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martedì 23 giugno 2026

Cospito deve marcire - Guido Ruotolo

  

Alfredo Cospito, il “terribile”, deve rimanere sepolto vivo in carcere, al 41-bis (vedi qui). Ma che Paese è diventato il nostro? Un ministro della Giustizia che straparla e invoca l’impunità per le “vittime” della giustizia, si è impuntato arrivando a conclusioni opposte a quelle degli apparati di sicurezza, e dello stesso procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo, Gianni Melillo. È un mondo alla rovescia, il nostro. A Catania si sta discutendo, in un’aula di giustizia, se il capo dell’ala stragista di Cosa nostra, Aldo Ercolano, sia ancora un pericoloso criminale, anche se non è più al 41-bis, e se quindi non si sia attenuata la sua “pericolosità sociale”. In gioco è la possibilità che Aldo Ercolano possa uscire dal carcere con i permessi premio, insomma. Stiamo solo aspettando che i giudici decidano. Con l’ansia che al boss venga riconosciuta la buona condotta, il ravvedimento. A lui, mafioso di alto rango.

Tutt’altro discorso, invece, per l’anarco-insurrezionalista – in carcere dal 14 settembre del 2012, per la gambizzazione, a Genova, dell’amministratore delegato di “Ansaldo Nucleare”, Roberto Adinolfi – che deve rimanere al 41-bis, secondo il ministro della Giustizia. Cospito, per quella gambizzazione è stato condannato a dieci anni e otto mesi, e sono definitivi i ventitré anni di detenzione per l’attentato, senza morti né feriti, alla scuola allievi dei carabinieri di Fossano. Dal maggio 2022, l’anarchico è recluso al 41-bis. La legge del 2002 ha introdotto la durata del regime di detenzione duro a quattro anni, prorogabili di due anni, con decreto motivato. Ma il legislatore è stato chiaro. Il decreto di proroga “deve essere motivato” sulla base di elementi attuali che documentino la sussistenza di collegamenti, di rapporti con la propria organizzazione. Dunque, per il detenuto Cospito, prima ancora che scadessero i termini dei quattro anni, il ministro Carlo Nordio, il primo maggio scorso, ha firmato la prima proroga di due anni del 41-bis.

Il 26 aprile 2023, il procuratore nazionale antimafia e antiterrorismo, Gianni Melillo, esprimendo il parere sulla istanza di revoca del regime detentivo speciale del 41-bis, formulata nell’interesse di Alfredo Cospito, scriveva: “Non ci sono elementi obiettivamente idonei a confermare la necessaria giustificazione del mantenimento delle misure preventive speciali nei confronti del detenuto”. Sia il Ros dei carabinieri sia la polizia espressero, anche loro, valutazioni convergenti riassunte dal procuratore Melillo: “Risulta in tutta la sua evidenza come la sottoposizione del detenuto Cospito al 41-bis non abbia azzerato le comunicazioni e le pubblicazioni all’interno del movimento anarco-insurrezionalista, considerato anche il fatto che la Fai-Fri non è una struttura gerarchica né piramidale”. Non bisogna essere dei geni per condividere l’analisi degli apparati investigativi: “L’applicazione del 41-bis e l’isolamento inflitto a Cospito non hanno determinato l’auspicata riduzione del proselitismo né il contenimento dell’attività del movimento anarco-insurrezionalista, che invece ha incrementato azioni dirette”. Tanto che è così, che, in questi anni, gli anarco-insurrezionalisti hanno proseguito le loro “campagne”, fatte anche di ordigni esplosivi. Proprio pochi giorni fa, sono stati arrestati sette attivisti accusati dei recenti attentati sulle tratte dell’alta velocità Roma-Firenze e Roma-Napoli. Naturalmente, che i colpevoli siano gli arrestati è ancora tutto da dimostrare.

È davvero diventato un mondo alla rovescia. In un bel libro del 2002 (Barriere di vetro. Voci dalla detenzione sociale in Italia), della Camera penale di Roma, l’avvocato Giuliano Dominici scriveva: “L’unanime consenso al ‘trattamento duro’ previsto dal 41-bis, riguarda il carcere duro per i detenuti mafiosi sottoposti al 41-bis”. Fotografa un’epoca, Giuliano Dominici. E noi non abbiamo còlto quei segnali che un sistema a “doppio binario” – e cioè la sospensione dei diritti costituzionali per i detenuti mafiosi o terroristi – avrebbe nel tempo provocato un profondo cortocircuito nella società e nelle istituzioni. Allora, con la legislazione speciale del dopo Falcone e Borsellino, uscivamo da una guerra terribile. Stragi mafiose, omicidi a ripetizione, attentati a Roma, Milano e Firenze, seguivano la stagione dello “stragismo di Stato”. Bisognava rispondere agli omicidi dei due magistrati siciliani e fu approvato il 41-bis.

Fu il ministro della Giustizia, Claudio Martelli, che, sull’aereo che lo riportava a Roma dopo i funerali di Paolo Borsellino, diede il via libera all’operazione “preventiva”, prima ancora che “punitiva”. Nel carcere dell’Ucciardone i mafiosi brindavano alla morte di Falcone e Borsellino. In poche ore, nella notte, l’Ucciardone fu “trasferito” all’Asinara, e fu dato ordine di riaprire Pianosa. Fu terribile, al di là che fosse necessaria, la risposta dello Stato. A Pianosa furono mandati giovani allievi della polizia penitenziaria, “secondini alle prime armi”. Basti solo ricordare che, a un certo punto, una delegazione di familiari dei detenuti mafiosi si recò dal vescovo di Trapani per denunciare le torture, le condizioni di vita inumane dei boss. E la Chiesa rispose con il papa Giovanni Paolo II che, ad Agrigento, il 9 maggio 1993, si rivolse ai mafiosi: “Convertitevi”. I cappellani, nei vari istituti, non facevano partecipare i mafiosi alle celebrazioni religiose. Questo era il clima di allora. E le ferite delle violazioni dei diritti umani ce le portiamo dietro ancora oggi. La risposta “securitaria” del governo Meloni sta provocando guasti terribili nel sistema carcerario. Ma questa è un’altra storia. Oggi parliamo di Alfredo Cospito, nei cui confronti si è scatenata una guerra simbolica da parte del governo. Lui, vittima di una vendetta. Anzi, “di una scelta politica”, per dirla con Patrizio Gonnella, presidente di Antigone, associazione che si occupa di giustizia penale, carceri, diritti umani e prevenzione della tortura. Che aggiunge: “Dal primo gennaio al 31 ottobre del 2025, ben 232 detenuti sottoposti al 41-bis sono stati destinatari di proroga. Solo cinque sono stati declassificati e inseriti nel circuito dell’Alta sicurezza”. E già, perché il problema non è “Cospito libero”, ma soltanto il rispetto dei diritti di Alfredo Cospito e di quelli di tutti gli altri detenuti.

https://www.terzogiornale.it/2026/06/19/cospito-deve-marcire/#more-1

domenica 22 giugno 2025

Vietato baciare sulle guance

 

Cospito, legale lo saluta dopo colloquio: segnalato all’Ordine. Lui: “No a deumanizzazione”

Flavio Rossi Albertini legale di Alfredo Cospito, saluta il suo assistito con una stretta di mano e due baci sulle guance, il direttore del carcere di Sassari/Bancali lo segnala all’Ordine degli Avvocati per eventuali provvedimenti disciplinari

Una stretta di mano e due baci sulle guance. Così l’avvocato Flavio Rossi Albertini, lo scorso maggio, ha salutato il suo assistito, Alfredo Cospito, detenuto al regime del 41-bis nel carcere di Sassari. Ad assistere a quel saluto il personale della polizia penitenziaria, che ha segnalato quanto avvenuto al direttore del carcere. Il 5 giugno scorso, dagli uffici del penitenziario è partita una mail indirizzata all’Ordine degli avvocati, al fine di valutare eventuali profili disciplinari nel comportamento – a detta del responsabile del carcere – tenuto dal legale del detenuto.

Nella missiva inviata a Roma, il direttore del penitenziario di massima sicurezza sardo scrive che, alla luce «della caratura criminale dei soggetti ristretti presso il reparto 41-bis di questo istituto e del significato intrinseco che può avere tale saluto, si chiede di valutare se il comportamento dell’avvocato sia deontologicamente corretto, anche al fine di dare le opportune indicazioni al personale di polizia penitenziaria che, con abnegazione e professionalità, assicura la vigilanza dei detenuti sottoposti al regime» del carcere duro.

Parole a cui replica lo stesso Rossi Albertini, che respinge qualsiasi insinuazione su quanto compiuto nell’aula colloqui. «Verso Cospito – afferma il penalista – ho manifestato empatia umana salutandolo con una stretta di mano e con due bacetti sulle guance. Lo saluterò sempre con affetto, in quanto non intendo rendermi complice della sua deumanizzazione, delle politiche di annientamento del detenuto.»

Su quanto avvenuto interviene anche il presidente delle Camere Penali, Francesco Petrelli, secondo cui «quando anche nella valutazione dei gesti non si ha più attenzione a quelle che sono le radici stesse dell’umanità e al rispetto della dignità dell’uomo, vuol dire che si è perso contatto con il valore universale della sofferenza. Il Regolamento Rocco del 1930 – aggiunge – vietava di rivolgersi al detenuto con il proprio nome: siamo a un passo da quella idea».

Cospito si trova al 41-bis dal maggio del 2022. Tra l’ottobre del 2022 e l’aprile del 2023, l’anarchico  ha messo in atto un lungo sciopero della fame per protestare contro le condizioni detentive e la tortura del 41bis. Nell’aprile del 2024, la Cassazione ha reso definitiva la condanna a 17 anni e 9 mesi nell’ambito del processo per l’attentato all’ex caserma allievi dei carabinieri, avvenuto a Fossano nel 2006. Nelle motivazioni della sentenza d’appello, i giudici di Torino scrissero che quell’azione fu «un grave atto terroristico» (il lancio di due bombe carta senza vittime, feriti e  grossi danni)

da qui

 

 

Bancali, Cospito: avvocata sassarese segnalata un anno fa per avergli baciato le guance

Il caso analogo a quello di un altro legale che segue il detenuto: «Solo un saluto, nessun gesto illegale»

Vietato baciare sulle guance Alfredo Cospito, l’anarchico detenuto a Bancali in regime di 41 bis. Il gesto è valso una segnalazione all’Ordine degli avvocati da parte del direttore della Casa circondariale per Flavio Rossi Albertini, legale del 58enne che, per sei mesi, dal 2022 al 2023, si rese protagonista di uno sciopero della fame. In realtà anche un’avvocata sassarese, Maria Teresa Pintus, che assiste anche lei il detenuto, ha subito ben prima la stessa denuncia, per gli stessi motivi e dallo stesso direttore nel 2024.

Nella segnalazione inviata all’Ordine, si sottolinea che la legale con Cospito «ha adottato il saluto con bacio sulle guance in aggiunta a quello con la stretta di mano». «Tenuto conto della caratura criminale dei soggetti ristretti presso il reparto 41 bis di questo istituto - si legge nella comunicazione inviata il 16 settembre 2024 dal direttore - ed il significato intrinseco che può avere tale saluto, si chiede di valutare se il comportamento dell'avvocato sia deontologicamente corretto, anche al fine di dare le opportune indicazioni al personale di Polizia Penitenziaria che con abnegazione e professionalità assicura la vigilanza dei detenuti sottoposti al regime di cui all'art. 41 bis».

«Il bacio sulle guance - ribatte l’avvocata- non è altro che il saluto più popolare nel mondo occidentale e configura un semplice gesto di rispetto ma ben lontano dal significato illegale che gli si vuole dare». Tra l’altro Pintus fa notare che «questo tipo di saluto è stato utilizzato con tutti i difensori di Cospito, uomini e donne indistintamente, anche in passato quando si trovava ristretto presso altri istituti penitenziari». Ma a Bancali non si può.

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lunedì 5 maggio 2025

La “vendetta” contro Cospito: gli negano anche i libri - Frank Cimini

  

Nel caso specifico parliamo di un testo sui vangeli apocrifi, uno di fisica quantistica e due di fantascienza. La direzione del carcere di Sassari Bancali ne ha vietato l’acquisto all’anarchico Alfredo Cospito adducendo un parere negativo dell’autorità giudiziaria che non vi sarebbe stato secondo i difensori, i quali hanno presentato ricorso. Sarà celebrata un’udienza per stabilire se Cospito può avere quei libri perché evidentemente la giustizia ha tempo da perdere.

“Nell’ultimo mese – spiega l’avvocato Flavio Rossi Albertini – a Cospito era stato negato pure l’acquisto di un Cd musicale. Era stato negato l’accesso alla biblioteca del carcere che non aveva neppure provveduto a ritirare tempestivamente un pacco inviatogli dalla sorella, determinandone il rinvio al mittente”. In relazione all’accesso alla biblioteca la direzione della prigione spiegava che il “disguido” era stato generato da problemi organizzativi interni e che sarebbe stato emesso apposito ordine di servizio. Le condizioni di detenzione dì Cospito ristretto al 41bis sono peggiorate non proprio per caso dopo la condanna in primo grado per rivelazione del segreto d’ufficio del sottosegretario alla Giustizia Andrea Delmastro delle Vedove per la vicenda delle intercettazioni ambientali divulgate in Parlamento, delle conversazioni tra Alfredo e gli altri reclusi che all’epoca facevano parte del “gruppo di socialità”.

Altre “coincidenze” che viene da pensare possano avere il loro peso in questa vicenda sono le dimissioni alla fine del dicembre scorso del direttore del Dap, Giovanni Russo, che aveva testimoniato non proprio a favore di Delmastro nel processo a suo carico, e ancora, il ritorno al comando della sezione 41bis di Bancali del graduato del gruppo operativo mobile che era stato trasferito proprio per il suo coinvolgimento nella faccenda delle intercettazioni.

Alfredo Cospito sta continuando a pagare sulla propria pelle il lunghissimo sciopero della fame per protestare contro il 41bis non solo e non tanto per sé ma per gli altri 700 detenuti ai quali viene applicato. Le simpatie suscitate dal digiuno avevano messo in imbarazzo il sistema che da allora si sta vendicando. Era stato considerato una sorta di sciopero della fame “a scopo di terrorismo”. La storia dei libri negati è solo l’ultimo episodio di una lunga serie. Negare la possibilità di leggere rappresenta una tortura ulteriore. Libri pericolosi. Negli anni ‘70 un bambino spiegava l’arresto del padre “terrorista” dicendo: “Aveva troppi libri in casa”.

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martedì 1 agosto 2023

Lungo lenzuola annodate - Collettivo Lavanderine

 

 

A Perugia come è accaduto altrove in Italia, i reparti antiterrorismo hanno trasmesso notifica ad alcuni compagne/i di un’indagine a loro carico per apologia di terrorismo e istigazione alla violenza (avvalendosi del solito 270 bis) motivata da uno striscione in solidarietà ad Anna Beniamino e Alfredo Cospito.

In questi afosi giorni estivi, a Perugia come nel resto d’Italia, le indagini sull’ondata di proteste contro 41bis ed ergastolo ostativo danno i loro primi frutti. Da Trieste a Roma a Bologna e per tutta la penisola, si mette in moto l’ingranaggio repressivo.

Per quanto concerne la nostra realtà, un amicx e compagnx è statx interrogatx per due ore da agenti del ROS (Raggruppamento Operativo Speciale) in merito a, udite udite… uno striscione. Un lenzuolo su cui era riportata una frase in solidarietà ad Anna Beniamino e Alfredo Cospito. I reati che si configurano sono istigazione alla violenza e apologia del terrorismo. Ecco spiegato perché ad occuparsene sono i reparti d’élite dell’Arma (come si autodefiniscono). Altrx amicx e compagnx, pescatx a caso tra le aree di ovimento perugine, sono indagatx per “concorso” nei suddetti reati.

Il Paese può dormire sonni tranquilli, certo che la crème de la crème dei corpi speciali si dedica, infaticabile, alla repressione di biancheria sovversiva. Vi siete mai soffermatx a riflettere sulle potenzialità estabilizzanti delle trapunte? Ci si può scrivere sopra pensate, e, se annodate, possono essere mezzo di evasioni rocambolesche.

Per non parlare delle federe, con quel malcelato aspetto da sacco.

Loschi guanciali. Ora non vedete più l’apparentemente innocuo corredo de nonna sotto la stessa luce, non è vero?

Ci ridiamo su, ma di un riso amaro ea denti stretti, consapevoli che questo è solo l’inizio del solito copione: ramazzare gente a casaccio ed entrare nelle loro vite, passare al setaccio relazioni, infiltrarsi nel loro quotidiano, intimidire e mettere sotto pressione, tentando di avvelenare legami e isolare vittime sacrificali. Alla ricerca di inesistenti cellule terroristiche, fantomatici capibastone e complotti sanguinari. Non ultimo, di facili opportunità di carriera nei reparti investigativi. “Un encomio per aver brillantemente risolto il caso della Banda L enzuola, agente!”.

E siamo solo a metà spettacolo. Passata la fase di indagine, viene il momento di formulare ipotesi di reato arbitrarie e sproporzionate, per giustificare il proprio teorema e pesare al massimo su movimenti e collettivi, e in fondo per punire chi ha osato mettere in discussione lo status quo. Per castigo e per rappresaglia, nei confronti di sempre più persone e nel tentativo di reprimere anche i gesti più innocui (che, d’altro canto, qualcuno non sembra considerare tali. Ma se solo levare una voce contro uno strumento di tortura è giudicato una minaccia diretta all’ordine costituito, a voi trarne le conseguenze: si sta forse suggerendo che questo stesso ordine si regge su strumenti di tortura?)

Perché se ora parliamo di uno striscione in solidarietà ad un detenuto in sciopero della fama, altrove si tratta di vernice lavabile lanciata sui muri per cercare di destarci dal torpore con cui procediamo verso la catastrofe climatica. O ancora, di lavoratori colpevoli di aver rifiutato di essere sfruttato a morte. Tuttx terroristx, tuttx vandalx, tuttx associatx per delinquere. Tutti meritevoli di venire messx sotto la lente dell’antiterrorismo, e condannatx a pene individui. La lista si allunga di giorno in giorno, ma la vendetta a mezzo di tribunali e Forze dell’Ordine non conosce tregua. Ogni tanto qualcunx ci rimette la libertà, ogni tanto la pelle. Il più delle volte, sono anni passati nell’attesa snervante di un verdetto ingiusto, o a scontare assurde restrizioni che condizionano la propria vita nei più minimi particolari.

Ma è necessario per mantenere la quiete. Quella stessa quiete, quel vuoto assordante, in cui si può indisturbati seviziare e uccidere dentro carceri e cpr, contaminare e distruggere il pianeta che abitiamo, guardare esseri umani crepare alle porte della Fortezza Europa o nelle sue segrete, fare osceni profitti sulle schiene di uno stuolo di schiavx affamatx.

Solidali e complici con chi non si rassegna a questo stato di cose e cerca di cambiarlo, anche con un semplice lenzuolo. Chi pensa che ci basti sentire un po’ di fiato sul collo per disperderci e tornare nei ranghi, ha sbagliato i suoi calcoli. Noi ci muoviamo insieme, fosse anche in discesa lungo lenzuola annodate.

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martedì 18 luglio 2023

cose che succedono in galera (secondo giustizia?)

Cospito: sequestrate le foto dei genitori - Frank Cimini (*)

Tolte nuovamente ad Alfredo Cospito (in lotta contro il 41 bis) le fotografie che aveva in cella nel carcere di Bancali a Sassari. Come se fossero armi pericolosissime che Cospito sarebbe pronto a usare.


Sono state ritolte, dopo che erano state restituite, ad Alfredo Cospito le foto dei suoi genitori che teneva in cella. A Opera erano state ridate. A Sassari Bancali la nuova decisione con invio delle foto alla Corte di Assise di Appello di Torino che di recente ha condannato l’anarchico a 23 anni di reclusione per i pacchi bomba di Fossano.
La corte del capoluogo piemontese ha trattenuto le immagini.

L’avvocato Flavio Rossi Albertini ha presentato reclamo.
Ci sarà un’udienza per decidere se Cospito ha diritto di poter tenere le foto del padre e della madre. Sembra una vicenda surreale ma è forte il sospetto di un accanimento per il clamore si suscitato dal lunghissimo sciopero della fame durato sei mesi e che ha causato danni neurologici che quantomeno in parte non saranno più recuperati.

Le foto dei genitori sono trattate dalle autorità come se fossero armi pericolosissime che Cospito sarebbe pronto a usare. La battaglia dell’anarchico contro l’applicazione del 41bis del regolamento penitenziario non solo per se anche per se ma soprattutto per gli altri 750 reclusi costretti a “sperimentarlo” continua a dare fastidio.

Mentre di Cospito ormai appena si accenna nelle cronache del caso di Andrea Del Mastro il sottosegretario alla Giustizia per il quale il gup di Roma ha ordinato l’imputazione coatta. Una vicenda in cui i partiti si combattono per regolare i loro conti sulla pelle di un anarchico ristretto al carcere più duro perché potrebbe tenere collegamenti con una organizzazione che di fatto non esiste.

Nel procedimento contro il sottosegretario la difesa Cospito punta a costituirsi parte civile come danneggiata dal reato nel caso in cui l’accusa dovesse restare in piedi.
Ovviamente non è detto che la richiesta sia accolta dai giudici. Cospito resta in attesa della fissazione dell’udienza sulle foto ma anche di quella del Tribunale di Sorveglianza di Roma per discutere del ricorso contro il 41bis dopo che il ministro Carlo Nordio non aveva risposto all’istanza della difesa sull’argomento.

(*) Tratto da Il dubbio.

da qui



Paolo Ledda, farmacista algherese, aveva 57 anni. Domenica è morto nel carcere di Cagliari-Uta, dove era stato trasferito da Sassari perché solo nel penitenziario del capoluogo c’è il Sai, il Servizio di assistenza intensiva. La notizia del decesso la scrive in un comunicato Maria Grazia Caligaris, la presidente di Sdr, Socialismo diritti riforme, l’associazione che tra le altre cose si occupa di detenuti.

È una denuncia pubblica, quella scritta dalla Caligaris perché Ledda aveva disturbi psichici e la presidente di Sdr sa bene cosa succede a detenuti in quelle condizioni, “tenuti inermi nelle celle con psicofarmaci“. Si legge nel documento della Caligaris: “L’urgenza di una sanità penitenziaria adeguata ai bisogni di donne e uomini privati della libertà non può essere più sottovalutata. Manca una vera e propria integrazione tra il Reparto diagnostico terapeutico della Casa circondariale, strutturato e gestito da Asl e Areus, con quello degli analoghi reparti degli ospedali. Il direttore sanitario di Cagliari-Uta ha lo stesso grado di competenze e responsabilità di un collega dirigente in servizio in un ospedale pubblico, ma per disporre un ricovero deve chiedere il permesso e così anche per un qualunque intervento chirurgico, a meno che il paziente-detenuto non sia in punto di morte”.

Sulla morte di Ledda sarà adesso l’autopsia a chiarire le cause. Il farmacista era in carcere per scontare una pena di nove anni. Era accusato di strage per aver portato una bombola del gas sino alla sede Unipol di via XX Settembre ad Alghero, inchiodato dalle telecamere che lo ripresero mentre arrivava in bicicletta. Nel corso del processo, arrivato sino all’Appello, ci furono almeno due perizie psichiatriche che certificarono la sua fragile condizione. Tanto che la sua patologia venne dichiarata incompatibile con la detenzione.

Ledda, però, è stato lasciato in carcere, malgrado gli appelli dei familiari, preoccupati per le sue condizioni di salute. Avant’ieri la morte in cella, “un fatto che genera sgomento e suscita interrogativi che vanno aldilà di un’inchiesta della magistratura. Al dolore dei familiari e degli operatori penitenziari per la scomparsa di una persona – denuncia la Caligaris – ci si chiede che cosa si può fare per evitare fatti così traumatici”.

Nel carcere di Cagliari-Uta ci sono “575 detenuti”, quindi “oltre il limite regolamentare di 561 posti: il caldo scioglie perfino gli abiti addosso e limita la respirazione, mancano da gennaio gli specialisti di Oculistica e Dermatologia, da quattro mesi quelli di Ginecologia e Neurologia. Non è possibile continuare a ignorare questa situazione, a cui si può sopperire con le visite ospedaliere. Ma accompagnare i detenuti e le detenute in un nosocomio richiede l’autorizzazione della magistratura di sorveglianza o di un Giudice, necessità della disponibilità della scorta, a sua volta condizionata dallo scarso numero di agenti. Il risultato è che le persone con necessità di controlli per patologie importanti rischiano di aggravarsi. L’assenza di poter accedere a una visita specialistica esaspera gli animi di chi si sente abbandonato e genera reazioni inconsulte”.

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mercoledì 29 marzo 2023

Turbare la nostra tranquillità - Paolo Trezzi

 

Cara Comune-info, viviamo un tempo complesso, dove…


§  Si muore per detenzione
Nelle carceri italiane nel 2022 ben 203 persone, di cui 84 registrate come suicidi. Eran state 149, di cui 58 suicidi, nel 2021. Numeri troppo alti ogni anno. E troppo alti è, peraltro, già uno. Il carcere uccide, a norma di Legge.

§  Cospito è condannato a morire di detenzione perché ha messo due bombe e gambizzato un uomo, e quello stesso Stato che con lui non tratta è allo stesso tempo proprio quello che non si trattiene da ammazzare detenuti, non tratta con Cospito ma trattiene sulla sua coscienza come medaglie, guerre e maree di morti per terra e per mare

§  Si muore poi per somma di detenzione, dissuasione e dimostrazione, non certo, sia chiaro ai benpensanti, per detonazione. È quello che avverrà con Alfredo Cospito. Per continuare a vivere mentre è vivo, morirà perché lo Stato a un moribondo gli impedisce pure di leggere quel che vuole. Gli vieta di morire nel suo letto ai domiciliari. Lo Stato così misericordioso e legiferante coi potenti così aguzzino e ligio contro i moribondi.

§  Si muore per dissuasione.
È così che Cospito sta morendo di 41bis, in sciopero della fame, perché se tutto ha un prezzo ha deciso, a costo della morte, che non tutto è in vendita. Che lui non è in vendita. Il prezzo per lo Stato era ed è vendere, rinnegare il suo credo politico, qualche compagno o compagna. Mors tua vita mea.

§  Perché lo Stato continua a torturare con il 41bis, carcere duro, ergastolo ostativo, un moribondo e con lui una moltitudine di persone detenute (728 al 41bis, 1259 con ergastolo ostativo) anche “anziani e malati che voglion tornare a riabbracciare la propria moglie dopo 30 anni”.

§  Non si muore per detonazione.
Come si vuole ancora credere, perché però Cospito ha messo due bombe carta fuori una Caserma a Fossano. Una Strage senza morti. Senza morti né feriti, che non potevano e nemmeno voleva ci fossero, se non due cestini di rifiuti in effetti decisamente messi male.

§  Lo dimostra il fatto che per nessuno degli imputati la Strage di Piazza della Loggia (8 morti, 102 feriti) è stato ipotizzato il “reato di strage politica” e lo stesso è all’ex Nar Cavallini, nel processo per la Strage di Bologna (85 morti, 200 feriti) reato per il quale Cospito è invece stato condannato per la detonazione di quelle due bombe carta.

§  Si muore per determinazione.
Che è quella di mantenere una tortura dentro le Leggi di uno Stato. Come lo è nella deflagrante sostanza della verità il 41 bis “Una metastasi che rischia e di fatto sta minando quello che ci vantiamo di chiamare stato di diritto, un cancro che in una democrazia un tantino più totalitaria potrà essere usato per reprimere zittire col terrore qualunque dissidenza politica, qualunque sorta di ipotetico estremismo”

Alfredo Cospito purtroppo morirà perché vuole che la morte lo trovi però vivo fino all’ultimo giorno, all’ultimo respiro, mentre il suo cospiratore, Carlo Nordio, ora addirittura ministro della Giustizia continuerà a essere vivo pur essendo morto da tempo, colui che il 28 marzo 2019 infatti disse: “Il nostro ordinamento ha introdotto quella figura di isolamento mortuario che è il 41 bis, e che per certi aspetti è più incivile anche di questa mutilazione farmacologica (la castrazione chimica). Questo per dire che il nostro sistema non brilla di civiltà”

§  Si muore per distrazione.
Quando non si chiede l’abolizione del regime del 41bis e dell’ergastolo ostativo

Alfredo Cospito ha deciso di turbare la tranquillità di tutti quelli come noi che sono soddisfatti e sono complici. Non suoi, dello Stato che, senza riuscire a piegarlo, lo sta ammazzando a norma di Legge.

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martedì 28 marzo 2023

Pensioni e migrazioni: questioni di doppio standard antropologico - comidad

 

Ci avevano venduto il 41bis raccontandoci che serviva a tenere a bada quelli che sciolgono i bambini nell’acido. Ora, grazie al caso di Alfredo Cospito, scopriamo che il 41bis serve ad impedire la diffusione di opinioni anti-establishment. I mafiosi invece rispettano le gerarchie antropologiche, sanno pentirsi all’occorrenza e, quando vanno a confessarsi da Giletti, sanno pure comportarsi. In fondo “mafia” e “Stato”, legalità o illegalità, sono soltanto nomi o slogan per i creduloni; mentre ciò che conta veramente è (come si dice oggi) il “doppio standard” nelle relazioni umane, ovvero inchinarsi ai ricchi e potenti, compiacerli, assisterli e vezzeggiarli; e invece dare sempre addosso ai deboli, con lo spot più adatto all’occorrenza, perché quando controlli gli organi di comunicazione, nessuno ti può smentire.

Le pensioni rappresentano un fondamentale ammortizzatore non solo sul piano sociale ma anche economico, in quanto contrastano le cadute della domanda e i rischi di spirale recessiva.

Se esistesse davvero quella cosa detta “Stato”, essa si guarderebbe bene dal destabilizzare un equilibratore così efficace; tanto più che, nell’epoca dei “quantitative easing” e delle iniezioni di liquidità nella finanza, è ben strano fare questioni per qualche zero-virgola nei bilanci previdenziali. Invece, proprio quello che, secondo la fiaba, sarebbe lo Stato per antonomasia, la Francia, fa di tutto per scardinare il sistema pensionistico. All’ultimo grande sciopero in Francia, il 7 marzo scorso, hanno partecipato un milione trecentomila lavoratori, secondo stime del governo francese, e tre milioni e mezzo secondo la CGT. Al di là delle cifre, si è trattato di una dimostrazione di forza notevole, che ha bloccato un Paese di sessantacinque milioni di persone: ferrovie, ospedali, trasporti urbani, raccolta rifiuti, scuole. La spinta dei lavoratori ha quasi travolto anche la CGT e la sinistra di Mélenchon, costrette a inseguire. Persino il conciliante e codino sindacato CFDT, ha deciso di partecipare per non restare isolato. Lo scontro con il governo è arrivato al suo apice, dopo mesi di confronto duro, ma che viene da lontano.

Nel 1995, sotto la presidenza di Chirac, il primo ministro Juppé aveva proposto una revisione del sistema pensionistico col pretesto di ridurne un presunto deficit. Dopo tre settimane di scioperi e manifestazioni, Juppé aveva dovuto rinunciare. In seguito anche il conservatore Sarkozy nel 2010 ed il socialista Hollande nel 2013, ci avevano provato, ma con risultati deludenti. Macron (che tutti chiamano pleonasticamente “il presidente dei ricchi”) ha deciso di impegnarsi dove gli altri avevano fallito, e ha incontrato subito una risposta decisa: allo sciopero del dicembre 2019 partecipavano un milione e mezzo di lavoratori (fu definito allora il più grande sciopero da una generazione).

In Francia il sistema sanitario e quello pensionistico sono regolamentati dal dopoguerra secondo una “solidarietà fra generazioni”. I contributi prevedono di solito una quota del 55% a carico dei datori di lavoro e del 45% dei lavoratori. Questo sistema ha garantito ai lavoratori la possibilità di andare in pensione ad un’età ragionevole, cosa che ha mantenuto alti i livelli di produttività ed ha anche alleggerito il sistema sanitario dagli eccessi di morbilità ed infortuni dovuti allo stress lavorativo per gli ultrasessantenni. Macron ha cercato, senza mai riuscirci, di utilizzare la vecchia tecnica del dividere i lavoratori del settore pubblico da quelli del privato, sostenendo di voler eliminare i “privilegi ingiusti” di alcune categorie di lavoratori.

In realtà, se da un lato il sistema previdenziale francese consente un’uscita in tempi più ragionevoli, dall’altro gli stipendi di intere categorie sono rimasti fermi o hanno perso valore, ciò in quanto i vantaggi pensionistici erano considerati una compensazione. Visto che il progetto Macron prevede un appiattimento verso il basso delle pensioni per milioni di lavoratori, e i vantaggi persi non saranno ricompensati da stipendi più alti o da uscite anticipate, si comprende la reazione. Basti pensare che un lavoratore delle ferrovie potrebbe, con la riforma, andare in pensione dieci anni più tardi.

Già nel 2020, con mobilitazioni operaie considerevoli ma meno estese, Macron era convinto che fosse arrivato il suo “momento Thatcher”, la versione francese dello sciopero dei minatori britannici del 1984-85 quando la Thatcher rifiutò di trattare per fermare le proteste. Ma l’ottimismo di Macron era prematuro; la resistenza degli scioperanti continua. Macron persiste ad attaccare il sistema sanitario e quello pensionistico del settore pubblico. Lo farà senz’altro per riconoscenza verso i settori finanziari ai quali deve il suo successo. Ma, secondo molti analisti, anche Macron sta lavorando alla sua pensione: sembra infatti che, come prevede il sistema delle porte girevoli tra carriere pubbliche e private, BlackRock abbia in serbo per lui una poltrona ben pagata per i suoi servigi.

Il fatto che la riforma delle pensioni proposta dal governo francese sia stata definita la “riforma delle pensioni di BlackRock”, sembra avere qualche fondamento. La multinazionale finanziaria di Larry Fink è la principale azionista di quasi tutte le multinazionali francesi, ed è considerata l’incarnazione del “capitalismo predatorio”, come se potesse mai esistere un capitalismo onesto. Lo stesso Macron proviene dagli ambienti delle banche di investimento, ed è visto dai soliti malpensanti come il manutengolo dell’alta finanza. Larry Fink ha incontrato diverse volte Macron (in incontri per la difesa dell’ambiente, mica per altro), mostrando un altruistico interesse per la politica del governo francese sulle pensioni. Lo smantellamento del sistema previdenziale francese sarebbe per Larry Fink l’occasione per dimostrare quanto è filantropo, riconvertendo il diseducativo assistenzialismo per poveri in un più etico assistenzialismo per ricchi. E, come temono i lavoratori francesi, i fondi-pensione gestiti dalle grandi multinazionali del credito andrebbero a sostituire il sistema previdenziale pubblico, come è successo negli USA. L’ingenuo si aspetterebbe che le autorità di controllo tenessero BlackRock sotto tiro per evitare che abusi della condizione di debolezza degli investitori costretti a ricorrere ai fondi-pensione. Invece è proprio il contrario, per cui il controllore del mercato azionario di New York si preoccupa del fatto che BlackRock non stia più investendo abbastanza in titoli “verdi”, cioè nella bolla finanziaria dei cosiddetti ESG. Ci si lamenta perché BlackRock non sta truffando abbastanza i piccoli investitori, mica per il fatto che i titoli ESG promuovono tecnologie ed aziende che non c’entrano nulla con la protezione dell’ambiente; tantomeno per il fatto che certe bolle finanziarie create sul nulla produttivo lasceranno i piccoli investitori col culo per terra. Come si è visto anche nel caso della Silicon Valley Bank, può bastare una stretta creditizia per scoprire il bluff; salvo poi presentare il conto ai piccoli investitori ed ai contribuenti poveri. Al gioco delle bolle “green” partecipano ovviamente anche i finti ambientalisti, secondo i quali l’unico inquinamento sarebbe quello da CO2.

Se ci si fa caso, si tratta dello stesso tipo di pantomima del finto controllo messa su dalla Procura di Bergamo, la quale non incrimina Fontana, Conte e Speranza per aver impedito la cura dei malati di una polmonite con le terapie sperimentate efficacemente da svariati decenni, bensì per non aver anticipato di qualche giorno la farsa criminale del lockdown a vantaggio dei profitti di Amazon e consimili. Blaise Pascal già notava che la legge vale per chi la subisce ma non per chi la gestisce, perciò lo Stato di Diritto te lo sogni. Purtroppo anche come semplice centro di comando lo Stato si rivela evanescente, un caos di amministrazioni inconcludenti che sono facile preda delle lobby d’affari; ciò non per un metafisico determinismo materialistico, ma solo perché il denaro è un movente univoco, che non dubita mai di se stesso e può utilizzare qualsiasi ideale a scopo promozionale. Allora tanto vale che a capo del sedicente Stato ci sia direttamente un lobbista come Macron.

Purtroppo per Macron, la gerarchia può comportare anche qualche umiliazione quando si incontrano i superiori di rango. Il primo ministro inglese Rishi Sunak, di origini afro/indù, è arrivato ai vertici prima del partito conservatore e poi del governo britannico. Niente hanno potuto le sue origini non troppo “british” contro i suoi agganci affaristici. Gli anglosassoni sanno premiare il “merito”: già direttore della società di investimenti “Catamaran Ventures”, ha accumulato, insieme con la moglie ereditiera, un patrimonio di circa settecento trenta milioni di sterline, liretta più liretta meno. Quale migliore referenza come garanzia del buon governo? E poi la moglie di Sunak mica è una “moglie di Soumahoro” qualsiasi, da sbertucciare per qualche ritardo nei pagamenti. La moglie di Sunak infatti ha investito in attività filantropiche, come il microcredito alle donne artigiane e piccole imprenditrici del settore tessile. Dopo circa tre anni in cui si sono fatte una concorrenza furiosa per sottostare alle condizioni vessatorie degli appalti imposti dalle multinazionali, le povere donne indiane sono fallite, ritrovandosi anche indebitate.

Nel suo recente incontro con il suo omologo Macron (guarda caso anche lui proveniente dalle banche d'investimento), Sunak ha affrontato il tema dell’immigrazione, quadruplicata negli ultimi tempi in UK, in gran parte proprio a causa di quel microcredito che devasta l’economia dei Paesi in “via di sviluppo” e costringe molti alla migrazione a causa dei debiti. Il legame causale tra microfinanza e migrazione è un dato ormai accertato a livello empirico, ma ciò non significa affatto smetterla di far soldi con i prestiti ai migranti e con le provvigioni sulle loro rimesse, ma soltanto che bisogna fare la faccia feroce con loro affidando ai subalterni il lavoro sporco.

Insomma, Sunak ha detto chiaro e tondo che la Francia deve fare di più per bloccare gli immigrati clandestini che attraversano la Manica. Qualche giorno fa, il ministro degli Interni francese Gerard Darmanin, sosteneva che l’Italia doveva fare di più per bloccare ed accogliere gli immigrati clandestini. Seguendo l’ordine gerarchico, la Meloni è fermamente intenzionata a chiedere alla Grecia e alla Turchia di fare di più per bloccare gli immigrati. Grecia e Turchia dovrebbero a loro volta rivolgersi alla Siria e all’Afghanistan e così via. Ma la Meloni probabilmente rimarrà delusa e dovrà subire qualche mandata a quel paese. Sono passati i bei tempi della psicopandemia, nei quali l’oligarchia dell’Italietta ascendeva di rango internazionale, dimostrando al mondo intero di essere la prima della classe nella capacità di ridurre il proprio popolo ad una cavia. Sunak ha parecchio da insegnare alla Meloni, infatti ha messo su una legge sull’immigrazione che tratta da clandestini tutti coloro che arrivano in modo irregolare, e li sottopone a fermo giudiziario per poi rispedirli verso uno Stato “sicuro” (?). Lo Stato sicuro in questione, nel quale deportare gli immigrati, è il Ruanda, che ha ricevuto finanziamenti per i campi di concentramento da allestire in loco. L’idea sembra demenziale quanto quella dei blocchi navali, ma non bisogna mai sottovalutare l’idiozia e la crudeltà di questi personaggi. Piantedosi e la Meloni non vogliono essere da meno, infatti dichiarano che daranno la caccia agli “scafisti” per appioppargli trenta anni di galera. In realtà gli “scafisti” non esistono e i barconi vengono affidati a migranti istruiti alla meglio. L’importante è non fare mai cenno alle leve finanziarie della migrazione, e continuare a far finta che i migranti lascino i loro Paesi di propria iniziativa.

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venerdì 24 marzo 2023

Alfredo Cospito sta morendo per continuare a vivere - Carmelo Musumeci


Mi è arrivato un appello da firmare per invitare Alfredo Cospito a sospendere lo sciopero della fame, ma non me la sono sentita di aderire perché ho iniziato a ricordare:

“Ho passato cinque lunghi anni nell’isola dell’Asinara sottoposto al regime di tortura democratico del 41 bis, di cui un anno e sei mesi in completo isolamento, passati in una cella e in un cortile dove non batteva mai il sole. Dalla mia cella d’isolamento mi era persino difficile vedere il cielo. In quegli anni non avevo nessuno con cui parlare o ridere. Per questo avevo imparato a parlare e a ridere da solo. Lo Stato ha sempre un alibi, quando tortura afferma che lo fa per la giustizia e la società. A volte dice che lo fa anche per il tuo bene. E usa molti mezzi per uccidere una persona poco per volta. Un anno e sei mesi d’isolamento senza mai parlare con nessuno sono stati molto duri. Settimane, mesi e anni sempre uguali. Giorni vuoti.  Il mio mondo non andava oltre il confine della mia cella. Ricordo che mi misero nella sezione “Fornelli”. I detenuti erano tutti in cella singola. Le celle erano venticinque. Sembravano degli armadi in ferro e cemento. Erano divise una dall’altra da uno spesso muro. E tutte avevano un blindato e un cancello davanti. Ogni blindato aveva uno sportellino di ferro con una fessura per consentire di far arrivare il cibo dentro la cella. C’era uno spioncino rotondo sul muro, dalla parte del bagno, che consentiva alle guardie di vedere l’interno senza essere viste. La stanza misurava circa tre metri d’altezza. Due metri di larghezza. E tre di lunghezza. Si potevano fare solo quattro piccoli passi in avanti e quattro indietro. La finestra era piccolissima, con enormi sbarre di ferro incrociate. Muri lisci. C’erano una branda, un tavolo e uno sgabello. Per pavimento una gettata di cemento grezzo. Stavamo chiusi ventitré ore su ventiquattro: avevamo solo un’ora di aria al giorno. In quella sezione eravamo tutti detenuti condannati a pene lunghe. E, la maggioranza, alla pena dell’ergastolo.”

Finito di ricordare, ho pensato che non ho nessun diritto di chiedere ad Alfredo Cospito di sospendere lo sciopero della fame perché lui sta morendo per poter continuare a vivere; perché ama così tanto la vita che non la vuole vedere appassire fra le mura di un carcere.

Solidarietà ad Alfredo perché anche se non può essere libero e felice continua ancora a lottare e ad amare la vita, e non è poco.

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venerdì 3 marzo 2023

Cospito è la vendetta populista dello Stato, Nordio metterebbe anche Gandhi al 41bis - Iuri Maria Prado

 

Ma quando un autocrate, esposto alla pressione di una protesta, o anche solo alla sorveglianza dell’opinione pubblica che ne denuncia i soprusi, decide di porre fine all’andazzo della sua prepotenza e la smette di perseverare nel proprio arbitrio, noi che cosa facciamo? Diciamo che ha ceduto al ricatto? I regimi segregazionisti avrebbero fatto bene a irrigidirsi, e noi avremmo compreso e giustificato quell’irrigidimento, giusto perché contro l’apartheid si sono sviluppate anche episodiche – e a volte anche molto gravi – manifestazioni di violenza?

Ma voglio andare oltre, rendendomi conto di quanto possa apparire urticante il paragone: se, soverchiato dallo sdegno del mondo civile, il regime iraniano smettesse di torturare i dimostranti rastrellati dalla polizia morale, noi che cosa diremmo? Che ha perso di credibilità e autorevolezza calando le brache davanti a quella riprovazione? Quando, qualche giorno fa, Khamenei ha annunciato un pur improbabile e limitato intervento di clemenza, abbiamo forse pensato che in tal modo quella dittatura teocratica rischia di perdere la faccia? A chi obiettasse che è blasfemo assimilare il caso del 41 bis, e dell’iniziativa di Alfredo Cospito, e della “fermezza” che qui si rivendica, alle mostruosità e al contegno impassibile dei sistemi oppressivi, risponderei che si tratta invece – ed esattamente – della stessa questione.

Anche qui si pretende infatti che la risposta dello Stato sia commisurata al comportamento di chi protesta anziché all’esigenza di ricondurre a giustizia un dispositivo di gratuita brutalità, il quale non ha nulla a che fare con le pretese esigenze sicuritarie che ne costituirebbero la giustificazione. Anche qui ci si esercita nello scrutinio della buona creanza di chi protesta, ma qui con punte di oltranza inquisitoria che lasciano allibiti, con il Guardasigilli liberale che si esibisce nell’investigazione grammaticale dei proclami del detenuto per concludere che l’iniziativa di sciopero della fame eccede il perimetro della nonviolenza: per il ministro, infatti, Cospito ha fatto denuncia del proprio subdolo tentativo insurrezionale dichiarando che il suo corpo è la sua “arma”.

E anche qui si pretende di difendere un regime speciale di trattamento dei detenuti opponendone la manutenzione al più classico pericolo, l’ “attacco allo Stato”, secondo la definizione di un altro ministro di questo governo: altrove lo Stato di Dio e della Rivoluzione, qui lo Stato dell’antimafia e lo Stato dell’antiterrorismo, i feticci in adorazione dei quali sono forse stati arrestati in questo Paese più innocenti che colpevoli. Lo Stato che riformasse questo incivile rimedio dell’ordinamento penitenziario non si piegherebbe davanti alla protesta di Cospito, ma davanti alla propria ingiustizia, e non si risolleverebbe più debole, ma più forte. Non si inchinerebbe agli intendimenti dei mafiosi che avrebbero istigato l’anarchico a proseguire lo sciopero, ma all’esigenza di farla finita con la giustizia dei piombi, con il finalismo giudiziario che per recidere il tentacolo del crimine non esita a mettere alla rinfusa sul ceppo e ad affidare indiscriminatamente al boia qualsiasi altro diritto.

Una soluzione diversa sarebbe stata un’occasione di riscatto dello Stato, la dimostrazione della capacità dello Stato di emendarsi, di riconoscere un proprio difetto e di porvi rimedio, e invece lo Stato ha dimostrato in questo modo di soggiacere in condizione di inerzia, che non è vigore, non è rispettabilità, a un’iniziativa cui sarebbe stato possibile rispondere con la forza del diritto anziché con questa sciocca intransigenza persecutoria. Se quello di Cospito era un ricatto, allora lo Stato avrebbe potuto liberarsene concedendo a sé stesso, non alla situazione di quel condannato, la possibilità di un incivilimento che non avrebbe avuto nulla di concessorio alle farneticazioni dell’anarchico né agli atti di violenza cui si sono abbandonati alcuni pericolosi dimostranti.

E il ministro della Giustizia avrebbe potuto dare prova di qualche aderenza tra la sua predicazione garantista e la linea esecutiva che ha concretamente ritenuto di intraprendere. Avrebbe potuto decidere di essere un ministro diverso, al costo di non essere più ministro, e invece ha deciso di non essere un ministro diverso pur di continuare a essere ministro.

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domenica 19 febbraio 2023

Appello internazionale per Alfredo Cospito

Alfredo Cospito, anarchico insurrezionalista, è detenuto da più di dieci anni, di cui sei in regime di alta sicurezza e da aprile dell’anno scorso per lui è stato disposto il regime di carcere duro del 41 bis. È l’isolamento totale.

L’articolo 41 bis dell’ordinamento penale è applicabile per reati gravi di mafia e terrorismo. Citando l’avvocato di Alfredo: “Il 41-bis ha un dettato normativo, un ambito applicativo che contempla l’utilizzo dello speciale, e afflittivo, regime detentivo soltanto per impedire la comunicazione tra soggetti di primo piano con ruoli qualificati in carcere e sodali all’esterno, nell’ambito di una organizzazione piramidale di cui faccia parte il sottoposto, per recidere la possibilità che il detenuto possa continuare a dare ordini ai sottoposti, come appunto accade o potrebbe accadere nel fenomeno gerarchico mafioso”.

Al di là della mostruosità in sé di quel regime detentivo, Alfredo non ha ucciso nessuno. È accusato del ferimento dell’A.D. della Ansaldo Nucleare e dell’esplosione di due pacchi bomba a basso potenziale nelle vicinanze della scuola degli Allievi Carabinieri di Fossano (Cuneo) nel 2006, che non ha provocato feriti né danni alle cose.

Alfredo ha iniziato a ottobre lo sciopero della fame contro il 41 bis. Uno sciopero politico. Alfredo dice che “la vita al 41bis non è vita e che se tale deve essere tanto vale sacrificarla in una lotta contro la barbarie”.

Per Alfredo l’avvocato chiede la revoca del 41 bis.

In queste settimane ci sono state molte manifestazioni di piazza anarchiche e antagoniste e negli ultimi giorni vari appelli di magistrati, avvocati, personalità della cultura e della politica, affinché Alfredo venga tolto dal regime di 41 bis.

Gli appelli sono rivolti al Ministro della Giustizia, al Presidente della Repubblica e al papa.

Mentre scriviamo si è ottenuto di anticipare l’udienza, ma avvocato e medico hanno lanciato l’allarme: é altissimo il rischio che Alfredo muoia prima.

Il governo ha ufficialmente dichiarato l’indisponibilità a modificare lo stato delle cose, sia rispetto al 41 bis sia rispetto alla detenzione nel “carcere duro” di Alfredo, che sta continuando lo sciopero della fame totale.

Quanto sta accadendo ci risulta insopportabile, ci fa male, perché è come assistere a una esecuzione.

Vogliamo fare arrivare ad Alfredo altre voci di calore e solidarietà, contribuire a fermare questa macchina impazzita e a dire che se Alfredo muore in tanti sappiamo che è stato ammazzato e da chi.

Alfredo Cospito, attraverso l’unica possibilità che ha – scegliere come e in nome di cosa morire – sta svelando agli occhi di molti le crepe, le voragini dello stato di diritto, dentro e fuori dal carcere. Il regime detentivo previsto dall’articolo 41 bis e l’ergastolo ostativo previsto dall’articolo 4-bis sono – nero su bianco – tortura e pena di morte (cosiddetta morte bianca).

L’accanimento del governo e degli organi di giustizia nei confronti di Alfredo brilla per ferocia, ottusità e ipocrisia.

Perché ciò che oggi risulta evidente è che siamo sì in un’epoca densa di terribili minacce: sanitarie, ambientali, climatiche, belliche… Ed é sufficiente un po’ di onestà intellettuale e di capacità di non farsi sopraffare dal caos mediatico, per sapere che non viviamo sotto la minaccia di una rete anarchica e antagonista (antifa) italiana o internazionale che attenterebbe alla nostra stessa sopravvivenza. Questo pericolosissimo soggetto – in nome del quale si sta condannando a morte Alfredo Cospito – non esiste.

Le reali minacce per la nostra sopravvivenza esistono e i colpevoli son ben altri.

Le misure eccezionali che travalicano l’emergenza e diventano ordinarie sono proprie dell’intera storia repubblicana.

Oggi assistiamo nuovamente a un’accelerazione e intensificazione dell’uso distorto dello strumentario dello stato di diritto, che rischia di stravolgerlo, contribuendo a trasformare nei fatti ogni atto di dissenso in reato penale.

Negli ultimi giorni si sono moltiplicate le voci e le prese di posizione a sostegno della revoca del 41 bis per Alfredo. Innanzi all’emergere di un un fronte ampio e variegato di solidarietà e di sdegno, la risposta del governo è sguaiatamente muscolare.

L’ipocrisia colpevole e strutturale dello stato si misura anche con il ricorso al pugno di ferro. Per quanto grande possa essere il pericolo da contenere lo stato di diritto non contempla per sua stessa definizione di oltrepassare il rispetto dei diritti umani elementari.

Il susseguirsi e il sovrapporsi negli ultimi anni di proclamazioni di stati d’emergenza (sanitaria, bellica e oggi in forma diversa di pericolo terroristico) sono lo sfondo diretto o indiretto su cui si staglia la brutalità del momento.

Consapevoli della difficoltà, pensiamo che la nostra epoca complessa di sconvolgimenti e incertezze ci ponga la sfida di resistere a ogni forma di riduzionismo e semplificazione e di vigilare sugli strumenti che di volta in volta gli apparati della gestione politica mettono e metteranno in campo per affrontare le minacce (reali o fittizie).

La moltiplicazione di voci ci rincuora e auspichiamo che continuino – caotiche, diverse, a mostrare che il “re è nudo” – e che si producano riflessioni, azioni e legami, che nutrano la nostra voglia e capacità di resistenza.

Affinché non ricali il silenzio su Alfredo, il 41 bis, il carcere ostativo, e affinché non passino sotto silenzio le nuove derive di punizione preventiva e di repressione del dissenso, la traduzione in norma di logiche e pratiche emergenziali.

Mandiamo ad Alfredo il nostro abbraccio caldo e solidale.

Il nostro grazie.

Per il Collectif Malgré Tout

[Miguel Benasayag, Bastien Cany, Teodoro Cohen, Angélique Del Rey, Umberto Galimberti, Eleonora Missana, Mary Nicotra, Roberta Padovano, Daniela Portonero]


È possibile firmare l’appello qui

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domenica 12 febbraio 2023

La vicenda di Cospito riflette la storia violenta del carcere - Giuseppe Rizzo

  

Il caso dell’anarchico al 41 bis non è cominciato oggi: va avanti da duecentocinquant’anni e 110 giorni, e mostra tutti i limiti delle condanne che tendono più alla vendetta che alla giustizia

 

“Un impero, ho letto non so dove,
si mantiene attraverso
la crudeltà delle sue carceri”,
Gennaio, Charles Simić

 

Il caso di Alfredo Cospito non è cominciato oggi: va avanti da 250 anni e 110 giorni. I secoli sono più o meno quelli della storia del carcere così per come lo conosciamo nella sua forma attuale, i giorni sono quelli dello sciopero della fame che l’anarchico ha cominciato contro il 41bis e l’ergastolo ostativo. Se queste due vicende non si leggono insieme, si rischia di non capire né l’una né l’altra: né, evidentemente, l’importanza che hanno per tutti, dentro e fuori la galera.

Cominciamo da Cospito. Nel 2014 l’anarchico è stato condannato perché due anni prima a Genova aveva ferito Roberto Adinolfi, dirigente dell’Ansaldo nucleare, sparandogli alle gambe. Nel 2017 è stato accusato di vari reati, tra cui aver messo due pacchi bomba davanti alla scuola allievi dei carabinieri di Fossano, in provincia di Cuneo, esplosi nella notte ​​tra il 2 e il 3 giugno 2006. L’attentato non ha causato né morti né feriti, ma secondo i giudici è stata solo una casualità, e infatti lo hanno condannato a vent’anni di reclusione con l’accusa di strage.

La corte di cassazione ha però ritenuto che non bastasse, e nel luglio 2022 ha ridefinito il reato da “strage contro la pubblica incolumità” a “strage contro la sicurezza dello stato”. Per capirsi: neanche gli attentati di Capaci e di via d’Amelio nel 1992 (undici morti in totale), né quello di Bologna nel 1980 (ottanta vittime), furono definiti stragi contro la sicurezza dello stato. Come ha scritto Adriano Sofri, è inutile commentare: “Non si può commentare la smisuratezza. La giustizia è smisurata e si compiace di esserlo, i suoi amministratori hanno nomi e cognomi ma non li indossano, bastano le uniformi, sono esseri smisurati per irrazionalità e cattiveria”.

L’ergastolo ostativo

Per questo reato Cospito rischia l’ergastolo ostativo e cioè la pena senza scampo. È il caso di soffermarsi su questa misura, perché è uno di quegli strumenti nati durante periodi d’emergenza che però sono diventati ordinari nel sistema penale italiano – distrattamente per la maggioranza delle persone, volutamente per gli innamorati delle galere altrui – e che caratterizzano questa storia.

Messo a punto all’indomani della strage di Capaci per combattere la mafia, l’ergastolo ostativo cancellava ogni alternativa al carcere per chi non collaborava con la giustizia. Nel tempo le maglie si sono allargate e oggi tra i cosiddetti delitti ostativi non c’è solo l’associazione mafiosa, ma anche il sequestro a scopo d’estorsione, la violenza sessuale di gruppo, il peculato e la corruzione. Nel 2021 la corte costituzionale ha accertato l’incostituzionalità dell’ergastolo ostativo e ha lasciato al parlamento un anno di tempo per “affrontare la materia”. Il governo Meloni lo ha fatto, riconfermandolo. L’emergenza è diventata sistema. Ma non è l’unica nel caso di Cospito.

Da quando è in carcere l’anarchico ha continuato a inviare articoli ad alcuni giornali della sua area, usando le parole che ha sempre usato: insurrezione, lotta contro lo stato, violenza necessaria. Finché nel maggio 2022 l’allora ministra della giustizia Marta Cartabia ha ritenuto che le sue parole fossero “documenti destinati ai propri compagni anarchici, invitati esplicitamente a continuare la lotta contro il dominio, particolarmente con mezzi violenti ritenuti più efficaci”. Per questo motivo a Cospito, invece di una semplice censura alla sua posta, è stato applicato il 41 bis, la seconda eccezione diventata regola che compare in questa vicenda.

Il 41 bis

La misura esiste dal 1986, quando fu approvata per consentire al ministero della giustizia “in casi eccezionali di rivolta o di altre gravi situazioni di emergenza” di sospendere “l’applicazione delle normali regole di trattamento dei detenuti”. Sono ancora una volta gli attentati di cosa nostra del 1992 a spingere la politica ad estendere i “casi eccezionali” e le “situazioni di emergenza”, consentendo di applicare il 41 bis ai mafiosi per interrompere ogni loro contatto con l’esterno.

Doveva durare tre anni, è arrivato fino a oggi, in una forma che prevede: l’isolamento quasi totale; due ore d’aria al giorno, contro le quattro degli altri; un colloquio di un’ora al mese, invece di sei, e solo con i familiari, separati da un vetro, tranne se il familiare ha meno di dodici anni; la sorveglianza 24 ore su 24; il controllo della posta; la registrazione delle telefonate e degli incontri.

La durezza di questo regime è sconfinata spesso nell’umiliazione, nel paradosso e nell’assurdo, quando non nell’annientamento vero e proprio, atteggiamenti e prassi vietate dalla costituzione italiana, anche per i crimini più violenti. Nel 2021 a un detenuto è stato negato un libro di Marta Cartabia, allora ex presidente della corte costituzionale, perché il possesso lo avrebbe “messo in posizione di privilegio agli occhi degli altri detenuti, aumenterebbe il carisma criminale”.

Il Post ha raccontato la storia della brigatista rossa Nadia Lioce: “La detenuta in un anno solare aveva parlato solo per 15 ore”. Un altro detenuto ha detto al Dubbio: “Per dieci anni sono stato isolato in una cella di 1,52 metri di larghezza per 2,52 di lunghezza. Non mi arrivava un raggio di luce”. Il docente di diritto penale Tullio Padovani ha tradotto in un’immagine efficace e sconfortante questa realtà: “Come previsto dalla normativa europea, un maiale adulto deve disporre di almeno sei metri quadrati di superficie libera. Noi al posto del porco mettiamo il detenuto”.

Nel tempo, anche l’uso del 41 bis si è dilatato, andando oltre il perimetro dell’associazione mafiosa. Oggi può finirci chi è accusato di terrorismo, prostituzione minorile, pedopornografia e contrabbando di tabacchi. Cospito è il primo e unico anarchico nella storia italiana a cui è stato applicato. Come ha ricordato sull’Essenziale Luigi Manconi, sociologo ed ex senatore del Pd, il 41 bis dovrebbe avere una sola finalità: “Interrompere le relazioni tra il detenuto e la criminalità esterna. Tutte le misure che eccedono quello scopo sono illegali”.

Nel 2018 la corte europea dei diritti umani ha condannato l’Italia per aver rinnovato il 41 bis al boss mafioso Bernardo Provenzano in punto di morte, violando il diritto a non essere sottoposti a trattamenti inumani. La corte costituzionale italiana è intervenuta varie volte, dichiarando illegittimi alcuni divieti, ma di fatto l’emergenza a cui doveva rispondere la norma è diventata ormai normale amministrazione. C’è un motivo per cui questo succede, e per capirlo bisogna tornare a circa 250 anni fa.

Il carcere non è sempre esistito

Nel 1757 Robert-François Damiens provò a uccidere re Luigi XV di Francia e per questo fu condannato a una delle pene più esemplari dell’epoca. “Alla fine fu squartato. Quest’ultima operazione fu molto lunga, perché i cavalli di cui ci si serviva non erano abituati a tirare (…), si fu obbligati, per smembrare le cosce del disgraziato a tagliargli i nervi e a troncargli le giunture con la scure”.

Nel raccontare l’esecuzione di Damiens il filosofo Michel Foucault non risparmia i dettagli più atroci e per un motivo preciso: fin dalle prime pagine del suo Sorvegliare e punire (Einaudi 1976) vuole mostrare “lo splendore dei supplizi”, ovvero il ricorso alle punizioni eclatanti, brutali e ingegnose che hanno preceduto la nascita del carcere.

Al contrario di quanto si possa pensare, il carcere non è sempre esistito. Anzi, nella forma in cui lo conosciamo oggi ha una storia relativamente breve, che comincia tra il settecento e l’ottocento. Non che prima non esistessero prigioni, segrete o “recinti” (carcer, in latino) dove tenere chiusa la gente. Ma erano appunto quello: luoghi in cui una persona accusata di qualcosa doveva aspettare la sua pena. Non erano la pena. Non si condannava qualcuno a sei mesi, sei anni o sessant’anni di carcere.

Gli antichi romani preferivano che i torti fossero risarciti in denaro, o con la fustigazione, l’esilio, i lavori forzati, e in alcuni casi la morte. In linea di principio il carcere era usato “ad continendos homines, non ad puniendos”. E così è stato per secoli. Perfino nel medioevo il carcere non aveva la centralità che ha oggi. Questo non significa che la situazione fosse migliore. Invece di scontare la loro pena in una cella le persone erano messe alla gogna, decapitate, bruciate, mutilate. I supplizi, appunto, splendevano. È durante l’illuminismo, scrive Foucault, che “la punizione cessa, poco a poco, di essere uno spettacolo”. Quel rito che “concludeva il crimine viene sospettato di mantenere con questo losche parentele: di eguagliarlo, se non sorpassarlo (…) di far rassomigliare il boia a un criminale e i giudici ad assassini”.

Contro il supplizio estremo, cioè la pena di morte, nel 1764 Cesare Beccaria scrisse Dei delitti e delle pene, un libro che racchiudeva lo spirito di riforma dell’epoca e che scatenò entusiasmi e polemiche in diversi paesi europei. “L’assassinio, che ci viene presentato come un crimine orribile, noi lo vediamo commettere freddamente, senza rimorsi”, scriveva il marchese.

Con cosa sostituirlo? Sul frontespizio della terza edizione del libro c’è un’immagine emblematica. La giustizia rappresentata da Minerva allontana con orrore il boia che le offre una serie di teste tagliate e punta lo sguardo verso un insieme di zappe, seghe e martelli, intrecciati a catene e manette. Il lavoro coatto e il carcere erano l’alternativa alla pena di morte e alla barbarie dei supplizi. La prigione nasce come una risposta a un’emergenza, ma l’emergenza l’ha segnata: da un lato è un’istituzione che ne è afflitta, dall’altro non potrebbe farne a meno. Tanto che, come ha fatto notare Foucault, le proposte di riforma del carcere sono coetanee al carcere stesso, e le inchieste giornalistiche e le denunce di secoli fa sulle sue condizioni sono simili a quelle di oggi.

Perché tutto questo funzioni c’è bisogno di una cosa: far credere che non esistano alternative. Foucault: “Essa appare talmente legata, e in profondità, col funzionamento stesso della società, da respingere nell’oblio tutte le altre punizioni che i riformatori del secolo diciottesimo avevano immaginato”. David Garland (Pena e società moderna, il Saggiatore 1999): “L’esistenza stessa di un sistema penale induce a trascurare la pensabilità di soluzioni alternative e a dimenticare che le istituzioni sono convenzioni sociali che non rispondono a un ordine naturale”. Wole Soyinka (Le baccanti di Euripide, Zona 2002): “Sei in catene. Ami le catene. Respiri catene, parli di catene, mangi catene, sogni catene, pensi catene. Il tuo mondo è in manette”.

Il carcere è una macchina che crea e divora emergenze, trasformandole in sistemi ordinari. Il 41 bis e l’ergastolo ostativo ne sono gli esempi più drammatici. Non sono delle eccezioni, sono il carcere al massimo della sua forma. La vicenda di Alfredo Cospito mostra che in Italia una pena basata sui principi di umanità e recupero, invece che sulla sete di vendetta e annientamento del nemico, è un’idea minoritaria. Lo era anche quella sull’abolizione della pena, come ricorda spesso il giurista Luigi Ferrajoli. Se la proposta di Beccaria e altri riformatori fosse stata messa ai voti, anche solo tra le persone che allora sapevano leggere, sarebbe stata bocciata. Senza una classe politica con il coraggio di assumersi la responsabilità di scelte impopolari, radicali e giuste, senza un’idea di mondo migliore che non sia quella di un mondo in prigione, senza una concezione della pena diversa dalla vendetta, i supplizi continueranno a splendere.

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