lunedì 2 novembre 2026

scrive Raoul Vaneigem

 

2. Avete provato almeno una volta il desiderio di non lavorare (senza far lavorare gli altri al vostro posto)?

In questo caso, avete compreso che:
a) Anche se il lavoro forzato dovesse produrre solo beni utili, come abiti, cibo, tecnica, comfort…, non risulterebbe meno oppressivo e inumano, perché:
– il lavoratore sarebbe ancora spossessato del proprio prodotto e sottomesso alle stesse leggi del profitto e del potere.
– il lavoratore continuerebbe col trascorrere al lavoro dieci volte il tempo necessario ad una organizzazione piacevole della creatività per mettere a disposizione di tutti beni cento volte maggiori.
b) Nel sistema mercantile, che domina ovunque, il lavoro forzato non ha per scopo, come si vuol far credere, quello di produrre beni utili e gradevoli a tutti, bensì quello di produrre merci. Indipendentemente dal valore d’uso utile, inutile o nocivo che possano contenere, le merci non hanno altra funzione che garantire il profitto e il potere della classe dominante. In un tale sistema, tutti lavorano per nulla e ne hanno sempre più coscienza.
c) Accumulando e rinnovando le merci, il lavoro forzato aumenta il potere dei padroni, dei burocrati, dei capi, degli ideologi. Diventa così oggetto di disgusto per i lavoratori. Ogni sospensione del lavoro è un modo per ridiventare noi stessi, nonché una sfida verso coloro che ce lo impediscono.
d) Il lavoro forzato produce soltanto merci. Ogni merce è inseparabile dalla menzogna che la rappresenta. Il lavoro forzato produce dunque menzogne, produce un mondo di rappresentazioni menzognere, un mondo capovolto in cui l’immagine prende il posto della realtà. In questo sistema spettacolare e mercantile, il lavoro forzato produce su se stesso due importanti menzogne:
– la prima, è che il lavoro sia utile e necessario e che lavorare sia interesse di tutti;
– la seconda, è far credere che i lavoratori siano incapaci di emanciparsi dal lavoro e dal salariato, che non possano edificare una società radicalmente nuova, fondata sulla creazione collettiva e attraente, sull’autogestione generalizzata.

In sostanza, voi lottate già, coscientemente o no, per una società in cui la fine del lavoro forzato lasci il posto alla creatività collettiva regolata dai desideri di ciascuno e alla distribuzione gratuita dei beni necessari alla costruzione della vita quotidiana. La fine del lavoro forzato significa la fine del sistema in cui regnano il profitto, il potere gerarchizzato, la menzogna generale. Significa la fine del sistema spettacolar-mercantile e avvia il cambiamento globale di tutte le preoccupazioni. La ricerca di un’armonia delle passioni, finalmente liberate e riconosciute, prenderà il posto della corsa al denaro e alle briciole di potere (…).

8. Tranne che in rari momenti, vi accade di provare il sentimento sgradevole di non appartenervi, di essere diventati stranieri a voi stessi?

In questo caso, avete compreso che:
a) Attraverso ognuno dei nostri gesti – meccanizzati, ripetuti, separati gli uni dagli altri – il tempo si sbriciola e, pezzo dopo pezzo, ci strappa a noi stessi. Questi tempi morti si riproducono e si accumulano lavorando e facendoci lavorare per la riproduzione e l’accumulazione delle merci.
b) L’invecchiare, oggi, non è altro che l’aumento dei tempi morti, del tempo in cui la vita si perde. È per questo motivo che non ci sono né giovani né vecchi, ma individui più o meno vivi. I nostri nemici sono coloro che credono e fanno credere che il cambiamento globale sia impossibile; sono i morti che ci governano e i morti che si lasciano governare.
c) Noi lavoriamo, mangiamo, leggiamo, dormiamo, consumiamo, ci divertiamo, assorbiamo cultura, ci facciamo curare, e in tal modo sopravviviamo come piante d’appartamento. Sopravviviamo contro tutto ciò che ci incita a vivere. Sopravviviamo per un sistema totalitario e inumano – una religione di cose ed immagini – che ci recupera quasi ovunque e quasi sempre per aumentare i profitti e i poteri della classe burocratico-borghese.
d) Noi saremmo semplicemente ciò che fa sopravvivere il sistema mercantile, se talvolta non ridiventassimo di colpo noi stessi, se non venissimo còlti dal desiderio di vivere appassionatamente. Anziché venir vissuti per procura, per immagini interposte, i momenti autenticamente vissuti e il piacere senza riserve (unito al rifiuto di ciò che l’ostacola o lo falsifica), sono altrettanti colpi portati al sistema spettacolar-mercantile. Basta dar loro una maggiore coerenza per estenderli, moltiplicarli e rafforzarli.
e) Creando appassionatamente le condizioni favorevoli allo sviluppo delle passioni, noi vogliamo distruggere ciò che ci distrugge. La rivoluzione è la passione che permette tutte le altre. Una passione senza rivoluzione è la rovina del piacere.

In sostanza, voi ne avete abbastanza del trascinarvi tra tempi morti e obblighi. E lottate già, coscientemente o no, per una società la cui base non sarà più la corsa al profitto e al potere ma la ricerca e l’armonizzazione delle passioni da vivere (…).

15. Vi è mai capitato di sputare sul prete che passa? D’aver voglia di bruciare una chiesa, un tempio, una moschea, una sinagoga?

In caso affermativo, avete compreso che:
a) La religione è l’oppio della creatura oppressa.
b) Ogni religione chiama al sacrificio; ciò che chiama al sacrificio è sempre religioso (i militanti, ad esempio).
c) La religione è il modello universale della menzogna, il capovolgimento del reale a profitto di un mondo mitico, che diverrà, una volta desacralizzato, lo spettacolo della vita quotidiana.
d) Il sistema mercantile dissacra, distrugge lo spirito religioso e ridicolizza i suoi articoli di merce (papa, corano, bibbia, crocifisso…), ma, allo stesso tempo, li conserva come incitamento continuo a preferire l’apparenza al reale, la sofferenza al piacere, lo spettacolo al vissuto, la sottomissione alla libertà, il sistema dominante alle passioni. Lo spettacolo è la nuova religione e la cultura è il suo spirito critico.
e) I simboli religiosi attestano la permanenza del disprezzo che i regimi gerarchici di tutti i tempi hanno riservato agli uomini. Tanto per fare un esempio: il Cristo…
Al primo posto tra le succursali delle produzioni divine, le Chiese cristiane hanno adottato, su pressione del processo mercantile, un’esibizione da contorsionisti che vedrà la fine solo con la definitiva scomparsa del suo simbolo pubblicitario: il camaleonte Gesù. Figlio di dio, figlio di puttana, figlio di vergine, facitore di miracoli e di panini, pederasta e puritano, militante e membro del servizio d’ordine, accusatore e accusato, uomo di fatica e astronauta, non c’è un solo ruolo che non sia alla portata di questo straordinario fantoccio. Lo si è visto come mercante di sofferenze, piazzista di miracoli, sanculotto, socialista, fascista, antifascista, stalinista, guerrigliero, reichiano, anarchico. È stato sotto tutte le insegne, su ogni bandiera, dalle due parti del manganello, nella maggior parte delle esecuzioni capitali, ove compare sia tra le mani del carnefice sia tra quelle del condannato. Trova posto nei commissariati, nelle prigioni, nelle scuole, nei bordelli, nelle caserme, nei grandi magazzini, nelle zone di guerriglia. Ha servito da ciondolo, da cartello stradale, da spaventapasseri per tenere in pace i morti e in ginocchio i vivi, da tortura e da dieta dimagrante; servirà da cazzo artificiale quando i mercanti di prepuzi sacri avranno riabilitato commercialmente il peccato. Povero Maometto, povero Budda, povero Confucio, tristi rappresentanti di ditte concorrenti senza immaginazione né dinamismo: Gesù vince su tutti i fronti. Gesù Cristo superdroga e superstar: immagine di ogni venduto a dio in una vendita promozionale da dio.
La pellicina scrotale del dio-padre-fantasma tirata con tre spilli e trasformata in amuleto è il simbolo più completo dell’uomo come merce universale.

In sostanza, voi lottate già, coscientemente o no, per una società in cui sarà scomparsa l’organizzazione della sofferenza e delle sue compensazioni; in cui l’idea di dio non avrà più alcun senso perché ognuno sarà padrone di se stesso; in cui, sopra ogni cosa, i problemi del vissuto autentico e delle passioni da soddisfare prevarranno definitivamente sui problemi della vita invertita e delle passioni represse (…).

[Traduz. di Carmine Mangone]

da qui

 

(…)

38. Il vero senso di uno sciopero è il rifiuto del lavoro alienato e della merce che produce e che lo produce.

39. Lo sciopero assume il suo vero significato solo diventando sciopero selvaggio, cioè sbarazzandosi di ciò che ostacola l’autonomia degli operai rivoluzionari: partiti, sindacati, padroni, capi, burocrati, candidati burocrati, crumiri, lavoratori con la mentalità da sbirro e da schiavo.

40. Tutti i pretesti sono buoni per scatenare uno sciopero selvaggio, perché non c’è nulla che giustifichi l’abbrutimento del lavoro forzato e la disumanità del sistema mercantile.

41. Gli operai rivoluzionari non hanno bisogno di agitatori. È solo da loro stessi che parte il movimento di agitazione generale.

42. Durante lo sciopero selvaggio, gli scioperanti devono esercitare il potere assoluto, ad esclusione di ogni potere esterno ad essi.

43. Il solo modo per tenere in scacco le organizzazioni esterne – tutte recuperatrici – sta nell’accordare ogni potere all’assemblea degli scioperanti e nell’eleggere delegati incaricati di coordinare le decisioni e farle applicare.

44. Per quanto limitato possa essere, uno sciopero selvaggio deve mettere in pratica tutto il possibile per ottenere il sostegno del maggior numero di persone. Ad esempio, abituando alla gratuità: sciopero delle cassiere di supermercato che consenta la distribuzione gratuita dei beni esposti e immagazzinati; distribuzione da parte degli operai dei prodotti da loro costruiti oppure prelevati dagli stock di fabbrica. (…)

50. Bisogna saper coordinare i mezzi di pressione e dissuasione con la natura delle rivendicazioni. Per esempio, è assurdo minacciare di far saltare la fabbrica, come hanno fatto gli operai degli stabilimenti Salée a Liegi (nel settembre 1973), per ottenere un colloquio con dei parlamentari. Il ricorso a mezzi estremi deve condurre a misure radicali (per esempio, alla liquidazione del nemico statale, al disarmo delle forze repressive, all’evacuamento di polizia ed esercito da una città o da una regione).

51. Rischiare solo quando ne valga la pena. Se si resta isolati, meglio abbandonare le posizioni e prevedere nuovi tentativi, evitando così la repressione e volgendo a vantaggio dei rivoluzionari ogni momentaneo ripiegamento.

52, In caso di minaccia repressiva, considerare la distruzione dei luoghi e degli ostaggi. Ciò che non può essere espropriato a favore di tutti può essere distrutto; in caso di vittoria, ricostruiremo; in caso di sconfitta, affretteremo la rovina della merce.

53. Bisogna rinunciare una volta per tutte alle manifestazioni di massa e agli scontri di tipo studentesco (sampietrini, bastoni, barricate). Per proteggere la merce, i poliziotti non esiteranno a sparare. I gruppi d’intervento devono giungere rapidamente al disarmo e alla neutralizzazione degli statalisti.

54. Mai fidarsi degli statalisti, non accettare alcuna tregua, estendere il movimento il più rapidamente possibile, e non dimenticare la ferocia della repressione borghese e democratica.

55. Ogni operaio ha il diritto di espropriare a proprio vantaggio i prodotti e le tecniche impiegate finora contro di lui.

56. Ogni operaio ha il diritto di sabotare tutto ciò che serve a distruggerlo.

57. Il sabotaggio e l’esproprio sono i gesti spontanei più diffusi nell’ambiente operaio. Per moltiplicarli, perfezionarli e dar loro maggiore coerenza, basta diffonderne ovunque la coscienza e ribadirne l’utilità.

58. Nel 1972, un rapporto presentato da funzionari del Commissariato per la protezione dello Stato e per il rispetto della costituzione, e dai responsabili della sicurezza industriale nella Repubblica Federale Tedesca, ha rilevato i seguenti atti di sabotaggio economico:
– In una fabbrica di pneumatici, le miscele occorrenti alla loro fabbricazione erano state a più riprese sporcate con diverse sostanze.
– Nei dintorni di un’acciaieria, due uomini hanno danneggiato le valvole di ritegno di una conduttura del gas, provocando il raffreddamento di un altoforno e, di conseguenza, perdite di produzione per svariati milioni di marchi.
– Una ditta fabbricante tubi catodici ha dovuto far fronte a numerosi reclami prima di rendersi conto che il vetro era stato sporcato con l’aggiunta di prodotti chimici.
– Una cava contenente macchinari di grande valore è stata inondata previo il taglio di una condotta d’acqua.
– Sconosciuti hanno rubato le schede perforate dei calcolatori in un grosso deposito, impedendo così il lavoro per quattro giorni.
Questi esempi, pubblicati da una rivista tedesca, danno un’idea della creatività individuale applicata al sabotaggio.

59. Il sabotaggio è più appassionante del bricolage, del giardinaggio o delle scommesse sui cavalli. (…) Tutti sanno che:
– Un martello o una sbarra di ferro bastano per distruggere un calcolatore, un prototipo, il materiale di precisione, i marcatempo, i robot che controllano ed impongono i ritmi di produzione.
– Una sorgente di calore avvicinata ad un interruttore automatico, libera l’acqua delle pompe antincendio fissate al soffitto dei grandi magazzini o nelle zone di immagazzinamento.
– Un po’ di limatura di ferro nel carburatore, zucchero nel serbatoio, solforicinato di ammonio nel carter motore, mette fuori uso l’auto di un poliziotto, del padrone, di un crumiro, di un capo sindacale.
– La diffusione dei numeri di telefono dei capi e del numero di targa della loro automobile, possono servire come arma di dissuasione e di demoralizzazione.
Intanto, si comincia seriamente ad uscire dall’epoca dell’improvvisazione.

60. Più il sistema mercantile si complica, più bastano a distruggerlo dei mezzi semplici.

61. Il terrorismo è il recupero del sabotaggio, la sua ideologia, la sua immagine separata. Benché sia utile, all’inizio degli scioperi selvaggi, distruggere i registratori di cassa dei supermercati, dare i soldi delle casse al personale in sciopero, organizzare una distribuzione selvaggia dei prodotti e spiegare ciò che sarà l’autogestione generalizzata, è invece assurdo scatenare la stessa operazione senza un legame con il movimento di esproprio delle fabbriche.

62. La positività del sabotaggio è che abitua gli operai a conoscere, meglio dei padroni, gli errori commessi nella produzione legata al profitto, e rende possibile sia aggravarli, sia correggerli quando si espropria la fabbrica. (…)

64. Il sabotaggio è, per antonomasia, l’anti-lavoro, l’anti-militantismo, l’anti-sacrificio. Ognuno lo prepara ricercando nello stesso tempo il proprio piacere, l’interesse di tutti, un rischio calcolato, la facilità d’esecuzione, l’occasione favorevole. Abitua all’autonomia e alla creatività, e fa da base concreta alle relazioni che i rivoluzionari intendono stabilire tra loro. (…)

(Traduzione di Carmine Mangone)

da qui

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