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domenica 20 settembre 2026

Fady Joudah, la poesia del popolo palestinese

LINGUAFRANCA-Sabir Blog collettivo di traduzione poetica


La sua poesia è dedicata "a coloro che sono stati uccisi nel loro cammino verso le tende. A coloro che sono stati uccisi nelle loro tende insieme ai gatti che ospitavano": anche Joudah stesso ha perso 120 membri della sua famiglia

 

Fady Joudah (Austin, 1971) è un poeta, traduttore e medico palestinese che vive a Houston, Texas. Per la sua capacità di colmare i divari culturali attraverso i suoi contributi letterari e le sue traduzioni di poeti palestinesi, per esempio Mahmoud Darwish, è stato riconosciuto dalla critica letteraria come un costruttore di ponti. L’esperienza del popolo palestinese è iscritta nella sua poesia. È il suo tema, non per scelta, ma per l’urgenza di dare voce a chi voce non ha e che in questo momento, davanti a un mondo inerte, è destinato a morire. Infatti, negli ultimi mesi, Joudah stesso ha perso 120 membri della sua famiglia.

La sua poesia è dedicata “a coloro che sono stati uccisi nel loro cammino verso le tende. A coloro che sono stati uccisi nelle loro tende insieme ai gatti che ospitavano”. Nella luce del genocidio del popolo palestinese a Gaza, i primi versi della sua poesia “Alberi dormienti”, scritta ormai alcuni anni fa, acquistano un valore profetico: tra quello che dovrebbe e non dovrebbe essere, in ogni momento tutto può esplodere. Infatti, è esploso.

S. G.

Sleeping trees
Between what should and what should not be
Everything is liable to explode. Many times
I was told who has no land has no sea. My father
Learned to fly in a dream. This is the story
Of a sycamore tree he used to climb
When he was young to watch the rain.

Sometimes it rained so hard it hurt. Like being
Beaten with sticks. Then the mud would run red.

My brother believed bad dreams could kill
A man in his sleep, he insisted
We wake my father from his muffled screams
On the night of the day he took us to see his village.
No longer his village he found his tree amputated.
Between one falling and the next

There’s a weightless state. There was a woman
Who loved me. Asked me how to say tree
In Arabic. I didn’t tell her. She was sad. I didn’t understand.
When she left. I saw a man in my sleep three times. A man
I knew could turn anyone into one-half reptile.
I was immune. I thought I was. I was terrified of being

The only one left. When we woke my father
He was running away from soldiers. Now
He doesn’t remember that night. He laughs
About another sleep, he raised his arms to strike a king
And tried not to stop. He flew
But mother woke him and held him for an hour,

Or half an hour, or as long as it takes a migration inward.
Maybe if I had just said it.
Shejerah, she would’ve remembered me longer. Maybe
I don’t know much about dreams
But my mother taught me the law of omen. The dead
Know about the dying and sometimes
Catch them in sleep like the sycamore tree
My father used to climb

When he was young to watch the rain stream,
And he would gently swing.
*
Alberi dormienti

Tra quello che dovrebbe e non dovrebbe essere
in ogni momento tutto può esplodere. Molte volte
ho sentito dire che chi non ha un paese non ha un mare. Mio padre
ha imparato a volare in un sogno. Questa è la storia
di un platano sul quale, da ragazzo, saliva
per guardare la pioggia.

A volte pioveva così forte che faceva male. Come essere
picchiato con un bastone. Allora, il fango diventava rosso.

Mio fratello credeva che i brutti sogni potessero
uccidere nel sonno, credeva
che noi avessimo svegliato mio padre dalle sue grida soffocate
quando ci aveva portato a conoscere il suo villaggio.
Non più il suo villaggio, aveva trovato il suo albero amputato.
Tra una caduta e l’altra

c’è sempre un attimo di sospensione. C’era una donna
che mi amava. Mi aveva chiesto come si diceva albero
in arabo, ma non le avevo risposto. Era rimasta male e io non avevo capito.
Quando se n’era andata, per tre volte, mi era apparso un uomo nel sonno.
Lo conoscevo, era capace di trasformare chiunque in un ibrido.
Non provavo nulla. Pensavo. Ero terrorizzato dall’essere

l’ultimo rimasto. Quando abbiamo svegliato mio padre
stava scappando dai soldati. Ora
non si ricorda più di quella notte. Ride, invece, di quando,
sempre nel sonno, aveva alzato le mani per picchiare un re
instancabile. Alla fine era scappato
e mia madre l’aveva svegliato, tenendolo in braccio per un ora

o una mezz’ora o per quanto tempo ci voglia perché un uomo torni in sé.
Se solo l’avessi detto.
Shejerab, e lei non mi avrebbe più dimenticato. Forse
non mi intendo di sogni.
Ma mia madre mi ha insegnato la legge dei presagi. I morti
sanno di quelli che stanno morendo e a volte vengono nel sonno
come il platano sul quale saliva mio padre da ragazzo
per guardare la pioggia, dondolandosi gentilmente.

da qui

venerdì 18 settembre 2026

Peter Semolič, un calderone poetico tra il metafisico e il paradosso

(Traduzione di Michele Obit) 

LINGUAFRANCA-Sabir  Blog collettivo di traduzione poetica

 

Il poeta debuttò sulla scena letteraria nel 1991, anno dell’indipendenza della Slovenia, ed è senza dubbio uno degli autori sloveni più importanti di quella generazione

Nella sedicesima raccolta poetica intitolata Žalostinke za okroglo Zemljo’ (Lamenti per la terra rotonda) Peter Semolič – che debuttò sulla scena letteraria nel 1991, anno dell’indipendenza della Slovenia, ed è senza dubbio uno degli autori sloveni più importanti delle generazioni che iniziarono a esprimersi in quel periodo – ci mette di fronte a reti associative fittamente intrecciate, estremamente suggestive e purificate, ma spesso completamente libere, che si estendono da un punto di partenza concreto fino all’astratto, al presagio, al paradossale o al completamente inespresso. Continuando il percorso espressivo delle ultime raccolte, Semolič tesse poesie che assomigliano a un calderone in cui associazioni archetipiche, metafisiche ed effimere turbinano, serpeggiano e rimbalzano sullo stesso piano, e dove è sempre presente il taciuto, l’indefinito, il relativo.

Una poesia che, come ebbe a dire lui stesso, «è un messaggio estremamente complesso che ci parla con la sua immagine visiva e sonora, ma anche con ritmo, pause, silenzi, illogicità e forse solo in ultima analisi con il significato, mettendo in discussione quelli già consolidati».

M. O.

***

Riscaldamento

La gatta è sdraiata proprio in modo che la soglia
tra l’anticamera e lo studio le faccia
da tavolino, dove adagia le zampette
e sulle zampette la testa, sospira, la vita
è dura anche per i gatti, e si volta
verso di me – ricordo una scena di Betty Blue
il sesso non era mai stato così meravigliosamente
sporco – l’amore mai così concesso
una sensualità elevata, la ragazza è morta
il ragazzo sta seduto alla macchina da scrivere, sul tavolino
c’è la gatta che con la voce della defunta gli chiede
scrivi, lui le ricambia lo sguardo e dice, sto riflettendo

***

I resti del giorno

Tra i resti del giorno anche un uomo dall’aspetto triste
Un sentiero battuto, bordato dalla forsizia, si snoda
attraverso gli uliveti sino alla spiaggia e a un uomo
sulla soglia dei trenta, lui fissa un ciottolo
sul palmo della mano – all’orizzonte il cielo tocca
il mare con la tiepida passione dell’amante appassito
Così ognuno per sé e allo stesso tempo uniti al sentiero
se ne stanno immobili, mentre io vago
ai bordi della scogliera e chiedo a qualcuno fuori dall’inquadratura
se è tutto vero e se non c’è un’altra strada
che mi possa portare via dalla vita come una malattia
dalla vita per la morte, e la mia angoscia aumenta di una spanna
quando la voce da dietro la cinepresa, simile a quella del film Otto
e mezzo, con la erre moscia dice che quella porta è solo per me

***

Evoluzione

È la terza volta stanotte che vado al bagno
stanotte come a metà strada in mezzo
alla cucina per la terza volta sento come
nello scantinato s’accende la stufa, uno scarico
letale di fuoco che ci mantiene vivi
Esistono esseri che i creazionisti
possono spiegare solo con il tedio
È la terza volta stanotte che vado al bagno
Stanotte come a due terzi
del cammino, dopo che rabbrividisco per lo scarico
letale del fuoco, quando la stufa
s’accende nello scantinato, già per la terza volta
m’imbatto in un bellissimo orribile
essere, ricoperto da una peluria marrone
con lunghe antenne nere si fa strada
attraverso l’anticamera e già per la terza volta
si rizza come una gatta quando
mi avvicino a lui con un dito del piede nudo
Penso che i creazionisti potrebbero
giustificare la sua esistenza solo
con il tedio che si diffonde un venerdì
pomeriggio attraverso il cosmo
Stanotte per la terza volta incontrando
un bellissimo orribile essere
mi riprometto che lo cercherò
in rete, mi informerò su come
si chiama, stanotte, mentre per la terza volta
vado al bagno e per la terza volta
rabbrividisco quando con un rumoroso
scarico di fuoco la stufa s’accende nello scantinato
e ci prolunga la vita per ancora
qualche giorno e qualche notte d’inverno, per la terza
volta sorrido pensando che l’essere
ricoperto da una peluria marrone, che si rizza
quando mi avvicino a lui con un dito
del piede nudo, probabilmente
nemmeno esiste, il nome con cui
si potrebbe richiamarlo dal nulla
è stata la gente a conferirlo, e dopo tutto
con noi non è molto diverso

Peter Semolič è nato nel 1967 a Lubiana, presso la cui Facoltà di Lettere e filosofia ha studiato linguistica generale e sociologia della cultura. È autore di sedici raccolte poetiche. Ha ricevuto numerosi premi, tra cui il Premio Jenko e il Premio del Fondo Prešeren. Nel 1998 ha ottenuto il Cristallo di Vilenica e nel 2016 il Premio Velenjica per i suoi dieci anni di eccezionale opera poetica. Scrive anche testi teatrali, letteratura per bambini, critica, inoltre traduce dall’inglese, dal francese, dal serbo e dal croato. È co-fondatore della rivista di poesia online slovena «Poiesis».

da qui

domenica 28 giugno 2026

Roberto Bolaño e i suoi sorprendenti cani romantici

Cosa di Roberto Bolaño (1953-2003), che non sia già stato detto, scritto e stradetto? Niente, se non forse che oltre a un incredibile narratore è stato anche poeta, un grande poeta? Che si è sempre considerato poeta? Che in fondo I cani romantici, eccezionale libro di poesia, è forse la sua opera più sorprendente?

Proponiamo qui alcune poesie tratte da questo libro e tradotte da Francesco Marotta (1954-2025), poeta, intellettuale e traduttore che ha dedicato l’intera vita alla parola in “rivoluzione permanente” della poesia, la sola che scardina una lingua ormai anestetizzata da giornalisti, burocrazia, business-men, “social” e le restituisce la possibilità di essere un vero mezzo di scoperta e conoscenza. Sulla “Dimora del tempo sospeso”, uno dei blog di poesia più interessanti della rete italiana, potete trovare l’intera sua traduzione del libro. Buona rivoluzione.

***


I cani romantici

A quel tempo avevo venti anni
ed ero pazzo.
Avevo perduto un paese
ma mi ero costruito un sogno.
E possedendo quel sogno
tutto il resto non aveva importanza.
Né lavorare né pregare
né studiare fino a notte fonda
insieme ai cani romantici.
Quel sogno dimorava il vuoto del mio spirito.
Una casa in legno,
nella penombra,
in uno dei polmoni del tropico.
Di tanto in tanto ritornavo dentro me
e facevo visita al sogno: una statua eternata
in liquidi pensieri,
un verme bianco che si contorceva
come in amore.
Un amore senza freni.
Un sogno dentro un altro sogno.
L’incubo mi diceva: crescerai.
Lascerai dietro di te le immagini del dolore e del labirinto
e dimenticherai.
Ma a quel tempo crescere sarebbe stato un delitto.
Sono qui, dissi, insieme ai cani romantici
e qui intendo restare.

***

I detective

Ho sognato detective perduti nella città oscura.
Ho udito i loro gemiti, le loro nausee, la riservatezza
Delle loro fughe.
Ho sognato due pittori che non avevano ancora
quaranta anni quando Colombo
scoprì l’America:
uno classico, senza tempo, l’altro
sempre moderno,
come la merda.
Ho sognato una scia luminosa,
il sentiero dei serpenti
percorso in lungo e in largo
da detective
completamente disperati.
Ho sognato un caso difficile,
ho visto i corridoi pieni di sbirri,
i questionari a cui nessuno sa rispondere,
gli archivi infamanti,
e anche un detective
ritornare sul luogo del delitto
solo e tranquillo
come nei peggiori incubi:
l’ho visto sedersi per terra e fumare
in una camera da letto con sangue rappreso
mentre le lancette dell’orologio
viaggiavano fitte attraverso la notte
interminabile.

***

Resurrezione

La poesia entra nel sogno
come un palombaro in un lago.
La poesia, coraggiosa come nessun altro,
entra e cade
a piombo
in un lago immenso come Loch Ness
o torbido e nefasto come il lago Balaton.
Contemplatela dal fondo:
un palombaro
innocente
avvolto nelle piume
del volere.
La poesia entra nel sogno
come un palombaro morto
nell’occhio di dio.

***

Ernesto Cardenal e io

Stavo camminando, sudato e con i capelli appiccicati
sul viso
quando vidi Ernesto Cardenal che proveniva
dalla direzione opposta.
In segno di saluto gli dissi:
Padre, nel regno dei cieli
che è il comunismo,
c’è posto per gli omosessuali?
Sì, rispose.
E per i masturbatori impenitenti?
Per gli schiavi del sesso?
Per i giocherelloni del sesso?
Per i sadomasochisti, le puttane, i fanatici
dei clisteri,
per quelli che ormai non possono più, quelli che veramente
ormai non ce la fanno più?
E Cardenal rispose sì.
Allora alzai lo sguardo
e le nuvole mi parvero
lievi sorrisi rosei di gatti
mentre gli alberi che punteggiavano la collina
(la collina che dobbiamo scalare)
agitavano i rami.
Alberi selvatici, che sembravano dire
un giorno, prima o poi, dovrai pur venire
tra queste braccia morbide, tra queste braccia ruvide,
tra queste braccia fredde. Una freddezza vegetale
che ti farà rizzare i peli.

***

Roberto Bolaño (1953–2003) è stato uno scrittore e poeta cileno. Ha vissuto tra Cile, Messico e Spagna, dove ha scritto le sue opere principali. È noto per romanzi come I detective selvaggi e 2666. Il suo stile mescola realismo, poesia e sperimentazione narrativa.

Francesco Marotta (1954-2025) è stato poeta, traduttore e insegnante di filosofia. Ha tradotto autori come Bolaño, Celan e Bonnefoy. Tra le sue raccolte poetiche: Il verbo dei silenzi, Esilio di voce, Hairesis. Ha creato il blog letterario “La dimora del tempo sospeso”.

da qui

martedì 9 giugno 2026

Kaveh Akbar, la voce dell’altra America

(Traduzione di Mia Lecomte e Andrea Sirotti)

Kaveh Akbar è nato a Teheran (Iran) e si è trasferito con la famiglia negli Stati Uniti all’età di due anni. Poeta e romanziere, figlio di immigrati di religione musulmana e affascinato da altre tradizioni religiose, la sua produzione poetica è caratterizzata dalla ricerca di forme espressive personali di grande intensità emotiva, idonee alla esplorazione di temi controversi e complessi come l’identità, la cultura tradizionale e acquisita, la fede e l’impegno civile; e da una riconsiderazione delle forme chiuse tradizionali, occidentali come orientali, forzate fino all’implosione in una continua e sofferta indagine delle potenzialità evocative e sonore dell’inglese.

L’opera di Akbar – noto per le sue posizioni critiche nei confronti del regime iraniano e di ogni tipo di impero contemporaneo – spesso riflette le sue esperienze personali e le sue radici culturali. E la sua poesia, apparentemente interessata soprattutto alla ricerca di uno stile originale contemporaneo e un idoneo linguaggio poetico, è anche espressione di consapevolezza verso la giustizia sociale e i diritti civili.

Pur rifiutando per sé l’etichetta semplicistica di “poeta civile”, Akbar esplora con grande acutezza e sensibilità temi quali la dipendenza, la ricerca della spiritualità e dell’identità in un contesto corrotto e autoritario, e la sua poesia appare un raffinato veicolo di denuncia e impegno civile. Le sue parole sono strumento di resistenza culturale e spirituale, la sperimentazione linguistica il mezzo per promuovere e difendere l’utopia di un dolore fraternamente condiviso.

La raccolta Pilgrim Bell si interroga in particolare su cosa significhi essere credenti in un mondo segnato da crisi e incertezze. Molte delle poesie esprimono il rapporto contrastato tra la fallibilità umana e la presenza ineludibile del sacro. Riflettono le sfide dell’identità culturale, con una forte enfasi sulle esperienze di migrante e le tensioni legate al concetto di appartenenza. Troviamo un continuo interrogarsi sulle complessità delle relazioni umane, sul peso dei doveri e dei poteri, e un’analisi approfondita della vita sociale in questo delicato momento storico.

Poesia visiva, quella di Kaveh Akbar, con versi lacerati e laceranti – anche dal punto di vista della disposizione grafica, e per l’uso affilato del doppio registro linguistico – dove la dimensione personale e famigliare deflagrano in un orizzonte immaginifico; un planetario, dove grazie all’impulso armonico della poesia, parabole e circuiti di mondi diversi, forze e corpi, materia ed energia trascendente, riescono a ricomporsi in un cielo.

M.L. e A.S.

Le poesie qui proposte sono tratte dalla raccolta poetica Pilgrim Bell (2021), appena pubblicata in italiano: Il miracolo (Il Saggiatore, 2025)

***

L’accento di mio padre

Un bambino, più carino di me, che mi amava per
il mio vocabolario e le mie pillole arancioni, una volta mi chiese
di tradurre l’inglese di mio padre.

*

Anche questa poesia vuole che io traduca.
Poesia idiota, mani idiote per scriverla:

un accento non è suono.
Solo coloro a cui sembra alieno
ridurrebbero un accento a suono.

*

La mia poesia è cresciuta quassù, seduto su questa sedia americana
guardando fuori questa neve americana senza vita.

Erba nera che muore fuori da questa neve,
attraverso le lunghe orme

di un coniglio, come un fantasma
che siede eretto
e dice oh.

*

Ma è un’altra bugia.

Nessuna orma.
Solo erba nera, neve blu.
Non posso scriverlo
senza cercare di renderlo
bello. Sottomissione, resistenza, resa.

*

Al suo primo
ispezionare Adamo, il diavolo gli entrò nelle labbra.

Guarda: il diavolo entra nelle labbra di Adamo,
striscia per la gola, l’intestino
per emergere alla fine fuori dall’ano.

È tutto vuoto! ridacchia il diavolo.
Sa che il suo lavoro sarà facile, un umano semplicemente
una lunga disperazione da riempire.

*

La maglietta bianca di mio padre che sbuca fuori
dal colletto. La mano di mio padre che affetta pelle, cartilagini
di una carcassa di pollo che tengo ferma sul tagliere.

A volte si morde il labbro inferiore per soffocare
ciò che deve essere
rabbia. Deve essere rabbia

perché non fa rumore. Il mio vasto
terrore per ciò che non posso sentire,

per la mia ignoranza, non è traducibile.
Mio padre parla in perfetto inglese.

***

Ultrasuono

mio padre lega del filo
spinato intorno al giardino
ora quasi del tutto distrutto
da scoiattoli cervi e peggio
ancora conigli con semi
di cetriolo attaccati alla
coda sono un superpredatore mio padre è
un superpredatore Dio ci fa
poi ci accoppia mia madre cerca quadrifogli

*

nel prato e li appunta
in un quaderno mia madre che appunta
momenti del tempo dà a ognuno
un nome Buck Arriva nel Portico e
Nota dall’Ospedale da parte di Kaveh mentre
dentro fa il tè io cerco
un accendino in casa e non trovo
nemmeno i fiammiferi mia madre si libra in
cucina come una strana canzone

*

nella canzone mia madre ha finito
lo zafferano e non ha soldi
per comprarne altro piange sul
riso sbiancato alla candeggina finché
mio padre non entra rompe un uovo
sul piatto scoppia
il tuorlo lui dice vedi dice giallo mia madre
sorride così grossa e triste che si aggrotta nel
futuro dove

*

i miei occhi
sono di nuovo gialli, forse per il tuorlo
forse per altro il mio pelo diventa
così folto che mia madre a vederlo
strillerebbe d’orgoglio quando era
incinta scalciavo tanto forte
e spesso che a stento riusciva
a dormire in piedi tutta
la notte pensava devo
essere piena di coniglietti

***

Come dire la cosa impossibile

In modo chiaro. I denti dell’uomo così bianchi
da sembrare falsi. La mia pipì
ancora indurita sul tappeto di Bernadette.
Dire in modo chiaro
che non ho fiducia in me stesso?
E che non ne avrò mai?
Quando dico “me stesso”
voglio dire: l’ovvietà
rovina le cose – il fuoco,
la vodka, la morfina, il sapone.
Le Tue mani il tuo cielo il tuo calice

Kaveh Akbar (Teheran, 1989), poeta e romanziere iraniano-statunitense, è direttore del corso di Scrittura creativa dell’Università dell’Iowa e responsabile delle pagine di poesia della rivista The Nation. Ha pubblicato la raccolta di poesie Calling a Wolf a Wolf (2017) e il romanzo Martire! (2024), e ha curato la raccolta The Penguin Book of Spiritual Verse (2023). Le sue poesie sono apparse su diverse testate, tra cui The New Yorker, The New York Times, The Paris Review e The Best American Poetry.

da qui

lunedì 26 gennaio 2026

I «48Kg» di Batool Abu Akleen

«Una poetessa palestinese di 20 anni… che pare averne migliaia». Il suo libro uscirà a febbraio per Mille Gru Edizioni ed è già in prevendita.

Ecco 6 testi tradotti in italiano da Cristina Viti. (*)

46Kg. Previsioni del tempo

Il cielo si oscura di ali

che fanno piovere morte

non restare in casa

non scendere in strada

non portare l’ombrello

rimanere fermi al sicuro

a leccare la morte che scorre per il volto.

40Kg. Il carretto del gelato

Il gelataio grida:

cadaveri in vendita

per tutte le strade

non c’è tomba che li compri

i cadaveri si sciolgono

lui ripete il suo grido:

cadaveri in vendita

nessuna risposta.

I cani li comprano a prezzi stracciati

loro sì che ne vogliono ancora.

Il gelataio ha promesso

che presto riempirà di nuovo il carretto

e porterà

nuovi cadaveri freschi ghiacciati

come la città.

36Kg. Posto di blocco

Non ascoltare quella voce

non alzare la testa

non abbassare la testa

non voltarti

non essere contento

non essere triste

non canterellare

non chiamare

non aspettare risposta

smetti di aspettare

fermati

ferma.

Ma non si ferma

lui continua a urlare

il tuo silenzio atterrito continua

non hai passato il confine spinato

se lo passi, sopravviverai?

Il rimorso ti rosicchierà le dita

ti strazierà.

…

Non sopravviverai.

 


35Kg. La vita all’inferno

Mio Dio, quant’è bello.

Ha gli occhi azzurri

la pelle bianca

il sorriso smagliante

è così alto

e l’uniforme militare gli dà l’aria di un perfetto uomo.

Quando si è avvicinato

l’ho visto bene:

il mare nei suoi occhi era il mare che mi ha rubato

il bianco del suo volto i sogni dei bambini che ha ucciso

il sorriso era quello di mia madre, sradicata

quando lui ha cancellato la sua casa dal volto della città

l’altezza è quella delle palme che ha schiantato a terra

l’uniforme serve soltanto a giustificare il nostro sangue versato.

Lui appare in televisione

la parole dolci gli scorrono dalla bocca

veloci come le anime dei bambini che corrono in cielo

il pubblico applaude il protettore che salverà il Paese

dalle pietre lanciate fuori dalla casa di mia madre

e dai feti appesi al ventre delle donne che ha macellato.

Sorride ancora,

è il sorriso che ha appena rubato da un’altra bocca.

Oh mio Dio

quant’è bello

un perfetto candidato

per la vita all’inferno.

 


32Kg. Sono in cielo

Sto seduta in classe con cinquanta persone senza tetto

insegniamo la prima lezione ai piccoli

Surat-al-Fatihah che si recita per le anime

e le preghiere per i corpi.

Sui defunti abbiamo insegnato solo

che sono in cielo

e così i bambini girano per le strade

portano piatti di biscotti che divorano

ridono

giocano

dicono: sono in cielo.

In classe fa irruzione la morte

rivela segreti ai bambini

che improvvisamente crescono

portano i volti dei padri

dai piatti in frantumi fanno case per i fratelli piccoli

dalle gole esce un rantolo:

sono in cielo

sono in cielo.

28Kg. Sole che brucia

Sto bruciandomi le dita

si sciolgono una dopo l’altra

lentamente, come la guerra che va lentamente:

Pollice che impasta pane fresco come i corpi dei martiri

Indice che appoggio sulle labbra della bambina

per scacciare la paura e far maturare la calma

Medio che alzo in mezzo agli occhi

della bomba che non mi ha ancora raggiunto

Anulare che presto alla donna che ha perso

la mano e il marito

Mignolo per fare la pace

con tutto il cibo che ho odiato mangiare

e altre cinque dita per spostare il sole che brucia.

La guerra non finisce

io sto per finire le dita.

Le mie mani si accorciano

le dita crescono

le mie mani si sciolgono

le dita crescono

il mio petto si scioglie,

il cuore,

io mi sciolgo interamente

resta solo il fuoco

che scorre tra le dita della morte

il fuoco può soffocare la morte

ma sono io che muoio soffocata.

 

 

(*) Batool Abu Akleen, ventenne poetessa che vive a Gaza ha scritto un libro, «48Kg», che toglie il fiato per il countdown che innesca: a ogni poesia che leggi il cuore ti si rinsecchisce, il condotto della gola ti si restringe, le corde vocali ti si irrigidiscono, eppure ne viene fuori uno dei canti più vibranti e tragici di una poetessa palestinese di 20 anni che pare ne abbia migliaia.
«48Kg» è uscito nel Regno Unito (per Tenement Press) La 
casa editrice Mille Gru pubblicherà in Italia la raccolta, curata e tradotta da Cristina Viti, nel febbraio 2026.

Acquistare il libro grazie alla prevendita (fino al 26 gennaio) consentirà di riconoscere l’intero ricavato all’autrice, con una percentuale riservata alla traduttrice. La casa editrice si farà carico delle spese di grafica, di redazione e di stampa.

edizione italiana del libro della poetessa palestinese – prevendita fino al 25 gen ’26


Nota dell’autrice per l’edizione inglese
Queste poesie sono arrivate dopo mesi in cui ho rifiutato di scrivere, pensando che la poesia non può cambiare il mondo. Ma le conversazioni con molti amici mi hanno convinto dell’importanza di dare forma a quello che sentivo per poterlo meglio capire. Se scrivere in arabo è stato un processo di formulazione, tradurre le mie poesie è stato un processo di comprensione. In arabo mi stavo perdendo: avevo paura della morte, paura che il mio corpo fosse smembrato senza che nessuno potesse raccoglierlo… ma quando ho iniziato a tradurre, ho fatto pace con la morte. Per quanto stessi cercando di trovare il mio corpo, per quanto fossi persa in senso di colpa, desiderio, compassione e rabbia, accettando che non avrei potuto fermare questo genocidio, potevo almeno scrivere queste poesie e rilegarle traducendo me stessa.
Qui ho raccolto le parti di me che sono riuscita a trovare, in caso non ci sia nessuno che possa farlo se sarò uccisa.
Batool Abu Akleen, 2025.

Batool Abu Akleen è una poetessa e pittrice palestinese. Nata nel 2005 a Gaza, nel 2020 vince il Barjeel Prize con la poesia «Non ho rubato la nuvola». Negli ultimi venti mesi, mentre affronta con la famiglia il genocidio che ha colpito la sua terra e la sua gente, completa la laurea in inglese, organizza corsi di lingua per bambini, lavora come traduttrice in residenza per Modern Poetry in Translation e pubblica la sua prima silloge, «48Kg» (Tenement Press). Con la poesia «Gunpowder» è stata recentemente premiata nella competizione indetta dal London Magazine. Alcuni stralci della sua prosa sono in fase di pubblicazione da Comma Press.

Cristina Viti scrive poesia e traduzioni in inglese, italiano e francese. Fra le autrici tradotte, Elsa Morante (The World Saved by Kids, Seagull Books, 2016), Etel Adnan (Notte, San Marco dei Giustiniani, 2018) Anna Gréki (The Streets of Algiers, Smokestack, 2020) e Mariangela Gualtieri (Beast of Joy, Chelsea Editions, 2018). Tra le sue traduzioni per il teatro, si ricorda Moby Dick alla prova di Orson Welles, in produzione per il Teatro dell’Elfo.

da qui