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giovedì 20 gennaio 2022

I deputati di HDP contro il divieto di visita imposto a Öcalan: “Aprite le porte di Imralı”

  

Reazioni crescenti contro l’isolamento aggravato del leader curdo Abdullah Öcalan e dei compagni di prigionia nella prigione dell’isola di Imralı. Oggi è emerso che il leader curdo Abdullah Öcalan ha ricevuto un divieto di visita degli avvocati di 6 mesi e un divieto di visita dei familiari di 3 mesi. Il 22 novembre gli avvocati dello studio legale di Asrın si sono rivolti a un tribunale della provincia di Bursa chiedendo un “incontro immediato” con il leader curdo Abdullah Öcalan, che rimane in isolamento aggravato nel carcere di İmralı, e i suoi compagni di prigionia Ömer Hayri Konar, Hamili Yıldırım e Veysi Aktaş.

 

A seguito del rigetto della richiesta degli avvocati, è emerso che al leader curdo sono stati imposti due nuovi divieti. L’ufficio del giudice dell’esecuzione a Bursa, che ha respinto la domanda, ha citato un divieto di 6 mesi introdotto il 12 ottobre a seguito di un’indagine disciplinare avviata contro Öcalan.

La notizia è stata accolta con reazioni sui social media mentre i rappresentanti eletti del popolo curdo hanno espresso le loro preoccupazioni sui prigionieri di Imrali che sono stati a lungo tenuti in isolamento con il mondo esterno.

 

Tayipp Temel: “Tutto è iniziato a Imralı”

Il vicepresidente del Partito democratico dei popoli (HDP) e vicepresidente a Van, Tayyip Temel ha scritto; “Tutto ciò che sta trascinando il Paese in un disastro è iniziato a Imralı e si è diffuso in tutta la Turchia. È tempo che i popoli e l’intera società cerchino ciò che hanno perso nel posto giusto… Finché l’isolamento a Imralı continuerà, la democrazia, la giustizia e la pace non potranno essere raggiunte in Turchia…”

Öcalan: “I nostri dubbi aumentano”

Il deputato di HDP di Urfa Ömer Öcalan, taggando gli account del Ministero della Giustizia e del ministro della Giustizia Abdulhamit Gül su Twitter, ha dichiarato; “I nostri dubbi aumentano. Cosa stanno cercando di fare le autorità? Quello che sta accadendo non può essere spiegato con i divieti di visita”.

 

L’isolamento è un crimine contro l’umanità

Anche la deputata di HDP per Muş Gülistan Kılıç ha taggato il ministro della Giustizia Abdulhamit Gül e ha espresso la sua reazione affermando; “L’ennesima decisione arbitraria nel paese governata con arbitrarietà… Il signor Öcalan e altri 3 prigionieri sono stati privati di ogni mezzo di comunicazione per mesi e hanno dovuto affrontare una sistematica violazione di tutti i loro diritti fondamentali. L’isolamento è un crimine contro l’umanità, per il quale non esistono termini di prescrizione”.

Nel frattempo sui social media è stata lanciata una campagna hashtag chiedendo #İmralıKapılarınıAçın [Aprite le porte di Imralı] in risposta alle sanzioni arbitrarie imposte dalle autorità turche a Imrali.

Da Uiki OnlusUiki Onlus

sabato 13 febbraio 2021

LET ME LIVE IN MY FOOTSTEPS: una marcia per Ocalan - Gianluigi Deiana

 

Let me die in my footsteps – lasciatemi morire sui miei passi – è un testo di Bob Dylan, giovanissimo allora; è molto semplice ed essenziale, mi frullava in mente ieri mentre camminavo, dopo ore, nella nuvola della montagna verso Ortuabis.

Per quanto flebile possa essere l’intenzione, rispetto alla durezza della realtà, avevo deciso di muovermi comunque, per onorare la settimana internazionalista del popolo kurdo, nell’anniversario della cattura del presidente Ocalan, il 15 febbraio 1999.

Ho un po’ rubato quel titolo cambiandone una sola parola, vivere, «lasciatemi vivere sui miei passi» ma il significato è uguale.

Quello che vorrei dire in queste righe è che esistono i prigionieri politici, come esistono i perseguitati per la causa della giustizia e i costruttori di pace; Abdullah Ocalan è questo. Idee impedite e vite rinchiuse: possono camminare solo sui nostri passi, solo sul cammino testimoniato per loro dai nostri corpi.

E’ poco, ma ne scrivo … nonostante il velo di intimità che protegge questo sentimento. Ho partecipato negli anni scorsi alla marcia internazionalista che il movimento kurdo in Europa organizzava nel cuore delle istituzioni europee – dalla Corte di giustizia in Città del Lussemburgo al Parlamento europeo, a Strasburgo, giù per la valle della Mosella. Ho vissuto da vicino l’apprensione per la tragedia di giovani vite spezzate dallo sciopero della fame, come è successo due anni fa (e poi ancora col martirio della band musicale Grup Yorum, e gli innumerevoli perseguitati a Istanbul come nelle città e villaggi dell’interno). Abbiamo camminato in tanti nella marcia di febbraio, gli scorsi anni. Ma quest’anno, a causa del Covid, è diventato impossibile. Abbiamo dovuto pensare ad altro, per quanto resta compatibile con le circostanze. Abbiamo lanciato una campagna internazionale, con una petizione on line e iniziative diffuse. Abbiamo ottenuto una risoluzione del Parlamento europeo, che addebita in modo inequivoco al regime turco la disumanità nel trattamento dei prigionieri. Abbiamo inoltrato al segretario generale delle Nazioni Unite una lettera aperta, proposta dal congresso dei sindacati del Sudafrica, per l’applicazione nei confronti della Turchia delle nelson mandela rules. Abbiamo inviato a papa Francesco, in occasione del suo ormai prossimo viaggio in Iraq, una lettera aperta chiedendogli di visitare e portare conforto alle popolazioni dei villaggi e delle enclaves kurde e yazide, massacrate dall’Isis e ora in balia del disegno espansivo della Turchia. Cerchiamo in ogni modo di tenere attenta l’opinione pubblica sulla deriva nella Siria del nord, abbandonata dall’amministrazione Trump alle soldataglie assoldate da Erdogan.

Quanto a me, anche spinto dalla contiguità filosofica degli scritti carcerari di Ocalan con l’opera del nostro Gramsci, e sostenuto da realtà associative già attive su questo drammatico problema (i Cobas scuola Sardegna e le locali associazioni gramsciane) ho intrapreso la mia marcia Gramsci-Ocalan, da Ales a Sorgono a Ghilarza, i paesi di Antonio; cento chilometri di cammino, nell’intento di sensibilizzare anche le amministrazioni comunali di passaggio e di contribuire a smuovere per questa via il nostro ministero degli Esteri dal suo colpevole torpore e distoglierlo dalla sua connivenza con regimi criminali quale quello dell’Arabia Saudita, dell’Egitto e della Turchia.

Molti Comuni, primi fra tutti Riace e Palermo, hanno concesso ad Abdullah Ocalan la cittadinanza onoraria. Non si tratta di un atto pletorico: esso richiama il fatto giuridico che un tribunale italiano ha stabilito che Ocalan è un prigioniero «politico» e che questa repubblica ha il dovere giuridico di richiederne formalmente il trasferimento in Italia.

La mia marcia è giunta ora a metà strada, al valico di Ortuabis; domani (venerdì) arriverà a Sorgono e sabato mattina a Ghilarza.

I prigionieri possono camminare solo con i nostri corpi.

da qui

sabato 16 novembre 2019

LIBERTÀ PER OCALAN: IL MOMENTO È ORA



La «bottega» rilancia un appello

È SEMPRE IL MOMENTO: LIBERTà PER OCALAN
«È arrivato il momento! Libertà per Öcalan!» così titolava poco più di un anno fa il sito della Rete Kurdistan: https://www.retekurdistan.it/2018/09/05/e-arrivato-il-momento-liberta-per-ocalan/.
L’appello venne ripreso, fra gli altri, nella pagina dell’associazione Progetto Diritti https://www.progettodiritti.it/arrivato-momento-liberta-ocalan/ che così sintetizzava la campagna ormai ventennale: «Oggi riteniamo più che mai necessario sostenere l’Iniziativa InternazionaleFreedom For Öcalan – Peace in Kurdistan, un’iniziativa di pace multinazionale che lavora per una soluzione democratica della “questione kurda” con kurdi e turchi che vivono pacificamente insieme. Nel marzo 1999, all’indomani della cattura di Öcalan, l’International Initiative Freedom per Abdullah Öcalan – Peace in Kurdistan ha iniziato i suoi lavori per una soluzione pacifica della questione kurda attraverso intense attività di lobbying e pubbliche relazioni e con pubblicazioni periodiche».

Noi siamo convinti che la campagna internazionale per la liberazione di Ocalan sia sempre attuale e imprescindibile per un reale processo di pace in tutte le regioni kurde e per l’avvio di un processo democratico in Turchia.
Dunque chiedere la liberazione di Ocalan e garantirgli di poter esercitare tutti i suoi diritti civili e politici è un dovere politico e morale per i democratici di tutto il mondo, così come lo fu per Nelson Mandela in Sudafrica.
LA REDAZIONE DI «LA BOTTEGA DEL BARBIERI»

Riportiamo i link ad alcuni video e a pagine sulla campagna internazionale.
https://www.youtube.com/watch?v=MbqXoi1OfVI (video su Ocalan, del 2013, sottotitolato in italiano)


lunedì 20 novembre 2017

Chi spara (metaforicamente) sui curdi sa cosa sta facendo? - Gianni Sartori

  
Mi ero ripromesso di non partecipare, possibilmente nemmeno assistere, alle polemiche anti-curde seminate in rete da certi sedicenti anti-imperialisti; talvolta di destra, sia dichiarata che mascherata (“rosso-bruni”) ma altre volte di sinistra. Di sinistra? Sì, diciamolo pure, talvolta anche di sinistra; del resto abbiamo visto anche di peggio, nella sinistra, vera o presunta.
Polemiche che stanno però amareggiando la mente e il cuore di chi deve assistere suo malgrado a questa indecente propaganda anti-curda e, in secondo ordine, anti-libertaria. Prese di posizione quantomeno sospette, pretestuose. Polemiche che si autoalimentano con il “botta e risposta”. Meglio non concimarle, mi dicevo; meglio non farsi trascinare nel fango e nel tanfo.
Offese incomprensibili – a chi giovano? – nei confronti di chi sta in prima linea contro il neofascismo (islamico e non). Come quelle in merito alla partecipazione di anarchici (elegantemente definiti “piccoli delinquenti”), libertari e lesbiche – ma Ivana Hoffman, andata a morire eroicamente contro l’Isis, cos’era? – nelle nuove brigate internazionali che combattono a fianco dei curdi contro l’Isis. (*)
Nel testo di un autoproclamato “Osservatorio Anticapitalista” si coglieva l’occasione per evocare maldestramente lo spettro del povero Mackno accusato nientemeno che di “sionismo” (nel 1920-21?). Dovrebbero spiegarsi meglio, visto che uno dei loro teorici di riferimento dell’Osservatorio, cioè Leon Trotski, aveva ripetutamente accusato «il bandito Nestor Mackno» di «antisemitismo».
Delle due l’una. O forse nessuna. (**)

VADA PER I “ROSSO-BRUNI” MA ORA ANCHE CERTI TROTSKISTI?
C’è un limite a tutto. Dopo le variegate insulsaggini sparse al vento (in particolare su curdi e anarchici) da siti irrilevanti, sostanzialmente autoreferenziali, a farmi desistere dal proposito di non immischiarmi è stato un intervento – peraltro speditomi dagli interessati – del PDAC (sezione italica della LIT Quarta Internazionale). Qui i curdi del Rojava vengono accusati di non essersi opposti abbastanza al regime di Assad e anche di aver conservato una struttura «stalinista-maoista» sostanzialmente gerarchica, autoritaria; quasi un imprevisto richiamo alla democrazia diretta e allo spirito libertario.Provenendo dagli epigoni di chi ha poco elegantemente «buttato nella spazzatura della Storia» i marinai di Kronstadt e i macknovisti farebbe anche sorridere, se pur amaramente…
Metodi talvolta “autoritari” quelli adottati da YPG e PKK? Ma perfino i compagni della Colonna Durruti, nel bel mezzo di un conflitto come quello del 1936-39 in Spagna, si videro talvolta costretti a usare metodi non filologicamente “democratici”: ma i miliziani anarchici si trovavano nel mezzo del ferro e del fuoco di una guerra di liberazione, come appunto i curdi in Rojava e Bakur. E sappiamo bene come si comportano i reazionari in caso di vittoria: dai massacri indiscriminati di cui furono vittime i comunardi fino a quelli operati da Franco nel lungo “dopoguerra”, quello è il loro stile.
Non è di secondaria importanza che entrambi (sia gli antifranchisti che i curdi) stessero e stiano – rispettivamente – operando per il superamento di una società fondata sullo sfruttamento, sull’oppressione, sulla gerarchia, sostanzialmente sul potere (di capitalisti e burocrati ma anche di commissari politici o cekisti).
Nello stesso articolo diffuso dal PDAC si ironizza sulla virgolettata da loro «democrazia di base» in Rojava riprendendo un’intervista a Joseph Daher (un sostenitore dei “ribelli” siriani anti-Assad). Con argomenti analoghi a quelli già utilizzati dal sopracitato “Osservatorio Anticapitalista” (magari con intenti diametralmente opposti) questi trotskisti nostrani mostravano di condividerne il sostanziale disprezzo per il Confederalismo democratico adottato dalla resistenza curda. Vagamente surreale poi l’accusa al PYD di aver esautorato i Consigli (l’equivalente dei Soviet) che prima in Rojava quasi non esistevano se non come aspirazione, tendenza tradizionale all’autogoverno delle popolazione locali. Quelli della LIT-Quarta Internazionale per me (dal mio modesto punto di vista sostanzialmente ecumenico) rimangono a sinistra. Però non posso fare a meno di sottolineare come la loro accusa nei confronti dei curdi (non essersi opposti abbastanza al regime siriano di Assad) sia diametralmente opposta alla condanna senza appello già emessa dal severissimo “Osservatorio Anticapitalista” cioè di non essersi decisamente schierati a fianco di Assad (ritenuto baluardo di antimperialismo e antisionismo).
Forse qualcuno (mi consolo: non solo io) ha le idee un tantino confuse.

Qualche precisazione.
Le brigate di ispirazione anarchica e libertaria operanti in Rojava – e anche in Bakur – sono organiche a quelle dei marxisti-leninisti turchi del MLKP (comunisti, fino a prova contraria) a cui si deve la costituzione nel 2015 della Brigata Internazionale della Libertà (in collaborazione con le Forze unitarie per la Libertà, il fronte rivoluzionario MLSPB e Reconstruccion Comunista, quest’ultima spagnola). Quindi perché polemizzano solo con le componenti libertarie? Cos’è? Coazione a ripetere?
Se la fossero presa soltanto con gli anarchici, forse avrei lasciato perdere: non sono anarchico e credo non serva loro un avvocato d’ufficio. Inoltre, forse per ragioni anagrafiche, non coltivo più troppe speranze sui “domani che cantano”. Eppure, quando qualcuno prova a rimettere in discussione «lo stato di cose presente» (e il suo indispensabile corollario: lo Stato) non posso che augurargli la vittoria. Resto convinto che un giorno, magari fra cento anni, di molti Stati, sistemi economici, ideologie – e ovviamente anche religioni – perfino il ricordo sarà disperso. Invece resteranno, non ho dubbi, i popoli. Alcuni almeno, quelli che faticosamente hanno saputo sopravvivere come Nazioni anche senza Stato. I curdi, appunto. E magari anche i baschi e gli irlandesi.

Come ha sottolineato recentemente Ali Çiçek Debattenblog parlando della «terza rivoluzione» (per la cronaca: è con questa medesima denominazione che i marinai di Kronstadt avevano battezzato la loro nuova insurrezione nel 1921): «La teorica politica Hannah Arendt nel suo studio “Sulla Rivoluzione” analizza la rivoluzione francese, quella americana e altre ancora, per determinare “le caratteristiche fondamentali dello spirito rivoluzionario”. Le riconosce nella possibilità di iniziare qualcosa di nuovo, nell’agire comune delle persone. Affronta soprattutto la questione del perché questo “spirito” non ha trovato una “istituzione” e si è perso nelle rivoluzioni».
In «Potere e Violenza» Hannah Arendt aveva poi scritto: «Se io dico: nessuna delle rivoluzioni, delle quali tuttavia ognuna ha rovesciato una forma di Stato e l’ha sostituita con un’altra, è stata in grado di scuotere il concetto di Stato, con questo intendo qualcosa che ho spiegato nel mio libro sulla rivoluzione: dalle rivoluzioni del 18° secolo in effetti ogni grande sconvolgimento ha sviluppato uno spunto di forma di Stato che indipendentemente da tutte le teorie si determinava a partire dalla rivoluzione stessa, ossia dall’esperienza dell’agire insieme e del voler decidere insieme. Questa nuova forma di Stato è il sistema dei Consigli che, come sappiamo, ogni volta è andato distrutto, annientato o direttamente dalla burocrazia degli Stati Nazione o dai burocrati di partito». Concludendo così: «A me però pare l’unica alternativa che sia comparsa nella storia e che continua a verificarsi».
Effettivamente la formazione spontanea di Consigli appare come una costante di quasi ogni Rivoluzione, almeno di quelle autentiche e non manipolate: da quella francese del 1789 alla Comune del 1871; da quella russa (sia nel 1905 che nel 1917 e poi nel 1921) a Germania e Austria alla fine della Prima Guerra Mondiale; e in quella ungherese del 1956 che iniziò dal Consiglio operaio di una fabbrica di lampadine. Ogni volta spontaneamente, quasi inconsapevolmente. Come se prima di allora eventi simili mai fossero accaduti.
Ali Çiçek Debattenblog non ha dubbi: «Annovero la rivoluzione in Kurdistan, con la sua carica esplosiva che ha per via della sua posizione geograficamente centrale, ma soprattutto per via della sua concezione di rivoluzione e del suo paradigma sociale, nella serie delle grandi rivoluzioni dell’umanità». Ma rispetto alle rivoluzione analizzate da Arendt individua alcune differenze. Innanzitutto il «cambio di paradigma» operato dal movimento di liberazione curdo e dal suo ideologo Apo Ocalan per cui «il PKK è riuscito a scuotere il concetto di Stato ed è riuscito a trovare una “istituzione” per lo “spirito rivoluzionario”, il confederalismo democratico». Inoltre la formazione di consigli nel Rojava «non si è creata spontaneamente, ma è stata una decisione consapevole di una forza organizzata». Per concludere che «il sistema dei Consigli previsto dal movimento curdo si basa su tradizioni rivoluzionarie consapevoli del Medio Oriente e a livello globale e su una teoria, ossia quella del socialismo democratico».
Tra le fonti che hanno maggiormente irrigato l’elaborazione del Confederalismo democratico va ricordato sicuramente il pensatore libertario Murray Bookchin, in particolare con il suo saggio sulla Terza rivoluzione: “The Third Revolution: Popular Movements in the Revolutionary Era”, volume 3. (***) Per Bookchin «la prima rivoluzione» inizia con l’insurrezione delle masse popolari che scacciano il vecchio regime. Subentra poi la «seconda rivoluzione» quando la forza politica si concentra in uno Stato centrale mentre coloro che avevano realizzato la prima rivoluzione vengono allontanati dai processi decisionali. Fin qui un’analisi che collima con quanto scriveva nel 1937 il comunista anarchico Jaime Balius, esponente de Los amigos de Durruti. Non solo. Sembra della stessa opinione anche Andreu Nin, spesso citato sia dal PDAC che dall’Osservatorio Anticapitalista. Citato magari indebitamente visto che Nin ancora nel 1934 aveva rotto con Trotski. Fondatore con Joaquin Maurin del POUM, Andreu Nin finì con il condividere nella sostanza il duro giudizio di Balius sulla soppressione, di fatto se non di nome, dei Soviet in Russia nel 1921 (repressione di Kronstadt e dei maknovisti). Questo almeno è quanto emerge da alcuni scritti di Nin. Per esempio su “La Batalla” del 4 marzo 1937 dove Nin riporta un articolo di Jaime Balius che aveva paragonato la situazione catalana a quella della rivoluzione francese «quando si chiedeva a gran voce la sospensione dei Club, e a quello vissuto in Unione Sovietica, quando si reclamò la soppressione dei Soviet». Sottolineo che Nin riprendeva testualmente, condividendole, le parole (e i timori) di Balius. Solo due mesi dopo, i noti eventi di Barcellona in cui vennero assassinati dagli stalinisti sia Nin che molti militanti della CNT (perfino un fratello di Ascaso) e gli anarchici italiani Camillo Berneri e Francesco Barbieri.
Tornando a Murray Bookchin, forse il grande libertario statunitense in materia di “rivoluzioni” peccava leggermente di ottimismo. Riteneva infatti che dopo la «seconda» dovesse arrivarne (quasi automaticamente) anche una «terza».
Quando «l’organizzazione democratica delle società tentava di riconquistare la forza politica perduta». O tentava almeno di arrestare il Termidoro, l’involuzione burocratica, la militarizzazione… lo stato di polizia o quantaltro. Questo movimento costituisce appunto la «terza rivoluzione». Come appunto nel caso di Kronstadt che nel 1921 si rivoltò contro il monopolio del potere bolscevico rilanciando la parola d’ordine «Tutto il potere ai Soviet!».
Secondo Ali Çiçek Debattenblog l’originalità di Abdullah Ocalan consiste nell’aver saputo ridefinire il ruolo del PKK come «propulsore della terza rivoluzione». Superando la concezione leninista del partito con «un programma che ha come obiettivo la trasformazione in una società democratica, libera e ugualitaria, una strategia comune per tutti i raggruppamenti sociali che hanno interesse in questo programma, e con una tattica che persegue un’organizzazione ampia di gruppi della società civile, ambientalisti, femministi e culturali e in questo non trascura la legittima autodifesa» (di Öcalan vedi «Oltre lo Stato, il Potere e la Violenza»).
Per quanto mi riguarda sostanzialmente concordo. Al momento non vedo altre vie d’uscita (realistiche e praticabili) dalla barbarie del liberismo capitalista nella sua “fase suprema” ormai dilagante. Sempre che fuoriuscirne sia ancora possibile, naturalmente.

CHI SPARA SUI CURDI SPARA SULLA RIVOLUZIONE  (ANCHE SE FORSE NON LO SA)
Allora chi oggi spara sui curdi e sul Confederalismo democratico (per ora a salve, ma il maggio 1937 di Barcellona non lo abbiamo dimenticato) a chi sta sparando in realtà?
Spara sull’esperimento sociale che, qui e ora, rappresenta forse il tentativo più significativo, tra quanto è umanamente possibile, di abbattere e superare radicalmente – nei fatti, non solo nelle intenzioni – l’oppressione, la discriminazione, lo sfruttamento (non solamente dell’uomo sull’uomo e sulla donna, ma anche sul Pianeta che vive, sulla “natura” per capirci…). In sostanza: contro le gerarchie e il potere, comunque inteso.
Questo fuoco incrociato (sia da destra che da sinistra) è rivolto sul diritto all’autodeterminazione, all’autogoverno, all’autogestione.
Chi spara sui curdi dunque spara anche sui Consigli della rivoluzione tedesca; sui Soviet del 1905, del 1917, del 1921; sulla Telefonica di Barcellona, su Berneri e Nin (maggio 1937), sulle collettività dell’Aragona (quelle represse da Lister nell’agosto 1937). Spara sugli zapatisti (sia quelli storici di Emiliano che su quelli di Marcos); sui Lakota di Cavallo Pazzo e sugli eretici ribelli di Gioacchino da Fiore; sulle donne di Barcellona sepolte al Fossar (1714), sui proletari asturiani del 1934 e sui gudaris baschi che si batterono contro Franco. Spara sui ragazzi irlandesi del Bogside a Derry e su quelli di Falls Road a Belfast; sui palestinesi di Sabra e Shatila (1982) e anche su quelli di Tel al-Zaatar (1976, per chi ha dimenticato come andarono le cose). Un elenco pressoché infinito di ribelli caduti insorgendo contro l’esistente reificato. Non avendo altro da perdere che le proprie catene e forse qualche illusione… (****)

E spara anche su milioni di vittime indifese e inermi che non poterono nemmeno ribellarsi. Al massimo tentare, invano, di fuggire… Come Anna Frank, Sara Gesses e, appunto, Walter Benjanim (*****).

In compenso sparando (sempre metaforicamente) sui curdi si rischia di alimentare il fatalismo e la rassegnazione di chi ritiene di dover sempre e comunque affidare servilmente le proprie sorti, personali e collettive al Potere, a uno Stato (e quindi a militari, burocrati, capi, guardie, preti, dirigenti, commissari…).
Non credo proprio che questi “cecchini” anticurdi stiano rendendo un buon servizio alla Rivoluzione sociale comunque intesa. Tanto meno all’umanità oppressa, umiliata e offesa che, almeno in Kurdistan, ha osato sollevare la testa.
(*) Ultimamente si è parlato, anche troppo e talvolta a sproposito delle Brigate LGBT. Ritengo che tale eccessiva “spettacolarizzazione” (intesa, alla Debord, come forma di mercificazione) mediatica di queste vere o presunte “Brigate LGBT”, possa fare il paio con quella sulle donne curde combattenti (tutte “giovani e belle”, eroiche…e poi dimenticate) di un paio di anni fa. The Queer Insurrection and Liberation Army (TQILA) era nata come componente di International People’s Guerrilla Forces (Forze Guerrigliere Internazionali Rivoluzionarie Internazionali). Tale IRPGF è membro di International Freedom Battalion, la Brigata Internazionale della Libertà. In turco: Enternasyonalist Özgürlük Taburu; in curdo:Tabûra Azadî ya Înternasyonal. Questa è l’unità combattente di volontari stranieri (comunisti, anarchici, socialisti, antifascisti… perfino qualche nostalgico di Enver Hoxha, ma non formalizziamoci) che ha operato a fianco delle Unità di Protezione Popolare (YPG) contro le bande dei fascisti islamici dell’Isis. Ripeto: la Brigata Internazionale della Libertà è stata costituita nel 2015 dal Partito Comunista Marxista Leninista (MLKP), delle Forze Unitarie per la Libertà (BÖG), del Fronte Rivoluzionario MLSPB, della formazione spagnola Reconstrucción Comunista. Quindi, ricordo ancora ai detrattori di cui sopra, originariamente l’International Freedom Battalion venne organizzata non da anarchici ma soprattutto da comunisti (marxisti-leninisti) turchi e dichiaratamente si ispirava alle Brigate Internazionali che combatterono contro il franchismo. Da segnalare (negativamente) l’intervento di Maurizio Blondet, uno che per 40 anni ha collaborato con l’editoria di destra. Cristiano integralista e romanista (non in senso calcistico). Senza remore, Blondet spande carriolate di disprezzo nei confronti dei militanti di The Queer Insurrection and Liberation Army definendoli «finocchi». In realtà, a ben guardare, il suo disprezzo va soprattutto ai comunisti; non sembra essersene ancora accorto chi lo mantiene come contatto fisso nel suo blog. Questo mentre cita ripetutamente gli articoli (spesso imprecisi, surreali) del gay dichiarato Thierry Meyssan. Lapsus rivelatore? E che dire dell’ammirazione per Jorg Haider? Ho visto che in alcuni articoli Blondet ha legittimamente celebrato la «Giornata del martirio e dei martiri» in memoria delle vittime cristiane in Siria. Forse bisognerebbe ricordargli le migliaia di cristiani iracheni che avevano trovato rifugio nel Kurdistan “iracheno” e quelli salvati dai combattenti del PKK scesi dalle montagne. Chi ha versato sangue per portare in salvo popolazioni minorizzate (non mi piace “minoritarie”), sia yazidi che cristiani e alawiti, strappandole alle grinfie degli integralisti? YPG e PKK hanno difeso anche villaggi turcomanni, pur essendo stati i turcomanni spesso la longa manus di Ankara contro i curdi (vedi il massacro nel campo profughi di Atrush nel 1997). Paradossalmente in questo caso l’Isis, ugualmente alleato di Ankara, li stava attaccando in quanto… sciiti!?! Quanto al fatto che talora alcune affermazioni dei personaggi citati siano magari condivisibili, ci riporta all’ovvietà per cui anche l’orologio rotto due volte al giorno segna l’ora giusta.
(**) In merito all’accusa di “sionismo” dispensata talvolta gratuitamente e con eccessiva facilità, osservo soltanto che anche Walter Benjamin (riferimento ricorrente nel sito citato) prese seriamente in considerazione l’ipotesi di trasferirsi in Palestina…“Sionista” pure lui? E Primo Levi allora? Del resto c’è chi sospetta che anche Anna Frank in realtà fosse una “sionista”, magari a sua insaputa.
(***) Un inciso personale. Bookchin l’avevo ascoltato, sotto al tendone allestito dai compagni anarchici di Mestre, al Convegno internazionale anarchico di Venezia nel 1984. Avevo poi scambiato anche qualche battuta (un’amica faceva da interprete, ricordo) ma all’epoca non lo avevo preso adeguatamente in considerazione. Nella polemica di allora tra «ecologia profonda» e la sua «ecologia sociale» mi schieravo con la prima. Peccavo di presunzione ovviamente e mi persi quella che poteva essere una delle interviste più significative della mia vita.
(****) Per qualche ulteriore chiarimento, per quanto parziale, vedi su UIKI onlus:http://www.uikionlus.com/guerra-giusta/ ; e vedi su «Umanità Nova»:http://www.umanitanova.org/2017/10/01/fallacie-e-fandonie/ ma anchehttp://www.umanitanova.org/2017/10/15/quando-il-mio-nemico-e-nemico-del-mio-nemico/. Mi vedo costretto a pubblicizzare anche due dei documenti anti-curdi sopracitati; mi affido al buon senso di chi legge:http://zecchinellistefano.blogspot.it/2017/10/gli-anarchici-provocatori-e-teppisti-al.html e https://www.alternativacomunista.it/content/view/2492/1/
(*****) Su Walter Benjamin suggerisco due letture: «Hannah Arendt -Walter Benjamin, L’angelo della Storia – Testi, lettere, documenti» e «I Benjamin» di Uwe-Karsten.


martedì 27 settembre 2016

L’oscena ipocrisia di fronte al Sultano - Alessio Di Florio

  
Se non fosse che sono avvenimenti drammatici e disumani, e che siamo di fronte al rischio di un velocissimo precipitare nella peggior china che la storia abbia mai conosciuto, potremmo quasi scambiarla per una moderna versione comica dello smemorato di Collegno. La narrazione, o presunta tale, del “fallito golpe” in Turchia a metà luglio e degli eventi successivi di larga parte della classe politica e dei grandi media sta portando avanti un vero e proprio teatrino. E che può essere definito solo nella maniera più negativa consentita dalla lingua italiana. Un teatrino che sarebbe già grave se fosse animato solo da incapacità di lettura e di conoscenza. Ma che purtroppo è ancor peggiore, perché guidato da ben precisi interessi speculativi, economici e politici. Nella notte del “fallito golpe” abbiamo sentito giornalisti annunciare che Erdogan era finito, che apparteneva al passato, malcelando la soddisfazione per la vittoria degli alfieri della libertà e della laicità. Tempo qualche ora e si è passati alla celebrazione della vittoria della democrazia e di Erdogan. Ora, sono giorni e giorni che ci raccontano delle retate, delle preoccupazioni per i diritti umani violati, delle torture, del timore che Erdogan possa portare la Turchia verso un suo dominio assoluto.
Quest’indignazione prêt-à-porter, questo improvviso stupore per quanto sta accadendo in Turchia, è una delle apoteosi del teatrino. Erano il 1998 e il 1999 quando vennero pubblicati due libri (oggi quasi introvabili), L’Utopia incarcerata, Diyarbakir, Kurdistan: le “loro” prigioni e Se questa è Europa. Viaggio nell’inferno carcerario turco. L’autore è lo stesso, Dino Frisullo, così come identica è la vicenda che vi viene raccontata:  i quaranta giorni nelle carceri turche dopo l’arresto durante le celebrazioni del Newroz (il capodanno kurdo) 1998. La repressione del popolo kurdo e degli oppositori, il divieto persino di parlare la lingua curda (basti pensare a quel che ha subito Leyla Zana negli anni), la brutalità carceraria erano già quotidianità della Turchia in quegli anni. Ma l’Italia, e le cancellerie europee, hanno sempre poco più che ignorato quel che stava accadendo. Continuando a raccontare la favoletta della Turchia grande alleato “moderato” che presto sarebbe anche entrato nell’Unione Europea. Eppure basta scorrere le rassegne stampa per scoprire che chiusure di televisioni e giornali, arresti di oppositori e giornalisti indipendenti, non sono certo iniziati dopo il “fallito golpe” ma sono quotidiani esercizi del potere politico turco.

Mentre Dino alzava la voce della denuncia dal carcere di Diyarbakir, ci fu un “alto esponente” del nostro Paese che chiese al governo turco “tenetevelo quel comunista” con disprezzo. Qualche mese dopo l’Italia permise l’arresto di Ocalan, il più rappresentativo leader curdo. Un anno dopo, tra i commenti sprezzanti e offensivi di parte della classe politica italiana, fu concesso l’asilo politico al leader curdo. Ma chi lo ha letteralmente tradito, permettendone l’arresto, non è mai stato chiamato a risponderne. Oggi Ocalan, dopo che per anni i suoi legali hanno denunciato le condizioni in cui sopravvive nel carcere di Imrali, è detenuto in un isolamento sempre maggiore. Per cinque anni non ha potuto ricevere visite neanche dalla famiglia, per due dai suoi avvocati. I kurdi sono gli unici finora che combattono (e hanno battuto) l’Isis sul campo. Ma la Turchia che li bombarda e reprime è sempre rimasta un “alleato fedele e moderato” (senza dimenticare che esistono inchieste e documentazione del sostegno e appoggio verso l’Isis stesso dal territorio turco …), e il principale partito kurdo nella lista nera del “terrorismo internazionale”.  A gennaio Istanbul è stato teatro di un attentato, immediatamente condannato dal leader dell’HDP Demirtas. Eppure per ore e ore stampa e televisioni italiche ogni “treperdue” hanno nominato e tirato in ballo  i curdi, il PKK, i marxisti-leninisti (mancavano solo gli anarchici… ), senza mai citare le dichiarazioni di Demirtas. L’unico concetto che si è saputo esprimere è che forse (ma senza molta convinzione) l’attentato non è opera di terroristi curdi, del PKK o marxisti-leninisti e che sono tra i nemici della Turchia, alleato Nato a rischio destabilizzazione per colpa del “Califfato” ma anche dei curdi (perché l’Isis e chi li combatte per lor signori pari sono). Tornando al dopo “golpe fallito” è da notare che le “preoccupazioni” e gli “allarmi” per la “deriva autoritaria” di Erdogan non è ancora stata seguita (in nessuno dei parlamenti nazionali, Italia compresa, e in quello europeo) da alcun atto col quale chiedere la fine dell’accordo col quale l’Unione Europea sta regalando alla Turchia oltre 6 miliardi per fare da gendarme dei migranti.
E proprio il comportamento di certi esponenti “politici” italiani nei confronti del terrorismo Isis è un’altra faccia della stessa medaglia. Continuano, per meri interessi politici di piccola bottega, a ripeterci lo stesso mantra dal 2001 ad oggi. Ma la loro “guerra permanente” non ha fatto altro che alimentare il terrorismo, massacrare milioni di persone nel mondo e renderlo più insicuro. Anche se non lo ammetteranno mai, gli unici in questi anni ad aver preso decisa posizione contro i terrorismi e ad aver cercato di impegnarsi nell’opposizione sono stati i pacifisti, i difensori dei diritti umani, coloro che si impegnano contro le guerre e le sue criminali conseguenze. Continuano a chiedere al “mondo musulmano” di prender posizione, ignorando le tantissime che in questi anni ci son state eccome (una delle prime voci contro il massacro di Rouen è stata del locale imam che ha ricordato gli ottimi rapporti, e le collaborazioni, con il sacerdote assassinato). Posizioni così numerose che in queste settimane la Giorgio Pozzi Editore ha pubblicato un libro che raccoglie solo fatwe “delle autorità religiose musulmane contro il califfato di Al-Baghdadi”. Offendono e denigrano tutti coloro che non si arruolano nella loro pseudo-guerra santa, soprattutto cattolici, che accusano di tacere sui massacri di cristiani nel mondo. Eppure continuano ad affermare, dopo l’assassinio brutale di padre Jacques Hamel, che per la prima volta il “terrorismo islamico” ha colpito una Chiesa e un sacerdote. Ignorando quel che accusano altri di ignorare. Nel dicembre scorso fu arrestato un militante francese di estrema destra (pare ex iscritto al Front National) con l’accusa di aver fornito alcune delle armi della strage a Charlie Hebdo. Perché non è mai stato chiesto a Marine Le Pen e alla destra francese di dissociarsi? I grandi sponsor e finanziatori di Daesh sono da cercarsi anche tra lepetromonarchie alle quali Stati Uniti e stati europei (Italia compresa) vendono armi a tutto spiano.  Quando un’interrogazione parlamentare mesi fa sollevò il caso alla ministra Roberta Pinotti, la risposta fu che è tutto legale e regolare. E finì là. Nessuna indignazione, nessuna richiesta di dissociarsi, nulla di nulla. Diritti umani, violazioni della libertà, repressione, sostegno al terrorismo, a nulla fu dato peso. È tutto “legale e regolare”. Come con la Turchia in questi anni.

mercoledì 10 febbraio 2016

Professore turco citato a giudizio per una domanda in un esame sul leader curdo del PKK Öcalan

Un professore turco sta per essere processato per “propaganda terroristica” per una domanda in un esame sul capo dei ribelli curdi incarcerato,lo ha riportato martedì il quotidiano turco Hurriyet  fra crescenti preoccupazioni per la libertà di espressione in Turchia.
Alla fine del corso sulle poitiche e le istituzioni turche,il professore dell’Università di Ankara Resat Baris Unlu ha impostato ai suoi studenti una domanda comparando due documenti scritti dal fondatore del fuorilegge partito dei lavoratori del Kurdistan (PKK), che sta attualmente scontando l’ergastolo in carcere.
Il documento chiede agli studenti di comparare il manifesto di Abdullah Ocalan del 1978 intitolato ‘La via della rivoluzione del Kurdistan”ed una articolo che egli aveva scritto nel 2012 chiamato”La modernità democratica come costruzione del sistema locale in Medio Oriente”.
I procuratori di Ankara hanno sequestrato la domanda decidendo che il suo intento era di “legittimare (Ocalan) le opinioni e imprimere agli (i suoi studenti) l’idea che era un leader politico.”Nonostante gli sforzi di intervento da parte del preside della facoltà in nome della “libertà accademica”.,il procuratore ha ordinato al professore di presentarsi in tribunale raccomandando che sia condannato alla condanna di sette anni di prigione.
Il quotidiano ha affermato che l’udienza è stata fissata per mercoledì.
I pubblici ministeri turchi hanno aperto una indagine criminale lo scorso mese su di un popolare talk show televisivo sul sospetto che aveva trasmesso “propaganda terrorista” quando un telespettatore aveva telefonato sollevando allarme sul costo umano del giro di vite militare sui ribelli curdi nel Kurdistan turco,la regione curda nel sudest del paese.
Lo scorso mese il Vicepresidente degli Stati Uniti Joe Biden aveva criticato la Turchia per aver fallito nel fissare il giusto “esempio” di libertà di espressione dopo la detenzione di tre maggiori giornalisti e una importante indagine nei confronti di più di 1200 accademici che avevano firmato una petizione che criticava l’offensiva militare.
L’esercito sta conducendo una grande campagna contro i ribelli del PKK con l’obiettivo dichiarato di stanare i militanti, ma gli attivisti dicono l’operazione è solo costata decine di vite civili.
da qui

giovedì 23 aprile 2015

Ma questa è una vera rivoluzione - intervista a David Graeber di Pinar Ogunc


Dopo un viaggio in Rojava, David Graeber ritorna sull'importanza della lotta – e soprattutto delle sue modalità libertarie – in quella regione martoriata dalla guerra. E in quest'intervista a un quotidiano turco evidenzia il ruolo delle donne.

David Graeber è professore di antropologia alla London School of Economics, è un attivista anarchico. Lo scorso ottobre scrisse un articolo per il quotidiano inglese The Guardian, la prima settimana dell'attacco di ISIS a Kobane (Siria del nord) e si chiese perché il mondo continuasse a ignorare i curdi siriani rivoluzionari. Rifacendosi a suo padre che aveva partecipato come volontario nelle Brigate Internazionali nella difesa della Repubblica Spagnola nel 1937, egli chiese: “se oggi esiste un parallelo tra gli assassini falangisti, devoti superficiali di Franco, chi potrebbe essere se non ISIS? Se esistesse un parallelo con le Mujeres Libres in Spagna, chi potrebbe essere se non le coraggiose donne che difendono le barricate a Kobane?”. Questo mondo - e questa volta la più scandalosa di tutte, la sinistra internazionale - si renderà complice nel lasciare che la storia si ripeta ancora una volta?”. Secondo Graeber, la regione autonoma di Rojava dichiarata con un “contratto sociale” nel 2011 come tre cantoni anti-stato e anti-capitalisti, costituisce un esperimento democratico importantissimo della nostra era.
Agli inizi dello scorso dicembre, con un gruppo di otto persone, studenti, attivisti, accademici provenienti da paesi diversi dell'Europa e degli USA, Graeber passò dieci giorni a Cizire - uno dei tre cantoni di Rojava. Egli ebbe la possibilità di osservare in pratica la “autonomia democratica” sul luogo e di fare dozzine di domande. Adesso ci dice le sue impressioni su questo viaggio con domande e risposte ancora più grandi sul perché questo “esperimento” dei curdi siriani sia ignorato dal mondo intero.
p.o.


Nel tuo articolo per il Guardian ti chiedevi perché il mondo intero stesse ignorando “l'esperimento di democrazia” dei curdi siriani. Dopo averla vissuta per dieci giorni, hai qualche nuova domanda o, forse, una risposta alla domanda precedente?
Allora, se qualcuno avesse in testa qualche dubbio sulla veridicità di questa rivoluzione, io gli direi che la mia visita ha completamente chiuso la questione. C'è ancora gente che si esprime in questi termini: questa è di nuovo una parata del PKK (il partito dei lavoratori curdi); essi sono in realtà un'organizzazione stalinista autoritaria che pretende di aver adottato la democrazia radicale. No. Sono assolutamente veri. Questa è una rivoluzione vera e genuina. Ma, in un certo qual modo quello è esattamente il problema. I poteri maggioritari hanno accettato un'ideologia che dice che vere rivoluzioni non possono più avvenire. Allo stesso tempo, molti a sinistra, anche nella sinistra radicale, sembrano aver tacitamente adottato una politica che assume lo stesso concetto, anche se essi fanno ancora qualche rumore rivoluzionario superficiale una volta ogni tanto. Essi dipingono un quadro, quasi puritano, che assume che i giocatori importanti siano i governi e i capitalisti e quella è l'unica partita di cui valga la pena parlare. La partita dove si fa la guerra, si creano villani mitici, si sequestra il petrolio e altre risorse. Noi non vogliamo giocare a quel gioco. Vogliamo creare un nuovo gioco. Un sacco di gente trova questo discorso confuso e inquietante e così sceglie di credere che non stia succedendo nella realtà, o che queste persone siano illuse, disoneste o ingenue.

Dallo scorso ottobre abbiamo assistito a una solidarietà in aumento da parte di movimenti politici diversi da tutto il mondo. C'è stata un'enorme copertura giornalistica veramente entusiasta della resistenza di Kobane da parte dei mass media importanti del mondo. L'atteggiamento politico riguardante Rojava è cambiato in Occidente, in qualche modo. Sono tutti segnali importanti ma pensi che l'autonomia democratica e ciò che si sta sperimentando nei cantoni a Rojava vengano discussi abbastanza? Quanto è importante la percezione generale di “alcune persone coraggiose che combattono contro il male dei nostri tempi, ISIS” nel guidare questo supporto e il fascino generale?
Io trovo incredibile come quanta gente in Occidente veda queste femministe armate, per esempio, e non pensi neanche alle idee che ci devono essere dietro a esse. Pensano solo che stia succedendo in qualche modo. “Credo possa essere una tradizione curda”. In qualche misura si tratta di orientalismo, per forza, oppure semplicemente di razzismo. Non gli succede mai di pensare che la gente del Kurdistan magari sta anche leggendo Judith Butler. Nell'ipotesi migliore essi pensano “oh, stanno tendando di ottenere degli standard di democrazia di tipo occidentale e di diritti delle donne. Mi chiedo se tutto ciò sia reale o solo per il consumo estero”. Non gli viene da pensare che questa gente stia portando queste cose molto oltre quanto gli “standard occidentali” abbiano mai fatto; che essi possano credere veramente in quei principi che gli stati occidentali professano solo a parole.
“Ma i veri rivoluzionari sono rimasti compatti”
Tu hai menzionato l'approccio della sinistra verso Rojava. Come è stato ricevuto dalla comunità anarchica internazionale?
La reazione delle comunità anarchiche internazionali è stata decisamente confusa. Lo trovo decisamente difficile da capire. C'è un gruppo sostanziale di anarchici - di solito gli elementi più settari - che insistono che il PKK sia ancora un gruppo “stalinista” autoritario e nazionalista che ha adottato Bookchin e altre idee della sinistra libertaria per corteggiare la sinistra anti-autoritaria in Europa e in America. Sono sempre stato colpito dal fatto che questa è una delle idee più stupide e narcisistiche che io abbia mai sentito. Anche se le premesse fossero corrette, e un gruppo marxista-leninista decidesse di fingere di avere un'ideologia per ottenere supporto straniero, perché mai essi sceglierebbero proprio le idee anarchiche sviluppate da Murray Bookchin? Sarebbe il bluff più stupido mai fatto. Ovviamente essi fingerebbero di essere islamisti o liberali perché quelle sono le organizzazioni che ottengono le armi e il materiale di supporto. Ad ogni modo, io penso che un sacco di gente nella sinistra internazionale, e la sinistra anarchica inclusa, praticamente non vogliano vincere. Non riescono ad immaginare che una rivoluzione possa realmente accadere e, segretamente, non la vogliono nemmeno, perché significherebbe il dover condividere il loro club alla moda con gente ordinaria; essi non sarebbero più gente speciale. Così, in questo modo è meglio separare i veri rivoluzionari da quelli che si “sparano solo le pose”. Ma i veri rivoluzionari sono rimasti compatti.

Che cosa ti ha impressionato di più a Rojava in termini della pratica dell'autonomia democratica?
C'erano molte cose interessanti. Non credo di aver mai sentito, in qualsiasi altra parte del mondo, di una situazione di potere duale dove le stesse forze politiche creano tutte e due le sponde. C'è la “auto-amministrazione democratica”, che mantiene tutte le forme e le trappole di uno stato-parlamento-ministeri, e così via ma che fu creato per essere specificamente separato dai mezzi del potere coercitivo. In più c'è il TEV-DEM (Il Movimento della Società Democratica), istituzioni democratiche guidate dal basso verso l'alto. Infine - e questa è la chiave - le forze di sicurezza rispondono alle strutture di base e non a quelle dall'alto in basso. Uno dei primi posti che abbiamo visitato è stata l'accademia di polizia (Asayis). Tutti dovevano seguire un corso di risoluzione non violenta dei conflitti e di teoria femminista prima di essere autorizzati a toccare un fucile. I co-direttori hanno spiegato che il loro fine ultimo sarebbe di dare a tutta la popolazione la possibilità di seguire un corso di addestramento in tecniche poliziesche di sei settimane, in modo da eliminare la polizia completamente.

Come rispondi alle critiche diverse riguardanti Rojava? Per esempio: “i curdi non avrebbero potuto fare questo in tempi di pace. È grazie allo stato di guerra...”
Credo che molti movimenti, di fronte a terribili condizioni di guerra, non abolirebbero, nonostante tutto, immediatamente la pena capitale, non scioglierebbero la polizia segreta e non democratizzerebbero l'esercito. Le unità militari, per esempio, eleggono i loro ufficiali.

E c'è pure un'altra critica, che è abbastanza favorita nei circoli che sono a favore del governo qui in Turchia: “Il modello che i curdi - nella linea del PKK e del PYD (Il Partito Curdo di Unione Democratica) – stanno tentando di mettere in pratica non è veramente accettato da tutti i popoli che vivono in Kurdistan. Quella multi-struttura è solo sulla superficie come un simbolo”.
Beh, il Presidente del cantone di Cizire infatti è un arabo, capo di una delle più grosse tribù locali. Si potrebbe argomentare che questi sia solo una figura di facciata. In un certo senso l'intero governo lo è. Ma anche se si guarda alle strutture costruite dalla base in su, si nota che di sicuro non sono solo i curdi che stanno partecipando. Mi è stato detto che l'unico problema reale è costituito da alcuni insediamenti nella “cintura araba”, gente che fu portata in quell'area dal partito Ba'ath negli anni '50 e '60 da altre parti della Siria come parte di una politica intenzionale di marginalizzazione e assimilazione dei curdi. Alcune di quelle comunità sono piuttosto ostili alla rivoluzione. Ma gli arabi le cui famiglie hanno vissuto in Kurdistan per generazioni, o gli assiri, i kirghizi, gli armeni e i ceceni sono molto entusiasti. Gli assiri che abbiamo menzionato dicono che, dopo una lunga e difficile relazione con il regime, finalmente sentono garantiti i loro diritti all'autonomia culturale e religiosa. Probabilmente il problema più difficile potrebbe essere costituito dalla liberazione delle donne. Il PYD e il TEV-DEM concepiscono questa questione come assolutamente centrale alla loro idea di rivoluzione, ma essi si trovano anche a dover affrontare il problema di avere a che fare con larghe alleanze con comunità arabe che pensano che questo viola i loro principi religiosi di base. Per esempio, mentre coloro che parlano siriano hanno le loro proprie organizzazioni delle donne, gli arabi non le hanno, e le ragazze arabe interessate ad organizzarsi intorno a questioni di genere o anche nel seguire seminari femministi devono mettersi in coda alle donne assire o anche a quelle curde. [...]

Sebbene l'autonomia democratica non sembra essere chiaramente sul tavolo dei negoziati in Turchia, il Movimento Politico Curdo tuttavia ci sta lavorando da parecchio, specialmente a livello sociale. Essi cercano di trovare soluzioni in termini legali ed economici per possibili modelli. Quando si mette a confronto, diciamo, la struttura di classe e il livello del capitalismo nel Kurdistan Occidentale (Rojava) e nel Nord Kurdistan (Turchia), che cosa pensi delle differenze di questi due processi per una società anti-capitalista o per un capitalismo minimizzato, come essi lo descrivono?
Io credo che la lotta dei curdi sia esplicitamente anti-capitalista in tutte e due le nazioni. È il loro punto di partenza. Sono stati capaci di arrivare a un tipo di formula: non si può eliminare il capitalismo senza eliminare lo stato, non si può eliminare lo stato senza liberarsi del patriarcato. Tuttavia, per la popolazione di Rojava è abbastanza facile in termini di classe perché la borghesia reale, come era in una regione essenzialmente agricola, scappò con il collasso del regime del partito Ba'ath. Essi si troveranno di fronte a un problema che durerà a lungo se non svilupperanno il loro sistema educativo per evitare che lo strato tecnocratico dedito solo allo sviluppo eventualmente tenterà di assumere il potere; nel frattempo, è comprensibile che si stiano focalizzando di più sui problemi di genere. Sulla Turchia non ne so molto di più ma ho la sensazione che le cose siano molto più complicate.
La rivoluzione in atto
In un periodo in cui i popoli del mondo non riescono a respirare per ovvie ragioni, il tuo viaggio in Rojava ti ha dato ispirazioni per il futuro? Quale pensi sia la “medicina” necessaria alla gente per respirare?
Era incredibile. Ho passato tutta la vita pensando proprio a come potremmo fare cose esattamente come queste in qualche era remota del futuro e molta gente pensa che io sia pazzo a immaginare che possano mai succedere. Questa gente lo sta facendo adesso. Se provano che può essere fatto, che una società veramente egualitaria e democratica è possibile, trasformeranno completamente il senso umano delle possibilità della gente. Io stesso mi sento dieci anni più giovane per aver passato solo 10 giorni in quei luoghi.

Quale immagine ricorderai del tuo viaggio a Cizire?
Ci sono molte immagini impressionanti, così tante idee. Mi è piaciuta moltissimo la differenza tra il modo in cui la gente appare esteriormente e le cose che dice. Tu incontri un tipo, un dottore, che fa un po' paura perché sembra un militare, con un giubbotto di pelle e un'espressione austera e severa. Poi parli un po' con lui e ti spiega: “noi pensiamo che il miglior approccio per la salute della gente sia quello preventivo, la maggior parte delle malattie sono causate da stress. Pensiamo che riducendo lo stress abbasseremo l'incidenza delle malattie cardiache, del diabete, anche i tumori. Quindi il nostro disegno ultimo è la riorganizzazione delle città perché abbiano il 70% di spazi verdi...”. Ci sono tutte queste idee brillanti, un po' pazze. Poi vai a trovare un altro dottore che ti spiega come, a causa dell'embargo turco, non riescono a ottenere le medicine di base o l'equipaggiamento e tutti i pazienti in dialisi che non sono riusciti a trasportare al di là del confine sono morti... La disgiunzione tra le loro ambizioni e le loro circostanze incredibilmente provate. La signora che ci stava facendo effettivamente da guida era un vice-ministro degli esteri di nome Amina. Ad un certo punto, noi ci scusammo per non essere riusciti a portare con noi dei regali migliori per aiutare gli abitanti di Rojava che stanno soffrendo sotto l'embargo. E lei disse: “in fondo non è molto importante. Noi abbiamo una cosa che nessuno può mai darti. Noi abbiamo la nostra libertà. Voi no. Vorremmo solo che ci fosse un modo per noi per darla anche a voi”.

Tu vieni criticato a volte per essere troppo ottimista e entusiasta per ciò che sta avvenendo a Rojava. È così? O quelli che ti criticano non capiscono qualcosa?
Di temperamento sono un ottimista, cerco delle situazioni che sembrano avere delle promesse. Non credo che ci sia nessuna garanzia che funzionerà, che non verrà schiacciata, ma certamente lo sarà se tutti decidiamo, fin dall'inizio, che nessuna rivoluzione è possibile, rifiutiamo di aiutare attivamente o l'attacchiamo, aumentando il suo isolamento, come fanno in molti. Se c'è qualcosa di cui io sono cosciente, mentre altri non lo sono, è il fatto che, forse, la storia non è ancora finita. I capitalisti hanno fatto uno sforzo sovrumano in questi ultimi 30 o 40 anni per convincere la gente che la situazione economica presente - non solo il capitalismo, ma quella forma di capitalismo peculiare, finanziarizzato, semi-feudale che abbiamo oggi - è il solo sistema economico possibile. Hanno fatto molti più sforzi nel provare tutto questo di quanto abbiano fatto per cercare di creare un sistema capitalistico globale e vitale. Come risultato il sistema sta crollando tutto intorno a noi proprio nel momento in cui tutti hanno perduto la capacità di immaginare qualsiasi altra cosa. Bene, io penso che sia abbastanza ovvio che fra 50 anni il capitalismo, in qualsiasi forma lo identifichiamo, e probabilmente in tutte le sue forme, sarà scomparso. Qualcos'altro lo avrà rimpiazzato. Quel qualcos'altro potrebbe non essere meglio. Potrebbe anche essere peggio. Allora mi sembra che questa sia la vera ragione per cui è nostra responsabilità, come intellettuali, o anche come semplici esseri umani pensanti, cercare almeno di immaginare qualcosa che potrebbe essere migliore. E se c'è gente che sta veramente tentando di creare quelle cose migliori, è nostra responsabilità aiutarli.
Pinar Ogunc

Questa intervista è stata pubblicata dal quotidiano Evrensel in turco
traduzione di Francesco D'Alessandro
http://zcomm.org/znetarticle/no-this-is-a-genuine-revolution/


lunedì 13 ottobre 2014

Perché il mondo sta ignorando la rivoluzione dei Curdi in Siria? - David Graeber

Nel 1937, mio padre si arruolò volontario per combattere nelle Brigate Internazionali in difesa della Repubblica Spagnola. Quello che sarebbe stato un colpo di Stato fascista era stato temporaneamente fermato da un sollevamento dei lavoratori, condotto da anarchici e socialisti, e nella maggior parte della Spagna ne seguì una genuina rivoluzione sociale, portando intere città sotto il controllo di sistemi di democrazia diretta, le fabbriche sotto la gestione operaia e le donne ad assumere sempre più potere.

I rivoluzionari spagnoli speravano di creare la visione di una società libera cui il mondo intero avrebbe potuto ispirarsi. Invece, i poteri mondiali dichiararono una politica di "non intervento" e mantennero un rigoroso embargo nei confronti della repubblica, persino dopo che Hitler e Mussolini, apparenti sostenitori di tale politica di "non intervento", iniziarono a fare affluire truppe e armi per rinforzare la fazione fascista. Il risultato fu quello di anni di guerra civile terminati con la soppressione della rivoluzione e quello che fu uno dei più sanguinosi massacri del secolo.

Non avrei mai pensato di vedere, nel corso della mia vita, la stessa cosa accadere nuovamente. Ovviamente, nessun evento storico accade realmente due volte. Ci sono infinite differenze fra quello che accadde in Spagna nel 1936 e quello che sta accadendo ora in Rojava, le tre province a larga maggioranza curda nel nord della Siria. Ma alcune delle somiglianze sono così stringenti, e così preoccupanti, che credo sia un dovere morale per me, in quanto cresciuto in una famiglia le cui idee politiche furono in molti modi definite dalla Rivoluzione spagnola, dire: non possiamo fare sì che tutto ciò finisca ancora una volta allo stesso modo.

La regione autonoma del Rojava, così come esiste oggi, è uno dei pochi raggi di luce - un raggio di luce molto luminoso, a dire il vero - a emergere dalla tragedia della Rivoluzione siriana. Dopo aver scacciato gli agenti del regime di Assad nel 2011, e nonostante l'ostilità di quasi tutti i suoi vicini, il Rojava non solo ha mantenuto la sua indipendenza, ma si è configurato come un considerevole esperimento democratico. Sono state create assemblee popolari che costituiscono il supremo organo decisionale, consigli che rispettano un attento equilibrio etnico (in ogni municipalità, per esempio, le tre cariche più importanti devono essere ricoperte da un curdo, un arabo e un assiro o armeno cristiano, e almeno uno dei tre deve essere una donna), ci sono consigli delle donne e dei giovani, e, in un richiamo degno di nota alle Mujeres Libres (Donne Libere) della Spagna, un'armata composta esclusivamente da donne, la milizia "YJA Star" (l'"Unione delle donne libere", la cui stella nel nome si riferisce all'antica dea mesopotamica Ishtar), che ha condotto una larga parte delle operazioni di combattimento contro le forze dello Stato Islamico.

Come può qualcosa come tutto questo accadere ed essere tuttavia perlopiù ignorato dalla comunità internazionale, persino, almeno in gran parte, dalla sinistra internazionale? Principalmente, sembra, perché il partito rivoluzionario del Rojava, il PYD, lavora in alleanza con il turco Partito Curdo dei Lavoratori (PKK), un movimento combattente marxista impegnato sin dagli anni Settanta in una lunga guerra contro lo Stato turco. La Nato, gli Stati Uniti e l'Unione Europea lo classificano ufficialmente come "organizzazione terroristica". Nel frattempo, l'opinione di sinistra lo descrive spesso come Stalinista.

Ma, in realtà, il PKK non assomiglia neppure lontanamente al vecchio, organizzato verticalmente, partito Leninista che era una volta. La sua evoluzione interna, e la conversione intellettuale del suo fondatore, Abdullah Ocalan, detenuto in un'isola-prigione turca dal 1999, lo hanno condotto a cambiare radicalmente i propri scopi e le proprie tattiche.

Il PKK ha dichiarato che esso non cerca nemmeno più di creare uno Stato curdo. Invece, ispirato in parte dalla visione dell'ecologista sociale e anarchico Murray Bookchin, ha adottato una visione di "municipalismo libertario", invitando i curdi a formare libere comunità basate sull'autogoverno, basate sui principi della democrazia diretta, che si federeranno tra loro aldilà dei confini nazionali - che si spera che col tempo diventino sempre più privi di significato. In questo modo, suggeriscono i curdi, la loro lotta potrebbe diventare un modello per un movimento globale verso una radicale e genuina democrazia, un'economia cooperativa e la graduale dissoluzione dello stato-nazione burocratico.

A partire dal 2005 il PKK, ispirato dalla strategia dei ribelli zapatisti in Chiapas, ha dichiarato un cessate il fuoco unilaterale nei confronti dello Stato turco e ha iniziato a concentrare i propri sforzi nello sviluppo di strutture democratiche nei territori di cui già ha il controllo. Alcuni si sono chiesti quanto realmente sinceri siano questi sforzi. Ovviamente, elementi autoritari rimangono. Ma quello che è successo in Rojava, dove la Rivoluzione siriana ha dato ai curdi radicali la possibilità di condurre tali esperimenti su territori ampi e confinanti fra loro, suggerisce che tutto ciò è tutt'altro che un'operazione di facciata. Sono stati formati consigli, assemblee e milizie popolari, le proprietà del regime sono state trasformate in cooperative condotte dai lavoratori - e tutto nonostante i continui attacchi dalle forze fasciste dell'ISIS. Il risultato combacia perfettamente con ogni definizione possibile di "rivoluzione sociale". Nel Medio Oriente, almeno, tali sforzi sono stati notati: particolarmente dopo che il PKK e le forze del Rojava per combattere efficacemente e con successo nei territori dell'ISIS in Iraq per salvare migliaia di rifugiati Yezidi intrappolati sul Monte Sinjar dopo che le locali milizie peshmerga avevano abbandonato il campo di battaglia. Queste azioni sono state ampiamente celebrate nella regione, ma, significativamente, non fecero affatto notizia sulla stampa europea o nord-americana.

Ora, l'ISIS è tornato, con una gran quantità di carri armati americani e di artiglieria pesante sottratti alle forze irachene, per vendicarsi contro molte di quelle stesse milizie rivoluzionarie a Kobané, dichiarando la loro intenzione di massacrare e ridurre in schiavitù - si, letteralmente ridurre in schiavitù - l'intera popolazione civile. Nel frattempo, l'armata turca staziona sui confini, impedendo che rinforzi e munizioni raggiungano i difensori, e gli aeroplani americani ronzano sopra la testa compiendo occasionali, simbolici bombardamenti dall'effetto di una puntura di spillo, giusto per poter dire che non è vero che non fanno niente contro un gruppo in guerra con i difensori di uno dei più grandi esperimenti democratici mondiali.

Se oggi c'è un analogo dei Falangisti assassini e superficialmente devoti di Franco, chi potrebbe essere se non l'ISIS? Se c'è un analogo delle Mujeres Libres di Spagna, chi potrebbero essere se non le coraggiose donne che difendono le barricate a Kobané? Davvero il mondo - e questa volta, cosa più scandalosa di tutte, la sinistra internazionale, si sta rendendo complice del lasciare che la storia ripeta se stessa?

David Graeber  (theguardian.com, Wednesday 8 October 2014 09.04 BST)
traduzione di Federico Vernarelli