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domenica 13 luglio 2025

A un anno dalla morte di Satnam Singh, l’Italia vive ancora di sfruttamento sul lavoro - Lucrezia Agliani

Era il 19 giugno 2024 quando Satnam Singh, giovane bracciante indiano, moriva dissanguato a Latina, dopo essere stato abbandonato dal suo datore di lavoro, con un braccio amputato, davanti alla casa in cui viveva. L’uomo che lo aveva assunto in nero, Antonello Lovato, preferì non accompagnarlo in ospedale per timore di conseguenze legali. Quel gesto crudele sollevò un’ondata di indignazione in tutta Italia, portando per un breve periodo al centro dell’agenda pubblica il tema dello sfruttamento agricolo.

Poco più di un anno dopo, il clima d’indifferenza è tornato a coprire il rumore dei campi. Lo stesso caporalato, gli stessi meccanismi, le stesse omissioni. E nuove vittime.

Un’altra mattina tra i filari: il blitz a Sermoneta

A un anno dalla morte di Satnam Singh, lo scorso 12 giugno 2025, all’alba, alcuni ispettori del lavoro hanno fatto irruzione in un appezzamento di terra a Sermoneta, in provincia di Latina. Dieci lavoratori indiani erano intenti a preparare la raccolta delle zucchine. Solo uno risultava assunto, ma con un’azienda di Terracina, a chilometri di distanza. Gli altri erano tutti impiegati in nero. Il proprietario ha provato a giustificarsi, dicendo che era il primo giorno di lavoro per quei ragazzi e che non aveva ancora avuto il tempo di regolarizzarli.

Gli ispettori hanno però verbalizzato l’infrazione e contattato la polizia per controlli sui documenti dei lavoratori. È stato in quel momento che uno di loro ha inviato un messaggio in preda al panico a Laura Hardeep Kaur, segretaria della FLAI CGIL di Latina.

Kaur, nata in Italia da genitori indiani, è una figura di riferimento per centinaia di braccianti stranieri nella provincia. Parla la loro lingua e il suo numero gira di mano in mano tra chi lavora nei campi. Quando è arrivata sul posto, la polizia aveva già identificato i lavoratori. Solo due avevano un permesso di soggiorno regolare. Gli altri otto avevano mostrato documenti falsi, con nomi e impronte digitali che non corrispondevano.

 

Permessi speciali e memoria corta

Gli agenti volevano trasferire i lavoratori nel CPR di Brindisi per avviare le pratiche di espulsione, ma la sindacalista si è opposta ricordando l’esistenza di un protocollo firmato a gennaio da varie istituzioni, tra cui procura, polizia e ASL, per proteggere chi è vittima di sfruttamento lavorativo. Grazie a quella misura speciale, una ventina di permessi di soggiorno erano già stati rilasciati nei mesi precedenti.

Quel protocollo nacque proprio in seguito alla morte di Satnam Singh, che aveva acceso i riflettori su una realtà fin troppo trascurata. Eppure, a distanza di un anno, la sindacalista denuncia che tutto è ripiombato nella negligenza e nell’indifferenza verso lo sfruttamento sul lavoro.

Le vite dietro i numeri

La storia di Satnam Singh e della sua compagna Soni racconta in modo vivido cosa si nasconde dietro il lavoro nei campi. Dopo essere arrivati in Italia passando per i Balcani, trovarono lavoro in un allevamento di bufale in Campania, svegliandosi alle 2:30 del mattino per 700 euro al mese. Successivamente si trasferirono a Latina, dove furono assunti in nero dalla Agrilovato per 5,50 euro all’ora.

Lovato segnava le ore su un quaderno e i due percorrevano ogni giorno in bicicletta 15 chilometri per arrivare ai campi. Poi l’incidente, il silenzio, la fuga. A dare l’allarme fu un altro lavoratore, inviando una foto agghiacciante del braccio amputato in una cassetta di plastica. Soni, ora ospitata in una casa rifugio, riceverà metà dei fondi raccolti dalla CGIL in memoria del compagno.

Giustizia e tentativi di risarcimento

Il processo contro Antonello Lovato è cominciato il 1° aprile 2025 a Latina. L’uomo è accusato di omicidio volontario. Durante le prime udienze, il proprietario della casa in cui viveva Singh ha testimoniato che Lovato abbandonò il ragazzo con calma glaciale, spiegando che «non era in regola». Soni ha raccontato in sede di incidente probatorio che Satnam Singh fu «buttato giù dal furgone» e batté la testa su un cordolo di cemento.

Parallelamente, Lovato e suo padre sono indagati per sfruttamento e intermediazione illecita per altri sette lavoratori in nero. Intanto, tre dei braccianti impiegati con Satnam Singh hanno ottenuto un permesso speciale e lavorano oggi regolarmente.

Numeri e illusioni

Nei primi mesi dopo la tragedia di Satnam Singh, le assunzioni regolari nella provincia di Latina raddoppiarono: oltre 7.000 in un solo mese. Un’illusione di cambiamento. Ma secondo il sindacato, molte aziende hanno poi ripreso le vecchie abitudini, affidandosi a fornitori informali di manodopera, spesso connazionali dei braccianti che mediano condizioni di lavoro senza alcun contratto.

Nel sistema agricolo italiano, il colore della pelle troppo spesso determina non solo il tipo di lavoro assegnato, ma anche il trattamento ricevuto. I lavoratori neri, come molti provenienti dall’Africa subsahariana o dall’India, sono ancora oggi visti come manodopera a basso costo, invisibile e sacrificabile. Vengono impiegati in condizioni degradanti, spesso senza contratto, con paghe inferiori al minimo sindacale – che in Italia neanche esiste -, con turni estenuanti e senza tutele sanitarie o di sicurezza.

La discriminazione razziale si intreccia in modo strutturale con il caporalato, trasformando la pelle scura in un marchio di disponibilità illimitata e di sottomissione silenziosa, come se la fatica, la sofferenza e persino la violazione dei diritti umani fossero una naturale conseguenza della loro provenienza.

Molti imprenditori agricoli scelgono deliberatamente lavoratori neri o sudasiatici perché più facilmente ricattabili. La barriera linguistica, la fragilità giuridica e il razzismo latente li rendono bersagli ideali per lo sfruttamento. In troppi casi, il permesso di soggiorno diventa un’arma nelle mani del datore di lavoro: se il bracciante si ribella, denuncia o semplicemente si infortuna, rischia l’espulsione o la detenzione in un CPR.

L’esperienza di molte donne e uomini neri nei campi italiani racconta di umiliazioni quotidiane, insulti, minacce, alloggi fatiscenti e isolamento. Il razzismo, spesso non urlato ma praticato, costruisce una gerarchia della dignità basata sul colore della pelle, che svuota di significato i diritti sanciti dalla Costituzione e trasforma l’agricoltura in un laboratorio di esclusione e ingiustizia sociale.

Per non dimenticare Satnam Singh e tutti gli altri

Il 19 giugno 2025, a un anno esatto dalla morte di Satnam Singh, la Prefettura di Latina ha organizzato un incontro per fare il punto sulle misure contro lo sfruttamento nei campi. Mentre il processo contro il suo datore di lavoro va avanti e la compagna cerca di ricostruire una vita, in troppi tornano a essere invisibili tra i filari.

Il rischio più grande non è solo quello di dimenticare Satnam Singh, ma di accettare che la sua morte non abbia insegnato nulla.

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giovedì 15 agosto 2024

Si prega di non disturbare l’imprenditore – Alessandro Villari

Quaranta giorni sono trascorsi dall’atroce assassinio di Satnam Singh da parte del suo padrone.

Quaranta giorni in cui altre novanta persone sono morte in incidenti sul lavoro, a tragica dimostrazione del fatto che quello in cui viviamo è un sistema che, contrariamente a quanto ripetono le istituzioni che in questi giorni sono ipocritamente listate a lutto, non ha al suo interno gli anticorpi per impedire la barbarie perché serve precisamente a perpetuare la barbarie.

Quarantacinque giorni saranno passati il prossimo 2 agosto, quando entrerà in vigore il decreto legislativo n. 103/2024 intitolato “Semplificazione dei controlli sulle attività economiche” ed emanato in attuazione della “legge annuale per il mercato e la concorrenza” approvata dal governo Draghi nell’agosto del 2022.

Già l’idea che per favorire la concorrenza e il mercato si debbano “semplificare” – cioè “ridurre” ulteriormente – controlli già evidentemente insufficienti non promette nulla di buono. Il contenuto del provvedimento conferma pienamente la prima impressione.

Il decreto riguarda tutti i controlli amministrativi, di qualunque tipo, “per la verifica del rispetto di regole poste a tutela di un interesse pubblico da parte di operatori che svolgono un’attività economica“, esclusi quelli in materia fiscale, ma inclusi quelli relativi alla sicurezza sul lavoro e alla regolarità dei contratti di lavoro.

Una prima novità è l’introduzione di un “sistema di identificazione e valutazione di rischio basso”, al quale le imprese potranno aderire su base volontaria. Le imprese che otterranno la certificazione di “rischio basso” avranno meno controlli in materia di protezione ambientale, igiene e salute pubblica, sicurezza pubblica, tutela della fede pubblica e sicurezza dei lavoratori.

Concentrare i controlli nelle imprese in cui il rischio di violazioni è teoricamente più alto non è di per sé un’idea sbagliata. Ma è difficile credere che queste certificazioni di rischio basso saranno davvero rilasciate soltanto alle aziende più virtuose o meno esposte a possibili violazioni.

Basta scoprire, al netto di criteri ancora molto fumosi, che a rilasciare queste attestazioni saranno “organismi di certificazione, ispezione, validazione o verifica, accreditati presso l’Organismo nazionale di accreditamento“. Dunque l’ente pubblico si limiterà a elaborare i parametri, ma a rilasciare i certificati saranno organismi privati, verosimilmente a pagamento. Che cosa può andare storto?

Del resto, in generale, tutti gli ispettori dovranno agire “secondo il criterio del minimo sacrificio organizzativo per il soggetto controllato“: si prega di non disturbare l’imprenditore.

È per questo motivo che le amministrazioni controllanti di regola dovranno avvisare i destinatari del controllo “almeno dieci giorni prima del previsto accesso presso i locali dell’attività economica“, salvo che ci siano motivi di urgenza o che l’ispezione avvenga su richiesta dell’Autorità giudiziaria o per “circostanziate segnalazioni”.

Ora, non c’è bisogno di avere una laurea o un ministero per comprendere che in questo modo si vanifica in larga misura il senso stesso dei controlli: dieci giorni sono più che sufficienti per nascondere sotto il tappeto la maggior parte degli illeciti (ad esempio per quanto riguarda lavoro nero o contratti irregolari).

Infine, a completare il quadro, per tutte le violazioni per le quali è prevista una sanzione fino a 5.000 euro (escluse fortunatamente quelle in materia di sicurezza sul lavoro), la sanzione rimane sospesa ed è annullata se l’irregolarità è sanata entro i venti giorni successivi.

Tutto questo avviene in un paese in cui sono irregolari tre su quattro aziende controllate; in un paese in cui dall’inizio dell’anno sono morte 610 persone sul posto di lavoro; in un paese in cui sono le procure della Repubblica a fornire una tutela minima contro lo sfruttamento del lavoro – Amazon l’ultimo caso.

In questo contesto, consentire alle imprese di comprare una certificazione di basso rischio per evitare i controlli, obbligare gli ispettori ad annunciarsi con dieci giorni di anticipo e sospendere le sanzioni per le violazioni che saranno comunque accertate, significa davvero proteggere e perpetuare la barbarie.

Ricordiamocene la prossima volta che i rappresentanti delle istituzioni verseranno lacrime di coccodrillo dopo l’ennesima “tragedia”. Ma soprattutto, organizziamoci per spazzare via questo sistema marcio fino al midollo.

* * * * *

Ripreso da: Avvocato Laser Diritto & diritti – 29 Luglio 2024

 

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martedì 9 luglio 2024

In morte di Satnam Singh: ribaltare le politiche - Maurizio Pagliassotti


Nel 2015 conobbi a Ventimiglia un prete, don Rito Alvarez. La frontiera con la Francia era chiusa e uomini donne e bambini si accampavano sugli scogli. Lui aprì la chiesa che divenne rifugio per una ciurma di reietti che bivaccavano sotto il viadotto antistante. Nel 2016 passai per i soliti reportage, la chiesa era sempre più popolata, anche di giovani volontari in arrivo da tutta Italia: lui mi dedicava sempre poco tempo quando dovevo intervistarlo, troppo indaffarato. Il tempo passa, il giornalismo necessita di “belle storie positive” che intervallino l’incedere del degrado, se no il lettore si deprime, così ogni anno torno per fare un reportage sempre uguale: i “migranti”, la città, i turisti, la criminalità organizzata, la gente del quartiere inferocita, la chiesa che resiste, il prete buono.

Così fino al 2018, quando arrivai e trovai la chiesa sbarrata, chiusa con un catenaccio, abbandonata, con i vetri spaccati: era il giorno di Natale. Pregustavo un racconto natalizio di quelli che piacciono ma rimasi deluso e sconvolto dalla scena. Chiesi a un bar adiacente perché quella chiesa fosse abbandonata, la risposta ancora oggi spiega molte cose: “hanno trasferito il prete”. Seguivano commenti soddisfatti. Indagai e scoprii che don Rito Alvarez, colombiano, era stato spedito dalle gerarchie ecclesiastiche in una sperduta valle dell’entroterra ligure a curare la fede di una minuscola comunità di uomini e donne. Giustamente punito perché aveva fatto un casino nella sua bella città rivierasca che deve vivere di turismo di passaggio e non di poveri diavoli che si accampano sotto i ponti. E poi quelle voci… che proprio lui non smentiva, quelle voci che parlavano di musulmani che pregavano nel cortile o perfino dentro la chiesa. Così don Rito Alvarez viene spedito a riflettere lontano, la sua chiesa è sprangata e i poveri diavoli che inopinatamente chiamiamo “migranti” rimangono allo sbando oppure finiscono nel centro della Croce Rossa, ben lontano dalla città e dal confine. Lo raggiungo nella primavera del 2019 nell’eremo dove è stato mandato a riflettere e qui mi accoglie finalmente con calma. È un uomo sereno che vive in esilio.

Ho pensato a lui quando ho sentito la storia del bracciante indiano ucciso nelle campagne di Latina, Satnam Singh, in mente le parole di quel prete che scrissi in un libro del 2019 (Ancora dodici chilometri, Bollati Boringhieri), in un capitolo a lui dedicato. Le riporto qua di seguito, senza tagli:

Quando faccio gli incontri con i ragazzi e mi chiedono di parlare della mia esperienza con i migranti a un certo punto gli dico: ma sapete che in fondo in fondo io sono d’accordo con i tanti italiani ed europei che ritengono giusto che gli stranieri se ne vadano a casa loro. Perché vi sorprendete? Perché sgranate gli occhi? Ognuno a casa sua è la soluzione migliore: cosa fa questa gente qua? Loro devono stare nella loro terra, professare la loro religione, occuparsi delle loro famiglie e stare nelle loro comunità: io sono d’accordo.
Perché poi si trovano male, e noi anche.
Noi siamo cristiani, loro sono musulmani o cosa altro, le nostre culture non possono integrarsi. Ognuno a casa sua, è giusto.
Quindi io chiedo al buon dio che faccia questo miracolo: che tutti gli africani che sono dentro e fuori questa chiesa tornino a casa loro. Punto e basta. Io immagino che il padre eterno vorrà ascoltare la mia preghiera: ma siccome il padre eterno è giusto, e fa solo quello che è giusto, verrà incontro a questa richiesta così sentita dagli italiani e mi risponderà che gli africani se ne andranno tutti in Africa.
Ma mi dirà che dobbiamo assumere anche le conseguenze di questo: tutto quello che arriva dall’Africa se ne torna in Africa e ognuno a casa sua. E tutto quello dall’Europa e anche dall’Italia se ne torna a casa sua.
Il padre eterno è giusto e fa solo quello che è giusto, quindi con gli Africani torneranno anche le loro cose: le risorse naturali, il petrolio, l’oro, i diamanti, i legni pregiati, il gas, il coltan.
Ognuno a casa propria con le proprie cose.
Noi non avremo più benzina, riscaldamento nelle nostre case, né gioielli per le nostre donne, pavimenti su cui camminare comodi.
I nostri preziosi telefonini che adoriamo e santifichiamo non funzioneranno più senza coltan: è un prezzo giusto da pagare se veramente vogliamo che tornino tutti a casa loro. I padre eterno è giusto e fa solo quello che è giusto.
Ovviamente anche gli italiani torneranno a casa loro con le loro cose, quindi al posto delle auto, dei gioielli, dei materiali pregiati, di cui amiamo riempirci la vita avremo carri armati, pistole, fucili, elicotteri e tante tante, tantissime mine da disseminare nei nostri campi e nelle nostre strade, nelle nostre case.
Al posto di legno di ebano le mine.
Al posto dei telefonini gli elicotteri d’assalto.
Io sono d’accordo, ognuno a casa sua, con le proprie cose.
Sì, buon dio, tu che puoi tutto fai questo miracolo. Forse a questo punto quando vedremo i nostri bambini saltare sulle mine cominceremo a capire che qualcosa non funziona nelle nostre vite, nel nostro mondo. Il padre eterno è giusto, e fa solo quello che è giusto.

Queste parole, pronunciate con tono calmo, oggi sono più giuste che mai.

Chiudere le frontiere ed espulsioni di massa: anche io a questo punto, dopo tanta lotta per rendere possibile il diritto al movimento degli ultimi, sono d’accordo. Renderle impenetrabili a tutti, non solo ai poveracci che non possono permettersi i costi dei trafficanti a cui gli stati hanno appaltato la migrazione.

È un meccanismo assolutamente perfetto: i flussi migratori sono in mano agli usurai locali con i quali il migrante (in realtà è un nemico puro e semplice) contrae un enorme debito che sarà costretto a ripagare facendo lo schiavo nel paese dove arriva. O anche a delinquere. Sarà sempre un essere umano ricattabile, docile, perfetto, impossibile da sindacalizzare.

La soluzione di don Rito Alvarez, prete di strada in arrivo dalla Colombia, dove per altro è tornato, è la più convincente. Probabilmente basterebbero solo pochi mesi per rendere l’Italia, e l’Europa, un luogo vagamente più civile. Con le frontiere chiuse e i braccianti occupati nei campi rispediti al loro paese le pesche schizzerebbero a quindici euro al chilo il giorno dopo: addio frutta, verdura, addio vino, addio ponteggi, addio mobili a prezzo stracciato perché tanto vengono montati dalle cooperative di schiavi, addio latte, salumi, addio all’intera industria alimentare. Inflazione al 30%, in un mese però potremmo tornare noi nei campi a raccogliere rifiuti tossici, avremmo la pienissima occupazione. Addio lavori inutili della società del benessere, bentornata produzione e maschia fatica. Senza frutta e verdura sulla tavola degli italiani addio anche al sistema sanitario, se è vera la storia per cui una sana alimentazione incide sullo stato di salute collettivo. Addio pensioni. Frontiere chiuse ed espulsioni di massa, quindi.

Gli inutili appelli, la deriva politico mediatica che trasforma tutto in tifo da stadio, la totale assenza di un risposta sindacale che non sia una manifestazione al sabato pomeriggio partecipata da quadri, politici e giornalisti, tutto questo non sarà più un problema. In un mondo che ha trasformato la libertà economica nel puro esercizio della violenza e della sopraffazione ha ragione don Rito Alvarez, anche io oggi la penso come lui.

da qui

giovedì 20 giugno 2024

L’Italia dei braccianti dimezzati - Enrico Campofreda

  

Un bracciante che perde un braccio, cos’è? Una certa Italia, mai benevola col lavoro delle mani, lo trattava da un uomo dimezzato nell’efficienza produttiva e lo compensava con mezza paga. Non importava se il malcapitato s’affannasse a lavorare sodo dimenando velocemente l’altro arto, il salario era dimezzato. Accadeva nel Novecento giolittiano e in quello della rivoluzione fascista, che però ai mutilati d’ogni guerra, ancor più se coloniale, concedeva compensazioni. L’Italia della ricostruzione e del boom economico accordava qualcosa agli incidentati delle braccia da lavoro. Allora si parlava di progresso e di tutele. Alcune sono arrivate, ma tanti diritti sono stati smarriti o sono rimasti sogni. Nell’Italia digitalizzata le difese sono scemate sebbene, o non a caso, si registrino un anno via l’altro mille e passa caduti di pacifico lavoro. “Morti bianche” le chiamavano con un ossimoro pazzesco perché non c’è luce né chiarezza in tanti di questi assassini legalizzati. L’altro alibi è la fatalità o peggio la disattenzione per la quale il boomerang della menomazione o del decesso s’addossa a chi ne è colpito. La classe che frequenta campagne e cantieri e le fabbriche che restano e i tanti magazzini dove s’accumula la robbba da riversare negli scaffali delle vendite - ingrosso o dettaglio non fa differenza - la classe operaia è l’unica a guardare in faccia la morte o la lesione di corpi martoriati da impalcature, trivelle, presse, muletti su cui si lavora in una sicurezza resa insicura da inosservanze, assenza di controlli, ritmi, subappalti, caporalato. Fino a giungere a Borgo Santa Maria nel Pontino, vicino alle case che sanno di patria: Borgo Piave, Bainsizza, Podgora.  Campagne con una storia densa di contraddizioni che qui non trattiamo, e da tempo al centro di cronache di super sfruttamento bracciantile, fatto da sikh ultimamente ribelli a padroncini e moderni campieri. Lì un bracciante indiano ha avuto l’arto tranciato da una falciatrice meccanica ed è stato “soccorso” in questo modo: infagottato e trasportato su un pulmino verso l’abituale alloggio. E lasciato lì. Però i padroni benevoli non gli hanno fatto mancare il braccio, gettato accanto al corpo martoriato. I contadini del Punjab rischiano trattamenti simili? Può darsi. Ma intanto questo accade da noi e vedremo cosa faranno le festaiole istituzioni da G7.

da qui