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lunedì 8 gennaio 2024

Giù nella valle – Paolo Cognetti

mentre ne Le otto montagne i protagonisti erano due amici che si ritrovano dopo anni, qui i protagonisti, fra gli altri, sono due fratelli lontani, in tutti i sensi, riavvicinati da un eredità. 

non mancano la parte femminile, l'ambiente, gli animali, il moloch dell'attività economica, che corrompe e cambia la vita nel mondo. 

tutto va trasformato, gli argini cementati, gli animali prede di disgraziati cacciatori, le piste da sci si moltiplicano (anche se la neve non c'é più), la natura viene violentata.

buona lettura.


Paolo Cognetti consiglia l'ascolto di Nebraska, di Bruce Springsteen

 

 

…Ci sono diverse ragioni per cui dovreste leggere “Giù nella valle”.

L’ultimo lavoro di Paolo Cognetti continua con il filone della montagna ma lo declina in modo nuovo, diverso. Se avete amato “Le otto montagne”, date una chance a “Giù nella valle”: il romanzo è ambientato a fondovalle, cuore pulsante della montagna vissuta con i ritmi dell’umanità.

I personaggi che popolano “Giù nella valle” sono sfaccettati e multiformi: è facile sentirsi legati a loro. Troviamo uomini e donne che hanno vissuto tutta la loro vita in montagna e non potrebbero immaginarsi altrove, ma anche figure che da città movimentate come Milano hanno deciso di trasferirsi nel cuore della Valle d’Aosta e non si sentono ancora del tutto parte della comunità.

Ciò che li accomuna è l’amore per la natura, il desiderio di tornare a ritmi più lenti e genuini. Lo stesso desiderio che forse coglierà il lettore nello sfogliare le pagine di “Giù nella valle”.

Nel nuovo romanzo di Paolo Cognetti non ci sono soltanto esseri umani. Non vogliamo rivelarvi troppo; solo il necessario per stuzzicare la vostra curiosità. Concludiamo, quindi, col dirvi che l’autore ha voluto ispirarsi al grande Jack London per raccontare, oltre all’uomo, anche il resto del mondo attraverso il regno animale e le sue leggi ancestrali.

da qui

 

…I simboli si trovano già nel paesaggio: le due sponde del Sesia, o come lo chiamano i locali la Sesia, sembrano infatti rappresentare il maschile e il femminile di questa storia. Il lato al sole è quello di Elisabetta, che ha lasciato Milano per amore e per inseguire «la vita vera», e che si immerge nel fiume per chiedergli di proteggere la sua bambina ed è costretta ad accettare lunghe notti di solitudine: «Negli anni, è arrivata ad abituarsi a queste notti solitarie come una parte del suo matrimonio. Ha un marito che a volte dorme con lei, a volte nel bosco. Elisabetta se ne stancherà, un giorno non più lontano». Ma il lato al sole è anche la cagnolina bianca, la compagna dell’animale che semina morte: entrambe sono costrette a vivere in un mondo maschile in cui sono le logiche della violenza a dominare, e ad esse non possono opporre altro che la difesa dell’amore per i propri cari.

L’ombra, invece, ha a che fare con il maschile e con la brutalità degli uomini e del cane/lupo, che uccide per difendere ciò che è suo, tanto il cibo quanto la compagna. Soprattutto, l’ombra ha a che fare con l’abbrutimento e con la dimensione di cupezza che questi personaggi condividono con la foresta in cui si muovono. C’è qualcosa di primario nel modo in cui vengono descritti gli stati interiori: in un mondo tanto dentro la natura e tanto fuori dalla civiltà come quello, è come se le uniche metafore comprensibili fossero quelle con gli elementi concreti dell’ambiente…

da qui

 

La lettura del breve libro “Giù nella valle” non lascia le emozioni del precedente. Si vive una sorta di inquietudine nel leggere la descrizione di questa valle. Spesso è sotto la pioggia, grigia non solo nel colore del cielo, ma anche nello stile di vita degli abitanti. Lo scorrere del fiume, sempre uguale, scandisce la vita umile della valle, un luogo fossilizzato nella propria chiusura.

Il fiume stesso, con il suo corso, delinea una parte al sole e una parte all’ombra – come dice lo stesso autore, come una sorta di giudizio universale insindacabile.

 Io spesso mi dimentico che in cima questa valle c’è quella montagna, che il fiume nasce lì: giù da noi l’ombra era già calata da un pezzo, mentre là sul ghiacciaio rifletteva il sole.“ 

E’ una storia chiusa, quella raccontata da Cognetti, lontana dall´ampio respiro di “ Le otto montagne“, dove ogni personaggio appare statico , primordiale e incapace di evolversi. Anche chi, come Elisabetta, moglie di Luigi, appare piena di vita e di interessi, una volta nella valle si uniforma al suo silenzioso grigiore. Nessuno compie un percorso che lo renda migliore. Tutti, chiusi nella loro valle, non sanno alzare lo sguardo per vedere la montagna da dove nasce il fiume.

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mercoledì 14 aprile 2021

Zurigo 11 aprile 1981: brano per brano - la notte magica di noi springsteeniani - Alberto Crespi

11 aprile 1981. Zurigo, Hallenstadion. Primo concerto di Bruce Springsteen per molti italiani, incluso chi scrive. Sono passati quarant’anni, maledizione!

Bene essere chiari. Il primo concerto “in Italia” sarebbe arrivato solo nel 1985, a Milano, stadio di San Siro gremito (sì, c’ero anche lì). Nel 1981 la tournée di “The River”, album uscito nel 1980, non prevede date in Italia. Dal 3 ottobre 1980 al 5 marzo 1981 Bruce Springsteen e la E Street Band coprono Stati Uniti e Canada. Poi, un mese di intervallo per preparare la campagna d’Europa. Tutto inizia ad Amburgo il 7 aprile 1981. 34 date: Zurigo è la terza, sabato 11 aprile. La più vicina all’Italia assieme a Lione, prevista per il 24 aprile. La quasi totalità delle date tocca il Nord-Europa, ben 16 nel Regno Unito. Le uniche in paesi “latini” sono Barcellona, Lione e due date a Parigi.

1981. Forse sarà utile ricordare alcune cose per chi non era nato, o era ancora bimbo. Non c’era internet. Non c’era youtube. I giornali italiani, da qualche anno, parlavano di musica rock ma limitandosi a ciò che toccava l’Italia. “L’Unità”, dove lavoravo, aveva scritto ampiamente del leggendario concerto di Bob Marley a San Siro, Milano, il 27 giugno del 1980. Ma Marley era in quel momento un “fenomeno” che andava al di là del rock e molti ne avevano scritto parlando, più che delle canzoni, dell’odore di marijuana che sarebbe aleggiato sul prato di San Siro fino al campionato di calcio successivo. Anche l’arrivo di Patti Smith a Bologna e a Firenze nel 1979 (60-70.000 persone a botta) era stato recensito più in quanto “evento”, che come concerto. Sembrava che fosse tornata la mobilitazione giovanile, ma la si guardava con un certo sospetto (il disimpegno, dopo l’impegno?). E comunque sia Marley sia Smith erano qualcosa di più che “cantanti rock”, per motivi diversi.

Springsteen, nell’Italia del 1981, è (quasi) uno sconosciuto. Ovviamente sono usciti i dischi (“The River” è il quinto), tutti in studio. Nelle poche trasmissioni radio dedicate al rock e sulle riviste specializzate si parla tanto di questi leggendari concerti, ma quasi nessun italiano l’ha mai visto dal vivo! È venuto in Europa una sola volta nel 1975, il tour di “Born to Run”: due date a Londra, una a Stoccolma, una ad Amsterdam; e non è stata un’esperienza felicissima, per motivi che sarebbe lungo rivangare. È ancora un fenomeno squisitamente americano e sembra che lui stesso non si fidi troppo di noi europei (o forse sono i suoi manager, chissà). L’Italia è un mercato di serie C, per il rock made in USA. E sono ancora vivi i ricordi dei concerti turbolenti degli anni ’70, dai Led Zeppelin a LouReed, funestati dagli autoriduttori e dagli scontri con la polizia. Aggiungete che negli anni ’70 il rock, in Italia, significa assai più “Inghilterra” che “America”: siamo l’unico paese ad aver mandato in classifica i Van Der Graaf e i Gentle Giant, un vero culto circonda Genesis, Jethro Tull, Emerson Lake & Palmer, siamo fanatici del progressive anche perché ci sono fior di gruppi progressive italiani, come PFM Orme e Banco. Bruce, invece, è puro rock’n’roll. Per amarlo bisogna partire da Dylan, da Neil Young, meglio ancora da Elvis o Jerry Lee Lewis o Chuck Berry. E non è davvero, quello, il retroterra più diffuso. Anche Dylan e Young non hanno ancora mai suonato in Italia.

 

Nasce un culto

E però, i pezzi in radio sono passati, al cinema è arrivato un film-concerto (“No Nukes”, musicisti rock contro il nucleare) in cui per la prima volta lo si vede eseguire “The River” e “Thunder Road”; un piccolo culto sta nascendo, e Zurigo è la parola magica che chiama a raccolta un popolo ancora piccolo ma destinato a crescere: gli springsteeniani d’Italia. E qui comincia il racconto, molto soggettivo (perdonerete!), di uno di loro.

Ho 23 anni e lavoro all’“Unità” da tre. Ma scrivo di cinema, non di musica. Però strappo alla caposervizio degli spettacoli di Milano, Maria Novella Oppo, la promessa che se vado a Zurigo per affari miei (senza una lira di rimborso spese, insomma), un pezzo me lo pubblica. Soprattutto se lo “virassi” su questo bizzarro fenomeno, questo manipolo di pazzi che va in Svizzera a sentire un rocker del New Jersey. Contatto un’agenzia che organizza la trasferta: biglietto più viaggio in pullman da Milano, dove vivo, andata e ritorno in nottata. Non ricordo il prezzo: ritrovo su Google le fotodei biglietti e scopro che costavano 21 franchi, credo di essermela cavata con 40-50.000 lire. La parola “Unità” serve però a procurarmi un biglietto nelle primissime file.

Non ricordo nulla del viaggio d’andata. Arriviamo a Zurigo nel pomeriggio e il pullman ci lascia direttamente all’Hallenstadion, un palazzetto dello sport in periferia. Si sente parlare molto italiano: sono arrivati in tanti, in pullman e con macchine private. I ricordi cominciano dentro, nel ventre buio dell’Hallenstadion. Mi siedo al mio posto, in quarta fila, e comincio a chiacchierare con un gruppo… di americani! Sono studenti, in Svizzera per studiare, una di loro mi mostra uno striscione che dice “Syracuse welcomes the Boss in Switzerland!”: vengono dalla Syracuse University, vicino a New York. “Tonight Bruce is gonna feelat home”, mi dice. Sarà proprio così, ma anche per merito degli italiani.

 

Si spengono le luci

Ora il ricordo, anche 40 anni dopo, diventa dettagliato, quasi minuto per minuto. Inizio del concerto previsto per le 19. Alle 19.03 il pubblico comincia a rumoreggiare: siamo in Svizzera, diamine! Alle 19.10 si spengono le luci, e parte quel brusio silenzioso che accompagna la fine dell’attesa. Fin qui tutto normale, avviene in tutti i concerti. Nel buio, uno spot scende dal soffitto per illuminare un tizio che, approfittando delle tenebre, è salito quatto quatto sul palco. È lui, Bruce. Sembra solo. Senza dirlo, sembra richiedere silenzio e attenzione. Comincia a cantare. A cappella. Solo voce, niente strumenti. “Early in the morning, factory whistle blows, man rises from bed and puts on his clothes… Man takes his lunch, walks out in the morning light. It’s the working, the working just the working life…”. La canzone è “Factory”, da “Darkness on the Edge of Town”. Si comincia parlando di lavoro, di un operaio che si alza la mattina per andare in fabbrica, e quando torna a casa “you better believe boy, somebody’s gonna get hurt tonight”. Cantata così, sembra una preghiera. Bruce è inquadrato da questo cono di luce, tutt’intorno è buio, silenzio. Quando parte la seconda strofa esplodono le luci sul palco e la E Street Band è lì, intorno a lui. Ricordo come fosse ora il basso di Garry Tallent che a distanza così ridotta scuote le costole,sembra penetrare nel petto. Siamo ancora seduti ma le gambe vibrano, non può durare. Dopo la seconda strofa, il “bridge” strumentale: il piano di Roy Bittan e subito dopo l’organo di Danny Federici diventano ipnotici, la canzone si avvia alla fine con quel “uh-uh-uh” che sembra sfociare in un lamento… ma poi avviene ciò che accende l’Hallenstadion, ciò che trasforma la riflessione sulla vita in fabbrica in un’esplosione di vitalità. La E Street Band non si ferma, tira solo il fiato e parte con la poderosa “intro” di “Prove It All Night”, una delle cose più potenti e pazzesche che il rock abbia mai creato, e lì succede una cosa incredibile: TUTTI si alzano in piedi, e dalle file dietro di noi parte una caotica corsa sotto il palco. La precisione svizzera viene devastata dal rock’n’roll,davanti a me nasce dal nulla una sorta di discoteca di gente che balla e canta a pugni alzati, e allora non c’è niente da fare: salgo in piedi sulla sedia e il resto del concerto lo vedrò così, scatenato come tutti, americani svizzeri italiani marziani, chiunque sia lì. Bruce capisce l’antifona e anche dopo “Prove ItAll Night” non c’è pausa, la E Street Band la lega a uno dei pezzi più allegri e scatenati di “The River”, “Out in the Street”, un brano dal ritornello contagioso che viene cantato all’unisonoda 20.000 voci, tutte assieme!,“whenI’m out on the street, oh-oh, oh-oh-oh!”. Il testo descrive perfettamente quello che sta succedendo: “Put on your best dress baby / And darlin’, fix your hair up right / Cause there’s a party, honey / Way down beneath the neon lights / All day you’ve been working that hard line / Now tonight you’re gonna have a good time”: e sì, è sabato sera, un sacco di gentesi è fattabella ed è venuta a Zurigo “to have a good time”, e accidenti se è bello, se è “good”! E subito dopo tocca a “Tenth Avenue Freeze-Out”, con quell’attacco di piano micidiale e quel ritmo quasi funky. È il pezzo che racconta com’è nata la E Street Band, e il verso “When the changewas made uptown and the Big Man joined the band” provoca sempre un’ovazione per il sassofonista Clarence “Big Man” Clemons. Bruce ha Zurigo in pugno, tutto l’Hallenstadion è una sala da ballo.

 

Sguardi dolorosi

Si può tirare il fiato. Dopo due canzoni gioiose, si entra nel buio ai margini della città. La quinta e la sesta canzone della scaletta sono “Darkness on the Edge of Town” e “Independence Day”, due viaggi nel passato, due sguardi dolorosi nella provincia profonda dove Bruce è cresciuto e dalla quale è fuggito senza poter mai fuggire del tutto. “Independence Day” è una canzone sul padre, nella quale il 4 luglio non ha nulla di festaiolo. È un pezzo da “The River”, disco che nei mesi precedenti ho reso trasparente a furia di ascoltarlo, e posso cantarla dall’inizio alla fine senza disturbare nessuno, perché la cantano tutti e non importa se sei stonato. Anche di fronte a un pubblico europeo, Bruce sta scavando nel passato dell’America proletaria, ed è giusto che a questo punto ci regali la prima cover, che riconosco subito e mi commuove: “Who’ll Stop the Rain”, una celeberrima canzone dei Creedence, e anche qui i cori si sprecano (non ricordo se partono gli accendini, ma ci starebbero bene).

Il concerto va avanti con una serie di “stop and go”, pezzi allegri e ballabili alternati a pezzi più meditati. “Two Hearts” e “The Promised Land” sono un’altra travolgente cavalcata, la seconda con Bruce all’armonica; poi “This Land Is Your Land” di Woody Guthrie è un contraltare prezioso. Se Bruce canta “mister I ain’t a boy, no I’m a man and I believe in a promised land”,Guthrie, quello che sulla chitarra aveva scritto “this machine kills fascists”, gli risponde “this land was made for you and me”: è il momento del patriottismo, perché uno dei grandi meriti di Springsteen e dei suoi omaggi a Guthrie è l’aver insegnato a tutti, soprattutto a noi italiani, che esiste un patriottismo senza retorica, che non dimentica gli ultimi e anzi, ribadisce proprio a loro che la terra che calpestano è “made for you and me”, è fatta per voi e per me. Ma i proletari hanno comunque vita dura, e per ricordarlo ecco “The River”, nella quale il protagonista è un ragazzo che mette incinta la fidanzata e “for mynineteenthbirthday I got a Union card and a weddingcoat”, una tessera del sindacato e un abito da sposo per il 19esimo compleanno. In America “The River” è spesso preceduta dal racconto di quando Bruce andò a fare la visita per il servizio militare, e fu scartato (c’era ancora il Vietnam…), ma qui non si fida, e anche a Milano nel 1985 non eccederà mai in lunghi discorsi per paura di annoiare un pubblico non anglofono. Si ritorna nella cupezza, ma anche nella ribellione: “Badlands” e “Thunder Road”, due capolavori, chiudono il primo set, sputando in faccia alle “terre cattive” con la forza dell’amore che spinge i protagonisti della seconda a gridare al mondo “It’s a town full of losers, butwe are pulling out of here to win”. E quando annuncia l’intervallo (“We’ll take a shower and thenwe come back to rock youall night long”) Bruce ha stravinto, siamo tutti già esausti ai suoi piedi.

 

Una schiera di ballerini (o marines?)

Il secondo set del concerto si apre con “Cadillac Ranch”, il pezzo su cui Bruce e tutta la Band avanzano verso il pubblico come una schiera di ballerini, o di marines, e prosegue con “Sherry Darling”, e lì avviene una cosa che per tutti noi, neofiti, è stupefacente: Bruce fa salire sul palco una ragazza del pubblico per ballare con lui. Lo fa da sempre, ma noi selvaggi europei che ne sappiamo? Nei tour successivi il brano destinato a questo rito diventerà “Dancing in the Dark”, e la scena del balletto sarà al centro del video girato da un certo Brian D ePalma. Ma qui la fortunata sale in scena su “Sherry Darling”, altra canzone scatenata e gioiosa. E poi arriva “Hungry Heart”, un brano che gli springsteeniani doc non amano perché è arrivato al numero 1 in classifica e per i “talebani” questo è disdicevole, ma è anche il brano che nella prima strofa viene cantato dal pubblico, in coro, e che questo accada anche in Svizzera è francamente sorprendente. Seguono “Fire”, uno dei mitici pezzi allora ancora inediti, che Bruce esegue solo dal vivo, e un altro rock scatenato, “You Can Look (But You Better Not Touch)”. Poi un’altra parentesi più meditativa, due canzoni “on the road” che raccontano la strada e i suoi drammi, l’incidente d’auto di “Wreck on the Highway” e quel piccolo film sulle corse clandestine che è “Racing in the Street”, uno dei capolavori dell’album “Darkness”. Dal finale meditabondo di “Racing” è quasi ovvio passare a un classico immortale, “Back streets”, una delle canzoni-mondo di “Born to Run” (l’altra, questa sera, non ci sarà: niente “Jungle land”, peccato). E da lì si risale verso il rock’n’roll purissimo di “Ramrod” e verso “Rosalita”, la sua più bella canzone d’amore, e partono le presentazioni: “Miami” Steve Van Zandt, Garry “double u” Tallent, Danny “the Ghost” Federici, “Professor” RoyBittan, “Mighty” Max Weinberg e “last butnotleast”, Clarence “Big Man” Clemons.

 

“Rosalita” dura un’eternità e poi i ragazzi se ne vanno, ma le luci non si spengono e tutti sappiamo che non è finita, che come Rosie “they’ll come out tonight”, usciranno di nuovo. Eccoli, infatti, per fare quello che tutti speravamo e aspettavamo: Bruce urla “One, two… onetwothreefour” e parte l’inconfondibile riff di “Born to Run”, il pezzo che non poteva assolutamente mancare. È la canzone misteriosa, quella che nessuno capisce bene come sia costruita, quella che Steve Van Zandt una volta ha raccontato così: “La suoniamo da trent’anni e ancora non l’ho imparata”, quella che in studio – durante le sessions dell’album omonimo – richiese l’ingaggio al volo di un batterista jazz, Ernest “Boom” Carter, per farla funzionare, per incidere una parte di batteria talmente bizzarra che Weinberg dal vivo non ha mai nemmeno tentato di riprodurla. Eppure, con tutte le sue difficoltà e i suoi misteri, “Born to Run” è una locomotiva che travolge tutto l’Hallenstadion e al tempo stesso lo prepara per il vero sabba, quello che sta per cominciare dopo tre ore e passa di concerto. Parte il mitico “Detroit Medley”, quel bis interminabile in cui la E Street Band lega una all’altra quattro canzoni di un oscuro (per noi europei ignoranti) rocker di Detroit, MitchRyder: “Devil With a Blue Dress”, “Jenny Take a Ride”, “GoodGolly Miss Molly” e “C.C. Rider”. In fondo è quello per cui tutti siamo venuti, quello che per Bruce è l’essenza profonda dei suoi concerti: la celebrazione del rock’n’roll come festa e come rito laico, attraverso i pezzi di un musicista che rispetto a Chuck Berry o a Elvis Presley è un epigono, un “minore”, ma che nel suo rock esprime tutto il potenziale stradaiolo, erotico e proletario di questa musica.

 

“Ne avete abbastanza?”

Non ricordo quanto sia durato, il “Detroit Medley”. Ricordo però che a un certo punto, quando sembra che lui stia per morire e noi per crollare, Bruce chiede a tutto lo stadio: “Have you had enough?”, ne avete abbastanza? Lo chiede quattro o cinque volte, pur sapendo benissimo la risposta: un “no!” che emerge da 20.000 ugole assatanate, e allora si riparte per un altro bis, o tris, fate voi. Si riparte con “Rockin’ All Over the World”, un altro di quei classici che Bruce ha sempre usato per mettere definitivamente ko i suoi fedeli. È un pezzo di John Fogerty, il leader dei Creedence, quindi un’altra cover: e tutto il pubblico la canta e la balla come non ci fosse un domani.

Invece il domani c’è, e inizia poco dopo il concerto, che finisce verso le 11 di sera. Stremati ed esaltati, raggiungiamo il pullman che deve riportarci nel mondo reale. Da Zurigo a Milano sono poche ore, attraverso il buio delle Alpi. Nessuno dorme. E nessuno ha la forza di fare commenti. Siamo tutti distrutti dalla felicità. Un ragazzo ha registrato il concerto su un trabiccolo a cassette, e ce lo fa riascoltare tutto. La qualità sonora è terrificante – difficile ne venga fuori un bootleg decente, anche se dischi di quel concerto poi usciranno, tecnicamente pessimi – ma è un modo di ritornare alla concretezza della vita sapendo che quello che ti è appena successo è successo davvero. La conferma che non è stato un sogno. Tutti siamo reduci da un’epifania: è questo, il rock’n’roll. E chi l’aveva mai visto e sentito così, in Italia? Noi non abbiamo gli honky-tonk, dove i ragazzi bianchi si intrufolavano ad ascoltare la musica dei neri. Noi al massimo abbiamo le balere, che ne sappiamo del rock’n’roll? Stasera, a Zurigo, Bruce Springsteen ce l’ha mostrato come un nuovo Re Mago: oro incenso e mirra in un unico pacchetto. Il rock’n’roll è cantare, suonare, ballare fino all’ultima stilla di sudore. Non ha niente a che vedere con il liscio, con la salsa, con la disco che in quegli anni impera (e per la quale Bruce Springsteen e la E Street Band sono il migliore antidoto). È musica tutt’altro che raffinata, ma che agisce sul corpo e sull’anima dalla punta dei capelli alle dita dei piedi. Quante volte Bruce in concerto ha gridato “I am a prisoner of rock’n’roll”? Chi c’era, a Zurigo, è da allora un suo compagno di prigionia.

L’ultimo ricordo è l’arrivo a Milano, nel piazzale a fianco della Stazione Centrale. È l’alba di domenica 12 aprile. La prima corsa dell’autobus numero 42 mi riporta a casa. Quella mattina stessa scrivo il pezzo, che per fortuna nell’archivio online dell’“Unità” non riesco a ritrovare. Poi mi metto a letto, perché non ho dormito nemmeno un minuto. Quando mi sveglio, verso sera, ho un febbrone da cavallo. Torno a letto e ci rimango, il lunedì avverto i compagni degli spettacoli che non posso andare a lavorare, ho la “springsteenite”. È probabile che anche San Paolo, dopo essere stato “colpito” sulla via di Damasco, non sia stato benissimo per qualche giorno.

da qui



mercoledì 10 giugno 2020

Schiavitù, l'eredità che non passa - Alessandro Portelli

Il 5 giugno 2020, mentre tutti gli Usa ribollivano di proteste contro la violenza razzista della polizia per l’assassinio di George Floyd a Minneapolis, Bruce Springsteen ha aperto il suo programma sulla radio SyriusXM con una delle sue canzoni più controverse: American Skin (41 Shots), sull’assassinio di un giovane immigrato africano, Amadou Diallo, crivellato con 41 colpi di arma da fuoco da una squadra di poliziotti di New York: «Questa canzone dura quasi otto minuti», ha aggiunto: «il tempo che il poliziotto [Derek Chauvin] ha tenuto il ginocchio sul collo di George Floyd». Springsteen ha definito questo delitto come un “linciaggio visuale”, e lo ha sottolineato mandando in onda Strange Fruit, la canzone di Billie Holiday e Nina Simone sui linciaggi nel Sud. «Abbiamo 40 milioni di disoccupati – ha detto –, e più di centomila cittadini sono morti per il Covid-19, con una risposta debole e insensibile da parte delle istituzioni Incombe ancora su di noi, generazione dopo generazione, il fantasma della schiavitù, il nostro peccato originale e il dilemma irrisolto della società americana».
L’uccisione di George Floyd è solo uno della lunga serie di episodi di violenza da parte della polizia che colpiscono in modo sproporzionato afroamericani, latini, nativi. Nel 2020, le persone uccise a colpi di arma da fuoco dalla polizia negli Stati Uniti sono 329, una media di almeno due al giorno. Non è chiaro se la statistica comprenda anche quelli uccisi con altri mezzi, come a esempio un ginocchio sul collo o una presa di lotta libera sul collo (come Eric Garner a New York – o Radio Raheem nel film di Spike Lee, Fai la cosa giusta). Gli afroamericani sono il 13% della popolazione degli Stati Uniti, ma sono il 24% delle 231 vittime di cui è nota l’identità “razziale” – e la sproporzione si fa ancora più drammatica nei grandi contesti urbani, che peraltro sono i più visibili.
La violenza della polizia è solo un aspetto particolarmente traumatico dell’eredità della schiavitù di cui parla Springsteen, che si è estesa e radicata in una presenza endemica e strutturale del razzismo nella società e nelle istituzioni (non va dimenticato che il gruppo con la percentuale più alta sono i nativi americani, e che anche i latinos hanno una quota sproporzionata di vittime). La vicenda della pandemia, in cui le minoranze hanno subito una quota assolutamente sproporzionata di vittime, non è che la conseguenza di una sistematica discriminazione nei servizi sanitari in cui il razzismo si intreccia con i rapporti di classe in una società sempre più diseguale e polarizzata in termini di reddito e potere. 
Alla storia della schiavitù e del razzismo si è intrecciata, specialmente dopo le guerre del Golfo e l’11 settembre, la sindrome bellica e militarista anch’essa fortemente radicata nelle istituzioni. Le risorse sempre più abbondanti messe a disposizione dei tutori della “legge e ordine” e della “sicurezza nazionale” sono state usate per armare la polizia le letteralmente come un esercito in guerra. Lo Homeland Security Program ha incentivato la riassegnazione alla polizia di mezzi militari usati e ha dato ai dipartimenti di polizia i fondi necessari per acquistare “armi e veicoli da guerra”. Le forze di polizia che sono scese in campo durante la ribellione dei giorni scorsi a Minneapolis erano armate con «un arsenale di cui sarebbe andato orgoglioso qualunque piccolo esercito: blindati, elicotteri da guerra, proietti di gomma e di legno, bombe a mano, bombole di gas lacrimogeno» (Tod Nolan, ricercatore, ex poliziotto). Fin dagli anni ‘60, Stokely Carmichael e i militanti del Black Power parlavano della polizia nei ghetti come di un esercito d’occupazione; oggi è quasi istintivo, per poliziotti armati come in guerra, sentirsi in guerra. Durante le proteste seguite all’assassinio di Michael Brown a Ferguson, Missouri, nel 2014 la Guardia nazionale usava «un linguaggio altamente militarizzato, parlando di “forze nemiche” e di “avversari” a proposito di manifestanti che sono cittadini. I documenti che davano le direttive della missione distinguevano, nella folla che la Guardia nazionale avrebbe incontrato, fra “forze amiche” e “forze nemiche” – delle quali ultime facevano parte, a quanto pare, i “manifestanti in genere”» (J. Walters, The Guardian, 14 aprile 2015).
Per questo è particolarmente significativo il fatto che proprio membri della polizia di Ferguson siano stati fra i tanti che, dopo la morte di George Floyd, si sono inginocchiati o hanno espresso in altro modo la solidarietà con la comunità nera e con le vittime. Nonostante la sproporzionata e opportunistica insistenza dei media (anche alcuni fra i più insospettabili in Italia) sulla “violenza”, i “saccheggi”, l’”odio” che si sono mischiati alle manifestazioni di protesta, è emerso chiaramente che il problema non erano loro ma la polizia stessa. 
Ha scritto Federico Rampini su La Repubblica che i poliziotti americani sono «ipersindacalizzati e quindi iperprotetti». Se questo fosse vero, i nostri metalmeccanici della Cgil dormirebbero fra due cuscini. L’impunità dei poliziotti americani non deriva dal fatto che hanno un sindacato, ma dal fatto che questo sindacato è sostenuto e incoraggiato dalla controparte stessa, dalle gerarchie, dal sistema giudiziario, dalle istituzioni politiche, e non li protegge dai datori di lavoro ma dalla popolazione che loro dovrebbero proteggere. Perciò un esito delle proteste di questi giorni è che questa impunità comincia a sgretolarsi. Da un lato, gruppi forse minoritari ma significativi di poliziotti dicono basta a questi crimini commessi in loro nome. Dall’altro, le istituzioni cominciano a rendersi conto di dov’è che bisogna intervenire. Minneapolis ha sciolto il Dipartimento di polizia, riconoscendo che Derek Chauvin non è una “mela marcia” ma la normalità; New York e altre città si preparano a tagliare i fondi alla polizia. Qualcosa si muove. Ma c’è voluto un morto e un’ondata di rabbia per ottenere questi, per ora minimi ma incoraggianti, segnali di cambiamento.






American Skin (41 shots)

41 shots
41 shots
41 shots
41 shots
41 shots
41 shots
41 shots
41 shots....
and we'll take that ride
'cross this bloody river
to the other side
41 shots... cut through the night
You're kneeling over his body in the vestibule
Praying for his life

Is it a gun, is it a knife
Is it a wallet, this is your life
It ain't no secret
It ain't no secret
No secret my friend
You can get killed just for living
In your American skin

41 shots
Lena gets her son ready for school
She says "on these streets, Charles
You've got to understand the rules
If an officer stops you
Promise you'll always be polite,
that you'll never ever run away
Promise Mama you'll keep your hands in sight"

Is it a gun, is it a knife
Is it a wallet, this is your life
It ain't no secret
It ain't no secret
No secret my friend
You can get killed just for living
In your American skin

Is it a gun, is it a knife
Is it in your heart, is it in your eyes
It ain't no secret

41 shots... and we'll take that ride
'Cross this bloody river
To the other side
41 shots... got my boots caked in this mud
We're baptized in these waters and in each other's blood

Is it a gun, is it a knife
Is it a wallet, this is your life
It ain't no secret
It ain't no secret
No secret my friend
You can get killed just for living
In your American skin

Versione italiana di Lorenzo Masetti
PELLE AMERICANA (41 COLPI)

41 colpi
41 colpi
41 colpi
41 colpi
41 colpi
41 colpi
41 colpi
41 colpi....
e andremo passeggiando
oltre questo fiume di sangue
verso l'altra sponda
41 colpi... che squarciano la notte
Ti inginocchi sul suo corpo nell'ingresso
Pregando per la sua vita

È una pistola, è un coltello,
è un portafoglio? questa è la tua vita
Non è un segreto
Non è un segreto
Nessun segreto, amico mio
Puoi essere ucciso solo perché vivi
Nella tua pelle americana

41 colpi
Lena prepara sua figlio per andare a scuola
Gli dice "su queste strade, Charles
Devi capire le regole
Se un poliziotto ti ferma
Promettimi che sarai sempre educato
che non scapperai mai correndo
Prometti alla mamma che terrai le mani sempre bene in vista"

È una pistola, è un coltello,
è un portafoglio? questa è la tua vita
Non è un segreto
Non è un segreto
Nessun segreto, amico mio
Puoi essere ucciso solo perché vivi
Nella tua pelle americana

È una pistola, è un coltello
è nel tuo cuore, è nei tuoi occhi?
Non è un segreto

41 colpi.... e andremo passeggiando
oltre questo fiume di sangue
verso l'altra sponda
41 colpi... i miei scarponi coperti di fango
Siamo stati battezzati in queste acque e nel sangue l'uno dell'altro

È una pistola, è un coltello,
è un portafoglio? questa è la tua vita
Non è un segreto
Non è un segreto
Nessun segreto, amico mio
Puoi essere ucciso solo perché vivi
Nella tua pelle americana

venerdì 29 maggio 2020

dice Joe Strummer di Bruce Springsteen


“Bruce è un grande. Se non siete d’accordo su questo punto, allora siete dei marziani presuntuosi venuti da Venere. Bruce è grandioso… lui riesce a suonare le corde come se accendesse un motore, per essere subito pronto a condurci in un incredibile viaggio là fuori, da qualche parte laggiù… Bruce è un grande, perché lui non mollerà mai e non si lascerà mai sopraffare dai suoi problemi, sarà sempre pronto a fare baldoria e a tornare in pista. La sua musica è meravigliosa durante le tipiche mattine inglesi piovose e oscure, proprio quando hai bisogno di un po’ di carica e di qualche prova che l’immenso mondo esista davvero. Quando il dj mette su Racing In The Streets la vita sembra avere di nuovo un senso. La vita sembra essere di nuovo vista attraverso la lente di un cinemascope. Bruce non ha le manie di grandezza. Bruce pensa solo alla musica e noi abbiamo bisogno di persone come lui. Oggi molti dischi vengono realizzati da gente che vuole solo aumentare la propria fama. Bruce è grande. Non esistono scocciature o lamentele con lui… c’è solo musica e testi grandiosi e un oceano di talento. Io amo davvero Springsteen!”.

qui il testo

venerdì 31 gennaio 2014

Una casa di terra - Woody Guthrie

è la storia del grande amore di Tike e Ella May (che ha tradito la sua classe agiata d’origine per Tike) e della loro lotta contro la grande depressione e la povertà, ai tempi di “Furore”.
vivono in una baracca, in balia degli elementi naturali, nella California che non è quella di San Francisco e Hollywood, ma pieno terzo mondo, dove i poveri sono più poveri e i ricchi più ricchi, e la vita vale davvero poco.
il sogno di Tike è una casa di mattoni di terra cruda, di adobe (terra e paglia insieme), quello di Ella May è un sogno di dignità, e diventa anche madre alla fine del romanzo, e faranno di tutto per far crescere quel bambino in un mondo migliore.
dopo questo libro, che profuma di amore e socialismo, ascoltate com'è bella “This Land is your Land” - franz



Il manoscritto originale di questo romanzo di Woody Guthrie, portato a termine nel 1947, era rimasto chiuso in un cassetto a Coney Island per anni e anni. Scoperto da pochissimo, è stato pubblicato negli USA da Johnny Depp, che ne ha scritto anche l'introduzione. "Una casa di terra", l'unico romanzo completo del leggendario folksinger, è un ritratto profetico e potentissimo di due agricoltori cocciuti e disperati che combattono per sopravvivere alla furia cieca e distruttiva degli elementi (ma non solo) durante la Dust Bowl, la serie di tempeste di sabbia che colpirono gli Stati Uniti negli anni Trenta, mandando in rovina migliaia di contadini. Soffuso della elementare poeticità e della devastante autenticità che hanno reso leggendarie le ballate di Woody Guthrie, il libro è la storia del normalissimo sogno di una vita migliore da parte di una normalissima coppia e della sua ricerca di amore in un mondo sempre più corrotto. Tike e Ella May Hamlin si ammazzano di fatica per coltivare la terra arida del Texas, vivono precariamente in una catapecchia di legno e sognano un'abitazione solida in grado di difenderli dalla terribile violenza degli elementi. Grazie a un opuscolo pubblicato dal governo, Tike apprende le nozioni necessarie per costruirsi una semplice casetta fatta di mattoni di argilla, paglia e sabbia, a prova di fuoco e vento: una casa di terra.

…Come non bastasse, sinanche il ritrovamento di questo libro è una storia strepitosamente americana: il manoscritto è stato scoperto quasi per miracolo dallo storico Douglas Brinkley che ne aveva trovato un accenno tra le carte del musicologo Alan Lomax mentre era al lavoro su una biografia dedicata all'inevitabile Dylan. Poi, pubblicato all'inizio dell'anno negli Stati Uniti come primo titolo in assoluto della Infinitum Nihil (che è, strano a dirsi, la casa editrice dell'attore Johnny Depp), per Una casa di terra sono stati scomodati i nomi di Steinbeck e di D. H. Lawrence (quest'ultimo viene chiamato in causa per le pagine dense di torrida ed esplicita sessualità, forse troppo esplicita, per i tempi): eppure il libro era rimasto a languire nell'abisso degli scaffali dell'Università di Tulsa per oltre sette decadi, nonostante che nel frattempo Guthrie — al ritmo di una chitarra "che uccide fascisti" — fosse diventato una pietra angolare della storia musicale americana, come colui che per primo, e dal profondo delle viscere degli Stati Uniti, era riuscito a cantare quel pezzo di umanità che si sporca le mani, che suda, quella che soffre, quella che perde quasi sempre, quella su cui le luci di Hollywood non si erano posate mai. Insomma, "il popolo", quello trasformato in icona dalla Costituzione americana e lì cristallizzato…
da qui