La Libertà Non Sta Nello Scegliere Tra Bianco E Nero, Ma Nel Sottrarsi A Questa Scelta Prescritta. (Theodor W.Adorno)
giovedì 29 gennaio 2026
lunedì 8 gennaio 2024
Giù nella valle – Paolo Cognetti
mentre ne Le otto montagne i protagonisti erano due amici che si ritrovano dopo anni, qui i protagonisti, fra gli altri, sono due fratelli lontani, in tutti i sensi, riavvicinati da un eredità.
non mancano la parte femminile, l'ambiente, gli animali, il moloch dell'attività economica, che corrompe e cambia la vita nel mondo.
tutto va trasformato, gli argini cementati, gli animali prede di disgraziati cacciatori, le piste da sci si moltiplicano (anche se la neve non c'é più), la natura viene violentata.
buona lettura.
Paolo Cognetti consiglia l'ascolto di Nebraska, di Bruce Springsteen
…Ci sono diverse ragioni per cui
dovreste leggere “Giù nella valle”.
L’ultimo lavoro di
Paolo Cognetti continua con il filone della montagna ma lo declina in modo
nuovo, diverso. Se avete amato “Le otto montagne”, date una chance a “Giù nella
valle”: il romanzo è ambientato a fondovalle, cuore pulsante della montagna
vissuta con i ritmi dell’umanità.
I personaggi che
popolano “Giù nella valle” sono sfaccettati e multiformi: è facile sentirsi
legati a loro. Troviamo uomini e donne che hanno vissuto tutta la loro vita in
montagna e non potrebbero immaginarsi altrove, ma anche figure che da città
movimentate come Milano hanno deciso di trasferirsi nel cuore della Valle
d’Aosta e non si sentono ancora del tutto parte della comunità.
Ciò che li
accomuna è l’amore per la natura, il desiderio di tornare a ritmi più lenti e
genuini. Lo stesso desiderio che forse coglierà il lettore nello sfogliare le
pagine di “Giù nella valle”.
Nel nuovo romanzo
di Paolo Cognetti non ci sono soltanto esseri umani. Non vogliamo rivelarvi
troppo; solo il necessario per stuzzicare la vostra curiosità. Concludiamo,
quindi, col dirvi che l’autore ha voluto ispirarsi al grande Jack London per
raccontare, oltre all’uomo, anche il resto del mondo attraverso il regno
animale e le sue leggi ancestrali.
…I simboli
si trovano già nel paesaggio: le due sponde del Sesia, o come lo chiamano i
locali la Sesia, sembrano infatti rappresentare il
maschile e il femminile di questa storia. Il lato al sole è quello di
Elisabetta, che ha lasciato Milano per amore e per inseguire «la vita vera», e
che si immerge nel fiume per chiedergli di proteggere la sua bambina ed è
costretta ad accettare lunghe notti di solitudine: «Negli anni, è arrivata ad
abituarsi a queste notti solitarie come una parte del suo matrimonio. Ha un
marito che a volte dorme con lei, a volte nel bosco. Elisabetta se ne
stancherà, un giorno non più lontano». Ma il lato al sole è anche la
cagnolina bianca, la compagna dell’animale che semina morte: entrambe
sono costrette a vivere in un mondo maschile in cui sono le logiche
della violenza a dominare, e ad esse non possono opporre altro
che la difesa dell’amore per i propri cari.
L’ombra, invece, ha a che fare con il maschile e con la
brutalità degli uomini e del cane/lupo, che uccide per difendere ciò che è suo,
tanto il cibo quanto la compagna. Soprattutto, l’ombra ha a che fare con
l’abbrutimento e con la dimensione di cupezza che
questi personaggi condividono con la foresta in cui si muovono. C’è qualcosa di
primario nel modo in cui vengono descritti gli stati interiori:
in un mondo tanto dentro la natura e tanto fuori dalla civiltà come quello, è
come se le uniche metafore comprensibili fossero
quelle con gli elementi concreti dell’ambiente…
La lettura del breve libro “Giù nella valle” non lascia le emozioni
del precedente. Si vive una sorta di inquietudine nel leggere la descrizione di
questa valle. Spesso è sotto la pioggia, grigia non solo nel colore del cielo,
ma anche nello stile di vita degli abitanti. Lo scorrere del fiume, sempre
uguale, scandisce la vita umile della valle, un luogo fossilizzato nella
propria chiusura.
Il fiume stesso, con il suo corso, delinea una parte al sole e una parte all’ombra – come
dice lo stesso autore, come una sorta di giudizio universale insindacabile.
Io spesso mi dimentico che in cima questa
valle c’è quella montagna, che il fiume nasce lì: giù da noi l’ombra era già
calata da un pezzo, mentre là sul ghiacciaio rifletteva il sole.“
E’ una storia chiusa, quella raccontata da Cognetti, lontana
dall´ampio respiro di “ Le otto montagne“, dove ogni personaggio appare
statico , primordiale e incapace di evolversi. Anche chi, come Elisabetta,
moglie di Luigi, appare piena di vita e di interessi, una volta nella valle si
uniforma al suo silenzioso grigiore. Nessuno compie un percorso che lo renda
migliore. Tutti, chiusi nella loro valle, non sanno alzare lo sguardo per
vedere la montagna da dove nasce il fiume.
mercoledì 14 aprile 2021
Zurigo 11 aprile 1981: brano per brano - la notte magica di noi springsteeniani - Alberto Crespi
11 aprile 1981. Zurigo, Hallenstadion. Primo concerto di Bruce Springsteen per molti italiani, incluso chi scrive. Sono passati quarant’anni, maledizione!
Bene essere chiari. Il primo concerto “in Italia” sarebbe arrivato solo nel
1985, a Milano, stadio di San Siro gremito (sì, c’ero anche lì). Nel 1981 la
tournée di “The River”, album uscito nel 1980, non prevede date in
Italia. Dal 3 ottobre 1980 al 5 marzo 1981 Bruce Springsteen e la E Street Band
coprono Stati Uniti e Canada. Poi, un mese di intervallo per preparare la
campagna d’Europa. Tutto inizia ad Amburgo il 7 aprile 1981. 34 date: Zurigo è
la terza, sabato 11 aprile. La più vicina all’Italia assieme a Lione, prevista
per il 24 aprile. La quasi totalità delle date tocca il Nord-Europa, ben 16 nel
Regno Unito. Le uniche in paesi “latini” sono Barcellona, Lione e due date a
Parigi.
1981. Forse sarà utile ricordare alcune cose per chi non era nato, o era
ancora bimbo. Non c’era internet. Non c’era youtube. I giornali italiani, da
qualche anno, parlavano di musica rock ma limitandosi a ciò che toccava
l’Italia. “L’Unità”, dove lavoravo, aveva scritto ampiamente del
leggendario concerto di Bob Marley a San Siro, Milano, il 27 giugno del 1980.
Ma Marley era in quel momento un “fenomeno” che andava al di
là del rock e molti ne avevano scritto parlando, più che delle canzoni,
dell’odore di marijuana che sarebbe aleggiato sul prato di San Siro fino al
campionato di calcio successivo. Anche l’arrivo di Patti Smith a Bologna e a
Firenze nel 1979 (60-70.000 persone a botta) era stato recensito più in quanto
“evento”, che come concerto. Sembrava che fosse tornata la mobilitazione
giovanile, ma la si guardava con un certo sospetto (il disimpegno, dopo
l’impegno?). E comunque sia Marley sia Smith erano qualcosa di più che
“cantanti rock”, per motivi diversi.
Springsteen, nell’Italia del 1981, è (quasi) uno sconosciuto. Ovviamente
sono usciti i dischi (“The River” è il quinto), tutti in studio. Nelle poche
trasmissioni radio dedicate al rock e sulle riviste specializzate si parla
tanto di questi leggendari concerti, ma quasi nessun italiano l’ha mai visto
dal vivo! È venuto in Europa una sola volta nel 1975, il tour di “Born to Run”:
due date a Londra, una a Stoccolma, una ad Amsterdam; e non è stata
un’esperienza felicissima, per motivi che sarebbe lungo rivangare. È ancora un
fenomeno squisitamente americano e sembra che lui stesso non si fidi troppo di
noi europei (o forse sono i suoi manager, chissà). L’Italia è un mercato di
serie C, per il rock made in USA. E sono ancora vivi i ricordi dei concerti
turbolenti degli anni ’70, dai Led Zeppelin a LouReed, funestati dagli
autoriduttori e dagli scontri con la polizia. Aggiungete che negli anni ’70 il
rock, in Italia, significa assai più “Inghilterra” che “America”: siamo l’unico
paese ad aver mandato in classifica i Van Der Graaf e i Gentle Giant, un vero
culto circonda Genesis, Jethro Tull, Emerson Lake & Palmer, siamo fanatici
del progressive anche perché ci sono fior di gruppi progressive italiani, come
PFM Orme e Banco. Bruce, invece, è puro rock’n’roll. Per amarlo
bisogna partire da Dylan, da Neil Young, meglio ancora da Elvis o Jerry Lee
Lewis o Chuck Berry. E non è davvero, quello, il retroterra più diffuso. Anche
Dylan e Young non hanno ancora mai suonato in Italia.
Nasce un culto
E però, i pezzi in radio sono passati, al cinema è arrivato un
film-concerto (“No Nukes”, musicisti rock contro il nucleare) in cui per la
prima volta lo si vede eseguire “The River” e “Thunder Road”; un piccolo culto
sta nascendo, e Zurigo è la parola magica che chiama a raccolta un popolo
ancora piccolo ma destinato a crescere: gli springsteeniani d’Italia.
E qui comincia il racconto, molto soggettivo (perdonerete!), di uno di loro.
Ho 23 anni e lavoro all’“Unità” da tre. Ma scrivo di cinema, non di musica.
Però strappo alla caposervizio degli spettacoli di Milano, Maria Novella Oppo,
la promessa che se vado a Zurigo per affari miei (senza una lira di rimborso
spese, insomma), un pezzo me lo pubblica. Soprattutto se lo “virassi” su questo
bizzarro fenomeno, questo manipolo di pazzi che va in Svizzera a
sentire un rocker del New Jersey. Contatto un’agenzia che organizza la
trasferta: biglietto più viaggio in pullman da Milano, dove vivo, andata e
ritorno in nottata. Non ricordo il prezzo: ritrovo su Google le fotodei
biglietti e scopro che costavano 21 franchi, credo di essermela cavata con 40-50.000
lire. La parola “Unità” serve però a procurarmi un biglietto nelle primissime
file.
Non ricordo nulla del viaggio d’andata. Arriviamo a Zurigo nel pomeriggio e
il pullman ci lascia direttamente all’Hallenstadion, un palazzetto dello sport
in periferia. Si sente parlare molto italiano: sono arrivati in tanti, in
pullman e con macchine private. I ricordi cominciano dentro, nel ventre buio
dell’Hallenstadion. Mi siedo al mio posto, in quarta fila, e comincio a
chiacchierare con un gruppo… di americani! Sono studenti, in Svizzera per
studiare, una di loro mi mostra uno striscione che dice “Syracuse welcomes the
Boss in Switzerland!”: vengono dalla Syracuse University, vicino a New York.
“Tonight Bruce is gonna feelat home”, mi dice. Sarà proprio così, ma anche per
merito degli italiani.
Si spengono le luci
Ora il ricordo, anche 40 anni dopo, diventa dettagliato, quasi minuto per
minuto. Inizio del concerto previsto per le 19. Alle 19.03 il pubblico comincia
a rumoreggiare: siamo in Svizzera, diamine! Alle 19.10 si spengono le luci, e
parte quel brusio silenzioso che accompagna la fine dell’attesa. Fin qui tutto
normale, avviene in tutti i concerti. Nel buio, uno spot scende dal soffitto
per illuminare un tizio che, approfittando delle tenebre, è salito quatto
quatto sul palco. È lui, Bruce. Sembra solo. Senza dirlo, sembra richiedere
silenzio e attenzione. Comincia a cantare. A cappella. Solo voce, niente
strumenti. “Early in the morning, factory whistle blows, man rises from bed and
puts on his clothes… Man takes his lunch, walks out in the morning light. It’s
the working, the working just the working life…”. La canzone è “Factory”, da
“Darkness on the Edge of Town”. Si comincia parlando di lavoro, di un operaio
che si alza la mattina per andare in fabbrica, e quando torna a casa “you
better believe boy, somebody’s gonna get hurt tonight”. Cantata così, sembra
una preghiera. Bruce è inquadrato da questo cono di luce, tutt’intorno è buio,
silenzio. Quando parte la seconda strofa esplodono le luci sul palco e la E
Street Band è lì, intorno a lui. Ricordo come fosse ora il basso di Garry
Tallent che a distanza così ridotta scuote le costole,sembra penetrare nel
petto. Siamo ancora seduti ma le gambe vibrano, non può durare. Dopo la seconda
strofa, il “bridge” strumentale: il piano di Roy Bittan e subito dopo l’organo
di Danny Federici diventano ipnotici, la canzone si avvia alla fine con quel
“uh-uh-uh” che sembra sfociare in un lamento… ma poi avviene ciò che accende
l’Hallenstadion, ciò che trasforma la riflessione sulla vita in fabbrica in
un’esplosione di vitalità. La E Street Band non si ferma, tira solo il fiato e
parte con la poderosa “intro” di “Prove It All Night”, una delle cose più
potenti e pazzesche che il rock abbia mai creato, e lì succede una cosa
incredibile: TUTTI si alzano in piedi, e dalle file dietro di noi parte una
caotica corsa sotto il palco. La precisione svizzera viene devastata dal
rock’n’roll,davanti a me nasce dal nulla una sorta di discoteca di gente che
balla e canta a pugni alzati, e allora non c’è niente da fare: salgo in piedi
sulla sedia e il resto del concerto lo vedrò così, scatenato come tutti,
americani svizzeri italiani marziani, chiunque sia lì. Bruce capisce l’antifona
e anche dopo “Prove ItAll Night” non c’è pausa, la E Street Band la lega a uno
dei pezzi più allegri e scatenati di “The River”, “Out in the Street”, un brano
dal ritornello contagioso che viene cantato all’unisonoda 20.000 voci, tutte
assieme!,“whenI’m out on the street, oh-oh, oh-oh-oh!”. Il testo descrive
perfettamente quello che sta succedendo: “Put on your best dress baby / And
darlin’, fix your hair up right / Cause there’s a party, honey / Way down
beneath the neon lights / All day you’ve been working that hard line / Now
tonight you’re gonna have a good time”: e sì, è sabato sera, un sacco di
gentesi è fattabella ed è venuta a Zurigo “to have a good time”, e accidenti se
è bello, se è “good”! E subito dopo tocca a “Tenth Avenue Freeze-Out”, con
quell’attacco di piano micidiale e quel ritmo quasi funky. È il pezzo che
racconta com’è nata la E Street Band, e il verso “When the changewas made
uptown and the Big Man joined the band” provoca sempre un’ovazione per il
sassofonista Clarence “Big Man” Clemons. Bruce ha Zurigo in pugno, tutto
l’Hallenstadion è una sala da ballo.
Sguardi dolorosi
Si può tirare il fiato. Dopo due canzoni gioiose, si entra nel
buio ai margini della città. La quinta e la sesta canzone della scaletta sono
“Darkness on the Edge of Town” e “Independence Day”, due viaggi nel
passato, due sguardi dolorosi nella provincia profonda
dove Bruce è cresciuto e dalla quale è fuggito senza poter mai fuggire del
tutto. “Independence Day” è una canzone sul padre, nella quale il 4 luglio non
ha nulla di festaiolo. È un pezzo da “The River”, disco che nei mesi precedenti
ho reso trasparente a furia di ascoltarlo, e posso cantarla dall’inizio alla
fine senza disturbare nessuno, perché la cantano tutti e non importa se sei
stonato. Anche di fronte a un pubblico europeo, Bruce sta scavando nel
passato dell’America proletaria, ed è giusto che a questo
punto ci regali la prima cover, che riconosco subito e mi commuove: “Who’ll
Stop the Rain”, una celeberrima canzone dei Creedence, e anche qui i cori si
sprecano (non ricordo se partono gli accendini, ma ci starebbero bene).
Il concerto va avanti con una serie di “stop and go”, pezzi allegri e
ballabili alternati a pezzi più meditati. “Two Hearts” e “The Promised Land”
sono un’altra travolgente cavalcata, la seconda con Bruce all’armonica; poi
“This Land Is Your Land” di Woody Guthrie è un contraltare prezioso. Se Bruce
canta “mister I ain’t a boy, no I’m a man and I believe in a promised
land”,Guthrie, quello che sulla chitarra aveva scritto “this machine kills
fascists”, gli risponde “this land was made for you and me”: è il momento del
patriottismo, perché uno dei grandi meriti di Springsteen e dei suoi omaggi a
Guthrie è l’aver insegnato a tutti, soprattutto a noi italiani, che esiste
un patriottismo senza retorica, che non dimentica gli
ultimi e anzi, ribadisce proprio a loro che la terra che calpestano è “made for
you and me”, è fatta per voi e per me. Ma i proletari hanno comunque vita dura,
e per ricordarlo ecco “The River”, nella quale il protagonista è un ragazzo che
mette incinta la fidanzata e “for mynineteenthbirthday I got a Union card and a
weddingcoat”, una tessera del sindacato e un abito da sposo per il 19esimo
compleanno. In America “The River” è spesso preceduta dal racconto di quando
Bruce andò a fare la visita per il servizio militare, e fu scartato (c’era
ancora il Vietnam…), ma qui non si fida, e anche a Milano nel 1985 non eccederà
mai in lunghi discorsi per paura di annoiare un pubblico non anglofono. Si
ritorna nella cupezza, ma anche nella ribellione: “Badlands” e “Thunder Road”,
due capolavori, chiudono il primo set, sputando in faccia alle “terre cattive”
con la forza dell’amore che spinge i protagonisti della seconda a gridare al
mondo “It’s a town full of losers, butwe are pulling out of here to win”. E
quando annuncia l’intervallo (“We’ll take a shower and thenwe come back to rock
youall night long”) Bruce ha stravinto, siamo tutti già esausti ai suoi piedi.
Una schiera di ballerini (o marines?)
Il secondo set del concerto si apre con “Cadillac Ranch”, il pezzo su cui
Bruce e tutta la Band avanzano verso il pubblico come una schiera di ballerini,
o di marines, e prosegue con “Sherry Darling”, e lì avviene una cosa che per
tutti noi, neofiti, è stupefacente: Bruce fa salire sul palco una ragazza del
pubblico per ballare con lui. Lo fa da sempre, ma noi selvaggi europei che ne
sappiamo? Nei tour successivi il brano destinato a questo rito diventerà
“Dancing in the Dark”, e la scena del balletto sarà al centro del video girato
da un certo Brian D ePalma. Ma qui la fortunata sale in scena su “Sherry
Darling”, altra canzone scatenata e gioiosa. E poi arriva “Hungry Heart”, un
brano che gli springsteeniani doc non amano perché è arrivato al numero 1 in
classifica e per i “talebani” questo è disdicevole, ma è anche il brano che
nella prima strofa viene cantato dal pubblico, in coro, e che questo accada
anche in Svizzera è francamente sorprendente. Seguono “Fire”, uno dei mitici
pezzi allora ancora inediti, che Bruce esegue solo dal vivo, e un altro rock
scatenato, “You Can Look (But You Better Not Touch)”. Poi un’altra parentesi
più meditativa, due canzoni “on the road” che raccontano la strada e i suoi
drammi, l’incidente d’auto di “Wreck on the Highway” e quel piccolo film sulle
corse clandestine che è “Racing in the Street”, uno dei capolavori dell’album
“Darkness”. Dal finale meditabondo di “Racing” è quasi ovvio passare a un
classico immortale, “Back streets”, una delle canzoni-mondo di “Born to Run”
(l’altra, questa sera, non ci sarà: niente “Jungle land”, peccato). E da lì si
risale verso il rock’n’roll purissimo di “Ramrod” e verso “Rosalita”, la sua
più bella canzone d’amore, e partono le presentazioni: “Miami” Steve Van Zandt,
Garry “double u” Tallent, Danny “the Ghost” Federici, “Professor” RoyBittan,
“Mighty” Max Weinberg e “last butnotleast”, Clarence “Big Man” Clemons.
“Rosalita” dura un’eternità e poi i ragazzi se ne vanno, ma le luci
non si spengono e tutti sappiamo che non è finita, che come Rosie “they’ll come
out tonight”, usciranno di nuovo. Eccoli, infatti, per fare quello che tutti
speravamo e aspettavamo: Bruce urla “One, two… onetwothreefour” e parte
l’inconfondibile riff di “Born to Run”, il pezzo che non poteva assolutamente
mancare. È la canzone misteriosa, quella che nessuno capisce bene come sia
costruita, quella che Steve Van Zandt una volta ha raccontato così: “La
suoniamo da trent’anni e ancora non l’ho imparata”, quella che in studio –
durante le sessions dell’album omonimo – richiese l’ingaggio al volo di un
batterista jazz, Ernest “Boom” Carter, per farla funzionare, per incidere una
parte di batteria talmente bizzarra che Weinberg dal vivo non ha mai nemmeno
tentato di riprodurla. Eppure, con tutte le sue difficoltà e i suoi misteri,
“Born to Run” è una locomotiva che travolge tutto
l’Hallenstadion e al tempo stesso lo prepara per il vero sabba, quello che sta per
cominciare dopo tre ore e passa di concerto. Parte il mitico “Detroit Medley”,
quel bis interminabile in cui la E Street Band lega una all’altra quattro
canzoni di un oscuro (per noi europei ignoranti) rocker di Detroit, MitchRyder:
“Devil With a Blue Dress”, “Jenny Take a Ride”, “GoodGolly Miss Molly” e “C.C.
Rider”. In fondo è quello per cui tutti siamo venuti, quello che per Bruce è
l’essenza profonda dei suoi concerti: la celebrazione del rock’n’roll come
festa e come rito laico, attraverso i pezzi di un musicista che rispetto a
Chuck Berry o a Elvis Presley è un epigono, un “minore”, ma che nel suo rock
esprime tutto il potenziale stradaiolo, erotico e proletario di questa musica.
“Ne avete abbastanza?”
Non ricordo quanto sia durato, il “Detroit Medley”. Ricordo però che a un
certo punto, quando sembra che lui stia per morire e noi per crollare, Bruce
chiede a tutto lo stadio: “Have you had enough?”, ne avete abbastanza? Lo
chiede quattro o cinque volte, pur sapendo benissimo la risposta: un “no!” che
emerge da 20.000 ugole assatanate, e allora si riparte per un altro bis, o
tris, fate voi. Si riparte con “Rockin’ All Over the World”, un altro di quei
classici che Bruce ha sempre usato per mettere definitivamente ko i suoi
fedeli. È un pezzo di John Fogerty, il leader dei Creedence, quindi un’altra
cover: e tutto il pubblico la canta e la balla come non ci fosse un domani.
Invece il domani c’è, e inizia poco dopo il concerto, che finisce verso le
11 di sera. Stremati ed esaltati, raggiungiamo il pullman che deve riportarci
nel mondo reale. Da Zurigo a Milano sono poche ore, attraverso il buio delle
Alpi. Nessuno dorme. E nessuno ha la forza di fare commenti. Siamo tutti
distrutti dalla felicità. Un ragazzo ha registrato il concerto su un trabiccolo
a cassette, e ce lo fa riascoltare tutto. La qualità sonora è terrificante –
difficile ne venga fuori un bootleg decente, anche se dischi di quel concerto
poi usciranno, tecnicamente pessimi – ma è un modo di ritornare alla
concretezza della vita sapendo che quello che ti è appena successo è successo
davvero. La conferma che non è stato un sogno. Tutti siamo reduci da
un’epifania: è questo, il rock’n’roll. E chi l’aveva mai visto e sentito così,
in Italia? Noi non abbiamo gli honky-tonk, dove i ragazzi bianchi si
intrufolavano ad ascoltare la musica dei neri. Noi al massimo abbiamo le
balere, che ne sappiamo del rock’n’roll? Stasera, a Zurigo, Bruce Springsteen
ce l’ha mostrato come un nuovo Re Mago: oro incenso e mirra in
un unico pacchetto. Il rock’n’roll è cantare, suonare, ballare fino all’ultima
stilla di sudore. Non ha niente a che vedere con il liscio, con la salsa, con
la disco che in quegli anni impera (e per la quale Bruce Springsteen e la E
Street Band sono il migliore antidoto). È musica tutt’altro che raffinata, ma
che agisce sul corpo e sull’anima dalla punta dei capelli alle dita dei piedi.
Quante volte Bruce in concerto ha gridato “I am a prisoner of rock’n’roll”? Chi
c’era, a Zurigo, è da allora un suo compagno di prigionia.
L’ultimo ricordo è l’arrivo a Milano, nel piazzale a fianco della Stazione
Centrale. È l’alba di domenica 12 aprile. La prima corsa dell’autobus numero 42
mi riporta a casa. Quella mattina stessa scrivo il pezzo, che per fortuna
nell’archivio online dell’“Unità” non riesco a ritrovare. Poi mi metto a letto,
perché non ho dormito nemmeno un minuto. Quando mi sveglio, verso sera, ho un
febbrone da cavallo. Torno a letto e ci rimango, il lunedì avverto i compagni
degli spettacoli che non posso andare a lavorare, ho la “springsteenite”.
È probabile che anche San Paolo, dopo essere stato “colpito” sulla via di
Damasco, non sia stato benissimo per qualche giorno.
mercoledì 10 giugno 2020
Schiavitù, l'eredità che non passa - Alessandro Portelli
41 shots
41 shots
41 shots
41 shots
41 shots
41 shots
41 shots....
and we'll take that ride
'cross this bloody river
to the other side
41 shots... cut through the night
You're kneeling over his body in the vestibule
Praying for his life
Is it a gun, is it a knife
Is it a wallet, this is your life
It ain't no secret
It ain't no secret
No secret my friend
You can get killed just for living
In your American skin
41 shots
Lena gets her son ready for school
She says "on these streets, Charles
You've got to understand the rules
If an officer stops you
Promise you'll always be polite,
that you'll never ever run away
Promise Mama you'll keep your hands in sight"
Is it a gun, is it a knife
Is it a wallet, this is your life
It ain't no secret
It ain't no secret
No secret my friend
You can get killed just for living
In your American skin
Is it a gun, is it a knife
Is it in your heart, is it in your eyes
It ain't no secret
41 shots... and we'll take that ride
'Cross this bloody river
To the other side
41 shots... got my boots caked in this mud
We're baptized in these waters and in each other's blood
Is it a gun, is it a knife
Is it a wallet, this is your life
It ain't no secret
It ain't no secret
No secret my friend
You can get killed just for living
In your American skin
Versione italiana di Lorenzo Masetti
41 colpi
41 colpi
41 colpi
41 colpi
41 colpi
41 colpi
41 colpi
41 colpi....
e andremo passeggiando
oltre questo fiume di sangue
verso l'altra sponda
41 colpi... che squarciano la notte
Ti inginocchi sul suo corpo nell'ingresso
Pregando per la sua vita
È una pistola, è un coltello,
è un portafoglio? questa è la tua vita
Non è un segreto
Non è un segreto
Nessun segreto, amico mio
Puoi essere ucciso solo perché vivi
Nella tua pelle americana
41 colpi
Lena prepara sua figlio per andare a scuola
Gli dice "su queste strade, Charles
Devi capire le regole
Se un poliziotto ti ferma
Promettimi che sarai sempre educato
che non scapperai mai correndo
Prometti alla mamma che terrai le mani sempre bene in vista"
È una pistola, è un coltello,
è un portafoglio? questa è la tua vita
Non è un segreto
Non è un segreto
Nessun segreto, amico mio
Puoi essere ucciso solo perché vivi
Nella tua pelle americana
È una pistola, è un coltello
è nel tuo cuore, è nei tuoi occhi?
Non è un segreto
41 colpi.... e andremo passeggiando
oltre questo fiume di sangue
verso l'altra sponda
41 colpi... i miei scarponi coperti di fango
Siamo stati battezzati in queste acque e nel sangue l'uno dell'altro
È una pistola, è un coltello,
è un portafoglio? questa è la tua vita
Non è un segreto
Non è un segreto
Nessun segreto, amico mio
Puoi essere ucciso solo perché vivi
Nella tua pelle americana
venerdì 29 maggio 2020
dice Joe Strummer di Bruce Springsteen
qui il testo