2. Avete provato almeno una volta il desiderio di non lavorare (senza far
lavorare gli altri al vostro posto)?
In questo caso, avete compreso che:
a) Anche se il lavoro
forzato dovesse produrre solo beni utili, come abiti, cibo, tecnica, comfort…,
non risulterebbe meno oppressivo e inumano, perché:
– il lavoratore
sarebbe ancora spossessato del proprio prodotto e sottomesso alle stesse leggi
del profitto e del potere.
– il lavoratore
continuerebbe col trascorrere al lavoro dieci volte il tempo necessario ad una
organizzazione piacevole della creatività per mettere a disposizione di tutti
beni cento volte maggiori.
b) Nel sistema
mercantile, che domina ovunque, il lavoro forzato non ha per scopo, come si
vuol far credere, quello di produrre beni utili e gradevoli a tutti, bensì
quello di produrre merci. Indipendentemente dal valore d’uso utile, inutile o
nocivo che possano contenere, le merci non hanno altra funzione che garantire
il profitto e il potere della classe dominante. In un tale sistema, tutti lavorano
per nulla e ne hanno sempre più coscienza.
c) Accumulando e
rinnovando le merci, il lavoro forzato aumenta il potere dei padroni, dei
burocrati, dei capi, degli ideologi. Diventa così oggetto di disgusto per i
lavoratori. Ogni sospensione del lavoro è un modo per ridiventare noi stessi,
nonché una sfida verso coloro che ce lo impediscono.
d) Il lavoro forzato
produce soltanto merci. Ogni merce è inseparabile dalla menzogna che la
rappresenta. Il lavoro forzato produce dunque menzogne, produce un mondo di
rappresentazioni menzognere, un mondo capovolto in cui l’immagine prende il
posto della realtà. In questo sistema spettacolare e mercantile, il lavoro
forzato produce su se stesso due importanti menzogne:
– la prima, è che il
lavoro sia utile e necessario e che lavorare sia interesse di tutti;
– la seconda, è far
credere che i lavoratori siano incapaci di emanciparsi dal lavoro e dal
salariato, che non possano edificare una società radicalmente nuova, fondata
sulla creazione collettiva e attraente, sull’autogestione generalizzata.
In sostanza, voi lottate già, coscientemente o no, per una società in cui
la fine del lavoro forzato lasci il posto alla creatività collettiva regolata
dai desideri di ciascuno e alla distribuzione gratuita dei beni necessari alla
costruzione della vita quotidiana. La fine del lavoro forzato significa la fine
del sistema in cui regnano il profitto, il potere gerarchizzato, la menzogna
generale. Significa la fine del sistema spettacolar-mercantile e avvia il
cambiamento globale di tutte le preoccupazioni. La ricerca di un’armonia delle
passioni, finalmente liberate e riconosciute, prenderà il posto della corsa al
denaro e alle briciole di potere (…).
8. Tranne che in rari momenti, vi accade di provare il sentimento
sgradevole di non appartenervi, di essere diventati stranieri a voi stessi?
In questo caso, avete compreso che:
a) Attraverso ognuno
dei nostri gesti – meccanizzati, ripetuti, separati gli uni dagli altri – il
tempo si sbriciola e, pezzo dopo pezzo, ci strappa a noi stessi. Questi tempi
morti si riproducono e si accumulano lavorando e facendoci lavorare per la
riproduzione e l’accumulazione delle merci.
b) L’invecchiare,
oggi, non è altro che l’aumento dei tempi morti, del tempo in cui la vita si
perde. È per questo motivo che non ci sono né giovani né vecchi, ma individui
più o meno vivi. I nostri nemici sono coloro che credono e fanno credere che il
cambiamento globale sia impossibile; sono i morti che ci governano e i morti
che si lasciano governare.
c) Noi lavoriamo, mangiamo,
leggiamo, dormiamo, consumiamo, ci divertiamo, assorbiamo cultura, ci facciamo
curare, e in tal modo sopravviviamo come piante d’appartamento. Sopravviviamo
contro tutto ciò che ci incita a vivere. Sopravviviamo per un sistema
totalitario e inumano – una religione di cose ed immagini – che ci recupera
quasi ovunque e quasi sempre per aumentare i profitti e i poteri della classe
burocratico-borghese.
d) Noi saremmo
semplicemente ciò che fa sopravvivere il sistema mercantile, se talvolta non
ridiventassimo di colpo noi stessi, se non venissimo còlti dal desiderio di
vivere appassionatamente. Anziché venir vissuti per procura, per immagini
interposte, i momenti autenticamente vissuti e il piacere senza riserve (unito
al rifiuto di ciò che l’ostacola o lo falsifica), sono altrettanti colpi
portati al sistema spettacolar-mercantile. Basta dar loro una maggiore coerenza
per estenderli, moltiplicarli e rafforzarli.
e) Creando
appassionatamente le condizioni favorevoli allo sviluppo delle passioni, noi
vogliamo distruggere ciò che ci distrugge. La rivoluzione è la passione che
permette tutte le altre. Una passione senza rivoluzione è la rovina del
piacere.
In sostanza, voi ne avete abbastanza del trascinarvi tra tempi morti e
obblighi. E lottate già, coscientemente o no, per una società la cui base non
sarà più la corsa al profitto e al potere ma la ricerca e l’armonizzazione
delle passioni da vivere (…).
15. Vi è mai capitato di sputare sul prete che passa? D’aver voglia di
bruciare una chiesa, un tempio, una moschea, una sinagoga?
In caso affermativo, avete compreso che:
a) La religione è
l’oppio della creatura oppressa.
b) Ogni religione
chiama al sacrificio; ciò che chiama al sacrificio è sempre religioso (i
militanti, ad esempio).
c) La religione è il
modello universale della menzogna, il capovolgimento del reale a profitto di un
mondo mitico, che diverrà, una volta desacralizzato, lo spettacolo della vita
quotidiana.
d) Il sistema
mercantile dissacra, distrugge lo spirito religioso e ridicolizza i suoi articoli
di merce (papa, corano, bibbia, crocifisso…), ma, allo stesso tempo, li
conserva come incitamento continuo a preferire l’apparenza al reale, la
sofferenza al piacere, lo spettacolo al vissuto, la sottomissione alla libertà,
il sistema dominante alle passioni. Lo spettacolo è la nuova religione e la
cultura è il suo spirito critico.
e) I simboli
religiosi attestano la permanenza del disprezzo che i regimi gerarchici di
tutti i tempi hanno riservato agli uomini. Tanto per fare un esempio: il
Cristo…
Al primo posto tra le
succursali delle produzioni divine, le Chiese cristiane hanno adottato, su
pressione del processo mercantile, un’esibizione da contorsionisti che vedrà la
fine solo con la definitiva scomparsa del suo simbolo pubblicitario: il camaleonte
Gesù. Figlio di dio, figlio di puttana, figlio di vergine, facitore di miracoli
e di panini, pederasta e puritano, militante e membro del servizio d’ordine,
accusatore e accusato, uomo di fatica e astronauta, non c’è un solo ruolo che
non sia alla portata di questo straordinario fantoccio. Lo si è visto come
mercante di sofferenze, piazzista di miracoli, sanculotto, socialista,
fascista, antifascista, stalinista, guerrigliero, reichiano, anarchico. È stato
sotto tutte le insegne, su ogni bandiera, dalle due parti del manganello, nella
maggior parte delle esecuzioni capitali, ove compare sia tra le mani del
carnefice sia tra quelle del condannato. Trova posto nei commissariati, nelle
prigioni, nelle scuole, nei bordelli, nelle caserme, nei grandi magazzini,
nelle zone di guerriglia. Ha servito da ciondolo, da cartello stradale, da
spaventapasseri per tenere in pace i morti e in ginocchio i vivi, da tortura e
da dieta dimagrante; servirà da cazzo artificiale quando i mercanti di prepuzi
sacri avranno riabilitato commercialmente il peccato. Povero Maometto, povero
Budda, povero Confucio, tristi rappresentanti di ditte concorrenti senza
immaginazione né dinamismo: Gesù vince su tutti i fronti. Gesù Cristo
superdroga e superstar: immagine di ogni venduto a dio in una vendita
promozionale da dio.
La pellicina scrotale
del dio-padre-fantasma tirata con tre spilli e trasformata in amuleto è il
simbolo più completo dell’uomo come merce universale.
In sostanza, voi lottate già, coscientemente o no, per una società in cui
sarà scomparsa l’organizzazione della sofferenza e delle sue compensazioni; in
cui l’idea di dio non avrà più alcun senso perché ognuno sarà padrone di se
stesso; in cui, sopra ogni cosa, i problemi del vissuto autentico e delle
passioni da soddisfare prevarranno definitivamente sui problemi della vita
invertita e delle passioni represse (…).
[Traduz. di Carmine Mangone]
(…)
38. Il vero senso di uno sciopero è il rifiuto del lavoro alienato e
della merce che produce e che lo produce.
39. Lo sciopero assume il suo vero significato solo diventando sciopero
selvaggio, cioè sbarazzandosi di ciò che ostacola l’autonomia degli operai
rivoluzionari: partiti, sindacati, padroni, capi, burocrati, candidati
burocrati, crumiri, lavoratori con la mentalità da sbirro e da schiavo.
40. Tutti i pretesti sono buoni per scatenare uno sciopero selvaggio,
perché non c’è nulla che giustifichi l’abbrutimento del lavoro forzato e la
disumanità del sistema mercantile.
41. Gli operai rivoluzionari non hanno bisogno di agitatori. È solo da
loro stessi che parte il movimento di agitazione generale.
42. Durante lo sciopero selvaggio, gli scioperanti devono esercitare il
potere assoluto, ad esclusione di ogni potere esterno ad essi.
43. Il solo modo per tenere in scacco le organizzazioni esterne – tutte
recuperatrici – sta nell’accordare ogni potere all’assemblea degli scioperanti
e nell’eleggere delegati incaricati di coordinare le decisioni e farle
applicare.
44. Per quanto limitato possa essere, uno sciopero selvaggio deve mettere
in pratica tutto il possibile per ottenere il sostegno del maggior numero di
persone. Ad esempio, abituando alla gratuità: sciopero delle cassiere di
supermercato che consenta la distribuzione gratuita dei beni esposti e
immagazzinati; distribuzione da parte degli operai dei prodotti da loro
costruiti oppure prelevati dagli stock di fabbrica. (…)
50. Bisogna saper coordinare i mezzi di pressione e dissuasione con la
natura delle rivendicazioni. Per esempio, è assurdo minacciare di far saltare
la fabbrica, come hanno fatto gli operai degli stabilimenti Salée a Liegi (nel
settembre 1973), per ottenere un colloquio con dei parlamentari. Il ricorso a
mezzi estremi deve condurre a misure radicali (per esempio, alla liquidazione
del nemico statale, al disarmo delle forze repressive, all’evacuamento di polizia
ed esercito da una città o da una regione).
51. Rischiare solo quando ne valga la pena. Se si resta isolati, meglio
abbandonare le posizioni e prevedere nuovi tentativi, evitando così la
repressione e volgendo a vantaggio dei rivoluzionari ogni momentaneo
ripiegamento.
52, In caso di minaccia repressiva, considerare la distruzione dei luoghi
e degli ostaggi. Ciò che non può essere espropriato a favore di tutti può
essere distrutto; in caso di vittoria, ricostruiremo; in caso di sconfitta,
affretteremo la rovina della merce.
53. Bisogna rinunciare una volta per tutte alle manifestazioni di massa e
agli scontri di tipo studentesco (sampietrini, bastoni, barricate). Per
proteggere la merce, i poliziotti non esiteranno a sparare. I gruppi
d’intervento devono giungere rapidamente al disarmo e alla neutralizzazione
degli statalisti.
54. Mai fidarsi degli statalisti, non accettare alcuna tregua, estendere
il movimento il più rapidamente possibile, e non dimenticare la ferocia della
repressione borghese e democratica.
55. Ogni operaio ha il diritto di espropriare a proprio vantaggio i
prodotti e le tecniche impiegate finora contro di lui.
56. Ogni operaio ha il diritto di sabotare tutto ciò che serve a
distruggerlo.
57. Il sabotaggio e l’esproprio sono i gesti spontanei più diffusi
nell’ambiente operaio. Per moltiplicarli, perfezionarli e dar loro maggiore
coerenza, basta diffonderne ovunque la coscienza e ribadirne l’utilità.
58. Nel 1972, un rapporto presentato da funzionari del Commissariato per
la protezione dello Stato e per il rispetto della costituzione, e dai
responsabili della sicurezza industriale nella Repubblica Federale Tedesca, ha
rilevato i seguenti atti di sabotaggio economico:
– In una fabbrica di
pneumatici, le miscele occorrenti alla loro fabbricazione erano state a più
riprese sporcate con diverse sostanze.
– Nei dintorni di
un’acciaieria, due uomini hanno danneggiato le valvole di ritegno di una
conduttura del gas, provocando il raffreddamento di un altoforno e, di
conseguenza, perdite di produzione per svariati milioni di marchi.
– Una ditta
fabbricante tubi catodici ha dovuto far fronte a numerosi reclami prima di
rendersi conto che il vetro era stato sporcato con l’aggiunta di prodotti
chimici.
– Una cava contenente
macchinari di grande valore è stata inondata previo il taglio di una condotta
d’acqua.
– Sconosciuti hanno
rubato le schede perforate dei calcolatori in un grosso deposito, impedendo
così il lavoro per quattro giorni.
Questi esempi,
pubblicati da una rivista tedesca, danno un’idea della creatività individuale
applicata al sabotaggio.
59. Il sabotaggio è più appassionante del bricolage, del giardinaggio o
delle scommesse sui cavalli. (…) Tutti sanno che:
– Un martello o una
sbarra di ferro bastano per distruggere un calcolatore, un prototipo, il
materiale di precisione, i marcatempo, i robot che controllano ed impongono i
ritmi di produzione.
– Una sorgente di
calore avvicinata ad un interruttore automatico, libera l’acqua delle pompe
antincendio fissate al soffitto dei grandi magazzini o nelle zone di
immagazzinamento.
– Un po’ di limatura
di ferro nel carburatore, zucchero nel serbatoio, solforicinato di ammonio nel
carter motore, mette fuori uso l’auto di un poliziotto, del padrone, di un
crumiro, di un capo sindacale.
– La diffusione dei
numeri di telefono dei capi e del numero di targa della loro automobile,
possono servire come arma di dissuasione e di demoralizzazione.
Intanto, si comincia
seriamente ad uscire dall’epoca dell’improvvisazione.
60. Più il sistema mercantile si complica, più bastano a distruggerlo dei
mezzi semplici.
61. Il terrorismo è il recupero del sabotaggio, la sua ideologia, la sua
immagine separata. Benché sia utile, all’inizio degli scioperi selvaggi,
distruggere i registratori di cassa dei supermercati, dare i soldi delle casse
al personale in sciopero, organizzare una distribuzione selvaggia dei prodotti
e spiegare ciò che sarà l’autogestione generalizzata, è invece assurdo
scatenare la stessa operazione senza un legame con il movimento di esproprio
delle fabbriche.
62. La positività del sabotaggio è che abitua gli operai a conoscere,
meglio dei padroni, gli errori commessi nella produzione legata al profitto, e
rende possibile sia aggravarli, sia correggerli quando si espropria la
fabbrica. (…)
64. Il sabotaggio è, per antonomasia, l’anti-lavoro, l’anti-militantismo,
l’anti-sacrificio. Ognuno lo prepara ricercando nello stesso tempo il proprio
piacere, l’interesse di tutti, un rischio calcolato, la facilità d’esecuzione,
l’occasione favorevole. Abitua all’autonomia e alla creatività, e fa da base
concreta alle relazioni che i rivoluzionari intendono stabilire tra loro. (…)
(Traduzione di Carmine Mangone)
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