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giovedì 28 gennaio 2021

La sfida dei curdi è una sfida per l’umanità - Gianni Sartori

 

Prendiamola larga. Riguardo all’annoso dilemma se sia nato prima l’uovo o la gallina, dopo accurate ricerche storico-paleontologiche, propendo decisamente per l’uovo. L’uovo, naturalmente, di qualche piccolo dinosauro ricoperto di piume e penne che – gradualmente o con un improvviso “salto evolutivo” – produsse quello da cui nacque l’antenato ancestrale della gallina. Ovviamente si può dissentire.

Parimenti, sull’altra sofferta questione se sia nato prima il capitalismo o lo sfruttamento, le gerarchie sociali… propendo – come mi pare sostenga anche Öcalan – per assegnare la primogenitura alla gerarchia, al potere.

Ma – così come le galline disseminano di uova il pollaio e le immediate vicinanze – così il capitalismo ha diffuso a pioggia l’oppressione nelle sue svariate e molteplici forme.

Esiste tuttavia qualche differenza sostanziale. Personalmente (in quanto vegetariano, ma non solo) non appenderei mai una gallina al lampione.

10-100-1000… Rojava?

Il Rojava, un enigma sospeso tra mille buone ragioni e qualche “effetto collaterale” magari indesiderato.

Tra la guerra e l’autogestione, la resistenza e l’ecologia, il rifiuto delle gerarchie e la necessità dell’autodifesa, la rivoluzione delle donne e le milizie in armi…

Un “groviglio” non indifferente.

Per capirci qualcosa di più, abbiamo consultato la mappa realizzata da Norma Santi e Salvo Vaccaro. Un paziente lavoro di documentazione dell’avventuroso, audace esperimento sociale intrapreso dai curdi e dagli altri popoli presenti nella regione considerata, il Rojava. Un testo che analizza – criticamente – soprattutto il versante libertario, la componente “anarchica” (in senso lato).

In La sfida anarchica nel Rojava (pubblicato da “La Biblioteca Franco Serantini”), risulta particolarmente stimolante e chiarificatore  – oltre a quelli di Salvo Vaccaro, Norma Santi e Debbie Bookchin – l’intervento di Raul Zibechi. Essenziale, direi.

Acutamente, risolve una – solo apparente – contraddizione. Ossia, il fatto che tali accadimenti («…il popolo in armi, il ruolo di spicco delle donne, l’autogoverno…») sembrano attendere, per manifestarsi adeguatamente, i tempi duri, le condizioni difficili, se non addirittura disperate («…durante una guerra, in una situazione estremamente critica per la sopravvivenza»). Come avvenne del resto in Ucraina nel 1921 e in Catalunya nel 1936.

Dopo una breve ricostruzione storica delle essenziali vicende (accordi segreti Sykes-Picot del 1916, Dichiarazione Balfour, Trattato di Sèvres del 1920, Trattato di Losanna del 1923, Trattato di Residenza Forzata imposto dalla Turchia nel 1930, le numerose – una trentina – rivolte tra il 1920 e il 1940, l’insurrezione di Dersim nel 1938, la repressione turca degli anni Ottanta e Novanta…), lo scrittore uruguayano spiega come proprio dalla sostanziale evaporazione delle strutture  statali nel Nord della Siria (2011) sgorgasse sia la necessità che la possibilità di formare le Unità di Protezione del Popolo (Ypg) e le Unità di Difesa delle Donne (Ypj), le milizie che l’anno dopo avrebbero liberato Kobane e altre città consentendo al Pyd (Partito dell’Unione Democratica) e al Knc (Consiglio Nazionale Curdo) di amministrare in base ai principi del Confederalismo democratico (ossia del municipalismo libertario). E in seguito – nel gennaio 2013 – ai cantoni di Jazira, Efrin e Kobane di proclamare la loro autonomia. Tra le macerie della guerra civile, i curdi avevano cercato e individuato la «loro strada attraverso l’autogoverno». Un esempio di possibile convivenza pacifica tra curdi, arabi, aramaici, armeni, turcomanni, ceceni…


Zibechi sembra poi voler polemizzare – se pur garbatamente – con l’inveterata abitudine di attribuire sempre e comunque «l’adozione del Confederalismo democratico alla prigionia di Abdullah Öcalan e all’influenza del pensatore  e militante statunitense Murray Bookchin». In fin dei conti, sostiene, «si tratta di una visione colonialista». Invece «la popolazione curda, come gli indigeni latinoamericani, si costituisce attorno a comunità contadine che determinano la loro  identità e la loro cultura». E la proposta del Confederalismo democratico sarebbe quindi «ancorata al recupero delle tradizioni della Mesopotamia». Quelle che altrove definisce «tradizioni libertarie del popolo curdo».

E proprio il nuovo orientamento del Pkk, precedente alla carcerazione di Apo, costituì un elemento che doveva scatenare la «reazione furibonda  degli Stati Uniti e dei loro alleati che decisero di definirlo terrorista e di perseguire il suo dirigente Abdullah Öcalan». I fatti successivi sono tristemente noti. Espulso dalla Siria, poi anche dalla Russia, dopo un breve soggiorno in Italia (pare che in un primo momento D’Alema avesse garantito a Bertinotti l’asilo politico per il leader curdo perseguitato), Öcalan venne catturato – in un’operazione attribuita alla Cia e al Mossad – mentre dall’ambasciata greca in Kenya si recava in Sudafrica (su invito di Nelson Mandela).

Per Zibechi il Pkk costituirebbe un serio problema per l’imperialismo in quanto «ora possiede una proposta  per tutti i popoli del Medio Oriente». Esprimendo le note “quattro critiche”  allo stato-nazione (in sintesi: qualsiasi stato si fonda sul dominio di una classe, presuppone il dominio di un gruppo etnico o religioso sopra gli altri, tutti gli stati si appoggiano sul patriarcato, lo stato ha necessità di una economia produttivistica che porta alla distruzione della madre Terra).

Per cui «non si può farla finita con il capitalismo senza eliminare lo stato e non possiamo liberarci dello stato senza liberarci del patriarcato».

Di passaggio l’autore rimprovera ai partiti della sinistra turca, anche a quelli della sinistra rivoluzionaria, l’evidente inadeguatezza di fronte alla questione curda. A tale riguardo andrebbe evidenziato come invece, proprio le esperienze di resistenza e autogoverno dei curdi sia in Rojava che – per quanto umanamente possibile – in Bakur, abbiano risvegliato – “ringiovanito” – la sinistra turca, rimasta parzialmente “tetanizzata” dopo il golpe del 1980*.

Contributi statunitensi

Tra i vari contributi, numerosi  – prevalenti direi – quelli di autori statunitensi (Debbie Bookchin, Paul Z. Simons, Janeth Biehl, Marcel Cartier*, David Graeber, il sito itsgoingdown).

Non è detto (pensando alla storia della sinistra d’oltreoceano) che siano sempre i più indicati per comprendere tali dinamiche.

È possibile infatti che La Commune, Kronstadt, la Maknovicina, le collettivizzazioni in Catalunya e Aragona del 1936-1937… (fonte di ispirazione, se non addirittura propedeutiche, per quella analoga del Rojava) siano esperienze riconducibili alla tormentata, secolare storia delle classi subalterne europee**. Per qualche autore, niente di più e niente di meno che la «prosecuzione con altri mezzi» delle jacqueries del 1300, delle guerre contadine e delle insorgenze ereticali. Non certo al «turbinio di cattivo acido, al mandarino, di amore libero e della famiglia Manson» che – come doveva ammettere il compianto Paul Z. Simon – contraddistinse le “comuni” nordamericane.

Murray Bookchin: ripensare l’etica, la natura e la società 

Senza fare però di ogni erba un fascio e sottolineando che comunque ci sono nordamericani e nordamericani.

Significativo e importante conoscere – attraverso la testimonianza della figlia – l’origine del rapporto tra il pensatore anarchico – statunitense, ma di origine russa – Murray Bookchin (che molti di noi ricordano, basco in testa, a Venezia nel 1984) e Öcalan.

Racconta la giornalista Debbie Bookchin, esponente dell’Institute for Social Ecology, di quando Murray le rivelò – in modo casuale e disinvolto – che «apparentemente i curdi hanno letto il mio lavoro e stanno cercando di mettere in pratica le mie idee». Un corpo di idee che il filosofo e storico aveva denominato «ecologia sociale». In quei giorni (aprile 2004) Bookchin padre aveva ricevuto una lettera da un intermediario (un traduttore tedesco, Reimar Heider) che scriveva a nome del militante curdo imprigionato a Imrali.

Comprensibile un certo iniziale stupore, visto e considerato che fino ad allora nulla dell’ideologia del fondatore del Pkk «sembrava in alcun modo assomigliare a quella di mio padre». Invece, come spiegò Heider, «Öcalan stava leggendo le traduzioni turche dei libri di mio padre in carcere e si considerava un suo bravo studente»***. Libri che Öcalan aveva potuto ottenere in carcere in quanto necessari alla preparazione di una strategia legale per la propria difesa durante il processo per tradimento. Individuando nella formazione e sviluppo dello stato-nazione (a partire dalle prime espressioni conosciute in Mesopotamia, in contemporanea con la nascita dell’agricoltura, dell’allevamento, della schiavitù, dell’oppressione delle donne…) le origini storiche del conflitto turco-curdo ed elaborando una soluzione democratica per ristabilire un rapporto di reciproco rispetto e di convivenza. Non solo tra curdi e turchi, ma fra tutti i popoli del Medio Oriente.

Il cammino intrapreso dal Pkk (fino ad approdare – nel 1998 – al Confederalismo democratico) era iniziato nei primi anni Novanta (quindi prima della cattura di Öcalan) in coincidenza con la caduta del socialismo reale. Una nuova strategia che rifletteva – tra l’altro – i cambiamenti demografici avvenuti nella società curda. Dei tredici milioni di abitanti di Istanbul, ricorda la giornalista «sei milioni sono curdi» e altri quattro milioni sarebbero i curdi emigrati in Europa. Al punto che ormai, secondo Debbie Bookchin «la maggior parte dei curdi non vive in Kurdistan». Ne consegue pertanto che «la lotta principale non  è più nazionale, ma sociale».

In qualche modo “più attraente” anche per tutti quei soggetti oppressi e sfruttati, umiliati e offesi che – senza esser curdi – subiscono comunque il tallone di ferro dell’imperialismo e dei vari regimi.

 

Purtroppo le circostanze sfavorevoli non consentirono un incontro di persona tra i due. Bookchin era già anziano e con problemi di salute, Öcalan in carcere, spesso sottoposto a lunghi periodi di isolamento. Per cui i loro contatti si limitarono a uno scambio epistolare. Nell’ultima lettera aveva scritto: «La mia speranza è che il popolo curdo possa un giorno essere in grado di creare una società libera e razionale che permetta al loro splendore ancora una volta di prosperare. Hanno la fortuna di avere un leader del talento di Öcalan per guidarli».

Alla morte di Bookchin (30 luglio 2006), il Pkk lo volle ricordare con una dichiarazione – presumibilmente dettata dallo stesso Öcalan – di due pagine in cui lo definiva «uno dei più grandi scienziati sociali del ventesimo secolo».

E aggiungeva: «Ci ha introdotti al pensiero dell’ecologia sociale, e per questo verrà ricordato con gratitudine dall’umanità. […]  Ci impegniamo a far vivere Bookchin nella nostra lotta. Metteremo questa promessa in pratica come la prima società che stabilisce un tangibile Confederalismo democratico».

Altrettanto meritevoli di attenzione altri contributi internazionali e internazionalisti: latino-americani (l’uruguayano Raul Zibechi, già nominato), turchi (l’intervista a Devrimci Anarsiste Faaliyet) italiani (Norma Santi, Salvo Vaccaro, Eleonora Corace), curdi (Dilar Dirik, Hawzhin Azeer – citata in “Rivoluzionari o pedine dell’Impero?”), tedeschi e – presumibilmente – francesi (G.D. & T.L.).

Per la rivoluzione, non per il martirio e nemmeno per farsi pubblicità

Esaurienti e significative le interviste a chi materialmente “si è sporcato le mani”, i militanti integrati nelle Ypg, Ypj e Irpgf.

In Non per il martirio (a cura di CrimethInc), oltre a spiegare le diverse motivazioni che possono aver spinto giovani turchi, europei, statunitensi a combattere con i curdi, non si lesina qualche critica a certi atteggiamenti e comportamenti. Per esempio di quelli che «provano un enorme piacere a mostrare i loro volti, posano con le armi in pugno e gongolano dei loro successi». Spiegando che – purtroppo – non sono mancati i casi di volontari che «hanno usato il conflitto nel Rojava come veicolo per farsi pubblicità, che fa un po’ parte della logica dell’età del selfie e dei social media». Questo ha permesso ad alcuni di loro (comunque una «piccola percentuale dei combattenti internazionali, in nessun modo rappresentativi delle motivazioni e delle azioni della maggior parte») di «guadagnare piccole fortune scrivendo libri e usando la rivoluzione per i loro guadagni personali». E questa, lo dicono fuori dai denti «è la peggior forma di avventurismo e di opportunismo».

Anche per rispetto a tutti gli internazionalisti morti combattendo contro il califfato (Daesh) o contro l’esercito turco. Tra cui molte compagne: Barbara Kistler, Andrea Wolf, Ivana Hoffman, Ayse Deniz Karacagil, Anna Campbell, Alina Sanchez…

E nel  suo “Poscritto” Norma Santi ricorda in particolare i compagni anarchici caduti: Michael Israel, Robert Grodt, Haukur Hilarsson, Anna Montgomery Campbell (già ricordata), Sehid Sevger Ara Makhno, Lorenzo Orsetti.

Senza dimenticare altri cinque anarchici (Alper Sapan, Evrim Deniz Erol, Caner Delissu, Serat Devrim, Medali Barutcu) uccisi nella strage jihadista di Suruc (20 luglio 2015) costato la vita a 33 giovani turchi e curdi (membri della Federazione delle Associazioni dei Giovani Socialisti) che intendevano portare aiuti ai civili evacuati da Kobane.

Un libro da consultare – si diceva – da studiare. Non solamente, pare ovvio, dagli anarchici o aspiranti tali. Uno spaccato a 360 gradi (o quasi) della complessa situazione (il famoso “groviglio”) del Rojava (ma nel libro si parla anche del Bakur – i territori curdi sotto amministrazione-occupazione turca – e dei monti Qandil).

Qualche ulteriore osservazione senza intenti polemici

Tra le righe de La sfida anarchica nel Rojava si coglie una preoccupazione ricorrente (e comunque legittima per chi se la vuol porre). Ossia quanto siano veramente “rivoluzionari” i compagni curdi. Quanto realmente “anticapitalisti”. E anche quanto realmente “libertari”, se non proprio anarchici.

Preoccupazione legittima – si diceva – ma forse talvolta eccessiva. Dato che non abbiamo a che fare soltanto con una o più organizzazioni (Ypg, Jpg, Pkk…), ma anche – soprattutto – con un popolo. Un popolo che – come altre comunità minoritarie o minorizzate (in quanto separate da artificiosi confini statali) presenti in quei territori – rischia periodicamente, se non il vero e proprio genocidio, quantomeno l’etnocidio o l’assimilazione (forzata e non).

Quindi direi che – forse – non è il caso di cercare, sempre e comunque, il pelino nell’uovo (ancora!).

Ritengo che per i curdi rimanga prioritario il fatto di resistere, sopravvivere. Sia agli eserciti statali che alle milizie parastatali, così come alle squadre della morte… talvolta anche ad altri curdi, più o meno collaborazionisti (vedi, talvolta, il Pdk).

Viceversa, andrebbe apprezzato – e molto – il fatto che in un contesto come quello mediorientale – e di questi tempi poi – qualcuno (se non un intero popolo, almeno una sua componente significativa)  si autorganizzi mettendo radicalmente in discussione le gerarchie consolidate (di stato, di classe, di genere… perfino l’antropocentrismo talvolta).

 

·          * a parziale conferma di quanto sostenuto – la minor adeguatezza degli statunitensi nel comprendere i processi rivoluzionari – e non solo quelli –  riporto quanto scrive Cartier. Senza nemmeno – almeno apparentemente – un filo di ironia: «Sembra il paradosso dei paradossi. Gli Stati Uniti e i loro alleati occidentali sono impegnati in una guerra spietata e implacabile contro il governo siriano di Damasco, proprio questi cosiddetti difensori della democrazia e della libertà che sostengono una delle più spregevoli organizzazioni terroristiche e reazionarie mai viste nella storia recente…». Dove appare alquanto disdicevole (e lo è ovviamente) la copertura data – almeno in una certa fase – a Daesh dagli Usa. Mentre appare – o almeno così sembra, potrebbe sembrare – assai meno disdicevole l’attacco imperialista alla Siria (fermo restando il giudizio negativo su Assad). Messa giù così – senza contestualizzare – si potrebbe anche pensare (è una domanda la mia) che in fondo gli Usa non sbagliano nel sentirsi autorizzati, legittimati a intervenire militarmente contro chi non corrisponde ai loro parametri o si frappone ai loro intenti predatori… o no?

·          ** Per quanto siano state esperienze finora sostanzialmente fallimentari,  rimangono – a mio avviso – non solo valide, ma generalizzabili e applicabili ovunque in futuro dovessero crearsene le condizioni. Con maggior fortuna ci si augura.

·          *** Oltre che da Bookchin, Öcalan sarebbe stato influenzato dal pensiero di Braudel, Wallerstein, Mies, Foucault. Presumibilmente anche dal Comandante Marcos, a sua volta influenzato dal situazionismo di Guy Debord che – lo ricordava la figlia – fu tra coloro (cita anche Herbert Marcuse, Daniel Cohn-Bendit, Huey Newton…) che ebbero con Bookchin uno scambio proficuo di idee e di reciproche contaminazioni.

·           

Abbiamo proposto qui un articolo dal taglio insolito per OGzero: solitamente non pubblichiamo recensioni di libri ma Gianni Sartori in questo caso ha intessuto un legame tra i saggi citati e i temi che ci sono più cari (resistenza, autogoverno, rifiuto delle gerarchie e del patriarcato…) rendendo il “groviglio” mediorientale un paradigma rintracciabile in molte delle vicende che su questo sito cerchiamo di narrare. Inoltre si tratta di portare l’attenzione su un dibattito che riguarda l’atteggiamento rivoluzionario di esperimenti sociali alternativi al modello capitalistico a livello globale – quindi geopolitico – tanto nell’attuale situazione, quanto a livello diacronico.

 

da qui

lunedì 20 novembre 2017

Chi spara (metaforicamente) sui curdi sa cosa sta facendo? - Gianni Sartori

  
Mi ero ripromesso di non partecipare, possibilmente nemmeno assistere, alle polemiche anti-curde seminate in rete da certi sedicenti anti-imperialisti; talvolta di destra, sia dichiarata che mascherata (“rosso-bruni”) ma altre volte di sinistra. Di sinistra? Sì, diciamolo pure, talvolta anche di sinistra; del resto abbiamo visto anche di peggio, nella sinistra, vera o presunta.
Polemiche che stanno però amareggiando la mente e il cuore di chi deve assistere suo malgrado a questa indecente propaganda anti-curda e, in secondo ordine, anti-libertaria. Prese di posizione quantomeno sospette, pretestuose. Polemiche che si autoalimentano con il “botta e risposta”. Meglio non concimarle, mi dicevo; meglio non farsi trascinare nel fango e nel tanfo.
Offese incomprensibili – a chi giovano? – nei confronti di chi sta in prima linea contro il neofascismo (islamico e non). Come quelle in merito alla partecipazione di anarchici (elegantemente definiti “piccoli delinquenti”), libertari e lesbiche – ma Ivana Hoffman, andata a morire eroicamente contro l’Isis, cos’era? – nelle nuove brigate internazionali che combattono a fianco dei curdi contro l’Isis. (*)
Nel testo di un autoproclamato “Osservatorio Anticapitalista” si coglieva l’occasione per evocare maldestramente lo spettro del povero Mackno accusato nientemeno che di “sionismo” (nel 1920-21?). Dovrebbero spiegarsi meglio, visto che uno dei loro teorici di riferimento dell’Osservatorio, cioè Leon Trotski, aveva ripetutamente accusato «il bandito Nestor Mackno» di «antisemitismo».
Delle due l’una. O forse nessuna. (**)

VADA PER I “ROSSO-BRUNI” MA ORA ANCHE CERTI TROTSKISTI?
C’è un limite a tutto. Dopo le variegate insulsaggini sparse al vento (in particolare su curdi e anarchici) da siti irrilevanti, sostanzialmente autoreferenziali, a farmi desistere dal proposito di non immischiarmi è stato un intervento – peraltro speditomi dagli interessati – del PDAC (sezione italica della LIT Quarta Internazionale). Qui i curdi del Rojava vengono accusati di non essersi opposti abbastanza al regime di Assad e anche di aver conservato una struttura «stalinista-maoista» sostanzialmente gerarchica, autoritaria; quasi un imprevisto richiamo alla democrazia diretta e allo spirito libertario.Provenendo dagli epigoni di chi ha poco elegantemente «buttato nella spazzatura della Storia» i marinai di Kronstadt e i macknovisti farebbe anche sorridere, se pur amaramente…
Metodi talvolta “autoritari” quelli adottati da YPG e PKK? Ma perfino i compagni della Colonna Durruti, nel bel mezzo di un conflitto come quello del 1936-39 in Spagna, si videro talvolta costretti a usare metodi non filologicamente “democratici”: ma i miliziani anarchici si trovavano nel mezzo del ferro e del fuoco di una guerra di liberazione, come appunto i curdi in Rojava e Bakur. E sappiamo bene come si comportano i reazionari in caso di vittoria: dai massacri indiscriminati di cui furono vittime i comunardi fino a quelli operati da Franco nel lungo “dopoguerra”, quello è il loro stile.
Non è di secondaria importanza che entrambi (sia gli antifranchisti che i curdi) stessero e stiano – rispettivamente – operando per il superamento di una società fondata sullo sfruttamento, sull’oppressione, sulla gerarchia, sostanzialmente sul potere (di capitalisti e burocrati ma anche di commissari politici o cekisti).
Nello stesso articolo diffuso dal PDAC si ironizza sulla virgolettata da loro «democrazia di base» in Rojava riprendendo un’intervista a Joseph Daher (un sostenitore dei “ribelli” siriani anti-Assad). Con argomenti analoghi a quelli già utilizzati dal sopracitato “Osservatorio Anticapitalista” (magari con intenti diametralmente opposti) questi trotskisti nostrani mostravano di condividerne il sostanziale disprezzo per il Confederalismo democratico adottato dalla resistenza curda. Vagamente surreale poi l’accusa al PYD di aver esautorato i Consigli (l’equivalente dei Soviet) che prima in Rojava quasi non esistevano se non come aspirazione, tendenza tradizionale all’autogoverno delle popolazione locali. Quelli della LIT-Quarta Internazionale per me (dal mio modesto punto di vista sostanzialmente ecumenico) rimangono a sinistra. Però non posso fare a meno di sottolineare come la loro accusa nei confronti dei curdi (non essersi opposti abbastanza al regime siriano di Assad) sia diametralmente opposta alla condanna senza appello già emessa dal severissimo “Osservatorio Anticapitalista” cioè di non essersi decisamente schierati a fianco di Assad (ritenuto baluardo di antimperialismo e antisionismo).
Forse qualcuno (mi consolo: non solo io) ha le idee un tantino confuse.

Qualche precisazione.
Le brigate di ispirazione anarchica e libertaria operanti in Rojava – e anche in Bakur – sono organiche a quelle dei marxisti-leninisti turchi del MLKP (comunisti, fino a prova contraria) a cui si deve la costituzione nel 2015 della Brigata Internazionale della Libertà (in collaborazione con le Forze unitarie per la Libertà, il fronte rivoluzionario MLSPB e Reconstruccion Comunista, quest’ultima spagnola). Quindi perché polemizzano solo con le componenti libertarie? Cos’è? Coazione a ripetere?
Se la fossero presa soltanto con gli anarchici, forse avrei lasciato perdere: non sono anarchico e credo non serva loro un avvocato d’ufficio. Inoltre, forse per ragioni anagrafiche, non coltivo più troppe speranze sui “domani che cantano”. Eppure, quando qualcuno prova a rimettere in discussione «lo stato di cose presente» (e il suo indispensabile corollario: lo Stato) non posso che augurargli la vittoria. Resto convinto che un giorno, magari fra cento anni, di molti Stati, sistemi economici, ideologie – e ovviamente anche religioni – perfino il ricordo sarà disperso. Invece resteranno, non ho dubbi, i popoli. Alcuni almeno, quelli che faticosamente hanno saputo sopravvivere come Nazioni anche senza Stato. I curdi, appunto. E magari anche i baschi e gli irlandesi.

Come ha sottolineato recentemente Ali Çiçek Debattenblog parlando della «terza rivoluzione» (per la cronaca: è con questa medesima denominazione che i marinai di Kronstadt avevano battezzato la loro nuova insurrezione nel 1921): «La teorica politica Hannah Arendt nel suo studio “Sulla Rivoluzione” analizza la rivoluzione francese, quella americana e altre ancora, per determinare “le caratteristiche fondamentali dello spirito rivoluzionario”. Le riconosce nella possibilità di iniziare qualcosa di nuovo, nell’agire comune delle persone. Affronta soprattutto la questione del perché questo “spirito” non ha trovato una “istituzione” e si è perso nelle rivoluzioni».
In «Potere e Violenza» Hannah Arendt aveva poi scritto: «Se io dico: nessuna delle rivoluzioni, delle quali tuttavia ognuna ha rovesciato una forma di Stato e l’ha sostituita con un’altra, è stata in grado di scuotere il concetto di Stato, con questo intendo qualcosa che ho spiegato nel mio libro sulla rivoluzione: dalle rivoluzioni del 18° secolo in effetti ogni grande sconvolgimento ha sviluppato uno spunto di forma di Stato che indipendentemente da tutte le teorie si determinava a partire dalla rivoluzione stessa, ossia dall’esperienza dell’agire insieme e del voler decidere insieme. Questa nuova forma di Stato è il sistema dei Consigli che, come sappiamo, ogni volta è andato distrutto, annientato o direttamente dalla burocrazia degli Stati Nazione o dai burocrati di partito». Concludendo così: «A me però pare l’unica alternativa che sia comparsa nella storia e che continua a verificarsi».
Effettivamente la formazione spontanea di Consigli appare come una costante di quasi ogni Rivoluzione, almeno di quelle autentiche e non manipolate: da quella francese del 1789 alla Comune del 1871; da quella russa (sia nel 1905 che nel 1917 e poi nel 1921) a Germania e Austria alla fine della Prima Guerra Mondiale; e in quella ungherese del 1956 che iniziò dal Consiglio operaio di una fabbrica di lampadine. Ogni volta spontaneamente, quasi inconsapevolmente. Come se prima di allora eventi simili mai fossero accaduti.
Ali Çiçek Debattenblog non ha dubbi: «Annovero la rivoluzione in Kurdistan, con la sua carica esplosiva che ha per via della sua posizione geograficamente centrale, ma soprattutto per via della sua concezione di rivoluzione e del suo paradigma sociale, nella serie delle grandi rivoluzioni dell’umanità». Ma rispetto alle rivoluzione analizzate da Arendt individua alcune differenze. Innanzitutto il «cambio di paradigma» operato dal movimento di liberazione curdo e dal suo ideologo Apo Ocalan per cui «il PKK è riuscito a scuotere il concetto di Stato ed è riuscito a trovare una “istituzione” per lo “spirito rivoluzionario”, il confederalismo democratico». Inoltre la formazione di consigli nel Rojava «non si è creata spontaneamente, ma è stata una decisione consapevole di una forza organizzata». Per concludere che «il sistema dei Consigli previsto dal movimento curdo si basa su tradizioni rivoluzionarie consapevoli del Medio Oriente e a livello globale e su una teoria, ossia quella del socialismo democratico».
Tra le fonti che hanno maggiormente irrigato l’elaborazione del Confederalismo democratico va ricordato sicuramente il pensatore libertario Murray Bookchin, in particolare con il suo saggio sulla Terza rivoluzione: “The Third Revolution: Popular Movements in the Revolutionary Era”, volume 3. (***) Per Bookchin «la prima rivoluzione» inizia con l’insurrezione delle masse popolari che scacciano il vecchio regime. Subentra poi la «seconda rivoluzione» quando la forza politica si concentra in uno Stato centrale mentre coloro che avevano realizzato la prima rivoluzione vengono allontanati dai processi decisionali. Fin qui un’analisi che collima con quanto scriveva nel 1937 il comunista anarchico Jaime Balius, esponente de Los amigos de Durruti. Non solo. Sembra della stessa opinione anche Andreu Nin, spesso citato sia dal PDAC che dall’Osservatorio Anticapitalista. Citato magari indebitamente visto che Nin ancora nel 1934 aveva rotto con Trotski. Fondatore con Joaquin Maurin del POUM, Andreu Nin finì con il condividere nella sostanza il duro giudizio di Balius sulla soppressione, di fatto se non di nome, dei Soviet in Russia nel 1921 (repressione di Kronstadt e dei maknovisti). Questo almeno è quanto emerge da alcuni scritti di Nin. Per esempio su “La Batalla” del 4 marzo 1937 dove Nin riporta un articolo di Jaime Balius che aveva paragonato la situazione catalana a quella della rivoluzione francese «quando si chiedeva a gran voce la sospensione dei Club, e a quello vissuto in Unione Sovietica, quando si reclamò la soppressione dei Soviet». Sottolineo che Nin riprendeva testualmente, condividendole, le parole (e i timori) di Balius. Solo due mesi dopo, i noti eventi di Barcellona in cui vennero assassinati dagli stalinisti sia Nin che molti militanti della CNT (perfino un fratello di Ascaso) e gli anarchici italiani Camillo Berneri e Francesco Barbieri.
Tornando a Murray Bookchin, forse il grande libertario statunitense in materia di “rivoluzioni” peccava leggermente di ottimismo. Riteneva infatti che dopo la «seconda» dovesse arrivarne (quasi automaticamente) anche una «terza».
Quando «l’organizzazione democratica delle società tentava di riconquistare la forza politica perduta». O tentava almeno di arrestare il Termidoro, l’involuzione burocratica, la militarizzazione… lo stato di polizia o quantaltro. Questo movimento costituisce appunto la «terza rivoluzione». Come appunto nel caso di Kronstadt che nel 1921 si rivoltò contro il monopolio del potere bolscevico rilanciando la parola d’ordine «Tutto il potere ai Soviet!».
Secondo Ali Çiçek Debattenblog l’originalità di Abdullah Ocalan consiste nell’aver saputo ridefinire il ruolo del PKK come «propulsore della terza rivoluzione». Superando la concezione leninista del partito con «un programma che ha come obiettivo la trasformazione in una società democratica, libera e ugualitaria, una strategia comune per tutti i raggruppamenti sociali che hanno interesse in questo programma, e con una tattica che persegue un’organizzazione ampia di gruppi della società civile, ambientalisti, femministi e culturali e in questo non trascura la legittima autodifesa» (di Öcalan vedi «Oltre lo Stato, il Potere e la Violenza»).
Per quanto mi riguarda sostanzialmente concordo. Al momento non vedo altre vie d’uscita (realistiche e praticabili) dalla barbarie del liberismo capitalista nella sua “fase suprema” ormai dilagante. Sempre che fuoriuscirne sia ancora possibile, naturalmente.

CHI SPARA SUI CURDI SPARA SULLA RIVOLUZIONE  (ANCHE SE FORSE NON LO SA)
Allora chi oggi spara sui curdi e sul Confederalismo democratico (per ora a salve, ma il maggio 1937 di Barcellona non lo abbiamo dimenticato) a chi sta sparando in realtà?
Spara sull’esperimento sociale che, qui e ora, rappresenta forse il tentativo più significativo, tra quanto è umanamente possibile, di abbattere e superare radicalmente – nei fatti, non solo nelle intenzioni – l’oppressione, la discriminazione, lo sfruttamento (non solamente dell’uomo sull’uomo e sulla donna, ma anche sul Pianeta che vive, sulla “natura” per capirci…). In sostanza: contro le gerarchie e il potere, comunque inteso.
Questo fuoco incrociato (sia da destra che da sinistra) è rivolto sul diritto all’autodeterminazione, all’autogoverno, all’autogestione.
Chi spara sui curdi dunque spara anche sui Consigli della rivoluzione tedesca; sui Soviet del 1905, del 1917, del 1921; sulla Telefonica di Barcellona, su Berneri e Nin (maggio 1937), sulle collettività dell’Aragona (quelle represse da Lister nell’agosto 1937). Spara sugli zapatisti (sia quelli storici di Emiliano che su quelli di Marcos); sui Lakota di Cavallo Pazzo e sugli eretici ribelli di Gioacchino da Fiore; sulle donne di Barcellona sepolte al Fossar (1714), sui proletari asturiani del 1934 e sui gudaris baschi che si batterono contro Franco. Spara sui ragazzi irlandesi del Bogside a Derry e su quelli di Falls Road a Belfast; sui palestinesi di Sabra e Shatila (1982) e anche su quelli di Tel al-Zaatar (1976, per chi ha dimenticato come andarono le cose). Un elenco pressoché infinito di ribelli caduti insorgendo contro l’esistente reificato. Non avendo altro da perdere che le proprie catene e forse qualche illusione… (****)

E spara anche su milioni di vittime indifese e inermi che non poterono nemmeno ribellarsi. Al massimo tentare, invano, di fuggire… Come Anna Frank, Sara Gesses e, appunto, Walter Benjanim (*****).

In compenso sparando (sempre metaforicamente) sui curdi si rischia di alimentare il fatalismo e la rassegnazione di chi ritiene di dover sempre e comunque affidare servilmente le proprie sorti, personali e collettive al Potere, a uno Stato (e quindi a militari, burocrati, capi, guardie, preti, dirigenti, commissari…).
Non credo proprio che questi “cecchini” anticurdi stiano rendendo un buon servizio alla Rivoluzione sociale comunque intesa. Tanto meno all’umanità oppressa, umiliata e offesa che, almeno in Kurdistan, ha osato sollevare la testa.
(*) Ultimamente si è parlato, anche troppo e talvolta a sproposito delle Brigate LGBT. Ritengo che tale eccessiva “spettacolarizzazione” (intesa, alla Debord, come forma di mercificazione) mediatica di queste vere o presunte “Brigate LGBT”, possa fare il paio con quella sulle donne curde combattenti (tutte “giovani e belle”, eroiche…e poi dimenticate) di un paio di anni fa. The Queer Insurrection and Liberation Army (TQILA) era nata come componente di International People’s Guerrilla Forces (Forze Guerrigliere Internazionali Rivoluzionarie Internazionali). Tale IRPGF è membro di International Freedom Battalion, la Brigata Internazionale della Libertà. In turco: Enternasyonalist Özgürlük Taburu; in curdo:Tabûra Azadî ya Înternasyonal. Questa è l’unità combattente di volontari stranieri (comunisti, anarchici, socialisti, antifascisti… perfino qualche nostalgico di Enver Hoxha, ma non formalizziamoci) che ha operato a fianco delle Unità di Protezione Popolare (YPG) contro le bande dei fascisti islamici dell’Isis. Ripeto: la Brigata Internazionale della Libertà è stata costituita nel 2015 dal Partito Comunista Marxista Leninista (MLKP), delle Forze Unitarie per la Libertà (BÖG), del Fronte Rivoluzionario MLSPB, della formazione spagnola Reconstrucción Comunista. Quindi, ricordo ancora ai detrattori di cui sopra, originariamente l’International Freedom Battalion venne organizzata non da anarchici ma soprattutto da comunisti (marxisti-leninisti) turchi e dichiaratamente si ispirava alle Brigate Internazionali che combatterono contro il franchismo. Da segnalare (negativamente) l’intervento di Maurizio Blondet, uno che per 40 anni ha collaborato con l’editoria di destra. Cristiano integralista e romanista (non in senso calcistico). Senza remore, Blondet spande carriolate di disprezzo nei confronti dei militanti di The Queer Insurrection and Liberation Army definendoli «finocchi». In realtà, a ben guardare, il suo disprezzo va soprattutto ai comunisti; non sembra essersene ancora accorto chi lo mantiene come contatto fisso nel suo blog. Questo mentre cita ripetutamente gli articoli (spesso imprecisi, surreali) del gay dichiarato Thierry Meyssan. Lapsus rivelatore? E che dire dell’ammirazione per Jorg Haider? Ho visto che in alcuni articoli Blondet ha legittimamente celebrato la «Giornata del martirio e dei martiri» in memoria delle vittime cristiane in Siria. Forse bisognerebbe ricordargli le migliaia di cristiani iracheni che avevano trovato rifugio nel Kurdistan “iracheno” e quelli salvati dai combattenti del PKK scesi dalle montagne. Chi ha versato sangue per portare in salvo popolazioni minorizzate (non mi piace “minoritarie”), sia yazidi che cristiani e alawiti, strappandole alle grinfie degli integralisti? YPG e PKK hanno difeso anche villaggi turcomanni, pur essendo stati i turcomanni spesso la longa manus di Ankara contro i curdi (vedi il massacro nel campo profughi di Atrush nel 1997). Paradossalmente in questo caso l’Isis, ugualmente alleato di Ankara, li stava attaccando in quanto… sciiti!?! Quanto al fatto che talora alcune affermazioni dei personaggi citati siano magari condivisibili, ci riporta all’ovvietà per cui anche l’orologio rotto due volte al giorno segna l’ora giusta.
(**) In merito all’accusa di “sionismo” dispensata talvolta gratuitamente e con eccessiva facilità, osservo soltanto che anche Walter Benjamin (riferimento ricorrente nel sito citato) prese seriamente in considerazione l’ipotesi di trasferirsi in Palestina…“Sionista” pure lui? E Primo Levi allora? Del resto c’è chi sospetta che anche Anna Frank in realtà fosse una “sionista”, magari a sua insaputa.
(***) Un inciso personale. Bookchin l’avevo ascoltato, sotto al tendone allestito dai compagni anarchici di Mestre, al Convegno internazionale anarchico di Venezia nel 1984. Avevo poi scambiato anche qualche battuta (un’amica faceva da interprete, ricordo) ma all’epoca non lo avevo preso adeguatamente in considerazione. Nella polemica di allora tra «ecologia profonda» e la sua «ecologia sociale» mi schieravo con la prima. Peccavo di presunzione ovviamente e mi persi quella che poteva essere una delle interviste più significative della mia vita.
(****) Per qualche ulteriore chiarimento, per quanto parziale, vedi su UIKI onlus:http://www.uikionlus.com/guerra-giusta/ ; e vedi su «Umanità Nova»:http://www.umanitanova.org/2017/10/01/fallacie-e-fandonie/ ma anchehttp://www.umanitanova.org/2017/10/15/quando-il-mio-nemico-e-nemico-del-mio-nemico/. Mi vedo costretto a pubblicizzare anche due dei documenti anti-curdi sopracitati; mi affido al buon senso di chi legge:http://zecchinellistefano.blogspot.it/2017/10/gli-anarchici-provocatori-e-teppisti-al.html e https://www.alternativacomunista.it/content/view/2492/1/
(*****) Su Walter Benjamin suggerisco due letture: «Hannah Arendt -Walter Benjamin, L’angelo della Storia – Testi, lettere, documenti» e «I Benjamin» di Uwe-Karsten.


giovedì 23 aprile 2015

Ma questa è una vera rivoluzione - intervista a David Graeber di Pinar Ogunc


Dopo un viaggio in Rojava, David Graeber ritorna sull'importanza della lotta – e soprattutto delle sue modalità libertarie – in quella regione martoriata dalla guerra. E in quest'intervista a un quotidiano turco evidenzia il ruolo delle donne.

David Graeber è professore di antropologia alla London School of Economics, è un attivista anarchico. Lo scorso ottobre scrisse un articolo per il quotidiano inglese The Guardian, la prima settimana dell'attacco di ISIS a Kobane (Siria del nord) e si chiese perché il mondo continuasse a ignorare i curdi siriani rivoluzionari. Rifacendosi a suo padre che aveva partecipato come volontario nelle Brigate Internazionali nella difesa della Repubblica Spagnola nel 1937, egli chiese: “se oggi esiste un parallelo tra gli assassini falangisti, devoti superficiali di Franco, chi potrebbe essere se non ISIS? Se esistesse un parallelo con le Mujeres Libres in Spagna, chi potrebbe essere se non le coraggiose donne che difendono le barricate a Kobane?”. Questo mondo - e questa volta la più scandalosa di tutte, la sinistra internazionale - si renderà complice nel lasciare che la storia si ripeta ancora una volta?”. Secondo Graeber, la regione autonoma di Rojava dichiarata con un “contratto sociale” nel 2011 come tre cantoni anti-stato e anti-capitalisti, costituisce un esperimento democratico importantissimo della nostra era.
Agli inizi dello scorso dicembre, con un gruppo di otto persone, studenti, attivisti, accademici provenienti da paesi diversi dell'Europa e degli USA, Graeber passò dieci giorni a Cizire - uno dei tre cantoni di Rojava. Egli ebbe la possibilità di osservare in pratica la “autonomia democratica” sul luogo e di fare dozzine di domande. Adesso ci dice le sue impressioni su questo viaggio con domande e risposte ancora più grandi sul perché questo “esperimento” dei curdi siriani sia ignorato dal mondo intero.
p.o.


Nel tuo articolo per il Guardian ti chiedevi perché il mondo intero stesse ignorando “l'esperimento di democrazia” dei curdi siriani. Dopo averla vissuta per dieci giorni, hai qualche nuova domanda o, forse, una risposta alla domanda precedente?
Allora, se qualcuno avesse in testa qualche dubbio sulla veridicità di questa rivoluzione, io gli direi che la mia visita ha completamente chiuso la questione. C'è ancora gente che si esprime in questi termini: questa è di nuovo una parata del PKK (il partito dei lavoratori curdi); essi sono in realtà un'organizzazione stalinista autoritaria che pretende di aver adottato la democrazia radicale. No. Sono assolutamente veri. Questa è una rivoluzione vera e genuina. Ma, in un certo qual modo quello è esattamente il problema. I poteri maggioritari hanno accettato un'ideologia che dice che vere rivoluzioni non possono più avvenire. Allo stesso tempo, molti a sinistra, anche nella sinistra radicale, sembrano aver tacitamente adottato una politica che assume lo stesso concetto, anche se essi fanno ancora qualche rumore rivoluzionario superficiale una volta ogni tanto. Essi dipingono un quadro, quasi puritano, che assume che i giocatori importanti siano i governi e i capitalisti e quella è l'unica partita di cui valga la pena parlare. La partita dove si fa la guerra, si creano villani mitici, si sequestra il petrolio e altre risorse. Noi non vogliamo giocare a quel gioco. Vogliamo creare un nuovo gioco. Un sacco di gente trova questo discorso confuso e inquietante e così sceglie di credere che non stia succedendo nella realtà, o che queste persone siano illuse, disoneste o ingenue.

Dallo scorso ottobre abbiamo assistito a una solidarietà in aumento da parte di movimenti politici diversi da tutto il mondo. C'è stata un'enorme copertura giornalistica veramente entusiasta della resistenza di Kobane da parte dei mass media importanti del mondo. L'atteggiamento politico riguardante Rojava è cambiato in Occidente, in qualche modo. Sono tutti segnali importanti ma pensi che l'autonomia democratica e ciò che si sta sperimentando nei cantoni a Rojava vengano discussi abbastanza? Quanto è importante la percezione generale di “alcune persone coraggiose che combattono contro il male dei nostri tempi, ISIS” nel guidare questo supporto e il fascino generale?
Io trovo incredibile come quanta gente in Occidente veda queste femministe armate, per esempio, e non pensi neanche alle idee che ci devono essere dietro a esse. Pensano solo che stia succedendo in qualche modo. “Credo possa essere una tradizione curda”. In qualche misura si tratta di orientalismo, per forza, oppure semplicemente di razzismo. Non gli succede mai di pensare che la gente del Kurdistan magari sta anche leggendo Judith Butler. Nell'ipotesi migliore essi pensano “oh, stanno tendando di ottenere degli standard di democrazia di tipo occidentale e di diritti delle donne. Mi chiedo se tutto ciò sia reale o solo per il consumo estero”. Non gli viene da pensare che questa gente stia portando queste cose molto oltre quanto gli “standard occidentali” abbiano mai fatto; che essi possano credere veramente in quei principi che gli stati occidentali professano solo a parole.
“Ma i veri rivoluzionari sono rimasti compatti”
Tu hai menzionato l'approccio della sinistra verso Rojava. Come è stato ricevuto dalla comunità anarchica internazionale?
La reazione delle comunità anarchiche internazionali è stata decisamente confusa. Lo trovo decisamente difficile da capire. C'è un gruppo sostanziale di anarchici - di solito gli elementi più settari - che insistono che il PKK sia ancora un gruppo “stalinista” autoritario e nazionalista che ha adottato Bookchin e altre idee della sinistra libertaria per corteggiare la sinistra anti-autoritaria in Europa e in America. Sono sempre stato colpito dal fatto che questa è una delle idee più stupide e narcisistiche che io abbia mai sentito. Anche se le premesse fossero corrette, e un gruppo marxista-leninista decidesse di fingere di avere un'ideologia per ottenere supporto straniero, perché mai essi sceglierebbero proprio le idee anarchiche sviluppate da Murray Bookchin? Sarebbe il bluff più stupido mai fatto. Ovviamente essi fingerebbero di essere islamisti o liberali perché quelle sono le organizzazioni che ottengono le armi e il materiale di supporto. Ad ogni modo, io penso che un sacco di gente nella sinistra internazionale, e la sinistra anarchica inclusa, praticamente non vogliano vincere. Non riescono ad immaginare che una rivoluzione possa realmente accadere e, segretamente, non la vogliono nemmeno, perché significherebbe il dover condividere il loro club alla moda con gente ordinaria; essi non sarebbero più gente speciale. Così, in questo modo è meglio separare i veri rivoluzionari da quelli che si “sparano solo le pose”. Ma i veri rivoluzionari sono rimasti compatti.

Che cosa ti ha impressionato di più a Rojava in termini della pratica dell'autonomia democratica?
C'erano molte cose interessanti. Non credo di aver mai sentito, in qualsiasi altra parte del mondo, di una situazione di potere duale dove le stesse forze politiche creano tutte e due le sponde. C'è la “auto-amministrazione democratica”, che mantiene tutte le forme e le trappole di uno stato-parlamento-ministeri, e così via ma che fu creato per essere specificamente separato dai mezzi del potere coercitivo. In più c'è il TEV-DEM (Il Movimento della Società Democratica), istituzioni democratiche guidate dal basso verso l'alto. Infine - e questa è la chiave - le forze di sicurezza rispondono alle strutture di base e non a quelle dall'alto in basso. Uno dei primi posti che abbiamo visitato è stata l'accademia di polizia (Asayis). Tutti dovevano seguire un corso di risoluzione non violenta dei conflitti e di teoria femminista prima di essere autorizzati a toccare un fucile. I co-direttori hanno spiegato che il loro fine ultimo sarebbe di dare a tutta la popolazione la possibilità di seguire un corso di addestramento in tecniche poliziesche di sei settimane, in modo da eliminare la polizia completamente.

Come rispondi alle critiche diverse riguardanti Rojava? Per esempio: “i curdi non avrebbero potuto fare questo in tempi di pace. È grazie allo stato di guerra...”
Credo che molti movimenti, di fronte a terribili condizioni di guerra, non abolirebbero, nonostante tutto, immediatamente la pena capitale, non scioglierebbero la polizia segreta e non democratizzerebbero l'esercito. Le unità militari, per esempio, eleggono i loro ufficiali.

E c'è pure un'altra critica, che è abbastanza favorita nei circoli che sono a favore del governo qui in Turchia: “Il modello che i curdi - nella linea del PKK e del PYD (Il Partito Curdo di Unione Democratica) – stanno tentando di mettere in pratica non è veramente accettato da tutti i popoli che vivono in Kurdistan. Quella multi-struttura è solo sulla superficie come un simbolo”.
Beh, il Presidente del cantone di Cizire infatti è un arabo, capo di una delle più grosse tribù locali. Si potrebbe argomentare che questi sia solo una figura di facciata. In un certo senso l'intero governo lo è. Ma anche se si guarda alle strutture costruite dalla base in su, si nota che di sicuro non sono solo i curdi che stanno partecipando. Mi è stato detto che l'unico problema reale è costituito da alcuni insediamenti nella “cintura araba”, gente che fu portata in quell'area dal partito Ba'ath negli anni '50 e '60 da altre parti della Siria come parte di una politica intenzionale di marginalizzazione e assimilazione dei curdi. Alcune di quelle comunità sono piuttosto ostili alla rivoluzione. Ma gli arabi le cui famiglie hanno vissuto in Kurdistan per generazioni, o gli assiri, i kirghizi, gli armeni e i ceceni sono molto entusiasti. Gli assiri che abbiamo menzionato dicono che, dopo una lunga e difficile relazione con il regime, finalmente sentono garantiti i loro diritti all'autonomia culturale e religiosa. Probabilmente il problema più difficile potrebbe essere costituito dalla liberazione delle donne. Il PYD e il TEV-DEM concepiscono questa questione come assolutamente centrale alla loro idea di rivoluzione, ma essi si trovano anche a dover affrontare il problema di avere a che fare con larghe alleanze con comunità arabe che pensano che questo viola i loro principi religiosi di base. Per esempio, mentre coloro che parlano siriano hanno le loro proprie organizzazioni delle donne, gli arabi non le hanno, e le ragazze arabe interessate ad organizzarsi intorno a questioni di genere o anche nel seguire seminari femministi devono mettersi in coda alle donne assire o anche a quelle curde. [...]

Sebbene l'autonomia democratica non sembra essere chiaramente sul tavolo dei negoziati in Turchia, il Movimento Politico Curdo tuttavia ci sta lavorando da parecchio, specialmente a livello sociale. Essi cercano di trovare soluzioni in termini legali ed economici per possibili modelli. Quando si mette a confronto, diciamo, la struttura di classe e il livello del capitalismo nel Kurdistan Occidentale (Rojava) e nel Nord Kurdistan (Turchia), che cosa pensi delle differenze di questi due processi per una società anti-capitalista o per un capitalismo minimizzato, come essi lo descrivono?
Io credo che la lotta dei curdi sia esplicitamente anti-capitalista in tutte e due le nazioni. È il loro punto di partenza. Sono stati capaci di arrivare a un tipo di formula: non si può eliminare il capitalismo senza eliminare lo stato, non si può eliminare lo stato senza liberarsi del patriarcato. Tuttavia, per la popolazione di Rojava è abbastanza facile in termini di classe perché la borghesia reale, come era in una regione essenzialmente agricola, scappò con il collasso del regime del partito Ba'ath. Essi si troveranno di fronte a un problema che durerà a lungo se non svilupperanno il loro sistema educativo per evitare che lo strato tecnocratico dedito solo allo sviluppo eventualmente tenterà di assumere il potere; nel frattempo, è comprensibile che si stiano focalizzando di più sui problemi di genere. Sulla Turchia non ne so molto di più ma ho la sensazione che le cose siano molto più complicate.
La rivoluzione in atto
In un periodo in cui i popoli del mondo non riescono a respirare per ovvie ragioni, il tuo viaggio in Rojava ti ha dato ispirazioni per il futuro? Quale pensi sia la “medicina” necessaria alla gente per respirare?
Era incredibile. Ho passato tutta la vita pensando proprio a come potremmo fare cose esattamente come queste in qualche era remota del futuro e molta gente pensa che io sia pazzo a immaginare che possano mai succedere. Questa gente lo sta facendo adesso. Se provano che può essere fatto, che una società veramente egualitaria e democratica è possibile, trasformeranno completamente il senso umano delle possibilità della gente. Io stesso mi sento dieci anni più giovane per aver passato solo 10 giorni in quei luoghi.

Quale immagine ricorderai del tuo viaggio a Cizire?
Ci sono molte immagini impressionanti, così tante idee. Mi è piaciuta moltissimo la differenza tra il modo in cui la gente appare esteriormente e le cose che dice. Tu incontri un tipo, un dottore, che fa un po' paura perché sembra un militare, con un giubbotto di pelle e un'espressione austera e severa. Poi parli un po' con lui e ti spiega: “noi pensiamo che il miglior approccio per la salute della gente sia quello preventivo, la maggior parte delle malattie sono causate da stress. Pensiamo che riducendo lo stress abbasseremo l'incidenza delle malattie cardiache, del diabete, anche i tumori. Quindi il nostro disegno ultimo è la riorganizzazione delle città perché abbiano il 70% di spazi verdi...”. Ci sono tutte queste idee brillanti, un po' pazze. Poi vai a trovare un altro dottore che ti spiega come, a causa dell'embargo turco, non riescono a ottenere le medicine di base o l'equipaggiamento e tutti i pazienti in dialisi che non sono riusciti a trasportare al di là del confine sono morti... La disgiunzione tra le loro ambizioni e le loro circostanze incredibilmente provate. La signora che ci stava facendo effettivamente da guida era un vice-ministro degli esteri di nome Amina. Ad un certo punto, noi ci scusammo per non essere riusciti a portare con noi dei regali migliori per aiutare gli abitanti di Rojava che stanno soffrendo sotto l'embargo. E lei disse: “in fondo non è molto importante. Noi abbiamo una cosa che nessuno può mai darti. Noi abbiamo la nostra libertà. Voi no. Vorremmo solo che ci fosse un modo per noi per darla anche a voi”.

Tu vieni criticato a volte per essere troppo ottimista e entusiasta per ciò che sta avvenendo a Rojava. È così? O quelli che ti criticano non capiscono qualcosa?
Di temperamento sono un ottimista, cerco delle situazioni che sembrano avere delle promesse. Non credo che ci sia nessuna garanzia che funzionerà, che non verrà schiacciata, ma certamente lo sarà se tutti decidiamo, fin dall'inizio, che nessuna rivoluzione è possibile, rifiutiamo di aiutare attivamente o l'attacchiamo, aumentando il suo isolamento, come fanno in molti. Se c'è qualcosa di cui io sono cosciente, mentre altri non lo sono, è il fatto che, forse, la storia non è ancora finita. I capitalisti hanno fatto uno sforzo sovrumano in questi ultimi 30 o 40 anni per convincere la gente che la situazione economica presente - non solo il capitalismo, ma quella forma di capitalismo peculiare, finanziarizzato, semi-feudale che abbiamo oggi - è il solo sistema economico possibile. Hanno fatto molti più sforzi nel provare tutto questo di quanto abbiano fatto per cercare di creare un sistema capitalistico globale e vitale. Come risultato il sistema sta crollando tutto intorno a noi proprio nel momento in cui tutti hanno perduto la capacità di immaginare qualsiasi altra cosa. Bene, io penso che sia abbastanza ovvio che fra 50 anni il capitalismo, in qualsiasi forma lo identifichiamo, e probabilmente in tutte le sue forme, sarà scomparso. Qualcos'altro lo avrà rimpiazzato. Quel qualcos'altro potrebbe non essere meglio. Potrebbe anche essere peggio. Allora mi sembra che questa sia la vera ragione per cui è nostra responsabilità, come intellettuali, o anche come semplici esseri umani pensanti, cercare almeno di immaginare qualcosa che potrebbe essere migliore. E se c'è gente che sta veramente tentando di creare quelle cose migliori, è nostra responsabilità aiutarli.
Pinar Ogunc

Questa intervista è stata pubblicata dal quotidiano Evrensel in turco
traduzione di Francesco D'Alessandro
http://zcomm.org/znetarticle/no-this-is-a-genuine-revolution/


lunedì 13 ottobre 2014

Perché il mondo sta ignorando la rivoluzione dei Curdi in Siria? - David Graeber

Nel 1937, mio padre si arruolò volontario per combattere nelle Brigate Internazionali in difesa della Repubblica Spagnola. Quello che sarebbe stato un colpo di Stato fascista era stato temporaneamente fermato da un sollevamento dei lavoratori, condotto da anarchici e socialisti, e nella maggior parte della Spagna ne seguì una genuina rivoluzione sociale, portando intere città sotto il controllo di sistemi di democrazia diretta, le fabbriche sotto la gestione operaia e le donne ad assumere sempre più potere.

I rivoluzionari spagnoli speravano di creare la visione di una società libera cui il mondo intero avrebbe potuto ispirarsi. Invece, i poteri mondiali dichiararono una politica di "non intervento" e mantennero un rigoroso embargo nei confronti della repubblica, persino dopo che Hitler e Mussolini, apparenti sostenitori di tale politica di "non intervento", iniziarono a fare affluire truppe e armi per rinforzare la fazione fascista. Il risultato fu quello di anni di guerra civile terminati con la soppressione della rivoluzione e quello che fu uno dei più sanguinosi massacri del secolo.

Non avrei mai pensato di vedere, nel corso della mia vita, la stessa cosa accadere nuovamente. Ovviamente, nessun evento storico accade realmente due volte. Ci sono infinite differenze fra quello che accadde in Spagna nel 1936 e quello che sta accadendo ora in Rojava, le tre province a larga maggioranza curda nel nord della Siria. Ma alcune delle somiglianze sono così stringenti, e così preoccupanti, che credo sia un dovere morale per me, in quanto cresciuto in una famiglia le cui idee politiche furono in molti modi definite dalla Rivoluzione spagnola, dire: non possiamo fare sì che tutto ciò finisca ancora una volta allo stesso modo.

La regione autonoma del Rojava, così come esiste oggi, è uno dei pochi raggi di luce - un raggio di luce molto luminoso, a dire il vero - a emergere dalla tragedia della Rivoluzione siriana. Dopo aver scacciato gli agenti del regime di Assad nel 2011, e nonostante l'ostilità di quasi tutti i suoi vicini, il Rojava non solo ha mantenuto la sua indipendenza, ma si è configurato come un considerevole esperimento democratico. Sono state create assemblee popolari che costituiscono il supremo organo decisionale, consigli che rispettano un attento equilibrio etnico (in ogni municipalità, per esempio, le tre cariche più importanti devono essere ricoperte da un curdo, un arabo e un assiro o armeno cristiano, e almeno uno dei tre deve essere una donna), ci sono consigli delle donne e dei giovani, e, in un richiamo degno di nota alle Mujeres Libres (Donne Libere) della Spagna, un'armata composta esclusivamente da donne, la milizia "YJA Star" (l'"Unione delle donne libere", la cui stella nel nome si riferisce all'antica dea mesopotamica Ishtar), che ha condotto una larga parte delle operazioni di combattimento contro le forze dello Stato Islamico.

Come può qualcosa come tutto questo accadere ed essere tuttavia perlopiù ignorato dalla comunità internazionale, persino, almeno in gran parte, dalla sinistra internazionale? Principalmente, sembra, perché il partito rivoluzionario del Rojava, il PYD, lavora in alleanza con il turco Partito Curdo dei Lavoratori (PKK), un movimento combattente marxista impegnato sin dagli anni Settanta in una lunga guerra contro lo Stato turco. La Nato, gli Stati Uniti e l'Unione Europea lo classificano ufficialmente come "organizzazione terroristica". Nel frattempo, l'opinione di sinistra lo descrive spesso come Stalinista.

Ma, in realtà, il PKK non assomiglia neppure lontanamente al vecchio, organizzato verticalmente, partito Leninista che era una volta. La sua evoluzione interna, e la conversione intellettuale del suo fondatore, Abdullah Ocalan, detenuto in un'isola-prigione turca dal 1999, lo hanno condotto a cambiare radicalmente i propri scopi e le proprie tattiche.

Il PKK ha dichiarato che esso non cerca nemmeno più di creare uno Stato curdo. Invece, ispirato in parte dalla visione dell'ecologista sociale e anarchico Murray Bookchin, ha adottato una visione di "municipalismo libertario", invitando i curdi a formare libere comunità basate sull'autogoverno, basate sui principi della democrazia diretta, che si federeranno tra loro aldilà dei confini nazionali - che si spera che col tempo diventino sempre più privi di significato. In questo modo, suggeriscono i curdi, la loro lotta potrebbe diventare un modello per un movimento globale verso una radicale e genuina democrazia, un'economia cooperativa e la graduale dissoluzione dello stato-nazione burocratico.

A partire dal 2005 il PKK, ispirato dalla strategia dei ribelli zapatisti in Chiapas, ha dichiarato un cessate il fuoco unilaterale nei confronti dello Stato turco e ha iniziato a concentrare i propri sforzi nello sviluppo di strutture democratiche nei territori di cui già ha il controllo. Alcuni si sono chiesti quanto realmente sinceri siano questi sforzi. Ovviamente, elementi autoritari rimangono. Ma quello che è successo in Rojava, dove la Rivoluzione siriana ha dato ai curdi radicali la possibilità di condurre tali esperimenti su territori ampi e confinanti fra loro, suggerisce che tutto ciò è tutt'altro che un'operazione di facciata. Sono stati formati consigli, assemblee e milizie popolari, le proprietà del regime sono state trasformate in cooperative condotte dai lavoratori - e tutto nonostante i continui attacchi dalle forze fasciste dell'ISIS. Il risultato combacia perfettamente con ogni definizione possibile di "rivoluzione sociale". Nel Medio Oriente, almeno, tali sforzi sono stati notati: particolarmente dopo che il PKK e le forze del Rojava per combattere efficacemente e con successo nei territori dell'ISIS in Iraq per salvare migliaia di rifugiati Yezidi intrappolati sul Monte Sinjar dopo che le locali milizie peshmerga avevano abbandonato il campo di battaglia. Queste azioni sono state ampiamente celebrate nella regione, ma, significativamente, non fecero affatto notizia sulla stampa europea o nord-americana.

Ora, l'ISIS è tornato, con una gran quantità di carri armati americani e di artiglieria pesante sottratti alle forze irachene, per vendicarsi contro molte di quelle stesse milizie rivoluzionarie a Kobané, dichiarando la loro intenzione di massacrare e ridurre in schiavitù - si, letteralmente ridurre in schiavitù - l'intera popolazione civile. Nel frattempo, l'armata turca staziona sui confini, impedendo che rinforzi e munizioni raggiungano i difensori, e gli aeroplani americani ronzano sopra la testa compiendo occasionali, simbolici bombardamenti dall'effetto di una puntura di spillo, giusto per poter dire che non è vero che non fanno niente contro un gruppo in guerra con i difensori di uno dei più grandi esperimenti democratici mondiali.

Se oggi c'è un analogo dei Falangisti assassini e superficialmente devoti di Franco, chi potrebbe essere se non l'ISIS? Se c'è un analogo delle Mujeres Libres di Spagna, chi potrebbero essere se non le coraggiose donne che difendono le barricate a Kobané? Davvero il mondo - e questa volta, cosa più scandalosa di tutte, la sinistra internazionale, si sta rendendo complice del lasciare che la storia ripeta se stessa?

David Graeber  (theguardian.com, Wednesday 8 October 2014 09.04 BST)
traduzione di Federico Vernarelli


martedì 2 settembre 2014

Isis non passa in Kurdistan

leggo qui, sul blog di un amico di blog, Emmeggì, cose davvero interessanti che Wu Ming hanno scritto su Kurdistan e Isis, e, siccome non si leggono troppo, le ripropongo - franz


ISIS e guerra in Iraq. I 30 punti di Wu Ming
La band di scrittori Wu Ming ha pubblicato ieri su Twitter 30 considerazioni, piuttosto interessanti e condivisibili, su quello che sta succedendo in Iraq. Le riprendiamo e le diffondiamo volentieri.
1) Un mese fa il PKK ha scompigliato le previsioni sulla guerra in Nord Iraq / Sud Kurdistan. Oggi è la principale forza anti-IS sul campo.
1b) Per semplicità diciamo “PKK”, includendo anche la sua forza “cugina” siriana, che ha già liberato dall’IS il Kurdistan occidentale.
2) Di questo ruolo del PKK, intorno a cui ruota gran parte delle decisioni prese in questi giorni da USA e UE, parlan tutti i media globali.
3) Una delle chiavi per capire la situazione è proprio quel che è successo nel Kurdistan “siriano”, oggi zona libera del Rojava.
4) Da quasi 2 anni la guerriglia curda siriana (YPG) infligge pesanti sconfitte all’ISIS/IS, lo stesso accade da circa un mese in Iraq.
5) Ora, provate a cercare sui siti dei giornali italiani, periodo ultimi 30 giorni, queste parole: PKK, YPG, Rojava.
6) Il PKK è una forza di massa laica, socialista libertaria, femminista. In Medio Oriente. E guida una resistenza popolare all’ISIS.
7) Ci sono altre resistenze all’ISIS, episodi di rivolta e di risposta armata anche da parte di popolazioni arabe sunnite.
8) Correttamente, le forze menzionate considerano l’ISIS il mostro di Frankenstein della guerra di Bush e della politica americana in M.O.
9) Di questo protagonismo i nostri media non parlano. Nello scenario spettrale che dipingono, solo ISIS, gruppi filo-USA e armi USA/UE.
10) C’è gente che fino a ieri l’ISIS manco sapeva cos’era e oggi dice che senza gli USA avanzerà la barbarie, quei popoli sono spacciati ecc
11) Di contro, c’è gente che non ha certo aspettato le cazzate lavacoscienza dei nostrani leoni da tastiera per sfidare (e battere) l’ISIS.
12) Mentre PKK e compagn* fermavano l’ISIS e salvavano civili, USA/UE le tenevano (tuttora le tengono) nella lista dei gruppi “terroristi”.
13) Dal giorno stesso in cui PKK e YPG son intervenuti in Nord Iraq, diffondiamo notizie e analisi sulla situazione e sulla guerra all’ISIS.
14) PKK e YPG sono intervenuti quando i Peshmerga curdi filo-USA si sono sbandati a Sengal e altrove di fronte all’avanzata ISIS.
15) L’ISIS era in Nord Iraq da settimane, faceva stragi, stuprava, decapitava, occupava città che poi PKK e YPG hanno liberato.
16) Mentre l’ISIS faceva tutto questo, Obama era fermo come un paracarro. Appena PKK e YPG hanno “sconfinato”, ha annunciato bombardamenti.
17) RIbadiamolo: di tutto questo i giornali italiani hanno scritto poco o – più spesso – niente. La controprova è facile, fate la ricerca.
18) Dopo la morte di Foley, c’è il ricatto morale: o con gli USA o con l’ISIS! Come se gli uni non avessero colpa dell’esistenza dell’altro.
19) Come se non esistessero forze che da tempo sconfiggono sul campo l’ISIS in totale autonomia, nel disinteresse dei ns. “falchi”.
20) Per inciso, molti combattenti in prima linea sono donne. Cosa che fa sclerare una forza ultra-misogina come l’IS/ISIS.
21) Ogni volta che gli USA sono intervenuti in M.O. hanno prodotto mostri sempre peggiori, ormai lo dicono molti analisti americani.
22) Se qualcuno ancora pensa che saranno gli USA a togliere le castagne dal fuoco e riparare la situazione in Iraq, è illuso o in malafede.
23) Dall’altra parte (ma solo in apparenza) ci sono gli idioti che hanno scambiato l’IS/ISIS per una resistenza antimperialista.
24) L’ISIS è una forza d’invasione multinazionale che ha un progetto non di “liberazione” ma di conquista. Sono predoni capitalisti.
25) L’ISIS, fin dal nome, è un progetto coloniale e imperialista. “Sub-imperialista”, se preferite. Non c’è liberazione nel Califfato.
26) L’ISIS è una forza nata grazie a potenze reazionarie (regionali e globali), e aspira allo status di potenza reazionaria.
27) L’«antimperialismo degli imbecilli» si basa sul pensiero bidimensionale: «Il nemico del mio nemico è mio amico».
28) Ma non sempre il nemico del mio nemico è *davvero* suo nemico, e a prescindere da questo, spesso è a pari modo *mio* nemico.
29) Pensare che per andare contro gli USA si possa essere un po’ più “teneri” con l’ISIS è un’aberrazione, chi lo pensa è un nemico, punto.
30) Di contro, chi dice che l’unico modo di essere contro l’ISIS sia appoggiare nuovi interventi USA, o ignora i fatti, o sta truffando.


1.      Una settimana fa abbiamo diffuso via Twitter, in 30 punti numerati, uno scarno sunto di quel che sta accadendo in Nord Iraq (Kurdistan meridionale) e nella zona autonoma del Rojava (Kurdistan occidentale, in territorio siriano), e cosa colleghi gli eventi delle due zone.

Nemmeno un grammo di quella farina era del nostro sacco. Nulla di originale, sono cose che fuori dall'Italia si dicono ormai ovunque, in reportages, analisi e cronache in tempo reale, ma che i nostri media mainstream tendono a ignorare o sottovalutare. 
Non siamo certo esperti o "analisti" di Medio Oriente, siamo persone che leggono, cercano di informarsi. Leggendo dell'ISIS / Stato Islamico e della situazione in Nord Iraq ci siamo accorti di due grandi rimozioni da parte dei commentatori nostrani: il ruolo imprescindibile delle formazioni rivoluzionarie curde e l'esistenza del Rojava. 

Solamente in Italia osservazioni tanto basilari e banali potevano risultare "sorprendenti" e avere la circolazione che hanno avuto. Altrove si legge ben di meglio, e stiamo per dimostrarlo. Dopo il momento dell'estrema sintesi, ecco quello dell'approfondimento. Riproponiamo i 30 punti, ri-raggruppandoli per temi e commentandoli, linkando tutte le fonti utilizzate e segnalando gli aggiornamenti.

Premessa: la centenaria questione curda e il nuovo PKK (e la cattiva coscienza italiana)

Il PKK (Partîya Karkerén Kurdîstan) è il Partito dei Lavoratori del Kurdistan, formazione che da più di trent'anni combatte una guerriglia contro lo stato turco per l'indipendenza del Kurdistan. 
Dopo la caduta dell'impero ottomano e i giochi coi confini da parte degli imperialismi britannico e francese, la regione curda fu divisa tra i territori della Turchia, della Siria, dell'Iraq e dell'Iran. Da allora la lotta per autodeterminazione e indipendenza ha attraversato varie fasi e acute divisioni politiche…