Visualizzazione post con etichetta Stella Moris. Mostra tutti i post
Visualizzazione post con etichetta Stella Moris. Mostra tutti i post

martedì 4 luglio 2023

Assange, appassisce dietro le sbarre - Andrea Zhok

 

Stella Moris, la moglie di Julian Assange è stata ricevuta, con i suoi due figli, da Papa Francesco.

Ovviamente si tratta di un evento di carattere simbolico piuttosto rilevante, visto che si tratta della moglie di un giornalista detenuto nel carcere britannico di Belmarsh, in attesa di essere estradato negli USA, dove dovrà affrontare accuse per 175 anni di carcere.

E ovviamente, tranne fuggevoli cenni su una manciata di testate, il giornalismo italiano si è distinto una volta di più per il silenzio, per le virtù dell’omissione asservita, uniche virtù vigorosamente presenti nel sistema mediatico odierno.

Chi si sia preso la briga di informarsi sulla vicenda di Assange, ad esempio dall’ottimo ed equilibrato resoconto del prof. Nils Melzer, ex relatore speciale dell’ONU, sa che la condotta di Assange prima della persecuzione è stata non solo esemplare di ciò che dovrebbe fare il giornalismo d’inchiesta, ma anche deontologicamente impeccabile nei casi in cui le informazioni ottenute potevano creare pericoli a terzi (ad esempio agenti sotto copertura).

Ma Assange ha commesso l’imperdonabile: ha smentito in modo documentato e irrefutabile le menzogne decorative che gli USA imponevano al mondo circa la propria attività di cavaliere dell’ideale e benevolo poliziotto globale.

La persecuzione di Assange è l’epitome del collasso delle liberaldemocrazie occidentali, è il segno distintivo di una forma di civiltà che ha perduto ogni credibilità di fronte a sé stessa, avendo tradito sistematicamente tutti i valori che aveva sbandierato per decenni come peculiarmente propri (libertà di pensiero, libertà di espressione, trasparenza, egalitarismo, rappresentatività democratica, rispetto per la persona umana, ecc.).

Oramai, in questo arretramento costante, in questa parabola di decadimento terminale – di cui eventi come le rivolte in Francia sono un segno – le uniche carte rimaste da giocare stanno nel rallentare quest’autocoscienza imbellettandosi nel gioco dei riconoscimenti mediatici: sceneggiatine salottiere in prima serata in cui il giornalista A scambia onoreficenze con l’intellettuale di risulta B che si sdraia in attesa di grattini sulla pancia da parte del presidente C, e via gigionando .

Intanto Assange, e con lui la verità nelle forme più varie, appassisce dietro le sbarre.

 


 

scrive Alessandro Di Battista: 

Oggi il più grande Giornalista vivente compie 52 anni. Gli ultimi 4 compleanni li ha passati in una cella 2×3 in un carcere di massima sicurezza londinese. I 7 precedenti all’interno di un’ambasciata dove si è rifugiato per sfuggire ad una falsa accusa di stupro che in realtà (come si è visto successivamente) nascondeva il desiderio di estradarlo in USA. Ricordo a tutti che Assange è detenuto senza aver ricevuto alcuna condanna. È in carcere (e rischia di morirci) esclusivamente per aver pubblicato notizie vere e di pubblico interesse. Dunque è in carcere per aver fatto (lui sì) il Giornalista. Tutto questo si consuma nel cuore del libero e democratico occidente. Una roba vergognosa. Tanti auguri Julian!

 da qui

sabato 11 marzo 2023

Stella Moris Assange: “Cari giornalisti italiani, siete nel mirino anche voi. Insieme ai vostri lettori” - Patrick Boylan

 

Stella Moris Assange lancia un grido d’allarme a tutti coloro che fanno il giornalismo con coscienza. E anche a tutti coloro che ne dipendono per tenersi informati. Il Potere sta cercando di bendare e imbavagliare non solo Julian, ma anche la stessa informazione libera e il nostro #DirittoDiSapere. 

 

La Sala dei Gruppi Parlamentari di Montecitorio era stracolma martedì scorso per sentire Stella Moris, partner del co-fondatore del sito WikiLeaks Julian Assange, spiegare come l’accanita persecuzione giudiziaria di Julian è in realtà “un attacco alla libertà di stampa”.

“E’ un segnale”, ha detto Stella, voluto deliberatamente dal Potere “per scoraggiare gli altri giornalisti dal fare come lui”, un segnale che mette a nudo “ciò di cui il Potere è capace”. L’Europa ha pertanto il dovere di “mobilitarsi in difesa di Julian Assange” per salvare “la libertà di stampa e di espressione”.

La 39enne avvocata – e da sempre paladina dei diritti umani – ha lanciato questo suo appello nel quadro dell’incontro sul “Caso Assange e il diritto alla verità”, promosso dall’europarlamentare Sabrina Pignedoli con la collaborazione della deputata M5s Stefania Ascari e con la presenza sul palco del Presidente dell’Ordine nazionale dei giornalisti Carlo Bartoli, del giornalista ed ex deputato Alessandro Di Battista e della vicedirettrice del Fatto Quotidiano, Maddalena Oliva. Nella platea, oltre alla giornalista investigativa Stefania Maurizi, autrice del celebre libro sul caso Assange Il Potere Segreto, c’era una moltitudine di personalità venute dal mondo del giornalismo, della politica e dell’associazionismo, nonché tantissimi cittadini comuni con distintivi “Free Assange”.

“La battaglia di Julian è la battaglia di tutti quanti noi,” ha esordito l’On. Pignedoli, riassumendo il senso dell’incontro.

Carlo Bartoli ha poi preso la parola annunciando che a Julian Assange verrà consegnata una tessera d’onore da giornalista. “Siamo qui per difendere non solo la causa di un uomo incarcerato ingiustamente, ma anche per difendere un principio che è quello della libertà dell’informazione”. Per controbattere la calunnia secondo la quale Assange sarebbe stato un pessimo giornalista perché avrebbe divulgato documenti senza vagliarli accuratamente, Il presidente dell’Ordine dei giornalisti ha elogiato il sito WikiLeaks proprio in quanto, con grande cura, “espunge tutte le informazioni che potrebbero mettere qualcuno in pericolo.”


Alessandro Di Battista è poi intervenuto con un discorso che ha infiammato la platea. Se Assange dovesse morire in prigione, ha detto senza mezze parole, “tra i responsabili ci sarebbero anche i giornalisti che oggi stanno zitti per salvaguardare il proprio conto in banca, le proprie carriere, i propri spazi mediatici, trasformandosi soltanto in biechi sostenitori delle verità comode”. L’ex deputato M5s ha comunque riconosciuto come segno positivo che gli ex compagni di partito, inizialmente pro Assange e poi diventati reticenti, “ora tornano ad occuparsi di Julian: è una bella notizia davvero.”

L’effetto inibitorio sul giornalismo voluto dal Potere con la persecuzione di Julian e che Stella Assange ha denunciato nel suo intervento è già diventato purtroppo una realtà, ha asserito poi la vicedirettrice del Fatto Quotidiano Maddalena Oliva. Quanti articoli vengono soppressi oggi, ha aggiunto, e non solo in Italia. Due giornalisti del Fatto Quotidiano sono stati recentemente espulsi dall’Ucraina perché i loro report non erano graditi dal Potere e i colleghi giornalisti non hanno denunciato il fatto; il pluripremiato giornalista statunitense Seymour Hersh, poi, è stato recentemente condannato e zittito dai suoi colleghi della stampa per aver rivelato chi ha distrutto il gasdotto Nord Stream (un atto di guerra) lo scorso 26 settembre. “Ogni volta che cala il silenzio su una vicenda,” ha concluso Oliva, “siamo complici tutti quanti, noi giornalisti in primis; bisogna sempre avere il coraggio di porsi quella domanda in più.”


Comunque qualche speranza ancora rimane per la libertà di stampa e di espressione. Stella Assange ha ricordato come, lo scorso novembre, alcuni tra i maggiori giornali del mondo – The New York Times, The Guardian, Le Monde, El Pais e Der Spiegel – abbiano rotto il loro silenzio complice firmando un appello al Presidente Biden per chiedere la liberazione di Assange.

Lo scorso 27 gennaio, poi, Newsweek magazine, rivista statunitense di attualità che si vanta di rappresentare il consenso nel Paese (“siamo né troppo a sinistra né troppo a destra”), ha pubblicato un lungo articolo di Shaun Waterman basato su una intervista approfondita con Stella Assange. La grande empatia e compassione evidenti nell’articolo sono una novità negli Stati Uniti, dove da oltre un decennio Julian è stato oggetto di un’autentica caccia alle streghe – assai più feroce che in Europa — per screditarlo presso l’opinione pubblica.

Una grande empatia e compassione contrassegnano anche la recensione apparsa sul Los Angeles Times lo scorso 2 marzo a firma di Robert Abele, del film Ithaka, che descrive gli sforzi del padre di Julian, John Shipton, per liberare il figlio. Dopo aver espresso le solite riserve su Julian, forse per non smentire troppo quanto egli aveva scritto in passato, Abele dichiara: “In ogni modo, il fatto che gli Stati Uniti vogliono estradarlo e imprigionarlo a vita è qualcosa che dovrebbe far rabbrividire i giornalisti di tutto il mondo, che si consideri Assange un giornalista o meno; per il solo fatto di essere un editore, la sua incriminazione è una minaccia per la democrazia.”

Comincia a tirare un’aria nuova nell’Establishment statunitense. Era ora. Già da tempo i gruppi di base negli USA stanno manifestando dappertutto per la liberazione di Julian, anche davanti alla Casa Bianca.

Riprendendo le parole dell’On. Pignedoli, Stella Assange ha concluso l’incontro sottolineando che “questo caso è un caso politico, non legale; la soluzione dunque deve essere politica. Il Regno Unito detiene Julian; gli Stati Uniti vogliono estradarlo; tra i due deve frapporsi l’Europa per dire di NO e per salvarlo. Ognuno di voi può contribuire così alla sua liberazione”

In altre parole: “Gente, fatevi sentire!”

da qui

venerdì 19 agosto 2022

Il premio Pulitzer vada a Julian Assange

 

Joseph Pulitzer, se fosse vivo, andrebbe alla prigione di Belmarsh, per consegnare il suo premio a Julian Assange

 

Joseph Pulitzer scrisse:

«Non esiste delitto, inganno, trucco, imbroglio e vizio che non viva della sua segretezza. Portate alla luce del giorno questi segreti, descriveteli, rendeteli ridicoli agli occhi di tutti e prima o poi la pubblica opinione li getterà via. La sola divulgazione di per sé non è forse sufficiente, ma è l’unico mezzo senza il quale falliscono tutti gli altri». (da qui)

 

è online il sito per sostenere la lotta di Julian Assange

https://www.24hassange.org/

 

Gli USA e l’UK regimi autoritari? Per i sostenitori di Julian Assange, sì – Patrick Boylan

 

Una ragazza di Como rifiuta di essere complice del silenzio dei media sul trattamento disumano inflitto a Julian Assange da parte dell’UK e degli USA; mette in scena, in una piazza centrale della città, la sua protesta contro l’autoritarismo delle due se dicenti democrazie.

 

 

Lorena Corrias, a Como

Cosa si prova a cercare di vivere – seppure all’aria aperta e solo per un tempo limitato – quello che sta subendo Julian Assange, incarcerato nella prigione londinese di Belmarsh dall’11 aprile del 2019 per aver rivelato, da buon giornalista investigativo, i crimini di guerra, i crimini ambientali e i crimini contro i diritti umani commessi dagli Stati Uniti e dal Regno Unito? Una ragazza di Como ha deciso di provarlo sulla propria pelle, sperando che i passanti si mettano anche loro nei panni di Julian e capiscano in quali condizioni egli è costretto a sopravvivere.

Sono oramai ben 1.220 giorni, infatti, che Assange è stato imprigionato in una cella di isolamento che misura tre metri per due:

§  con una sola ora di aria

§  con sole due visite parentali al mese, di 15 minuti ciascuna,

§  con a disposizione una sola telefonata di pochi minuti al mese e

§  con, in prospettiva, altri 175 anni di carcere duro negli Stati Uniti!

Tutto questo senza che ci sia mai stato un verdetto di condanna nei suoi confronti (se non per una mera infrazione, poi estinta). Un’incarcerazione, pertanto, del tutto arbitraria – come nei peggiori regimi autoritari da cui proprio l’UK e gli USA pretendono distanziarsi.

Si tratta di una mostruosità giuridica che grida vendetta. E per gridarla, la ragazza comasca ha deciso di far vedere pubblicamente ciò che significa stare in una cella come quella di Julian.

Ogni sabato pomeriggio per ben otto mesi, Lorena Corrias disegnerà sul pavimento di Piazza Verdi, di fronte al Teatro Sociale di Como, una cella di 3m x 2m – con un manifesto di Assange che ricopre uno spazio grande come il lettino di Belmarsh – e si siederà lì dalle ore 16 alle ore 18 (in estate), alzandosi solo per distribuire volantini ai passanti. Il Comune le ha concesso di occupare quei  6 metri quadrati di suolo pubblico fino al 25 marzo 2023 e lei ha già iniziato a fare questa sua protesta il 6 agosto scorso.  Ha indossato per l’occasione una tuta arancione che ricorda quella dei prigionieri di Guantanamo (la prigione di Belmarsh, infatti, viene anche designata come “la Guantanamo britannica”)…

continua qui




Parlano i familiari di Julian Assange: “È un omicidio a rallentatore” – Iris Paganessi

«Porre fine allo slow-motion murder», ovvero all’omicidio al rallentatore. È con queste parole che la famiglia di Julian Assange ha espresso preoccupazione al governo australiano, dove più di due dozzine di parlamentari, senatori e rappresentanti sono stati informati della situazione legale in corso del fondatore di WikiLeaks.

Il fratello, Gabriel Shipton, e il padre, John Shipton, hanno esortato il parlamento ad intervenire, rendendo la questione «non negoziabile con gli Stati Uniti» e ricordando loro che un mancato intervento segnerebbe la condanna a morte di Assange. Tuttavia, i famigliari non sono riusciti ad ottenere un incontro né con Albanese, Primo ministro australiano, né con il ministro degli Affari esteri, Penny Wong, e nemmeno con il procuratore generale, Mark Dreyfus, nonostante le richieste. Segno di come il governo australiano non abbia intenzione di fare nulla per la libertà del proprio citta

Era maggio quando, in seguito alle elezioni, Albanese aveva affermato che il governo australiano aveva intenzione di portare avanti la “questione Assange” diplomaticamente, ma da allora il caso non ha registrato progressi e Gabriel Shipton si è mostrato molto preoccupato a riguardo: «Sono passati mesi da quando ha detto queste cose e ha affermato che abbastanza è abbastanza, ma quando è abbastanza? Julian è ancora in prigione. È lì da tre anni e non è un criminale condannato.» Il fratello del fondatore di WikiLeaks ha poi continuato: «Gli Stati Uniti, al momento, hanno bisogno delle risorse australiane, se il caso fosse reso non negoziabile, Julian sarebbe qui domani».

Julian Assange, che al momento è detenuto nel Regno Unito, rischia l’estradizione negli Stati Uniti a seguito dell’autorizzazione in tal senso da parte del governo britannico. Se venisse estradato, si troverebbe a dover rispondere di pesanti accuse da parte del governo americano, tra cui quella di spionaggio per aver diffuso documenti militari riservati, e la pena che rischia è addirittura pari a 175 anni di carcere in una prigione di massima sicurezza. L’estradizione però non può ancora essere data per scontata, visto che il mese scorso l’istanza di ultimo appello contro la stessa è stata depositata presso l’Alta Corte di Londra dagli avvocati di Assange. Nel caso in cui la richiesta, che riguarda questioni procedurali, fosse accettata, Assange potrebbe sfruttarla in vari gradi di giudizio britannico, fino a giungere alla Corte Suprema. Potrebbe anche decidere di rivolgersi direttamente alla Corte Europea per i Diritti dell’Uomo di Strasburgo, ma in quel caso l’ordine di estradizione diverrebbe esecutivo.

da L’Indipendente

da qui