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venerdì 30 maggio 2025

La vita è una bellissima avventura e un miracolo - Pepe Mujica

Pepe Mujica, il guerrigliero diventato presidente dell’Uruguay, se ne è andato, all’età di 89 anni. Tupamaro dal 1966 è stato poi per 13 anni – dal 1972 al 1985 – in carcere, per lo più un carcere duro in cui ha subito torture che ne hanno minato il fisico. Presidente del suo Paese nel quinquennio 2010-2015 è riuscito a realizzare profonde riforme sociali, a depenalizzare l’aborto, a legalizzare il matrimonio tra omosessuali e a regolarizzare la vendita della marijuana attraverso lo Stato. È stato un personaggio di primo piano del socialismo sudamericano e, soprattutto, un uomo di grande semplicità e coerenza. Non amava il potere: si rifiutò di stabilirsi nel palazzo presidenziale; si spostava su su un vecchio Maggiolino Volkswagen che guidava personalmente; viveva in maniera frugale dando il 90 per cento del suo stipendio a organizzazioni non profit e trattenendo per sé il corrispettivo di circa 800 euro al mese (più – diceva – di quanto guadagnava gran parte dei suoi connazionali); quando considerò chiusa la sua vicenda politica, nel 2020, si ritirò in una piccola casa rurale nella periferia più povera di Montevideo. «Pepe – ha scritto il regista Kusturica, che su di lui ha girato un film – «è l’ultimo eroe politico in un mondo dove i politici parlano di cose che la gente non intende». È stato un socialista anomalo, fuori dagli schemi. Il suo pragmatismo, a differenza di quello di molti socialisti del nuovo secolo, lo rendeva radicale nelle scelte, soprattutto contro il consumismo. L’orizzonte della sua vita era – come amava dire – la felicità, per tutti gli uomini e le donne. Di questa umanità e di questa concezione della vita sono testimonianza le parole che ci ha lasciato poco prima di morire, una sorta di testamento umano e politico, che pubblichiamo di seguito. (la redazione).

 

Sto morendo.
Il cancro all’esofago sta colonizzando il fegato.
Non posso fermarlo con nulla, perché?
Perché sono un uomo anziano e perché ho due malattie croniche.
Non posso permettermi trattamenti immunologici o interventi chirurgici perché il mio corpo non è in grado di affrontarli.
Quando sarà il mio turno di morire, morirò.
È così semplice come te lo dico.
Sono condannato, hermano.
Questo è quanto.
Quello che voglio fare è salutare i miei compatrioti.
È facile avere rispetto per chi la pensa come te, ma devi imparare che il fondamento della democrazia è il rispetto per chi la pensa diversamente.
Per questo motivo la prima categoria è quella dei miei compatrioti, che saluto.
Li abbraccio tutti.
In secondo luogo, saluto i miei colleghi, i miei sostenitori e tutti gli altri.
Sono più di cinque anni che non partecipo a un organismo direttivo.
La realtà sociale e politica non passa dalla mia fattoria.
Quello che vi chiedo è di lasciarmi in pace.
Non chiedetemi più interviste o altro.
Il mio ciclo è finito.
Onestamente, sto morendo.
E il guerriero ha diritto al suo riposo.
La vita è una bellissima avventura e un miracolo.
Siamo troppo concentrati sulla ricchezza e non sulla felicità.
Morirò qui.
Fuori c’è una grande sequoia.
Manuela* è sepolta lì.
Sto preparando i documenti perché possano seppellire lì anche me.
E questo è tutto.

* Manuela era il cane di Mujica che lo ha accompagnato per 22 anni della sua vita.


da qui

domenica 16 luglio 2023

Pepe Mujica: «Se la sinistra non è capace di costruire unità, non potrà difendere gli interessi degli svantaggiati»

  

(intervista di Ana María Mizrahi a Pepe Mujica, su CTXT)

 

Pepe Mujica ha accolto CTXT nella sua fattoria, situata nel quartiere Cerro di Montevideo in Uruguay. Cordiale e attento, ha parlato per cinquanta minuti di politica con la sua solita lucidità. Ammette che magari si sbaglia quando afferma che l’Europa ha deciso di abdicare al ruolo di leadership storica che ha avuto nella creazione della civiltà contemporanea. L’ex presidente, 88 anni d’età, afferma che abbiamo molte cose in comune con la Spagna e che «ci fa male la Spagna». Indica che i ponti tra il Sudamerica e l’Europa sono complicati perché è difficile capire dov’è diretta attualmente quest’ultima. Mujica, presidente dell’Uruguay tra il 2010 e il 2015, si mostra pessimista riguardo la guerra in Ucraina: «Non vedo vie d’uscita». Non sembra ci sia una soluzione politica e se l’esito è militare «la guerra durerà un bel po’». Afferma preoccupato che l’umanità sta percorrendo un cammino diretto a un «olocausto ecologico» e torna a chiedere unità, questa volta per migliorare l’insieme di «barbarità che abbiamo creato nella natura».

Qual è la Sua visione di unità della sinistra in Uruguay e com’è stata la Sua esperienza?

La sinistra uruguayana ha avuto una presenza marginale nella politica per più di mezzo secolo: dal 1900 fino alla fondazione del Fronte (Ampio), era ridotta a due partiti tradizionali (il Partito socialista e il Partito comunista) e ad alcuni raggruppamenti di tradizione libertaria molto legati ai vecchi movimenti sindacali. Come in tante parti dell’America, i sindacati furono fondati dalle correnti libertarie importate dagli immigrati, con una certa presenza di studenti, però non furono mai capaci di richiamare le masse in modo importante, fatto che invece avrebbe permesso di incidere sul destino del Paese. Ricordo che quando ero giovane, noi che andavamo al Primo Maggio ci conoscevamo tutti: eravamo come una grande famiglia di conoscenti, molto lontani dall’essere partito di massa, ed era molto difficile unirci. Si arrivò a tre “centrali dei lavoratori” [o sindacati, NdT] e ognuna rispondeva a una corrente ideologica. Negli anni Cinquanta si raggiunse un accordo tra sindacati indipendenti e sindacati un po’ più politicizzati che rispondevano a varie correnti, per costituire un’unica centrale con la caratteristica di essere una confederazione. Non una centrale che si imponesse, ma una che metteva assieme chi era d’accordo; mentre chi non era d’accordo non veniva coinvolto. Si rispettavano le differenze.

Questo è importante perché è l’antefatto di ciò che sarebbe successo poi: la costruzione del Fronte Ampio. Individuammo progressivamente i raggruppamenti di sinistra con cui valeva la pena unirsi, negoziare le nostre divergenze e adoperarsi per programmi brevi; non volevamo metterci d’accordo fino al giudizio finale, ma ci rendevamo conto che questo ci separava e alcuni cominciavano a rivendicare: «le azioni ci uniscono, le parole ci separano».

Questo fu un processo lungo alcuni anni e nel Paese ci fu un cambiamento molto deciso quando terminò la guerra in Corea. Il mondo in cui eravamo cresciuti cambiò, perché cambiarono le leggi di scambio commerciale: ciò che vendevamo all’Europa aveva prezzi sempre più bassi e quello che compravamo aveva prezzi sempre più alti. Così si generò una crisi economica e una trasformazione abissale nella politica del Paese, che per novant’anni era stato governato da un solo partito, il Partito Colorado.

All’inizio del ’50 il Partito Colorado aveva vinto le elezioni nazionali e tutti i distretti locali (in Uruguay si chiamano “dipartimenti”). Quattro anni dopo perse tutto e rimase al governo solo nel dipartimento di Artigas e da lì arrivò un governo alternativo più di destra, con una serie di riforme. Cosa stava succedendo? Anche se non ci rendevamo conto, i termini degli scambi stavano danneggiando la nostra economia e il settore tradizionale del Paese, a lungo socialdemocratico ma ora non più, e si generò una crisi lunga molti anni. La stessa crisi che rimosse Perón in Argentina, qui rimosse il Partito Colorado. La componente di fondo era il valore sempre più basso del nostro lavoro in quanto Paese esportatore e si faceva sempre più difficile. Le classi possidenti non volevano perdere i propri privilegi, così cominciò un taglio graduale. La risposta politica è unirci di più di fronte alla crisi. Siamo figli di una crisi. Imparammo che per difenderci dovevamo unirci e per unirci non potevamo continuare a trincerarci in una proposta ideologica chiusa; dovevamo farlo attorno a un programma breve per alcuni anni. E così arrivammo a fondare il Fronte, dove confluirono tra 25 e 30 raggruppamenti di varia origine.

Dai democristiani fino ai marxisti, come si conformò il Fronte Ampio?

Sì, democristiani, marxisti, comunisti, socialisti e liberi pensatori.

La chiave fu l’unità?

Si, la chiave fu l’unità. Durante gli anni Sessanta, con l’impatto della rivoluzione cubana e altre come quella in Algeria, all’interno della sinistra ci fu una discussione sulle modalità. Alcuni, me incluso, abbiamo optato per il ricorso alle armi come in varie parti dell’America. In ogni caso, abbiamo tenuto un piede di qua e uno di là, nelle due modalità, finché alcuni di noi furono catturati e appoggiammo la costituzione del Fronte. Cioè era un’alternativa e decidemmo di appoggiare un percorso elettorale: mandammo la gente della lotta armata a dipingere cartelli, ecc. In generale, i gruppi guerriglieri non hanno mai avuto tanta flessibilità quanta in Uruguay, perché per molti anni mantenemmo la doppia militanza, da un lato illegale e dall’altro legale.

Fu un processo lungo e costituimmo il Fronte, che è una meraviglia espressa nello Statuto. È così esigente che non si può cacciare nessuno e alla lunga fu meraviglioso. Perché? Perché stando assieme cominciammo a costruire un’alternativa agli occhi della gente per strada: non eravamo più dei pazzi contestatori, eravamo dei pazzi che potevano proporre un’alternativa al governo. Cominciammo a crescere, e fu possibile perché eravamo uniti e, fatto curioso, ciò non vuol dire che non ci fossero divergenze e differenze. Ma questo grande recinto dal nome Fronte Ampio creava queste circostanze: quando c’erano discrepanze da una parte, andavamo da un’altra, e rimanevamo comunque dentro al grande recinto. Alcuni di coloro che dissentivano, se ne andarono e sparirono politicamente. Col passare del tempo la sigla Fronte Ampio cominciò a essere una compagine attrattiva, finché si trasformò in una tradizione. Ci impiegò degli anni, ma riuscì a trasformarsi in una tradizione anche agli occhi della gente. Come fu possibile? Grazie alla flessibilità e perché sapevamo che sostenere l’unità moltiplicava la nostra forza. Ciò significò imparare, a volte dissentire, o ingoiare un rospo, ma sostenere l’unità. Non è un percorso idilliaco, ma uno in cui scoppiano scintille e differenze. Tuttavia, siccome ci era chiarissima l’importanza del tutto, di mantenere l’unità, le discrepanze non potevano essere così gravi da romperlo. Perché? Perché guelfi e ghibellini perdono, cioè perdiamo tutti.

Al giorno d’oggi la Spagna va verso tre elezioni: regionali, municipali e generali in dicembre. Da un lato c’è il PSOE, il recente conglomerato di sinistra SUMAR con a capo Yolanda Díaz e inoltre c’è PODEMOS. Díaz ha lanciato la sua candidatura a presidentessa e ha detto: «Voglio essere la prima presidentessa della Spagna. Perché adesso è il momento delle donne». Nel frattempo, Pablo Iglesias di PODEMOS ha detto che «se SUMAR decide di proseguire senza PODEMOS, sarà una tragedia elettorale e politica». Gli analisti politici spagnoli sono d’accordo che se la sinistra si divide, corre il rischio di perdere non solo le elezioni, ma anche seggi in parlamento. La sua lettura?

Questo è un problema cronico della sinistra. La Spagna ha pagato un prezzo tragico nella sua storia, perché nel sostegno della Repubblica, quando la patata era bollente, il confronto tra i comunisti, i socialisti e gli anarchisti tolse forze alla difesa della Repubblica e al contrasto del franchismo. La Spagna pagò un prezzo storico e lo stesso successe alla sinistra tedesca in Europa; il confronto tra comunisti e socialisti fu tale che spianò la strada all’avanzata del nazismo. Sì, l’umanità ha pagato per la cecità della sinistra, per l’alto valore di una parte rispetto all’importanza del tutto. Ha pagato un prezzo storico tremendo e sarebbe bene che i militanti di oggi conoscessero un po’ meglio la loro storia, perché la storia non si ripete, però certe cose vanno imparate. Le generazioni hanno il diritto di commettere gli errori del proprio tempo, ma non possono commettere quelli del passato, perché allora abbiamo vissuto inutilmente. È uno sproposito che la sinistra non possa unirsi e lo è non solo per la sinistra, ma per il destino delle grandi disuguaglianze presenti nella società, perché dobbiamo pensarci e assumere un atteggiamento empatico.

Possiamo avere molti difetti e molti limiti, però qualunque governo di sinistra, per quanto cattivo, tenderà sempre a ricordarsi di chi è più svantaggiato nella società. Vale a dire, chi nutre interesse per la questione umana, per il sentimento di uguaglianza, deve rendersi conto che anche in politica ci dev’essere un’etica che va oltre il potere, la convenienza e i propri punti di vista. Non si può costruire uno strumento importante che comincia nella realtà se ognuno va per conto suo. Bisogna sommare le forze e ciò significa lasciare qualcosa indietro, ingoiare qualcosa. Non è idilliaco, ma in definitiva conviene ai deboli della società.

Non militiamo per noi stessi, ma per un sentimento di empatia verso chi è più svantaggiato. Se la sinistra non è capace di costruire l’unità, non avrà il peso né gli strumenti per difendere gli interessi della gente più svantaggiata. Succede che si frappone la vanità umana. Non siamo tanto perfetti, siamo quel che siamo, pesano molto i personalismi e i punti di vista.

A volte, la passione che questi confronti generano in noi ci fa dimenticare perché siamo qui. Non siamo qui solo per discutere progetti in un bar o in una gara di intellettualità, siamo qui per servire la gente più svantaggiata, perché il nostro filo conduttore più profondo è che apparteniamo a questo braccio che ha impostato la rivoluzione francese, uguaglianza, e sappiamo perfettamente che nelle società contemporanee, con tutto quel che c’è, manca proprio l’uguaglianza, per lo meno come diritto di base.

Attualmente la Spagna ha la presidenza dell’Unione Europea e il presidente del Brasile Lula da Silva presiede la CELAC (Comunità degli Stati latinoamericani e caraibici). Si può migliorare la relazione tra Europa e America Latina a partire da due presidenti progressisti e di sinistra?

Non sono maghi, hanno limiti, molti limiti.

Esiste una conversazione almeno?

Sì, sono sicuro che si parlano; Lula è tanto aperto ma dubito molto delle contraddizioni dell’Europa, che sono gravi. Stranamente, l’Europa vista da lontano, ma magari mi sbaglio, dà l’impressione di aver deciso di abdicare alla leadership storica che ha avuto nella creazione della civiltà contemporanea. È come se l’Europa avesse deciso di non farsene carico e si fosse collocata troppo all’ombra dei poteri nordamericani e avesse perso la sua identità. A volte mi lamento che non esistono più quei vecchi conservatori, delle canaglie, persino colonialisti, che guardavano lontano.

Per esempio?

Sono vent’anni che discutiamo un accordo con l’Europa e l’Europa non riesce ad affrontare le sue contraddizioni – il peso dell’agricoltura francese e polacca, che si sentono minacciate – così ha optato per essere un’ombra degli Stati Uniti e non essere se stessa. L’Europa si è ritirata dall’essere un polo in questo mondo.

Compresa la Spagna?

Sì, la Spagna ha una contraddizione storica. C’è una Spagna di fanfare e tamburelli e c’è l’altra Spagna. Ci uniscono molte cose e ci fa male la Spagna. Alcune persone importanti hanno voluto essere una specie di ponte fra America ed Europa, però è molto difficile condividere e capire dov’è diretta l’Europa oggi. Il mondo va verso un confronto molto duro, già lo sta vivendo, tra lo sviluppo della Cina e quello degli Stati Uniti, che non vorranno perdere la propria prerogativa. L’esistenza di un’alternativa sarebbe un elemento di distensione per il mondo, ma l’Europa non capisce questo ruolo. È come se fosse maneggiata da lontano. La guerra in Ucraina è un monumento alla stupidità e nessuno sta ponendo le basi per un esito politico. Sembra che ci sia solo una via d’uscita militare e questa ci pone nel pericolo di una guerra atomica. È questione di giorni prima che le armi nucleari a bassa intensità vengano impiegate, le armi tattiche ma nucleari… E dove finiremo così?

Non vede una via d’uscita?

Non vedo una via d’uscita, perché dev’essere intelligente; la via d’uscita dev’essere alla coreana, come fu la guerra in Corea, organizzando la sfiducia. Non ci si può più fidare di Putin, ovviamente, ma la Russia non si fiderà nemmeno della NATO. Nella vita non si possono fare richieste irrealistiche: non c’è nessuna grande potenza che accetterà che un’altra collochi razzi alla frontiera. Non lo accetteranno. Noi che abbiamo vissuto quella vecchia contesa nell’epoca di Nikita Chruščëv (1894 – 1971) sappiamo che allora funzionò la politica, funzionò un telefono rosso. Gli americani ritirarono i loro razzi dalla Turchia e l’Unione Sovietica ritirò le navi coi razzi (da Cuba). Adesso la politica non sta funzionando, perché porre le basi di una soluzione negoziata è come una specie di tradimento; l’unico pensiero è un esito militare. E se è così, la guerra continuerà per un pezzo.

E come sta l’America Latina?

L’America Latina sta guardando dal balcone (osserva senza partecipare), ma possiamo essere vittime: non può esserci una strategia di guerra basata sulla guerra e tuttavia sono lì per questo.

Dopo la pandemia in America Latina si sono aggravate la povertà e le disuguaglianze.

Sì e inoltre ne soffriamo le conseguenze. Il mondo è molto intrecciato e la guerra è uno spreco d’energia; stiamo facendo tutto il contrario di ciò che va fatto riguardo il cambiamento climatico. Adesso abbiamo un nuovo problema: l’umanità si è trasformata in un fenomeno geologico. E come faremo? Andiamo verso un olocausto ecologico e ciò di cui abbiamo meno bisogno è una guerra. Abbiamo bisogno di organizzarci per lottare con la natura e poter incanalare e migliorare l’insieme di barbarità che abbiamo fatto alla natura. Per la prima volta nella Storia, l’umanità si è trasformata in una forza geologica nell’equilibrio del pianeta che stiamo alterando. Questo è grave per l’esistenza della vita sulla Terra e non vogliamo prendercene la responsabilità. Sono almeno 32 anni che gli scienziati a Kyoto ci hanno detto: «i fenomeni estremi saranno sempre più frequenti e intensi», ed è così.

Viene in mente in particolare la sindaca Ada Colau a Barcellona, dove i poteri economici cercano di logorare il suo governo. È dovuta comparire in sede giudiziaria a seguito di una querela da parte di un “fondo avvoltoio”, sanzionata per aver sfrattato famiglie vulnerabili. Come vede il fenomeno dei ricorsi giudiziari per la politica?

Questo è un altro problema contemporaneo. Lo Stato-nazione in cui siamo stati educati viene sempre più messo in dubbio, perché è apparso un insieme di poteri internazionali che non hanno nulla a che vedere con lo Stato-nazione, ma gli tolgono le forze e la capacità di agire. La politica è in crisi e credo che ci saranno molti movimenti. La democrazia rappresentativa oggi non rappresenta l’insieme di conflitti e contraddizioni che ci sono nella società. Non credo nemmeno che la democrazia parlamentare che abbiamo conosciuto sia l’ultimo stadio della specie umana. Credo che ci saranno cambiamenti istituzionali e tutte le epoche di cambiamenti portano molti conflitti.

La gente che studia i pronostici prevede che la democrazia rappresentativa dovrà evolversi in una specie di insieme di governi interni. Per esempio, l’istruzione è una sfera che dovrà eleggere il proprio governo e l’industria dovrà eleggere il suo. Il ruolo dei governi centrali non sarà quello di dire a ciascuno cosa deve fare, ma frenare ciò che non deve fare, oltre a guidare una certa armonia, perché la complessità dei fenomeni è impossibile da riassumere in un unico governo.

Purtroppo ciò presuppone un’epoca di caos. Quando c’è caos, si presentano sogni di soluzioni verticali, di un governo che imponga l’ordine. Secondo me ci saranno lunghi conflitti. Mi è chiaro che è impossibile per un governo centrale capire e gestire in profondità il mondo dell’istruzione, il mondo dell’industria. Tutto ha una tale complessità che ci si sente analfabeti. E raggiungere un governo di armonia con questi toni… non siamo né educati né formati per questo.

Appariranno i limiti dell’umanità, sto parlando di una prospettiva, non del domani. Mi rendo conto che ci saranno alti e bassi, perché nella storia nordamericana per esempio non c’è mai stata una durezza e uno scontro come quello che c’è oggi tra repubblicani e democratici. Abbiamo visto per esempio in Francia la sparizione dei partiti storici e la nascita di nuovi. È apparso Macron e poco dopo i Gilet Gialli per strada; è una pazzia. È possibile che vinca un’espressione di destra o estrema destra, com’è successo in Italia. In Italia ci sono stati i partiti più grandi dell’Occidente e adesso c’è un governo di estrema destra. Questo rivela un fenomeno di crisi di rappresentanza alla base della società. Credo che definirà un’epoca e che dovremo abituarci a vivere in un periodo di caos.


Traduzione dallo spagnolo di Mariasole Cailotto. Revisione di Thomas Schmid


da qui

mercoledì 27 febbraio 2019

Democrazia - Lorenzo Guadagnucci


Uno dei momenti chiave del film Una notte di dodici anni di Alvaro Brechner è un incontro in carcere fra Pepe Mujica e sua madre. Il futuro presidente dell’Uruguay, a quel punto in galera già da qualche anno, dà evidenti segni di cedimento. Dice di sentire delle voci, appare sofferente e smarrito: è stremato dalle torture, dalla brutalità, dall’isolamento in luoghi insopportabili.
Il Pepe davanti alla madre cerca complicità più che conforto: sembra chiedere l’autorizzazione ad arrendersi, a cadere in uno stato permanente di semi coscienza, senza più lottare, senza più pensare a un possibile dopo. La madre intuisce lo stato d’animo del figlio e reagisce con forza: «Mamma un cazzo», dice a muso duro, e scuote il prigioniero: non devi mollare, non devi dargliela vinta.
È andata proprio così: il Pepe resterà in piedi, lucido e determinato, come i suoi otto compagni di prigionia (nel film se ne vedono due), militanti Tupamaros tenuti in ostaggio dai militari golpisti, che minacciavano di ucciderli in caso di attentati o altre azioni della resistenza armata. Il Pepe, al crepuscolo del regime, rivedrà sua madre fuori dal carcere.
L’incontro in parlatorio è importante perché documenta un aspetto decisivo nella dinamica della tortura (Una notte di dodici anni è un film sulla tortura, come non se ne vedevano da tempo). Mostra che la tortura si combatte attraverso il contatto umano, con la forza dell’empatia. Il Pepe e i suoi compagni resistono agli abusi e all’isolamento perché riescono, sia pure saltuariamente e fra spaventose difficoltà, a comunicare fra loro (a piccoli colpi sui muri) o con altre persone, a volte carcerieri disposti a dismettere per qualche ragione la maschera imposta dal ruolo, a volte familiari ammessi a rari colloqui. Come i vampiri non sopportano la luce del sole, così la tortura può essere sconfitta quando è sottoposta al vaglio delle relazioni sociali, al calore del contatto umano. Vale per l’individuo che deve affrontarla e trae dagli altri l’energia per non soccombere; vale per la società nel suo insieme.
Nei giorni scorsi è stato pubblicato da due agenzie dell’Onu (Unsmil e Ohrhc) un drammatico rapporto su quanto davvero avviene nei centri di detenzione per migranti in Libia. Sono testimonianze angoscianti: stupri seriali, abusi innominabili, violenze continuate, torture in diretta telefonica per estorcere denaro ai parenti, vendite al mercato degli schiavi.
Si potrebbe dire: niente di nuovo. Da tempo sappiamo, o crediamo di sapere, che la Libia è il non-Stato canaglia per eccellenza, un Paese dilaniato da signori e signorotti della guerra. Lo hanno documentato giornalisti, registi, ong, la stessa Onu in passato. Ma queste verità non hanno mai fatto breccia: non nelle istituzioni e nemmeno nell’opinione pubblica.
Si sono stretti accordi con sedicenti “governi”, “sindaci” e “guardie costiere” della Libia fingendo di non sapere degli stupri, degli abusi, delle torture. Abbiamo chiuso occhi, mente e cuore pur di portare a casa l’unico risultato ambito: poter dichiarare a microfoni aperti «flussi ridotti», «porti chiusi», «basta coi trafficanti d’uomini».
Parole false, consapevoli menzogne, ma ripetute così spesso, così a lungo, che alla fine ci troviamo a vivere in una società che non riesce più a comprendere e capire chi sono i quarntanove della Sea Watch lasciati a vagare in mare per giorni e giorni o che cosa nascondono le cifre sulla riduzione dei flussi (cinica espressione presa dal linguaggio tecnico, tanto orribile quanto indicativa della disumanizzazione in corso).
I segregati nei campi in Libia sono come Pepe Mujica: umiliati e torturati, prossimi a cedere, in balìa di carcerieri protetti – di fatto – da chi pretende di “governare” l’immigrazione a prescindere dalle persone, ignorando le loro sofferenze, oltre che le loro aspirazioni.
La tortura è fra noi, ne siamo complici, e tutto sta per crollare: il nostro senso di civiltà, la dottrina dei diritti umani, ciò che da tempo intendiamo per “democrazia”. L’indifferenza per la negata dignità della persona, di ogni persona, sta diventando strutturale. Ci vorrebbe qualcuno, come la madre di Pepe Mujica, capace di urlarci: «Democrazia un cazzo».

mercoledì 2 agosto 2017

Venezuela, profezie che si autoavverano – Gennaro Carotenuto


C’è un certo sadismo nel cattivo giornalismo che funge da cassa di risonanza alle posizioni dell’opposizione venezuelana, senza alcuna interpretazione critica e, va da sé, senza alcuna terzietà con le posizioni del governo legittimamente in carica. Le opposizioni dicono dittatura, i giornali fanno eco: dittatura. Le opposizioni parlano di trionfo nel loro referendum e questi replicano: trionfo. Sette milioni di voti, sette milioni di voti, pur in assenza di controlli terzi, perché dovremmo credere alle belle facce di Capriles o Lilián Tintori, rappresentati, dalle agenzie di immagine che li gestiscono, come dei Mahatma Gandhi, ma bianchi, giovani e belli. Dicono Costituente truffa e i media replicano ‘costituente truffa’, volta, si sente ripetere fino alla noia, ad ampliare i poteri di Maduro.
Ma se l’opposizione boicotta la Costituente (convocata in maniera inoppugnabilmente legittima) questa sarà per forza di cose monopolizzata dal chavismo e il risultato sarà un indurimento del muro contro muro. C’era alternativa al boicottaggio per quella che in origine era stata concepita come un’istanza di dialogo? Certo che c’era. Se si fossero presentati e avessero ottenuto quell’ampissima maggioranza che millantano, si sarebbero potuti prendere lo sfizio di eliminare la stessa presidenza, altro che ampliare i poteri. Ma all’opposizione che vuole la cancellazione tout court del chavismo dalla faccia della terra, il dialogo non interessa.
Nel rifiuto della Costituente c’è la pervicace volontà della spallata finale della MUD, che col chavismo non vuole dialogare a nessun costo, neanche a prezzo di una guerra civile, nonostante questo continui a rappresentare mezzo paese e nonostante la situazione, pur grave, sia lungi da un 8 settembre e dalla dissoluzione dello Stato. Stanotte il governo canterà vittoria e ovviamente sarà una vittoria amara e non risolutiva che approfondirà il solco che divide i venezuelani verso l’abisso. Ma domattina chi ha a cuore la pace in Venezuela dovrà continuare a cercare istanze di dialogo senza assecondare né gli avventurismi delle destre né l’arroccamento del campo popolare.
Il grande Pepe Mujica afferma che bisogna avere “rispetto e affetto” per il Venezuela bolivariano, dove evidentemente ben poco va come vorremmo, ma dove allo stesso tempo il “regime change” auspicato da una banda di sinceri democratici come Trump, Almagro, Peña Nieto, Santos, Felipe González, perfino dal sordido dittatorello brasiliano, il fantoccio Temer, sarebbe il peggiore dei mali. Altro che rispetto e affetto.

domenica 7 maggio 2017

Henry John Woodcock sulla legalizzazione della marijuana

Caro direttore,

i prossimi 5 e 6 maggio, nelle sale dell'Istituto Italiano per gli Studi filosofici, si terrà un convegno promosso dalla associazione "Not dark yet" (Non è ancora buio), dal titolo "Prima (invece) di punire". La mattinata di venerdì sarà dedicata al tema della legalizzazione della cannabis, proposta come una strategia per combattere l'illegalità. Parteciperò anche io a questa sessione, insieme ad altri autorevoli personaggi come Franco Roberti (Procuratore Nazionale Antimafia), il senatore Benedetto Della Vedova (promotore di una proposta di legge sul tema che ha raccolto moltissimi consensi) e il giurista Fernando Rovira, che ha contribuito alla stesura della prima legge che, in Uruguay, ha regolamentato la vendita della cannabis, come specifica strategia per combattere il narcotraffico.

Dopo la coraggiosa iniziativa di questo piccolo Stato dell'America Latina, anche alcuni Stati nord americani, come il Colorado e Washington DC, hanno liberalizzato l'uso delle droghe leggere per scopi ricreativi, ad essi si sono poi aggiunti l'Oregon e l'Alaska e, in concomitanza con le elezioni presidenziali dello scorso novembre, anche in altri 8 Stati (tra cui l'immensa California) sono passati referendum che proponevano il libero uso della marijuana per scopi medici e/o ricreativi.

Si tratta, io credo, di un fiume che sarà difficile arrestare. Recentemente anche il premier canadese Justin Trudeau si è fatto promotore di una legge di legalizzazione dell'uso della marijuana per scopi ricreativi e, anche in Italia, qualcosa si sta muovendo. A partire dalla sentenza del 12 febbraio 2014, con la quale la Corte Costituzionale ha dichiarato l'illegittimità della legge Fini-Giovanardi, ripristinando una rilevante differenza di pena tra droghe leggere e droghe pesanti. E dal modo in cui, già in più occasioni, la Direzione nazionale antimafia (Dna) ha trattato la questione nelle sue annuali relazioni al Parlamento. Nella prima di queste, si parla infatti del notevole incremento di sequestri (nello scorso anno 147.132 kg, pari al +120%), e si conclude che - calcolato il sequestrato inferiore di almeno 10-20 volte al consumato - la massa circolante di cannabinoidi soddisfa un mercato di "dimensioni gigantesche". Insomma ogni abitante in Italia, compresi vecchi e bambini, avrebbe a disposizione dalle 100 alle 200 dosi all'anno. Si tratterebbe dunque di un fenomeno paragonabile, secondo la Dna, "quanto a radicamento e diffusione sociale" a quello dell'utilizzo di altre sostanze lecite quali alcool e tabacco.

Ciò che è più importante, però è che la Dna afferma il "totale fallimento dell'azione repressiva " e suggerisce al legislatore la depenalizzazione, di cui descrive i vantaggi: deflazione dei carichi giudiziari, possibilità di dedicarsi al contrasto di fenomeni criminali più gravi e, non ultimo, sottrazione alle gang di un mercato altamente redditizio. Fra i vantaggi, non vengono contemplati gli introiti che lo Stato italiano ricaverebbe da una legalizzazione, e si tratterebbe di svariati miliardi di euro. Intanto in Colorado prosegue la corsa a quello che viene oramai definito "l'oro verde", con l'apertura di centinaia di dispensari, che impiegano migliaia di dipendenti e pagano le tasse. Per non parlare dell'indotto, con avvocati specializzati nel "diritto della marijuana", commercialisti, tecnici della coltivazione e della trasformazione... La scelta della depenalizzazione si fa dunque sempre più matura e si consolida nell'opinione pubblica. E riguarda molto Napoli, da alcuni additata come "la capitale dell'illegalità". Sommessamente penso che debba affermarsi l'idea che il contrasto solo "militare" dei fenomeni criminali sia troppo costoso (in termini di risorse materiali, ma anche di sperpero di vite e destini individuali) e si sia dimostrato fallimentare, come dice oggi la Dna a proposito delle droghe leggere. Varrebbe la pena di cominciare a pensare a strategie di contrasto dell'illegalità che superino una impostazione meramente repressiva, e soprattutto bisognerebbe immaginare ad un progetto che in un futuro, speriamo non lontano, consenta di impiegare le "energie umane", oggi impiegate nel mercato illegale della cannabis (e, di regola, sfruttate dalla criminalità organizzata), nell'auspicabile "mercato legalizzato" della stessa.

(L'autore è sostituto procuratore presso il tribunale di Napoli)

giovedì 26 settembre 2013

E’ ora di cambiare la Costituzione

“I genitori non ce la fanno a pagare la quota della mensa e i Comuni bloccano il servizio. 400 a Vigevano, 69 a Fino Mornasco, in provincia di Como, 250 a Mantova, mentre a Vercelli 500 rinunciano a iscriversi. Sono i primi numeri di un fenomeno destinato a espandersi. Bambini di scuole primarie e dell'infanzia esclusi dalle mense dei loro istituti. "Colpevoli" di non aver pagato la retta per la refezione scolastica negli anni precedenti, e perciò "vittime" delle politiche di rigore del proprio Comune. Perché se non paghi il servizio, non puoi mangiare il pasto caldo come i tuoi compagni di classe e si aprono due possibilità: portarti il cibo da casa e consumarlo in un'altra aula , dove i "morosi" vengono collocati, o lasciare la scuola all'ora di pranzo.”

“…in alcune città, come testimonia un recente rapporto di Save The Children, l'esenzione non è addirittura  prevista.
"In quei casi ci sono i consorzi di assistenza sociale. In qualunque momento il genitore può rivolgersi a loro e ottenere l'esenzione dal pagamento della retta. I veri bisognosi e gli indigenti riceveranno tutta l'assistenza necessaria. Gli altri invece...".
Si riferisce a chi vuole fare il furbo, a chi elude la retta non per necessità?
"Esattamente. I cittadini morosi non solo sono le famiglie che non ce la fanno ad arrivare a fine mese. Sono anche i furbetti, quelli che nonostante abbiano ricevuto solleciti su solleciti dal Comune, con inviti alla rateizzazione del debito, continuano a non presentarsi. Questa è una pratica che lede i diritti di tutti ed è dannosa per tutta la popolazione".
Ma a rimetterci in questo caso sono i bambini. Sono loro che pagano per tutti. Non si potrebbe trovare un modo per garantire comunque loro un pasto caldo, magari tagliando da qualche altra parte?
"Questa è una valutazione ingenerosa. Le assicuro che un sindaco è pronto a tutto prima di arrivare a tagliare sulle mense scolastiche o sui servizi socio-assistenziali. Si chiede, ad esempio, se si possono tagliare le indennità dei primi cittadini o degli assessori? È una domanda lecita. La risposta è semplice: certo che si può. Ma non è dignitoso. Il nostro è uno stipendio assolutamente non congruo rispetto all'enorme carico di responsabilità che abbiamo. Il problema sta da un'altra parte"...

Leggo i due articoli che riporto sopra e devo dire che non se ne può più, dei furbetti che non pagano la retta della mensa per i figli, e magari spendono i soldi per la ricarica del telefonino o per comprare le sigarette, o magari hanno anche un cane o un gatto.
È veramente diseducativo che dei genitori facciano trovare così male i figli, li facciano soffrire perché dicono che non hanno soldi, che vadano a lavorare, ci siamo tutti stancati di mantenere dei mangiapane a tradimento
E basta  con questo pietismo cattocomunista, i bambini devono imparare da piccoli come funziona il mondo, chi non lavora non mangia, mica siamo il paese dei balocchi.
E se dessimo da mangiare a tutti i bambini gratis, zingari, negri e tutti gli scarti umani verrebbero in Italia, anche con i bambini, ancora più di adesso.
Sarebbe insostenibile per il Paese, signora Contessa.

Queste che avete letto sono le parole che mai scriverò, o penserò, roba da TSO (Trattamento Sanitario Obbligatorio).

Quello che penso è questo, e sono le cose che pensa anche Chance il giardiniere (protagonista di quel film immenso che è “Oltre il giardino” le direbbe al presidente degli Stati Uniti d’America):
ogni Paese è come un orto, e i bambini sono i semi e le piantine, che poi diventeranno cittadini responsabili e orgogliosi, curati con amore durante l’infanzia e l’adolescenza, e produrranno frutti sani e meravigliosi.
ma se gli ortolani, da noi, amano la plastica, i soldi, i concimi chimici e i diserbanti faranno il deserto colturale e culturale, i semi li compreranno da Monsanto, cosa importa loro del ciclo naturale delle stagioni, della salute, della bellezza, della gioia?
ecco che, insieme a Chance il giardiniere, proponiamo che all’articolo 3 della Costituzione italiana si aggiunga il seguente comma:
“Tutti i bambini, senza distinzione di sesso, di razza, di lingua, di religione, di opinioni politiche, di condizioni personali e sociali, hanno diritto a mangiare gratuitamente nelle mense scolastiche della scuola dell’obbligo. I costi sono a carico della fiscalità generale.”

Il grande presidente uruguayano Pepe Mujica, che ama i fiori, il giardinaggio e l’orto queste cose le sa bene, mi ha detto Chance che sono grandi amici e spesso passano le vacanze insieme, nell'orto di Pepe, felici.
Chance è molto pessimista sul nostro Paese, mi ha detto che sta leggendo Gramsci, Pepe gli ha regalato i libri.
Mi ha detto oggi Chance che quella storia dell’ottimismo della volontà, di Gramsci, gli piace molto, solo uno che ha conosciuto la campagna poteva pensare una cosa così semplice e così profonda.