/interactive/2019/10/12/opinion/columbus-day-italian-american-racism.html?searchResultPosition=1 –
note e commenti come NT
traduzione di Salvatore Palidda


Il colpo di stato in Bolivia e la soddisfazione del “democratico" New York Times - Francesco Erspamer*





Il colpo di stato in Bolivia, “soft” come piace ai liberisti, che della violenza vera si servono solo quando non basta il denaro e nel disinteresse totale dei media per cui è come se non ci fosse stata (lo sanno bene gli afgani o gli irakeni o gli abitanti del Centro America, lasciati in balia di gang brutali perché il bisogno di droga degli americani possa venire soddisfatto pur mantenendo la finzione politica della guerra contro la droga che tanto piace ai piccolo borghesi impoveriti che consolano la loro disperazione con un moralismo da due soldi), dicevo, il colpo di stato in Bolivia e la soddisfazione del “democratico" New York Times, mi ha fatto tornare in mente una pagina del romanzo di Tomasi di Lampedusa, “Il Gattopardo”.

Una scena del terzo capitolo, in cui il Principe di Salina va a caccia con don Ciccio Tumeo, l’organista del Duomo. Nel paese di Donnafugata si è appena tenuto il plebiscito per l’annessione della Sicilia al nuovo Regno d’Italia e il risultato è stato unanime: 512 votanti, 512 sì. Solo che don Ciccio aveva votato no: “S’inghiottono la mia opinione, la masticano e poi la cacano via trasformata come vogliono loro. Io ho detto nero e loro mi fanno dire bianco!” Il Principe allora si rasserena; la manipolazione era stata smaccata ma lui non era riuscito a spiegarsene il motivo: la netta maggioranza dei votanti si era davvero espressa a favore dell’Italia, perché dunque cancellare ogni traccia di dissenso? Ma ora ha capito: lo scopo del broglio era più sottile, era l’indebolimento, fin dagli inizi, di quel troppo potente strumento offerto al popolo, la democrazia: “Sei mesi fa si udiva la voce dispotica che diceva: ‘fai come dico io, o saranno botte’.

 Adesso si aveva di già l’impressione che la minaccia venisse sostituita dalle parole molli dell’usuraio: ‘Ma se hai firmato tu stesso? Non lo vedi? È tanto chiaro! Devi fare come diciamo noi, perché, guarda la cambiale! la tua volontà è uguale alla nostra’”.

Ambientato al tempo dell’unificazione, il “Gattopardo” parlava però dell’Italia in cui Tomasi di Lampedusa scriveva, quella degli anni cinquanta; e parla anche, come fanno i grandi romanzi, della nostra epoca, dominata dagli usurai (la finanza) e dai loro portavoce, i giornalisti. Che fanno e sfanno governi e parlamenti con leggi elettorali truffa, la corruzione (la chiamano lobbismo), la propaganda e la pubblicità, i sondaggi, il gossip e le calunnie, tutte "parole molli". Molto di più che nell’immaginaria Donnafugata di Tomasi di Lampedusa, nell’Italia e nel mondo di oggi a contare è la rappresentazione virtuale di ciò che, ci dicono, è accaduto da qualche parte nel pianeta. E siccome lo dicono loro allora è vero, e siccome abbiamo votato o avremmo potuto farlo, allora siamo d’accordo, la nostra volontà è uguale alla loro.

No, non lo è. Ma bisogna imparare a combatterli e a batterli sul loro terreno. Con un’informazione “contro” e con una totale mancanza di scrupoli.

*Professore all'Harvard University


venerdì 18 ottobre 2019

L’America? Chiamatela Schiavocrazia

L’America? Chiamatela Schiavocrazia - Enrico Deaglio

L’atto d’accusa è senza precedenti: «Cittadini americani, tutto quello che vi hanno sempre detto sulla purezza della nostra democrazia, sulle nostre libertà superiori a quelle di qualsiasi altro, sulla eticità del nostro capitalismo e della nostra Costituzione… è semplicemente falso, disonesto ed ipocrita. Le cose non andarono così: noi non siamo figli di una lotta di indipendenza, ma di una “schiavocrazia”, che ancora adesso plasma la nostra vita sociale ». Queste parole non sono scritte su un volantino di un centro sociale, su un sito di assatanati marginali o su una pubblicazione di un accademico eccentrico, ma sono stampate in grandi caratteri sul New York Times, il più importante giornale del mondo, in un “evento” destinato a segnare, se non altro, una svolta nel giornalismo.
Si tratta di The 1619 Project , un’”inchiesta- bomba” pubblicata con super tiratura sul magazine del quotidiano, che rivisita la storia americana a partire dal quattrocentesimo anniversario di una data mai veramente ricordata. Nell’anno 1619, davanti alle coste della Virginia, una nave pirata inglese assalì un vascello portoghese, cercando oro e dobloni. Trovò invece nella stiva «20 o più» africani, che erano stati rapiti in un territorio che oggi è l’Angola. Non sapendo che farsene, i pirati inglesi li barattarono per provviste, con uno sparuto gruppo di settlers inglesi. L’arrivo di quel gruppo di africani segnò l’inizio della schiavitù americana, che avrebbe portato in quel continente 12,5 milioni di loro fratelli, in catene, in viaggi attraverso l’oceano Atlantico che causarono la morte di altre due milioni di persone, nella «più grande migrazione forzata della storia fino alla Seconda guerra mondiale».
Era appunto il 1619, i Padri Pellegrini sarebbero arrivati solo l’anno dopo — quindi non sono loro i “founding fathers”; e solo 157 anni dopo i coloni inglesi decisero che erano stufi dell’Inghilterra che gli faceva pagare troppe tasse e produssero quel gioiello per le sorti dell’umanità («tutti gli uomini sono uguali»… «il diritto alla felicità») che è la Dichiarazione d’Indipendenza, ma si dimenticarono — anzi non li nominarono proprio — gli schiavi africani, che costituivano già allora un quinto della popolazione. Neanche la Costituzione fa cenno a loro, ma piuttosto si dilunga su tutti i sistemi con cui il governo si impegna a garantire agli schiavisti la loro “proprietà”, compreso l’uso gratuito dell’esercito e della polizia in caso di ribellioni o fughe. Solo nel 1870, dopo la guerra civile dai 600 mila morti e la liberazione di quattro milioni di schiavi, il Congresso approvò il diritto di voto per i neri, ma solo nel 1965, dopo anni di lotte civili, il presidente Johnson ottenne che quel diritto potesse essere esercitato. E ancora oggi è ostacolato.
L’impianto del 1619 Project è una sorta di candida rivoluzione copernicana: è bastato riguardare la storia mettendo al centro un “fenomeno” di cui si faceva fatica a parlare, e fargli ruotare il mondo intorno, per cambiare il significato degli eventi. E dunque, se si ammette che la forza lavoro schiava è stata determinante per la realizzazione dei grandi miti americani, dalla costruzione delle città, al disboscamento delle foreste e soprattutto alle enormi produzioni di zucchero e cotone (la potenza economica americana nell’Ottocento costruita con il lavoro forzato), si potrà osservare che da questa generazione di ricchezza a basso costo concentrata al Sud sono nate, al Nord, sia la rivoluzione industriale, sia il sistema bancario, sia la globalizzazione dell’epoca.
Dei primi 12 presidenti americani, 10 erano proprietari di schiavi; all’inizio dell’Ottocento, l’uomo più ricco d’America era un broker di schiavi del Rhode Island; la Wall Street di New York si chiama così per il Muro, davanti al quale si svolgevano le compravendite degli schiavi.
La guerra civile nel 1865 sancì la fine ufficiale della schiavitù, ma l’America fece molta difficoltà ad ammettere che quei quattro milioni di persone erano stati i protagonisti della nascita di una nazione. Lo stesso presidente Lincoln, il campione dell’abolizionismo e il vincitore della guerra, convocò alla Casa Bianca — ed era la prima volta che uomini neri varcavano la soglia di quell’edificio che i loro genitori o nonni avevano costruito come schiavi — un gruppo di afroamericani “prominenti” e spiegò loro che era meglio che le due razze si separassero; e li informò che aveva dato ordine al Congresso di trovare i soldi necessari per trasferire tutti in Africa.
Il progetto non andò in porto, anche perché Lincoln venne ucciso, ma quello che è certo — secondo The 1619 Project — è che tutte le successive conquiste della democrazia americana, sono avvenute non grazie ai bianchi, ma nonostante i bianchi, e solo perché i neri d’America sono stati più patriottici di tutti i loro concittadini, aprendo la strada alle conquiste di tutti gli altri.
È una ricostruzione romanticizzata della storia americana? Non proprio, anche se il 1619 Project arriva ad un pubblico di massa dopo una serie di successi letterari sullo stesso tema; si lega piuttosto a un movimento politico — che ha una certa consistenza, specie in un anno di elezioni presidenziali — e che chiede, per i neri d’America, una “compensazione” concreta e tangibile, per le ingiustizie subite da sempre.
Tutto il “progetto” — passato al vaglio dei più importanti storici, e che si avvale dei contributi di poeti, giornalisti, musicisti in una ricostruzione radicale e maestosa della storia americana — è stato coordinato da Nikole Hannah-Jones, giornalista del Times , 43enne nata a Greenwood, Mississipi dove suo padre era bracciante agricolo. La città è nota per essere stata una delle capitali del cotone, ma anche dei linciaggi e del razzismo. Presentando il suo lavoro, Hannah-Jones scrive: «I neri hanno visto il peggio dell’America, ma nonostante tutto credono ancora nel suo meglio. Una volta ci dissero che proprio perché eravamo stati schiavi, non avremmo mai potuto essere americani. Ma fu proprio in virtù della nostra schiavitù, che siamo diventati i più americani di tutti».
Allibita e furiosa per questa pubblicazione, tutta la destra americana, presidente in testa. Finora cauti i candidati democratici. Ma un successo democratico Nikole Hannah-Jones l’ha già ottenuto: ha conquistato il New York Times.
(Da “Repubblica”, 24 agosto 2019)


Alla bandiera degli Stati Uniti manca un colore: il nero - Pasquale Esposito

Gli afroamericani sono da sempre stati derubati dei loro diritti e del loro ruolo nella storia degli Stati Uniti d’America. Ma mentre è sotto gli occhi di tutti quello che è accaduto e in parte continua ad accadere per la prima delle questioni, nella seconda non si è mai fatta chiarezza e nemmeno se ne è voluta fare.
Uno straordinario lavoro pubblicato sulle pagine della New York Time Magazine rende giustizia al ruolo dei neri nella storia americana. The 1619 Project, è questo il titolo della pubblicazione che ha visto la partecipazione di molti studiosi e specialisti di settore che hanno ripreso gli eventi per riformulare la storia, troppo spessa taciuta dalla cultura e dall’ideologia bianca, degli ultimi quattrocento anni.
Due conclusioni principali si possono trarre da quanto analizzato e scritto, in particolare dal saggio di Nikole Hannah-Jones, “Our democracy’s founding ideals were false when they were written. Black Americans have fought to make them true”. La prima che la nascita e lo sviluppo della potenza USA è figlia della schiavitù e la seconda è che la democrazia, quella che assicura l’uguaglianza dei diritti delle persone, ha potuto diventare tale anche e soprattutto per le lotte e la “resistenza” delle/degli afroamericani.
Con un bel titolo dell’articolo su la Repubblica che avrei voluto rubare a Enrico Deaglio, “L’America? Chiamatela Schiavocrazia”.
Sì, è proprio così, perché in quel 1619 cominciava, con l’arrivo dei primi schiavi dall’Africa, la storia moderna degli Stati Uniti d’America: «Nell’agosto 1619, […], i coloni di Jamestown comprarono tra i 20 e i 30 schiavi africani da pirati inglesi. I pirati li avevano rubati da una nave schiava portoghese che li avevano strappati da quella che oggi è l’Angola. Quegli uomini e quelle donne che arrivarono a terra in quel giorno d’agosto furono l’inizio della schiavitù americana. Furono circa 12,5 milioni gli africani che sarebbero stati rapiti dalle loro case e portati in catene attraverso l’Oceano Atlantico nella più grande migrazione forzata nella storia dell’umanità fino alla seconda guerra mondiale. Quasi due milioni non sopravvissero all’estenuante viaggio, […]».
L’America e i bianchi proprietari terrieri e industriali hanno potuto crescere, svilupparsi e con il seguito diventare una potenza economica grazie alla schiavitù, a cominciare dai campi di lavoro forzati, e non piantagioni come le si chiama tuttora.
«Prima dell’abolizione della tratta internazionale degli schiavi, furono 400.000 gli africani schiavizzati ad essere venduti in America. Saranno loro e i loro discendenti a trasformare le terre su cui erano stati deportati, in alcune delle colonie di maggior successo dell’Impero Britannico. […] disboscarono i terreni in tutto il sud-est. Insegnarono ai coloni a coltivare il riso. Raccolsero il cotone che al culmine della schiavitù era il prodotto più prezioso della nazione, rappresentando la metà di tutte le esportazioni americane e il 66% dell’offerta mondiale. Costruirono le piantagioni di George Washington, Thomas Jefferson e James Madison, proprietà tentacolari che oggi attirano migliaia di visitatori da tutto il mondo […] Posarono i pesanti binari di legno delle ferrovie che attraversavano il Sud e che hanno contribuito a portare il cotone che raccoglievano nelle fabbriche tessili del Nord, alimentando la rivoluzione industriale. […] I profitti derivanti dal lavoro rubato dei neri hanno aiutato la giovane nazione a pagare i suoi debiti di guerra e hanno finanziato alcune delle nostre università più prestigiose. È stato l’incessante acquisto, vendita, assicurazione e finanziamento dei loro corpi e dei prodotti del loro lavoro che ha reso Wall Street un fiorente settore bancario, assicurativo e commerciale e New York City la capitale finanziaria del mondo».
La guerra e il distacco da Londra è anche frutto della necessità di conservare lo schiavismo come modello di produzione capitalistico.
Gli afroamericani hanno anche combattuto nella Guerra civile e gli era stato chiesto di andarsene una volta liberato il Sud, ma non lo fecero perché quello era il loro paese e lottarono per l’affermazione non solo dei loro diritti ma di tutti i cittadini, obbligando gli Stati Uniti a diventare una democrazia.
Ricordiamo che ancora nel 1857, la Corte Suprema decrettava che «i neri, sia gli schiavi sia le persone libere, discendevano da una razza “schiava”. Questo li rendeva inferiori ai bianchi e, di conseguenza, incompatibili con la democrazia statunitense».
Nel primo periodo dopo la Guerra civile, tra il 1865 e il 1877, iniziò il l’impegno per i diritti, «mentre le truppe federali combattevano la violenza diffusa dei bianchi, i neri del Sud iniziarono aprirono le sedi della Equal Rights League – una delle prime organizzazioni per i diritti umani della nazione – per combattere la discriminazione e organizzare gli elettori; […] Il Sud, per la prima volta nella storia di questo paese, ha cominciato ad assomigliare a una democrazia, con i neri americani eletti agli uffici locali, statali e federali. […] si unirono ai repubblicani bianchi, alcuni dei quali scesero dal nord, per scrivere le costituzioni statali più egualitarie che il Sud avesse mai visto. Hanno contribuito ad approvare leggi più eque che vietavano la discriminazione nei trasporti pubblici, negli alloggi. Forse il loro più grande successo è stato l’istituzione più democratica delle istituzioni americane: la scuola pubblica».
Le violenze continuarono ma fu quando le truppe federali lasciarono il Sud che si scatenò l’inferno con la cancellazione delle conquiste e il terrore tra i neri che finirono col tornare in schiavitù. Un’altra storica sentenza della Corte Suprema, Plessy v. Ferguson, nel 1896, decise che «la segregazione razziale dei neri americani era costituzionale. Con la benedizione della più alta corte della nazione e nessuna volontà federale di rivendicare i diritti dei neri, a partire dalla fine del 1800, gli Stati del Sud hanno approvato una serie di leggi e codici destinati a rendere permanente il sistema di caste razziali della schiavitù negando ai neri il potere politico, l’uguaglianza sociale e la dignità».
Quello del terrore attraverso la violenza diffusa riprenderà su ampia scala in altri momenti come nel periodo tra la Prima e la Seconda Guerra Mondiale «perché i bianchi capirono che se i neri fossero andati all’estero e avessero vissuto la vita al di fuori dell’oppressione razziale in America, era improbabile che tornassero tranquillamente a farsi sottomettere. Come disse il senatore James K. Vardaman del Mississippi al Senato durante la prima guerra mondiale, i militari neri che tornavano al Sud avrebbero “inevitabilmente portato al disastro”. Dare a un uomo di colore “arie militari” e mandarlo a difendere la bandiera lo avrebbero portato “alla conclusione che i suoi diritti politici devono essere rispettati”. […]. Centinaia di veterani neri sono stati picchiati, mutilati, colpiti e linciati. […] Durante il culmine del terrore razziale in questo paese, i neri americani non furono semplicemente uccisi, ma castrati, bruciati vivi e smembrati con le loro parti del corpo mostrate nelle vetrine. Questa violenza aveva lo scopo di terrorizzare e controllare i neri, ma forse altrettanto importante, è servita come balsamo psicologico per la supremazia bianca: nessuno avrebbe trattato gli esseri umani in questo modo».
Nonostante ciò hanno continuato a lottare e a far approvare leggi che sono serviti a tutti senza distinzione di razza, sesso, religione…
Come scrivevo all’inizio The 1619 Project del New York Time Magazine si compone di diversi saggi oltre a quello di Nikole Hannah-Jones. Tra questi ad esempio c’è “Myths about physical racial differences were used to justify slavery — and are still believed by doctors today” di Linda Villarosa che per esempio ci ricorda che per duecento anni alcune convinzioni medica come quella della presunta resistenza al dolore degli afroamericani ha fatto si che il «medico J. Marion Sims – a lungo celebrato come il padre della moderna ginecologia – di usare le donne nere come soggetti in esperimenti che oggi sarebbero inconcepibili, praticando operazioni dolorose (l’anestesia non era in uso) su donne schiavizzate a Montgomery, Ala., tra il 1845 e il 1849. Nella sua autobiografia, “La storia della mia vita”, Sims descrisse l’agonia che soffrivano le donne mentre tagliava i loro genitali ancora e ancora nel tentativo di perfezionare una tecnica chirurgica per riparare la fistola vescico-vaginale». Assurdità che sono arrivate parzialmente  ai giorni nostri, infatti «Un sondaggio del 2016 su 222 studenti e residenti di medicina bianchi pubblicato su The Proceedings of National Academy of Sciences ha mostrato che la metà di loro ha approvato almeno un mito sulle differenze fisiologiche tra i neri e i bianchi, incluso che le terminazioni nervose dei neri sono meno sensibili di gente bianca. Quando è stato chiesto di immaginare quanto dolore provassero i pazienti bianchi o neri in situazioni ipotetiche, gli studenti di medicina e i residenti hanno insistito sul fatto che le persone di colore avvertivano meno dolore. Ciò li ha resi meno propensi a raccomandare un trattamento adeguato».
Vi troviamo anche il saggio musicale del critico Wesley Morris il cui titolo spiega il senso delle sue analisi guardando a decine di esempi nella storia musicale: Per secoli, la musica nera, forgiata in schiavitù, è stata il suono della libertà artistica e non c’è da stupirsi che tutti la rubino sempre. Per centinaia di anni la musica nera è stata rubata, usata, mischiata, anche idolatrata ma non lo è stato per la cultura nera né tantomeno per le persone. Nat King Cole, cantante, pianista e attore «era perfetto per la radio, eppure quando ha avuto un suo programma televisivo , è stato improvvisamente cancellato, la sua pelle marrone era troppo anche per il bianco e nero di un televisore del 1955. Forse non c’era un pubblico bianco in America, in particolare al Sud, che non avrebbe risentito, in modo molto energico, dell’insulto di essere invitato a guardare il maestoso canto di un vero negro».
Alla bandiera americana manca un colore: il nero.

da qui


lunedì 28 gennaio 2019

si discute negli Usa, finalmente, su Palestina e Israele


Per chi critica Michelle Alexander, i palestinesi non meritano diritti civili - Amjad Iraqi

Lo scandalo da parte di personaggi dell’establishment ebraico in merito all’editoriale di Alexander sul New York Times a sostegno dei diritti dei palestinesi ricorda le reazioni degli americani bianchi al movimento per i diritti civili decenni fa.

Il forte editoriale di Michelle Alexander sul “New York Times” di sabato (“E’ tempo di rompere il silenzio sulla Palestina”) prima del giorno della commemorazione di Martin Luther King Jr., è stato presumibilmente una pietra miliare per il movimento per la Palestina negli USA.
Primo, per chi l’ha scritto: Alexander, l’autrice del fondamentale libro “The New Jim Crow” [in riferimento alle leggi segregazioniste nel Sud degli Stati Uniti, ndtr.] è un’illustre avvocatessa e un’intellettuale stimata per il suo attivismo e la sua erudizione sul razzismo negli USA, che non può facilmente essere liquidata come “marginale”.
Secondo, per dove è stato scritto: in un importantissimo giornale, che ospita più frequentemente editoriali di sostenitori di Israele come Bari Weiss, Matti Friedman, Bret Stephens, Shmuel Rosner, persino ministri come Naftali Bennett [attuale ministro dell’Educazione di Israele e dirigente del partito di estrema destra dei coloni, ndtr.].
Terzo, per quando è stato scritto: Alexander è l’ultima importante afro-americana negli ultimi mesi ad aver espresso a voce – e ad essere presa di mira per questo – la sua solidarietà con il popolo palestinese, dopo che altri, come Tamika Mallory [attivista della Marcia delle Donne, ndtr.], Marc Lamont Hill [accademico, scrittore, attivista e personaggio televisivo, ndtr] e Angela Davis [storica dirigente del movimento per i diritti degli afro-americani e accademica, ndtr], hanno affrontato pubblicamente insulti e sconfessioni.
E quarto, perché è stato scritto: per sfidare il diffuso timore delle conseguenze, da parte di molti americani progressisti, di criticare pubblicamente Israele e parlare a favore dei diritti dei palestinesi.
Lo scandalo per l’editoriale di Alexander è arrivato rapidamente da gruppi e personalità dell’establishment ebraico. Alcuni di essi vale la pena leggerli per intero, se non altro per testimoniare l’isteria e la chutzpah [termine hiddish per arroganza, ndtr], di dire a una donna nera come commemorare uno dei più importanti leader afro-americani della storia, o come interpretare la sua consapevolezza dell’ingiustizia:
·         L’Anti-Defamation League [Lega contro la Diffamazione, uno dei principali gruppi della lobby filoisraeliana negli USA, ndtr.] (ADL): “Abbiamo un grande rispetto per Michelle Alexander e per il suo lavoro innovativo sui diritti civili, ma il suo articolo sul complesso conflitto israelo-palestinese è pericolosamente errato, ignora avvenimenti fondamentali, la storia e le responsabilità condivise di entrambe le parti per la sua soluzione.”
·         L’American Jewish Congress [Congresso Ebraico Americano, altro potente gruppo filo-israeliano, ndtr.] (AJC): “La memoria di Martin Luther King non è una clava morale da brandire contro ogni causa o Paese che uno disapprova. L’editoriale di Michelle Alexander è una vergognosa usurpazione. Tutti noi abbiamo da fare un lungo cammino per raggiungere la cima della collina [riferimento al famoso discorso di Martin Luther King “Ho un sogno”, ndtr.]. Non c’è bisogno di prendersela con il democratico Israele.”
·         David Harris, presidente dell’AJC: “L’articolo di Michelle Alexander: in sintesi chiede la fine di Israele/ cita con approvazione gli estremisti/ invoca l’appoggio di Martin Luther King senza basi concrete/ ignora: la ricerca della pace da parte di Israele dal ’48; la natura di Hamas; il terrorismo; i rifugiati ebrei dai Paesi arabi.”
·         David Friedman, ambasciatore USA in Israele. “Michelle Alexander ha torto sul NYT di oggi. Se Martin Luther King oggi fosse vivo penso che sarebbe molto orgoglioso del suo solido appoggio allo Stato di Israele. Un arabo in Medio Oriente che sia gay, donna, cristiano o desideri istruzione e miglioramento personale non potrebbe fare niente di meglio che vivere sotto (la bandiera israeliana).”
·         Michael Oren, deputato alla Knesset [il parlamento israeliano, ndtr.] di Kulanu [partito di centro israeliano, ndtr.] ed ex-ambasciatore israeliano negli USA: “L’ambasciatore Friedman ha ragione, ma Israele deve intraprendere passi seri per difendersi. Mettendo sullo stesso piano l’appoggio nei confronti di Israele con quello alla guerra del Vietnam e l’opposizione a Martin Luther King Alexander ci delegittimizza pericolosamente. È una minaccia strategica e Israele deve trattarla come tale.”
Prevedibilmente queste personalità dell’establishment stanno cercando di potenziare i parametri del discorso “accettabile” sul conflitto. Per quanto li riguarda, non esiste alcuna posizione eticamente legittima a sostegno dei diritti dei palestinesi. L’unica cosa che i palestinesi producono sono razzi e razzismo, chiunque sia associato alla loro causa è in errore o è antisemita.
È particolarmente ironico che quelli che accusano Alexander di manipolare l’eredità di King sono anche noti per sostenere, tra le altre cose, che utilizzare tattiche non violente come il boicottaggio contro Israele è razzista, discriminatorio, provocatore, e/o dannoso. King, e il movimento dei diritti civili nel suo complesso, vennero accusati delle stesse cose durante le loro campagne di disobbedienza civile negli anni ’50 e ’60.
Come ha raccontato Jeanne Theoharis sul “Time” [importante periodico USA, ndtr.] di questo mese, il governo USA, l’FBI e le forze di polizia locali utilizzarono una pesante sorveglianza, la forza brutale e denunce penali per sabotare King e altri dirigenti neri, vedendo le loro attività come “pericolose”, “demagogiche” e “sovversive”. Dati di sondaggi e risposte ai media dell’epoca mostrano ulteriormente che, lungi dall’essere rispettato, il movimento dei Diritti Civili era di fatto “profondamente impopolare” tra la maggioranza dei bianchi americani sia nel Sud che nel Nord:
“La maggioranza degli americani pensava che esso (il movimento) stesse andando troppo lontano e gli attivisti del movimento stessero diventando troppo estremisti. Alcuni pensavano che i loro obiettivi fossero sbagliati; altri che gli attivisti stessero prendendo la strada sbagliata – e la maggioranza dei bianchi americani era soddisfatta dello status quo così com’era. E quindi, criticavano, controllavano, demonizzavano e a volte criminalizzavano quelli che sfidavano il modo in cui stavano le cose, rendendo il dissenso molto oneroso.”
Ciò descrive precisamente le condizioni del movimento per la Palestina di oggi. Non solo nel discorso pubblico americano le richieste di diritti per i palestinesi sono spesso viste come estremiste (soprattutto il diritto al ritorno), ma l’opposizione alle politiche israeliane deve affrontare una struttura politica e legale aggressiva finalizzata a reprimerla. Questo include le nuove leggi federali e statali che hanno lo scopo di criminalizzare il movimento BDS e di confondere le critiche ad Israele con l’antisemitismo.
Inoltre il fatto di descrivere frequentemente Israele come una vittima dell’oppressione palestinese, o che entrambe le parti condividano alla pari le responsabilità è un inganno che nasconde l’evidente asimmetria del conflitto. Spiegando perché era disonesto dire ai neri americani di fare di più per superare la diseguaglianza a loro danno, una volta King disse a un giornalista: “È una beffa crudele dire a un uomo senza scarpe che deve risollevarsi da solo con le sue forze.” È in mala fede proprio come dire che i palestinesi hanno da rimboccarsi le maniche mentre sono sottoposti all’esilio, all’occupazione, al blocco, alla discriminazione e alla repressione del dissenso.
Come ha notato Alexander, all’epoca King era un sostenitore esplicito di Israele e del sionismo. Tuttavia divenne sempre più difficile per lui conciliare quella posizione con i valori universali che propugnava. Oggi è persino ancora più chiaro che il fatto di credere nella giustizia, nell’uguaglianza e nel risarcimento per i popoli oppressi – richieste che sono al cuore della causa palestinese – sia all’antitesi dell’obiettivo di Israele di conservare la superiorità ebraica e della sua visione della non violenza palestinese come equivalente alla violenza.
È questa consapevolezza che ha portato oggi molti attivisti afro-americani – che hanno seguito, si sono basati sulla e trasformato l’eredità di King – a includere i diritti dei palestinesi nella loro lotta per la giustizia globale. Come ha scritto Alexander, le pratiche israeliane sono diventate inevitabilmente “un richiamo all’apartheid in Sud Africa e alla segregazione “Jim Crow” negli Stati Uniti,” e come tali richiedono che i progressisti siano coerenti con i valori che affermano di sostenere. Il fatto che una persona come Alexander abbia aggiunto la sua voce a questo crescente movimento potrebbe ulteriormente allargare la porta perché altri facciano lo stesso.
Benché sia impossibile sapere quello che King avrebbe creduto oggi, si può immaginare che sarebbe rimasto sconcertato da quanto siano simili le reazioni alla causa palestinese a quelle degli americani bianchi alla sua causa. Nonostante quanto sostengono i critici di Alexander, il vero tradimento dell’eredità di King è pensare che i palestinesi debbano rimanere sottomessi alle pretese suprematiste di Israele, come se non meritassero gli stessi diritti per i quali King lottò affinché li ottenesse il suo stesso popolo.
(traduzione di Amedeo Rossi)




Israele ha appena “perso Cronkite” – la lotta per i diritti dei palestinesi al “New York Times” - Robert Herbst


Nel lontano gennaio 1968, dopo una serie di attacchi dei nordvietnamiti e dei vietcong noti come “l’offensiva del Tet”, Walter Cronkite, presentatore nel notiziario CBS della sera e il giornalista più autorevole d’America, ritornò da un viaggio in Vietnam per riportare quello che vi stava succedendo. Alla fine del suo reportage del 27 febbraio, Cronkite, che raramente osava esprimere la propria opinione in diretta, espresse il suo verdetto:
“Ora pare più sicuro che mai che la sanguinosa esperienza del Vietnam sta per finire in una situazione di stallo… È sempre più chiaro a questo reporter che l’unico modo razionale per uscirne sarà negoziare, non come vincitori, ma come gente onesta che ha mantenuto fede all’impegno di difendere la democrazia ed ha fatto il meglio che ha potuto.”
Si dice (con qualche polemica) che, dopo aver sentito questa dichiarazione, il presidente Lyndon B. Johnson abbia detto a un suo collaboratore: “Se abbiamo perso Cronkite, abbiamo perso il ceto medio americano.” Ma non c’è discussione sul fatto che il giudizio di Cronkite secondo cui la guerra del Vietnam era in una situazione di stallo impossibile da vincere sia stato un momento di svolta: ebbe un fortissimo impatto sulla discussione riguardo alla guerra e al corso della nostra politica. Diede un enorme impulso alla campagna contro la guerra di Gene McCarthy [candidato del partito democratico alle primarie per le presidenziali, ndtr.]; Bobby Kennedy scese in campo poche settimane dopo con un programma contro la guerra; il 31 marzo 1968, in un indimenticabile discorso alla Nazione, il presidente Johnson rinunciò a candidarsi di nuovo a presidente.
Oggi non c’è un “giornalista più autorevole d’America”. Il giornalismo è frammentato, in quanto ci siamo ritirati nei nostri rispettivi orticelli politici sia nelle notizie stampate che via cavo (e anche in internet). Ma se c’è qualcosa di simile all’arbitro più influente dell’opinione politica americana, questo è il “New York Times”. È letto quotidianamente dalla classe politica e liberal, progressisti e centristi dentro e fuori la “Beltway” [area di Washington in cui si concentrano gli uffici del potere, ndtr.]. Rimane il primo come diffusione complessiva tra quanti fanno opinione negli USA. Secondo l’ex-reporter del “Times” Neil Lewis, che nel 2012 ha scritto un articolo informativo per la Columbia Journalist Review [rivista per giornalisti della Columbia University, ndtr.] sul modo in cui il giornale ha informato su Israele, esso ha svolto anche la funzione di “giornale locale dell’ebraismo americano per più di un secolo.”
Ironicamente, dopo aver comprato il giornale ed essersi spostato dal Tennessee a New York, il fondatore Adolph Ochs era deciso a che il Times non apparisse mai come un “giornale ebraico” o un particolare sostenitore della causa ebraica. Durante la Seconda Guerra Mondiale la sottovalutazione dell’Olocausto da parte del giornale fu duramente criticata dalla comunità ebraica. Arthur Hays Sulzberger, genero di Och ed editore dal 1935 al 1961, non era sionista, convinto, insieme al suo nonno acquisito, il rabbino Isaac Mayer Wise, un fondatore dell’ebraismo riformato, che gli ebrei fossero seguaci di una religione, non un popolo o una nazione.
Neil Lewis descrive come la narrazione su Israele da parte del “Times” sia cambiata nel corso degli anni, sotto l’influenza della propaganda israeliana, o hasbara, uno sforzo con cui i palestinesi non potevano competere. “Teddy Kollek, sindaco di Gerusalemme dal 1965 al 1993, conosceva per nome ogni direttore del “Times”.” E i direttori del “Times” che visitavano Israele erano in genere “trattati come ospiti reali.” Lewis descrive anche come i direttori del “Times” reagirono negativamente a vari esempi di informazione critica su Israele negli anni ’80 e fino alla fine degli anni ’90 da parte dei corrispondenti del giornale da Gerusalemme. L’ex-direttore esecutivo Max Frankel ha ammesso la parzialità quando era direttore degli editorialisti. Nelle sue memorie (come vengono citate nel libro “The Israel Lobby”) [La Israel Lobby e la politica estera israeliana, Mondadori, 2007, ndtr.], egli ha scritto:
“Ero molto più fedele a Israele di quanto osassi affermare…Forte della mia conoscenza di Israele e delle mie amicizie là, io stesso ho scritto la maggior parte dei nostri articoli di commento sul Medio oriente. Come più lettori arabi che ebrei hanno riconosciuto, li ho scritti da una prospettiva filo-israeliana.”
Lamentele in merito alla copertura informativa di parte su eventi riguardanti Israele-Palestina sono state un elemento chiave su questo sito per anni. L’ex capo redattore dell’ufficio di Gerusalemme Jodi Rudoren frequentava Abe Foxman [influente membro della lobby filoisraeliana negli USA, ndtr.] e mostrò indifferenza culturale verso i palestinesi. Almeno quattro reporter del giornale hanno avuto figli nell’esercito israeliano. In quanto lettore del giornale negli ultimi 60 anni, so che la voce dei palestinesi che descrivono la propria lotta per i diritti umani e la dignità raramente è comparsa in queste pagine, mentre commenti filo-israeliani considerati attendibili sono arrivati per anni dagli editorialisti del “Zionist Times” David Brooks e Tom Friedman, e più recentemente da Bret Stephens, Bari Weiss, Shmuel Rosner e Matti Friedman.
All’inizio dello scorso anno, il primo gennaio 2018, tuttavia, il trentottenne A.G. Sulzberger ha sostituito suo padre come direttore (dopo un periodo di un anno come vice direttore). Da quando ha assunto l’incarico pare che siano in corso cambiamenti nel giornale sul fronte israelo-palestinese. Lo scorso anno l’editorialista da poco assunta Michelle Goldberg ha definito le uccisioni lungo la barriera di Gaza come un “massacro” e ha difeso l’antisionismo come una posizione legittima per ebrei e non ebrei, distinguendola dall’antisemitismo.
E oggi l’editorialista neo-assunta Michelle Alexander ha chiesto di “rompere il silenzio” sulla Palestina:
“Dobbiamo condannare le azioni di Israele, le incessanti violazioni delle leggi internazionali, la continua occupazione della Cisgiordania, di Gerusalemme est e di Gaza, le demolizioni delle case e le confische delle terre. Dobbiamo alzare la voce contro il trattamento dei palestinesi ai checkpoint, le periodiche perquisizioni nelle loro case, le restrizioni alla loro libertà di movimento e l’accesso gravemente limitato a una casa decente, alla scuola, al cibo, agli ospedali e all’acqua che molti di loro devono subire.
Non dobbiamo tollerare il rifiuto di Israele persino a discutere del diritto dei rifugiati palestinesi a tornare alle proprie case, come previsto dalle risoluzioni delle Nazioni Unite e dobbiamo mettere in questione i fondi del governo che hanno sostenuto molteplici conflitti e migliaia di vittime civili a Gaza, così come i 38 miliardi di dollari che il governo USA ha assicurato all’ appoggio militare di Israele.
E infine dobbiamo parlare a voce alta, con tutto il coraggio e la convinzione che possiamo trovare, contro il sistema di discriminazione legale che esiste all’interno di Israele, un sistema composto di…più di 50 leggi che discriminano i palestinesi…ignorando i diritti della minoranza araba che rappresenta il 21% della popolazione.”
Questa avvocatessa per i diritti umani e autrice di “The New Jim Crow” [“Il nuovo Jim Crow”, in riferimento alle leggi discriminatorie nel Sud degli Stati Uniti, ndtr.] è molto rispettata da progressisti e centristi del partito democratico, ed anche nella comunità ebraica come in quelle di colore. Rompendo il suo silenzio su Israele/Palestina ha reso pubblico un rapporto accuratamente strutturato e con fonti attendibili che mette in primo piano il dramma dei palestinesi “che lottano per sopravvivere sotto l’occupazione israeliana.” La confessione dell’immoralità del suo precedente silenzio – a causa delle preoccupazioni che “calunnie” filo-israeliane avrebbero danneggiato o screditato il suo lavoro per la giustizia sociale a favore della sua e di altre comunità emarginate – risuonerà nei cuori di quelli che, come me, hanno anche loro rotto il silenzio, e su molti altri che sanno quanto questa oppressione sia sistematica, costante e pervasiva – e come gli americani l’agevolino – ma non hanno ancora avuto il coraggio di parlarne. La sconfessione da parte di Alexander di quello che ha motivato il suo silenzio si spera influenzerà altri a farlo anche loro, nonostante il fatto che sono già stati sguainati i coltelli contro di lei da parte dei soliti sospetti.
L’appello di Alexander ad appoggiare la lotta palestinese e la sua evocazione del coraggioso appello di Martin Luther King per la fine della guerra del Vietnam – un anno prima di Cronkite – è una svolta per il “Times”, come lei implicitamente nota:
“Non molto tempo fa era veramente raro sentire questo punto di vista. Non è più così.”
Dando all’articolo di Alexander rilievo nella prima pagina della “Sunday Review” [sezione degli editoriali del NYT, ndtr.] può darsi che il “Times” di A.G. Sulzberger stia annunciando ufficialmente che il testimone è passato a una nuova generazione di americani, ebrei e non-ebrei, libera di discutere questo punto di vista senza timore o favore, nonostante l’influenza di quanti lo definirebbero antisemitismo o in qualche altro modo illegittimo. Se così fosse, questo potrebbe essere un momento di svolta non solo per il “Times”, ma per tutti quelli di noi che sono coinvolti nella lotta per i diritti e la dignità dei palestinesi.
Robert Herbst è un avvocato per i diritti civili. È stato coordinatore della sezione di “Jewish Voice for Peace” [“Voci Ebraiche per la Pace”, gruppo ebraico Usa contro l’occupazione, ndtr.] di Westchester [contea dell’area metropolitana di New York, ndtr.] dal 2014 al 2017.
da Mondoweiss  (traduzione di Amedeo Rossi)