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lunedì 22 marzo 2021

Social e varie inquisizioni - Ferdinando Scianna

Ho partecipato a uno di questi dibattiti elettronici da tempo di Covid, che detesto. Avevo già detto di no a altre proposte di intervento sul tema, ma questa volta ho accettato. L’argomento era quello dell’ennesimo episodio inquisitoriale che ha investito il libro London, di Gian Butturini. 

Il libro, uscito in prima edizione nel 1969, è stato recuperato grazie a Martin Parr, che ha aggiunto una prefazione alla nuova edizione inglese e gli ha fatto conferire un premio.

Una ragazza ha accusato sui social Butturini, Parr, l’editore e il libro di essere un'operazione razzista.

Naturalmente, soprattutto in Inghilterra, questa denuncia ha subito suscitato una quantità di approvazioni e manifestazioni che hanno indotto Parr a dimettersi dal premio e a consigliare l’editore di ritirare il libro dal commercio. La famiglia, che rappresenta la Fondazione Butturini si è opposta e ha ricomprato le copie ritirate. Il motivo di questo attacco censorio era stato innescato da una doppia pagina del libro nella quale si fronteggiano due fotografie, una mostra una donna nera accovacciata, umiliata, l’altra un orango dietro le sbarre nello zoo di Londra. Butturini, già nel 1969 aveva chiarito in un testo che accompagna il libro le sue intenzioni di denuncia antirazzista e in questo caso anche contro le crudeltà nei confronti degli animali, che metteva graficamente in relazione. Non è bastato. 

 

Un episodio tra i molti, purtroppo, in questo tempo di inquisizione da social che stiamo vivendo.

All’inizio mi sono molto irritato per questa fuga, sia di Parr che dell’editore davanti ad accuse platealmente infondate, frutto di analfabetismo visivo e di presunzione, per giunta animata da nobili scopi. Poi, avendo incrociato altri episodi del genere, alcuni anche peggiori, che arrivano al linciaggio personale, alle accuse di pedofilia, sono arrivato alla conclusione che li capisco. In realtà, credo che davanti a simili aggressioni scandalose per il semplice buon senso, la migliore delle reazioni sia di non dare corda a questa stupide e pericolose manifestazioni di intolleranza.  

Se gli dai corda quelli la usano per impiccarti. Pensate alla soddisfazione di questa ragazza presuntuosa per avere provocato un simile vespaio. 

Per questo mi ero rifiutato prima di intervenire, su questo come su altri episodi altrettanto pretestuosi quanto inquietanti. 

Ma conoscevo Butturini e il suo lavoro, animati da forte impegno sociale e morale. E poi, qui si bruciano i libri, come al tempo dell’Inquisizione o del nazismo, quando non si arriva ai roghi mediatici delle persone. Si induce un clima insopportabile di autocensura.

E allora ho accettato. Mezzora di preparazione, poi il dibattito tra cinque persone. 

Oltre tre ore; nemmeno Ben Hur.

 

È stato un buon dibattito, e sono state dette molte cose sensate e intelligenti. Per la prima ora ho soprattutto vissuto complessi di colpa per i nobili inviti a reagire, a usare gli stessi social per controbattere, discutere, addirittura per educare chi si abbandona a queste pratiche, cercare di capirli, tenere conto delle loro qualche volta nobili motivazioni.  

Mi è venuto in mente l’episodio di De Gaulle quando, discendendo a Parigi gli Champs Elysées per celebrare la vittoria contro il nazismo, si trovò davanti a uno striscione di anarchici che recitava Mort aux cons, morte agli imbecilli. Vaste programme!, commentò.

Poi, con lo scorrere delle ore il mio istinto mi spingeva alla fuga.

 

Non ho Facebook, Twitter, Instagram e niente di tutto questo. Non posseggo uno smartphone e il mio telefonino è stato probabilmente trovato durante gli scavi di Pompei. Niente di tutto questo, naturalmente, riesce a tenermi al riparo dall’alluvionale chiacchiericcio elettronico. Con due miliardi di smartphone, con internet e social generalizzati non è più possibile. Tutto, in un modo o in altro, filtra, tutto ti arriva. Fin troppo. Ogni tanto mi sento in colpa per questa, mi rendo conto, un poco assurda autoemarginazione dalla “modernità”. Tutti mi considerano un poco handicappato. Forse è una faccenda generazionale. Magari è snobismo, come molti polemicamente e magari giustamente insinuano. Per carità, mi servo come tutti di Internet. Con juicio, però, almeno credo. Ma se mi imbatto in un testo un po’ lungo che mi interessa devo stamparmelo e lo leggo sulla carta. Solo così mi sembra di acquisirlo nella memoria e nella coscienza. Considero Internet, per quanto inventato dai militari e ora nelle mani di pochi, oscuri gestori, un formidabile strumento culturale. 

Sui social, lo ammetto, sono molto più critico.

 

Il dibattito, lo ripeto, è stato un buon dibattito, anche se in definitiva eravamo tutti d’accordo. Tuttavia, a soli due giorni mi sembra già di non ricordarlo più bene nel suo sviluppo e nei dettagli. Credo, e magari mi sbaglio, che occorra molto masochismo per restare tre ore davanti a uno schermo di computer andando dietro a cinque persone che parlano. Durante la conversazione sono state mostrate alcune pagine del libro, compresa la doppia pagina incriminata. Su un monitor le cose vanno veloci. Cercavo di figurarmi le reazioni di quella ragazza davanti al libro. Si imbatte in quella doppia pagina, dove io vedo anche una certa ingenuità tipica di quegli anni: la contrapposizione tra il nuovo e il vecchio, i giovani e gli anziani, i ricchi e i poveri, due forme di ingiustizia. Un tentativo di rafforzare la denuncia. Ma la ragazza si indigna. Non per le immagini, vecchie di cinquant’anni, peraltro, ma perché il fotografo le ha accostate. Tutti, ormai, sono convinti di capire il linguaggio delle immagini. Si mette davanti al computer e attraverso i social stigmatizza, accusa di razzismo. Accusa chi? Accusa Butturini di avere denunciato il razzismo. Ma soprattutto accusa il curatore e l’editore per avere ripubblicato il libro tale e quale. Se avessero censurato quelle due pagine non avrebbe potuto farlo. Insomma, censura chi non ha censurato. E trova molti seguaci.

Come opporsi a un tale cumulo di insensatezze? 

 

Credo di sapere quali sono le cause di questo mio rifiuto nevrotico dello tsunami elettronico. Già molti anni fa mi aveva colpito la dichiarazione di un importante scrittore francese che diceva di detestare le folle perché sapeva bene che cosa vi diventasse dentro. 

Sarei stato capace in mezzo alla folla di piazza Venezia di esprimere dissenso tra migliaia di persone in delirio per le parole di Mussolini che annunciava la dichiarazione di guerra che avrebbe rovinato il paese e mandato migliaia di giovani a morire? 

Credo che la folla elettronica non sia meno indiscriminata e pericolosa. Penso che la lucidità intellettuale e le scelte morali siano un fatto individuale.  Con l’aggravante, credo, che, come capì benissimo Ennio Flaiano, dentro la folla mediatica, dentro la società di massa, l’imbecille, l’ignorante, ha ora idee e le esprime e trova consensi qualche volta molto vasti. 

 

Penso che il fenomeno sia basato su un collettivo senso di colpa. Chi se la sentirebbe di non essere decentemente contro il razzismo, l’omofobia, lo schiavismo, la discriminazione religiosa, ideologica, nei confronti delle donne, degli handicappati, la pedofilia? Molte aggressioni ignoranti e fondamentaliste si basano su questo ricatto. E sono, ahimè, spesso ricatti morali e ideologici “di sinistra”, ammesso che ci possa essere un’inquisizione di sinistra. Sembra che ci sia stata una divisione dei compiti. La destra colpisce soprattutto con le menzogne, le fake news. Da sinistra si utilizza il ricatto morale e ideologico. 

Kundera ce lo ha insegnato: i censori del mondo comunista non erano sempre dei trinariciuti crudeli, che rovinavano a cuor leggero la vita delle persone che non la pensavano come loro, quando non li spedivano nei gulag. Erano spesso, invece, persone dallo sguardo limpido, convinti di difendere a qualsiasi costo le magnifiche sorti e progressive che stavano costruendo. Con la stessa aggressività e violenza dei reazionari che utilizzano le menzogne. Per giunta con effetto retroattivo, come per le due fotografie di Butturini. 

Chi ce l’ha più con Nabucodonosor? scriveva Cioran. E invece, sì. Devi avercela con Nabucodonosor, con i faraoni che hanno sacrificato migliaia di schiavi per costruire le piramidi. Vogliamo distruggere anche le piramidi?

 

Si imbratta a Parigi la statua di Voltaire, che ci ha insegnato la tolleranza e il pensiero laico, in nome di un episodico e magari riprovevole peccato di partecipazione a imprese di finanziamento a navi che rastrellavano schiavi.

Confrontarsi, dicono, educare, persuadere. Vaste programme!

Mi è capitato, e non solo a me, di provarci. Sei immediatamente sommerso da violente aggressioni. Che diritto hai tu di parlare? Sei un bianco privilegiato, la cui condizione nasce dallo sfruttamento plurisecolare di questi tuoi privilegi. Taci, dunque. 

E uno tace. Come avveniva ai tempi dei processi inquisitoriali, durante il nazismo. Credo che sia questa la conseguenza più grave del clima intimidatorio che viviamo. 

Taciamo, con grandi complessi di colpa, appunto.

Non è una tendenza che si prospetta di breve durata. È un virus, e come il virus che stiamo subendo, non si sa bene per quanto tempo dovremo confrontarci. Né ci sono prospettive di vaccini.

Continuo a ripetermi che non si può fare altro se non continuare a pensare, a confrontarci con noi stessi sui temi morali e ideologici che la situazione implica.

E però, tanto per confermare la mia natura contraddittoria, ho partecipato a quel dibattito. 

E però, sto scrivendo questo articolo amaro.

da qui

sabato 25 luglio 2020

a proposito di cancel culture

il grande fotografo Gian Butturini e le gorilla anti-razziste – bortocal


Gian Butturini è morto 14 anni fa, ma la sua memoria non si spegne.

grandeggia il suo modo di fare fotografia; il suo unico film, Il Mondo degli Ultimi, può anche essere dimenticato, ma le sue foto rimangono un momento importante della cultura internazionale della seconda metà del Novecento.
ma il Bristol Photo Festival organizza una mostra delle sue foto e succede un indegno pandemonio, di cui vale la pena di parlare per renderci conto di come la stupidità domina il mondo, oramai irresistibilmente potenziata da internet che nei nostri sogni post sessantottini doveva essere il trionfo della cultura democratizzata e diventata di massa; peccato che democratizzando la comunicazione di massa, tra gli umani, diventi soltanto la stupidità.
. . .
nel 1969 Butturini, che aveva 34 anni, fece London, uno storico volume di fotografie sulla Londra di fine anni Sessanta (io ci arrivai pochi anni dopo, nel 1974, in una mitica spedizione di una decina di amici in FIAT 126, non so se mi spiego…).
il dramma attuale nasce dal fatto che in questo volume, oramai introvabile e ripubblicato pochi anni ci sono due foto

capite l’insulto che Butturini, maschio e bianco, per giunta, ha fatto a tutte le donne africane?
io no, sinceramente: è una metafora!
ma la metafora è morta da tempo, di questi tempi: c’è in giro e stra-parla troppa gente stupida che non è, semplicemente, in grado di capirla.
Mercedes Baptiste Halliday ha ricevuto «London», il libro di Butturini, in regalo per il suo diciottesimo compleanno e non ha potuto trattenere l’indignazione: «Ero totalmente disgustata e offesa», ha postato in rete.
ed è riuscita ad avviare una disgustosa campagna online che ha costretto il direttore artistico del festival a dimettersi e a cancellare la mostra: lui «rappresenta una generazione di uomini di mezza età che fanno ciò che vogliono senza conseguenze. È un’istituzione e siamo solo iniziando a smantellarla».
di peggio: come in un processo della rivoluzione culturale perfino lui ha fatto autocritica di fronte al tribunale del popolo e ha dichiarato pubblicamente, su twitter«Sono profondamente imbarazzato per non avere visto un accostamento di immagini razzista. Credimi: è stato un mio errore di cui sono molto dispiaciuto. Non è una scusa, ma ho quasi settant’anni, sono bianco e inizio a capire che a volte non sono riuscito a vedere le cose in un’altra prospettiva. Voglio imparare e cambiare, spero anche di potere usare la mia posizione per fare qualcosa di buono a riguardo»
ed è arrivato a chiedere la distruzione del libro.
. . .
idiota anche lui!
qui siamo in piena barbarie.
ho conosciuto Butturini, che era bresciano, anche se non siamo mai stati amici, lui aveva una proiezione esterna alla città che io non avevo; ma per quello che so di lui posso testimoniare con forza che la sua intenzione in quell’accostamento era il contrario esatto del razzismo che gli viene attribuito da menti troppo piccine per capire.
non serve a nulla che di queste due foto Butturini avesse parlato perfino nell’introduzione del suo libro: “Ho fotografato una donna nera, chiusa in una gabbia trasparente; vendeva biglietti per la metropolitana: una prigioniera indifferente, un’isola immobile, fuori dal tempo nel mezzo delle onde dell’umanità che le scorreva accanto e si mescolava e si separava attorno alla sua prigione di ghiaccio e solitudine. […] Ho fotografato il gorilla di Regent Park, che riceve con dignità imperiale sul muso aggrondato le facezie e le scorze lanciategli dai suoi nipoti in cravatta”.
la piccola non l’ha letta, e le menti piccine che le sono andate dietro non possono arrivare a queste finezze.
. . .
non se ne può più della stupidità al comando.
sono io, anche a nome di Butturini e della cultura degli anni Sessanta, offeso e disgustato da questi analfabeti del linguaggio e delle sue emozioni.


mercoledì 8 maggio 2019

Ho fotografato il conflitto siriano dall’inizio alla fine - Bulent Kilic



Chi avrebbe mai detto che sarebbe finita così? Me lo chiedo mentre osservo centinaia di presunti jihadisti catturati e seduti in fila nel deserto. Tutto era cominciato otto anni prima, con una protesta contro il regime siriano. All’epoca nessuno parlava di jihadisti. Ora invece c’è un intero paese distrutto. Più di 370mila morti. Tredici milioni di profughi, oltre metà della popolazione. Il tutto racchiuso nell’ascesa e nella caduta di Daesh, il gruppo Stato islamico (Is) generato dal vortice di violenza che ha inghiottito quella prima rivolta pacifica.
L’Is si è allargato a macchia d’olio in tutta la regione conquistando ampie aree della Siria e del vicino Iraq e annunciando la nascita di un “califfato” che ha immediatamente cominciato a reclutare uomini ai quattro angoli del mondo. All’apice della sua forza, l’organizzazione controllava un territorio grande quanto il Regno Unito e governava su milioni di persone.
Ora gli ultimi jihadisti sono davanti a me, seduti in fila nel deserto, accanto a un accampamento che ospita migliaia di donne – le loro mogli vestite di nero – e bambini, oltre ai civili rimasti intrappolati nella cittadina di Baghouz, ultimo bastione degli estremisti.
Mentre osservo “la fine”, molti pensieri si accavallano nella mia mente. Quando ho cominciato a frequentare la Siria per occuparmi della rivolta, questa aveva appena un anno di vita. Posso dire di aver vissuto questa storia quasi dall’inizio.
Ho cominciato a seguire le proteste nel febbraio del 2012, a Idlib. Era la mia prima esperienza in uno scenario di guerra. Le manifestazioni pacifiche, partite a Damasco un anno prima, erano state soffocate nel sangue dalle forze di sicurezza, una repressione che avrebbe portato alla nascita dell’Esercito siriano libero e della sua battaglia contro il regime. In tutto il paese i ribelli organizzavano attacchi di guerriglia. Spesso gli agenti al servizio del regime disertavano per unirsi a loro.
Quando sono arrivato a Idlib, alcune aree della provincia e buona parte della città erano controllate dall’opposizione. I cecchini del governo sparavano in continuazione, ma ancora non c’erano state operazioni militari su vasta scala. Un giorno ho assistito a una manifestazione, nata come nascono quasi tutte: la gente si è riunita nel centro cittadino, sventolando grandi bandiere dell’Egitto e della Libia, paesi che avevano vissuto importanti rivoluzioni durante la primavera araba. La folla cantava e scandiva slogan. Poi, all’improvviso, “snap, snap, snap”, il rumore dei colpi dei cecchini. Le persone nel panico. Poi i bombardamenti. Le persone in fuga.
Era la prima volta che vivevo un’esperienza simile, una manifestazione pacifica che subiva un attacco violentissimo. Ero terrorizzato. La gente scappava ovunque. Anche io correvo, senza sapere dove andare. Ho seguito gli altri. Piovevano bombe dal cielo e ho trovato riparo insieme ad alcuni civili. Davanti a me ho visto un ragazzo stramazzare al suolo. Qualcuno mi ha detto che aveva quindici anni e mi sono chiesto come fosse possibile, come potessero attaccare i loro compatrioti. Il bombardamento intenso sollevava una fitta coltre di fumo. Sembrava che sulla città fosse calata una coperta nera.
Nei mesi successivi sono entrato e uscito spesso dalla Siria. Non mi sono mai sentito minacciato dai combattenti ribelli. Erano molto gentili con i giornalisti. Quelli che ho incontrato erano quasi tutti laici. “Combattiamo per la libertà”, dicevano. Poi nei ranghi dell’opposizione hanno cominciato a spuntare i jihadisti, ma all’inizio erano tranquilli. Nell’agosto del 2012 mi sono trovato in uno dei campi jihadisti e non ho avuto problemi. Ci hanno permesso di scattare foto e non avevano un atteggiamento minaccioso.

Ma le cose sono cambiate presto. Ho cominciato a vedere stranieri nei villaggi. Alcuni parlavano inglese, altri francese. Avevo la netta sensazione che la situazione stesse cambiando. Una mattina ho visto un gruppo che marciava imbracciando i fucili. È un’immagine che mi si è scolpita in mente. Si stanno preparando, ho pensato.
Poco dopo mi hanno comunicato che non avrei più potuto entrare in Siria perché stava diventando troppo pericoloso per un giornalista. È successo poco prima che cominciassero a rapire i reporter. Uno di loro era James Foley, un amico che avevo conosciuto pochi mesi prima al confine. Non potevo credere che l’avessero sequestrato. Era novembre. In seguito ho scoperto che era stato prelevato da una banda locale e poi finito nelle mani di Daesh (l’organizzazione è conosciuta con diversi nomi, tra cui Isil, Isis, gruppo Stato islamico e Is, ma a me è rimasto impresso l’acronimo arabo, Daesh).
Poche settimane dopo, un mio amico turco, Bünyamin Aygün, mi ha detto che sarebbe andato in Siria per un ultimo articolo. “Sei pazzo,” gli ho risposto. “È troppo pericoloso, rapiscono la gente”. L’ho implorato di non andare, ma mi ha promesso che sarebbe stato attento. “Un ultimo articolo, poi basta”, mi ha detto. È stato rapito quasi subito. All’inizio di gennaio i servizi segreti turchi lo hanno riportato a casa, dopo quaranta giorni di prigionia. In quel momento si pensava che i giornalisti rapiti in Siria fossero una trentina. Nei mesi successivi alcuni sono stati rilasciati. Poi è arrivato il 19 agosto 2014.
Ricordo che mi sono svegliato nel cuore della notte e ho controllato qualcosa online, non ricordo cosa. Poi ho letto una notizia che mi ha paralizzato dalla paura: Daesh aveva pubblicato un video con la decapitazione di James Foley. Immediatamente ho pensato che avrei potuto esserci io, al suo posto. Tempo dopo ho scoperto che quel pensiero aveva attraversato la mente di tutti i giornalisti che erano stati in Siria. Non ho mai avuto il coraggio di guardare quel video. Voglio ricordare James per com’era in vita.
In quel momento ho pensato che sarebbero passati anni prima di poter tornare in Siria. Ho ricordato tutte le persone che avevo incontrato nel 2012. Dicevano che alcune aree del paese controllate dall’opposizione si stavano rapidamente riempiendo di estremisti, trasformandosi in un mondo simile a quello di Mad Max. Erano sicuri che presto i jihadisti avrebbero preso il controllo della situazione. Non gli avevo creduto.
Avevano ragione. Mi sono ricordato un uomo che avevo conosciuto ad Aleppo nell’agosto del 2012. I bombardamenti delle forze governative proseguivano senza sosta e noi dormivamo nello scantinato di una moschea insieme ad alcuni combattenti e soccorritori. C’era anche un jihadista, particolarmente sgradevole. Si sedeva vicino al condizionatore e leggeva il Corano. Aveva dormito accanto a me per due notti, spingendomi continuamente e pretendendo di avere la mia coperta. Era un iracheno arrivato dall’Olanda. Gli avevo scattato una foto. Poi l’avevo rivisto spesso nelle immagini più cruente che riguardavano Daesh: nella più famosa, appare davanti ad alcune teste mozzate e impalate.
Si chiamava Khaled Khudarhim ed era diventato il principale boia del gruppo. A un certo punto ha chiamato un mio amico per lamentarsi della foto che gli avevo scattato nel 2012, perché aveva permesso alle autorità olandesi di identificarlo e per questo non poteva più tornare in Olanda. Pare che sia stato ucciso nel 2016, ma per quanto ne so la notizia non è mai stata confermata.
Da quel momento gran parte del mio lavoro ha riguardato i profughi in fuga dalla Siria. Il conflitto ha provocato uno dei più colossali spostamenti di persone dai tempi della seconda guerra mondiale. Secondo l’agenzia Onu per i rifugiati circa 6,2 milioni di siriani sono attualmente sfollati all’interno del paese, altri 5,6 milioni sono sparsi nei paesi della regione.
Ho fotografato la crisi dei profughi fin dall’inizio, a fasi alterne. Ho scattato foto che li ritraggono mentre si passano i bambini attraverso piccoli squarci nelle recinzioni al confine con la Turchia, durante i combattimenti tra le forze curde e l’Is nelle città di frontiera.
Li ho immortalati mentre si ammassavano al confine in fuga dall’offensiva del governo siriano (sostenuto dai russi) contro Aleppo. Li ho ritrovati, sempre più disperati, nei campi profughi dell’isola greca di Lesbo, dopo terrificanti viaggi in mare. Ne ho addirittura fotografati alcuni che tornavano in Siria dopo la liberazione dei loro villaggi di frontiera dal controllo dei jihadisti.
Negli anni dell’esodo dalla Siria ho catturato con la mia macchina fotografica le emozioni umane – paura, disperazione, speranza, rassegnazione, sfinimento, terrore –, ma probabilmente l’immagine che più mi è rimasta impressa è l’arrivo dei profughi a Lesbo. Molti di loro non avevano mai visto il mare prima di viaggiare per un’infinità di chilometri a bordo di piccole imbarcazioni. I loro volti, quando mettevano piede sulla terra ferma, sembravano quelli di persone rinate. Molti erano anziani, un altro aspetto che mi ha sconvolto. Immaginate di avere settanta o ottant’anni e di dover fuggire dalla vostra casa e arrivare in un paese straniero di cui non conoscete la lingua né nient’altro. Immaginate cosa significhi vivere una situazione simile.
Dopo tutti gli anni passati a occuparmi della guerra in Siria volevo assolutamente assistere alla “fine”. È arrivata nei mesi di febbraio e marzo di quest’anno, nel polveroso villaggio di Baghouz, sulle rive dell’Eufrate, nei pressi del confine iracheno. Le Forze democratiche siriane, guidate dai curdi e sostenute dagli Stati Uniti, avevano costruito un campo appena fuori da Baghouz per ospitare le donne e i bambini di Daesh, oltre ai civili. Prima di entrare nel campo le persone dovevano passare da un centro di identificazione, a 10-15 chilometri di distanza.
Per giorni noi dell’Agence France-Press (Afp) abbiamo chiesto alle Forze democratiche siriane di entrare nel campo per documentare cosa stava accadendo. Alla fine hanno accettato. È stata un’esperienza surreale.
Mentre osservavo le file di prigionieri seduti davanti a me, ho pensato a tutto quello che Daesh, a cui erano accusati di appartenere, aveva fatto nel corso degli anni. Questi combattenti erano tra gli assassini più efferati del mondo. Avevano ucciso un numero impressionante di persone. Giornalisti, civili. Avevano stuprato e torturato. Avevano mozzato teste. Avevano compiuto azioni orrende. Le immagini degli attentati ad Ankara e Istanbul continuavano a tornarmi alla mente.
Ora erano inginocchiati davanti a me, a centinaia. Mi sono chiesto quanti di loro mi avrebbero ucciso se mi avessero incontrato in un’altra situazione. Quanti mi avrebbero torturato. La risposta era negli sguardi che mi rivolgevano: molti.
Ma era pur vero che si erano arresi, dunque avevano gli stessi diritti di tutti gli altri esseri umani. Alcuni giornalisti li stavano intervistando. I prigionieri non volevano parlare, ma i giornalisti continuavano a insistere. Ho pensato che fosse sbagliato. Se un uomo non vuole parlare non puoi costringerlo. È comunque un uomo. Ho rivolto le mie domande a molti prigionieri, ma non volevano rispondere. Così li ho lasciati in pace.
Osservando alcuni di loro si percepiva il collasso del califfato. Altri, invece, trasmettevano sensazioni completamente diverse. Migliaia di donne vestite di nero. Un esercito nero.
Molte condividevano pienamente le azioni dei jihadisti. Erano orgogliose del califfato. Capitava che una di loro accettasse di parlare con me e un’altra le chiedesse immediatamente perché stava parlando con il nemico.
Lo stesso valeva per i combattenti. Erano fieri delle loro azioni. Non ero sicuro che credessero di aver perso. Magari si stavano preparando per qualcos’altro. C’era un tizio biondo che non voleva parlare ma continuava a sorridere. Gli ho chiesto perché sorridesse. Non ha voluto rispondere. Ha continuato a sorridere. Forse sorrideva perché era ancora vivo, non so.
Ho visto anche un gruppo di bambini. Erano in dodici, tra gli otto e i quattordici anni. Mi si è spezzato il cuore. Cosa avevano fatto a quei bambini? Li avevano costretti a combattere, a uccidere? Una volta tornati a casa che realtà troveranno? Doveva essere un’esperienza terribile.
Le immagini dei combattenti di Daesh seduti nel deserto non mi hanno abbandonato nemmeno dopo il mio ritorno in Turchia. Ho controllato gli archivi e sono rimasto sbalordito dalla somiglianza tra le foto che avevo scattato e quelle dei soldati tedeschi che si sono arresi alla fine della seconda guerra mondiale. Erano le stesse foto.
L’estremismo è come una catastrofe naturale. Quando comincia non si può fermare. In Siria ho assistito alla sua nascita e alla sua evoluzione. L’estremismo può accadere ovunque. I combattenti stranieri erano particolarmente interessanti, per me. Ho visto un francese, un azero, un russo, ho incontrato persone provenienti dai paesi più diversi. E devo ammettere che ancora non capisco perché lo abbiano fatto. Non riesco a capire questo tipo di mentalità. Come fa un francese istruito a unirsi ai jihadisti? È così strano, non so cosa pensare.

A dirla tutta non sono nemmeno sicuro che questa sia davvero la fine. Da quello che ho visto, il sistema è ancora vivo. I jihadisti sono ancora organizzati e aspetteranno un’occasione per tornare. Queste persone hanno compiuto azioni terribili in tutto il mondo. Non soltanto in Siria, ma anche a Kobane, ad Ankara, a Istanbul, a Parigi. Lo pensavo mentre li osservavo: hanno fatto cose agghiaccianti, in Medio Oriente ma anche in Europa.
Di sicuro cercheranno di trovare un modo per risorgere. Se la gente li sosterrà è probabile che ci riescano. C’è una cosa che ho imparato dal conflitto siriano: non ci si può fare un parere su due piedi. Le cose cambiano. Le idee cambiano. Non possiamo mai essere certi che le cose andranno per il verso giusto. Otto anni fa nessuno avrebbe immaginato questo epilogo.

(Traduzione di Andrea Sparacino)
Questo articolo è stato pubblicato sul blog Correspondent dell’Agence France-Presse. Nel blog giornalisti e fotoreporter raccontano il loro lavoro.

mercoledì 31 ottobre 2018

La negritudine concentrata in una foto di protesta - Antonella Sinopoli




La dignità e il rispetto possono essere concetti astratti. Finché qualcuno o qualcosa te li consegna in carne ed ossa.
E se questa carne e queste ossa appartengono a bambini, allora la lezione diventa storica. Per te che la racconti e per gli altri – si spera.
Più lunga è la mia permanenza in territorio africano, meno mi attardo a fotografare le persone. Esseri umani, come me. Che la maggior parte delle volte non hanno nessuna voglia di finire sui tuoi social a generare commenti o like a cui loro non potranno replicare. Lo raccontavo anche qui, quanto fastidioso diventa, con il tempo, fare i conti con la pornografia della povertà, che ha trasformato gli africani in oggetti e noi in consumatori voraci di storie e facce disperate. Sicuro che sono disperate? O siamo noi alla ricerca continua di realtà che ci facciano sentire,  inconsciamente ma evidentemente – fortunati, migliori, civilizzati, diversi.
No, non siamo diversi. E loro, i ragazzi che vedete nella foto, me lo hanno sbattuto in faccia. Prenderne coscienza è stato illuminante. E come vorrei, come vorrei che questo gesto passasse e circolasse tra tutti quelli che vanno in giro a rubare volti e situazioni. Tra tutti quelli che l’Africa la usano. Tra tutti quelli per cui esiste un “loro” ma non un “noi”.
Quella foto volevo prenderla per testimoniare la difficoltà di frequentare la scuola per bambini che vivono in villaggi – in questo caso un villaggio sulla costa occidentale del Ghana – dove mezzi di trasporto non se ne possono prendere e si deve camminare a lungo sulla spiaggia e attraversare  un ponte, singolare ma instabile, per arrivare all’edificio scolastico.  E questo tutti i giorni, andare e venire.

Dopo averne scattata una da lontano, li ho raggiunti e gli ho fatto cenno che volevo fotografarli. A quel punto è successo questo: si sono piegati, uno accanto all’altro, e hanno abbassato la testa, in modo che non potessi riprendere il loro volto. Non ho capito in un lampo, ma mentre scattavo la foto. Ho capito che mi stavano combattendo. Che mi stavano sfidando. Che mi stavano rifiutando.

Non me. Ma tutti noi. Tutta la nostra arroganza, presunzione di poter fare quello che ci pare. Di poter passare sopra desideri e consensi. Sopra volontà e rifiuti. Passare sopra a tutto. Disumanizzare gli altri solo per vanità, superficialità. Perché tanto noi possiamo. Se la negritudine – che questi bambini non hanno in mente cosa sia – ha un aspetto, per me sta in questa foto. Mostrare la propria dignità, la propria capacità di decidere. Affrontare la mancanza di rispetto con l’azione, con la protesta silenziosa. Con un atto che umilia, finalmente, quella parte di gente che ha sempre pensato – e continua a farlo – “Noi possiamo tutto”.
La pornografia della povertà è odiosa e alimenta visioni distorte dell’Africa e degli africani. Poi capita che con un solo gesto di ribellione, dei bambini ti mostrino la loro visione delle cose. E tu rimani lì a interrogarti su quanti fiumi di letture non siano nulla di fronte all’azione concreta di chi ti sbatte in faccia la tua mancanza di rispetto, la tua e quella di tutti coloro per cui le persone non sono esseri umani ma oggetti da condividere, mostrare, raccontare. Riderne, magari. Dimenticandone le vite reali, dimenticandone le volontà, dimenticandone le storie.
Questi bambini hanno detto “non sono in vendita.” Hanno detto “esisto”. Non perché nero tra neri, ma perché sono io. Hanno messo in atto l’orgoglio. Un orgoglio giovane, ma nello stesso tempo tanto, tanto antico.

sabato 27 ottobre 2018

PAROLA D’ORDINE: GAZA NON SI INGINOCCHIA – Patrizia Cecconi




“Gaza è salda e non si inginocchia”, questa la parola d’ordine del 31° venerdì di protesta lungo la linea terrestre dell’assedio di Gaza.
Per fermare la protesta si è parlato di mediazioni egiziane, poi di mediatori che hanno desistito, quindi di ulteriori dissidi interni tra le due principali fazioni (Hamas e Fatah) che sembrano sempre più irresolubili e che faciliterebbero la minacciata aggressione massiccia israeliana. Poi timidamente – perché di fronte a Israele le istituzioni internazionali sono sempre timide – l’Onu ed alcuni governi hanno invitato lo Stato ebraico a limitare la forza, alias la brutale violenza omicida, ma è più elegante chiamarla forza. Quindi è sceso in campo il re di Giordania per rivendicare il diritto ai “suoi” territori in West Bank prima che Israele riesca a realizzare il suo obiettivo di annetterli completamente come sa già fin troppo bene ogni osservatore onesto.
Intanto in tutta la Palestina Israele uccide (l’ultimo ragazzo ucciso in Cisgiordania, al momento, aveva 23 anni, si chiamava Mahmud Bisharat e fino a ieri viveva a Tammun, vicino Nablus), arresta arbitrariamente, ritira i permessi di lavoro ai familiari di Aisha Al Rabi, la donna palestinese uccisa dalle pietrate dei coloni fuorilegge invertendo i ruoli tra vittima e carnefici, demolisce le abitazioni palestinesi e interi villaggi, non ultimo un villaggetto poco lontano dal sempre illegalmente minacciato Khan Al Ahmar che, a differenza di quest’ultimo, non essendo salito agli onori della cronaca è rimasto invisibile e non ha creato “fastidiose” proteste all’occupante.
Israele avanza senza freni col suo bagaglio di morte e di ingiustizia, distribuite con la naturalezza di un seminatore che sparge i semi nel suo campo, e i media democratici sussurrano con discrezione, o tacciono a meno che qualcosa non sia proprio degno di attenzione per non essere scavalcati totalmente dai social e perdere audience.
Quindi, dello stillicidio quotidiano di vite e di diritti prodotto dall’occupazione israeliana difficilmente i media danno conto, solo la Grande marcia del ritorno riesce ad attirare poco poco la loro attenzione sia perché la creatività dei manifestanti, sia perché l’altissimo numero dei morti e dei feriti – regolarmente inermi – un minimo di attenzione la sollecitano. Ricordiamo che solo ieri i martiri, solo al confine, sono stati 4 e i feriti 232 di cui 180 direttamente fucilati in campo. Tra i feriti, solo ieri, si contano 35 bambini e 4 infermieri che prestavano soccorso ad altri feriti.
Ad uso di chi leggerà quest’articolo e magari non ricorda o non sa i motivi della Grande marcia, precisiamo che i gazawi chiedono semplicemente che Israele rispetti la Risoluzione Onu 194 circa il diritto al ritorno e tolga l’assedio illegale che strangola la Striscia, cioè i gazawi chiedono quello che per legge internazionale dovrebbe già essere loro.
In 31 venerdì di protesta sono stati fucilati a morte circa 210 palestinesi tra i quali si contano bambini, invalidi sulla sedia a rotelle, paramedici e giornalisti, in violazione – come sempre IMPUNITA – del Diritto internazionale, e sono stati fucilati alle gambe migliaia e migliaia di palestinesi con l’uso di proiettili ad espansione (vietati ma regolarmente usati da Israele) i quali, se a contatto con l’osso, lo frantumano portando all’invalidità permanente. Gaza ha un numero altissimo di ragazzi e uomini con una o due gambe amputate per volere di Israele.
Ma nonostante tutto questo la Grande marcia continua. La parola d’ordine di quest’ultimo venerdì non poteva essere più esplicativa, “Gaza non si inchina”, che è qualcosa di più che dire “Gaza non si arrende” perché la resa a un potere tanto forte da stritolarti potrebbe essere necessaria, ma l’inginocchiarsi davanti a quel potere non è nella natura del gazawo medio e tanto meno delle donne gazawe.
La foto di Aed Abu Amro, il ragazzo palestinese che pochi giorni fa, a petto nudo, con la bandiera in una mano e la fionda nell’altra sfidava la morte per amore della vita è la più evocativa di questa incredibile, vitale e al tempo stesso disperata volontà di vincere. La posta in gioco è la Libertà, quella per cui generazioni di uomini e di donne hanno dato la vita, non per vocazione al suicidio ma per conquistare il diritto di vivere liberi. Lo sappiamo guardando la storia antica e quella contemporanea. E Gaza non fa eccezione. I gazawi, uomini e donne che rischiano la vita per ottenere la libertà rientrano in quella categoria di resistenti che merita tutta l’attenzione e il rispetto della Storia. Ignorarlo è codardia. Confondere o invertire il ruolo tra oppresso e oppressore è codardia e disonestà.
Molti media mainstream stanno dando prova di codardia e disonestà. E’ un fatto.
La foto di Aed, scattata dal fotografo Mustafa Hassouna ha una carica vitale troppo forte per essere ignorata dai media e troppo pericolosa per la credibilità di Israele: rischia di attirare simpatie verso la resistenza gazawa e di ridurre il consenso alla propria narrazione mistificante e allora, veloce come la luce arriva la mano della Hasbara, il raffinato sistema di propaganda israeliano, che entra nel campo filo-palestinese per smontare, con argomentazioni apparentemente protettive verso i palestinesi, la forza evocativa di quella foto che orma è diventata virale.
Non potendo più essere fermata, va demolita. Quindi la forte somiglianza col dipinto di Delacroix titolato “La libertà che guida il popolo” viene definita impropria e l’accostamento addirittura osceno (v. articolo di Luis Staples su L’Indipendent). No, l’accostamento è assolutamente pertinente e lo è ancor di più se lo si richiama anche alla parola d’ordine dell’ultimo venerdì della Grande marcia, cioè “Gaza non si inginocchia”.
Intanto alla fine della marcia, mentre negli ospedali della Striscia si accalcavano i feriti, una mano ufficialmente sconosciuta faceva partire 14 razzi verso Sderot richiamando la rappresaglia israeliana sebbene 12 di questi razzi fossero stati distrutti dall’iron dome e altri 2 non avessero procurato danni.
Forse Israele non aspettava altro, forse quei razzi potrebbero essere frutto di una ben concertata manipolazione o forse di qualche gruppo esasperato e fuori controllo, o forse una precisa strategia ancora non ufficializzata, ancora non ci è dato di saperlo anche se la prestigiosa agenzia di stampa mediorientale Al Mayadeen, questa notte riportava parole della Jihad islamica la quale, pur non rivendicando il lancio dei razzi, dichiarava che “la resistenza non può accettare inerte la continua uccisione di innocenti da parte dell’occupazione israeliana“. Cosa significa? Che si è scelto consapevolmente di lasciare mano libera a Israele senza neanche fargli rischiare il timido rimprovero delle Nazioni Unite potendosi giocare il jolly della legittima difesa?
O significa che si sta spingendo Hamas all’angolo costringendolo a riprendere la strategia perdente delle brigate Al Qassam? C’entra forse lo scontro interno tra le diverse fazioni? Gli analisti più accreditati non si sbilanciano. Comunque Israele ha serenamente risposto come suo solito, ovvero con pesanti bombardamenti per l’intera nottata. L’ultimo è stato registrato nei pressi di Rafah questa mattina.
Al momento in cui scriviamo non si denunciano altre vittime ma solo pesanti distruzioni, rivendicate con fierezza da Israele come fosse una sfida anodina di tiro al piattello.
Le immagini trasmesse in diretta durante la notte sono impressionanti, ma più impressionante è il comportamento della maggior parte dei palestinesi di Gaza: al primo momento di terrore ha fatto seguito “l’abitudine”. L’abitudine ai bombardamenti israeliani che – i media non lo dicono – con maggiore o minore intensità, sono “compagni di vita quotidiana” di questa martoriata striscia di terra. E l’abitudine, coniugata con l’impotenza a reagire, ha fatto sì che la grande maggioranza dei gazawi, provando a tranquillizzare i bambini terrorizzati, abbia scelto di dormire confidando nella buona sorte, forse in Allah.
Del resto quale difesa per un popolo che, a parte i discutibili razzi, non ha altre armi che le pietre e gli aquiloni con la coda fiammante? E la foto che ritrae Aed come un moderno quadro di Delacroix cos’è se non fionda e bandiera contro assedio e assedianti? Cos’è se non la sintesi fotografica della resistenza gazawa e, per estensione, della resistenza palestinese tout court a tutto ciò che Israele commette da oltre settant’anni senza mai subire sanzioni?
Non basteranno articoli come quello di Luis Staples su “L’Indipendent” e la coazione a ripetere del codazzo che si porteranno dietro a fermare la fame di Libertà e di Giustizia del popolo palestinese. La foto di Aed non farà solo la meritata fortuna professionale del fotografo Moustafa Hassuna, quella foto è diventata e resterà l’icona della Grande marcia, insieme alla parola d’ordine di ieri “Gaza non si inginocchia”.
Patrizia Cecconi
Bethelehem 27 ottobre 2018


martedì 23 agosto 2016

l'abito non fa il monaco

quando mia nonna andava al mare vestiva con solito abito col quale, a volte, anche si bagnava, ma nessuno si è mai sognato di dirle qualcosa.
che fortuna avere vissuto in quei tempi - fran




domenica 15 maggio 2016

Nulla si crea, nulla si distrugge, tutto si deposita

quando il 5 febbraio 2003 Colin Powell faceva la sceneggiata all'Onu con quelle poche gocce di sostanza bianca in una provetta è scoppiata una guerra.
da noi l'Ispra (Istituto superiore per la protezione e la ricerca ambientale) ha pubblicato l’edizione 2016 del Rapporto Nazionale Pesticidi nelle Acque (qui il documento completo), su dati del 2013 e 2014, nel quale si legge che "le sostanze più vendute, oltre ai pesticidi inorganici, come lo zolfo e i composti del rame, sono 1,3-dicloropropene, glifosate, mancozeb, metam-sodium, fosetil-aluminium, clorpirifos, con volumi annui superiori alle 1.000 tonnellate"
1000 tonnellate, non una provetta, vere armi di distruzione di massa, praticamente un lento omicidio di tutti noi.
e solo per i profitti dei soliti, per produrre sempre di più, incassare soldi con le eccedenze di produzione, produrre ogm e crescere animali bionici.
per capire gli effetti del glisofato si legga fino in fondo.
già oggi succede tutto questo, il TTIP prossimo venturo sarà una marcia verso qualche tipo d'inferno (come ricorda qui Susan George).
abbiamo fatto le guerre peggiori, attaccando paesi e popoli che non ci hanno invaso, fregandocene della Costituzione italiana.

sappiamo chi e come ci sta uccidendo, per mezzo del cibo e dell'acqua, chi e come sta invadendo, giorno dopo giorno, i nostri corpi, questa sì che sarebbe una guerra giusta contro gli invasori, ma nessuno la dichiara.


dice il Rapporto Nazionale Pesticidi nelle Acque*:
I pesticidi non sono un’invenzione recente, l’uso più antico documentato risale all’incirca al 2500 a.c. quando i Sumeri si cospargevano con composti di zolfo nella convinzione che l’odore avrebbe allontanato gli insetti. Il papiro di Ebers, il più antico documento medico noto (1550 a.c.), descrive oltre 800 ricette degli Egizi, molte contenenti sostanze riconoscibili come veleni e pesticidi. Omero descrive come Ulisse abbia "fumigato l’ingresso, la casa e il cortile bruciando zolfo", attestando che l’uso dei pesticidi era noto anche nell’antica Grecia. Per secoli l’uomo ha utilizzato sostanze chimiche per difendersi da agenti patogeni, e successivamente, soprattutto dal 1800, nelle pratiche agricole. Il ricorso massiccio alla chimica di sintesi, dopo la seconda guerra mondiale, ha sostituito quasi del tutto altre pratiche di controllo delle avversità agronomiche. La presa di coscienza delle conseguenze negative dell’uso delle sostanze chimiche: persistenza ambientale, trasporto nel lungo raggio, tossicità anche per gli organismi non bersaglio e per l’uomo, ha portato in tempi recenti allo sviluppo della difesa fitosanitaria integrata, con il ricorso a pratiche più ecosostenibili e l’obiettivo di minimizzare l’uso di sostanze chimiche.

Essendo concepiti per combattere organismi ritenuti dannosi, i pesticidi possono comportare effetti negativi per tutte le forme di vita. In seguito all’uso, in funzione delle caratteristiche molecolari, delle condizioni di utilizzo e di quelle del territorio, possono migrare e lasciare residui nell’ambiente e nei prodotti agricoli, con un rischio immediato e nel lungo termine per l’uomo e per gli ecosistemi.

In Italia in agricoltura si utilizzano ogni anno circa 130.000 tonnellate di prodotti fitosanitari. Ci sono, inoltre, i biocidi impiegati in tanti settori di attività, di cui non si hanno informazioni sulle quantità, manca un’adeguata conoscenza degli scenari d’uso e della distribuzione geografica delle sorgenti di rilascio. Il monitoraggio dei pesticidi nelle acque richiede la predisposizione di una rete che copra gran parte del territorio nazionale, il controllo di un grande numero di sostanze e un continuo aggiornamento reso necessario dall’uso di sostanze nuove.

Il monitoraggio dimostra una diffusione ampia della contaminazione. Pesticidi sono presenti nel 63,9% dei punti di monitoraggio delle acque superficiali e nel 31,7% di quelle sotterranee, più che nel passato. Le frequenze sono più basse nelle acque sotterranee, ma i pesticidi sono presenti anche nelle falde profonde naturalmente protette da strati geologici poco permeabili. Sono state trovate 224 sostanze diverse, un numero sensibilmente più elevato degli anni precedenti. Indice, questo
soprattutto, di una maggiore efficacia complessiva delle indagini. La contaminazione è più diffusa nella pianura padanoveneta. Questo dipende largamente dal fatto che lì le indagini sono generalmente più rappresentative. Nelle cinque regioni dell’area, infatti, si concentra poco meno del 60% dei punti di monitoraggio dell’intera rete nazionale.

La presenza di pesticidi nelle acque pone la questione delle possibili ripercussioni negative sull’uomo e sull’ambiente. Il confronto delle concentrazioni misurate con i limiti stabiliti dalle norme ci dà indicazioni sulla possibilità di effetti avversi. Il 21,3% dei punti delle acque superficiali ha concentrazioni superiori al limite. Nelle acque sotterranee la percentuale di superamenti è 6,9%. La rete di monitoraggio da cui provengono i dati è finalizzata alla salvaguardia dell’ambiente e non al controllo delle acque potabili, ma, queste ultime, spesso sono prelevate dagli stessi corpi idrici. In caso di contaminazione, pertanto, si rende necessario operare interventi di depurazione.

Per alcune sostanze, più di altre, la contaminazione per frequenza, diffusione territoriale e superamento dei limiti di legge, costituisce un vero e proprio problema, in alcuni casi di dimensione nazionale. Tali evidenze indicano la necessità di un’analisi critica delle attuali procedure di autorizzazione delle sostanze, e richiedono che una corretta valutazione del rischio dovrebbe considerare in modo retrospettivo anche i dati di monitoraggio ambientale.

I dati evidenziano, ancora più che in passato, la presenza di miscele di sostanze nelle acque. È aumentato, infatti, il numero medio di sostanze nei campioni, e sono state trovate fino a un massimo di 48 sostanze diverse contemporaneamente. Dagli studi prodotti finora emerge che la tossicità di una miscela è sempre più alta di quella del componente più tossico. La valutazione del rischio deve, pertanto, tenere conto che l’uomo e gli altri organismi possono essere soggetti all’esposizione
simultanea a diverse sostanze chimiche, e che lo schema di valutazione usato nell’autorizzazione dei pesticidi non è sufficientemente cautelativo riguardo ai rischi della poliesposizione.

Il monitoraggio continua a segnalare una presenza diffusa di pesticidi nelle acque, con un notevole aumento delle sostanze rinvenute e delle aree interessate. Le ragioni sono diverse. In primo luogo c’è il fatto che in vaste zone del paese, solo con ritardo, emerge una contaminazione prima non rilevata da un monitoraggio non adeguato. La causa più preoccupante, però, è la persistenza di certe sostanze, che insieme alle dinamiche idrologiche molto lente (specialmente nelle acque sotterranee) rende i fenomeni di contaminazione ambientale difficilmente reversibili.
da qui  *per i numeri leggere il documento completo

Un fotografo argentino emergente ha deciso di realizzare un reportage di quelli davvero tosti. Come Davide contro Golia, i suoi nemici sono il glifosato e la Monsanto.
Il glifosato, uno degli erbicidi più usati al mondo in campo agricolo, ha effetti devastanti e drammatici sulla salute delle persone che sono costrette a vivere in suo contatto. Questa volta a sostenerlo non è un’organizzazione ambientalista o, meglio ancora, qualche agenzia che fa capo all’Organizzazione mondiale della sanità. Lo dimostra, con immagini e testimonianze, un reportage realizzato da Pablo Ernesto Piovano, un fotografo argentino che nel 2014 ha deciso di documentare la condizione della popolazione del suo paese che lavora o vive nei pressi dei campi coltivati a soia ogm dove si usano dosi massicce di diserbanti.
Il costo umano dei pesticidi
Il reportage si chiama El costo humano de los agrotóxicos, il costo umano dei pesticidi, ed è stato esposto all’edizione 2015 del Festival della fotografia etica di Lodi. Le foto di Piovano sono una denuncia senza appello alla Monsanto, la multinazionale che si è inventata l’accoppiata ogm-Roundup, ovvero la coltivazione di soia geneticamente modificata abbinata all’utilizzo del diserbante Roundup (al quale la soia è resistente) che contiene glifosato.
“Questo lavoro è stato dettato dal mio amore per la natura. Ho lavorato per trovare prove su questa situazione, trascorrendo giorni interminabili da solo con la mia macchina fotografica, viaggiando per oltre seimila chilometri sulla mia auto di vent’anni, per dare il mio contributo affinché tutto questo finisca”, ha dichiarato Piovano a Burn, il magazine dedicato ai fotografi emergenti.
Una breve storia del glifosato
La storia del glifosato inizia negli anni Cinquanta, ma la sua commercializzazione con il nome di Roundup da parte della Monsanto è partita nel 1974 negli Stati Uniti come strumento per liberare i campi agricoli dalle erbacce. Poi la cosa è “sfuggita di mano” quando il glifosato ha iniziato a fare coppia fissa con i cereali modificati geneticamente per resistere al pesticida. Oggi è commercializzato in tutto il mondo e il brevetto è scaduto quasi ovunque, Italia compresa dove è uno dei prodotti fitosanitari più venduti. In Europa sono quattordici le aziende che lo producono.
La scelta sciagurata dell’Argentina
Il dramma argentino ha avuto inizio nel 1996 quando il governo ha deciso di approvare la coltivazione e la commercializzazione di soia transgenica e l’uso del glifosato senza condurre alcuna indagine interna, ma basando la sua decisione solo sulle ricerche pubblicate dalla Monsanto. Da allora, la terra coltivata a ogm è arrivata a coprire il 60 per cento del totale e solo nel 2012 sono stati spruzzati 370 milioni di litri di pesticidi tossici su 21 milioni di ettari di terreno. In quelle stesse terre, i casi di cancro nei bambini sono triplicati in dieci anni, mentre i casi di malformazioni riscontrate nei neonati sono aumentate del 400 per cento. A dir poco incalcolabili i casi di malattie della pelle e i problemi respiratori riscontrati senza motivo apparente nei giovani come negli adulti.
Un terzo degli argentini soffre per colpa del glifosato
Un’indagine recente, secondo quanto riportato da Burn, ha calcolato che 13,4 milioni di argentini (un terzo della popolazione totale) ha subìto gli effetti negativi del glifosato. A fronte di tutto ciò, l’Argentina non ha preso alcuna decisione per bloccare questo dramma, né ha commissionato nuovi studi per capire cosa stia accadendo alla popolazione. Anzi, oggi in Argentina si trovano 22 dei 90 milioni di ettari coltivati a soia ogm nel mondo, secondo quanto riportato dal settimanale tedesco Die Zeit.
Il reportage, però, non è passato inosservato vincendo diversi premi come il Festival internacional de la imagen, in Messico, e si è piazzato al terzo posto del concorso POY Latam, nella categoria “Carolina Hidalgo Vivar el medio ambiente”. Ma l’omertà e la forza di una multinazionale del calibro della Monsanto sono nemici duri da sconfiggere, molto più potenti dell’evidenza e del dolore.