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mercoledì 27 agosto 2025

ricordo di Sonallah Ibrahim


La letteratura, il marxismo, l’impegno. L’Egitto di Sonallah Ibrahim

(intervista, del 2006, di Giuliano Battiston, ripresa da gliasinirivista.org) 

È scomparso il 13 agosto, all’età di 88 anni, lo scrittore egiziano Sonallah Ibrahim, tra i più autorevoli rappresentanti della letteratura araba contemporanea, rappresentante della cosiddetta “generazione degli anni Sessanta”. Lo ricordiamo con un’intervista raccolta nel giugno 2006 al Cairo, quando Sonallah Ibrahim ha accolto con generosità e calore Giuliano Battiston nella sua casa nel quartiere di Heliopolis, tra cataste di libri e quotidiani impilati l’uno sull’altro, in un’atmosfera rilassata e rallegrata dalla presenza della moglie e di una nipotina.
L’intervista, parzialmente pubblicata sul manifesto il 3 agosto 2006, è stata poi pubblicata integralmente sul numero 109, aprile 2009, della rivista Lo Straniero, insieme alle interviste agli scrittori Gamal al-Ghitani e ‘Ala al-Aswani e la ripubblichiamo insieme agli amici di 
Lettera 22 perché la conoscenza di questo importante intellettuale possa circolare.

Nato nel 1937, scrittore egiziano tra i più celebrati del mondo arabo e rappresentante della cosiddetta “generazione degli anni Sessanta”, Sonallah Ibrahim si è dedicato presto alla militanza politica, e nel 1959, durante la repressione dei movimenti di sinistra ordinata da Nasser, è finito in carcere.
Nel 1966, due anni dopo il suo rilascio, ha scritto il suo primo romanzo, Tilka al-ra’ihah (Quell’odore, De Martinis, 1994), in cui racconta con linguaggio crudo l’alienazione di un uomo appena uscito dal carcere. Censurato dalle autorità, il libro è stato pubblicato integralmente in Egitto solo nel 1986.
Dopo alcuni anni passati al Cairo, Beirut e Berlino come giornalista per la Middle East News Agency, dal 1971 al 1974 Ibrahim ha studiato cinema a Mosca. Tornato al Cairo, si è dedicato a tempo pieno alla scrittura, facendo dell’ibridazione tra finzione ed elementi autobiografici, tra la dimensione personale e quella collettiva la cifra della sua scrittura. Nei suoi testi la verve ironica si accompagna, radicalizzandola, a una disposizione spietatamente critica, che trasforma i suoi romanzi in accuse corrosive al corrotto sistema politico egiziano, mentre le azioni individuali e le dinamiche esistenziali vengono restituite alla loro irragionevole evidenza. Oltre a Quell’odore, tra i suoi numerosi romanzi sono stati tradotti in italiano solo al-Lagnah (La Commissione, I ed. De Martinis, 1993, II ed. Jouvence, 2003) e Wardah (Warda, ed. Ilisso, 2005). Lo abbiamo incontrato a casa sua, nel quartiere cairota di Heliopolis.

Chi volesse capire le trasformazioni che hanno interessato la vita politica e sociale dell’Egitto negli ultimi cinquant’anni potrebbe affidarsi ai suoi romanzi. Se lei è d’accordo vorrei cominciare proprio chiedendole di ripercorrere brevemente la storia recente del suo Paese, a partire dall’eredità lasciata dal presidente Gamal Abdel Nasser…

Allora tutte le nazioni avevano un “padre” della patria, un uomo-simbolo pieno di saggezza, o che perlomeno si riteneva tale: la Francia De Gaulle, gli Stati Uniti Kennedy, l’Unione sovietica Stalin, l’Indonesia Sukarno, l’India Nehru e Gandhi, il Ghana Kwame Nkrumah. Nasser, che era un militare e come tale viveva, prendendo le decisioni come leader unico del Paese, era il simbolo degli egiziani, un simbolo della resistenza e della battaglia contro l’occupazione straniera e per la giustizia sociale, e la sua eredità risiede nella spinta ad andare avanti per difendere e riconquistare l’indipendenza nazionale (che oggi abbiamo completamente perso) e per risolvere i problemi sociali che affliggono l’Egitto, un Paese che soffre di una disparità intollerabile tra la classe sociale più bassa e quella più alta. Il retaggio principale del suo operato può essere individuato in una certa idea di “democrazia partecipata”, che si traduce nella sollecitazione a non vivere come individui isolati dal resto della comunità, prendendo piuttosto parte ai processi che riguardano il futuro del Paese.

Secondo le sue parole, sotto il mandato presidenziale di Anwar Al Sadat l’Egitto avrebbe consegnato la propria libertà economica alle multinazionali, ipotecando il futuro e passando da una forma di «imperialismo coloniale a uno di tipo economico». Può spiegare meglio cosa intende?

La cosiddetta politica economica delle porte aperte (Infitàhndr) voluta dal presidente Sadat ha accelerato quel processo di progressiva perdita d’indipendenza economica i cui risultati sono visibili ancora oggi. Non è un caso che proprio in quegli anni sia nata una nuova classe di imprenditori-importatori, i cosiddetti compradores, il cui lavoro consisteva nell’importare una nuova serie di prodotti fabbricati altrove. Il “Dottore” di cui parlo nel mio romanzo La Commissione è, appunto, un rappresentante esemplare di questa nuova categoria di persone: uomini che appartengono alle alte gerarchie dello Stato e che mentre guadagnano lautamente con questi traffici uccidono l’industria nazionale. Il risultato delle loro azioni salta agli occhi se consideriamo che oggi tutto ciò che usiamo ogni giorno, come il sapone, l’olio o lo zucchero, viene importato dall’estero.

Dopo Sadat, c’è stata l’“investitura” dell’attuale presidente, Hosni Mubarak, il cui governo lei non esita a definire una dittatura…

Dopo l’assassinio di Sadat, gli egiziani si sono illusi che Mubarak avrebbe mantenuto le promesse fatte per legittimare la sua “investitura”. L’illusione è stata talmente forte che ci è voluto del tempo prima che la gente si rendesse conto che si era instaurata una dittatura, in cui era negata ogni libertà di espressione. La situazione è divenuta ancora più grave perché le limitazioni delle libertà civili e politiche si sono radicate contestualmente alla diffusione della corruzione, che ha investito ogni aspetto della vita egiziana.

Lo scenario politico egiziano è attraversato da spinte contrapposte: quelle centrifughe dei movimenti di opposizione che cercano di modificare l’immobilismo del paese, e quelle centripete del governo Mubarak, che tende a conservare lo status quo. L’esito dello scontro non è ancora chiaro. Qual è la sua impressione?

Alcuni avvenimenti recenti testimoniano tuttavia un’atmosfera nuova nel Paese, di cui alcuni non hanno preso piena coscienza: viviamo ancora sotto una dittatura, ma la sua debolezza permette a quanti ne hanno il coraggio di parlare apertamente. Abbiamo ritrovato la possibilità di discutere, e coloro che criticano le politiche del governo e ne contestano la legittimità sono incoraggiati dal peso che hanno raggiunto i movimenti che scendono in piazza e si battono per la libertà. Il governo ha cercato di fermare questa nuova ondata di proteste a suo modo: i manifestanti sono stati picchiati e arrestati, alcuni hanno subito aggressioni sessuali. C’è stato perfino chi è stato sodomizzato nei commissariati. Rimane il fatto, però, che anche l’opposizione è debole. Nessuna delle fazioni politiche egiziane – gli islamisti, la cosiddetta sinistra, il governo – è forte abbastanza per risolvere i problemi del Paese. Quella che si sta consumando è una battaglia tra deboli, mentre la principale preoccupazione di Mubarak rimane quella di assicurarsi che suo figlio Gamal possa succedergli come presidente. Ogni sua azione è finalizzata a questo. Anche quando lecca il culo a Israele e agli Stati Uniti pensa alla successione. Ma gli egiziani non accetteranno mai suo figlio come presidente.

A giudicare dalle ultime elezioni, i Fratelli musulmani non sembrerebbero così deboli…
I Fratelli musulmani sono forse l’organizzazione politica più forte del paese. Esiste però una sorta di tradizione in Egitto che ne limita il peso effettivo: gli egiziani sono sostanzialmente moderati e non accettano nessuna tendenza fanatica, neanche in ambito religioso. È indubitabile che la nostra società sia attraversata, in maniera peraltro preoccupante, da tendenze fanatiche, ma si tratta di aspetti parziali, che non riescono a radicarsi nel tessuto sociale. D’altra parte, le stesse persone che per le vie del Cairo seguono comportamenti ispirati a regole religiose fanatiche, in casa si comportano in maniera diversa. La dominazione americana in Iraq e l’aggressione israeliana in Palestina, però, possono cambiare questa situazione, favorendo il consolidamento dei movimenti più radicali.

Anche l’aspra battaglia che si è consumata qualche tempo fa tra il potere politico e quello giudiziario sembrerebbe rientrare in questa nuova atmosfera di cui parla…

Quella battaglia, che non si riduceva a una questione di “forma” o di “etichette”, rappresenta una delle cose più interessanti accadute nella storia recente del nostro Paese. Di solito infatti i giudici sono parte integrante delle istituzioni, ne rappresentano anzi una componente molto conservatrice. Qui in Egitto, invece, all’improvviso alcuni di loro hanno formato un gruppo – il Judges Club, i cui membri sono eletti da altri giudici -, e hanno cominciato a protestare contro la falsificazione dei risultati delle ultime elezioni presidenziali, rivendicando allo stesso tempo una reale autonomia e indipendenza. Negli anni Ottanta, quando scrissi La Commissione, pochi avrebbero immaginato che sarebbe potuta emergere un’opposizione simile a quella con cui il governo deve fare i conti oggi. È per questa ragione che quel romanzo è pervaso da una sorta di disperazione, da un clima di mestizia, e che il narratore – che alla fine del libro, frustrato, mangia se stesso – sia stato visto come il tipico intellettuale: colui che vede e capisce chiaramente ciò che accade intorno a lui, ma che non è in grado di agire e nemmeno gli è permesso. Ci tengo comunque a sottolineare che il narratore si fa portavoce anche di una convinzione di segno opposto: l’idea che prima o poi debba arrivare il “grande giorno”, quello che porta con sé il cambiamento, la fine delle attese e il collasso del sistema capitalistico. Il giorno in cui sarà possibile vivere in un sistema basato sull’uguaglianza delle opportunità e sulla giustizia.


Anche quanti avrebbero la forza di rivendicare uno spazio laico nella società sembrano dimenticarsene: come giudica il fatto che Nagib Mahfuz continui a non avallare la pubblicazione in Egitto del romanzo Awlad Haratina (Il rione dei ragazzi) senza l’autorizzazione dell’istituzione religiosa Al-Ahzar?
Mafhuz è un grande scrittore, forse il più grande del nostro Paese e il padre della generazione di romanzieri a cui appartengo. Quando interviene su argomenti di carattere politico, però, finisce sempre col diventare un tipico «impiegato statale». D’altronde è stato un impiegato statale per tutta la vita, rispettando in maniera debita le autorità, il governo e il presidente. Mafhuz ha capito molto bene ciò che è successo in Egitto in passato, e capisce altrettanto bene quel che accade adesso, ma non è certo il tipo che vada a spiegarne le ragioni in pubblico.

Quasi tutti i suoi romanzi hanno a che fare, in maniera più o meno esplicita, con quelle forme di egemonia – sociale, economica, politica o culturale – che impediscono che arrivi il “grande giorno” al quale allude il protagonista de La Commissione. Ritiene che la letteratura possa – e debba – contribuire a rimuovere questi ostacoli?

In termini generali ritengo che la lettura di romanzi sia molto importante per ogni individuo. Me ne dà la conferma la vicenda di un mio amico, che non ha mai letto romanzi e di cui conosco i problemi personali. Mi capita di rimanere ancora stupito accorgendomi di quanto sia “cieco”, incapace di capire che la moglie non lo ama più. Sono arrivato a pensare che la ragione della sua “cecità” risieda proprio nel fatto che non possiede alcun tipo di immaginazione psicologica e sentimentale. Intendo dire che è privo della capacità di individuare gli elementi che contribuiscono alla costruzione psicologica di una persona proprio perché non ha mai letto romanzi. Esaminando la stessa situazione da differenti punti di vista e riproducendone la complessità, i romanzi infatti ampliano le prospettive e aiutano a comprendere meglio il comportamento umano. Insieme all’aspetto psicologico, poi, contribuiscono a capire meglio anche la società in cui si vive, sollevando interrogativi sugli aspetti sociali ed economici della convivenza umana. Basti pensare a quella lunga tradizione di scrittori – potrei citare Zola e Balzac, ma si tratta di una tradizione assai più radicata – che hanno guardato alla dimensione personale e parallelamente a quella sociale, cercando di analizzarle entrambe per spiegare cosa accade nelle parti inaccessibili dell’uomo e, a differenti livelli, nella società.

Lei è conosciuto per le sue critiche sferzanti al sistema politico egiziano, e nel 2003 nel corso di una cerimonia pubblicata ha criticato aspramente il governo Mubarak e i leader arabi, rifiutando il premio per il miglior scrittore arabo promosso dal ministero della Cultura egiziano. Quali sono state le ragioni di quel rifiuto?

Con il mio rifiuto ho voluto protestare apertamente contro la situazione politica ed economica del mio Paese, ricordando la corruzione che vi regna e la pratica di torturare i dissidenti politici. Il periodo inoltre era particolarmente “incandescente”: i palestinesi venivano uccisi e sottoposti a vessazioni continue, come d’altronde succede anche oggi; l’Iraq era sotto occupazione americana e il governo egiziano contribuiva all’aggressione del popolo iracheno: oggi sappiamo con certezza che centinaia di aerei americani impegnati nelle operazioni di guerra in Iraq hanno usato le basi egiziane. La reazione del pubblico al mio discorso è stata sorprendente: molti applaudivano, alcuni piangevano, qualcuno cercava di baciarmi la mano. Si è trattato di una protesta e di una forma di resistenza al regime realmente aperta, improvvisa e spontanea.

Rushdi, il protagonista maschile del romanzo Warda, osserva in silenzio l’amica Shafiqa, «paragonando la sua immagine attuale, bardata nell’abbigliamento islamico, e quella di qualche anno fa, o dell’inizio degli anni Settanta, quando insieme alle altre ragazze sfoggiava la minigonna…». Il cambiamento è «epidermico» o rivela qualcosa di più sostanziale?
Spesso i cambiamenti esteriori rappresentano trasformazioni che investono la dimensione interiore dell’individuo e, contestualmente, quella sociale. Molti degli intellettuali egiziani che si sono trasferiti in Arabia Saudita per lavorare, dopo aver trascorso qualche anno in un Paese così lontano dalle consuetudini laiche, ne sono stati influenzati. Alcuni hanno erroneamente creduto che, se avessero adottato il rigido comportamento dei sauditi, avrebbero potuto risvegliare un’antica tradizione assopita. Altri, invece, non hanno avuto bisogno di questi “esempi” per continuare a sottomettere la donna, impedendole di conquistare quell’autonomia di cui temevano le conseguenze.

Torniamo ai libri: lei incorpora nei suo romanzi materiali eterogenei, mostrando una tendenza che potremmo definire “fagocitante”, “onnivora”. Come nasce questa tendenza e come riesce a comporre organicamente elementi così diversi?

Nasce da uno dei miei hobby preferiti, che è quello di ritagliare e collezionare pezzi di giornali, seguire avvenimenti di natura diversa e cercare di capirne le ragioni. Da quando ho cominciato a scrivere ho deciso di includere ogni aspetto della mia vita nei romanzi, cercando di “comporre” i miei problemi personali, i sogni più intimi, così come la situazione generale dell’Egitto in un “insieme”. Questa tendenza “compositiva” non deriva da una concezione di tipo teorico: semplicemente, mi piace mettere insieme materiali in apparenza eterogenei, trasformandoli in una unità. Penso che ogni elemento possa essere preso e “composto” insieme agli altri, diventando una parte del tutto, perché esiste un sorta di unità nascosta, che è legata al tentativo di comprendere un determinato problema. Quando comincio a scrivere un libro, infatti, cerco di capire un determinato aspetto della vita, che può essere di natura personale o collettiva, ed è proprio questo tentativo di comprensione a “sollevare” i materiali dalla loro eterogeneità. È una disposizione, un piacere personale, come quello che provo nell’usare la prima persona, che mi fa sentire rilassato, mentre altre volte preferisco assumere la personalità di un’altra persona, come succede nel teatro.

La cosa curiosa è che proprio questo interesse per il “collezionismo” mi ha spinto verso l’attività politica. Da giovane infatti avevo l’abitudine di ritagliare le foto di attrici famose come l’americana Betty Grable per raccoglierle in un’apposita cartellina. Più tardi, trovando dietro quelle foto delle notizie o delle immagini relative ai problemi politici dell’epoca, ho cominciato a interessarmi di politica, che è diventata importantissima nella mia vita. Quando avevo più o meno diciassette anni, rileggendo le poche poesie e i racconti scritti fino ad allora, ebbi l’impressione che fossero “porcherie”. Decisi allora che sarei diventato un combattente per la libertà e l’uguaglianza.

Questa militanza “per la libertà e l’uguaglianza” è stata interrotta dalla repressione dei movimenti comunisti voluta da Nasser, in seguito alla quale lei ha passato cinque anni e mezzo in prigione. In che modo quel periodo ha contribuito ad orientare le sue future decisioni personali e professionali?

Il periodo trascorso in prigione mi ha fatto cambiare idea sul mio futuro. In carcere ci sono dei momenti in cui puoi guardarti dentro, stare con te stesso, anche per ventiquattro ore al giorno, senza contatti e senza niente da leggere. In quei momenti la mente comincia a lavorare, si inizia a immaginare. È stato così che ho cominciato a scrivere storie: mentalmente. In prigione inoltre ho conosciuto centinaia di militanti – artisti, scrittori, professori universitari, lavoratori, sindacalisti – la cui capacità di sostenere e spiegare le proprie opinioni agli altri mi ha fatto rendere conto di essere del tutto inadatto ad affrontare le discussioni pubbliche. Ho capito che non ero capace di influenzare le persone. Eppure proprio quello volevo fare! In termini generali, poi, mi sono accorto da un lato che la scrittura poteva concedere maggiori libertà rispetto all’azione politica, e dall’altro che alcuni argomenti reclamavano una sorta di “espressione romanzesca”. La delicata questione del rapporto tra Nasser e i comunisti era uno di quei temi che potevano essere spiegati meglio in un romanzo che in un saggio di carattere sociale o in un articolo politico. A un livello superficiale sembrava infatti che noi comunisti e Nasser dicessimo le stesse cose, eppure rimaneva il fatto che noi eravamo in prigione, e subivamo la tortura. Perché? In prigione decisi di diventare uno scrittore per godere di quella libertà di cui non avrei potuto disporre come militante.

Il complicato impasto che caratterizza i suoi testi tra dimensione biografico-esistenziale e finzione romanzesca mette in crisi i critici. Alcuni, troppo legati all’idea della presunta impermeabilità dei confini tra autobiografia e romanzo, semplicemente disconoscono il problema dei modi e degli effetti di questo impasto. Altri, invece, pretendono di risolverlo riducendo i suoi romanzi a semplici ed immediate manifestazioni delle sue esperienze personali. Lei in quali termini legge il rapporto tra autobiografia e romanzo?

La maggior parte dei romanzi in un certo senso sono delle autobiografie, anche laddove l’autore non racconta niente di vero, né dal punto di vista storico né da quello individuale. Se non potesse usare le proprie esperienze, uno scrittore come potrebbe immaginare situazioni, costruire storie, raccontarle? Ma il rapporto tra finzione e scrittura autobiografica muta profondamente con il tempo: duecento anni fa, gli scrittori erano abituati a cominciare i romanzi più o meno in questo modo: «Ero seduto in un caffè e sorseggiavo un tè quando un uomo si è avvicinato al mio tavolo. Abbiamo cominciato a parlare e quest’uomo mi ha raccontato una storia molto strana accaduta a suo cugino…». Come si vede, l’autore non racconta una storia di cui è stato testimone diretto, ma riporta una storia accaduta a un’altra persona e raccontata da un terzo individuo. In questo caso, dunque, il vero autore introduce degli elementi di mediazione, preoccupato di non concedere al lettore nessun “indizio” che possa far pensare a una connessione tra la sua storia personale e quella raccontata.

Oggi invece noi scrittori usiamo il nostro vissuto come materiale romanzesco in maniera più aperta e disinvolta. Tuttavia, continuiamo a scrivere romanzi, non autobiografie. E ogni romanzo è una bugia. Quando scrivo romanzi è come se raccontassi una grande bugia, dicendo cose che non sono mai accadute, ma alle quali si deve credere. In questo senso posso usare elementi autobiografici, ma non devono essere considerati tali, perché posso cambiarli, manipolarli, oppure raccontarne solo una parte, modificando il senso generale di ciò che è realmente accaduto.

In un brano de La Commissione il protagonista sostiene di essere prevenuto verso i poeti, con «i loro vocaboli insignificanti dal significato vago». Una delle caratteristiche della sua scrittura è proprio l’uso di un linguaggio “asciutto”, “terso”, “anti-poetico”. Si tratta di una scelta “politico-generazionale”, volta a rivendicare la distanza rispetto alla tradizione letteraria a lei precedente, o piuttosto di una scelta di carattere esclusivamente “estetico”, sempre che le due cose possa essere tenute distinte?

Il fatto di non usare immagini e frasi poetiche è un orientamento al quale sono fedele ancora oggi. Dov’è infatti l’arte? L’arte è nella costruzione complessiva, nella totalità, non nelle singole espressioni poetiche. In termini generali, molti degli scrittori che appartengono alla mia generazione hanno usato il linguaggio come uno strumento per marcare una forte discontinuità rispetto al passato, ed è significativo che anche Naguib Mahfouz nell’ultimo periodo abbia lavorato in accordo con questa posizione. L’elemento “linguistico” è molto importante nel mio lavoro, tanto che, sebbene mi risulti difficile indicare con precisione gli scrittori che hanno contribuito alla mia formazione, lo hanno fatto senza dubbio tutti coloro che hanno usato un linguaggio “essenziale”, cercando l’“economia” e l’“esattezza” dello stile. Tra gli “occidentali”, potrei citare Ernst Hemingway, di cui mi piace riproporre la metafora dell’iceberg: come della montagna di ghiaccio immersa nell’oceano vediamo solo una piccola parte, quella che sta sulla superficie dell’acqua, così del linguaggio dovremmo lasciar apparire solo una parte, nascondendo ciò che ne è alla base.

La sua scrittura è attraversata da una forte dimensione ironica. Si tratta di una consapevole “strategia” formale-compositiva o, piuttosto, del risultato di una sua personale disposizione verso la vita, che trova espressione anche nella scrittura romanzesca?

A noi egiziani piace molto ridere. È una maniera di far fronte alla nostra incapacità di agire, un po’ come succede ai bambini. L’ironia dunque è un modo per affrontare le debolezze, e nello stesso tempo rappresenta anche una sorta di “visione”, uno sguardo sulla storia e una disposizione verso la vita. Come spesso mi capita, anche nel caso del testo su cui sto lavorando in questo periodo sin dal principio mi sono interrogato sul problema principale attorno al quale costruirlo. E anche in questo caso, pensando ai miei problemi personali e a quelli del mio Paese, mi sono reso conto di una certa ironia complessiva; ho capito che siamo stati nuovamente “bastonati” e “sbeffeggiati” dagli avvenimenti della storia e che esisteranno sempre molte cose che ci faranno ridere, perché la vita stessa è piena di ironia, come la storia, spesso incredibile.

Il marxismo ha costituito una “bussola” per molti intellettuali egiziani della sua generazione. Lei è ancora marxista?

Lo sono soprattutto oggi, quando, tra l’altro, anche i capitalisti hanno cominciato ad accettare alcune delle idee proposte da Marx. Continuo a essere marxista e ritengo che il marxismo vada inteso come una maniera di pensare e di “leggere” il mondo. Non si tratta infatti di una descrizione del presente o di una prescrizione per il futuro, ma di un metodo, di un modo di leggere e comprendere il mondo. Sta al singolo individuo individuarne l’uso migliore, analizzando le situazioni e usandolo come una guida per risolvere i problemi attuali.

da qui



qui le recensioni di tre suoi libri:

https://stanlec.blogspot.com/2021/12/warda-sonallah-ibrahim.html

https://stanlec.blogspot.com/2021/12/la-commissione-sonallah-ibrahim.html

https://stanlec.blogspot.com/2022/11/le-stagioni-di-zhat-sonallah-ibrahim.html


martedì 15 novembre 2022

Le stagioni di Zhat - Sonallah Ibrahim

Zhat è una bambina, poi ragazza, poi donna, che vive al Cairo.

Sonallah Ibrahim racconta la vita di Zhat, le sue scelte, le sue piccole imprese, accompagnando la narrazione con un blob di notizie, pubblicità e ritagli di giornali che fanno da sfondo alla vita di Zhat.

il libro riesce a essere divertente, pur essendo anche la descrizione e la satira di un paese in perenne degrado, per colpa dei colonialisti che lo condizionano, ma anche dei governanti egiziani, a tutti i livelli, che non brillano se non per corruzione e incompetenza.

un gran bel libro, che ha ispirato anche una serie tv (qui).

buona zhat lettura.

 

 

Nell’appartamento piccolo-borghese di un condominio del Cairo, Zhat vive una vita affollata di eventi piccoli e grandi, popolata di amiche, vicini di casa, negozianti del quartiere, le cui esistenze si intrecciano con la sua. Sullo sfondo della Storia – che, senza che lei se ne renda conto, determina la sua vita – Zhat, immersa nella quotidianità, amante dei pettegolezzi, preoccupata della spesa, è un personaggio pieno di colore e di ironia. Ritratto di un’anti-eroina sempre baldanzosa e sempre sconfitta, e di un paese incalzato dal degrado, il romanzo si srotola in pagine dove la simpatia umana si mescola alla crudezza della satira.

da qui

 

…I protagonisti, Zhat e suo marito, Abdel Meguid, da una parte, sono completamente egiziani dall’altra sono straordinari e diversi da tutti. Per esempio, Abdel Meguid accetta benissimo l’afasia di suo figlio e addirittura Zhat ogni volta oscilla su quanto pagare un tassista valutando il suo grado di povertà. Il racconto è pieno di ironia e di termini originali ed efficaci, uniti a magistrali descrizioni del Cairo e delle sue vie caotiche. Le liberalizzazioni di Sadat e Mubarak hanno rovinato la città, ora ricolma di immondizia e sempre più caotica, più dell’occupazione inglese.

Nella storia si innestano continui ritagli di giornale. «Ho guardato al mio archivio, da quando ero giovane raccoglievo ritagli di giornale. Ho iniziato raccogliendo foto di attrici americane. Dietro queste foto c’erano sempre commenti politici contro il governo. Ho iniziato a interessarmi di politica. La casa si è riempita di ritagli. Mia moglie mi ha intimato di buttarli via o avremmo divorziato. Ho deciso così di liberarmene perché non volevo divorziare. Ho raccolto quindi in un quaderno i ritagli di cui avevo bisogno. Ho subito avuto la sensazione di poter usarli per un romanzo. Poi ho deciso di includerli nella storia di Zhat», prosegue Ibrahim…

da qui

 

Le stagioni di Zhat è invece un romanzo molto più corale, in cui l’ironia (sempre tagliente e critica verso la società egiziana e i comandi che detengono il potere nel paese)è molto più ariosa e giocosa. Racconta più di trent’anni della vita di Zhat: una donna che dalle illusioni e dai sogni giovanili passa al fallimento matrimoniale attraverso una gran quantità di chiacchiere con amiche e colleghe, nel tentativo di una elevazione sociale che non arriverà mai, tra sogni erotici notturni consumati con attori di sceneggiati televisivi, mentre nell’altra stanza il marito passa la notte in piedi guardando in videocassetta dei film porno. Il bagno intanto va a pezzi e ammuffisce ma mancano i soldi per ripararlo, il condominio e il quartiere si degradano ogni anno di più eZhat deve sopportare la vista di amiche e parenti che raggiungono quel benessere e quello status sociale che lei ha desiderato per tutta la vita inutilmente.

L’autore intervalla il racconto delle diverse stagioni della vita di Zhat con una sequenza lunghissima di spezzoni di articoli di giornale cheparlano dell’Egitto. È la cronacadegli infiniti casi di corruzione che avvengono nel paese, delle menzogne plateali di politici e magistrati, delle verità di Stato continuamente contraddette, ritrattate, riviste, riproposte. Cronache di frodi alimentari, soprusi sui normali cittadini da parte di polizia e militari, truffe farmaceutiche, affari fallimentari con partner economici come i paesi europei e gli Stati Uniti, abusi di potere, ecc. Una sequenza di articoli veri montati magistralmente, che diventano una specie di teatro pubblico dell’assurdo. Le notizie riportate sono le più disparate. Tra queste, a un certo punto, saltano fuori brevi notizie sugli scioperi dei ferrovieri:

“Forze della Sicurezza Centrale disperdono un sit-in
di ferrovieri a colpi di manganelli elettrificati”

“Il governo scioglie L’Associazione dei ferrovieri. Decine di arresti”

Dopo due-tre pagine di altri brevi spezzoni di articoli seguono le notizie dell’occupazione della fabbrica da parte degli operai della tessitura di Kafr al-Dawar.

Riguardo ai quali a un certo punto si riportano i seguenti titoli:

“Kafr al-Dawar: le autorità tagliano acqua e luce.

La Sicurezza centrale apre il fuoco per disperdere gli operai”.

Alla fine di questa sequenza troviamo un lunga citazione tratta da un’intervista fatta a uno degli operai della fabbrica:

“E allora gli ufficiali mi hanno spiegato che i metodi di tortura, oggi come oggi, si sono evoluti e che quello che si apprestavano a farmi mi avrebbe fatto perdere la ragione e la virilità, nel senso che non avrei più potuto avere rapporti sessuali. Mi hanno chiesto degli altri operai, volevano sapere chi aveva organizzato i disordini in fabbrica. Poi mi hanno insultato. Un ufficiale mi ha colpito in piena faccia e ha gridato: «Andate a prendere la moglie di questo stronzo, che ce la sc… e poi la facciamo sc… dal soldato. E poi dopo tocca a lui». Mi hanno spogliato, mi hanno legato le braccia anche se ero già ammanettato, e mi hanno buttato per terra, steso sulla schiena. Mi hanno messo una sedia sul petto. Ci si è seduto sopra un ufficiale che aveva in mano un apparecchio elettrico che mi ha messo sul…” [i tre punti di sospensione sono nel testo]

Il periodo a cui si riferiscono questi articoli è quello di Sadat, alleato storico dell’Occidente, al quale nel 1978 venne appunto conferito il premio Nobel per il processo di pace intrapreso con Israele.

Dopo una sequenza di altre notizie altrettanto disparate su sofisticazioni alimentari, su medicinali (quali la Novalgina) vietati all’estero e consentiti in Egitto o di antiparassitari dichiarati altamente nocivi in Europa e commercializzati in Egitto, segni evidenti della corruzione di Stato e effetto collaterale dell’alleanza stretta dal regime del Cairo con i paesi occidentali, tornano gli articoli relativi allo stato di polizia vigente nel Paese.

Riguardano soprattutto i metodi di addestramento usati dagli ufficiali della Sicurezza Centrale nei confronti delle nuove reclute:

“Ufficiale della Sicurezza Centrale: «Fin dal primo giorno in cui il soldato di leva arriva al campo d’addestramento, i sottufficiali lo picchiano senza motivo con scarpe e manganelli. Poi lo mettiamo in riga, ci vogliono dai cinque ai sette mesi. Tra le varie pratiche di addestramento c’è quella di costringerli a insultare una pietra che rappresenta i suoi parenti più stretti, così che in loro venga annientato ogni sentimento umano nei confronti di chiunque si troveranno a fronteggiare in futuro».

E subito dopo:

“al-Ahrar (quotidiano di destra): «Gli ufficiali della Sicurezza Centrale si ingegnano per mortificare i loro uomini nei modi più disparati. Non contenti di picchiarli, sputargli addosso, insultare i loro genitori e spegnergli le sigarette sulla pelle come punizione per i motivi più futili, li fanno correre per ore con un commilitone sulle spalle. Hanno inventato punizioni con i nomi più assurdi. Per esempio, quando dicono a un soldato Bevi whisky!, costui deve mettersi una mano su un orecchio, posare l’altra per terra e poi girare su se stesso usando l’indice come se fosse il perno di una ruota finché non scava una buca con il dito. A quel punto è talmente sfiancato e gli gira così tanto la testa che sviene come se fosse ubriaco»”.

Non si rende giustizia a uno autore del livello di Sonallah Ibrahim riducendo la sua opera al mero ruolo di testimonianza della dittatura egiziana e la sua figura a quella di un intellettuale arabo, probabilmente ateo e (chissà se ancora) comunista, oppositore di un regime totalitario. Ibrahim è innanzitutto autore di raffinata ironia, che si legge con molto divertimento, capace di feroce sarcasmo e di numerosi momenti di vera e propria comicità.

I suoi libri, tradotti in Italia ognuno a distanza di circa vent’anni dalla pubblicazione in lingua araba, prima che raccontarci l’opposizione ai regimi militari, ci mettono in contatto con una letteratura interessante, vivace e di notevole spessore. Ed è per questo che vanno letti. Per il puro piacere di leggere. Oltre che per la voglia di conoscere qualcosa di più delle vicende egiziane.

da qui

lunedì 24 ottobre 2022

Chicago – Alaa al-Aswani

Ala al-Aswani scrive un romanzo egiziano ambientato a Chicago, uno dei centri del mondo (se avete letto quel gran libro che è Il maiale e il grattacielo, di Marco D'Eramo, già lo sapete).

il romanzo è bellissimo, senza dubbio, con tanti personaggi egiziani e no che vivono e lavorano in quella metropoli.

ci sono tante storie che si incrociano, gli egiziani hanno il loro paese nel cuore, tutti, tranne le spie, hanno dovuto lasciare l'Egitto per vivere una vita professionale, e non solo, più piena, sono ricercatori e professori universitari, che hanno costruito una carriera che in Egitto era impossibile.

il romanzo affronta tanti aspetti, per esempio il razzismo schifoso degli Usa, una strana nostalgia della madrepatria, e il sogno e l'incubo americano, fra le altre cose.

300 pagine che si leggono come un giallo, dense di paura, amore, bellezza.

buona, imperdibile, lettura.



 

In una Chicago mitica e solforosa troviamo una piccola Little Egypt in esilio, forgiata sul dipartimento dell'Università di Chicago che l'autore ha conosciuto bene negli anni della sua formazione americana. In questo mondo claustrofobico e formicolante di vite 'Ala al-Aswani intreccia storie di esistenze che si cercano e si perdono. Sono esistenze strappate alla loro terra d'origine che vivono in un universo strano e straniero: la tentazione di conformarsi all'American way of life non è abbastanza. L'Egitto è lì, nel cuore di un'America traumatizzata dagli attentati terroristici dell'11 settembre. Quando viene annunciata la visita ufficiale del presidente egiziano a Chicago, si mette in moto il sistema di sicurezza dell'ambasciata, orchestrato dal temibile Safwat Shaker, che controlla e sorveglia tutti gli egiziani residenti in America. Complotto, manipolazione, proteste di libertà e sottomissione al potere, coraggio e vigliaccheria: al-Aswani trova così l'ampiezza e l'ambizione del romanzo politico e riesce a esprimere la dolcezza dei sogni e la violenza delle contraddizioni del mondo quale lo conosciamo.

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Si scrive Chicago ma si legge Egitto. La penna abile di Ala’ al Aswani ci conduce stavolta all’interno di un dipartimento di istologia dell’Università di Chicago, dove studia e lavora un nutrito e vivace gruppo di  ricercatori egiziani, borsisti in esilio.
Questi uomini e donne si muovono in una Chicago che sfreccia veloce e gela le loro mani con i suoi inverni infiniti; sono spesso tentati e sedotti dall’American Way of Life, amamo e temono tutta quella libertà che li accoglie e li stordisce;  le trame dei loro esilii tessono la storia del paese, nazione amata e odiata, dalla quale si fugge per poter riformulare più dignitosamente la propria esistenza, per giocare senza trucchi, per vedere chi vale davvero. E allora accade che loro, i fortunati che sono scappati, che si sono messi in salvo dal regime, dai soprusi, dalle ingiustizie perpretate dai burocrati del loro paese, debbano prendere posizione. L’occasione è la visita ufficiale del presidente egiziano a Chicago, l’evento smuove in tutti antichi rancori, paure, servilismi e sete di libertà. Perché, per quanto si possa andare lontano, l’Egitto resta piantato nel cuore ed è ferita e amore.
Al Aswani parla chiaro, la sua critica al regime di Mubarak (questo libro è del 2006) è tutt’altro che velata, descrive impietosamente il vecchio presidente irrigidito nella sua maschera, col suo sorriso collaudato da anni, quello che viene bene in foto, il cerone d’ordinanza per sembrare più “fresco” e giovane (dove l’abbiamo già visto?). Irride e celebra il corteo di burocrati che lo segue, che gli scrive discorsi vuoti e sempre uguali, che vive di luce riflessa.
Su tutti i protagonisti, però, lo sguardo dell’autore è privo di condanna  e colmo di tenerezza per i loro sogni di immigrati, per il modo in cui ciascuno risolve e ricostruisce la sua vita; si muove bene nell’ambiente universitario, noto allo scrittore che proprio nell’Illinois ha studiato, le descrizioni sono vivide e il racconto restitusce la vita brulicante della comunità egiziana. Forse per questa sua capacità di “cogliere nel segno” è stato per molti anni censurato in patria…

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martedì 5 aprile 2022

Utopia – Ahmed Khaled Tawfiq


Ahmed Khaled Tawfiq è un grande scrittore egiziano, morto troppo giovane, a 56 anni.

Utopia è un romanzo del 2011 ambientato in un futuro allora già vicino, il 2023.

la storia vi terrà incollati alla pagina fino all’ultima nota, lo saprete appena leggerete le prime righe.

è una storia sempre più attuale, i ricchi nella loro città fortificata*, e i poveri fuori, a sopravvivere e morire nel deserto. La città è protetta da marines, i contatti fra i due mondi sono limitati, attraverso dei tunnel, per esempio (come in Palestina). I giovanotti della città amano fare incursioni nel deserto, e tornare con un trofei umani, tanto nel deserto vivano solo sottouomini, parassiti e inutili.

non perdetevi Utopia, non ve ne pentirete.

 


* se volete vedere un film che racconta una storia del genere, di un futuro che è già oggi, provate a cercare La zona, un film bello e terribile, di Rodrigo Plà, messicano, anche lui, come Ahmed Khaled Tawfiq, di un paese fuori dall’impero, fuori dai fortini dei privilegiati.

 


 

…In una tensione di violenza crescente, accompagnata da un magistrale dosaggio della suspence, nell’alternanza di punti di vista tra “Il Predatore” e “la Preda”, Utopia precipita in un epilogo non scontato, triste ma acceso, nelle ultime, pagine, dalla visione chiara della necessità del collasso dei sistemi parassitari in virtù della maturazione di consapevolezza dei parassitati.

Utopia non è romanzo da decifrare, tutto è sotto i nostri occhi, al limite della pornografia: la crudeltà gratuita degli abitanti di Utopia si riflette nella barbarie del mondo di fuori; Tawfiq evita infatti le secche moralistiche che tendono ad attribuire maggiore dignità al lavoro bastardo e alla povertà: non ci sono poveri ma belli, poveri ma buoni (fatta eccezione forse per la sorella di Gaber). In quanto prodotto del Sistema-Utopia (ma si potrebbe dire anche viceversa) il ‘mondo di fuori’ gli corrisponde e, in questa corrispondenza, ne legittima gli abusi. Per questo, non sarà una moralità superiore a segnare la fine della specularità, ma l’intuizione che la coscienza (di classe) nasce innanzitutto da una precisa presa di distanza da desideri e istinti, dati come naturali (cannibalismo, stupro, sopraffazione). Solo su questa distanza può germogliare la cognizione del proprio ruolo storico.

Utopia si ambientava idealmente nel 2023. Nel 2020 le roccaforti diffuse del parassitismo (mediorientale e non solo) sono tutte lì, e non sarà il virus a cambiare la sostanza di questi modelli, né a intaccare la violenza con cui si auto-conservano grazie ai bisogni e le ambiguità geopolitiche del cosiddetto mondo libero. Domani a centinaia moriranno nelle carceri di Egitto, Turchia, Cina (elenco inestinguibile). In Yemen, Siria o Libia qualche bomba o il colera farà le sue brave vittime quotidiane. In Italia i raccoglitori di pomodori avranno forse la fortuna di essere regolari per qualche mese prima di ricadere nell’oblio. Non c’è nessun cambio di paradigma: si plachino quelli che temono per le libertà del cosiddetto mondo libero, presto potranno tornare a fare la fila all’Ikea o raggiungere le seconde case per mangiarsi, in santa pace, fresche capresi, temporaneamente, regolamentari.

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Un triste resoconto futurista della società egiziana nell’anno 2023, Utopia porta i lettori in un viaggio agghiacciante oltre le comunità chiuse della costa settentrionale, dove i ricchi sono isolati dalla desolazione della vita fuori dalle mura. Quando un giovane uomo e una ragazza scappano da questa bolla di benessere per poter vedere da soli le vite dei loro poveri egiziani, si trovano di fronte ad un mondo che non avevano immaginato possibile.

 

Capolavoro distopico

Utopia è la risposta contemporanea ed araba a libri come “1984” e “Fahrenheit 451”, trasportando il lettore in quell’atmosfera ma adattando tutto ai nostri tempi ed alla realtà storico-sociale egiziana. L’autore, infatti, non fa altro che prendere una situazione da secoli presente nella terra dei faraoni, provandone ad immaginare le estreme conseguenze. All’interno di “Utopia”, infatti, i ricchi ed i poveri appaiono infatti come due vere e proprie “razze” diverse, tanto che proprio questa concezione spingerà i due giovani rampolli ad intraprendere il loro infame viaggio.

All’inizio della storia veniamo appunto a conoscenza del fatto che c’è un nuovo hobby sempre più in voga fra i benestanti: la caccia al povero. Camuffandosi da mendicanti, alcuni di loro si recano nei luoghi dove risiede la povera gente, uccidendola e portandosi a casa trofei come braccia, occhi e gambe. Proprio tale sadico desiderio spingerà i 2 ad iniziare il cammino, anche se le cose non andranno esattamente come preventivato.

 

Viaggio all’inferno della psiche umana

I due infatti verranno rapidamente riconosciuti dal volgo il quale verrà fermato solo dalla mano di Gaber, uno dei protagonisti della nostra storia. Quest’ultimo è un ex professore caduto in disgrazia come gran parte della popolazione e costretto così ad arrabattarsi in mezzo a discarica e rifiuti per tentar di far sopravvivere lui e la sorella Safiya. Venuto in contatto con i 2 rampolli, ne avrà pietà e proverà in tutte le maniere a riportarli a casa, anche a costo di mettersi contro l’intera popolazione.

Al termine del romanzo, scopriremo come una delle due mentalità sia destinata a cambiare profondamente, mentre quella dell’altro, rimanendo ferma nelle sue brutali convinzioni, porterà alla distruzione del proprio popolo. I personaggi sono scritti incredibilmente bene ma, proprio per non rovinarvi la sorpresa, è meglio fermarci qui, dovete gustare il libro in prima persona per gustarlo appieno.

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sabato 25 dicembre 2021

Warda - Sonallah Ibrahim

La voce narrante del libro sogna per molto tempo Warda, una ragazza che aveva conosciuto in gioventù, e decide si seguire le sue tracce.

Prende l’aereo dall’Egitto e raggiunge il sultanato dell’Oman, ospite di un parente emigrato laggiù per fare fortuna.

Con uno strano gioco di spie Rushdi, il protagonista, riesce a venire in possesso, a più riprese, dei quaderni che Warda aveva scritto.

Warda è stata una leader della guerriglia nel Dhofar (wikipedia ci informa che quella lotta di liberazione è esistita davvero, contro i colonialisti inglesi e il sultano di quegli anni, in un sistema politico ed economico molto arretrato).

La storia si sviluppa su due binari, quando parla Warda, nei quaderni, che sono diversi, e quello che succede a Rushdi.

Della guerriglia dimenticata dal mondo, capeggiata da una donna, Warda, si racconta in quei quaderni, Warda è come una Che Guevara, e si resta commossi da quello che lei scrive.

Rushdi (ri)conosce Warda e ripercorre il suo itinerario, simbolo di una sconfitta di tutti i movimenti per la decolonizzazione (sia formale, come nel Dhofar, sia sostanziale, si pensi al neocolonialismo).

Alla fine ci sarà un colpo di scena finale, lo scoprirete leggendo.

 

 

 

 

Nel romanzo, Sonallah Ibrahim rileva le contraddizioni della sinistra araba per spiegarne il fallimento, e parallelamente denuncia gli effetti dell’unipolarismo statunitense e del neoliberismo globalizzato sul Vicino Oriente. Rushdi osserva la modernizzazione parziale e deturpata avvenuta in Oman dopo il colpo di Stato del 1970 e l’ascesa al potere del sultano Qābūs che allora aveva avviato una serie di riforme socioeconomiche per guadagnare il consenso popolare e lanciato contro i ribelli del Dhofar non solo una feroce campagna militare ma anche un’efficace propaganda anti-comunista e anti-femminista, riuscendo a soffocare la rivoluzione nel 1976.

L’autore si è basato su varie fonti storiche per creare questo testo ricco di citazioni, in cui confonde realtà e fantasia per unire il passato e il presente. Significativi in tal senso sono i nomi della protagonista del racconto e di sua figlia: Warda significa “rosa” (fiore simbolo dell’amore per eccellenza), e Wa‘d “promessa”. Dunque, un passato promettente messo a confronto con un presente deludente; gli ideali rivoluzionari degli anni ’60 contrapposti al conservatorismo della fine del XX secolo; eroine ed eroi invece dell’anti-eroe tipico della produzione di Sonallah Ibrahim, esordito in campo letterario con Tilka al-Rā’iḥa (Quell’odore, 1966), un romanzo di denuncia contro la detenzione politica. Da allora lo scrittore è noto per lo stile asciutto, talvolta crudo e sempre provocatorio delle sue opere narrative…

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…La voix de Warda surgit dans le temps de l’écriture de ces cahiers. Elle cohabite, si intime et si personnelle , les moustiques bourdonnent autour de mes oreilles, mes vêtements me collent à la peau et je sens l’odeur de ma transpiration. Je rêve d’un bain, d’un shampoing et de Chanel n°5, avec les événements de ce monde moyen oriental et les réflexions politiques, la violence tribale est spontanée, elle produit des rebelles, non des révolutionnaires : des gens qui prennent les armes contre le pouvoir mais à qui il manque la pensée qui guide le fusil.

Ces deux voix, au cœur du combat politique réformateur des sociétés arabes, se rejoignent lorsque sa pensée, vibrante et passionnée, exprime sa volonté de libérer les femmes de l’emprise de la tradition tribale et de la domination des hommes. Elle les aidera en créant des écoles, en les réunissant pour parler, leur expliquant les moyens d’avoir moins d’enfants, en les soutenant quand certaines d’entre elles rejoignent les rangs du Front de Libération du Dhofar .

La voix intime disparaît progressivement avec la conscience de l’impuissance de gagner le combat devant la remontée des anciennes puissances et le jeu de nouvelles alliances, faites de compromissions et de trahisons. Elle surgit à nouveau, désespérée et humaine, à la fin du dernier cahier, tragédie d’une femme et d’une sœur, qui se dénoue dans l’investigation de Rosdhi, en janvier 1993.

A la fin de la journée, j’avais faim et j’étais nauséeuse… Rêvée cette nuit que j’ouvrais mon frigo à Beyrouth et qu’un chat sauvage en bondissait… .les chamelles sont épuisées et affamées. Le sable chauffé par le soleil me brûle les pieds… Encore senti un mouvement dans mon ventre …La nuit tombée , je me sens totalement perdue. Le désert s’étend à l’infini.

La conjugaison de ces différentes écritures, journal intime et enquête policière, permet à ce roman attachant, au côté de ce personnage féminin, si courageux, et à travers ce regard rétrospectif, de comprendre, d’une certaine manière, sous un éclairage d’un temps terminé, le monde arabe actuel.

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…The novel opens in 1992 with the narrator’s, Rushdy’s (presumably the alter ego of the writer), dreams of Warda. Because of the disturbing dreams, Rushdy heads to Oman to find Warda, which means “rose” in Arabic. He ties in his quest with a visit to relatives, his cousin Fathy, and his wife, Shafiqa, who work in Oman. The novel alternates between Rushdy’s point of view, set in the shiny, superficially modern yet repressive Oman of 1992 and the “found” xeroxed diary of Warda set in the 1960s and 1970s, delivered mysteriously to the narrator, in ironically, Western brand-name plastic bags.

No novelists, thus far, have examined the Dhofar Liberation Front that sprang to life out of the zeitgeist and context of the 1960s. After the Egyptian setback with Israel in 1967 and the British retreat from Aden, the DLF gained more popular support in the Arab world. At this time, the Russians and the Chinese were eager to expand their sphere of influence in the Arabian Gulf—they threw money and ammunition at this small Marxist group, which they might have ignored at another historical juncture. Through Warda’s diary, Ibrahim gives us a sense of the nitty-gritty life “on the ground” of a committed revolutionary in the DLF, a woman no less. Warda is a feisty, liberated character, who is at first doctrinaire but eventually rejects violence and even questions the goals of the DLF by the end…

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La forza ed il coraggio di un piccolo uomo: Sonallah Ibrahim, qui

sabato 11 dicembre 2021

La commissione - Sonallah Ibrahim


premetto che penso che Sonallah Ibrahim uno scrittore di serie A, “purtroppo” è egiziano (di Nagib Mahfuz da noi si è sentito parlare e si è letto solo dopo che ha vinto il premio Nobel).

in Italia sono stati pubblicati (solo) quattro suoi libri, di cui tre facilmente reperibili.

Sonallah Ibrahim è stato per anni in prigione, le ospitali prigioni egiziane, sempre quelle, e la letteratura gli ha salvato la vita.

l’Egitto è un postaccio per i concetti di libertà politica e libertà d’opinione, non è una novità; nella costituzione egiziana, all'articolo 1, è scritto: "L'Egitto è una Repubblica fondata sulle Carceri".

nel romanzo lo scrittore è nelle mani di una commissione con tanti militari, che lo mette alla prova, in una situazione davvero kafkiana, giudicato, sorvegliato, marcato a uomo, senza accuse, senza avvocato, in un romanzo denso di riferimenti politici e culturali, appassionante come pochi.

la solitudine e la paura sono le sole compagne della sua vita, in un Egitto che è quello vero, non una fantasia, e solo la sua intelligenza potrà salvarlo, se ci riesce.

un gran libro, cercatelo e soffritene tutti.

martedì 30 marzo 2021

Intervista a Nawal Al-Saadawi

(di Karim Metref)

Il  21 marzo 2021 è venuta a mancare l’intellettuale, psichiatra, scrittrice e militante egiziana Nawal Al-Saadawi. Una donna che ha avuto un percorso segnato oltre che dalla sua intelligenza, anche dalla sua forza e dal suo coraggio incredibili.

 

Non ha mai indietreggiato di fronte ai divieti, alle minacce e ai tabù. Non è mai scesa a compromessi. Ha sempre sputato le sue opinioni e i suoi modi di vedere in faccia all’ipocrisia ambiente.

I pericoli li ha messi in conto e ha deciso di conviverci.  «Il pericolo è diventato parte della mia vita da quando ho preso la penna e cominciato a scrivere. Non c’è più pericoloso della verità, in un mondo pieno di menzogne.» (1)

Nel 2009, era venuta a Torino, al Salone Internazionale del Libro, per presentare il suo racconto L’amore ai tempi del petrolio (Il Sirente, 2009): della sua visita a Torino e dell’incontro al Centro Italo arabo con alcuni torinesi provenienti dai Paesi di lingua araba, avevo raccontato all’epoca in un articolo pubblicato su InternazionaleL’altra faccia del mondo “musulmano” a Torino

In quella occasione su richiesta della rivista Carta (cantieri sociali) e della casa editrice Il Sirente, riuscii a fare un chiacchierata con Nawal Al-Saadawi. Un momento rimasto ancorato nei mei ricordi. Insieme alla forza delle sue parole, mi colpi il fuoco che usciva dai suoi occhi. Una vera forza della natura.
Qui sotto l’intervista in audio originale (con sottotitoli in italiano) e di seguito la trascrizione dell’intervista.



La prima domanda è come Le è venuta l’idea di questo libro e su questo tema?

É un Romanzo. Un romanzo è una carica di emozioni che lo scrittore sente il bisogno di esprimere.
Tu ad esempio scrivi racconti… Perché li scrivi? È perché hai un carico di emozioni e sentimenti da esprimere.  Così io ho espresso questa carica di emozioni sul tema del petrolio. La relazione tra il petrolio e la povertà e la guerra.

Nel racconto la parola petrolio è utilizzata tantissimo. Cosa simboleggia?

Il petrolio è il petrolio. Non è un simbolo. Il racconto parla della potenza del petrolio di come domina i paesi e riduce in schiavitù.
Assomiglia molto al caso della società saudita. Come un paese così è dominato dagli stranieri. Le donne e gli uomini lavorano per gli stranieri e combattono le cause degli stranieri. Come il paese è colonizzata a causa del petrolio.
Così in questo paese descritto nel libro. Uomini e donne poveri sono sfruttati in modo vergognoso. E il re di questo paese è completamente assoggettato agli stranieri. Soltanto che è raccontato in modo un po’ caricaturale.

Non è soltanto caricaturale. Sembra anche un incubo. Una visione schizofrenica?

É un incubo. Esatto. Una società alienata, colonizzata. Una società sottomessa a due colonialismi: quello esterno degli stranieri e quello interno del re e del suo regime. Le donne loro sono sotto il colonialismo degli uomini.
Sono delle classi sovrapposte. C’è una gerarchia. Gli stranieri dominano la classe dirigente, il re e il suo governo dominano il popolo, e che danno il petrolio agli stranieri. Poi ci sono  i maschi, questi dominano le loro donne.
In basso a questa scala ci stanno le donne. Quella che porta i secchi di petrolio sulla testa.
Il racconto mostra questa gerarchia. La dominazione Comincia dall’alto, gli stranieri, poi c’è il Re e le classi abbienti del paese, poi c’è la classe lavoratrice. Poi ci sono le donne, le donne povere che portano le taniche di petrolio sulla testa. Questa catena sociale, politica e anche culturale ci mostra l’impostura che vive il paese. E mostra anche come la donna è sulla scala più bassa, in fondo alla gerarchia di classe.  Lei prova a scappare da questa trappola ma non riesce. Il marito la controlla, E tutta la società la controlla, ma questa dominazione degli uomini si vede soprattutto nel rapporto con il marito.  Tutto questo è chiaro nel racconto.

Questa donna che scava alla ricerca delle dee femmine, cosa rappresenta? è la donna araba?

Ah. Sì. C’è una similitudine nello scavare la terra. Loro scavano per il petrolio. Lei scava per trovare le dee. Questo racconta come nella storia la società è cambiata. Si è passato da società che rispettavano le donne e avevano delle divinità femminili, e come si è trasformato in una società patriarcale e maschilista e classista.
Nella storia è successo. Hanno anche cambiato le dee femmine in dei maschi. C’è anche un dio con un seno unico. Non hanno osato togliere tutti i due seni della divinità allora hanno fatto un dio maschio con un seno unico.  È la prova che prima era femmina poi l’hanno maschilizzato. La storia racconta questo in modo fantasioso.

Io ho letto la storia antica e ho una pièce teatrale sul tema della dea Iside.

Questa donna che scava alla ricerca delle dee, rappresenta la donna araba? 

No. Non è la donna araba. E’ la donna in tutto il mondo . Io insegno negli Stati Uniti e giro le università europee e vedo come la donna ovunque non è libera. Perché viviamo all’ombra di un sistema patriarcale, capitalista, razzista. E questo sistema patriarcale, razzista e classista domina il mondo: Gli Stati Uniti, l’Egitto, L’Arabia Saudita, l’Algeria… Tutto.

Questo sistema Patriarcale, classista e razzista si basa sulle religioni: Cristiana, ebraica, musulmana… etc. Perché la religione è il cemento armato che da la forza a questo sistema. Le religioni danno la forza della sacralità a questo sistema.

Quindi questa storia non parla della società araba soltanto. perché quella oppressione di cui parlo può esserci in ogni paese. Quindi tutti i paesi in qualche modo sono colonizzati.  Ecco perché non ho usato nomi di nazioni. Ad esempio ho citato gli stranieri, i colonizzatori, ma questi possono essere di qualsiasi nazionalità: Inglesi, Francesi o altro… Perché il colonialismo è ovunque: Asia, Africa… Ma anche l’Europa è colonizzata.

Come un impero globale, quindi. Grazie. 

Grazie molte.

Torino (maggio 2009)

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1.      “Danger has been a part of my life ever since I picked up a pen and wrote. Nothing is more perilous than truth in a world that lies. Nothing is more perilous than knowledge in a world that has considered knowledge a sin since Adam and Eve … There is nothing in the world that can strip my writing from me.”. Citato nella rivista indiana The Hindu, edizione del 3/06/2001. “Egypt’s face of courage” di Shalmana Kalpa. https://web.archive.org/web/20200317001353/https://web.archive.org/web/20041030002518/http://www.hinduonnet.com/2001/06/03/stories/13030786.htm

 

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venerdì 16 dicembre 2016

Rogers e la via del drago divorato dal sole - Ahmed Nàgi (traduzione di Barbara Benini)

  
Qualche mese fa avevo incrociato  in internet, da qualche parte, Ahmed Nàgi e ne avevo scritto qualcosa, se non conoscete Ahmed iniziate da qui.
Ho cercato il suo primo libro in italiano, del 2010, scritto quando era un ragazzo, l'aperto e scrive, Ahmed, di leggerlo ascoltando “The Wall” dei Pink Floyd.
E così ho fatto.
Ed è un libro straordinario, dopo qualche giorno l’ho ripreso in mano e l’ho riletto, sempre con la musica dei Pink Floyd.
Uno si aspetta che un libro di uno scrittore egiziano sia facilmente riconoscibile classificabile, qualche vecchietto nel suo campo di datteri, i poveracci nei vicoli del Cairo, qualche piramide, cose così.
E poi ti trovi un libro che potrebbe aver scritto uno degli scrittori inglesi arrabbiati degli anni ’60, o qualche scrittore argentino o forse giapponese.
Per fortuna in letteratura i confini sono di carta, e quando inizi a leggere un libro inizia un viaggio che non sai ancora dove ti porterà.
E però ancora non ho scritto del libro, guardo in rete e trovo le parole di Karim Metref, come scrivere meglio quello già dice lui?

Ecco cosa dice Karim:
 “Rogers e la via del drago divorato dal sole” è il titolo completo del libro. Potrebbe essere il titolo di un romanzo di avventure, stile Indiana Jones. Ma non lo è. “Rogers” non è un romanzo, non è una raccolta di racconti. L'autore stesso lo chiama Gioco. Io, se dovessi per forza azzardare una definizione, lo chiamerei fiaba cyber-psichedelica o le Mille e una notte del postmoderno. 
Ma per fortuna definire un libro non è obbligatorio, perché: come definire un libro che esso stesso non sa e non vuole sapere che cos'è e cosa vuole diventare da grande? 
Se tutto fosse iniziato con l'estratto delle “mille e una notte”, allora uno poteva dire “ecco! Probabilmente un nuovo tentativo di trasporre i racconti delle mille e una notte nelle megalopoli sovraffollate, inquinate e globalizzate del Medio Oriente odierno. Invece, per evitare ogni equivoco l'autore avvertiva, come premessa, la raccomandazione seguente: Per godere appieno di questo gioco, si raccomanda vivamente l'ascolto, nel corso della lettura, dell'album “The Wall” dei Pink Floyd. E così andrà avanti il libro – pardon, il gioco- portandoci dopo ogni pagina, ogni angolo di pensiero, dopo ogni pausa in una parentesi spaziotemporale diversa. Ricordi nostalgici, fiabe, leggende, atmosfere di altri tempi passati e futuri, scene da manga giapponese si alternano al realismo di squarci di vita quotidiana di una classe media egiziana (o globale) che pur di non guardare in faccia l'amara realtà di una società piovra che si strozza con i propri tentacoli, cerca rifugio nell'abuso di piaceri facili: droghe, alcool e sesso mordi e fuggi. 
Ahmad Nàgi è più conosciuto come blogger e “Rogers” è nato da un blog. Ma, in realtà, solo da un blog poteva nascere una cosa del genere. La moda dei blog si è diffusa in modo veloce e potente nel mondo arabo in genere e in Egitto in modo molto particolare. Il Cyberspazio ha aperto margini di libertà che la stampa e l'editoria tradizionale avevano da tempo chiuso. Nella rete si sono rifugiati sia autori in cerca di libertà di espressione che lettori in cerca di informazione e letteratura alternativa. 
Probabilmente, senza la popolarità raccolta già sul web, il “manoscritto” di Rogers non avrebbe mai superato l'esame di un comitato di lettura di una casa editrice egiziana. Forse è solo perché mi immagino i comitati di lettura delle case editrici mediorientali composti da vecchi e ottusi insegnanti di letteratura araba, old style. Ma nello stesso tempo mi rendo conto di quanto sia stereotipata questa visione. Se fosse stato così, un'opera come “La memoria del corpo” di Ahlam Mostaghanemi non sarebbe mai stata pubblicata da una delle più popolari case editrici del Medioriente, Dar al Adab di Beirut, nel lontano 1993. 
Rimane che negli ultimi anni dalla rete provengono alcune delle opere più innovative della letteratura araba degli ultimi anni e “Rogers” fa sicuramente parte di questa categoria. E così come la rete nel mondo arabo rompe con il triste conformismo dell'editoria tradizionale, in Italia, sono le piccole case editrici come Il Sirente a rompere con la triste tradizione della grossa editoria che consiste nel non importare dalla letteratura mondiale solo ciò che è già bestseller sui mercati anglosassoni, francofoni o ispanofoni tralasciando così molte meraviglie della letteratura mondiale. Basta pensare che fino al premio Nobel, Herta Muller era pubblicata da una piccolissima casa editrice di Rovereto. 
Dopo il viaggio di Rogers, parcheggiate il vostro tappeto volante/navicella spaziale. Spegnete la “voce irritante” di Roger Waters, le chitarre e le tastiere dei Pink Floyd. Tornate su questo nostro pianeta, sempre più piccolo e sempre più globalizzato. Aprite la pattumiera e gettateci, se ce le avete ancora, le immagini di un Oriente mitico e mistico attaccato alla tradizione.


ma non fermatevi qui, buona lettura del libro.