Fa più
schifo il gesto
violento e insulso di spaccare una vetrina, come hanno fatto i minorenni di
periferia calati nel salotto della meneghina via Torino, così tanto per il
gusto di farlo o per portarsi via un paio di calzature della moda sportiva Under
Amour? Oppure dà più ribrezzo constatare i prezzi di quelle vetrine, non
sempre esposti, e comunque oltremisura cari? Il Customer care dirà che
no, ce n’è per tutte le tasche, scarpe da 250 euro ma pure da 39,99 basta
cercare i modelli. Però le tasche dei ragazzi di Corvetto possono esser vuote,
dipende dal reddito familiare, e se si abita lì o alla Barona, insomma, anche i
genitori non se la passano neppure da ceto medio impoverito. Questo basta per
spaccare? Probabilmente no, ma non è questo il punto. Ciò che la politica
tutta in Parlamento s’appresta ancora una volta a censurare è un’ira giudicata
senza scopo se non far casino, una rabbia già bollata come opera di “maranza”
secondo la Lega, “terrorista” per i Fratelli d’Italia, “feccia” dai
seguaci dello spirito di Silvio Berlusconi che la Milano e la nazione classista
e razzista hanno avuto premura di rilanciare trent’anni or sono. Poi nell’altra
parte dell’emiciclo i nasi strizzati sono quelli sedicenti progressisti che
allargano il campo - ma a chi, alle carriere dei loro famigli? - e con una
simile puzzetta sotto le frogie pontificano. Tutti a recitare la litanìa della
malvagità della violenza e della necessità d’un fronte comune contro i teppisti
senza sforzarsi, non tanto di cercare le cause dell’insensata collera, ma
neppure di farsi raccontare come si vive nelle periferie-ghetto. Poiché se i
poco più che bambini che si sentono potenti e importanti quando il clamore del
gesto fa da eco e da ulteriore richiamo possono venire compresi, educati,
reinstradati, inseriti attraverso l’impegno di società, parenti, insegnanti, la
politica e i suoi sacerdoti che hanno il reale potere su ogni cosa accada
attorno a noi, per quanto mostrano da anni e decenni devono essere
azzerati.
Perché hanno fallito. Hanno riempito i loro stessi governi, i media sviolinatori, le teste degli elettori di promesse inattuate o favole inventate per la bisogna della propria sopravvivenza e quella d’un sistema che abbandona a sé i luoghi d’educazione pubblica sviliti a avviliti da una voluta indigenza amministrativa; coi cumuli di cemento di periferie-rifiuto cedute alle losche faccende della malavita organizzata che può reclutare anche i ragazzini dello spacco per un altro genere di spaccature, quelle cerebrali dello spaccio di droghe. Dello stato sociale tagliato e triturato, di diritti costituzionali sempre più negati, dallo studio, al lavoro, alla salute, la cosiddetta società del benessere non di tutti e certamente non per tutti cosa propone da anni se non l’affarismo d’una merceologia arrembante per chi ha e può spendere? Dall’abbigliamento sportivo a quello lussuoso, dal turismo inteso come investimento non come conoscenza, ottundendo quell’apprendimento antropologico, sociale, culturale rappresentato dal viaggio ora impedito non dalle antiche frontiere fra gli Stati ma dal caro-biglietti d’ogni mezzo rapido di locomozione imposto dalle major del trasporto. Resta poco al ragazzotto di periferia nato marginale e marginalizzato da certe schifezze di città, trasformate dai signori del business nel divertimentificio sostenuto con le carte di credito. Società dell’Avere che fagocita quella dell’Essere, e per la pace dei pensatori d’antan è sempre stato così. Perciò si cercava la rivolta. Ahinoi, è sempre più così. E se solo un cinquantennio addietro c’era chi sperava e sperimentava d’attraversare i tentacoli speculativi dell’omologazione, ora chi governa le nostre città e le nostre vite ai bambini cresciuti male e svezzati peggio impone di tacere, adeguarsi o sfibrarsi nell’alienazione quotidiana. Fanno schifo i sepolcri imbiancati della politica, non i disperati della domenica. Quest’ultimi sono le loro ignare vittime, non i responsabili dello sfascio.